Quel master che è tutta un’altra storia

Incontriamo il Prof. Lorenzo Bertucelli, associato di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, nel dipartimento di Studi linguistici e culturali in Largo Sant’Eufemia. È giovane e non risparmia battute di spirito mentre ci guida verso il suo ufficio, dribblando i lavori in corso nel cortile e le ragazze in leggings e canotte borchiate che attendono con ansia il turno per sostenere l’esame di linguistica. Lo studio lo divide con un collega che poi scopriamo essere il Prof. Fabio degli Esposti, esperto della Prima Guerra Mondiale. Nessuno dei due assomiglia al classico professore universitario di Storia e sulla scrivania bianca, accanto allo zainetto che si toglie dalle spalle, non campeggia un saggio di Chabod, bensì, avvolto in una vistosa copertina rosa, il volume di Pozner “Tolstoj è morto”, in cui si ricostruisce la fine pubblica di una star, il primo reality show della storia, appunto la morte di Tolstoj seguita in diretta da una nazione col fiato sospeso e celebrata da una folla adorante.

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Ecco, non ci sorprende che proprio in questo contesto sia nata l’idea del primo Master italiano in “Public History”, una novità assoluta che vede Modena terza in Europa, dopo Parigi e Berlino, a puntare su questo modo di spiegare e raccontare la storia. “La storia per il pubblico” sembra al Prof. Bertucelli, direttore del Master, la traduzione più vicina all’idea ben consolidata nella tradizione anglosassone e soprattutto americana di un approccio storico che “utilizza tutta la gamma dei linguaggi della nostra contemporaneità per raggiungere un pubblico più vasto possibile” e che va dallo storytelling (spettacolo/racconto storico) fino al reenactment (rievocazione storica) nel quadro più ampio della Living History, ma senza rinunciare al rigore scientifico.

Gli obiettivi che si pone questo Master sono sostanzialmente due, il primo è quello di “mettere in contatto e completare il sapere storico con altre competenze proprie di professionisti che lavorano nel mondo della comunicazione, delle arti, dei mass media e dei new media”, il secondo è di “corrispondere a una domanda sociale di storia che proviene da vari ambiti della società e che non è soddisfatta dalle produzioni scientifiche, a causa dei limiti degli storici che non sono bravissimi a superare il gap per raggiungere un pubblico più largo”. Diversamente dallo storico cosiddetto “accademico”, “il Public Historian accetta di andare in pubblico e di mettersi in discussione insieme al pubblico” ma con una ben precisa mission: mai abbassare il livello.

Fonte immagine: Mutina Boica
Fonte immagine: Mutina Boica

Non si tratta, dunque di semplice divulgazione ma “significa mantenere elevato il livello della conoscenza comunicando attraverso altri linguaggi”. Non è un’operazione semplice e, per questo motivo, il Public Historian ha necessità di lavorare in team, “deve avere un metodo per cui collabora con uno scrittore, un commediografo, un produttore televisivo, un regista, un musicista, un webmaster, un content provider e così via”. Solo così la storia può uscire dall’Accademia e raggiungere il pubblico. “Proprio grazie all’interazione con quest’ultimo e ad uno sguardo più collettivo sulla disciplina, possono nascere nello stesso storico domande diverse sul suo oggetto di studio, contribuendo agli esiti della storiografia tradizionale”.

Che valore ha oggi raccontare la storia anche in questa maniera?
Viviamo in un momento in cui si è esaurita quella fase in cui si pensava che, in un mondo che andava così veloce, non serviva a niente conoscere il passato e che era più utile preoccuparsi di prevedere l’immediato futuro. Di fronte a tanti fenomeni epocali che hanno rimesso in discussione questa presentizzazione estrema del nostro modo di vivere, a partire dalla crisi economica sviluppatasi dal 2008, alla precarietà di un’intera generazione fino ai giganteschi spostamenti di popolazione, sembra veramente di vivere in un presente che si fa storia mentre accade. Tutto ciò ha generato una maggiore domanda di riflessione sui temi del nostro presente, ma si è sentito il bisogno di analizzarli storicamente. La maggiore richiesta di storia nella sua dimensione individuale, ma soprattutto in quella sociale, significa che c’è il ritorno ad una richiesta di identità, di riconnessione dei fili tra le persone, per capire da dove veniamo e quale eredità abbiamo in comune.

Fonte immagine: Mutina Boica
Fonte immagine: Mutina Boica

Perché un Master di questo tipo oggi e perché a Modena?
Varie esperienze, con gradi diversi di consapevolezza, sul nostro territorio, vanno in questa direzione. Si pensi alle produzioni di ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione) “Il ratto d’Europa” e “Carissimi Padri“, che hanno realizzato eventi e spettacoli molto vicini alla Public History, chiedendo aiuto agli storici per ricevere informazioni o consigli bibliografici, o al lavoro che da anni svolgono sul territorio i quattro partner che collaborano con noi per il Master: gli Istituti Storici di Modena e di Reggio Emilia, la Fondazione Fossoli e il Museo Istituto Casa Cervi. Considerando questa rete di esperienze e sensibilità, ci è sembrato necessario fornire un percorso strutturato, in grado di far crescere metodologicamente questi lavori anche con giovani formati più solidamente in questo settore professionale.

Quanti e quali sbocchi professionali si prevedono per i giovani in formazione?
Essendo il primo Master di questo tipo in Italia, non possiamo far riferimento ad alcun dato pregresso. Quel che è certo è che, negli Stati Uniti, i corsi universitari di Public History sono nati per rispondere ad una precisa richiesta professionale. Il laureato in storia, grazie a questa qualifica, ha dunque più possibilità di entrare nel mondo del lavoro. Sempre negli Stati Uniti, gli sbocchi possibili sono anche in azienda, laddove è, per esempio, richiesta una storicizzazione del brand oppure nei veri e propri Musei d’azienda che si stanno diffondendo anche in Italia.

Lorenzo Bertucelli
Lorenzo Bertucelli

Quali possono essere i risvolti economici in un settore notoriamente in crisi come quello della cultura?
Dobbiamo riuscire in questo paese a far diventare un po’ più forte l’idea che quando dici la parola “cultura” non fai solo riferimento all’attività di signori eruditi che stanno tra di loro o di signore sfaccendate che prendono il tè alle cinque di pomeriggio, ma anche a qualcosa di vivo e di innervato nella società di massa e nella comunicazione di massa, qualcosa che genera professioni e indotto economico. Il fare cultura non viene solo dall’alto, dalle Istituzioni, com’è tradizione in Emilia Romagna, ma può venire anche dal basso, da gruppi underground che si organizzano in collegamento col mondo scientifico. Se riusciamo in questo intento, sono convinto che potrà svilupparsi una dimensione anche di potenzialità professionale ed economica.

Il Prof. Bertucelli è perfettamente consapevole che l’avventura non sarà delle più facili, anche perché si svolge in “un paese non abituato a mettere insieme la cultura alta con la cultura più ampia o cosiddetta popolare” e perché non smette di generare conflitto con gli ambienti culturali tradizionali, ma tiene ben salda la convinzione che a vincere saranno quelli “fuori dall’Accademia” , grazie al grado di impatto sull’opinione pubblica. E i numeri del Master confermano, per ora, questo entusiasmo. Con provenienze disparate, da Torino a Roma, con un nutrito gruppo di emiliani, sono infatti più di trenta gli ammessi a frequentare i corsi, che partiranno il prossimo ottobre, e di tipologia assai variegata, dai laureati in Storia e Scienze politiche, agli Archeologi, agli Insegnanti. Tutti completeranno il corso con 325 ore di stage professionalizzante e personalizzato e con seminari tenuti da professionisti ed esperti di cinema, letteratura, teatro, musica e linguaggi multimediali.
Forse un giorno la storia si studierà a fumetti, ed è un’opportunità ben accetta anche dal Prof., a patto che non si cada mai nell’errore di tralasciare le fonti tradizionali.

Buona scuola? C’è chi dice no

Hanno invitato gli insegnanti a presentarsi con la fascetta del lutto al braccio o con un bavaglio sulla bocca il primo giorno di scuola, in Emilia Romagna martedì 15 settembre, come segno di mancata sottomissione alla Riforma della scuola pubblica voluta dal governo Renzi. Sono stati circa 350 – tra comitati e sindacati di settore, gruppi operanti nell’ambito della scuola, associazioni di studenti e rappresentanti politici (Sel, Movimento Cinque Stelle, Altra Europa con Tsipras) – i partecipanti all’Incontro nazionale di mobilitazione della Scuola, tenutosi a Bologna il 6 settembre scorso, per dibattere e deliberare proposte di lotta contro la Legge 107, la cosiddetta “buona scuola”. Dopo una raccolta firme, prevista per il 2016, sarà avviata l’elaborazione di quesiti referendari contro la riforma con l’ausilio di noti costituzionalisti come il prof Massimo Villone dell’Università Federico II di Napoli. Nel frattempo, l’auspicio con cui si lasciano i partecipanti è quello di rendere l’aria incandescente con una microconflittualità diffusa in tutte le scuole.

Un momento dell'incontro bolognese
Un momento dell’incontro bolognese

Tra i principali obiettivi di contestazione, la cosiddetta autonomia scolastica che – secondo i promotori dell’incontro – maschera la privatizzazione e lo smantellamento della scuola pubblica. Sotto accusa anche i meccanismi di valutazione, conditi da premi e bonus, interpretati come strumento di gerarchizzazione e clientelismo, atto a far scomparire tutto ciò che non risulti “misurabile” dalla relazione scolastica, che “com’è noto a tutti, è uno scambio di umanità, prima di tutto, e poi di sapere aperto alle domande e alla critica. Se il fine della valutazione si prospetta, dunque, meramente economico, ad essere stimolata è unicamente la competizione piuttosto che la cooperazione per il miglioramento dell’istituzione scolastica”.

Prima espressione della misurabilità della scuola è il RAV, Rapporto di Autovalutazione, che le scuole italiane dovranno compilare entro quest’anno, in quanto primo tassello di un procedimento di valutazione a livello nazionale (SNL: Sistema Nazionale di Valutazione) che prevede – secondo le indicazioni del ministero, il MIUR – una successiva valutazione esterna e una ritaratura degli obiettivi per il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza della singola scuola, per giungere, infine, ad una rendicontazione sociale. Soggetti protagonisti per lo svolgimento del processo di valutazione risultano essere, secondo il DPR 28 marzo 2013, n. 80, oltre al Miur, INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione), oggetto da lungo tempo di feroci polemiche e contestazioni sia per le prove standard in forma di test, ormai obbligatorie, volte a rilevare il valore degli studenti di scuole campione a livello nazionale, sia per il potere sempre maggiore che sembra aver assunto questo ente, sponsorizzato – tra gli altri – dall’associazione TreLLLe, sostenuta principalmente dalla Compagnia di San Paolo di Torino, una delle maggiori fondazioni private d’Europa; INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa) e un contingente con funzione tecnico-ispettiva.

photo credit: Going Up via photopin (license)
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Quando la valutazione sarà allargata ai docenti, si parlerà di un vero e proprio Comitato di valutazione, che il Collegio dei docenti e il Consiglio di Istituto saranno tenuti ad eleggere e la cui composizione suscita non poche perplessità, sempre nell’ottica della distribuzione degli eventuali premi economici legati ad un merito soggettivamente individuato, altrimenti detti “criteri per la valorizzazione dei docenti”.

Per testare sul campo questo primo momento del percorso di valutazione nazionale e per constatare come nella scuola pubblica non esista una sola voce, ma una molteplicità di posizioni e di esperienze, ci siamo rivolti alla professoressa Patrizia Pugliese, docente referente del progetto RAV per l’Istituto Tecnico “Fermo Corni” di Modena, entusiasta dell’esperienza appena svolta.

In cosa consiste il RAV e qual è il suo scopo?
Il rapporto di autovalutazione è un progetto importante che si pone come scopo la capacità delle scuole, di ogni ordine e grado, di valutare le proprie prestazioni, realizzando a pieno l’idea dell’autonomia. È costituito da sezioni. C’è una visione generale anagrafica in cui la scuola dichiara il numero di alunni, le biblioteche, le palestre: una sorta di carta d’identità. Poi ci sono aree che puntano a descrivere la situazione della scuola nell’ambito dell’apprendimento, quindi a verificare il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’offerta formativa e altri aspetti che riguardano il livello di relazione che l’Istituto ha con il territorio. Si può parlare di una “cartella clinica” della scuola elaborata dagli stessi docenti. L’idea di fondo è che le scuole giungano ad un livello di autonomia tale, per cui diventino in grado di valutare la propria pluralità di competenze, i punti di criticità, ma anche i punti di positività se non di eccellenza. L’autovalutazione è, infatti, una competenza di livello estremamente elevato che si cerca di trasmettere anche agli studenti, quindi è ancora più importante intraprenderla a livello di istituzione.

photo credit: Tube via photopin (license)
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Lei è il docente referente di progetto. Come è avvenuta la scelta del nucleo di valutazione?
Io sono uno dei due docenti referenti scelti all’inizio, poi se ne sono aggiunti altri due. Nel mio caso, dopo aver letto la circolare, sono rimasta colpita e ho proposto la mia candidatura. Mi sono, insomma, autocandidata. Non sono a conoscenza di come sia stato scelto il secondo, mentre gli altri due assolutamente dietro nostra richiesta. Abbiamo fatto presente alla preside l’importanza di queste persone già competenti in determinate aree del RAV, in quanto figure esperte di attività svolte dalla scuola, come l’antidispersione scolastica, la prevenzione del disagio, l’integrazione alunni stranieri. Abbiamo lavorato in quattro ed è stato un lavoro di team molto interessante.

Come si è svolta la formazione e come continuerà quest’anno?
La formazione, teorica e pratica, è stata curata dall’Ufficio scolastico provinciale per mezzo di una serie di ispettori, ognuno dei quali si è occupato di una parte del RAV. Il processo è triennale, questo è stato l’anno in cui le scuole hanno imparato a capire gli strumenti, il secondo anno dovrebbe vedere un’implementazione con l’ausilio di ispezioni esterne.

Come si compila il RAV?
Ci sono forti vincoli nella compilazione. Non si possono superare un certo numero di lettere e di spazi. Sono richieste precisione, sintesi, competenze linguistiche capaci di restituire un’immagine più veritiera possibile tra paletti delimitati. Per esempio, ci sono delle risposte guida con solo una rosa ristretta di aggettivi tra cui scegliere abilmente quello che maggiormente ti somiglia. Senza una griglia di questo genere, si potrebbe andare a mascherare anche solo col linguaggio, così invece ci si avvicina a una “certa” oggettività.

photo credit: And pull! via photopin (license)
photo credit: And pull! via photopin (license)

Cosa è emerso nel corso della riflessione sulla sua scuola? Cosa c’è da migliorare?
L’istituto Corni si distingue nell’area della progettualità che è ricchissima, ma c’è assoluto bisogno di lavorare per frenare la dispersione scolastica, per esempio, una criticità concentrata, come tutti sanno, sul biennio. Le ipotesi di miglioramento vertono sia sul versante del curricolo che sulle capacità relazionali dei docenti e sul lavoro in team.

Questo impegno è stato retribuito?
Sì, è già stato retribuito grazie a fondi appositamente destinati.

Il RAV sarà pubblico e attendibile?
In un’ottica di trasparenza, i risultati saranno caricati on line sul portale “Scuola in chiaro” a disposizione degli utenti. La scuola è patrimonio degli studenti e del territorio e deve essere giustamente sotto gli occhi di tutti, per permettere anche ai genitori di scegliere con una maggiore consapevolezza. Lo strumento è fatto bene, il percorso è tracciato, non si possono raccontare cose false. Basti pensare che una grossa fetta di valutazione sono i risultati delle prove INVALSI. Io sono molto curiosa di vedere i risultati delle scuole perché, per la prima volta, saranno loro a parlare. Il RAV può essere un utile strumento di confronto tra le scuole, così da spingere a imparare dalle “migliori”.

Cosa auspica per il futuro?
La condivisione. Far diventare le nuove competenze un patrimonio comune. Sono sicura che gli insegnanti avranno lavorato molto bene, meglio di quanto ci si aspetterebbe, perché nella scuola italiana ci sono molti insegnanti bravi. Ecco perché non ritengo ci sia alcun problema nella valutazione dei docenti. Io credo che di tutto quello che fanno molti docenti si sappia veramente poco. L’unica cosa negativa è che non siano ancora stati resi pubblici i risultati del RAV e che, nel primo Collegio dei docenti, non se ne sia parlato. Spero, pertanto, che se ne parli nel secondo perché l’utilità sta proprio nel parlarne all’interno dell’Istituto. Io mi aspetto che il RAV debba essere assolutamente condiviso.

Guida interattiva per farmacisti digitali

Van Gogh adorava il giallo. La sua stanza ad Arles era dipinta di giallo, molti dei suoi quadri più famosi, come la “Notte stellata” o “La terrazza del caffè la sera”, testimoniano la predominanza di questo colore. Secondo gli studiosi, Van Gogh non adorava il giallo, molto più semplicemente “vedeva giallo”, in preda ad intossicazione digitalica determinata da abuso di assenzio e di digossina, farmaco utilizzato per la cura dell’epilessia. Un dono eccezionale per gli amanti dell’arte ma, nella vita di tutti i giorni, le interazioni tra principi attivi, cibi, alcool, erbe, integratori e sostanze di abuso, possono determinare conseguenze molto più pericolose, e meno note.

Mentre gran parte della gente è a conoscenza delle interferenze tra alcool e farmaci, quasi nessuno sa che bere succo di pompelmo limita gli effetti degli antistaminici o dei farmaci per l’ipertensione, oppure che la liquirizia, considerata come espettorante e presente nei moderni sciroppi per la tosse, riduce l’efficacia dei farmaci ipertensivi. Si ritiene che l’aglio abbia l’effetto di abbassare i livelli di colesterolo e di ipertensione, ma pochi sanno che aumenta il rischio di sanguinamento in soggetti in trattamento con farmaci anticoagulanti.

Liquirizia

È un'”epidemia silenziosa”, determinata dalle reazioni avverse ai medicinali. Una denuncia sanitaria del 2011, firmata Sic Sanità, parla di 40.000 vittime l’anno in Italia, più di quelle di incidenti stradali, soprattutto tra anziani sottoposti a terapie farmacologiche complesse. Sì, perché la causa principale di reazioni, spesso letali, per i pazienti, è l’interazione, un problema di fronte al quale si trovano in difficoltà anche i medici e i farmacisti più coscienziosi.

Dalla consapevolezza di tali rischi è partito il 16 giugno a Modena il primo progetto di ricerca “Studio sull’intercettazione delle interazioni farmacologiche nelle farmacie di comunità”, nato dalla collaborazione tra Unimore – Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e Federfarma Modena, con l’ausilio delle più moderne tecnologie informatiche. La sperimentazione prevede una prima formazione dei farmacisti, in seconda battuta, una raccolta di dati di pazienti, previo opportuno consenso informato, sottoposti a diverse terapie e, infine, l’analisi di questi dati da parte dei ricercatori Unimore, guidati dalla prof.ssa Nicoletta Brunello, Presidente del Corso di Laurea in Farmacia e dalla dott. ssa Silvia Alboni del Dipartimento di Scienze della vita.

Il progetto di ricerca si avvale di un database, “Interaction Explorer“, ideato e realizzato, in collaborazione con l’ing. Giorgio Fontana, dal dott. Marco Venuta, docente di Psicofarmacologia presso Unimore. Abbiamo incontrato il dott. Venuta nel suo studio del Policlinico di Modena e ci siamo fatti spiegare il suo interesse per le interazioni.

photo credit: Pills 3 via photopin (license)
photo credit: Pills 3 via photopin (license)

Come nasce “Interaction Explorer”?
Nasce dall’esperienza clinica. Circa 15 anni fa sono stato incaricato di dedicarmi alla consulenza ai medici di base sulla depressione. Questo mi ha portato a contatto con una popolazione molto variopinta, spesso persone anziane, per le quali dovevo limitarmi a un intervento di tipo farmacologico. Loro stavano assumendo una molteplicità di farmaci, ai quali io dovevo aggiungerne altri che non sono semplicissimi dal punto di vista delle interazioni. Mi sono chiesto come fare tutto questo con maggiore sicurezza.

Guardando le possibilità esistenti, mi sono accorto che il panorama era piuttosto desolante, nel senso che c’era moltissima letteratura scientifica ma non c’erano strumenti che traducessero questi dati in qualcosa di utilizzabile. Ho cominciato a voler creare uno strumento che mi facesse sentire più tranquillo nella prescrizione dei farmaci. Come spesso succede, ho cominciato per gradi a utilizzarlo personalmente poi la cosa si è sviluppata. Avendo io una certa passione per l’informatica, ho collaborato con l’ingegner Giorgio Fontana del Policlinico, che si è occupato della traduzione software di una banca dati che va aggiornata quotidianamente per fornire risposte rapide a partire da un’osservazione: quando assumiamo un certo numero di farmaci la frequenza degli eventi avversi aumenta in proporzione al numero di farmaci o dei principi attivi, perché noi facciamo riferimento a cibi, erbe, sostanze d’abuso ma per il nostro organismo sono tutte uguali.

photo credit: Apothecary Hall – National Botanic Garden of Wales via photopin (license)

Siamo in una società che utilizza molti farmaci e per fortuna, perché i farmaci hanno segnato un progresso nella salute dell’uomo, però questo ha generato terapie spesso complesse (una persona anziana prende mediamente dai 5 ai 6 farmaci). Se lei prende in considerazione 5 farmaci, in un prontuario di 2000 farmaci, per il calcolo combinatorio di cinquina possibile, abbiamo qualcosa come 240 trilioni di interazioni: una complessità numerica assoluta. Di fronte a questa complessità, sappiamo che non esisterà mai una dimostrazione scientifica dell’effetto di 5 farmaci insieme. Non potranno mai essere fatti 240 trilioni di studi. È un problema complesso e grave, perché di interazione si può anche morire, ma spesso rimosso, forse inconsciamente, dal campo di osservazione dei clinici. Il medico si limita a ragionare in termini prudenziali: prescrive prudentemente un farmaco al mattino, uno alla sera, è prudente nei dosaggi (più bassi in partenza), utilizza i farmaci che conosce meglio. Ma le regole prudenziali non sono sufficienti a cogliere una tale complessità.

Uno screenshot di Interaction Explorer
Uno screenshot di Interaction Explorer

Il 16 giugno è partito qui a Modena il progetto di sperimentazione che prevede la formazione dei farmacisti e la collaborazione tra Università e Federfarma. Si prospetta un nuovo ruolo per il farmacista in quest’ambito?
Come si evince dalla letteratura scientifica internazionale, nel mondo occidentale, nella gran parte delle situazioni, il ruolo di monitoraggio delle interazioni farmacologiche è affidato ai farmacisti. Una specie di secondo livello a cui i medici si rivolgono per avere un parere sulla compatibilità dei farmaci. C’è una ricerca interessante in Canada, in cui viene chiesto ai medici cosa si aspettano dai farmacisti: risulta che il desiderio è che sulle interazioni intervengano soprattutto loro. Questo è uno dei motivi per cui è partita questa ricerca, che ha intercettato anche una necessità di cambiamento che i farmacisti avvertono sulla loro figura professionale. Nel senso che loro stanno vivendo un momento di crisi, a causa di una serie di modifiche nel loro modo di lavorare: è aumentata la concorrenza, i pazienti comprano farmaci anche sul web. Per questi motivi, sono alla ricerca di percorsi di professionalizzazione per mettere meglio a fuoco la loro identità professionale. In particolare, alcuni farmacisti modenesi, come la dott.ssa Silvia Lodi e la dott.ssa Silvana Casale, attuale presidente di Federfarma, hanno percepito in questo progetto una possibilità concreta di andare nella direzione di una professionalizzazione dei farmacisti. Sono in embrione anche alcune altre ricerche questa volta fatte coi medici, questa è solo la prima che prende corpo in maniera significativa.

Young female pharmacist reaching for medicine
Fonte immagine: Farmacianews

Il servizio offerto da “Interaction Explorer” è a pagamento. Si deduce che il singolo cittadino non può accedere liberamente all’acquisizione di informazioni relative ai propri farmaci. Come mai questa scelta?
La scelta della commercializzazione è una scelta legata alla possibilità di dare un seguito a questa attività. Finora si è trattato di una dedizione non sponsorizzata, ma ora si sente la necessità di percorrere una strada diversa. In realtà l’acquisizione di dati è molto onerosa anche dal punto di vista del reperimento della letteratura scientifica. Senza contare le necessità di aggiornamento quotidiano. È molto sconsigliabile, infatti, per chi non ha competenze farmacologiche, accedere a uno strumento di questo tipo, che nasce come supporto al giudizio clinico: chi non ha una capacità di giudizio clinico non sa come utilizzare questi dati e rischia di utilizzarli molto male. Si rischia, appunto, sotto la spinta delle emozioni o della lettura non lucida dei dati, di prendere delle decisioni molto negative. Una persona, per esempio, può essere indotta ad eliminare un farmaco importante per la sua salute.
Crede che un progetto ambizioso come questo possa contribuire a ripulire l’immagine della sanità modenese dopo le recenti inchieste e le condanne dello scorso febbraio?
Non so valutare questo, ma posso dire con certezza che l’Università, nonostante i suoi problemi e i suoi conflitti, permette anche delle esperienze collaborative fruttuose, offrendo opportunità che difficilmente si trovano al di fuori di questo mondo.

Tra le luci e le ombre della sanità modenese, oggi preferiamo le luci.