In crescita l’inflazione a Modena

L’inflazione di maggio 2017 a Modena è stata calcolata a + 1,4 % su base tendenziale annua. Segno positivo, + 0,2 %, per la variazione su base congiunturale mensile rispetto ad aprile. È quanto risulta dalle rilevazioni del servizio Statistica del Comune di Modena per il calcolo provvisorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic).

Tre delle 12 divisioni prese in esame sono state rilevate in aumento, quattro in calo, e cinque sono invariate. Queste ultime sono “Istruzione” e “Servizi sanitari e per la salute”, “Bevande alcoliche e tabacchi” dove aumentano birre e vini ma calano altri alcolici, e “Abitazione, acqua, elettricità e combustibili”, divisione che, seppure risulti invariata, fa rilevare all’interno delle classi che la compongono, aumenti sui prodotti per la riparazione e manutenzione della casa compensati dalla diminuzione del gasolio da riscaldamento. Quinta divisione invariata è risultata “Ricreazione spettacolo e cultura”, che all’interno ha però avuto aumenti per giochi e giocattoli, piante e fiori, servizi veterinari, servizi ricreativi e sportivi, libri e articoli di cartoleria. In diminuzione risultano apparecchi di ricezione e audiovisivi e pacchetti vacanze (a rilevazione nazionale).

Tra le divisioni in crescita, “Mobili, articoli e servizi per la casa” (+ 3,2 %), è la divisione che registra l’aumento congiunturale più alto del mese, dovuto a mobili e arredi per adeguamenti tariffari di un’importante catena di vendita. In diminuzione gli articoli tessili per la casa, apparecchi elettrodomestici, attrezzature per il giardino e materiale elettrico.

Altro aumento significativo (+ 1,8 %) si è registrato per “Alimentari e bevande analcoliche”, divisione che registra un aumento congiunturale elevato dovuto soprattutto alla frutta (per l’entrata sul mercato delle primizie estive) ma anche per pesci, carni, latte e formaggi, oli e grassi, zucchero e caffè. In diminuzione gli ortaggi e altri prodotti.

Alla divisione “Abbigliamento e calzature” leggero aumento (+ 0,2 %) dovuto agli ultimi arrivi sul mercato dei prodotti di abbigliamento della nuova stagione primavera/estate.

La flessione più significativa (- 1,9 %) è stata rilevata per la divisione “Trasporti”, che riscontra un calo consistente dovuto alle variazioni delle tariffe (a rilevazione nazionale) del trasporto aereo passeggeri e dei carburanti per autotrazione; in aumento automobili, motocicli, trasporto passeggeri su rotaia (rilevazione Istat), biciclette e ricambi per mezzi di trasporto.

Calo (- 0,6 %) anche alla divisione “Comunicazioni”, a intera rilevazione nazionale, che risulta in diminuzione per la minor spesa per l’acquisto degli apparecchi telefonici e per i servizi di telefonia mobile.

Identica flessione (- 0,3 %) per due divisioni. “Servizi ricettivi e di ristorazione”, risulta in diminuzione per il calo del prezzo della camera d’albergo nella nostra provincia mentre risultano in aumento agriturismo e villaggi vacanze rilevati direttamente dall’Istat. Il calo di “Altri beni e servizi” è invece determinato dalla diminuzione di oreficeria, servizi assicurativi per l’abitazione e servizi finanziari (a rilevazione nazionale).

Sullla pagina del Servizio statistica del Comune, sono consultabili anche i dati sull’inflazione dei mesi precedenti.

180 mila bombe da 623 chili l’una

“Non ti alzi da tavola finché non hai finito tutto quello che hai nel piatto!”. A chi, da bambino, non è capitato di sentirsi ripetere con tono severo una frase come questa dalla propria nonna o dal nonno, da mamma o papà? Per le passate generazioni, soprattutto per quelle che hanno vissuto la guerra (che ci sembra lontanissima, ma in verità è cosa di soli settanta anni fa), il concetto di “spreco” era semplicemente inammissibile. Gettare qualcosa che il cielo, o chi per lui, ci aveva generosamente offerto era un vero e proprio scempio. E non solo per quanto riguarda il cibo, ma anche per i vestiti, la bicicletta, la macchina, gli oggetti per la casa. Insomma, le cose duravano anni prima di finire nella spazzatura. Chi aveva sperimentato la povertà, la fame e le ristrettezze dovute al conflitto dava un valore agli oggetti (a torto o a ragione) molto diverso da quello attuale. L’individuo, anche se la causa non è da ricercarsi nella preoccupazione per le sorti della salute del pianeta quanto invece in motivi di natura culturale e economica, era molto più attento alla propria e personale produzione di rifiuti.

Oggi, l’individuo è sì più consapevole, perché lo Stato si preoccupa molto di più di trattare i rifiuti in modo ecosostenibile, ma in generale si consuma e spreca molto di più e il nostro rapporto con “le cose” è molto cambiato. Nonostante quindi negli ultimi anni si sia molto diffusa una coscienza ecologista che ha portato interi Stati dell’Occidente ricco ad adottare misure legate allo smaltimento dei rifiuti che, per fortuna, si sono enormemente evolute rispetto alle pratiche in uso nel passato che consistevano sostanzialmente nell’abbandonare i rifiuti urbani fuori dalle città aspettandosi che la natura le eliminasse naturalmente, produciamo spazzatura in quantità industriale.

Il 30 gennaio scorso, Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europa, ha reso pubblici i dati relativi ai rifiuti urbani nei vari paesi della UE. Come si è detto, oggi ci sono molti organismi che operano sul territorio per favorire il riciclaggio e la diminuzione di materiale di scarto, e in effetti i dati registrati dimostrano che gli europei, in questi ultimi dieci anni, tendono a produrre meno rifiuti rispetto al picco raggiunto all’inizio del nuovo millennio (anche se si registra un leggero aumento rispetto al 2007, anno in cui i numeri sono iniziati a risalire. Siamo infatti passati dai 474 kg a persona del 2014 a 527 kg nel 2015). E inoltre, riciclano molto: il 46% dei rifiuti urbani (RU), nel 2015, è stato riciclato o compostato. Eurostat ha inoltre rilevato che i Paesi a superare i 600 kg a persona di media, quindi a produrre più spazzatura, sono la Danimarca, Cipro, Germania, mentre quelli a produrne meno sono generalmente i Paesi dell’est Europa, con meno di 300 kg a rapportorifiutipersona. L’Italia è giusto a metà, mentre – secondo quanto riporta l’ultimo rapporto dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale –  l’Emilia Romagna in particolare non va troppo bene, producendo una media annua di 642 kg di rifiuti urbani ad abitante. Modena nel 2015 è arrivata a 623,5 kg per abitante, ma si dimostra abbastanza reattiva alle tendenze attuali legate ai processi di recupero e riciclaggio dei rifiuti vantando, nel 2015, una percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti pari al 61,5 %, seconda solo a Reggio Emilia e a Parma. La nostra città, tra il 2011 e il 2015, è rimasta tendenzialmente stabile con una produzione di spazzatura che si aggira intorno alle 437.000 tonnellate, ma è stata capace di aumentare la raccolta differenziata passando dalle 230.000 tonnellate circa di rifiuti differenziati del 2011 alle 268.000 tonnellate circa del 2015.

E’ un buon risultato, considerando anche che l’Emilia Romagna è stata una delle prime regioni che negli anni ’70 si è preoccupata di uno smaltimento più ecosostenibile dei rifiuti. Ma è davvero abbastanza? La ricchezza ha le sue controindicazioni: si acquista molto di più ogni genere di prodotto e, conseguentemente, si produce molta più spazzatura. Intorno al settembre 2016, Modena si è trovata ad ospitare una nuova apertura di uno dei brand di moda low-cost più gettonati del momento, Stradivarius. Il marchio spagnolo fondato nel 1994 è solo l’ultimo dei tanti negozi di cosiddetta “fast fashion” che hanno aperto i battenti nella via Emilia modenese, dopo H&M e Zara nel 2014. L’industria della moda – come spiega bene il documentario del giovane regista Andrew Morgan, The True Cost – è una delle più inquinanti in assoluto per il pianeta, e ancora oggi, generalmente si disinteressa delle condizioni lavorative degli operai dei propri fornitori: quasi tutti gli abiti “low cost” che indossiamo sono prodotti nei Paesi più poveri del mondo, dove certo non esistono i sindacati. Nel suo viaggio alla scoperta del vero costo di questo tipo di prodotti, Morgan è stato in Bangladesh, in India, in Cambogia, “per spiegarci il prezzo umano di quella maglietta che costa 5 euro da H&M, oppure quei jeans di Zara che vengono prodotto da donne che guadagnano meno di 2 dollari al giorno. Ma anche il prezzo sull’ambiente di un’industria che non ci pensa due volte a buttare agenti chimici nell’acqua dei contadini che producono il cotone”.

[Il trailer in inglese di “The true cost”, il documentario è visionabile sulla piattaforma di streaming Netflix sottotitolato in italiano. La versione integrale, ma in inglese, è disponibile invece su YouTube].
Il problema della fast fashion è solo uno dei tanti esempi in cui dimostriamo che, seppur gran parte di noi si impegni a fare la raccolta differenziata e simili, siamo ancora molto disattenti alle piccole cose, come ad esempio acquistare un prodotto che si deteriora dopo pochi mesi e quindi viene gettato, o ancora usare la macchina per fare pochi chilometri, o svuotare nel cestino un piatto con del cibo che semplicemente non ci va più. Andrea Segré, che insegna all’Università di Bologna nella facoltà di Scienze e tecnologie agroalimentari, ha diffuso e commentato recentemente i dati registrati dalla più importante iniziativa istituzionale dell’Unione Europea che si occupa dello spreco alimentare, il Progetto Fusions. Secondo il progetto, ogni cittadino europeo spreca in media quasi due quintali di cibo all’anno. E le maggiori responsabili, secondo questa ricerca, sono le famiglie, che sprecano all’anno 47 milioni di tonnellate di cibo.

In un sistema contraddittorio e complesso come il nostro, sempre più attento alle questioni ecologiche da un lato ma contemporaneamente alimenta un meccanismo distruttivo per il pianeta, non sorprende che l’individuo si senta schiacciato e di fronte alla possibilità di agire risponda con una scrollata di spalle, pensando “Ma perché devo farlo io? Tanto non cambierà nulla”. Probabilmente è così, e fra qualche decennio, se le cose non muteranno in modo profondo e significativo, non è inverosimile l’idea di raggruppare la spazzatura in una gigantesca palla compressa e di spararla nello spazio, per poi vederla intercettata dallo “sniffoscopio” delle generazioni del futuro che, per non morire, dovranno evitarne la collisione con la terra, come succede nella famosa puntata di Futurama “Palla di immondizia” andata in onda nel 1999.

La palla di immondizia lanciata nello spazio in "Futurama"
La palla di immondizia lanciata nello spazio in “Futurama”

Anche se pensiamo che il cambiamento debba avvenire prima di tutto da chi ha il potere, consoliamoci almeno pensando che una piccola azione quotidiana, seppur non cambi nulla o quasi a livello globale, potrebbe egoisticamente farci sentire un po’ più a posto con la nostra coscienza. Le cose da fare non sono molte, sono piccoli accorgimenti che, anche se all’inizio possono sembrare un fastidio, alla fine, con un po’ di volontà, ci sembreranno naturali .

La settimana europea per la riduzione dei rifiuti, realizzata con il supporto dalla Commissione Europea, propone qualche idea pratica e funzionale. Dalle più classiche “Bevi acqua dal rubinetto” e “Usa pile ricaricabili” a “Depilatevi con i rasoi e non con le lamette”. E, soprattutto, non alzatevi da tavola se non avete finito tutto quello che avete nel piatto.

Fonte immagine di copertina: “Nuova società“. 

L’Emilia è già smart, ma si può fare ancora molto

In Emilia Romagna si vive bene. L’Icity race 2016 (il Rapporto annuale realizzato da ICity Lab per fotografare la situazione delle città italiane nel percorso verso città più intelligenti, ovvero più vicine ai bisogni dei cittadini, più inclusive, più vivibili) colloca la nostra regione al secondo posto della classifica delle città italiane più smart, grazie alla città di Bologna che sale sul podio essendo una città ospitale, ben servita, sicura, che rispetta l’ambiente, insomma dove la gente che viene rimane e non se ne va. Un ottimo traguardo per gli emiliani, secondi soltanto a Milano che rimane al primo posto grazie ai suoi 60 punti in più.

Così ha dichiarato dopo una sua indagine sulla qualità delle città la società organizzatrice del Forum PA, incontro in cui a Roma si discutono collaborazioni tra pubblica amministrazione e imprese ma non solo. L’FPA quindi parla chiaro, l’Emilia è Smart. In linea con il macrocosmo europeo, la patria dei tortellini e dello gnocco fritto ha dato prova di essere intelligente e in sintonia con lo spirito innovativo del continente, diventando amatissima da chi la vive tutti i giorni.

Bologna al secondo posto nella classifica generale e prima per Smart Governance, Parma terza per la vivibilità, e Ferrara seconda in fatto di legalità. Modena entra fra le prime dieci nel rating complessivo, e insieme a Piacenza, Padova, Trento e Ravenna gioca un ruolo fondamentale nel costituire un collegamento tra i poli più massicci. La rete dei centri urbani del Nord quindi diventa forza trainante per tutto il paese, coltivando innovazione e tecnologia e accumulando un ricchezza notevole, a differenza invece del Mezzogiorno, che rimane più isolato.

Ma quali sono nello specifico i fattori che permettono di formulare una valutazione sulla qualità della vita delle città?

L’indagine FPA ne prende in considerazione sette mutuando i termini dal vocabolario inglese: Economy, Living, Environment, Smart mobility, People, Governance, Legality.

Milano primeggia in quasi tutti i settori, ma in quello Economy sembra essere assolutamente imbattibile. L’attrattiva del capoluogo lombardo compete con capitali europee come Parigi e Londra, visti la quantità di investimenti economici europei, innovazioni e startup di cui la città di prende carico. Proprio a Milano si registra il numero più alto di brevetti. A giocare un ruolo importante per le menti brillanti del Paese è anche Trieste, che si colloca al terzo posto. In Friuli Venezia Giulia infatti si rileva un buon numero di imprese ad alta conoscenza.

Il nostro futuro sarà sempre più digitale, una rivoluzione epocale che migliora la vita di tutti, ma che va anche governata. Un'immagine dalla serie tv "Black Mirror".
Il nostro futuro sarà sempre più digitale, una rivoluzione epocale che migliora la vita di tutti, ma che va anche governata. Un’immagine dalla serie tv “Black Mirror“.

Le torre degli Asinelli e Piazza Maggiore svettano invece al secondo posto per il Living. La qualità della vita sembra essere davvero apprezzabile in una città come Bologna che, da sempre e soprattutto grazie alla sua famosa Università, incanta italiani di ogni angolo dello stivale. Nonostante l’atmosfera da grande città, Bologna mantiene infatti quella dimensione umana che consente ai cittadini di vivere serenamente gli stimoli, talvolta eccessivi, di un centro urbano importante. Grazie anche alle piccole metropoli in crescita come Modena, l’abitante nativo o adottivo dell’Emilia Romagna si sente sempre a casa senza sentirsi costretto. Un piccolo neo per Bologna è la scarsa attenzione ai servizi smart, ma buone opportunità di lavoro e una forte personalità urbana compensano qualche mancanza.

L’environment, ovvero la sostenibilità ambientale, non sembra essere una priorità per i centri emiliani, nonostante tutto il Nord si faccia notare per una cura particolare nella gestione dei rifiuti e degli spazi verdi. Ma se l’Emilia va in fondo classifica per il verde, troneggia sulle altre regioni per Smart Mobility. Muoversi tra Modena e Piacenza è facile ed economico. Il tappeto stradale è infatti ben costruito, e dentro ci mettiamo anche la strategica ed antichissima Via Emilia. Ma non solo automobili, i capoluoghi di provincia emiliani eccellono anche per servizi interni alle città, come bikesharing, piste ciclabili, trasporti pubblici. Fuori dal podio invece per quanto riguarda il livello di istruzione e l’impegno civile. Nonostante sia comunque ad un ottimo livello, l’Emilia Romagna, Modena inclusa, viene scalzata da Milano e Firenze, che si giocano l’oro, e a seguire Trieste e Roma.

La nostra regione torna a brillare però per la Governance, che a Bologna è davvero Smart. Un buon governo, un buon funzionamento dell’amministrazione pubblica e la buona capacità gestionale diventano fattori di punteggio. Ed un’altra città emiliana a raggiungere l’eccellenza in fatto di legalità. Ferrara, come si è detto, è uno dei centri urbani più sicuri d’Italia, salendo addirittura di 10 punti rispetto al 2015.

Insomma, un buon piazzamento su diversi fronti per l’Emilia Romagna, che dimostra di essere una regione attenta al benessere dei suoi cittadini e sempre con lo sguardo rivolto avanti.

In copertina, rielaborazione di un’immagine di Ravenshoe group.

Profondo rosso

Il federalismo “all’italiana”, cioè le autonomie gestionali e di conseguenza finanziarie che nel tempo sono state concesse agli enti locali, regioni in testa, si stanno rivelando un pozzo senza fondo per il debito pubblico. L’applicazione delle varie norme adottate per adeguarci alle richieste dell’Unione europea di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche, a partire dalla “Legge di contabilità e finanza pubblica” del 2009 per arrivare al decreto legislativo 23 giugno 2011 n. 118 che riforma la contabilità degli enti locali, sta “gradatamente alzando il velo, come riporta un lungo servizio del Sole24ore di ieri, su una nuova sorpresa regionale: il disavanzo reale che c’era, e di cui un po’ tutti sapevano, ma che non si vedeva stampato nei bilanci”.

Detto con parole semplici le Regioni, dalla loro istituzione nel 1970 (quelle a statuto ordinario), hanno goduto per oltre quarant’anni della possibilità di gestire in maniera “allegra” le proprie finanze senza neanche l’obbligo di farsi controllare, verificare e certificare i bilanci da revisori dei conti professionisti, ed è solo la recente riforma contabile a costringere la gestione economica a convertirsi dalla logica “spendo quello che incasserò” a quella “spendo quello che posso pagare, ovvero ciò che incasso”. In pratica, si sono ripuliti i bilanci di tutte quelle voci che non rappresentavano incassi reali, così come delle spese prive di pezze d’appoggio valide. Una svolta epocale. Ma recentissima. Il risultato dei rendiconti 2015 esaminati dalle varie sezioni territoriali della Corte dei Conti? 33 miliardi di disavanzo. Un risultato “da brividi – scrive ancora il Sole – che mette una seria ipoteca sulle possibilità future per molte Regioni di mettere in campo le politiche di sostegno al welfare e di spinta alle imprese che sarebbero essenziali per rivitalizzare l’anemica crescita italiana”. Una crescita, va sottolineato, che nell’ultimo trimestre è stata pari a zero rispetto a quello precedente, sovvertendo anche le stime più caute.

Fonte: Il Sole24Ore
Fonte: Il Sole24Ore

Per quanto riguarda la nostra regione, l’indebitamento con oneri a carico è pari a 1 miliardo e 600 milioni di euro, cifra che comporta un debito per abitante pari a 333,23 euro: un disavanzo che pone la ex regione “rossa” al sesto posto nella classifica delle regioni in “rosso”. Va tuttavia precisato che parte di questo debito per noi è costituto da quello che il Sole definisce “innocui” disavanzi tecnici prodotti dal debito autorizzato ma non contratto, cioè precedenti vincoli di spesa iscritti a bilancio ma di fatto non ancora impegnati. Sono messe molto peggio altre regioni, Lazio in testa, che vanta – si fa per dire – un debito stratosferico pari a quasi 20 miliardi in continuo aumento. Insomma, l’autonomia finanziaria locale, è – complessivamente, regioni a statuto speciale a parte (più le virtuose Marche) che possono vantare un avanzo pari a 2,5 miliardi – una storia di disastri.

Vero è che qualora nel referendum di ottobre venisse approvata dagli italiani la riforma costituzionale che prende il nome dal ministro Boschi, alle regioni verrebbero tolte – e dunque riaccentrate – una serie di competenze quali le politiche dell’energia e delle infrastrutture (ma non la principale voce di spesa per tutte le Regioni: la sanità), vero è che la riforma impone ulteriori restrizioni in vista dell’obbligo del raggiungimento dell’equilibrio di bilancio, ma davvero possiamo pensare che ad anni e anni di cattiva gestione possa rappresentare una svolta una operazione di “ripresa in carico di una serie di autonomie” da parte di uno Stato con un debito pubblico di 2230 miliardi di euro – in costante aumento a partire dagli anni ’70 – e oggi pari al 135,4 del PIL? Per dirla con vecchio proverbio, “se Atene piange, Sparta non ride”. E le Regioni non sono certo le uniche “grandi malate” del Belpaese.

Tanto per avere ancora maggior chiarezza su quanto anche questo “riordino” abbia tutte le caratteristiche di un riassetto all’italiana “come non considerare anche – scrive nel suo editoriale sempre sul Sole di ieri Guido Gentili – che si consente alle Regioni e agli altri enti locali di rientrare in 30 anni dal disavanzo che deriva dall’accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità o che ci sono 7 anni di tempo per ripianare gli extra deficit regionali targati 2014? E’ evidente che per molte scelte sbagliate di ieri o di oggi si pone un carico sulle generazioni future e che tempi di rientro così lunghi pongono un serio problema”.

 

Quando da Modena usciva il suono perfetto

La prima sintonizzazione di Giovanni Mariani risale al secondo conflitto mondiale ed è una sintonizzazione clandestina. Radio Londra, biennio ’43-’45: un reato, una sfida. Giovanni aveva meno di dieci anni, ma è l’imprinting che conta: quarant’anni dopo la guerra era finita e Mariani fondava la Graaf, il Gruppo Ricerche Audio Alta Fedeltà. In qualche modo, si trattava di un’altra sfida. Erano gli anni Ottanta e gli amplificatori valvolari sembravano già morti e sepolti da un decennio. Per qualcuno, gli anni Ottanta equivalgono alla morte della musica. Non a torto, forse, ma questa è un’altra bagarre. Quella che ci interessa riguarda gli amplificatori: valvolare o transistor? Una discussione da passarci la nottata, un po’ come quella tra digitale e analogico, tra Beatles o Rolling Stones. È così, in fondo, che è nata l’idea di riesumare l’amplificatore valvolare. È una mattina del 1982 e a casa Mariani si discute tra amici. “Uno dei due era il direttore della ditta per cui lavoravo prima: – racconta Mariani – la Audio Consultans, acquistavamo dagli Stati Uniti apparecchi Hi-Fi e li distribuivamo in Italia”. Una ditta fallita da poco: cambiamento dei prezzi internazionali, nuove esigenze. Mariani aveva appena aperto un suo laboratorio dove già da un po’ sperimentava la tecnica del suono.

Un vizio antico, verrebbe da dire, visto che in tempo di guerra la radiotecnica lo aveva letteralmente conquistato. È alla scatola magica del suono che il giovane Giovanni dedica la sua attenzione sin dall’inizio, nell’immediato dopoguerra, girando per mercatini dell’usato alla ricerca dei pezzi necessari alla costruzione di una radio a galena. Dalla passione nasce la gavetta: le prime collaborazioni con un amico costruttore di ricevitori e con un tecnico professionista che ripara apparecchi radio, la conoscenza dell’amico Ermanno Vellani, nel cui laboratorio Mariani impara le basi del mestiere.

radio a galena
Radio a Galena

Fino al diploma di Perito Tecnico Industriale “Fermo Corni” di Modena, ottenuto dopo la vincita di due borse di studio nel corso del quinquennio. È a scuola che Mariani conosce l’amico Gaetano Cappi: “la nostra comune passione per la radiotecnica ci portò a sperimentare, conoscere e lavorare insieme fino agli anni Settanta”, ricorda Mariani. “Avviammo un’attività di vendita e riparazione di apparecchiature radiofoniche e televisive – racconta – con sede in corso Canalchiaro”. L’interesse per l’Hi-Fi arriva dopo una visita alla Philips, a Milano. “Si trattava di un ascolto completamente diverso: – ricorda Mariani – comincia subito a documentarmi e a sperimentare”.
Hi-Fi: un termine che sa di tecnologia e di “moquette stile”, come cantava Guccini in Eskimo. Hi-Fi: High Fidelity, Alta Fedeltà. Un termine americano: erano gli anni Trenta e la Radio Corporation of America realizzava una valvola destinata a cambiare la resa di innumerevoli apparati audio. Il termine si diffuse a macchia d’olio parallelamente agli amplificatori di potenza, sino a diventare quasi un marchio. In Italia, l’Hi-Fi arriva negli anni Cinquanta.

Poco dopo, negli anni Sessanta, Mariani e Cappi danno vita alla prima sala di ascolto di apparecchiature Alta Fedeltà a Modena. Immaginate la sala di un Mediaworld qualunque e la folla di persone che infilano cuffie, guardano schermi, toccano cellulari, perdono gli occhi sulle innumerevoli proposte della tecnologia. Immaginate tutto questo in centro a Modena, negli anni Sessanta. All’interno, i primi amplificatori Alta Fedeltà e un pubblico che entrando guardava, sceglieva, ascoltava. Sarà perché erano i primi, sarà perché non erano circondati da muri di lavatrici e pareti di cellulari, o sarà perché una novità negli anni Sessanta brillava come un futuro appena cominciato, ma quel suono doveva essere una meraviglia.

Giovanni Mariani
Giovanni Mariani

Successivamente, i due si separano e Mariani prosegue con le sue attività e un paio di negozi fino al 1976: entra a far parte, come socio e responsabile tecnico, della Audio Consultans. Qui conosce i maggiori marchi Hi-Fi e le loro caratteristiche tecniche. Conosce anche Maurizio Rossi, allora presidente della società. È con lui e l’amico Giuseppe Tusini che Giovanni Mariani intavola quella discussione sulla resa degli amplificatori nel 1982, a un anno dalla chiusura della Audio Consultans, nei cui spazi Mariani aveva allestito il suo laboratorio di assistenza tecnica. “Ho sempre mantenuto vivo il mio interesse per la costruzione e il miglioramento di ciò che esisteva già: – racconta – qualche volta, se mentre riparavo un apparecchio, anche di marchi molto famosi, mi accorgevo che era fatto male o poteva essere migliorato, lo cambiavo con le mie mani perché rendesse meglio”. Un amore per la tecnica e per il suono: è questo che lo porta a tentare ciò che, fino a quel momento, non era stato altro che “una serie di prove insignificanti”.

“Era la prima volta – racconta – che provavo seriamente a costruire un amplificatore valvolare: volevo provare che, soprattutto con le tecnologie raggiunte, poteva suonare molto meglio di un classico transistor a stato solido”. “Conoscevo i pezzi e la tecnica che c’era dietro: – precisa – conoscevo il campo sin da bambino, avevo una lunga esperienza pratica e ho sempre avuto il piacere di assemblare e costruire per ottenere un risultato che fosse quello che avevo in mente”. “Inoltre – conclude – conoscendo la materia non ho mai copiato le tecniche di altri apparecchi”. È questo, forse, che ha reso gli amplificatori Graaf tra i più venduti al mondo, come ci ha raccontato William Maioli, il nipote di Mariani. La Graaf fu fondata nel 1985, dopo i primi esperimenti: “due modelli da 400 watt”.

Giovanni Mariani nel laboratorio della Graaf
Giovanni Mariani nel laboratorio della Graaf

Ma cosa significava, negli anni Ottanta, costruire un amplificatore valvolare? Che differenza c’è tra un amplificatore valvolare e un amplificatore transistor? “È una questione di suono: – spiega Maioli – è pulito, rotondo e di qualità”. “Di fatto – continua – un suono valvolare di qualità ricrea in casa ciò che senti dal vivo”. A quanto pare, oggi i migliori amplificatori per suonare dal vivo sono valvolari. La differenza fondamentale, comunque, risiede nel modo in cui il segnale che entra nell’amplificatore (in breve: il pezzo di musica da riprodurre) viene emesso. In poche parole: un amplificatore valvolare trasforma il suono attraverso le valvole. A guardarle, sembrano lampadine. Il transistor lo fa attraverso un circuito: si tratta di un tassellino di silicio e plastica con due dentini di metallo. La valvola ha una compressione del suono più naturale e può rendere il suono come è originariamente, enfatizzando le armoniche e le componenti del suono. Il transistor, invece, si comporta da circuito: blocca ciò che nel circuito non entra. Sarebbe sbagliato affermare che il transistor comprime il suono, ma in qualche modo non lo rende nella sua pienezza. Usando una metafora, è come se la valvola fosse una stanza dove possono entrare più persone che possono interagire tra loro. Il circuito equivale a una porta: si entra uno per volta, tutto insieme non passa. Se ascoltassimo, ad esempio, un brano eseguito da uno Stradivari su due amplificatori di questo tipo, quello valvolare ce ne restituirebbe le armoniche con una pulizia e una complessità che un transistor non possiede.

Tutto questo, naturalmente, tenendo conto del fatto che, negli anni Ottanta, si poteva costruire un amplificatore valvolare che, rispetto ai classici degli anni Settanta, poteva contare su vent’anni di tecnologia in più. Gli schemi elettrici e di circuitazione, con gli amplificatori transistor, avevano fatto passi da gigante. “A questo bisogna aggiungere che quello che rendeva gli amplificatori valvolari Graaf diversi dagli altri – spiega Maioli – era la tecnologia OTL”. Output Transformer Less, senza trasformatore d’uscita: significa che gli elementi dell’amplificatore sono collegati direttamente al carico, senza trasformatori audio. Fino a quel momento, si trattava di una possibilità che riguardava solo il transistor. Ma, applicata ai vantaggi sonori dell’amplificatore valvolare, è facile comprendere quale fosse il risultato. Perché non ci aveva pensato nessuno? “Per mettere a punto una tecnologia del genere – spiega Maioli – ci voleva quaranta o cinquanta volte il materiale che serviva per costruire un amplificatore classico: era molto più costoso”.

A cose fatte, a Rossi e Tusini toccò dar ragione a Mariani: il suono non era paragonabile. Le vendite esplosero ben oltre i confini modenesi: “Vendevamo in tutta Italia, ma anche in nord Europa, negli Stati Uniti e a Hong Kong”. E i prezzi? “L’amplificatore più scarso costava circa due milioni di lire, ma si arrivava fino ai venti milioni”. Nulla di diverso, di fatto, dai prezzi dei migliori amplificatori transistor. Ma esisteva davvero chi spendeva quelle cifre? Chi era il pubblico? Oggi, è inimmaginabile una somma di quel tipo per comprare un amplificatore da casa. O meglio, lo è su larga scala, come invece era in quegli anni. “Gli amatori, allora, erano molti di più: – risponde Maioli – oggi sei considerato un amatore se compri un home-theater della Bose, che in tutta la sua qualità non è neanche lontanamente comparabile a un apparecchio Hi-Fi come quelli di allora”. I clienti della Graaf spaziavano da persone molto importanti sul locale a tipi come Bartolomeo Aloia, celebre progettista Hi-Fi, e Ken Kessler, uno dei giornalisti sul campo più famosi degli anni Novanta (ma anche oggi), che oltre a possedere un Graaf aveva quotato la ditta come una delle migliori al mondo per la produzione di amplificatori.

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Vacuum tube phono/line di un preampliflicatore (Graaf)

Fino agli anni Zero, quelli dei barbari. Cioè noi. “La Graaf chiuse nel 2007: – racconta Maioli – il mercato Alta Fedeltà ha avuto una fortissima contrazione a seguito degli mp3 e delle nuove tecnologie”. Musica per tutti, musica subito, motivetti da radio, pezzi su iTunes, download e ancora download. “Non potevamo tenere in piedi un’azienda di produzione, con quei costi, per qualche amatore”, spiega Maioli, che oggi gestisce insieme a Davide Bigi la ditta Excel: si occupano di installazione di sistemi di diffusione sonora per case o piccoli ambienti.

Verrebbe da chiedersi quale possa essere la sfida di oggi. Di fatto il cd è morto e sepolto e la musica gira prevalentemente su file mp3. Sono file compressi e che contengono poche informazioni: ne risulta un suono sacrificato. Di fatto, è come se ogni mp3 che ascoltiamo fosse il riassunto del pezzo originale (quando questo non sia registrato già in forma compressa, direttamente per IPod e radio). Un po’ come il trailer per un film. Il problema, è che oggi ascoltiamo quasi del tutto file mp3. Ma non è questione di buon tempo andato e di soluzioni vintage. Anche i vinili che vediamo uscire a secchiate dai locali (proporzionalmente a quanto è indie il concerto), sono spesso qualitativamente diversi rispetto agli originali di qualche decennio fa, quando il vinile era l’unico supporto per la musica.

E anche se non se ne può più, di sentir parlare di barbari e buon tempo andato, viene da chiedersi se davvero ci sia spazio per recuperare qualcosa, fosse anche un suono come si deve, dal mondo prima che arrivasse la musica liquida. Oggi esistono i file ad alta definizione: sono file digitali tanto quanto gli mp3, ma pesano un po’ di più e contengono molte più informazioni. Parliamo di file Flac e Wav, ad esempio. Un impianto di lettura per file ad alta definizione costa dai mille ai duemila euro. Ma è per barbari raffinati.

In copertina, il logo della Graaf. Tutte le immagini sono tratte dalla pagina Flickr della Graaf.

Presto in tavola ci ritroveremo Lambrusco spagnolo?

Lo scorso novembre Paolo De Castro, ex ministro dell’agricoltura ed attualmente coordinatore della commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, ha reso noto che “Tutti i vini che prendono il nome dal vitigno, come Lambrusco, Vermentino e in parte anche il Sangiovese, rischiano di essere tolti dalla lista dei vini protetti nell’Unione europea in quanto la Commissione europea vorrebbe sostanzialmente liberalizzarli”.

A tali preoccupanti parole hanno fatto seguito numerose proteste degli oltre undicimila produttori modenesi e reggiani, che insieme alle imprese vinificatorie negli ultimi decenni hanno investito molto per proteggere la denominazione di origine. In Spagna, alcuni produttori hanno già tentato di registrare all’ufficio brevetti governativo, “Oficina española de Patentes y Marcas”, i marchi Lambrusco Antico Casato e Lambrusco Emilia Canottieri ma dopo le serrate proteste partite dal Consorzio del Lambrusco, tali registrazioni per adesso, non sono avvenute.

Per fare chiarezza sulla situazione e per meglio comprendere quali siano i reali rischi che potrebbero impattare sul nostro territorio, abbiamo intervistato Ermi Bagni, direttore del Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi che ha spiegato a Note Modenesi cosa sta succedendo a Bruxelles sulla denominazione “Lambrusco”.

Dott. Bagni, la Commissione Europea potrebbe togliere dalla lista dei vini protetti quelli che non riportano nel nome un riferimento geografico, tra cui il nostro Lambrusco. Cosa comporterebbe, in termini economici e culturali, tale liberalizzazione e la legittima produzione in altri Paesi?

Ermi Bagni
Ermi Bagni

Dal maggio 2015 la Commissione DG Agri dell’Unione Europea è impegnata a rivedere il sistema delle attuali regole che governano il comparto, nel rispetto del principio dell’allineamento normativo tra comparti agricoli e con l’esigenza, nell’occasione, di renderlo più semplice e conforme alle aspettative dei produttori e dei consumatori. Nel corso di tali lavori si è via via manifestata l’intenzione della Commissione di stravolgere l’attuale quadro normativo che nulla ha a che fare con la semplificazione anzi, al contrario, si manifesta il fine non dichiarato di liberalizzare l’utilizzo dei vitigni indicati nell’allegato TAB XV, parte B), del Regolamento CE n. 607/2009, nel quale figura il Lambrusco. Dal 1° maggio 1970 con il riconoscimento delle DOC “Lambrusco di Sorbara”, “Lambrusco Salamino di Santa Croce”, “Lambrusco Grasparossa di Castelvetro”, tutte legate al nome di vitigno Lambrusco si è generata una costante crescita produttiva grazie all’impiego di importanti risorse economiche e professionali con un sensibile miglioramento del valore commerciale del Lambrusco che prima di tali scelte veniva quotato al pari del vino da tavola con scarsa soddisfazione per l’intero sistema produttivo.

Si può quindi affermare che i produttori hanno interpretato la Denominazione di Origine come un mezzo innovativo di programmazione economica del territorio in grado di elevare la qualità della produzione vitivinicola, dare visibilità internazionale ad una filiera che ha delle grandi potenzialità dal punto di vista imprenditoriale ma, soprattutto garantire il consumatore sull’origine del prodotto. Sul piano economico, la liberalizzazione del di vitigno Lambrusco, significa impoverire un territorio che da 45 anni ha fatto investimenti nelle attività produttive e in risorse umane e sfruttare l’appeal commerciale del vino italiano più esportato nel mondo secondo solo allo champagne. Sul piano giuridico/legale la Denominazione di Origine è riconosciuta proprietà intellettuale dello Stato membro dell’Unione Europea in quanto le produzioni vitivinicole di pregio e di creare Valore Aggiunto a beneficio dell’intera collettività: la liberalizzazione del nome di vitigno per designare vini varietali rappresenta quindi una violazione dei diritti umani acquisiti.

Cosa significa che i Vini in questione dovranno diventare Varietali e non più Territoriali?

Significa che ad esempio il Lambrusco può essere presentato al consumo senza il legame con la Denominazione di Origine in quanto sarà sufficiente dimostrare che è stato ottenuto da uve Lambrusco coltivate al di fuori dei territori da cui ha avuto origine, ha acquisito fama e diffusione commerciale.

Vitigno di Lambrusco
Vitigno di Lambrusco

Si susseguono nell’ultimo periodo quasi quotidianamente dalla Commissione Europea all’Agricoltura, notizie discordanti, riguardo talune garanzie di non liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dalle attuali zone di produzione. Cosa c’è di vero?

La notizia delle rassicurazioni fatte al Ministro Martina dal Commissario Hogan, non ha fermato l’azione del Ministro stesso e dei parlamentari italiani i quali hanno ribadito che l’attuale quadro normativo ha consentito il consolidamento e la valorizzazione delle produzioni DOP e IGP.

Per rafforzare tale motivazione i viticoltori hanno ribadito che il Lambrusco ancor prima di essere il nome di una famiglia di vitigni identifica un territorio definito dal quale ha avuto origine: lo sviluppo degli investimenti fondiari e tecnologici effettuati dalle nostre imprese in modo continuativo per oltre 45 anni, tutti finalizzati alla produzione di Lambrusco a Denominazione di Origine DOP e IGP hanno creato un valore aggiunto che si estrinseca nella capacità socio economica del territorio. La filiera vitivinicola del Lambrusco è supportata da una molteplicità di imprese: 8.000 aziende viticole, 20 cantine cooperative, 48 aziende vinicole, tutte caratterizzate da un’ampia base di operatori specializzati, un distretto manifatturiero in grado di sviluppare e diffondere commercialmente una produzione apprezzata sui mercati nazionali ed esteri in quanto il Lambrusco DOP e IGP da oltre 40 anni è il vino italiano più esportato nel mondo.

Quali azioni, politiche e non solo, si stanno intraprendendo per tutelare e salvaguardare le Denominazioni a rischio?

Fonte: Lore & Guille (Flickr: Lambrusco) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons
Fonte: Lore & Guille (Flickr: Lambrusco) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons
Il Ministro Martina e i parlamentari impegnati in sede comunitaria hanno ricevuto dai produttori e dalle imprese del comparto manifatturiero legato al LAMBRUSCO un fermo parere contrario alla proposta della Commissione Agricoltura dell’Unione Europea di modificare la normativa in vigore per autorizzare la produzione di vini varietali con il nome di vitigno Lambrusco il quale è legato alla tradizione e all’esclusività di un territorio che ha avuto la determinazione e la capacità di valorizzare un prodotto vitivinicolo non riproducibile al di fuori della zona dove lo stesso ha avuto origine e acquisito chiara fama. Ci sono tutti gli elementi – conclude Bagni – per un impegnativo confronto politico a Bruxelles.

 

Fonte immagine: "Il Resto del Carlino
Fonte immagine: “Il Resto del Carlino

Approfondendo la vicenda, abbiamo rilevato che un orizzonte differente invece si prospetta per il Pignoletto, due anni fa infatti un Sindaco creò un’omonima località geografica le cui colline si estendono dalla valle del fiume Secchia a quella del torrente Sillaro. Non più solo un vitigno, ma una specifica località nel Comune di Monteveglio. Il Sindaco Daniele Ruscigno nel 2013 ha così affermato “C’era il rischio concreto che il vino-simbolo dei nostri colli potesse essere prodotto in tutti i Paesi del mondo: dall’Australia alla Slovenia, dove vengono già segnalati impianti di Pignoletto. Così in sintonia con i rappresentanti dei produttori abbiamo ribadito e sottolineato la territorialità del nostro vino, perimentrando e segnalando i confini della località ad antica vocazione vinicola”. Dalla delibera comunale si legge “territorio compresa tra Pravazzano e Cà Nuova del Tenente, su via Volta, Piana-Cà Patrizia, su via Invernata, Cà De Fonsi, su via Campomaggiore, e Ghiaia, su via Pravazzano, dove da secoli si coltiva la vite che produce queste uve preziose”.

francobollo_PignolettoI produttori (ricordiamo che in Emilia-Romagna vengono prodotti più di un milione di ettolitri di Lambrusco per una produzione enologica a denominazione che vale oltre 500 milioni di euro ), continuano a ripetere che sul territorio abbiamo varietà di vite storicamente autoctone e faticano a comprendere perché il Lambrusco, che è uno dei vitigni più antichi d’Italia ed è prodotto solo nelle province di Modena e Reggio Emilia, debba diventare di tutti.

Il confronto sul destino del Lambrusco sta entrando nella fase decisiva, lo scorso 30 gennaio 2016 presso la Cantina Emilia Wine nel comune di Arceto, si è tenuto un importante incontro dal titolo “Lambrusco nel mondo. Una distintività da difendere, un distretto da valorizzare” in cui si è ampiamente discusso sul futuro del nostro vino, a cui hanno partecipato il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, Leana Pignedoli vicepresidente Commissione Agricoltura del Senato, Davide Frascari Presidente del Consorzio Tutela Vini Emilia; Paolo De Castro Commissione Agricoltura Parlamento Europeo, Alessio Mammi sindaco di Scandiano, Alberto Borghi sindaco di Bomporto, Simona Caselli Assessore Agricoltura Regione Emilia-Romagna.

E’ oggettivo a tutti che il lambrusco, vino legato alla nostra cultura e testimone prezioso d’identità radicata, sarebbe certamente diverso se trapiantato in altro luogo, poiché si perderebbero proprietà inconfondibili legate ai profumi e sapori emiliani. Auspichiamo dunque che la grande mobilitazione a cui stiamo assistendo, possa confermare e rafforzare i principi sanciti dalla normativa comunitaria sulla tutela delle Denominazioni di Origine, e venga quindi respinta la proposta di liberalizzare la menzione “Lambrusco” per la presentazione di vini varietali.

AGGIORNAMENTO: Tipicità, l’UE grazia il Lambrusco e in Emilia si festeggia. Annunciato il ritiro dell’atto che sganciava il nome del vino dal proprio territorio di origine, consentendo la produzione da quei vitigni anche il altrei paesi. Soddisfazione per la politica locale. Fonte: ModenaToday.

Immagine di copertina by Marco Carboni [GFDL or CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons.

Fantasia per tutti al Consorzio Creativo

Da quando è stata liberata dalle bancarelle, Piazza XX Settembre sembra quasi una piazza fiorentina. Larga, rettangolare, con piccole vie di accesso e qualche caffè che si allunga con tavolini e sedie sui lastroni di pietra che ne coprono la superficie. Mancano la statua di Dante e la facciata policroma di Santa Croce per completare il quadro, ma insomma, si fa quel che si può. Per esempio, proprio lì dove la stretta Via dello Zono sfocia nella Piazza, c’è una piccola fucina di creatività che da qualche tempo fa parlare di sé.

evento_consorzio5Si tratta del Consorzio Creativo: un paio di stanze ben curate, usate nei fine settimana come spazio espositivo per mostre, ma anche per altre attività culturali come concerti e presentazioni di libri. Una delle sue anime è Gloria Rossi, che nella vita è medico nutrizionista. Davanti a un cappuccino al ginseng e a un chinotto biologico mi racconta che anche i soci fondatori – il Consorzio è un’associazione – non hanno nulla a che fare con il mondo dell’arte pur essendo “due creativi repressi”.

La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5
La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5

“L’idea è nata dall’imprenditore e ragioniere Alessandro Orrea e dal medico Massimo Baraldi – racconta Gloria – . Sono andati a fare viaggio, una specie di bilancio della vita, quando i figli sono diventati grandi e viene da chiedersi: e ora che cavolo facciamo? Come sarebbe che cavolo facciamo… Apriamo il Consorzio Creativo! E così, due anni fa, è nato questo luogo come punto di riferimento per tutto un gruppo amicale allargato che qui vede un luogo di incontro per vedersi il sabato e la domenica.”

La dichiarazioni di intenti, quella che chiameremmo la mission dell’associazione, campeggia chiaramente sul sito internet e recita così: il Consorzio Creativo promuove gli artigiani del pensiero e della fantasia con l’intento di facilitare la realtà collettiva.

evento_consorzio2Non si parla di artisti e ogni parola è precisamente pesata. Artigiani. Pensiero. Fantasia. Facilitare.
Spiega infatti Gloria: “Diamo a chiunque ne faccia richiesta la possibilità di condividere un’idea, un progetto. La condivisione genera idee, fa rete. Non abbiamo una pretesa alta, noi non siamo professionisti. L’idea originaria è quella di non selezionare nulla, se compatibile con gli spazi, ma una selezione si è imposta per necessità perché sono state talmente tante le richieste che il calendario per l’anno prossimo è già completo.”

Il cuore del Consorzio, dunque, non sono solo e necessariamente gli artisti, ma in generale le persone che hanno qualcosa da dire, una fantasia interna da esprimere, e lo fanno tramite forme artistiche come fotografia, pittura, scrittura.

evento_consorzio3Tuttavia, qualche artista dal Consorzio ci è passato. “Per come la vedo io, l’artista ha un’impellenza, un aspetto totalizzante di questa necessità espressiva – afferma Gloria -, un magma da cui fare uscire una lava.” Purtroppo gli artisti divorati dall’impellenza non diventano necessariamente famosi, ma per completare il cerchio anche il Consorzio ha visto la presenza qualche celebrità. Franco Fontana, per esempio, che qui ha esposto durante gli ultimi due Festival della Filosofia. Alcune sue fotografie, accompagnate da testi di Valerio Massimo Manfredi, sono diventate le protagoniste del libro “Terra Alma et Amara”, prodotto recentemente dallo stesso Consorzio, i cui proventi andranno alla Lega del Filo d’Oro.

evento_consorzio4Inoltre, a riprova che il ritrovo per il gruppo amicale si è ulteriormente allargato, le due salette in Via dello Zono hanno avuto di recente l’occasione di essere un luogo di superamento della stessa Modena, dove non sono sempre i modenesi a raccontarsela fra modenesi. Questo dato è evidente soprattutto nell’ambito delle presentazioni dei libri, grazie a un rapporto instauratosi con la casa editrice Longanesi che qui ha portato alcuni dei suoi autori tra cui Lorenzo Marone che al Consorzio ha presentato “La tentazione di essere felici”.

C’è chi dell’espressione artistica fa il proprio lavoro, o la propria vocazione. Al Consorzio Creativo va innanzitutto in scena l’arte di esprimere la propria fantasia. Perché coltivare ed esprimere creatività e fantasia fa bene a tutti. Solleva l’animo e aggiunge un tocco di colore alla vita quotidiana. In pratica, facilita la realtà collettiva.

Tutte le immagini di questo articolo sono tratte dai video realizzati dal Consorzio Creativo.

Che cos’è il TTIP, che impatto avrà sulle nostre vite?

Decisamente SI al Ttip. Porterà grandi benefici derivanti dalla semplificazione burocratica e dalle regolamentazioni, caleranno i dazi, aumenteranno le esportazioni e quindi avremo un incremento dei posti di lavoro. C’è grande richiesta di Made in Italy negli Stati Uniti, quindi grazie a questo concordato il sistema Italia ne gioverà.

Assolutamente NO al Ttip. I farmaci saranno meno affidabili, gli Stati saranno assoggettati ad un Diritto fatto su misura per le multinazionali. L’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali. Settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute saranno esposti alla libera concorrenza.

Regna l’incertezza a riguardo. Si vota questo Trattato, non si vota, si prende tempo per approfondire? Resta inevasa però la domanda più importante, che moltissimi italiani nemmeno si pongono, poiché non ne sanno praticamente nulla, “che cos’è il Ttip?”.

È il Transatlantic trade and investment partnership (Trattato transatlantico di liberalizzazione di commercio e investimenti, Ttip), ossia un documento, un accordo economico, che impatterà in maniera determinante cambiando per sempre le abitudini dei cittadini europei e statunitensi.

Questa inchiesta nasce per comprendere le ragioni di chi è a favore e chi, da mesi invece, porta avanti una battaglia contro tale libero scambio tra Usa e Ue. La prima riflessione nasce da un’autocritica rivolta proprio a noi giornalisti, perché non stiamo dando il giusto spazio e la dovuta visibilità ad un Trattato che, come si apprende dai suoi sostenitori, aiuterà le esportazioni facendo lievitare i 2 miliardi di euro di scambi giornalieri che avvengono oggi sino all’incredibile cifra di 120 miliardi! Oltre ad una sincera autocritica occorre specificare che i negoziati sono di fatto accessibili solo ai gruppi di tecnici che se ne occupano, al governo degli Stati Uniti ed alla Commissione europea. Proprio questa eccessiva riservatezza, oltre ad alimentare il fronte di chi si oppone al Trattato, è stata denunciata da molte organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea. Il Ttip coinvolgerà i 50 stati degli USA e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. La somma del PIL di Stati Uniti ed Unione Europea corrisponde a circa il 45 per cento del PIL mondiale (dati Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2013).

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E’ riduttivo definirlo un impatto epocale…allora perché se ne parla così poco? Un numero esiguo di persone sanno realmente cosa significa sottoscrivere ed aderire ad un Trattato così decisivo, che influirà radicalmente tutti quegli ambiti commercialmente e finanziariamente rilevanti. Sarà infatti interessato il settore alimentare (più volte sono state evidenziate le profonde differenze attuate nei controlli e nelle procedure tra America ed Europa), le modalità di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, il tema riguardo l’utilizzo dei pesticidi, il settore farmaceutico, il lavoro, l’ambiente, la salute. Il dibattito tra le forze politiche americane ed europee è apertissimo, ci sono posizioni molto differenti ed il confronto è in continua evoluzione.

Leggi anche: Tutto quello che avreste voluto sapere sul Ttip (da Graphic-News)

Secondo Mauro Solmi del Comitato STOP TTIP di Modena (a cui aderiscono l’Arci , il Comitato Modenese Acqua Pubblica, la FIOM, l’ FLC-CGIL, il GAS (Gruppo d’Acquisto Solidale), i Giuristi Democratici, Legambiente, il Movimento consumatori, la Rete Lilliput e altre associazioni e comitati), costituitosi nel settembre 2014 con l’obiettivo di informare i cittadini ed organizzare la mobilitazione contro il trattato transatlantico nel nostro territorio, è corretto opporsi al TTIP. Solmi dichiara “ci opponiamo perché lo consideriamo una grave minaccia per i diritti del lavoro, di cittadinanza, dell’ambiente e della salute conquistati dopo anni di dure lotte sociali e sindacali. Con il trattato, infatti, le decisioni che riguardano la vita di noi tutti non verrebbero più assunte da istituzioni democratiche che rispondono ai cittadini (governi, parlamenti, ecc.) ma da organi senza alcuna legittimazione democratica (tribunali arbitrali, consiglio per la cooperazione regolatoria, ecc.) ed ancora “come sostiene il premio Nobel J. Stiglitz lo scopo del TTIP “non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini ma quello di garantire campo libero a imprese protagoniste di attività nocive per l’ambiente e la salute umana”. E per assicurare alle multinazionali americane ed europee tale libertà d’azione il trattato prevede il cosiddetto Meccanismo per la Risoluzione delle Controversie (ISDS) che consente alle grandi imprese di citare in giudizio, davanti a tribunali arbitrali privati internazionali, gli stati e le autorità comunali e regionali nel caso si sentono danneggiate nelle aspettative di profitto da nuove leggi e normative. Un meccanismo, quello dell’ISDS, che rappresenta l’essenza stessa dell’accordo di libero scambio che si sta negoziando. Come Comitato STOP TTIP di Modena continueremo a informare e a mobilitare i cittadini per fermare il trattato. Abbiamo organizzato diverse assemblee pubbliche, l’ultima si è tenuta il 23 di ottobre con la partecipazione dell’avv. Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici”.

Proteste contro il Trattato
Proteste contro il Trattato

A favore del trattato troviamo invece il Presidente Barack Obama che a fine giugno a seguito dei molti pareri contrari espressi proprio dai Democratici, ha chiesto al Senato di accogliere la sua richiesta affinché fosse intrapreso un percorso fast-track (corsia preferenziale) per i trattati commerciali TISA (Trade in Services Agreement) TTP (Trans-Pacific-Partnership) e TTIP (Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship). Nel dettaglio, la procedura fast-track conferisce a Obama il potere di stipulare i trattati e sottoporli poi al Congresso, che avrà a sua volta 90 giorni di tempo per approvarli o respingerli in blocco, senza però avere la possibilità di apportarvi modifiche. Decisamente una forzatura o come in tanti hanno commentato, “esautorazione del potere legislativo e di controllo delle Camere”. Risultato, a favore hanno votato solo 28 deputati (su 188) e 13 senatori (su 44) del partito del Presidente e come azione di sensibilizzazione, hanno inviato diverse lettere collettive per invitare Obama a fare un passo indietro. I Socialisti ed i Democratici in Parlamento Europeo si sono detti favorevoli anche se stanno emergendo con sempre maggior insistenza, richieste di modifiche sul Trattato. A favore si sono espresse le multinazionali, associazioni degli industriali, l’Aspen Institute ed il Center for Economic Policy Research di Londra, queste ultime due realtà sostengono che si potrebbe avere un aumento del volume degli scambi ed in particolare, delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti (incremento stimato del 28 per cento, circa 187 miliardi di euro).

Altre proteste contro il Trattato
Altre proteste contro il Trattato

Molti studi hanno inoltre stimato che il PIL mondiale aumenterebbe (tra lo 0,5 e l’1 per cento pari a 119 miliardi di euro) ed aumenterebbe anche quello dei singoli stati (si stimano 545 euro l’anno in più per ogni famiglia in Europa). Inoltre la maggiore concorrenza, produrrebbe benefici generali sull’innovazione e il miglioramento tecnologico. Infine il Governo Renzi sta ampiamente sostenendo il Ttip ed ha affermato che nel caso non si riuscisse a sottoscriverlo, sarebbe un “gigantesco autogol”.

Il fronte degli scettici o decisamente contrari continua a crescere, ne fanno parte Greenpeace, Oxfam, l’organizzazione internazionale Attac, Slow Food, decine di associazioni di cittadini, la rete internazionale Stop Ttip e centinaia di parlamentari sia Europei che nel Parlamento italiano. Si stanno mobilitando facendo informazione e sollecitando un ripensamento sul Trattato il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord, la Lista Tsipras, i Verdi, il Front National. L’economista docente di politica economica a Chieti Prof. Alberto Bagnai ha dichiarato che gli accordi di libero scambio sono da sempre a favore e nell’interesse di chi li propone, quindi in questo caso, degli USA: “La spinta nel proporre la sottoscrizione del Ttip nasce dal fatto che stanno perdendo lo status di paese leader a livello mondiale a beneficio dei paesi emergenti e stanno cercando di recuperarlo agganciandosi all’Europa per trasformarla in un mercato di sbocco. In questo gioco di aumento del commercio saremmo perdenti in termini netti, acquisteremmo più cose dagli USA di quante loro ne acquisteranno da noi. Temo che le piccole e medie imprese verranno penalizzate, metterle in competizione con le grandi multinazionali americane non credo che le aiuterà”.

Il Ttip come un cavallo di Troia?
Il Ttip come un cavallo di Troia?

Si è espresso a favore il vice ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda sostenendo che “darà vita ad un area di libero scambio che non contiene un solo BRICS ma tutti i paesi che condividono regole del gioco nell’apertura del mercato. Le trattative su questo partenariato sono andate a rilento in Europa per la scarsa convinzione europea, c’è un pezzo di Europa importante che vede in questo accordo una serie di pericoli a mio avviso ingiustificati. L’Italia è il paese che ne beneficerebbe di più perché oggi gli americani tengono tariffe molto alte su tutti i nostri settori di specializzazione, dal tessile all’oreficeria, dalle macchine all’agroindustria. Quindi un immediato beneficio sui dazi, sulle tariffe, sulle tasse che devono pagare le nostre aziende quando entrano. Altro aspetto vantaggioso sarà l’armonizzazione delle regole perché per le nostre piccole e medie imprese è molto difficile produrre con standard doppi ovvero quelli americani e quelli nostri. Non vedo alcun rischio che normalmente gli oppositori del Ttip fanno balenare davanti alla gente tipo gli ogm, i servizi pubblici, la cultura, etc. per una semplice ragione che non sono nella negoziazione, vengono usati come spauracchio”.

Ma nello specifico dunque il Trattato cosa prevede?

Interesserà quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici con questi effetti.

Eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci «con lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell’entrata in vigore dell’accordo».

Misure di antidumping per evitare la vendita di un prodotto sul mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato di origine.

Liberalizzazione dei servizi, «coprendo sostanzialmente tutti i settori».

Liberalizzazione degli appalti pubblici ovvero aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa.

In caso di controversie, sarà previsto l’arbitrato internazionale Stato-imprese (il cosiddetto ISDS, Investor-to-State Dispute Settlement), meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali.

Altro interessante obiettivo è «rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione». Un esempio per comprendere di cosa si sta parlando, negli Stati Uniti come sappiamo è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è assolutamente vietato, ne risulta che la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo. Infine ultimo obiettivo saliente dell’accordo, migliorare la compatibilità normativa iniziando un percorso che faccia nascere regole globali.

In attesa di avere riscontri oggettivi per comprendere se il Ttip avrà prodotto più effetti positivi o negativi, è importante documentarsi. Il 10 di Ottobre 250.000 persone sono scese in piazza a Berlino, per protestare ed esprimere i propri timori sul fatto che il trattato abbasserà gli standard di qualità, sicurezza e tutela ambientale. L’informazione in questo momento ha un compito importantissimo, fare chiarezza e fornire elementi certi. La situazione è tutt’altro che definita, il 28 ottobre Norbert Lammert, presidente del Bundestag (il parlamento federale della Germania), ha ufficialmente espresso la propria intenzione di bocciare il trattato. L’esponente della CDU (partito della Merkel) ha dichiarato “Escludo categoricamente che il Bundestag ratifichi un contratto commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti non avendo mai partecipato ai negoziati e non avendo nemmeno potuto prendere in considerazione opzioni alternative”.

 

Carpi continua a sognare, ma un pezzo della sua favola se ne è andato

In città non ci potevano credere e continuavano a dire “non succede, ma se succede…”. Poi è successo. Il Carpi è volato in serie A, a calcare per la prima volta nella sua storia il palcoscenico più importante, tanto che in giro si gridava al miracolo. Un sogno bellissimo, una cavalcata impressionante iniziata nel 2010 dalla Seconda Divisione (la vecchia C2) e conclusasi nell’aprile scorso con la vittoria del campionato cadetto con quattro giornate di anticipo. Eroe dell’ultimo miglio – il passaggio dalla B alla A – di questa epica impresa, è il marchigiano Fabrizio Castori, allenatore di lungo corso con un passato in giro per tutta Italia tra serie minori e la B, senza mai conoscere, nemmeno lui, i fasti della categoria più importante. Fino ad incrociare nel suo girovagare per il Belpaese la Cenerentola Carpi che, nelle sue mani, si trasforma in una bellissima principessa. Quello doveva essere l’happy end, quel momento sospeso nel tempo che ci dice che la favola è finita ma tranquilli, dopo andrà tutto bene. La vita invece non concede mai troppo tempo per sognare. La magia di un’intera città innamorata della sua squadra e del suo novello Dorando Petri giunto al traguardo 100 anni dopo senza cedere a un passo dall’arrivo, dura giusto lo spazio di una lunga estate davvero calda. Le prime sei giornate nella nuova categoria sono un disastro. Carpi ultimo in classifica con appena due pareggi e quattro sconfitte. Per Castori arriva l’esonero. Si conclude così la parabola dell’eroe al quale si doveva tutto. La sua favola, e quella di un’intera città, finisce lì. L’eccezionalità torna alla normalità.

La scelta di sostituire il mister Fabrizio Castori con Giuseppe Sannino, altro allenatore d’esperienza ma con diversi passaggi in A, dal Palermo al Chievo, è stata presa con filosofia dai tifosi: la mattina dopo la notizia a pochi metri dalla stazione dei treni c’era uno striscione di quattro metri per uno con scritto “Castori immortale” a caratteri cubitali. La stessa scritta è stata avvistata in altri luoghi chiave di una città riconoscente nei confronti dell’uomo che ha scritto una delle sue pagine sportive più belle. Eppure, di fronte alla crudezza della nuova realtà, un segnale in un qualche modo bisognava lanciarlo. A esserne convinto è stato il presidente Claudio Caliumi che, davanti a una platea di giornalisti assetati di sangue, ha sussurrato con un filo di voce la più banale delle verità: “per restare in Serie A bisogna iniziare a far punti”. Poche parole che han fatto da pietra tombale a una favola che, come spesso accade, va ben oltre lo sport, per diventare simbolo della rinascita e del riscatto di un’intera comunità.

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Quello di cui Carpi e i carpigiani avevano assolutamente bisogno. Il direttore della Gazzetta di Modena, Enrico Grazioli, racconta che quando nel marzo 2012 arrivò a dirigere il giornale gli dissero di non preoccuparsi delle pagine su Carpi perché tanto non le leggeva nessuno. Qui sono interessati ai dati dell’export, mica alla lettura dei giornali. Nella terra del tessile, dove hanno fiorito aziende di carattere nazionale come Jucca, Blumarine, Manila Grace, Twin Set e Gaudì, una certa idea di isolazionismo sembra fare parte del dna collettivo. Il tessuto sociale si è costruito in questo modo, qui interessa solo quello che accede nei 300km quadri di territorio e anche con il resto della provincia il rapporto è sfumato e spesso sfocia nella competizione. Guai a dire che Sassuolo, in un certo qual modo, ha una storia simile di rivincita sportiva ed economica.

Se diamo uno sguardo alla storia di Carpi vediamo che il comune, che oggi conta più di 70.500 abitanti ed è quindi secondo per grandezza dopo il capoluogo, nel secondo dopoguerra esplode economicamente con la maglieria. Per decenni le cose vanno piuttosto bene finché piano piano non inizia una crisi economica che sfocia nella stagnazione, con conseguente forte riduzione dei posti di lavoro e delle vendite. Poi, come se non bastasse, arriva il terremoto del maggio 2012 e Carpi crolla letteralmente a pezzi. Tra difficoltà e duro lavoro – è il caso di dire che l’intera comunità si è tirata su le maniche per contribuire e colmare l’evidente latitanza governativa – il paese si riprende, il centro storico torna agibile, molti (non tutti) riescono a tornare nelle proprie case e anche l’economia sembra rifiorire, riportando Carpi nell’Olimpo del tessile. A questo punto manca solo una squadra di calcio, sport che da sempre appassiona la popolazione.

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Al Carpi calcio nel frattempo è arrivato Stefano Bonacini, che diventa amministratore delegato. Uno che non molla mai. Imprenditore che si è fatto da solo, ha lavorato nel tessile fino a inventare un marchio di successo, Gaudì. Nel giro di poco inizia la magia: non si rimugina sulla mancata promozione in serie B nel 2011/2012 e l’anno successivo non sbagliano il colpo, così nel 2013/2014 arriva il debutto nella serie cadetta dove ci trascorrono solo due anni. Nella primavera 2015 arriva la tanto sognata promozione in A, precisamente il 15 giugno, lo stesso giorno della beatificazione di Odoardo Focherini, carpigiano amatissimo dai suoi concittadini per il soccorso prestato a tanti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, prima di essere arrestato e trovare la morte in un campo di concentramento nazista. In città smettono tutti di dire “non succede, ma se succede…” e per la prima volta da anni quella che si respira per le strade e le piazze è vera euforia. Addirittura Arrigo Sacchi nella sua autobiografia pubblicata nel marzo scorso cita il Carpi come esempio di “calcio totale” per passione e appartenenza territoriale. Giusto per capirci, alla promozione in A il Carpi calcio ci arriva con ingaggi che vanno dai 30mila ai 150mila euro, niente nomi stellari né grandi capitali. Qualcosa che in precedenza si è visto solo col Chievo Verona che la sua favola la vive ormai da 15 anni. “Se uno se la fosse inventata, non l’avrebbe costruita così bene questa storia” spiega Beppe Boni, vice direttore de Il Resto del Carlino Bologna.

Adesso Carpi ha tutto: la ripresa economica, una squadra in Serie A, concerti nella cattedrale ancora distrutta con violinisti che indossano il caschetto protettivo, le luci della ribalta. Poi arriva l’esonero dell’allenatore che ha restituito orgoglio all’intera città portando la squadra di calcio fino alla vetta più importante d’Italia, sostituito con uno che alla prima intervista ha dichiarato “Castori ha fatto la storia, io penso solo alla classifica”. E, almeno alla sua première, ci riesce pure, battendo sabato scorso una squadra in gran spolvero come il Torino e regalando la prima vittoria della stagione al Carpi. Anche se è ancora troppo presto per dirlo, in città si torna a sognare la salvezza e forse la rabbia per l’esonero di Castori passerà presto. Perché così è la vita. Così è la normalità del presente che col suo incedere incessante tritura tutto quello che è stato, eroi compresi. Per quanto sia bella la favola che hanno saputo scrivere.

 

No, non siamo diventati tutti poveri

Tra crisi economica, impoverimento e disoccupazione, in Italia si è diffuso un fenomeno di percezione alterata della povertà. Nei discorsi da bar, al mercato, sul treno, su Facebook e sui giornali, è condivisa la sensazione che “ormai siamo tutti poveri”. Ma è davvero così?

Come abbiamo visto dai recenti dati sulla povertà assoluta, i poveri esistono e forse sono anche più di quelli che fotografano le statistiche dell’Istat. Nel 2015 in Italia sono 4 milioni di persone, il 6,8% della popolazione residente, un dato stabile rispetto all’anno precedente. E’ ovvio che in una società ideale anche un solo povero è già troppo, ma, stando ai numeri, in Italia non siamo tutti poveri. Anzi l’Italia resta uno dei paesi più ricchi del mondo.

Se prendiamo come parametro il PIL (Prodotto Interno Lordo), da molti discusso, l’Italia è all’ottavo posto nella classifica delle nazioni più ricche. E noi ci troviamo in una regione particolarmente benestante, ovvero l’Emilia-Romagna.

Nel 2012 il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti diminuisce, rispetto all'anno precedente, in tutte le regioni italiane. Bolzano ha un reddito per abitante doppio rispetto alla Campania. Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree
Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree

Prendiamo il caso di Modena. Nella classifica del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita Modena è al primo posto per il tenore di vita e ai primi posti per il tasso di occupazione e per i consumi per famiglia. In pratica si tratta di una delle cittadine più ricche di una delle regioni – l’Emilia-Romagna – più ricche d’Europa e dunque del mondo. E’ evidente che a Modena non siamo tutti poveri.

Ma è altrettanto evidente che anche qua ci sono i poveri, perché dovunque ci sia benessere, c’è anche povertà.

Ci sono più poveri nei paesi ricchi che nei paesi poveri

Come in qualsiasi altro Paese, anche nei paesi considerati economicamente “occidentali” la ricchezza è concentrata in una parte della popolazione, solo distribuita in maniera un po’ più equilibrata: pochi che hanno moltissimo, molti che hanno abbastanza e pochi che hanno pochissimo. Questa è la famigerata diseguaglianza, alla quale sembra impossibile sfuggire. Più un paese è ricco e più risulterà evidente – visto che non siamo più abituati a vivere la povertà da vicino – il divario tra chi ha molto e chi ha poco. O nulla.

Un esempio ormai classico è il Giappone. Sono anni che fa notizia il fatto che anche in Giappone esistono delle persone povere. Ma come, la terza economia mondiale dietro Stati Uniti e Cina? Un paese che ha sì un enorme debito pubblico, per altro perfettamente sotto controllo, ma anche con 127 milioni di abitanti e un PIL da 4,92 migliaia di miliardi di dollari? Eppure, un dato recente parla di un bambino giapponese povero su sei.

In Europa, secondo un recente rapporto Oxfam, ci sono 342 super ricchi che da soli possiedono un patrimonio di 1.340 miliardi di euro.

Anche in Italia la forbice tra ricchi e poveri è sempre più evidente: secondo l’Ocse l’1% della popolazione ha il 14,3% della ricchezza nazionale. Ma è un problema su scala globale che, paradossalmente, riguarda tutti tranne i paesi veramente poveri, quelli in fondo alla classifica.

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In Somalia, per capirci, sono davvero tutti poveri e il problema non è il divario ma lo stato di indigenza assoluta che riguarda (quasi) tutta la popolazione. Nei paesi poveri il tasso di povertà può essere molto più basso di quello di un paese mediamente ricco, che invece è caratterizzato da una forte diseguaglianza economica e di conseguenza ha, paradossalmente, “più poveri”.

Con la crisi del 2007 inizia l’impoverimento nei paesi ricchi

E’ innegabile che dal 2007 in poi, con la crisi economica, si è assistito a un aumento della povertà nei paesi ricchi. Nel 2012 i dati Eurostat indicavano circa 124 milioni di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale nell’Unione Europea, cioè il 24,8% della popolazione.

Quattro anni prima, nel 2008, erano il 17%. Da qui è iniziato un impoverimento che ha colpito fasce di popolazione convinte che la povertà fosse solo un ricordo dei loro nonni: il famoso ceto medio. Ma se è vero che il ceto medio, in Italia e in Europa, si è impoverito, non è vero però che siamo diventati tutti poveri, soprattutto qui, nel nord-Italia.

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Impoverirsi non vuol dire per forza diventare poveri: se passo da una Bmw a una Yaris non significa che sono povero, ma che le mie risorse si sono ridotte o che probabilmente avevo uno stile di vita al di sopra delle mie possibilità.

Soluzioni che non funzionano

Ecco perché il discorso “siamo tutti poveri”, un discorso frutto di una percezione alterata che ci vorrebbe tutti – ma proprio tutti, anche il vicino di casa con la Maserati – poveri in canna, alimenta una confusione dannosa prima di tutto per chi è povero. Perché se siamo tutti poveri è come se non lo fosse nessuno.

Il problema diventa così sempre meno concreto, astratto, invisibile. E di conseguenza le soluzioni.

Soluzioni che, come sottolineato anche nel recente rapporto Caritas sul tema, sono sempre lontane dal risolvere il problema in maniera incisiva. La social card funziona sempre peggio e dal governo arrivano messaggi che manifestano quasi una forma di dissociazione dalla realtà, come la “svolta” di cui ha parlato Renzi.

Secondo la sociologa Chiara Saraceno – autrice del recente saggio “Il lavoro non basta – La povertà in Europa negli anni della crisi” – un errore che viene portato avanti da anni sulle politiche di contrasto alla povertà è l’orientamento “unicamente lavoristico”.

Ovvero, secondo la Saraceno, si interviene sempre e solo sul lavoro, trasformando il Welfare in un “Workfare”. Intervenire solo sul sostegno a chi già lavora (come i famosi 80 euro in busta paga) non funziona e non ha mai funzionato, e i recenti dati Istat sui lavoratori che si ritrovano in povertà assoluta lo dimostrerebbero. Per questo motivo la Saraceno ritiene una misura di contrasto più efficace un sostegno di inclusione attiva. La Caritas ad esempio insiste sul reddito di inclusione sociale.

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Ma per creare delle politiche di contrasto alla miseria che siano efficaci lo Stato deve innanzitutto misurare la povertà: conoscere le dimensioni, la distribuzione geografica. In pratica: capire chi sono i poveri. Come si fa?

Lo Stato come misura la povertà?

Abbiamo visto come quello della povertà sia un concetto complesso e un po’ ambiguo, ma lo Stato, che in teoria ha a cuore il benessere dei propri cittadini e deve proporre politiche pratiche e realistiche, tenta una misurazione oggettiva del fenomeno attraverso l’Istat, che da anni ha elaborato un complesso metodo di misurazione della povertà assoluta.

Non parliamo dunque di povertà relativa, né di impoverimento o rischio di povertà, né di altre formule utili per capire la complessa situazione sociale ed economica del paese; formule utili ma a volte un po’ ambigue e sfuggenti. Parliamo invece di povertà e basta, cioè di persone che non riescono ad avere un livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook "Finire i soldi"
Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook “Finire i soldi”

Ma come si decide questo livello minimamente accettabile? Quando lo Stato inizia a considerare un suo cittadino un povero?

I criteri usati dall’Istat sono gli stessi dal 2005, quando il paniere della povertà assoluta è stato aggiornato, ma ogni anno viene fatta una rivalutazione monetaria. Il paniere viene rivisto ogni 10 anni, quindi a breve dovrebbe essere elaborato un aggiornamento. La cifra che viene fuori ogni anno è quella che una famiglia, nel complesso, deve riuscire a spendere mensilmente: se non è in grado, si parla di povertà.

L’Istat tiene conto della fascia d’età, del sesso, del nucleo famigliare e della zona di residenza. Ad esempio, nel 2014

Un adulto (18-59 anni) che vive solo è considerato assolutamente povero se la sua spesa è inferiore o pari a 816,84 euro mensili nel caso risieda in un’area metropolitana del Nord, a 732,45 euro qualora viva in un piccolo comune settentrionale e a 548,70 euro se risiede in un piccolo comune meridionale

da: Report Istat del 15 luglio 2015, La povertà in Italia

Arrivare a questo metodo di misurazione non è stato semplice, e per arrivarci l’Istat si è posto delle domande fondamentali:

La povertà è un fenomeno dalle molte definizioni che, di volta in volta, individuano insiemi di poveri solo parzialmente o affatto sovrapposti. Si è poveri di reddito e ricchezza o delle cose che il reddito e la ricchezza ci consentono di fare? Poveri rispetto ai soli aspetti materiali o anche alle possibilità di scegliere e realizzare i propri obiettivi? Poveri, infine, se non si ha potere oppure se non si è adeguatamente rappresentati?

da: Istat, La misura della povertà assoluta, 2009

L’assenza di una definizione chiara e univoca di povertà rende difficile stabilire chi e quanti sono i poveri. Di solito la soluzione è combinare più misure per descrivere il fenomeno sotto i vari aspetti e avvicinarsi il più possibile a quella che ipotizziamo sia la realtà. Ecco quindi la necessità di un paniere minimo di beni e servizi, un insieme di bisogni essenziali, che però variano in base al contesto.

Essere poveri in Somalia ed essere poveri a Modena

Per capirci: nei paesi del terzo mondo i bisogni essenziali non sono gli stessi di Modena. In alcune nazioni africane la carenza di risorse mette in pericolo la vita: non hai l’acqua, muori; non hai le medicine, muori; non hai da mangiare, muori. Punto e basta. Una cosa che in Italia – tranne alcune rarissime eccezioni – non capita. Dunque ecco perché si parla di uno standard di vita considerato “minimo accettabile” in questo contesto.

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Lo Stato ha individuato i fabbisogni essenziali: la casa, un’alimentazione adeguata, la possibilità di acquisire il “minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute” (sempre Istat 2009). Su questi ultimi due punti c’è stato un cambiamento fondamentale tra il vecchio paniere e quello nuovo (del 2005): nel vecchio paniere le spese per scuola e sanità non erano calcolate, in quanto si dava per scontato che fossero totalmente a carico dello Stato. Ma successivamente si sono accorti che, di fatto, non era così.

Nel nuovo paniere sono state inserite anche queste spese che risultano a carico della famiglia. Nel caso della scuola parliamo di quaderni, zaini, astucci e cose di questo tipo, spese spesso molto pesanti per le famiglie povere, e questo fino alla scuola secondaria superiore, dopo si fanno ancora più pesanti. Per la sanità invece si intendono quel tipo di servizi che risultano a carico della famiglia come il dentista e il ginecologo (visite specialistiche per cui di solito non si aspetta e si paga interamente la parcella), alcuni medicinali, attrezzature terapeutiche e assistenza a disabili o anziani.

La vita normale e lo standard di vita minimamente accettabile

Per quanto riguarda la casa, non basta averla o poter pagare l’affitto: si calcola anche che le famiglie siano in grado di riscaldarla e di dotarla dei “principali servizi”. Quindi energia elettrica, riscaldamento e, tra i beni considerati “indispensabili”, ci sono la lavatrice, il frigorifero, il “Tv-color” (così lo chiama l’Istat) e la cucina non elettrica.

Se una persona o una famiglia non riesce a sostenere le spese per avere tutto questo – cioè il famoso “standard di vita minimamente accettabile” – è povera.

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La misurazione dell’Istat ovviamente tiene conto delle aree geografiche, perché tra vivere a Bolzano e vivere a Reggio Calabria c’è una bella differenza. Per il valore monetario dei beni, ad esempio degli alimenti, si tiene conto delle differenze tra Nord, Centro, e Sud. Proprio l’aspetto dell’alimentazione è forse quello più curioso, perché fa sembrare lo Stato non un padre autoritario ma più una madre invadente che controlla che i cittadini mangino bene.

La dieta dell’Istat

Infatti l’Istat parla di “un insieme di alimenti, sufficientemente diffusi sul mercato e di uso comune, in grado di assicurare un’alimentazione adeguata“, che garantiscano tutti i nutrienti necessari all’organismo umano per svilupparsi e mantenersi in buona salute, includendo quindi “quei composti utili a promuovere la salute attraverso azioni protettive (ad esempio molecole bioattive come antiossidanti, fitosteroli e fitoestrogeni, di cui frutta, verdura e legumi sono particolarmente ricchi)”. Lo Stato non vuole che il cittadino si ammali, anche perché un cittadino ammalato è un costo.

Per la casa sono state calcolate delle dimensioni minime – se vivete in un cubo di tre metri siete ben al di sotto dello standard di vita minimamente accettabile, sappiatelo – e una media del fabbisogno energetico. C’è poi quella che l’Istat chiama la “componente residuale”, ovvero tutto il resto. E’ molto interessante vedere direttamente la tabella dove vengono sintetizzati tutti gli aspetti di quella che lo Stato considera una “vita normale”.

Questo è il metodo che usa lo Stato per misurare il disagio economico. Gli altri strumenti di misurazione non sono meno importanti e riguardano ad esempio la povertà relativa, che viene calcolata in base al reddito medio: rientra in questa categoria chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio nazionale. Queste e altre misurazioni aiutano a guardare al fenomeno povertà in maniera più ampia, prendendo in considerazione ad esempio la vulnerabilità alla povertà, ovvero la probabilità di diventare poveri.

E se i potenzialmente poveri diventassero realmente poveri?

Qui si apre un capitolo ampio e decisamente grigio: un esercito dalle dimensioni non quantificabili di persone che sono a rischio indigenza. I recenti dati Istat hanno sottolineato l’incidenza della povertà tra i giovani: più è bassa l’età delle persone e più è alta la povertà. Questo significa che se un domani – che in realtà è già oggi – questi giovani non avessero più il sostegno della famiglia come di fatto capita, diventeranno poveri. E saranno sempre di più.

Un numero enorme di persone che lo stato sociale non sarebbe in grado di sostenere, dato che già ora non ci riesce, con numeri più contenuti e nonostante la “svolta” apparsa a Renzi.

Come abbiamo già scritto, al momento i giovani italiani appaiono meno poveri di quanto non lo siano, semplicemente perché tardano a uscire dalla famiglia di origine, cioè mamma e papà, il vero grande Welfare italiano. Ma se dovessero lasciare casa e avventurarsi nella vita reale senza chiedere “prestiti” o regali alla famiglia, una buona parte non sarebbe in grado di pagare un affitto – e ancora meno di comprare una casa – di riscaldarsi, di nutrirsi, di vestirsi, di pagarsi le spese mediche. Il Tv-color, chissà.