150 anni di quel “sicuro navicello che solca limpida e placida onda”

28Il 12 giugno 1867, con atto del notaio Benucci, viene costituita la Banca Popolare di Modena. Siamo ancora in pieno Risorgimento, con l’Italia appena nata, in un clima fecondo per la nascita e diffusione di Banche popolari, come strumento per promuovere il credito a favore delle classi lavoratrici. In questo ambito si delinea il progetto di creazione della Banca Popolare di Modena, voluta dal gruppo dirigente della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso. Il primo bilancio viene approvato nel 1870 a pochi mesi dalla presa di Roma con la breccia di Porta Pia. La sede della nuova banca è nel palazzo Fabrizi, in corso Canalgrande, angolo via Emilia centro. Fin qua potrebbe essere la cronaca di uno dei tanti istituti di credito, nati in una qualsiasi città italiana, che ripercorre le proprio origini per arrivare a spiegare di essere oggi parte di una grande banca, con una sede prestigiosa in una grande città italiana, o estera. E’ già accaduto ad altre banche modenesi e va bene così, perché questo è il corso delle cose.

Invece, questo è l’incipit di una storia che la BPER ha prodotto in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di vita di una banca che oggi è la sesta in Italia come dimensioni, che ha scelto di restare nella piccola città in cui è nata, Modena. Proprio in città la Popolare, così la chiamano ancora i modenesi, ha voluto celebrare il compleanno, offrendo alla cittadinanza tre giorni di eventi (10-12 giugno) e allestendo una mostra, presso la chiesa di San Carlo, aperta fino al prossimo 9 luglio.

Un’immagine che la BPER fa sua per descrivere la propria storia è presa ancora dai documenti storici dei suoi primi decenni di vita ed è quella del , descritto nel 1899 per presentare ai soci un altro anno di buoni risultati di gestione. Una navigazione che ha seguito una rotta sicura, capace di superare indenne le più terribili tempeste, come testimoniato dalle parole della relazione del bilancio 1930: “La crisi economica che si è verificata in quasi tutta Europa e che ha, anche in Italia, cagionato dissesti di organismi già ritenuti forti e sani sotto ogni aspetto, può dirsi che non abbia avuto ripercussione sul nostro Istituto”.

Questa rotta economico-navale subì una prima sostanziale accelerazione nel secondo dopoguerra, quando la Banca divenne “attore principale nel processo di ricostruzione dell’economia locale dilaniata dal conflitto e favorì il boom industriale e artigianale di una delle provincie più povere del Nord, favorendo lo sviluppo dell’economia dei distretti.”
Il legame con il territorio non è una cosa scontata per aziende di questa portata, ma Modena è ben abituata, perché non sono poche le realtà economiche che sono cresciute anche a livello mondiale e che hanno tenuto radici e legami saldi all’ombra della Ghirlandina o nella nostra provincia.

“Un punto fermo di questi 150 anni di storia sono i valori: il rapporto con le persone e la vicinanza al territorio. La storia di BPER Banca racconta infatti questi legami forti; l’istituto è nato in una piccola città dove lo spirito imprenditoriale ha sempre animato le persone. E proprio dall’attenzione al rapporto con le imprese è arrivato lo stimolo a crescere, ad attrezzarsi per migliorare prodotti e servizi e a competere ad armi pari con i più importanti Gruppi bancari. Grazie al rapporto virtuoso con la loro banca – prosegue la sintesi storica prodotta dalla popolare – molte piccole imprese sono cresciute, fino a diventare eccellenze assolute sui mercati internazionali. Questo è avvenuto prima a Modena e in Emilia Romagna, poi via via in ambiti più ampi ed estesi al territorio nazionale, in cui l’istituto ha operato con le stesse modalità di dialogo e attenzione che l’hanno caratterizzato dalla nascita. BPER ha sempre rispettato i valori che animarono nel 1867 un gruppo di cittadini modenesi nel progettare una banca in grado di agevolare il ricorso al credito, rivolgendosi a un ambito sempre più vasto di fasce sociali, mantenendo le persone sempre al centro.” La Popolare è indubbiamente entrata a far parte del tessuto sociale della città, non solo attraverso il rapporto con le imprese e i cittadini, ma anche dando lavoro a migliaia di famiglie della città, creando, almeno nei primi tempi, anche un orgoglioso senso di appartenenza. Ecco perché è nata la scelta di aprire alla città le proprie celebrazioni, offrendo appuntamenti di spettacolo e cultura economica, confermando che Modena resta comunque la “capitale” della banca.

I dubbi non sarebbero infondati, perché la Popolare inizia fin dalla fine degli anni Sessanta vi a superare i confini provinciali con l’apertura di alcune filiali nelle provincie limitrofe e con l’acquisizione di alcune piccolissime banche locali. Nel 1983 la Banca Popolare dell’Emilia, nata dalla fusione della Banca Popolare di Modena e della Banca Cooperativa di Bologna, muove i primi passi da banca regionale, proclamando orgogliosamente che ognuna delle sue filiali – diffuse essenzialmente nelle provincie di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – avrebbe mantenuto “l’identità propria di una banca locale, secondo la tradizione del credito popolare”.

Il 1 maggio 1992 la Banca Popolare di Modena diventa Banca Popolare dell’Emilia Romagna: gli sportelli aumentarono del 37%, i dipendenti del 21%, il patrimonio del 16% e il nuovo Istituto compì l’ultimo passo per accreditarsi come banca regionale. Non passa molto e nel 1994 parte il progetto di costituzione di un Gruppo bancario federale con l’acquisizione di numerose banche locali in varie zone d’Italia, delle quali venne preservata l’autonomia, insieme con il radicamento territoriale. Tale modello resta fino al piano industriale 2012-2014, quando la politica dell’Istituto si indirizza verso una semplificazione adeguata alle nuove esigenze di mercato, per arrivare nel recentissimo 2015 all’adozione del nuovo Piano industriale 2015-2017 e nella ridefinizione del brand e del nome stesso dell’Istituto, diventato appunto BPER Banca.
Oggi BPER è presente in 18 regioni con circa 1.200 filiali, oltre 11.000 dipendenti e 2 milioni di clienti.

A dimostrazione dell’attaccamento a Modena restano anche le numerose presenze che la BPER afferma in città, attraverso sponsorizzazioni e patrocini negli ambiti dello sport, della cultura e dello sviluppo del territorio, fino ad arrivare a quello che ormai in città tutti chiamano “l’Evento”, il concerto di Vasco del 1 luglio.
In contemporanea ai cambiamenti e agli sviluppi che questa storia narra, restano le radici e la volontà di mantenerle, per dire che Modena può essere una città con il tessuto adatto ad ospitare un istituto di credito di dimensioni nazionali. Dopo 150 anni si può dire che la Popolare c’è ancora.

Il guaio di nascere venti giorni prima

Insaf Dimassi, pavullese nata in Tunisia, ci ha incuriosito dopo la sua breve apparizione su Rai3 nella quale parlava della sua assurda storia. Di una cittadinanza italiana mancata per un soffio: per esser nata venti giorni troppo presto (o troppo tardi) rispetto ai dettami della burocrazia. Date un’occhiata al video prima di proseguire nella lettura.

La curiosità iniziale non è andata affatto delusa dalla chiacchierata con Insaf, che volentieri ha parlato di sé, includendo talvolta quel milione di ragazze e ragazzi che con l’approvazione della legge in discussione in Parlamento diventerebbero cittadini italiani.

E il primo spunto Insaf lo offre proprio parlando di questo: “A me è stato negato un diritto, quello di poter partecipare attivamente alla vita del mio Paese, di votare ed essere votata, di dire la mia in sedi istituzionali, volendo farlo”. L’argomento, quindi, dal punto di vista di Insaf, non è una procedura amministrativa o uno status giuridico, ma “un diritto negato”.

Insaf
Insaf Dimassi

“Sono nata in Tunisia, 19 anni fa e con la mia famiglia siamo venuti in Italia quando avevo 9 mesi. Abbiamo vissuto in Sicilia i primi tempi, in provincia di Trapani. Mio papà lavorava come contadino. Poi ci siamo spostati, a causa delle difficili condizioni lavorative e siamo arrivati nell’Appennino modenese; il papà ha iniziato a lavorare da muratore e abbiamo vissuto prima in una frazione di Palagano, poi a Pavullo. Qui ho frequentato tutte le scuole dell’obbligo e il liceo scientifico. Ora sono iscritta a Scienze Politiche a Bologna”.

Insaf parla con voce dolce e determinata e quello che racconta è una storia di una ragazza come tante, forse inusuale per i risvolti di interesse politici e sociali, ma poi neanche tanto rara, visto che la nostra gioventù non è affatto tutta persa negli schermi e nelle luci led.

“Negli anni delle superiori mi sono appassionata di politica, intesa come darsi da fare per migliorare i posti in cui viviamo, partecipare e lottare per i diritti negati. In IV e V superiore sono stata rappresentante di Istituto: ci battevamo quando non erano riconosciuti i nostri diritti, organizzavamo le assemblee di Istituto e attività complementari a quelle scolastiche. Poi il mio interesse si è allargato anche fuori dalla scuola e mi sono interessata di politica locale e nazionale. Mi sono avvicinata al PD e ho iniziato a collaborare con Stefano Iseppi, ex assessore a Pavullo e oggi all’opposizione in consiglio comunale, il quale mi aveva proposto di candidarmi alle amministrative dell’anno scorso. Ma non essendo cittadina italiana, non ho potuto.”

Il papà di Insaf riceve la cittadinanza italiana quando sua figlia è maggiorenne da poco tempo e così non riesce a trasmetterla, come invece ha fatto per la altre due figlie più piccole. Insaf resta, così, tunisina, il che suona davvero strano a sentirla parlare: “Io sono solo nata in Tunisia, non rinnego affatto le mie origini. Ma poi il mio legame vero è qui, a Pavullo e in Italia. Sono italiana in tutto, nel mio modo di pensare, fare, vestire. Non ho nostalgia della Tunisia, sarebbe una nostalgia infondata, perché ci sono tornata pochissime volte e il mio legame è davvero esile. Io sono italiana, mi riconosco nei valori di questo paese, della sua Costituzione e della Repubblica; ma non sono io riconosciuta, mi stanno negando i miei diritti fondamentali”.

Fonte immagine: progetto Melting pot Europa. 
Fonte immagine: progetto Melting pot Europa

a solo partecipare ai contesti istituzionali, ma lottare e promuovere per le proprie idee,per i proopri diritti. Non ho come obiettivo una carica, ma un impegno costante per migliorare le nostre condizioni di vita, la nostra quotidianità.”

La proposta di legge dello Ius Solis temperato ti soddisfa?
“Sì, credo che sia un passo in avanti molto importante, che riscatta il diritto negato di chi è nato qui ed è italiano al 100%, oppure chi, come me, è cresciuto in Italia e si sente italiano”

La legge ha questo aggettivo “temperato”, che sembra ridurla un po’. Gli Stati Uniti, del tanto criticato presidente Trump, hanno lo Ius Solis puro; basta nascere in territorio USA e si è cittadini, non importa altro.
“In Italia, a mio avviso, non ci sono le condizioni culturali per uno Ius Solis puro. Non basta nascere in un territorio per esserne parte, occorre crescerci, studiare, avere dei legami sociali. La cittadinanza non è innata, ma cresce insieme a te. Se nasco in Italia e poi mi sposto continuamente in giro per l’Europa, o per il mondo, allora non posso dire di esserlo. Ma se nasco o cresco in Italia e faccio mie la cultura e le leggi, allora sono italiana.”

Se venisse approvata l’attuale proposta di legge circa 1 milione di ragazze e ragazzi acquisirebbero la cittadinanza. Sono 800mila nati nel nostro Paese e 200 mila cresciuti nel sistema scolastico e sociale. Tuttavia a me non sembra che tutti i ragazzi stranieri si sentano italiani, forse non tutti lo vorrebbero.
“E’ vero, sono d’accordo. Chi oggi ha la carta di soggiorno illimitata non ha alcun altro beneficio dalla cittadinanza, se non girare per l’Europa con meno fatica. Non tutti i miei coetanei sono integrati. Dipende da come si cresce, da quali legami si tengono con la terra d’origine, a quale cultura si fa riferimento. Come ho già detto, la cittadinanza è un senso di appartenenza. E’ importante studiare, compiere il percorso scolastico. Sono importanti le amicizie, frequentare gruppi di persone multiculturali. Altrimenti si resta svantaggiati rispetto al rapporto con l’Italia. Tanti ragazzi non hanno conosciuto i valori della Repubblica Italiana e, quindi, non possono confrontarsi con essa, né fare una scelta di appartenenza. Istruzione, cultura e rapporti di amicizia sono le strade per l’integrazione vera”

Come vivono i tuoi genitori questa tua identità?
“26I miei sapevano che venire qui e farci frequentare la scuola e crescerci in Italia avrebbe potuto portare a questo. Loro rispettano la mia scelta.”

Insaf parla un bellissimo italiano, fluido e senza particolari accenti. Non le ho neanche chiesto se sa l’arabo. Del resto non è una domanda che pongo frequentemente, anzi mai; dovrebbe esserci un motivo per farla.

Il mio lavoro nel paese più complicato del mondo

Claudia Lodesani, nata e cresciuta e Modena, dove si è laureata in Medicina con specializzazione sulle malattie infettive, lavora dal 2002 per un’importante ONG di medici per la quale compie missioni in diversi paesi e per periodi variabili dai 6 ai 12 mesi. Passa i mesi di intervallo a Modica, dove ha preso la sua residenza italiana. “La scelta di Modica è stata decisa da me e il mio compagno, che è francese. Abbiamo preso casa in Sicilia perché ci è piaciuto il posto e questa regione è anche diventata la sede italiana del mio lavoro, perché ora con i migranti ci sono situazioni estreme anche nel nostro paese. Vivono nel limbo della scarsa assistenza, per tante ragioni sia soggettive che oggettive; vagano nei vicoli dell’organizzazione medica italiana e a volte perdono i diritti di starci. A Trapani abbiamo aperto una sede post ospedaliera, per le terapie e le riabilitazioni e stiamo avviando un progetto di etnopsichiatria. A Roma abbiamo un ambulatorio per vittime delle torture, coordinato da un’altra modenese, Laura Cremonini.”

La chiacchierata che Claudia intrattiene con i presenti all’incontro organizzato dall’associazione Deade è basata sulla situazione del Sud Sudan, ma si intreccia, con una trama lineare e senza falle, con il racconto di una vita di 15 anni nelle frontiere mediche del nostro pianeta. In Sud Sudan la base è la capitale, ma poi ci si sposta in questo paese, dimenticato dalle cronache. “E’ forse la Nazione più giovane della Terra, avendo ottenuto l’indipendenza dal resto del Sudan nel 2011. Poi nel 2013 è scoppiata la guerra civile, guidata dalle etnie principali del presidente e dell’ex presidente, alle quali si sono aggiunte le altre. Ma soprattutto, è un Paese ricco di petrolio, che è sfruttato maggiormente dal Sudan del nord, per un accordo politico dei tempi dell’indipendenza. E’ il paese più complicato del Pianeta, pieno di qualsiasi povertà e privazione si possa immaginare”

Claudia Lodesani
Claudia Lodesani

Il Sud Sudan, infatti, è quasi privo di scuole; ha circa 12 milioni di abitanti e 2 milioni di essi sono profughi, sia interni che esterni. Un milione scarso di sud-sudanesi vivono in campi in Uganda. Gli spostamenti sono frequenti, perché le zone petrolifere sono costante bersaglio di attacchi e guerriglie. Lavorare in Sud Sudan non è affatto semplice. “E’ davvero il paese più difficile che io abbia frequentato. Sono stata in Marocco, Burundi, Haiti e Congo, ad esempio, ma nessuno è così malmesso. Adesso lavoriamo a tre progetti nel paese: uno di maternità e pediatria; uno di assistenza medica completa ai profughi interni; il terzo un piccolo ospedale da campo in una palude, vicino ad un centro di conflitto” Il Sud Sudan è attraversato trasversalmente dal Nilo, il quale, nella stagione delle piogge tracima e crea una palude per chilometri e per quasi metà anno. I medici lavorano con il fango ai polpacci a volte. “Non ci sono certamente gli standard igienici dei nostri ospedali, ma neanche della maggior parte di quelli africani. Nella stagione delle piogge quasi tutto si ferma e si aspetta il defluire delle acque, però l’assistenza medica non può fermarsi.”

Il Sud Sudan spende il 90% delle proprie entrate in armi, l’1% in istruzione e l’1% in salute. La situazione è davvero complessa e le etnie non accennano a diminuire il conflitto. E’ per questo che, parlando con Claudia, mi esce la domanda più scontata possibile, che, in genere, si fa per sentirsi dare qualche rassicurante risposta. Del resto sto parlando con un medico!

Claudia Lodesani con Kindi Taila
Claudia Lodesani con Kindi Taila

“Il 3 ottobre del 2015 a Kunduz, in Afghanistan, un ospedale è stato bombardato e sono morti molti medici e personale sanitario, oltre che pazienti. Gli USA, autori del bombardamento, non hanno ancora subito alcuna inchiesta e non hanno dato spiegazioni attendibili. Ma sappiamo che non è stato un errore, una bomba caduta per caso, ma un bombardamento di mezz’ora con un comando che indicava le coordinate. Certamente dentro alle sale c’erano dei taliban, ma noi non abbiamo mai fatto distinzioni tra i feriti. Ora, quella data è il crollo di una frontiera: l’immunità degli ospedali. Oggi nessun è più sicuro in una sala operatoria e questo deve preoccupare tutti, perché il diritto alla salute è universale ed è sancito anche nelle zone di guerra. Il Sud Sudan forse è lontano, ma il diritto alla salute è di tutti, per tutti. Restare indifferenti a questo episodio e lasciare impunità e silenzio è l’inizio della perdita dei diritti fondamentali. Del resto – continua Claudia, che, per la prima, vela il suo sorriso accogliente –questo paese che vive da 4 anni una guerra civile uguale a quella siriana è nella lista dei “paesi sicuri”, cioè i migranti sud sudanesi sono migranti economici, non politici o perseguitati. Se questi sono i metri di valutazione, se non ci sono parametri riconosciuti, allora non saprei rispondere alla domanda sul pericolo”

Il pubblico presente all'incontro
Il pubblico presente all’incontro

E’ stato di questo tenore anche l’intervento di Kindi Taila, dell’associazione Deade, che ha coordinato l’incontro. La dottoressa Taila ha raccontato che un militare gli ha spiegato come in Africa “ottimizzano” i bombardamenti: prima bombardano una zona; poi calcolano i tempi di arrivo all’ospedale ed, infine, bombardano l’ospedale. Così si alza il numero delle vittime. Siamo di fronte ad una strategia che usa gli ospedali come obiettivi importanti per il risultato militare. “Viviamo in due mondi separati – riflette Claudia – uno occidentale, come lo pensiamo noi e l’altro non occidentale. Questa contrapposizione si è inasprita e ha chiuso le rispettive posizioni” La contrapposizione riguarda sicuramente qualsiasi parte in conflitto; ricomporla, si vedano i vari scenari di guerra, è cosa molto complessa. Il coinvolgimento di ospedali e operatori segna un inasprimento molto preoccupante. E mentre penso a tutto ciò, Claudia parla di cosa farà da domani, tornata a Juba.

In copertina: villaggio del Sud Sudan (fonte: Wikimedia)

“Modena? E’ la città delle opportunità”

“Se tutta l’Italia fosse come Modena, l’Italia sarebbe come la Germania”. Con questo esordio Tommaso Rotella, assessore della giunta Muzzarelli da giugno 2014 a maggio 2017, soddisfa ed esaurisce allo stesso tempo la curiosità di parlare con un uomo di Pescara che, a causa degli studi universitari, si trasferì sotto la Ghirlandina per rimanerci a lavorare e vivere e che ha svolto, appunto, anche un’importante esperienza amministrativa.
“La politica mi ha sempre appassionato e l’idea di provare a fare un’esperienza amministrativa mi ha sempre interessato. Ma non era un obiettivo primario, quanto una possibilità eventuale di provare un percorso di impegno in questa che è ormai la mia città”. Tommaso Rotella arrivò a Modena al termine del liceo, fatto nella sua città natale Pescara, scegliendo quasi per caso la facoltà di Giurisprudenza.

tommaso-rotella-1“Negli anni 90 era già una delle prima 10 facoltà italiane, così riconoscevano i vari report che aiutavano gli studenti nell’orientamento. Venni a visitare Modena e decisi di stabilirmi qui. Bologna era un città troppo grande e dispersiva per i miei genitori e a Modena scoprii tanti posti in cui si suonava dal vivo, con bellissima musica e tanti chitarristi. Anch’io suono, così il binomio Università e musica mi attirò qui. I primi due anni, infatti, ho suonato e ascoltato davvero tanta musica.”

Dopo la laurea Rotella si ferma a Modena, per il classico percorso di praticantato e lavoro, si fidanza e si sposa, inizia la sua carriera di avvocato tributarista e fiscalista, fino ad aprire uno studio con un altro socio in pieno centro a Modena. “Questa è stata la prima grande soddisfazione che mi ha dato Modena: l’opportunità di provarci. Modena è la città delle opportunità, con tantissime persone che lavorano ad alto livello, con spazi per poter avere delle idee e provare a realizzarle. Io credo che questa città abbia una costante propensione al miglioramento; ho viaggiato molto e viaggio tuttora per lavoro, mi sposto molto per l’Italia e all’estero e credo che solo Modena e Milano abbiano questa caratteristica”

L’idea di Rotella è stata poi confermata dai tre anni di assessorato. Con le deleghe relative alle attività economiche, al turismo, al commercio, all’agricoltura, all’artigianato, alle Pmi, alla cooperazione e alla promozione della città la conoscenza della nostra città è diventata ancor più profonda: “Ho conosciuto molta gente che chiedeva di incontrarmi non per domandare qualcosa, ma per dirmi cosa stava facendo e quali idee avesse per la città. Moltissimi giovani, moltissimi progetti, molte imprese e associazioni che sono il motore della ricerca del miglioramento e che garantiscono anche un controllo sociale importantissimo, che si prende cura del contesto in cui vive e lavora. Ho visto molta gente che spinge per fare cose, mettersi in gioco e contribuire a tutta la società. Questo credo che sia il modo migliore per vivere la propria città, perché non ci si può lamentare e protestare e poi presentare un esposto in procura alla prima cosa che si pensa che non vada. In questo il consiglio comunale di Modena è un ottimo esempio; avrà i suoi limiti, come tutte le cose, ma è ancora un luogo di richiesta e confronto”

Da questo insieme di deleghe, quale è stata quella più sorprendente?
“Tutte le deleghe e tutte le tematiche mi hanno dato qualcosa e mi hanno fatto imparare molte cose. Anche quella della Polizia Mortuaria mi ha fatto scoprire aspetti sconosciuti. Il culto dei morti e le evoluzioni di questo culto devono portare a pensare a strategie diverse per gli spazi ad essi dedicati; lo stesso cimitero di Modena è stata una scoperta: quante volte siamo andati a riaprire i cancelli, perché erano rimaste dentro persone che si era fermate fino a sera ad ammirare la parte monumentale!”

E quale è stata la sfida più impegnativa?
“Direi che la più entusiasmante, quindi anche impegnativa, è stata quella del turismo e della promozione della città. Abbiamo avviato dei progetti importanti, trovando un clima inizialmente abbastanza teso che si è trasformato pian piano in qualcosa di propositivo. Modena ha la sue possibilità e ora stanno crescendo, come dicono i numeri. E’ stato fatto il sito Visitmodena, un programma di eventi condiviso, sono stati aperti i posti più significativi, perché altrimenti tutto sarebbe stato vano. La Ghirlandina è davvero una bella soddisfazione: 40mila visite, automantenuta grazie ai biglietti venduti. Una cosa che non si vede spesso nei monumenti italiani”.

Tommaso racconta queste cose da vero modenese e, allo stesso tempo, svela a chi a Modena è nato e cresciuto aspetti che rischiano poi di perdersi nella scontata quotidianità. La valutazione davvero lusinghiera della città è a 360 gradi. “Anche nel pubblico sono stato davvero colpito della qualità del lavoro. Soprattutto ho trovato anche qui dedizione e voglia di migliorare”. Ma non è solo una considerazione monotona e incantata. “Bisogna essere consapevoli della complessità della società e dei conflitti che essa nasconde. Io ho affrontato il mio incarico con la tensione costante di avere di fronte una sfida difficile. L’amministrazione della cosa pubblica non è un’azienda da mandare avanti, il sindaco non è un amministratore delegato e gli assessori dei manager. Non può prevalere la strategia aziendale della sopraffazione per ottenere dei risultati in concorrenza. L’obiettivo è servire tutti gli interessi, in una esasperante ricerca dell’equilibrio e della decisione che soddisfi. Anche se non è sempre possibile, ma non deve mai smettere il tentativo di provarci.”

Poi però è arrivato un momento in cui l’incarico è terminato prima della sua scadenza naturale
“Il mio lavoro è cresciuto in questo periodo e mi ha messo davanti ad una scelta. Gestire due agende così fitte non sarebbe stato possibile né responsabile. Ho voluto continuare lo stesso rapporto di correttezza che fin dall’inizio abbiamo avuto io e il sindaco. Muzzarelli ha una passione straordinaria, mi ha dato molto politicamente e si è comportato con me sempre in modo chiaro e corretto. Abbiamo avuto i nostri scambi di vedute, ma è anche nato un rapporto personale, come ha detto lui stesso il giorno delle miei dimissioni. Così ho voluto essere altrettanto chiaro e onesto.”

Rotella ci regala un’immagine di Modena davvero importante e, allo stesso tempo, molto impegnativa. Il riconoscimento di un tessuto sociale complesso e impegnato, con potenzialità e possibilità vive e operanti è un livello da mantenere per vivere ogni cambiamento e ogni decisione. “Amministrare una città è raccogliere una sfida con problemi di elevata complessità e con obiettivi e soluzioni che devono raccogliere il più possibile ognuna di queste realtà. L’amministratore lavora per difendere tutti, non tiene una parte contro un’altra e si pone degli obiettivi razionali, con il valore più alto possibile.”

Se Modena è davvero un contesto così ricco ogni occasione persa o fallita per litigiosità sarà doppiamente pesante per tutta la città.

Gionata che amava Davide come se stesso

“Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l’anima di Gionata si era già talmente legata all’anima di Davide che Gionata lo amò come se stesso. Saul in quel giorno lo prese con sé e non lo lasciò tornare a casa di suo padre. Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso. Gionata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura”
(da
Sam. 18, 1-4)

Oggi, 17 maggio, si celebra a livello internazionale la giornata contro l’omotransfobia e ogni altra forma di discriminazione e di odio. Questa data è stata scelta perché è il giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità tolse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Un buon anniversario, una buona data da ricordare. Ma solo un primo passo, primo di tantissimi ancora da fare.

Le cronache, italiane e straniere, ci dicono che l’omofobia è rimasta radicata nei pensieri e nei comportamenti di molte persone, causando anche fatti di cronaca nera molto pesanti.

Si cerca di richiamare l’attenzione comune su un tema un po’ trascurato, ma presente, perché è impossibile che esista qualcuno che non abbia una qualsiasi idea sull’omosessualità o sulle svariate tematiche gender. Il fatto è che, spesso, queste idee si formano in contesti intrisi da luoghi comuni, distanti dalla realtà, perché la realtà di cui parlano e pensano non l’hanno mai incontrata.

Proprio l’incontro è uno dei primi obiettivi dei tanti gruppi di cristiani LGBT, cioè di persone omossessuali, lesbiche, bisessuali e transgender, che vivono la loro fede cristiana con grande difficoltà e molto coraggio, perché proprio a questa fede si richiamano per aprirsi. “C’è molta politica e ideologia anche in questi ambienti. La nostra fede non è stata inizialmente ben accolta nemmeno da altro gruppi di omosessuali, come l’ARCI Gay. Ma ora finalmente i tempi stanno cambiando e qualcosa migliora sempre”. Angelo, del gruppo In Cammino di Bologna, trasmette molto ottimismo nel presente e nel futuro vicino, perché “giornate come il 17 maggio servono proprio ad aumentare gli incontri, la condivisione, il conoscersi. E conoscendosi cadono molti pregiudizi.”

I gruppi di cristiani LGBT sono sparsi un po’ per tutta Italia; i più vicini a Modena sono a Bologna e Reggio Emilia. Il sito www.gionata.org – portale su fede e omosessualità – raccoglie i contributi di questi gruppi e mette in rete molte riflessioni. Inoltre, pubblica le notizie che arrivano un po’ da tutta Italia, compreso una mappa con date e luoghi delle veglie organizzate e aperte a tutti.

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A Bologna il gruppo In Cammino organizza un incontro di preghiera per le vittime dell’omotransfobia e di ogni discriminazione, nella parrocchia di S. Bartolomeo Della Beverara, la sera del 18 maggio. Il tema di quest’anno è tratto dalla lettera di Paolo a Romani: ”Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Romani 12,14). Un coraggioso messaggio di dialogo e incontro, che supera i rancori di tante piccole e grandi umiliazioni. “Per fortuna – racconta Angelo a Note Modenesi – a Bologna i fatto violenti di omotransfobia sono davvero scarsi, quasi nulli. Ma sono gli atteggiamenti e le parole che spesso feriscono di più. Una battuta, una frase, un atteggiamento mostrano il pregiudizio che esiste verso gli omosessuali. Gli adolescenti poi sono molto duri. E’ un’età molto portata a questi atteggiamenti, ma anche molto esposta al pregiudizio. Noi cerchiamo occasioni di incontro per sradicare questa intolleranza. Quest’anno quattro parrocchie di Bologna ci hanno chiamato a parlare nei loro gruppi giovanili. Forse quattro parrocchie su quattrocento è un numero percentualmente ancora molto basso, ma intanto sono quattro! I capi scout o gli animatori ci cercano e questo era impensabile poco tempo fa.”

Questi cristiani, credenti a praticanti si ritrovano abitualmente insieme, a pregare e cercano di aprirsi al mondo che hanno intorno. La stessa scelta del versetto di questa giornata 2017 è un messaggio di grande disponibilità al dialogo. Così commenta uno dei gruppi di Reggio Emilia, che ha fatto la Veglia nella chiesa Regina Pacis lo scorso 14 maggio: “Il Versetto che è stato scelto quest’anno e che unisce le tante veglie di preghiera che si celebreranno anche nei giorni precedenti e successivi al 17 maggio è un esortazione che Paolo rivolge ai suoi interlocutori nel capitolo 12 della lettera ai Romani: Tutte le volte che siamo stati oggetto di pregiudizi, offese, insulti, violenza, discriminazione solo perché ci trovavamo in un periodo di fragilità fisica od emotiva o perché donna o migrante o gay, lesbica o transessuale, ci siamo sentiti nei confronti dei nostri aggressori soli ed indifesi, esattamente come Gesù davanti ai sommi sacerdoti e ai soldati romani, che poi lo hanno condannato e ucciso. L’esempio che Gesù ci ha lasciato è però un esempio di perdono, non di vendetta nei confronti dei propri aguzzini, non opponendo nessuna resistenza ma anzi accogliendo fino all’ultimo le persone che gli avevano fatto del male.

Pura follia, follia evangelica è l’esempio di Gesù e quello che ci esorta a fare l’apostolo Paolo quando ci invita addirittura a benedire coloro che ci insultano e ci maltrattano. Pregare e sperare perché queste persone possano aprire il loro cuore all’amore, possano imparare ad amare invece che odiare o aggredire e proprio attraverso il nostro comportamento cristiano: ad imitazione di Cristo, possano riflettere e convertirsi”.

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Le città italiane dove si svolgono queste veglie sono davvero tante ed ogni realtà vive la propria spiritualità in contesti anche molto diversi. “Al Sud la situazione è più pesante, gli atti di omotransfobia sono più frequenti, così come l’emarginazione. Però aumentano le chiese che accolgono le nostre veglie, i sacerdoti sono meno diffidenti”. Angelo dice che a Bologna, anche con vescovi più conservatori dell’attuale, si sono sempre trovati degli spazi e nel tempo è aumentato l’interesse. Il vescovo attuale ha già incontrato alcuni piccoli gruppi. Il papato di Francesco ha migliorato una situazione molto delicata e complessa. “Noi proseguiamo la nostra strada di proposte, alle quali crediamo molto. Ora, gruppi scout e parrocchie ci cercano e parlano con noi. Anche il vostro vescovo di Modena, quando era ancora un sacerdote in Romagna, aveva partecipato ad un incontro di cristiani LGBT.” Certo non è sempre stato così e non lo è dappertutto. Il grande paradosso in cui si mettono le curie e i vescovi che negano le chiese per le veglie è quello di impedire a dei credenti di trovarsi a pregare: un “vietato pregare!” davvero sconcertante. Ma l’ottimismo di Angelo ci parla di importanti cambiamenti.

“Del resto l’omotransfobia è un problema degli eterosessuali, non di certo delle nostre comunità. Noi cerchiamo di farlo superare, condividendo la preghiera e la fede comune”.

Tutte le immagini sono tratte da Progetto Gionata

La Chiesa modenese e la pratica dell’accoglienza diffusa

L’arcivescovo di Modena don Erio Castellucci prosegue gli incontri di confronto e riflessione comune con i cristiani cattolici modenesi. Domenica 7 maggio, sempre presso la parrocchia della Madonna Pellegrina a Modena, il tema affrontato è stato “Lo “straniero” oltre l’emergenza: quale modello per l’accoglienza e l’integrazione”. La formula scelta da don Erio e dagli organizzatori della serata ha messo al centro proprio lo scambio di pareri e idee dei presenti, parte dei quali avevano già avuto modo di mandare un contributo via email. L’incontro è iniziato con tre brevi relazioni. Alessandro Monzani, dell’Ufficio diocesano della Pastorale del sociale e del lavoro, ha illustrato qualche dato statistico sulla presenza di stranieri a Modena e provincia, mettendo a confronto numeri e percentuali variate nel corso degli ultimi vent’anni, sia riguardanti i numeri assoluti, le fasce d’età e la composizione di genere, sia riferiti alla suddivisione delle mansioni lavorative. Davide Chiappelli ha parlato di scuola e dell’incidenza degli studenti stranieri in ogni ordine di istituto e della capacità e possibilità di integrazione che la scuola dovrebbe svolgere. Oltre alle statistiche questo intervento ha rilanciato alcuni temi come le azioni positive, la rigidità del sistema scuola, l’urgenza quale elemento di ostacolo all’applicazione dei protocolli di accoglienza. Infine, Federico Valenzano, della Caritas diocesana di Modena ha affrontato le questioni più concrete e gli effetti sociali dell’accoglienza dei profughi, con particolare attenzione all’esperienza dei centri Caritas modenesi.

Photo credit: babasteve Portrait of a Refugee via photopin (license)
Photo credit: babasteve Portrait of a Refugee via photopin (license)

E’ stato dopo queste introduzioni che si è aperto l’intervento ai presenti, moderati dal parroco della Madonna Pellegrina don Matteo Cavani. Le questioni sollevate sono state molto diverse, così come differenti sono gli approcci proposti al problema dell’accoglienza del profugo, perché oggi in Italia così è considerato il flusso di arrivi sulle nostre coste e la sistemazione di queste persone. La serie di interventi ha messo in evidenza che all’interno dello stesso contesto cattolico modenese le idee e le azioni conseguenti sono eterogenee. Gli approcci proposti hanno presentato al vescovo Erio la molteplicità dei proprio fedeli e, forse, questo è davvero il primo aspetto da affrontare per il pastore della comunità cattolica. E’ stato evidente che queste diversità non costituiscono solo una ricchezza da sfruttare per variare stile e metodi, ma sono comunque un mosaico da comporre, se si vuole costruire una risposta accogliente uniforme, che non spiazzi lo straniero arrivato e che costituisca una proposta di riferimento per la società civile e politica italiana.

Non a caso la serata è stata aperta da don Matteo con un criterio teologico per definire questi anni di arrivi numerosi: la presenza degli stranieri è un segno dei tempi e come tale va accolto, interpretato e vissuto. Ugualmente significativa è stata la citazione di un paragrafo della Evangelii gaudium di papa Francesco, al numero 231 “La realtà è superiore all’idea”, in particolare dove il papa scrive: “L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono.” In pratica, questo segno dei tempi non è solo un’idea che si deve cogliere, ma una realtà che si deve vivere.

Questa dimensione è stata messa in luce nella stessa prefazione alla discussione, in particolare dall’intervento di Monzani, che ha evidenziato come la percezione dello straniero e della sua presenza in Italia sia molto distorta dalla realtà nel sentire degli italiani. I numeri degli stranieri sono dichiarati 3-4 volte sopra al reale, così come i praticanti mussulmani o i lavoratori e disoccupati.

castellucci2Don Erio ha parlato alla fine della serata, in un intervento che non ha voluto essere riassuntivo né conclusivo, ma a sua volta propositivo, con idee e proposte da approfondire. Il vescovo ha parlato di quattro livelli nei quali si trovano i profughi: quello macropolitico, quello micropolitico, quello ecclesiale e il livello della società. Nel primo ci sono le cause e le soluzioni di ampio respiro, che possono, anzi devono, portare anche a programmi di intervento nei paesi di partenza; ad esempio anche la sola decisione di non vendervi armi sarebbe un passo non piccolo. Il livello micropolitico è quello italiano e locale. Qui si deve operare nelle cultura e nella politica, nel ridurre la deformazione della realtà, modificare il linguaggio della gente. La stessa definizione di straniero non vede uguali posizioni, basti solo pensare ai nati in Italia da genitori immigrati. In questo passaggio don Erio ha raccontato l’aneddoto di Adil, uno dei referenti della comunità islamica modenese, che ha un figlio nato a Modena che va alle medie. La maestra assegna alla classe un compito: “descrivi la tua città” e il ragazzino scrive di Modena. La maestra corregge il compito , ma poi gli dice: ”Bello, ma ora scrivimi qualcosa della tua città”. A quel punto lo studente chiede: “Ma papà, qual è la ma città?” E’ anche così, forse, che termini come immigrato, mussulmano, integralista e terrorista trovano spesso casa nello stesso discorso, senza distinzioni molto evidenti.

A livello ecclesiale la prima opera da fare è rendere omogenee le realtà che operano nell’accoglienza e nell’assistenza.

Photo credit: EU Civil Protection and Humanitarian Aid Walking with Ali: Making life easier for refugees with disabilities via photopin (license)
Photo credit: EU Civil Protection and Humanitarian Aid Walking with Ali: Making life easier for refugees with disabilities via photopin (license)

Infine, il livello della società è quello della scuola, del carcere, dell’ospedale; tutti contesti nei quali troviamo “lo straniero”. Qui, conclude don Erio, occorre praticare l’accoglienza diffusa: “Non possiamo prevedere il numero massimo di arrivi in Italia, ma la modalità di accoglienza strutturata sì”

Questo è il passo, probabilmente, più difficile. Perché lo stesso incontro ha evidenziato come occorra, anche in contesti così definiti e con senso di appartenenza forte come una comunità ecclesiale, definire alcune linee condivise di comportamento.

Una sfida che riguarda sicuramente il nostro Paese intero, ma che tocca nel profondo i cattolici, che condividono una fede che potrebbe essere chiave di letture e comportamenti omogenei. Forse non uguali da renderli indistinguibili, ma neanche contradditori. Un segno dei tempi solleva domande e chiede una risposta corale di accoglimento della sfida.

Immagine di copertina, photo credit: Ars Electronica Just Before Paradise / Cengiz Tekin (TR) via photopin (license)

Il 13 maggio è il giorno più equo dell’anno

Sono più di 25 anni che a Modena il Commercio Equo si propone di cambiare le regole “del gioco” del mercato globale, per rafforzare e sostenere i mercati locali, che in questi anni hanno aumentato la loro presenza nel Sud del Mondo, ma l’hanno diffusa anche in zone d’Europa e delle Americhe che hanno visto arrivare forme di sfruttamento preoccupanti.
Oggi il Commercio lavora con milioni di lavoratrici e lavoratori nel mondo, organizzati in cooperative o piccole aziende familiari. Le 2mila realtà produttive di agricoltura e artigianato sono presenti in 50 Paesi in Africa, Asia, Medio Oriente, America Latina ed Europa. Il fatturato a livello mondiale cresce ed è arrivato a 8 miliardi di euro, ma in Italia le cifre sono ancora contenute. Infatti, se si aggregano i dati Fair Trade, che importa e distribuisce soprattutto nella grande distribuzione, e quelli di Equo Garantito, il Registro italiano che raccoglie soprattutto le botteghe del mondo e i loro referenti di importazione, si conta un fatturato nella nostra Penisola di poco meno di 200milioni di euro. Una partecipazione davvero bassa. Basta considerare che, ad esempio, in Svizzera la spesa annuale pro capite di equo solidale è di € 47, in Italia solo di € 1,60.

13maggio

La Giornata Mondiale, quindi, è uno degli strumenti che servirà ad attrarre l’attenzione del consumatore. Un attenzione che c’è, visto i dati di crescita del bio e di prodotti a filiera corta; vista l’approvazione della legge nazionale 2272 il 3 marzo del 2016; visto comunque una piccola ripresa nei consumi specifici dell’equo in Italia.
La rete delle Botteghe del Mondo è una realtà ancora diffusa nel nostro Paese e rappresenta circa il 30% del fatturato Italiano, che è presente anche in diverse catene di media e grande distribuzione. Il lavoro delle Botteghe ha sempre un’altissima attenzione alla parte informativa e culturale. E’ uno sforzo molto impegnativo e molto faticoso, ma la convinzione è che il consumatore si fidelizza se diventa realmente consapevole del valore del proprio acquisto, ripetendolo così nel tempo.

“Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Il Commercio Equo e Solidale è una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: dai produttori ai consumatori” Questi criteri base del Commercio Equo, così riassunti da Sem Occhiocupo, presidente di coop Oltremare, sono quindi l’etichetta da trasmettere insieme alla qualità del prodotto, ai suoi ingredienti e componenti, alla trasparenza della composizione del prezzo finale.

10 PRINCIPI COMMERCIO EQUO

Sarà questo l’obiettivo de “La fierucola delle trame sane”, l’incontro con la filiera del tessile etico e sostenibile, che si terrà a Vignola, proprio il 13 maggio, dalle 10 alle 19, in via Bonesi. Abbigliamento, calzature, accessori saranno esposti da diversi produttori locali e italiani, che si fermeranno con i visitatori e clienti più curiosi a spiegare il grande mondo che esiste dietro l’industria tessile. Basti pensare che la produzione tessile è la più inquinante sul pianeta, dopo quella petrolifera, che i lavoratori delle fabbriche asiatiche non sono ancora pagati con i minimi sindacali, che le condizioni di lavoro in generale sono spesso di sfruttamento umano e ambientale. Oggi comprare una maglietta a 5 euro non può non far sorgere la domanda di come è distribuito questo misero prezzo tra produttori del tessile, produttori del capo, intermediari, pubblicità, importatori e distributori, lavoratori e rivenditori finali.

Nel contesto della Fierucola ci saranno anche laboratori sartoriali per grandi e bambini, il ristoro, la proiezione di due video davvero illuminanti su quanto prima accennato e un concerto. Il programma e le informazioni si trovano su www.gasvicambia.it.
Anche la cooperativa Oltremare si concentrerà sulle questioni legate all’abbigliamento, promuovendo la Fashion Revolution e il sostegno a produttori etici, attenti all’ambiente, alle condizioni dei lavoratori e all’empowerment delle donne a Vignola durante la Fierucola, a Modena il 27 maggio e in Valsamoggia il 22 giugno con proiezioni, sfilate, mercatini e un piccolo angolo degustazioni.

Fonte immagine: http://wfto.com
Fonte immagine: http://wfto.com

L’idea di informare sui principi del commercio equo sarà veicolata anche dalle Colazioni equosolidali, offerte in assaggio presso le Botteghe di Oltremare di Modena e Valsamoggia nella mattina del 13 maggio. I prodotti alimentari sono le primissime referenze delle filiere del Fair Trade come storia e numeri di vendite. In particolare materie prime come il caffè o la cioccolata o il tè sono tra le più diffuse e acquistate e sono beni di largo consumo nelle nostre case. Per questo una colazione equosolidale avrà l’opportunità di far gustare l’intera filiera della loro provenienza e di parlare degli enormi benefici che le cooperative di coltivatori o le piccole aziende familiari godono dal loro lavoro, affrancandosi, ad esempio, da meccanismi finanziari che decidono in una borsa quale sarà il prezzo al chilo del caffè, senza alcuna attenzione per la quota riservata al produttore. Lo spirito dell’iniziativa, legata alla campagna nazionale di Altromercato, è spiegato dal presidente di Oltremare, Sem Occhiocupo: “il 13 maggio nelle Botteghe Oltremare, in Calle di Luca a Modena e negli altri centri, aspettiamo i nostri eroi con i loro superpoteri- e cioè tutte quelle persone che, nascoste in un gesto quotidiano come la spesa, riusciranno a contribuire a migliorare il mondo. vogliamo incontrarli per dare loro l’energia necessaria con la colazione e percorrere insieme un pezzo di questa avventura”.

Il mondo del commercio equo e solidale è un insieme molto diffuso. Nei cinque continenti ci sarà un’unica festa del commercio equo il 13 maggio 2017. Un’azione proposta in diverse città sarà la catena dei commercianti, uniti a consumatori, politici e sostenitori, per dimostrare l’impegno verso il commercio equo e il pianeta, la strada verso lo sviluppo sostenibile. Il tutto tramite uno dei gesti più diffusi e necessari per ogni singolo e ogni famiglia del pianeta: la spesa.

Fonte immagine di copertina: Pixabay

Quando “semplificare” significa ridurre le garanzie (dei più deboli)

“Scandaloso e vergognoso”.
“Strumento a discapito dei diritti”.
Si potrebbe riassumere così il commento sul decreto Minniti-Orlando degli operatori modenesi che a vario titolo lavorano con i profughi e che nella stragrande maggioranza hanno contestato l’ultima misura presa dal Governo italiano in materia di procedure di riconoscimento dello status di profugo.

Il decreto, convertito nella Legge 46 del 13/04/2017, porta il nome del ministro dell’interno Marco Minniti e del ministro della giustizia Andrea Orlando e contiene “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Si capisce, quindi, già dal titolo l’obiettivo principale della legge, che ha 4 contenuti prioritari: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.

Elisabetta Vandelli
Elisabetta Vandelli

Secondo le dichiarazioni degli stessi ministri, il decreto nasce dall’esigenza del governo di accelerare le procedure per l’esame dei ricorsi sulle domande d’asilo, che nell’ultimo anno sono aumentati e hanno intasato i tribunali. A questo proposito sono state create 26 sezioni speciali, cioè tribunali di primo grado specializzati, con giudici dedicati. “Già questa misura è un’anomalia nel sistema giudiziario italiano, che porterà ad un isolamento culturale – ci spiega Elisabetta Vandelli, di Avvocati di strada di Modena e membro del comitato scientifico del Festival della Migrazione – Questi tribunali speciali non sono dedicati ad una materia, come ad esempio i tribunali del lavoro, ma ad una categoria di persone, i migranti, in particolare i migranti più poveri, perché sono questi coloro che arrivano nelle nostre coste e cercano un riconoscimento legale, senza avere i mezzi di sussistenza.” Isolare questa tipologia di persone ha già un’indicazione molto precisa. Inoltre, si nega al profugo il ricorso in appello, rimandando alla Cassazione l’ultimo verdetto per coloro che vogliono ricorrere contro il diniego, che è espresso, fra l’altro, nella maggior parte dei casi. “La Cassazione non entra nel merito della domanda e della risposta, ma esamina solamente i difetti di procedura. In questo modo le spese saranno maggiori per i richiedenti, che avranno bisogno di avvocati specializzati nella materia e rischiano, comunque, di attendere più a lungo l’ultima sentenza.”

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Prima di arrivare all’eventuale secondo grado c’è, ovviamente, la domanda iniziale, che richiede l’esame del giudice. Con gli sbarchi degli ultimi tempi le domande sono aumentate e i tempi si sono allungati. La durata dei procedimenti di primo grado è in media di sei mesi. Per velocizzare ulteriormente questa procedura l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito con un rito camerale senza udienza, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Il profugo, quindi, non andrà davanti al giudice e aspetterà la risposta; potrà essere chiamato per chiarimenti, ma non ha la garanzia e perderà ogni possibilità di essere direttamente coinvolto nella spiegazione della propria storia e nell’avanzamento delle proprie richieste. Inoltre “il decreto è un provvedimento d’urgenza, – continua l’avvocato Vandelli -che viene emanato, appunto, per materie che necessitano di risposte veloci a nuovi problemi, evitando il passaggio parlamentare o riducendolo moltissimo, con il risultato di non affrontare in modo strutturale e programmato la materia da normare”.

Giorgio Dell'Amico
Giorgio Dell’Amico

“Ma qual è poi l’emergenza di cui stiamo parlando? – si chiede Giorgio Dell’Amico, operatore della cooperativa Caleidos e coordinatore provinciale del progetto di accoglienza straordinaria presso la Prefettura di Modena – L’emergenza è un terremoto, l’arrivo dei profughi è iniziato in modo quantitativamente più rilevante dal 2011 e non accenna a fermarsi. Le previsioni sul medio periodo dicono solo di numeri in aumento, che poi non sono ancora così elevati, perché stiamo parlando di un milione di profughi in un continente di 500 milioni di abitanti, mediamente agiati, come l’Europa. La vera emergenza profughi è in Uganda, ad esempio, dove ci sono più di due milioni di rifugiati e dei campi di accoglienza che sono sotto ogni limite di garanzia dei diritti fondamentali. A Modena e provincia ci sono 1200 profughi e altri arriveranno. Caleidos, che non è l’unico soggetto che lavora nell’accoglienza dei migranti, sta faticando a trovare gli alloggi dove metterli e gli operatori che li devono seguire. Abbiamo 80 educatori, 35 mediatori, 20 insegnanti e una trentina fra tirocinanti e altre persone variamente impegnate. Ma non saranno sufficienti per affrontare i nuovi arrivi, già annunciati dalle prefetture. Dov’è quindi l’urgenza se sono almeno 6 anni che siamo in questa situazione e ne avremo chissà quanti davanti?”.

Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info
Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info

L’accorata analisi di Dell’Amico è tragicamente realistica. Anche perché i profughi che sbarcano in Europa non abbandonano il proprio Paese solo a causa della guerra, ma anche per la negazione dei loro diritti fondamentali, per governi che opprimono delle etnie o delle minoranze o a causa di situazioni economiche e di sfruttamento del lavoro, causate anche dalle politiche estere dei paesi europei. “Queste persone non avranno facilmente il riconoscimento di rifugiato, i criteri di valutazione già ora non c’entrano con la loro realtà. In Italia gli ingressi per lavoro sono fermi dal 2007, la conversione del permesso non è possibile. Il decreto, ora legge dello Stato, ha formalizzato una procedura di diniego, che creerà un numero altissimo di cosiddetti clandestini, che non potremo rimpatriare, perché non ci sono risorse né strumenti per farlo. Questa è una gestione miope”. “Fra l’altro – precisa Elisabetta Vandelli – già lo status di clandestino è una forma giuridica discutibile, introdotta dalla Bossi-Fini, che criminalizza l’intera persona e non solo la sua situazione. Questo decreto riguarderà anche quegli stranieri che oggi hanno un permesso di soggiorno e che potrebbero perderlo, perché perdono il lavoro, diventando “clandestini”, secondo la Bossi-Fini, se non lo ritroveranno entro un anno. Insomma sta generando una situazione che non affrontiamo nemmeno”.

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Lavorare, quindi, nell’accoglienza dei profughi sarà ancora più difficile. Lo spiega bene Dell’Amico, che ci racconta della tensione crescente fra gli stranieri, che già si aspettano nuove difficoltà, che faciliteranno l’insuccesso della loro ricerca ad una vita dignitosa. Il diniego, infatti, rilasciato con questa procedura che già alcuni contestano anche nella sua costituzionalità, genera persone senza meta, quindi facile preda della manodopera del lavoro nero, della criminalità organizzata; persone esasperate che saranno ancor più tentate a compiere azioni illegali per sopravvivere, facendo aumentare il senso di insicurezza e l’ostilità. “Io dico che questa situazione radicalizzerà le posizioni e vediamo bene cosa genera l’integralismo”, chiosa Dell’Amico.

La Legge 46 ha anche la classica “ciliegina sulla torta”. La costituzione di nuovi centri di permanenza. C’è la questione di dove mettere i richiedenti che attendono risposta al riconoscimento del loro status. Il decreto istituisce i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e avranno un totale di 1.600 posti, suddivisi in 20 sedi, una per Regione. “La legge prevede che siano di massino 100 unità, lontani dai centri abitati, con i giorni di permanenza obbligatoria aumentati. Ancora una volta l’impostazione è “noi” e “loro”; e nelle carceri oggi ci sono più garanzie” La fotografia è ancora dell’avvocato Elisabetta Vandelli, che ben conosce questa realtà: “Già in passato si è visto il fallimento di questi centri. Oggi li si vuole mettere lontani dalle città, così da allontanare visivamente il problema, impedire l’integrazione, aumentare le tensioni e l’esasperazione dei trattenuti, che intensificheranno azioni di protesta, anche violenta o di autolesionismo. Facile immaginare che aumenterà la tensione sociale e ancora l’insicurezza generale”.

Il tema dei profughi richiederebbe ancora molte altre riflessioni: diritti civili, integrazione, accoglienza, disparità, sfruttamento, politica estera, economia colonialista, sicurezza, rispetto delle leggi e dei costumi sono i principali capitoli di un tragico copione che sta avvolgendo l’Europa e il mondo occidentale, solo perché in Asia e in Africa i campi profughi stanno già esplodendo di miseria e disperazione. Quello che è chiaro è che ad oggi mancano interpreti autorevoli e lungimiranti, che possano fornire agli altri protagonisti della scena una parte dignitosa e garantita. E questo è negato sia agli attori europei che agli extra europei. Il decreto Minniti-Orlando ha evidenziato in poche righe moltissime di queste mancanze.

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Dall’Appenino a Nonantola, frammenti di bellezza ritrovata

E’ stata inaugurata lo scorso 29 aprile al Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra di Nonantola la mostra “Frammenti di bellezza, da Zanobi Strozzi a Elisabetta Sirani, tre secoli di arte ritrovata”, che resterà aperta fino al prossimo 10 dicembre 2017.
Curata da Simona Roversi e Jacopo Ferrari, allestita con la collaborazione di una équipe scientifica composta da Alfonso Garuti, Giovanna Caselgrandi e Roberta Apparuti, “Frammenti di bellezza” intende valorizzare una selezione di opere d’arte provenienti dal territorio dell’Appennino modenese per le quali il Museo negli ultimi anni si è fatto promotore di interventi di salvaguardia e, in alcuni casi, di veri e propri restauri.

frammenti_

Ai visitatori sono proposti una ventina di oggetti e dipinti, che spaziano dal periodo medioevale al Barocco, e si propongono come testimoni esemplari, o meglio, come pensato dagli ideatori, quali “frammenti” della bellezza e della ricchezza del patrimonio artistico ecclesiastico modenese, principalmente concentrato negli edifici di culto, che furono nei secoli passati i veri luoghi rappresentativi delle comunità, non solo in termini spirituali, ma anche civici e sociali. Pur sparsi in un territorio abbastanza ampio e con vie di comunicazione non facili da percorrere, le opere dimostrano la vitalità culturale delle località periferiche della montagna, diventate nei secoli centri di radicamento e circolazione di modelli artistici proposti dalle vicine aree, soprattutto bolognese e toscana. Tutto si può dire di queste comunità, pur piccole nelle dimensioni demografiche, tranne che si sentissero isolate e non parte di una più ampia comunità di credenti, che sapessero esprimere i propri talenti spirituali e artistici.

I frammenti di bellezza raccolti sono tra i più svariati: antichi oggetti di raffinata oreficeria e preziose suppellettili, che documentano la varietà di tipologie dei beni dedicati alle funzioni sacre e alla devozione; dipinti che attestano la diffusione del culto dei santi o di particolari iconografie mariane, come la Madonna della Ghiara; oggetti d’uso religioso che esprimono profondi significati teologici e spirituali o sono legati alla liturgia, come le pregevoli croci astili con le loro raffigurazioni simboliche, tra cui emerge per preziosità e interesse storico la cosiddetta “croce dei morti”, dipinta nel 1448 da Zanobi Strozzi, seguace e allievo prediletto di Beato Angelico, e probabilmente trasferita a Mocogno dal Beato Marco, monaco domenicano.

Coscogno, Sirani_La raccolta artistica proposta nasce da un lavoro pensato e realizzato negli anni. Grazie ai contributi per i beni culturali che la Conferenza Episcopale Italiana ricava dai fondi dell’8×1000 ed annualmente eroga alle Diocesi, il Museo Diocesano di Nonantola ha promosso negli ultimi anni diversi progetti per la tutela del patrimonio culturale: in accordo con gli enti preposti del Ministero Beni Culturali (le Soprintendenze in primis) sono state recuperate, poste al sicuro e restaurate alcune opere d’arte di estremo valore. E’ il caso, per esempio, del bellissimo dipinto di Elisabetta Sirani con la Madonna del rosario e misteri (nella foto a sinistra) e della seicentesca tela del pittore fananese Ascanio Magnanini, entrambe provenienti dalla chiesa parrocchiale di Coscogno. Insolita e fortuita è stata la vicenda che ha portato alla scoperta del trecentesco Crocifisso di Fanano (qui sotto): sotto un pesante strato di rifacimenti in gesso e maldestre ridipinture risalenti all’Ottocento che ne offuscavano totalmente le forme originali, è emerso infatti uno straordinario Cristo in legno scolpito e dipinto di intensa emozionalità. Si tratta di un’opera inedita, risalente – per i caratteri di spigolosa e rigida tensione espressiva – alla fine del Trecento, esposta per la prima volta al pubblico dopo il restauro effettuato dalla ditta “Ripresa Restauri”.

Il percorso espositivo suggerisce al visitatore un viaggio emozionale attraverso la bellezza estetica delle forme, dei colori e delle linee di opere d’arte create secoli fa per accompagnare le comunità dei fedeli alla scoperta della bellezza della fede e di Dio, meraviglioso e insuperabile artista del creato. Ha riassunto bene il senso di questo percorso artistico l’Arcivescovo Abate di Modena-Nonantola Erio Castellucci, che nella prefazione del catalogo della mostra scrive: “I ‘frammenti di bellezza’, nell’arte cristiana, non si colgono tanto nell’armonia e nella proporzione, quanto nella rappresentazione dell’amore in tutte le sue forme. […] Le opere presentate [in questa mostra] sono ‘belle’ non solo perché di buona fattura, armoniose e ben confezionate: ma anche e soprattutto perché rimandano ai gesti di amore di Dio verso l’uomo, alla sua misericordia.”

Gli stessi responsabili della Mostra si sono a loro volta ispirati anche alle parole di papa Francesco: “L’arte, oltre ad essere testimone credibile della bellezza del creato, è anche uno strumento di evangelizzazione: attraverso l’arte – la musica, l’architettura, la scultura, la pittura – la Chiesa spiega, interpreta la rivelazione. La bellezza rappresenta una via per incontrare il Signore. L’arte ha in sé una dimensione salvifica e deve aprirsi a tutto e a tutti, e a ciascuno offrire consolazione e speranza.”

cantarini - madonna di monserratoLa Mostra si trova presso il Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra di Nonantola (via Marconi 3, www.abbazianonantola.it; Facebook: Abbazia di Nonantola) e nell’occasione dell’inaugurazione si è approfittato per fare il punto sui lavori di restauro della Abbazia, non ancora aperta al pubblico. L’ingegner Augusto Gambuzzi, responsabile del progetto di restauro, ci aggiorna sullo stato dei lavori e sui tempi di chiusura del cantiere: “I lavori stanno procedendo secondo il programma fatto all’apertura del cantiere, ma le impalcature hanno offerto la possibilità di effettuare analisi ancora più approfondite dell’Abbazia e del suo stato, quindi abbiamo deciso di presentare una variante al progetto originale di restauro, per ottenere l’autorizzazione per gli ulteriori lavori e gli ulteriori finanziamenti. Siamo in attesa della loro approvazione; è ragionevole quindi pensare che la conclusione dei lavori sia spostata a fine anno.” Infatti è stato spiegato che il monitoraggio accurato, permesso dalla presenza dei ponteggi, ha fornito un’analisi più dettagliata delle fessurazioni murarie e dello stato della copertura; i restauratori hanno ritenuto necessario approfittare della presenza delle impalcature per completare il lavoro nel modo migliore, garantendo all’edificio sicurezza e stabilità. Il risultato finale restituirà un’Abbazia completamente fruibile, sicura e darà una conoscenza approfondita della struttura. E’ quindi plausibile sperare di celebrare il prossimo Natale tra le storiche mura dell’Abbazia.

Quelle mine che invece di uccidere fanno brillare gli occhi e il sorriso

Scrivo di un’impresa dal sicuro avvenire, un’attività che farebbe gola a qualsiasi affarista esperto in guadagni di medio e lungo periodo. Scrivo di una commercializzazione di gioielli che godono di una miniera abbondantissima, perché la miniera di questo metallo conta almeno 6 milioni di fonti nel paese di produzione.
Scrivo dei gioielli creati in Cambogia, dall’ottone delle mine anti uomo, che si trovano proprio in almeno 6 milioni di pezzi unici, concentrate in soli 21 distretti di confine, nei distretti rurali a nord-ovest, eredità del regime di Pol Pot e dei famigerati Khmer Rossi, che dal 1975 al 1979 diedero vita a una feroce dittatura prima di venire sconfitti dai vietnamiti. Anni e anni di guerra hanno lasciato nei campi del paese asiatico una quantià enorme di mine inesplose.

iginobrian
Igino Brian

L’impresa si chiama “Ida onlus”, gli ideatori sono i coniugi Brian, da Vicenza, gli orafi sono ragazze e ragazzi cambogiani che vivono dove lavorano, imparando il mestiere dell’orafo. La loro casa laboratorio è dotata di cucinotto, bagno, camere. Sono 7 i dipendenti orafi e 1 segretaria; il responsabile è Igino, l’orafo vicentino che, dopo aver adottato con sua moglie un bimbo cambogiano e averlo cresciuto in Italia, è tornato in Cambogia e ha iniziato a lavorare per tutti quegli altri bimbi che, piano piano, hanno bussato alla sua porta. All’inizio l’attività si svolgeva in uno sgabuzzino, le ragazze e i ragazzi si recavano nel laboratorio come fosse un centro di formazione post scuola dell’obbligo, per imparare un mestiere; poi tornavano a casa. Ma l’infanzia in Cambogia non è sempre cosa semplice e un giorno una ragazza chiede di restare. Igino non ha che una branda in cucina. Questo è l’inizio della residenza.

cambogia01I gioielli quindi sono prodotti in Cambogia; prima erano soprattutto in argento e zaffiri, ma gestire l’argento era difficile, anche perché spesso i ladri lo portavano via. Poi è arrivata l’idea dell’ottone delle mine. La Cambogia, è uno dei paesi con più mine al mondo, con 6 milioni di mine o pezzi di ordigni inesplosi ancora lasciati nel terreno da decenni di guerra; ci sono degli enti che sminano le zone infestate, ma sono senza mappe e metal detector. Quando trovano una mina, la fanno brillare e la scocca è venduta a veri e propri commercianti, che rivendono a loro volta l’ottone.

“Questo tipo di ottone è di alta qualità, perché deve resistere ad alte temperature, quindi si può lavorare più volte” Claudia, referente in Italia del progetto, ci racconta da Canegrate, in provincia di Milano, la filiera. “Igino ed io siamo gli ideatori dei pezzi, un po’ ad uso del mercato locale e molti per l’Italia, quindi secondo gusti e fatture più adatte all’Occidente. Tutti i pezzi sono raffinati nel disegno, lavorati ora anche con una fresa di buona precisione, con tecniche che i nostri ragazzi migliorano costantemente”
Igino è stabile in Cambogia ed è lui che insegna e dirige la scuola e si relaziona con Claudia, alla quale invia circa 4000 dollari di gioielli al mese, che sono rivenduti in Italia, quasi sempre attraverso il circuito delle Botteghe dell’equosolidale. “Perché i principi dell’equosolidale sono proprio quelli a cui ci siamo ispirati per avviare l’impresa. Un prezzo concordato, il prefinanziamento, la garanzia degli ordini, il rispetto dell’ambiente, la ricaduta economica e sociale per i nostri giovani orafi sono tutti passaggi fondamentali della nostra piccola impresa.”

cambogia02La produzione è aumentata nel tempo e questo ha permesso di ingrandire l’azienda, quindi accogliere più ragazze e di fare progetti. Nel prossimo giugno si trasferirà nella nuova sede, a 20 km dalla capitale cambogiana, in un edificio di proprietà con un laboratorio più grande e la possibilità di lavorare meglio anche la seta, che è usata come materia principale per finire i gioielli. Proprio come un gioiello e le sue finiture anche la storia di questa cooperativa di gioiellieri è intrecciata di tanti elementi che si incontrano fra loro e generano un oggetto prezioso. Il futuro per moltissimi giovani cambogiani è qualcosa di incerto, se non di fosco. La povertà porta non raramente a maltrattamenti, violenze, piccole delinquenze. In più, la fatica di tentare un riscatto o una risalita sociale è aggravata dalle guerre che hanno segnato il paese, ancora con effetti vivi. Le mine antiuomo sono uno degli ostacoli più significativi alla pacificazione e allo sviluppo del post-conflitto. Molto tempo dopo la fine della guerra e la firma degli accordi di pace, le mine restano, e continuano ad esplodere uccidendo e mutilando le persone. Le mine ritardano il ritorno e il reinsediamento dei rifugiati e degli sfollati (IDP) e bloccano l’accesso a risorse vitali e servizi sociali, compresi terreni agricoli, acqua, strade, scuole e cliniche. Inoltre, i costi di rimozione delle mine e l’assistenza alle vittime pesano nella lotta che il paese affronta per riprendersi da un conflitto e ricostruire la loro società. In tutto il paese, dal 1979, circa 67.000 persone sono state uccise o ferite, con più di 25.000 che hanno subito amputazioni. Secondo le organizzazioni di sminamento la Cambogia ha il più alto rapporto di amputati da mine pro capite al mondo. Gli Incidenti causati dalle mine avvengono in media ogni 2½ giorni.

La minaccia delle mine vanifica lo sviluppo agricolo e il reinsediamento, ostacolando la costruzione di infrastrutture e servizi sociali di base, dall’irrigazione all’acqua potabile, alle strade secondarie e terziarie. L’estro orafo di Igino Brian, l’intraprendenza e la creatività di Claudia lavorano per trasformare questi handicap in una opportunità per gli allievi gioiellieri. Nelle nostre zone è la cooperativa Oltremare che ha portato i gioielli delle mine e, per ora, sono in vendita presso la Bottega di Bazzano, gestita insieme all’associazione locale “Solidarietà e Impegno”. Anche questo è un avamposto di economia di giustizia e speranza, che può essere frequentato da chiunque pensi che se una mina non esplode sotto una persona, può farne comunque brillare gli occhi e il sorriso.