Ma Modena è più o meno inquinata di una volta?

Caldo decisamente fuori stagione, una cappa nera sopra le nostre teste, superamento dei limiti di legge delle polveri sottili, targhe alterne e blocchi del traffico. La sensazione è di un progressivo degrado dell’ambiente e dell’aria che respiriamo. Ma è vero che le cose vanno sempre peggio? La risposta, probabilmente inaspettata ma incontestabile, è un deciso e sonoro “no”! In realtà «il cielo è sempre più blu» perché – dati alla mano – negli ultimi decenni in Italia e in Europa le concentrazioni degli inquinanti sono sensibilmente diminuite. Stefano Zauli Sajani, fisico, autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali sul tema dell’inquinamento atmosferico e dei suoi effetti sulla salute, sa di andare contro corrente, stando almeno ai titoli in prima pagina dei giornali e all’apertura dei notiziari tv nel periodo natalizio. «La situazione adesso non è buona per la protezione della nostra salute, richiede interventi. Ma quella attuale non è una situazione anomala o di emergenza, se la guardiamo rispetto la storia recente».

bluStefano Zauli Sajani, modenese, lavora presso l’Agenzia prevenzione ed ambiente dell’Emilia-Romagna (Arpa) e ha poco ha pubblicato per le edizioni Il Fiorino “Ma il cielo è sempre più blu. L’inquinamento atmosferico, falsi miti, curiosità e dati”. Per la tesi che sostiene nel suo libro rischia di essere criticato, almeno dall’opinione pubblica che per settimane è stata sottoposta ad allarmi continui.

La sua è una provocazione o realmente non è emergenza inquinamento? A quali dati fa riferimento?
Non ci troviamo davanti a una situazione eccezionale. Pensi che a Milano agli inizi del 2000, ma anche più recentemente, c’erano ogni anno 150 superamenti della soglia di PM10; il numero dei superamenti e la qualità dell’aria in generale pian piano è migliorata. Abbiamo avuto recentemente due annate di livelli bassi di inquinamento, con pochi superamenti, 60/70 l’anno comunque fuori dagli obiettivi fissati dalla Comunità Europea. Quest’anno c’è stato poi un picco e, a seconda delle diverse zone del Nord Italia – in particolare ci riferiamo alla Pianura Padana, l’area peggiore dal punto di vista della qualità dell’aria – arriveremo ai 100 superamenti.
Quindi c’è un ritorno di criticità che però non va ad intaccare una tendenza di lungo periodo; questa criticità è indotta dalla meteorologia che va a modulare la qualità dell’aria nei vari anni.

Quindi se il normale ciclo delle stagioni si scompagina, come notiamo in questo inusuale inverso senza freddo e senza neve, anche la qualità dell’aria che respiriamo ne risente?

La qualità dell’aria è legata a due fattori: le emissioni e la meteorologia. Le emissioni hanno una tendenza generale a diminuire; la meteorologia ha un andamento più caotico e vario, meno regolare. Quindi un’annata dal punto di vista meteorologico anomala può indurre un’anomalia anche per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico.

superamenti pm10 lombardia

Possiamo sostenere, però, che la situazione sta peggiorando?
Indubitabilmente no. Contrariamente a quello che pensa gran parte delle popolazione le cose negli ultimi decenni sono migliorate per quanto riguarda la qualità dell’aria. Se guardiamo i dati partendo dagli anni 70 del secolo scorso, quando la qualità dell’aria ha cominciato ad essere monitorata in maniera efficace con delle centraline, ci accorgiamo che tutti gli inquinanti sono diminuiti, alcuni anche in maniera clamorosa come per il biossido di zolfo (SO2), uno dei più pericolosi che in passato aveva provocato aumenti di mortalità enormi anche in stati vicini all’Italia. Questi valori sono diminuiti centinaia di volte e ora abbiamo livelli talmente bassi che sono addirittura difficili da misurare. Anche la presenza di benzene è calata e il monossido di carbonio è diminuito addirittura di trenta volte. Altri inquinanti però rimangono critici.

Quali per esempio?
Ossidi di azoto, particolato e ozono rimangono i più critici su cui concentrare gli sforzi. Ma ripeto: il trend degli inquinanti negli ultimi decenni è inequivocabilmente in diminuzione. Questo viene attestato da tutti gli enti di controllo europei e internazionali. E le dirò di più: nei prossimi decenni ci sarà un’ulteriore diminuzione di tutti gli inquinanti in base a quanto evidenziano tutte le proiezioni fatte dall’Agenzia europea per l’ambiente.

Le notizie delle ultime settimane hanno allarmato la cittadinanza e, diciamolo, anche gli amministratori che sono subito corsi al riparo con misure restrittive della circolazione dei veicoli?
Non è giusto dire che le cose vanno sempre peggio, gli sforzi però sono giustificati. Bisogna mantenente l’attenzione alta perché l’inquinamento fa male, fa male sicuramente ai livelli presenti in questi giorni e anche a livelli più bassi. Quindi alla lotta all’inquinamento occorre dedicare ancora molta attenzione e molti sforzi.
Questi sforzi per fortuna permettono anche di combattere contemporaneamente un altro aspetto ambientale più critico: quello della sostenibilità e dei cambiamenti climatici che molti confondono, ma non sono la stessa cosa.

Stefano Zauli Sajani
Stefano Zauli Sajani

Nei sui studi analizza anche quale tipo di impatto hanno sulla società i cambiamenti climatici?
Questo libro si limita ad affrontare il discorso degli inquinamenti atmosferici, non parla dei cambiamenti climatici per i quali, allo stato attuale, non è possibile avere questa visione ottimistica. Mentre l’inquinamento atmosferico sta diminuendo piano piano e, anche se bisogna continuare gli sforzi, si vedono i risultati, per i cambiamenti climatici e per la sostenibilità ambientale il futuro non è così roseo. Di questo ha recentemente messo in guardia anche papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. In questo caso il futuro non è facilmente prevedibile, necessita uno sforzo ulteriore rispetto a quello fatto fino adesso e probabilmente chiederà un cambiamento molto più sostanziale di come funziona la nostra società: come procacciamo energia e le nostre dinamiche di consumo.

Perché ha deciso di titolare il libro “Ma il cielo è sempre più blu”?

Vuole essere un richiamo evocativo del miglioramento della qualità dell’aria, ma ha anche una valenza letterale: il cielo negli ultimi decenni è sempre più blu, lo dicono i dati scientifici; la visibilità, la trasparenza dell’atmosfera è migliorata parallelamente al miglioramento dei livelli di inquinamento e a una diminuzione dell’umidità relativa dell’aria che va ad impattare sulla trasparenza dell’atmosfera e sulla visibilità.

Però nei giorni scorsi tutti abbiamo presente le immagini dei cieli, in particolare in Pianura Padana, coperti da una coltre che trattiene come in un abbraccio l’inquinamento atmosferico che si è formato nel corso di giorni e settimane. È un effetto diretto dei livelli di inquinamento?
Qui occorre fare attenzione: la trasparenza dell’atmosfera è in parte legata alla presenza degli inquinanti, ma l’elemento che incide di più è l’umidità. Infatti a Roma in questi giorni si vede un bel cielo blu nonostante il PM10 sia ampiamente sopra i limiti, non molto diverso dai livelli registrati in Pianura Padana.
Tutti i media in questi giorni rimandano le foto del cielo di Pechino: un grigio intenso con una visibilità ridotta a poche decine di metri. Ma se uno va a vedere in questi stessi giorni i livelli di PM 10 di Shangai, sempre in Cina, molto elevanti nell’ordine di 200 micro grammi al metro cubo di PM25, potrà notare un cielo che non è assolutamente come quello di Pechino, ma con una certa visibilità, azzurro, e il sole ben visibile.
L’inquinamento riduce la visibilità ma bisogna andare piano ad associare cielo grigio a presenza di inquinamento perché questa relazione è molto più complessa. Senz’altro la presenza contestuale di umidità relativa alta e inquinamento alto rende più fastidiosa la presenza dell’inquinamento; il nostro apparato olfattivo percepisce come più fastidiosa la presenza dell’inquinamento ma questo non vuol dire per forza che ci siano livelli alti di inquinamento che pur adesso ci sono indubitabilmente. Anzi il fastidio è alto ma talvolta la nebbia molto fitta fa diminuire un po’ i livelli di particolato e talvolta ha effetti benefici di riduzione dei livelli di inquinamento.

Shangai
Perché non si vedono i risultati dal blocco del traffico o le limitazioni alla circolazione imposto da alcuni sindaci, compreso quello di Modena?

La Pianura Padana è come un bacino, come un reattore chimico che nel corso dei giorni trasforma l’inquinamento che viene emesso dalle sorgenti. Questo provoca il fatto che ci sia un inquinamento generalizzato in tutta l’area. Se anche in un punto specifico, può essere un’area vasta come un’area metropolitana, si fa un provvedimento di restrizione del traffico peraltro spesso molto limitato, non c’è da aspettarsi che ci sia un miglioramento evidente della qualità dell’aria perché questi fenomeni di lento rimescolamento dell’atmosfera portano al fatto che questo calderone di inquinamento vada a mascherare la piccola diminuzione di emissioni che c’è stata a livello locale.

Servono di più le targhe alterne come a Roma o il blocco totale di Milano?
Difficile dirlo. Prima di tutto perché quasi mai si hanno dei dati affidabili sulla reale diminuzione del traffico veicolare. Forse si è spacciato quello di Milano come un intervento più drastico, a me pare invece un intervento “più furbo”: hanno stabilito il blocco totale dalle 10 di mattina alle 4 del pomeriggio e tutti sanno che la gente va a lavorare prima delle 10 di mattina e torna dopo le 4 del pomeriggio; già questo, si capisce, che si traduce in una diminuzione limitata del traffico veicolare. Ma dico che è una “furbizia” perché tra le 10 e le 16, si registra in genere una diminuzione dei livelli di inquinamento. Se uno guarda come evolve l’inquinamento nel corso della giornata nota che c’è un picco del mattino quando c’è il traffico di punta, poi nelle ore successive una diminuzione spesso sensibile di quasi tutti gli inquinanti, a parte l’ozono in estate, per poi riprendere verso sera quando le persone tornano a casa e l’atmosfera perde le sue capacità di dispersione degli inquinanti.
A metà giornata invece l’atmosfera è al massimo delle sue capacità di dispersione quindi gli inquinanti diminuiscono. Ecco la furbizia: spesso le amministrazioni fanno fatica a evidenziare l’efficacia degli interventi; penso che in questo modo l’amministrazione milanese potrà far vedere che a metà giornata gli inquinanti sono diminuiti. È quasi certo che la maggior parte di questa diminuzione sia attribuibile all’andamento normale degli inquinanti nel corso della giornata.
Non voglio attaccare Milano, è anche comprensibile il comportamento dell’amministrazione.

Ai sindaci quindi cosa rimane da fare?

Possono fare solo qualcosa insieme alle autorità regionali e nazionali. Ci deve essere un miglioramento di due settori chiave. Il primo riguarda il trasporto, che rimane una scommessa enorme, una rivoluzione che viene fatta nell’arco dei decenni. Il secondo è l’efficientamento energetico degli edifici. Questa è una scommessa in corso: numerose leggi sono andate in questa direzione e nei prossimi anni vedremo anche qui il miglioramento. Come le nostra case verranno riscaldare è un elemento determinante rispetto alla produzione di inquinanti e di biossido di carbonio.

Come giudica il pessimismo latente nell’affrontare le questioni ambientali?
Questa è una tendenza che si è diffusa soprattutto negli anni scorsi nella società italiana, che ha anche alcune cause nel rapporto tra i cittadini e lo Stato nelle sue diverse articolazioni. Il cittadino non ha tanta fiducia nello Stato, tra loro è sempre stato un po’ un rapporto tra guardie e ladri. E quando ci sono situazioni di questo tipo i cittadini non hanno fiducia nella capacità dello Stato di proteggere la loro salute . Si pensi alla difficoltà in Italia a conciliare una vita tranquilla delle persone anche in presenza di impianti industriali, impianti di incenerimento, di attività umane di varia natura che producono inquinamento.
Quando un cittadino ha fiducia nello Stato e si sente di poter affidare la difesa della propria salute allo Stato allora ha una visione più obiettiva delle tematiche ambientali. Quando questo non accade le tematiche ambientali diventano terreno di coltura per tutte le paure che si possono sviluppare nella popolazione su questi temi che sono di per sé delicati e si prestano molto alle notizie scandalistiche che vengono sfruttate dai media.

Ogni tanto si dice “si stava meglio un tempo…”.
Si pensa sempre ai nostri nonni come quelli che stavano bene e vivevano in un ambiente pulito. Questo si può dire per chi abitava in alcune aree, dove l’inquinamento dell’ambiente indoor era sicuramente migliore, ma non lo si può dire in assoluto. Per esempio il riscaldamento a legna provocava un inquinamento outdoor nelle giornate invernali molto alto, paragonabile probabilmente a quello presente oggi. Inoltre la combustione della legna così poetica e suggestiva in ambiente indoor provoca livelli di inquinamento alti e i nostri progenitori erano soggetti a livelli di inquinamento superiori a quelli a cui siamo soggetti noi.
Degli studi dimostrano come nelle aree industriali inglesi alla fine dell’800 c’erano livelli di inquinamento centinaia di volte superiori rispetto a quelli presenti adesso. Non dobbiamo pensare al passato come l’età del paradiso terreste in senso ambientale.

Accoglienza profughi, ecco il vademecum CEI

La misericordia non si può predicare solo a parole. Servono “gesti concreti” come ha chiesto papa Francesco, il 6 settembre scorso, invitando parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari ad ospitare famiglie di profughi in fuga «dalla morte per la guerra e la fame». E se l’accoglienza è «personalizzata e familiare», aiuta più facilmente un processo di inserimento e di integrazione nelle comunità locali.
Il gesto caritatevole che si sta moltiplicando anche nelle diocesi italiane, a fianco delle azioni messe in campo dalle prefetture e dalle amministrazioni pubbliche, assume così una funzione educativa che favorisce la cultura dell’incontro e aiuta a superare i pregiudizi e le paure il più delle volte ingiustificati. «Accompagnare le diocesi e le parrocchie» nel cammino dell’accoglienza verso i richiedenti asilo e rifugiati, è quindi la migliore risposta al populismo, che sfrutta il tema dei migranti per creare conflittualità sociale e racimolare un facile consenso politico.

Chiesa in prima fila
Per questo il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana ha stilato un vademecum rivolto alle diocesi italiane che già si trovano in prima fila nel servizio, nella tutela, nell’accompagnamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Infatti, su circa 95.000 persone migranti ospitate nei diversi Centri di accoglienza ordinari (CARA) e straordinari (CAS), nonché nel Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose, accolgono in circa 1.600 strutture oltre 22.000 migranti. Nel documento sono contenute indicazioni concrete per aiutare le chiese locali a «individuare forme e modalità per ampliare la rete dell’accoglienza», sempre «nel rispetto della legislazione presente e in collaborazione con le istituzioni».

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Ogni anno giubilare – ricorda la CEI nell’introduzione – è caratterizzato da gesti di liberazione e di carità. Giovanni Paolo II nel 2000 invitò diocesi e comunità religiose a opere di liberazione per le vittime di tratta e chiese a tutte le parrocchie italiane un gesto di carità e di condivisione per il condono del debito estero di due paesi poveri dell’Africa: la Guinea e lo Zambia. Ora, nell’Anno santo della misericordia, alla luce di un fenomeno straordinario di migrazioni forzate che sta attraversando il mondo e interessando i paesi europei, il papa chiede per queste persone «una speranza di vita».

Le tappe dell’accoglienza
La CEI suggerisce quindi un “percorso di accoglienza” nel quale si cura la preparazione della comunità, articolandola in alcune tappe: informazione, finalizzata a conoscere chi è in cammino e arriva in Italia, formazione per preparare chi accoglie (parrocchie, associazioni e famiglie) con strumenti adeguati; e ancora costruire una piccola équipe di operatori a livello diocesano e di volontari a livello parrocchiale e provvedere alla loro preparazione non solo sul piano sociale, legale e amministrativo, ma anche culturale e pastorale, con attenzione anche alle cause dell’immigrazione forzata. Per questo Caritas e Migrantes a livello regionale e diocesano sono invitate a curare percorsi di formazione per operatori ed educatori delle équipes diocesane e parrocchiali.

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«Le Chiese in Italia – spiega la CEI – sono state pronte nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, in collaborazione con le istituzioni pubbliche, adottando uno stile familiare e comunitario». La diocesi non si impegna a gestire i luoghi di prima accoglienza, né si pone come soggetto diretto nella gestione di esperienze di accoglienza dei migranti. La Caritas diocesana, in collaborazione con la Migrantes, curerà la circolazione delle informazioni sulle modalità di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in parrocchie, famiglie, in comunità religiose, nei santuari e monasteri e raccoglierà le disponibilità all’accoglienza. «La famiglia – prosegue il vademecum – può essere il luogo adatto per l’accoglienza di una persona della maggiore età. L’USMI e il Movimento per la vita hanno dato la disponibilità della loro rete di case per accogliere le situazioni più fragili, come la donna in gravidanza o la donna sola con i bambini».

Modalità e tempi
Dove accogliere? La CEI parla di alcuni locali della parrocchia o di un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una casa religiosa o monastero, negli spazi legati a un santuario, che spesso tradizionalmente hanno un hospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte. «Pare sconsigliabile – precisa il documento – il semplice affidamento alle prefetture di immobili di proprietà di un ente ecclesiastico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della comunità cristiana».

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Le categorie di migranti che possono ricevere ospitalità in parrocchia o in altre comunità «sono coloro che presentano queste caratteristiche: una famiglia (preferibilmente); alcune persone della stessa nazionalità che hanno presentato la domanda d’asilo e sono ospitati in un Centro di accoglienza straordinaria (CAS); chi ha visto accolta la propria domanda d’asilo e rimane in attesa di entrare in un progetto SPRAR, per un percorso di integrazione sociale nel nostro paese; chi ha avuto una forma di protezione internazionale (asilo, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), ha già concluso un percorso nello SPRAR e non ha prospettive di inserimento sociale, per favorire un cammino di autonomia».
Per i minori non accompagnati, il percorso di accoglienza è attivabile nello SPRAR. Per la delicatezza della tipologia di intervento, in termini giuridici, psicologici, di assistenza sociale, intrinseci alla condizione del minore non accompagnato, il luogo più adatto per la sua accoglienza non è la parrocchia, ma la famiglia affidataria o un ente accreditato come casa famiglia, in conformità alle norme che indicano l’iter e gli strumenti di tutela.

Alla luce del fatto che 2 migranti su 3 nel 2014 e nel 2015, dopo lo sbarco sulle coste, hanno continuato il loro viaggio verso un altro paese europeo, nei luoghi di arrivo e di transito dei migranti (porti, stazioni ferroviarie in particolare) «potrebbe essere valutato un primo servizio di assistenza in collaborazione con le associazioni di volontariato, i gruppi giovanili, l’apostolato del mare».

Quanto ai tempi, mediamente il tempo dell’accoglienza varia da sei mesi a un anno per i richiedenti asilo o una forma di protezione internazionale. I tempi possono abbreviarsi per chi desidera continuare il proprio viaggio o raggiungere i familiari o comunità di riferimento in diversi paesi europei. «In questo caso, potrà essere significativo, per quanto possibile, che la parrocchia trovi le forme per mantenere i contatti con i migranti anche durante il viaggio, fino alla destinazione».

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Aspetti legali
Sul fronte degli aspetti amministrativi e gestionali – spiega la CEI –, l’accoglienza di un richiedente asilo in diocesi, come in parrocchia e in famiglia, «ha bisogno di essere preparata e accompagnata, sia nei delicati aspetti umani come negli aspetti legali, da un ente che curi i rapporti con la prefettura di competenza. Per questo sembra auspicabile che in diocesi si individui l’ente capofila dell’accoglienza che abbia le caratteristiche per essere accreditato presso la prefettura e partecipi ai bandi. Questo ente seguirà con un’équipe di operatori le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo. All’ente capofila, attraverso il coordinamento diocesano affidato alla Caritas o/e alla Migrantes diocesana, arriveranno le richieste di disponibilità dalle diverse realtà ecclesiali (parrocchie, famiglie, case religiose e santuari) e curerà la destinazione delle persone».

La parrocchia diventa, pertanto, una delle sedi e dei luoghi distribuiti sul territorio che cura l’ospitalità, aiutando a costruire attorno al piccolo gruppo di migranti o alla famiglia una rete di vicinanza e di solidarietà che si allarga anche alle realtà del territorio. L’impegno accompagna il migrante fino a che riceve la risposta alla sua domanda d’asilo, che gli consentirà di entrare in un progetto SPRAR o di decidere la tappa successiva del suo percorso.

Francobollo per il Vescovo

C’è una parabola non scritta nei vangeli o nei testi dei padri della chiesa, è quella del “buon pastore modenese”.

Racconta di Modena, una città ricca e vivace, e dei suoi abitanti, lavoratori infaticabili, risparmiatori, gente semplice di provincia, ma anche inventori famosi in tutto il mondo. Ognuno conduceva la propria vita con rettitudine, anche se spesso in solitudine, pagando le tasse e beneficiando dei servizi messi a disposizione per la comunità. Il popolo di Modena viveva in armonia, ma la crisi economica prima e il terribile terremoto del 2012 dopo, cambiò per sempre le sue abitudini. I cristiani modenesi, al pari degli altri cittadini, non sempre sono riusciti a reagire alle prove e alle disavventure; la morte della loro guida spirituale e pastorale (il vescovo Antonio) a causa di una malattia, li aveva gettati ancora di più nello sconforto.
L’annuncio del papa, prima dell’estate, da molti era stato accolto come un segno della provvidenza, se non addirittura un miracolo: a guidare la diocesi, da lì a poche settimane, sarebbe giunto un parroco, un catechista, un amico della gente, prima ancora che un teologo.

Il proseguimento della parabola è andato perduto, ma si racconta che il gregge ritrovò il proprio pastore e proseguì il proprio cammino; il pastore, dal canto suo, trovò un gregge forse un po’ stanco e smarrito, ma con tanta voglia di fare e di camminare nella speranza di non perdere per strada nessuno. Si narra altresì che il nuovo vescovo, sposando in pieno la linea di papa Bergoglio, abbia chiesto ad ogni parrocchia – come primo atto del suo mandato, ancor prima delle cerimonie solenni organizzate per il suo ingresso in diocesi – di accogliere una famiglia di profughi “senza se e senza ma” (a differenza di quanto è avvenuto in altre parti d’Italia).

Don Erio Castellucci (che tra poche ore verrà consacrato vescovo nella sua Forlì) giungerà a Modena domenica 13 settembre, in un momento particolare: i ragazzi hanno ripreso gli studi dopo le vacanze; le aziende – aggrappandosi a quei flebili segnali di ripresa economica che si cominciano a registrare anche nel nostro paese – entrano a pieno regime; la città è “tirata a lucido” per gli eventi in corso (Expo, mostra d’arte contemporanea…) e per quelli già in programma (Festival della filosofia…); le parrocchie stanno riavviando le attività pastorali; le associazioni e i movimenti riprendono il cammino dopo le ferie estive.

Il nuovo vescovo si accorgerà subito delle eccellenze che contraddistinguono la città e la provincia: Modena è bella, nonostante i detrattori pronti alla critica per ogni novità (dai parcheggi alla fontana in piazza Roma). Ma dopo poco si scontrerà con gli effetti generati a Modena dalla crisi economica, dalla globalizzazione, dai limiti della politica, dalla sempre più scarsa partecipazione alla vita sociale e politica. Fenomeni che, col tempo, hanno intaccato la speranza di un futuro migliore.
Papa Francesco, nei giorni scorsi, rivolgendosi ai vescovi appena nominati, ha detto: «Gioirono i discepoli nell’incontrare redivivo il “Pastore che accettò di morire per il suo gregge”. Gioite anche voi mentre vi consumate per le vostre Chiese particolari. Non lasciatevi svaligiare un simile tesoro. Ricordatevi sempre che è il Vangelo a custodirvi e perciò non abbiate paura di recarvi ovunque e di intrattenervi con quanti il Signore vi ha affidato». Quindi «guardatevi dal rischio di trascurare le molteplici e singolari realtà del vostro gregge; non rinunciate agli incontri; non risparmiate la predicazione della Parola viva del Signore; invitate tutti alla missione».

Al vescovo, allora, auguriamo di ascoltare la voce di tutti. Non solo il suono che producono le eccellenze modenesi, le “cose che funzionano”, le persone di successo, o il chiacchiericcio di certi ambienti. Gli auguriamo di poter sentire la voce di tutti: delle famiglie che si barcamenano tra mille difficoltà (non solo materiali), dei poveri (a cui ormai è stata scippata anche la dignità), dei giovani, degli stranieri, di chi vive nella disperazione di perdere il posto di lavoro, delle nuove generazioni che, per la prima volta dal Dopoguerra, staranno peggio delle precedenti.

Al vescovo Erio diamo il benvenuto, ma al tempo stesso gli chiediamo di accoglierci tutti – credenti e non credenti – come ha fatto il buon pastore. E gli chiediamo di darci il coraggio della speranza, una speranza che non poggia solamente sulle nostre forze, ma anche su una realtà che può essere ancora positiva se vista con gli occhiali nuovi.

Erio il geminiano

Modena ha un nuovo parroco, anzi vescovo. E’ Erio Castellucci “Spero semplicemente di collaborare alla vostra gioia, di sostenere la vostra fede, senza appesantirvi, ma anzi cercando di favorire un percorso comune verso la fonte della gioia, il buon Pastore” ha detto nel suo primo saluto don Erio, fino ad oggi parroco a Forlì. Come motto ha scelto un versetto della seconda lettera di Paolo ai Corinti “Adiutores gaudii vestri”.

La nomina di papa Francesco è arrivata a tre mesi e mezzo dalla scomparsa del predecessore, mons. Antonio Lanfranchi, morto in seguito a una leucemia lo scorso 17 febbraio. E’ stata letta in duomo a mezzogiorno, prima che cominciassero a suonare le campane a festa. «La Chiesa di Modena-Nonatola con animo grato al Signore e al Santo Padre, Papa Francesco, ti accoglie, carissimo don Erio coma suo Pastore e 1012° successore del nostro padre nella fede, il vescovo Geminiano» ha detto don Giacomo Morandi.

Originario di Forlì, don Erio Castellucci di 54 anni, è parroco e docente di teologia; dal 2005 al 2009 è stato presidente della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna. Specialista in teologia del ministero e teologia della spiritualità diocesana, è autore di diverse pubblicazioni, in linea con la teologia conciliare della chiesa cattolica e in linea con i vescovi che lo hanno preceduto qui a Modena. In Italia è riconosciuto come uno dei principali esponenti della ricerca sulla spiritualità del clero, dei preti e dei diaconi, inteso come luogo di novità carismatiche e spirituali.

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Un teologo, ma prima di tutto un parroco.
Alcuni mesi fa, in un articolo su “Settimana“, dibattendo su un certo modo di “fare teologia”, don Castellucci ha scritto: «Se la ricerca del teologo è rivolta ad una Parola sganciata dal popolo, diventa erudizione accademica più che teologia; se è rivolta al popolo senza un confronto critico con la Parola, si risolve nell’avallo di una prassi e, di nuovo, non è teologia. A me pare che questo sguardo binoculare richieda nel teologo anche un’esperienza pastorale diretta, come presbitero o come laico, in modo che il popolo non sia da lui contemplato “in provetta” o “dall’alto”, ma nel corso di un cammino condiviso».

Un prete dal tratto umano molto semplice
Vicino agli Scout e all’Azione cattolica. Non ha appartenenze politiche. A Modena don Erio dovrà affrontare delicate questioni amministrative e rafforzare la coscienza comunitaria del clero. Ecco, di nuovo, le sue parole nel saluto alla diocesi: «Vorrei venire tra di voi per imparare, prima che insegnare; per ascoltare, prima di parlare; per prendermi a cuore le relazioni, prima dell’organizzazione; per aiutarci a metter sempre le iniziative, i programmi e le strutture al servizio dell’incontro con il Signore e i fratelli. Vorrei evitare ed aiutarvi ad evitare il rischio di un attivismo che snerva e di una burocrazia che toglie le forze. Ma non posso farlo da solo, anzi io stesso dovrò essere aiutato da voi a non cadere nel servizio affannato di Marta, trascurando il cuore del servizio, l’ascolto che Maria presta a Gesù. Avrete pazienza con i miei limiti, anche di carattere, di tempo e di energie».

Fonte immagini: Il resto del Carlino.

Il diavolo in corpo

Qualche sera fa, mentre moderavo un dibattito sulle dipendenze, ho fatto un po’ di conti.

Al Sant’Anna di Modena ci sono 100 stranieri. Sono finiti dentro perché spacciavano droghe. In genere stanno in carcere un anno, durante il quale viene ritirato loro il permesso di soggiorno; scontata la pena, avendo bisogno di lavorare, riprendono a spacciare.

La polizia ha arrestato 100 extracomunitari. Spacciavano cocaina e hashish in città. Modena ha un’area di 182 km quadrati. Ogni spacciatore “lavora” e piazza i suoi prodotti in poco meno di 2 km quadrati. A mo’ di esempio: puoi trovare uno spacciatore in Piazza Grande oppure fare due passi lungo Corso Calnalchiaro e rifornirti davanti a San Francesco; cercare la roba alla stazione dei treni o proseguire fino all’ingresso dello stadio.

Ogni extra (fermato dalla polizia) ha in tasca circa 10 grammi al giorno. Cento spacciatori smistano 1.000 grammi al giorno tra marijuana, hashish e cocaina. In dosi da un grammo.

A Modena in mille (tra giovani e adulti, studenti e imprenditori) ogni giorno acquistano un grammo di questa roba. Non conosco il valore in euro di ogni singolo grammo. Ma in tutt’Italia il Gruppo Abele ha stimato (per difetto) un fatturato di 24 miliardi in questo mercato.

Al Sert, servizio tossicodipendente dell’Ausl di Modena, in media una o due volte l’anno vanno per una visita tra le 1.200 e le 1.400 modenesi con problemi di dipendenza da droghe. Il cocainomane – secondo la fotografia di chi lavora al Sert – è un quarantenne benestante, un imprenditore di successo e spende almeno 300 euro alla settimana per rifornirsi.

Cari cittadini, prima di parlare ancora della crisi, del marcio della politica, delle sparate di quel furbetto di Salvini, dell’invasione dei clandestini, delle tasse da pagare, del parcheggio troppo lontano, dei posti negli asili, delle cure mediche, del vicino di casa che urla e della fatica a fare la raccolta differenziata… facciamo una gita d’istruzione al Sert e al Sant’Anna.

Poi controlliamo chi sta facendo la spesa nei due chilometri quadrati “dello spaccio”. Poi entriamo in una scuola, in una qualsiasi classe terza media, e controlliamo se tra quei 23 studenti (su un totale di 25) che bevono già alcolici c’è anche nostro figlio. Oppure se tra quei 7 tredicenni su 10 che fuma c’è anche un nostro conoscente.

Se c’è spaccio, se c’è offerta, è perché c’è domanda. Domanda di gente ricca. La Modena “bene”, che di giorno si lamenta della sicurezza, delle tasse, dei servizi, dei parcheggi… e di notte si va a comprare la coca a cinque metri da casa.

Leggi anche: Eroina, la droga della solitudine.

Un pastore che sapeva scaldare i cuori

«Le persone burbere e arcigne ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito!». Non posso sapere a chi si riferisse papa Francesco quando, il 22 dicembre scorso durante gli auguri alla curia romana, inseriva nel catalogo dei 15 mali della Chiesa (tutta quanta l'”azienda-Chiesa”, dal primo cardinale a quello battezzato due giorni fa) la “malattia della faccia funerea”. Ho ben chiaro, però, di cosa si può sentire orfana la Chiesa modenese e tutta la città di Modena: di un pastore entusiasta e allegro, che sapeva contagiare con la sua gioia chi gli stava intorno.

Il vescovo Lanfranchi quasi ci stava stretto dentro quella talare nera che ha cominciato ad indossare nel 2003 dopo essere stato ordinato vescovo a Cesena. Ma per chi l’ha conosciuto da “don Antonio” – come il sottoscritto negli anni ’80, ai campi estivi di formazione delle équipe giovani di Azione Cattolica – sa che quell’aria del pastore che conosce le sue pecore tanto da avere il loro odore non l’ha mai persa. E’ una cosa che ti ritrovi dentro da sempre, perché la respiri in casa, in famiglia. Come ci ha raccontato qualche anno fa parlando dei suoi genitori, nell’intervista davvero preziosa realizzata assieme a p. Prezzi e pubblicata su un Quaderno del Ferrari: i miei genitori – disse – «legati ai ritmi della terra ne aspiravano la sapienza: mai esaltarsi quando le cose vanno bene e mai abbattersi quando vanno male. La vita semplicemente si attraversa con dignità e con la pace interiore che viene dalla convinzione di aver fatto quanto si doveva fare davanti alla propria coscienza credente e confidando in Dio».

Nelle ore dopo la sua morte, tanti lo stanno ricordando, tante belle testimonianze di persone a cui don Antonio “ha scaldato il cuore” con i messaggi, le lettere, gli incontri di questi anni a Modena. Non è mai un esercizio facile quello di sintetizzare (banalizzare? ingigantire?) in poche righe il “segno” che una persona, appena scomparsa, ha lasciato sulla strada da vivo. A titolo personale potrei concentrarmi sulla sua attenzione al mondo della comunicazione, sulla sua premura affinché il messaggio arrivasse sempre “pulito e chiaro” al destinatario (per un articolo con taglio “economico” mi ha chiesto di vedere, rivedere, sistemare e correggere la sua intervista quattro volte!). Ma ogni modenese ha potuto apprezzare direttamente il suo “stile” e il suo bisogno di “trasmettere” in ogni modo il Vangelo attraverso la felice tradizione delle “Lettere alla città” che come i suoi predecessori ha voluto mantenere.

Ripropongo quindi soltanto due punti (tra i tanti) che possono sintetizzare la feconda presenza di mons. Lanfranchi nella nostra città. Sono riflessioni raccolte nell’intervista di cui sopra, che uno può rileggere completa in questo Quaderno del Ferrari.

Ci ha chiesto di essere poveri.
Don Antonio è arrivato a Modena nel pieno della crisi economica: ha visto quanto una città ricca come la nostra ha cominciato a perdere pezzi; ha constatato quanto può essere lungo ripartire più sfibrati e più deboli. «Le risorse diminuiscono, non possiamo vivere come prima. È duro ammetterlo: andiamo verso una società più povera. Ma se essere più poveri vuol dire essere ancora più individualisti, siamo davvero sventurati. Per sé la povertà non significa una società peggiore, se si recupera in solidarietà e sussidiarietà quello che si perde nel conto in banca. Tutti più poveri, ma più solidali». Il vescovo ha quindi indicato un’altra direzione, quella di «attivare il desiderio, di far ripartire la passione, di non trasformare la crisi economica in crisi antropologica. Perdere il lavoro è un dramma, ma è assai peggio perdere la voglia di cercarlo. La terza direzione attiene agli interventi specifici».

Ci ha insegnato la pazienza e la passione.
Le virtù di un vescovo, secondo don Antonio, sono quelle che anni fa a mo’ di battuta aveva elencato il card. Siri: «le virtù necessarie sono quattro, cioè la pazienza, la pazienza, la pazienza e la pazienza». Ma per Lanfranchi se ne doveva aggiungere una quinta: «la pazienza con coloro che invitano il vescovo ad avere pazienza». Per lui “essere pastore” non era un mestiere relegato nel recinto ecclesiale, come ha dimostrato una volta per tutte in occasione dei tragici eventi legati al terremoto e all’alluvione in particolare nella Bassa Modenese. Il compito del vescovo «è riattivare il desiderio e la passione per Dio e costruire comunione. Come diceva Antoine De Saint-Exupery: “Se vuoi costruire una nave per attraversare il mare per un lungo viaggio non metterti a distribuire incarichi, a dare ordini, ma suscita prima la nostalgia per il mare sconfinato e vedrai che poi spontaneamente la gente porterà legna e svolgerà compiti”. Oggi viene meno il “desiderio”, la passione, si diffonde l’indifferenza e l’individualismo. Fra le virtù per riuscire ad essere costruttore di comunione e suscitare passione e desiderio metterei l’empatia e il distacco. L’empatia ti porta ad essere vicino a comprendere col cuore e non solo con la testa la vita degli altri, anche quando hanno idee diverse dalla tue. Il distacco ti permette di essere di fronte come guida per aiutare ciascuno a fare un passo in avanti. Dovrei parlare anche della condivisione della fede, ma mi limito a indicare un passaggio non sempre facile: la capacità di essere e stare da soli. In certi passaggi e in certi momenti bisogna saper abitare la solitudine. Certo, davanti a Dio. Anzi in Lui».

A cosa serve la giornata della memoria?

Si fa presto a dire “ricordo”.
E’ quasi impossibile tenere a mente quello che abbiamo vissuto da piccoli. Possono rimanere impresse alcune emozioni, ma non il significato preciso di certe esperienze fatte a dodici anni. Un po’ perché la memoria non è ancora sviluppata, un po’ perché certi episodi non ci sono stati spiegati per bene. E anche perché in tenera età non possediamo ancora gli strumenti e le griglie per interpretare quanto ci sta accadendo.

Il babbo inizia a frequentare delle persone che non abbiamo mai visto prima. Gli amici dei miei genitori, quando vengono in casa nostra, hanno sempre un’attenzione per noi ragazzi – un complimento, una carezza, una caramella – mentre questa gente non ci degna di uno sguardo. Sono persone che bazzicano per casa e che non mi piacciono; hanno dei visi strani, delle facce scure. Non voglio dire tipi da galera, ma sembra che si vogliano nascondere: entrano con il cappello calato sulla testa, il bavero della giacca alzato, la sciarpa davanti alla bocca. Così io mi domando che cosa stia combinando mio padre.

In questi giorni – in occasione della Giornata della Memoria – mi è capitato di leggere i ricordi della figlia di Odoardo Focherini, assicuratore con la passione per il giornalismo, arrestato e deportato al campo di lavoro di Hersbruck, insignito della medaglia Giusto fra le nazioni per aver salvato, attraverso una rete di persone costruita a Carpi, centinaia di ebrei durante la deportazione. Il libro appena pubblicato «Questo ascensore è vietato agli ebrei» che raccoglie i pensieri di Olga Focherini (morta nel 2008) da alcuni giorni mi stimola alcuni interrogativi. Sparsi, senza un ordine preciso.

focherini1

Ho ripensato ai racconti di mia madre, anche lei bambina ai tempi della guerra, sulle vicende legate alla rete che si era costituita clandestinamente a Nonantola. Un medico e un prete che hanno rischiato tutto per nascondere e mettere in salvo decine e decine di bambini ebrei; ma attorno a loro c’era un “esercito” di persone, invisibili, normali, che ogni sera mettevano a disposizione le proprie semplici abilità e, a loro volta, rischiavano del proprio.

«Il papà tante sere usciva di casa perché doveva andare da uno che faceva il fabbro, abitava là dietro dove adesso c’è il distributore dell’Agip» mi ha spiegato mia mamma parlando del nonno.
A fare cosa? Ricordi? Lo sapevi a quel tempo che cosa andava a fare il nonno? «Sì ricordo abbastanza bene… Ricordo che usciva sempre col buio perché era tutto segreto e non si poteva dire in giro. Però poi di preciso non sapevo cosa andasse a fare. L’ho imparato solo dopo».

focherini2E cosa faceva di nascosto, di notte, il nonno? «Andava a fare i timbri, aiutava Moreali e don Beccari che raccoglievano i documenti falsi».
Ma tu, mamma, lo capivi per chi erano quei documenti? Sapevi che c’erano degli ebrei da salvare perché che rischiavano la vita? «Lo zio Alfonso abitava di fianco a Villa Emma e tutte le volte che andavamo a trovarlo ci fermavamo lì davanti perché sentivamo cantare e suonare… e la mamma ci diceva “lì ci sono i bambini ebrei”».

E’ sorpresa mia mamma per questo mio interesse sul passato. Alcuni episodi le tornano in mente immediatamente, perché impressi molto bene nell’archivio dei ricordi di quando era bambina. Ma altri dettagli le sfuggono: perché queste domande sul nonno? era “normale” che facesse queste cose! si dovevano fare così!

E’ ancora il racconto di Olga, raccolto nel libro dal figlio Odoardo Semellini, a incuriosirmi.

Di tutta questa faccenda … da bambina non so assolutamente nulla: mio padre non viene certo a raccontare a me, una ragazzina di dodici anni, di un’attività clandestina. … La prima volta che mi accorgo di qualcosa di strano è durante una passeggiata, di domenica. I miei fratelli più piccoli sono davanti ai miei genitori in coda al gruppetto; io sto portanti mia sorella Paola con la carrozzina e rallento il passo, perché mi piace ascoltare ciò che si dicono il babbo e la mamma. Mi ricordo spezzoni di discorsi. Mio padre dice: «Tu pensa che tipo d’organizzazione, tutta segreta…», e poi: «Sai dove mettono i messaggi?» ed estrae dalla tasca una scatola di cerini, che è simile a quella d’oggi, con la differenza che , tirando il contenitore dei cerini, ma questo non esce completamente, in quanto trattenuto da un elastico. Mio padre tende completamente l’elastico e mostra come si possono nascondere dei bigliettini proprio in fondo. Al momento, però, non faccio troppa attenzione all’episodio.

A me piace ascoltare i discorsi dei grandi, ma quando questi arrivano in casa si mettono a parlare a bassa voce con mio padre, poi pure con mia madre, e io non riesco a capire niente. Mi sembrano tutti ladri, e mi chiedo: cosa si è messo a fare il babbo? E la mamma? Forse i miei genitori sono diventati poco di buono?

A che servono a distanza di settant’anni tante esperienze, tante gesta eroiche ma anche piccole imprese semplici, quotidiane, giuste? A che serve avere a disposizione tanti ricordi se non si è capaci di affrontarli? Le medaglie, i riconoscimenti e anche le beatificazioni (Focherini è stato proclamato beato nel 2013) arrivano successivamente, spesso dopo la morte.

focherini3Durante la deportazione, per tutta la guerra, i nostri nonni, i nostri genitori, i medici, tanti operai, tanti garzoni, alcuni preti e gli insegnanti facevano bene il proprio mestiere e, nel tempo libero, di nascosto, davano un senso al loro essere donne e uomini, al loro essere cittadini, alcuni spinti dalla fede altri per un semplice e naturale spirito umano.

In questa Giornata della Memoria, mi è venuta questa strampalata riflessione. Che senso ha riportare in vita quanto è accaduto nel passato, se non abbiamo il coraggio di guardare negli occhi quanto ancora oggi ci si ripresenta uguale ad allora? Perché insistere su questa memoria se poi dimentichiamo la verità dei nostri giorni: l’indifferenza, l’assuefazione, l’antisemitismo, l’omofobia, il razzismo…? C’è poca memoria o poca verità? Dove sono (dove siamo!) i medici, i preti, gli operai, i padri e le madri del nostro passato?

E ancora le conclusioni di Olga mi hanno accompagnano.

E’ importante ricordare per due motivi. Il primo: al giorno d’oggi Focherini è una figura importante, a prescindere dalla memoria di quello che è stato. Mio padre, cattolico apostolico romano, senza chiedere permesso a nessun prete e a nessun vescovo decide con la moglie di aiutare chi ha bisogno. Quando la Chiesa chiama ancora gli ebrei deicidi, lui non valuta se sono ebrei, se sono cattolici o altro. Sono persone che hanno bisogno, le aiuta e basta. La sua grandezza sta nel fatto che, di fronte al male che sta distruggendo la società, non si volta dall’altra parte come fanno in molti. Guarda alla sofferenza dei perseguitati e reputa che valga la pena rischiare la propria vita per aiutarli, allo stesso modo in cui aiuterebbe i suoi figli e i suoi familiari.
Il secondo motivo: in qualsiasi momento dobbiamo sapere che la vita ci pone sempre e comunque di fronte a delle scelte. Fortunatamente non sono sempre drammatiche come la vicenda di mio padre. Dobbiamo però affrontarle con una certa serenità e con tanta serietà.

Buon Far West a tutti!

Ed al semaforo
via libera, si va.
Ma verso dove? E chi lo sa?
(Sveglia – The Luna hard’urla)

Fermo al semaforo pedonale in attesa del verde per attraversare la strada ascolto incuriosito (e anche un po’ commosso) quella che da banale conversazione tra babbo e figliolo sembra trasformarsi nella prima lezione civica dell’anno 2015. Il bimbo chiede spiegazioni sull’uomo vestito con giacca gialla fluorescente che si aggira nel parcheggio alle porte del centro storico, ispezionando uno a uno i parabrezza delle auto in sosta. “Controlla che tutti abbiano pagato il biglietto. Noi l’abbiamo appena pagato e siamo tranquilli” spiega l’uomo di mezz’età. “E perché bisogna pagare il biglietto per lasciare la macchina?”. Con destrezza il papà replica: “Così il Comune ha i soldi per pulire le strade, per disegnare le strisce blu per terra, per far funzionare le luci di notte e per fare altri parcheggi”. Il bimbo pare convinto della risposta e anche il padre soddisfatto per essersela cavata abbastanza bene all’interrogatorio, insidioso quando si parla di mobilità e tasse.
Poi il bimbo mette in bocca una caramella e, prima ancora di cominciare a succhiarla, lascia cadere a terra la carta. “Cosa fai? Raccogli, non si può sporcare per terra” ordina il padre col petto all’infuori. E mentre il figlio ubbidiente si china a fare il suo dovere, arriva un nuovo ordine del padre: “Dai, attraversiamo veloci che non arriva nessuno”… il semaforo era rosso.

Sto ancora fantasticando su quando ascoltato in diretta, che un nuovo episodio mi costringe a riflettere: che sia la seconda (o meglio la prima) lezione civica dell’anno appena iniziato? Sono al semaforo pedonale successivo. Tutte le auto sono ferme e scatta il verde per i pedoni, quindi attraverso. Quando all’improvviso un’auto ferma sulla riga ingrana la marcia, parte e mi schiva per un pelo. “Ma come è possibile essere così suonati da passare col rosso mentre la gente attraversa? Cosa gli sarà saltato in mente? Poco male – ho detto tra me e me – c’è il photo-red, gli arriverà a breve una multa”. Poi ho continuato a riflettere sul senso del semaforo e delle “imposizioni” che regolano il nostro vivere sociale.
Il “rosso” del semaforo è un divieto a procedere oltre la linea? è una indicazione di massima su come far defluire meglio il traffico? si tratta forse di un avvertimento del sindaco che anticipa un’eventuale multa se trasgredito? è uno stimolo al nostro cervello per ricordare (a mo’ di post-it o di appuntamento in agenda) che se ognuno attraversa la strada quando e come gli pare o se oltrepassa la linea a seconda del proprio personale sentimento, inevitabilmente l’incrocio si trasforma in un Far West e gli automobilisti in guerrieri Comanche.

Le prime ore del nuovo anno sono dedicate quasi esclusivamente ai commenti sui cenoni, sui festeggiamenti, sulle previsioni meteo, sulle vacanze degli italiani. Si sentono repliche al discorso a reti unificate dell’ormai quasi ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al calo dei consumi medi per famiglia anche in tempo di saldi. Ma si è parlato anche dei “botti di capodanno” (251 feriti in Italia, 68 sono minori). Decine le ordinanze dei sindaci italiani, compreso quello di Modena, per vietare questa (pericolosa) usanza. Ma in Piazza Grande e dintorni a mezzanotte gli spari sono arrivati puntuali, come le polemiche sui quotidiani e sui social l’indomani. “Evidentemente l’ordinanza anti botti del Comune che invitata a limitare questi festeggiamenti per evitare incidenti e problemi con gli animali non ha fatto breccia” si è letto. Qualcun altro se la prende con le forze dell’ordine e col sindaco stesso: i “primi responsabili sono proprio coloro che in maniera manifesta – quando non con tacita contiguità – si dimostrano incapaci nel proprio ruolo pubblico”.

Per il 2015 – oltre alla felicità, al successo, alla pace, alla serenità e a ogni altro ben di dio – dovremmo augurarci (ognuno davanti allo specchio) un po’ di senso civico. Anzi no, un po’ di senso. Tutti, a partite dal papà che insegna al figlio ad attraversare col rosso, al pilota che nel traffico cittadino si destreggia come lo sceriffo a cavallo, a quelli che per non sparare i petardi (ma possiamo aggiungere a quelli che per differenziare i rifiuti, che per raccogliere i bisogni dei cani e le cicche di sigaretta) hanno bisogno dell’ordinanza del primo cittadino.

L’urlo assordante del silenzio

Il sistema della politica è così sorprendentemente autoreferenziale che è diventato impenetrabile. I partiti e le amministrazioni, con le loro liturgie e i loro appuntamenti più o meno consolidati nel tempo, non riescono più a dialogare con l’esterno. Contestualmente la società organizzata e i cittadini, non trovano più il modo, il motivo o anche solo il desiderio di entrare in contatto con una politica di cui sfugge il senso del suo traccheggiare.
Ecco perché è assordante il silenzio dei corridoi delle scuole in cui sono stati allestiti i seggi per queste “storiche” elezioni regionali in Emilia-Romagna. Due mondi non solo non si parlano più, ma se anche si sforzassero di farlo, non riuscirebbero a sentirsi.

Domenica sono andati a votare meno di un milione e mezzo di emiliano-romagnoli (il 37,7% dei 3,4 milioni aventi diritto), la metà di quelli che erano andati alle urne cinque anni prima (l’affluenza era allora del 68%). In passato era fisiologico aspettarsi fino al 20/25% di astensioni, ma con questi numeri non si può più dare la colpa alla “disattenzione” delle persone. Nemmeno si può elaborare la scusa (come è stato più volte fatto durante la campagna elettorale) del mancato traino nazionale (si è votato solo in due regioni, e quindi?) o della scarsa attenzione dei media e dei talk show (se per questo non si sono nemmeno visti manifesti per strada, salvo la settimana prima del voto?).

Questa è l’urgenza per i partiti e per i politici; il tema va affrontato rapidamente senza aspettare le analisi del voto, le riflessioni, le proiezioni, gli stratagemmi o i capri espiatori. O si crede nella partecipazione reale e s’inventa un nuovo modo di fare politica, o tanto vale giocare nello stadio a porte chiuse, consapevoli che prima o poi i cittadini-spettatori smetteranno di seguire “l’evento” anche in differita.

Insomma, l’urlo dell’astensione deve interessare tutti quanti i giocatori in campo: eletti, non eletti, presidenti, consiglieri, segretari dei partiti e dei circoli.

Al Pd – nonostante l’elezioni del suo candidato, che ora dovrà inventare un modo tutto nuovo per “governare” la Regione dopo tre mandati di Errani e guadagnarsi sul campo quella legittimità politica che è mancata col voto – è stato inferto uno dei colpi più duri. Il modenese Bonaccini è stato eletto da 615.723 persone, complessivamente il 17,7% degli aventi diritto (Errani nel 2010 grazie ai voti della coalizione era stato eletto con circa 1,2 milioni di preferenze). In questa tornata, quindi, la coalizione di centrosinistra ha perso oltre 582 mila voti, il Pd da solo ne ha persi 322.626. Chi si è voluto “punire” con la diserzione delle urne? Il vecchio sistema (rappresentato dagli apparati) o il futuro del partito tratteggiato in questo momento da Matteo Renzi?

La Lega si trova davanti a una nuova crescita di consensi. Già nel 2010 puntava a fare della regione la quarta gamba del Nord e, forte dei risultati (aveva superato il 10% in 308 dei 348 comuni della Regione), s’immaginava di completare la saldatura con le altre tre locomotive d’Italia (Veneto, Lombardia e Piemonte). Un entusiasmo che si è assopito dopo gli scandali nazionali che hanno portato al ritiro di Bossi, e alla perdita in Emilia di diversi “pezzi forti”. Alan Fabbri – che con circa il 30% delle preferenze (circa il 20% le preferenze del movimento) ha mandato in un angolo gli altri partiti del centrodestra approfittando dello sfarinamento berlusconiano di Forza Italia – può giocarsi un ruolo da protagonista se sarà in grado di crescere politicamente a livello personale, indipendentemente dal traino che gli ha fornito Matteo Salvini in campagna elettorale cavalcando alcuni “classici” del repertorio leghista, immigrazione in primis. A sentire le prime parole del giovane sindaco, ci pare un’impresa tutt’altro che scontata.

Grillo, infine, ci ha insegnato una volta per tutte a puntare al ribasso. Non ha messo piede in terra emiliana durante la campagna elettorale, salvo una comparsata qualche ora prima del voto in una sala con la candidata modenese Giulia Gibertoni e un gruppo di militanti. “Qui faremo un bel risultato, ma il bel risultato per me è mettere dentro 4 o 5 consiglieri, non è prendere la presidenza. Non siamo a caccia di una poltrona a tutti i costi”. I cinque consiglieri siederanno in Assemblea legislativa, ma con il 13,3% dei consensi cominciano una evidente parabola discendente, a conferma del fatto che l’astensione punisce anche chi ha interpretato da sempre il dissenso dell’antipolitica.

Non si salva nessuno? No. E non perché lo dicono i commentatori in tv o i politologi negli editoriali. Ma perché nessuno ha dimostrato di comprendere che se non si cresce si muore, se non si cambia si è destinati gradualmente o lestamente all’oblio.

Senza convincere, vincere non basta più

La volta precedente è stata colpa di un “cortocircuito”, poi è stato un “flop” e questa volta un “disastro”. Le primarie del Pd e di una buona parte del centrosinistra aprono un seria riflessione sull’utilità di tale strumento democratico e, soprattutto, interrogano sul contributo politico che esse consegnano al candidato vincente. Nel caso di quelle tenutesi domenica scorsa per il candidato alla presidenza della Regione, il modenese Stefano Bonaccini.

Tutti hanno delle risposte (più o meno preconfezionate) per cercare di giustificare il crollo dell’affluenza di domenica 28 settembre alle primarie (durante le quali hanno votato in circa 58 mila persone, su 75 mila iscritti al Pd) e tali analisi risultano essere in gran parte corrette: la campagna elettorale è stata troppo breve; nessun traino dalla politica nazionale; i giornali si sono disinteressati all’appuntamento; le vicende giudiziarie dei due (potenziali) candidati hanno allontanato ancora di più i cittadini. Tutti hanno una propria ragione e una propria giustificazione, ma tutti – ormai è tempo di ammetterlo – stentano a considerare le primarie come uno strumento democratico valido per tutte le stagioni.

Con il voto (o non-voto) di domenica scorsa anche il Pd ed i suoi dirigenti sembrano avere abdicato all’idea delle primarie come strumento utile in ogni circostanza e ad ogni condizione, se non altro perché esse non fanno ancora parte del dna del partito e, in alcuni casi, appaiono più tollerate che desiderate. Sembra aver ragione Arturo Parisi quando afferma che: ogni anno che passa queste si trasformano in “primarie preterintenzionali”. La gente, il popolo, l’elettore, anche quello meno affezionato alla politica, ha dimostrato di apprezzare lo strumento. A patto che sia chiaro l’obiettivo.

Lo ha fatto nel 2005 rafforzando la leadership di Romano Prodi (la sua candidatura a premier era scontata ancora prima di aprire i seggi). Con la vittoria di Prodi alle primarie di nove anni fa, è stata premiata la società civile vivace, quella con una maggiore disponibilità a prestare il proprio tempo gratuitamente per la causa pubblica (cf. analisi dell’Istituto Cattaneo del 27 ottobre 2005).

Lo ha confermato nelle primarie del 2012: una vera sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In quel caso hanno funzionato gli endorsement, la sfida tra candidati profilati diversamente (il nuovo contro l’usato-garantito), la possibilità di urlare contro la Casta o di rimanere ancorati ai contenuti.

In questo fine 2014, invece, le primarie emiliano-romagnole sono risultate decisamente sottotono perché svuotate di senso. Si è sottovalutata l’importanza dell’appuntamento elettorale e ciò che ne risulta è un candidato vincitore che non può godere pienamente di questa vittoria. Come dire: se Atene piange, Sparta non ride. Quello che il Pd consegna al candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna è un capitale politico criptico, un popolo da rimotivare, una rete di relazioni da riallacciare in un progetto sul presente (non solo sul futuro) possibilmente scevro di ogni forma automatica di retorica politica.