Riepilogo sentimentale di una catastrofica mancanza

Edmondo Berselli è la penna che ha portato i suoi amori, la sua città, Modena e la sua regione, l’Emilia, alla ribalta nazionale. Nome di punta della nuova casa editrice modenese digitale, “Il dondolo“, diretta da Beppe Cottafavi, è stato recentemente celebrato nell’Aula Magna dell’Istituto Corni di Modena da Andrea Quartarone, giovane autore e produttore televisivo, collega di Berselli nella sua esperienza televisiva, nonché professore di Televisione alla Bocconi. Come lui, sono tanti gli estimatori dell’autore che hanno dato vita nel 2014 all’associazione “Amici di Edmondo Berselli” e al portale edmondoberselli.net che documenta la totalità della sua opera (sul sito i suoi libri sono quasi tutti leggibili online), valorizzandola, tra le altre cose, con eventi, borse di studio e dottorati di ricerca.

berselliBerselli amava sua moglie Marzia, l'”eterna ragazza” e l’attiva custode della sua memoria, a quanto racconta Quartarone. Amava Liù, il suo Labrador nero, a cui dedica un intero libro nel 2009, quando era già ammalato (morirà l’anno dopo), “Liù biografia morale di un cane“, prendendo in prestito i suoi occhi per raccontare l’Italia. Questione di Labrador è stato anche lo spunto per l’amicizia con Andrea Scanzi, che Berselli stesso definisce il suo erede, anche se – come dice – molto più famoso di lui! Saper parlare di tutto, ecco la caratteristica della sua scrittura e del suo pensiero poliedrico. Spaziare dalla politica, al calcio, riflesso dell’imprevedibilità della vita alle canzonette, con la stessa serietà e leggerezza: “gli piaceva moltissimo cazzeggiare, era uno dei suoi sport preferiti”, ci assicura Quartarone.

sinistrati-214x300Un uomo di sinistra che, pur appartenendo, pertanto, di diritto “alla gloriosa categoria degli imbecilli” con il “gene altruista”, non si aspetta la vittoria così schiacciante di Berlusconi nel 2008 e getta uno sguardo disincantato sull’essere da quella parte: “gente fuori dal mondo, che non ha capito niente, non ha intuito il modo e non ha colto il trend”, uomini che in un altro tempo avrebbero bollato gli altri come “fascisti”, mentre ora non pronunciano nemmeno la parola per intero “perché in pubblico non dobbiamo mostrarci faziosi e troppo legati a pensieri irrigiditi, alle idee sclerotiche del Novecento”. E a chi si chiede come sia stato possibile risponde: “abbiamo sbagliato dappertutto, noi sinistrati, noi sinistrorsi, noi poveri sinistronzi. È tutta colpa nostra. Perché abbiamo creduto di poter combattere contro la destra dall’alto di una superiore qualità morale e culturale. […] Perché non guardiamo la televisione”. Era il 2008, chissà cosa direbbe oggi. Chissà, nelle derive nella politica attuale, in chi riconoscerebbe l’identikit: “Se parla dell’Italia e dell’Europa e usa troppo spesso la parola “identità”, e peggio ancora l’aggettivo “identitario”. […] Se parla della famiglia e della religione, della scuola e dei bambini, e tira fuori i “valori”. Se dice che Roberto Benigni ha avvicinato il pubblico alla Divina Commedia e Luciano Pavarotti i giovani all’opera lirica. Se dice che il caso è “squisitamente politico”. Se conclude ogni elenco con l’espressione “e quant’altro”: be’, questi sono indizi di imbecillità”. “E quant’altro”. (Sinistrati, 2008)

Sempre in linea con l’interesse spiccato per la categoria, Berselli era noto anche per la sua capacità di raccontare aneddoti che, spesso si rivelavano pezzi di storia divenuti lievi sotto il suo occhio. Uno in particolare, ricorda Quartarone, si riferisce all’episodio, che denota un certo carattere italico, del giovane giornalista Luigi Barzini jr che, in preda ad ubriachezza molesta, rivela a un diplomatico inglese, in pieno secondo conflitto mondiale, che l’Italia ha decodificato i codici segreti britannici, mandando in bestia Mussolini che, subito, lo condanna a morte. Ma, dopo l’intercessione di Barzini senior, a sua volta giornalista, che lo supplica, tramuta la pena in dieci anni di confino e, poi, in un solo anno sull’isola di Capri – in pratica un anno in barca che l’affetto da acuta coglioneria ricorderà come l’anno più bello della sua vita. “Salta sempre fuori la famiglia in questo paese”, pare abbia affermato Mussolini esasperato, “ecco la fatica che faccio”.

quelgranpezzodellemiliaNel libro dedicato all’Emilia, poi, “Quel gran pezzo dell’Emilia: terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe”- tutto un programma – Berselli racconta della visita di Molotov, in rappresentanza del PCUS, in Emilia, quando, tra un pranzo, un banchetto e una parata orditi dal PCI per rimpinzarlo e confonderlo a dovere, a un certo punto, inaspettatamente, chiede di vedere le armi. Allora lo svegliano in piena notte e lo portano da un casaro, dopo avergli strizzato l’occhio: “Molotov vuole vedere le armi”. Il casaro capisce, lo porta all’esterno di un capannone e gli dice che le armi sono là dentro, ben 330 pezzi. E manca poco che si scopra che i pezzi sono, in realtà, forme esplosive di Parmigiano Reggiano. La storia del territorio non è mai stata così divertente.

Basta dare un’occhiata al curriculum professionale di Berselli, per affermare senza riserve che ha tutte le carte per sfoggiare il pedigree di intellettuale che se la tira, che è venerato come un maestro, come i big della cultura italiana: Baricco, Moretti, Fallaci, Battiato, Tamaro, Fo, Ferrara, Guccini. E invece preferisce scrivere canzoni che avrebbe voluto proporre a Max Pezzali e al suo fast tought, non più solo “l’espressività di un marginale”, ma campione dell'”unica creatività praticabile all’interno della nuova classe – la non più borghese né proletaria – composto sociale diverso ma sovrapponibile alla sua matrice di mezzo secolo fa” (Canzoni. Storia dell’Italia leggera, 2007), e smontare gli altari della venerata cultura italica a suon d’ironia, “visto che la maggioranza degli intellettuali italiani parte rigorosamente da un presupposto, di solito inesatto, il modo migliore per attingere il livello indiscutibile dell’opera d’arte consisterebbe nell’andare a cantare antiche e tragiche canzoni yiddish ad Auschwitz, accompagnati da un violinista cieco” (Venerati maestri, 2006). Questo vale per Einaudi e vale per Adelphi, compresi tutti gli adepti del culto. È meglio che questo genere di intellettuali ne prenda consapevolezza: in Italia vige un paradigma infallibile, e qui Berselli riprende Arbasino, c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “bella promessa” a quella di “solito stronzo”. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro”.
Paradossalmente è accaduto proprio a Berselli, che certamente ci avrebbe riso su.

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Da oggi, 18 maggio, riparte, tra Modena e Campogalliano, la rassegna celebrativa sul venerato maestro, “Quel gran genio del mio amico“. Il primo incontro sarà dedicato all’unica prova narrativa Posso giocare anch’io? James Bond a Campogalliano, scaricabile gratuitamente sul sito de “Il dondolo”, con il presidente della regione Stefano Bonaccini e il direttore del Poesia festival Roberto Alperoli.

Ma l’homo oeconomicus ha ancora bisogno dei Classici?

“Li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico (non solo dagli occhiali che quasi sempre portano). Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito”, scrive Andrea Marcolongo, autrice del bestseller “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco“, giovane grecista ed ex ghostwriter di Matteo Renzi. Li riconosci dal fatto che non sono pagati, come spesso accade a chi si macchia di attività letteraria e come è accaduto alla macchina da discorsi di Renzi, che ha preferito lasciare Palazzo Chigi per sbarcare sul mercato editoriale, con le sue citazioni alla “generazione Telemaco”, e piazzare un libro sul greco al vertice delle classifiche di vendita. Effetto sorpresa per chi si è perso il dibattito sulla validità del Liceo classico e delle cosiddette “lingue morte”, alla moda almeno quanto il generale calo delle iscrizioni degli studenti.

Se, a livello nazionale, il 2017 si è aperto con una rivincita delle iscrizioni ai Licei, nulla si può contro i Tecnici in Emilia Romagna, dove gli studenti li hanno preferiti per il 35,8%. A Modena è toccata la polemica sulla fusione tra il blasonato Liceo Classico San Carlo, storica culla della classe dirigente modenese, e il Liceo Muratori, che ha fatto dell’indirizzo linguistico il cavallo di battaglia delle iscrizioni.

Ecco cosa pensano gli insegnanti del neonato Liceo classico e linguistico Muratori-San Carlo (rigorosamente in ordine alfabetico) degli effetti della fusione in città, della vitalità delle lingue morte e del valore degli studi classici nella formazione degli adolescenti.

Secondo i dati ufficiali a livello nazionale relativi alle ultime iscrizioni, abbiamo assistito a una vera rivincita del Liceo classico. Com’è la situazione a Modena? Il Liceo classico può ancora competere con i tecnici e i professionali?
“La attuale situazione del liceo classico nella nostra città rende difficile e forse non significativa questa valutazione”, afferma la Professoressa di Italiano e Latino Donata Ghermandi. “Nel 2016 il liceo Muratori ha completato la fusione con l’altro liceo classico cittadino, il San Carlo e, per la prima volta, le due scuole, diverse per tradizione, si sono proposte alla cittadinanza e si sono aperte alle nuove iscrizioni come unico liceo classico di Modena. La fusione fra due istituti produce inevitabilmente, soprattutto in una realtà piccola come quella modenese, un iniziale disorientamento, quindi noi ci aspettavamo una sensibile flessione nelle presenze. In realtà, i dati finora pervenuti non sono preoccupanti: il numero delle classi in entrata quest’anno è lo stesso di quelle in uscita. Se ci confrontiamo con altre scuole che hanno vissuto l’esperienza della fusione, siamo portati a non ritenere questi dati come definitivi, e confidiamo che nei prossimi anni anche a Modena si potrà parlare di rivincita del classico”.

"Rivali inconsce" di Lawrence Alma-Tadema
“Rivali inconsce” di Lawrence Alma-Tadema

Considerando la crisi economica e il conseguente aumento della disoccupazione in Italia, quali argomenti possono essere usati, oggi, per avvicinare le persone agli studi classici?
“Negli ultimi decenni, e sempre più velocemente di anno in anno, il mondo è profondamente trasformato nelle sue modalità di scambio e di comunicazione”, nota la Professoressa di Italiano, latino e greco Silvia Macchioro. “Oggi viviamo in un mondo globale dove nella quotidianità ci dobbiamo rapportare con la diversità. Studiare le lingue e la cultura greca e latina, che sono da un lato antropologicamente diverse ma che rappresentano anche le radici della nostra identità culturale, ci aiuta a comprendere meglio noi stessi come persone e come individui storici e insieme ci insegna a riflettere con rispetto sulla percezione dell’Altro. Le culture trasmutano l’una nell’altra e la carta vincente del Classico è proprio la sua dimensione umanistica, se vogliamo che si incontrino e che non si scontrino. Anche l’homo oeconomicus ha bisogno dei “Classici”, checché se ne dica. Di recente ho incontrato due ex studenti di tanti anni fa (ora sposati e genitori e in visita nella scuola con il figlio di III media che sperano scelga il Liceo Classico) e il padre mi ha poi scritto – tramite Linkedin – “Altro che chiacchiere… se vuoi parlare con gli uomini e non con le macchine… occorre che ti prepari a parlare con loro!” . E’ VERO.
E l’esercizio della traduzione non solo rafforza le competenze linguistiche trasversali ma abitua all’uso preciso del linguaggio settoriale, abitudine che è necessaria in tutte le discipline e attività. Inoltre, la traduzione richiede un procedimento che ha le stesse caratteristiche del procedere scientifico: formulare ipotesi, elaborare strategie, procedere per prove ed errori con pazienti successivi tentativi di verifica. Tradurre richiede la logica della matematica ma richiede più intuito e sensibilità culturale ed, ancora una volta, umana”.

Come giudica la “retorica” sulla difesa del Liceo classico molto diffusa ultimamente sulle pagine dei giornali? In particolare, sono stati utilizzati testimonial d’eccezione come gli imprenditori Adriano Olivetti e Steve Jobs, che ritenevano molto importante assumere umanisti oltre che ingegneri. Il Liceo classico ha bisogno di essere difeso secondo lei?
“Il liceo classico ha bisogno di essere difeso da chi ritiene il Latino e soprattutto il Greco materie “inutili””, aggiunge la Prof.ssa Ghermandi. “A cosa serve il Greco?” Quante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda!) e, in parte, anche dai nostri ministri che da anni ormai “riformano” la scuola con una sola idea-guida, ridurre il numero delle ore per ridurre i costi. Non tutto quello che appare immediatamente “utile” ha il potere di sviluppare la mente. Chi si avvicina alla educazione ed alla cultura con la logica economica del risultato subito spendibile ( “mi insegna un mestiere”/ “mi procura uno stipendio”) confonde due cose molto differenti: la formazione professionale e la formazione della persona, che ha tempi lunghi e deve essere del tutto disinteressata. Adriano Olivetti, certo senza pensare al bilancio, assumeva poeti ed intellettuali per la biblioteca e la rivista della sua azienda per proteggere l’humanitas dell’ambiente di lavoro, per impedire che impiegati e operai venissero alienati del loro essere persone. Il liceo classico forma persone (almeno, cerca di farlo): ragazzi e ragazze che, studiando, diventano consapevoli delle proprie vocazioni e dei propri limiti, giovani cittadini con idee e progetti per il futuro, con gli occhi aperti sul mondo. Io credo che oggi ci sia molto bisogno di giovani capaci di guardare lontano, oltre l’orizzonte limitato dei social, del divertimento a tutti i costi, degli obiettivi immediati. Qualcuno ha regalato alla mia nipotina (2 anni) una felpa con la scritta Another day to be rich and famous: forse è davvero il caso di correre ai ripari”.

"Saffo e Alceo" di Lawrence Alma-Tadema
“Saffo e Alceo” di Lawrence Alma-Tadema

Che tipo di studenti, oggi, preferiscono il Liceo?
Risponde la Professoressa di Italiano, Latino e Greco Caterina Monari: “gli studenti che oggi preferiscono il classico sono ragazzi curiosi, generalmente predisposti a cogliere e a far propri il fascino e il potere della parola. Sono attratti dalle “storie” di vario tipo: racconti, miti, leggende, romanzi o narrazioni di argomento propriamente storico. Spesso sono buoni lettori, altri amano il cinema, qualcuno conosce il teatro. Utilizzano una vasta gamma di strumenti di comunicazione e di espressione e non si limitano al mondo multimediale, ma coltivano personali passioni che vanno dalla fotografia al disegno, dalla recitazione alla musica. Anche l’attività sportiva è per molti un modo complementare (e necessario) di esprimersi. Partecipano attivamente alle conversazioni avviate in classe dal docente, sono disposti a lavorare in gruppo e si lasciano sollecitare anche da proposte didattiche che esulano dalla routine. Quando sono invitati a riflettere, sanno ascoltare e provano a mettersi in gioco. In genere hanno un buon rapporto con l’istituzione scolastica, sono disponibili al dialogo educativo, ma sono anche esigenti nei confronti dell’ offerta formativa che si propone loro. Per dare buoni risultati, come del resto i loro coetanei, chiedono attenzione, pazienza, entusiasmo, comprensione”.

Quali sono i valori aggiunti che guadagna un adolescente che sceglie di dedicare molte ore agli studi classici?
“La maggioranza dei miei alunni”, conclude la Prof.ssa Ghermandi, “anche quelli che scoprono e amano moltissimo la bellezza della letteratura (questo è un primo “valore aggiunto” da non sottovalutare, oggi c’è molto bisogno di educare alla bellezza) da sempre sceglie facoltà scientifiche: medicina, ingegneria, geologia, statistica, farmacia, informatica. Non è un rifiuto, al contrario molti di loro sanno fin dall’inizio che non frequenteranno Lettere e Filosofia. (E’ interessante notare che questo cambiamento di rotta non riguarda i diplomati di indirizzo scientifico e tecnico, sebbene molti atenei abbiano istituito da anni corsi di alfabetizzazione di Latino per favorire iscrizioni di ogni provenienza). Io credo che questi ragazzi, che abbandonano le discipline umanistiche e affrontano all’università percorsi diversi, a volte studiando da zero materie per loro del tutto nuove, verifichino più di altri, su sé stessi, il valore aggiunto della loro preparazione. E’ venuta a trovarmi a scuola Anna, alunna della mia ultima Quinta che sta facendo il primo anno di Chimica, ha superato i primi esami ed è molto soddisfatta della sua scelta. Le ho chiesto quali difficoltà incontra e in che cosa si sente “più forte” dei suoi compagni di corso. Mi ha detto che si è resa conto di saper studiare, cioè affrontare un manuale da sola, organizzando il lavoro e inquadrando la disciplina in modo sistematico. In particolare, è avvantaggiata dalla abitudine mentale al confronto con fenomeni e argomenti complessi, dalla necessità di approfondire per capire davvero, di porsi domande e cercare risposte. Chi dedica molte ore agli studi classici guadagna questo valore aggiunto: è autonomo, attivo e consapevole nei confronti dello studio e lo sarà, in futuro, sul posto di lavoro. Sarà l’addetto che, posto di fronte a un problema, lo esamina e, se non ha la soluzione, sa dove o come cercarla, se non capisce una domanda o un passaggio chiede spiegazioni, è disposto a faticare per raggiungere un risultato, ma quando fa un passo avanti lascia alle sue spalle ordine, chiarezza e coerenza”.

"Aspettative" di Lawrence Alma-Tadema
“Aspettative” di Lawrence Alma-Tadema

Nell’ultimo periodo, i Licei hanno scelto di aprire le loro porte con le cosiddette “Notti”. Come si sono svolte queste iniziative a Modena e che riscontro hanno avuto?
“Il liceo classico e linguistico Muratori-San Carlo ha proposto “La notte dei Misteri”, nella sede di Viale Cittadella”, precisa la Prof.ssa Silvia Macchioro: “dagli antichi riti greci per Demetra, Dioniso e altre divinità alla multiculturalità di oggi la parola “mistero” è stata il filo rosso di letture, conferenze, proposte didattiche e creative, incontri sportivi e gastronomici, esperienze visive e sensoriali. In particolare, abbiamo avuto incontri con filologi e archeologi, oltre a varie proposte a cura di studenti e professori, come un recital con vari brani dalle letteratura greca latina e contemporanea, un altro recital in inglese e uno spazio per la musica che ha proposto una performance su Jim Morrison “dionisiaco” e la danza delle Tarantate. Inoltre, una serie di allestimenti e presentazioni, con Lucrezia Borgia, Pico della Mirandola e Dario Fo fino al Capodanno Cinese, al Cantico dei Cantici ed all’ aula trasformata in sacro giardino per ospitare gli Dei, tra piante ed essenze profumate. L’iniziativa, come già quelle dell’anno scorso, ha avuto un ottimo riscontro in termini di partecipazione sia di alunni e genitori sia di amici e visitatori esterni ed ha segnato con una atmosfera decisamente gioiosa e positiva un terreno di lavoro ora pienamente comune per le due sedi”.

Come risponde a chi sostiene che la traduzione da una lingua complessa abbia lo stesso valore sia che si tratti di latino e greco sia di una qualsiasi altra lingua moderna?
A rispondere è la docente di Italiano, Latino e Greco, nonché Vicepreside della sede San Carlo, Rita Ferrari. “Venerdì 10 febbraio a Bologna si è tenuto l’incontro dal titolo significativo Il latino come lingua straniera: tavola rotonda sulla certificazione linguistica, in cui si è siglato il Protocollo d’intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna e la Consulta Universitaria di Studi Latini. Esso prevede la collaborazione dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna (sedi di Bologna e Ravenna), dell’Università degli Studi di Ferrara e dell’Università degli studi di Parma per promuovere lo studio delle discipline classiche con l’istituzione, anche in Emilia-Romagna, della Certificazione linguistica della lingua latina. Chi studia il latino può così valorizzare e testare quanto studiato con modalità attuali. Per salvaguardare una formazione classica fondata sulla capacità di analizzare linguisticamente i testi classici e comprenderne l’importanza, è necessario un costante aggiornamento sulla didattica delle lingue classiche: la certificazione è una stimolante prova di competenze che, a giudicare dalle esperienze già in atto in altre regioni, suscita interesse ed entusiasmo negli studenti. In quest’ottica la conoscenza della grammatica latina, ma anche di quella greca, è propedeutica all’apprendimento di molte altre lingue, delinea il profilo del discente come multitasking e abile nel problem solving con un valore aggiunto rispetto a qualsiasi lingua moderna: la lingua e la cultura classica permettono, infatti, di conoscere le nostre radici e di comprendere il cambiamento nel presente attraverso il paradigma dell’idem et alius, dell’uguale, ma insieme del diverso. Siamo lontani da Atene e Roma e nello stesso tempo vicini; ciò permette di avvicinarsi ad un’altra cultura con un potente e distaccato approccio critico che non esclude passione e curiosità”.

“È al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca”, aveva ragione allora Virginia Woolf, ma sarà il tempo a dire se il Liceo classico vincerà la battaglia per la sua sopravvivenza in questa epoca di lingue vive su contenuti in fin di vita.

Immagine di copertina: “Una lettura di Omero” di Lawrence Alma-Tadema (fonte: Wikiart)

500 euro per una notte spericolata

Il fenomeno del secondary ticketing, ovvero il mercato secondario per la vendita dei biglietti degli eventi dal vivo, con variazioni incontrollate sul prezzo, sta facendo parlare di sé con i toni dell’emergenza nazionale e il megaconcerto per i quarant’anni di carriera di Vasco Rossi, che si terrà a Modena il primo luglio 2017 potrebbe non essere esente da speculazioni.

Fin dalla notte dei tempi degli eventi live, il bagarinaggio è apparso un’attività inevitabile, soprattutto se riferita a uno scambio di biglietti tra privati: chi non ha mai incontrato la figura mitologica del bagarino napoletano mentre attendeva l’apertura dei cancelli di un evento sportivo o musicale? Qualcuno, rimasto a secco di biglietti, si è recato sul posto in anticipo apposta per trovarlo e qualcun altro si è reinventato bagarino dell’ultim’ora lui stesso pur di rivendere il biglietto in più, spesso dovendo fare i conti col dialettofono monopolio ufficiale. In un reportage del 2014, apparso sulle pagine de Il Giornale, “Una notte insieme ai bagarini“, l’ultima data del tour del rocker di Zocca allo Stadio Olimpico ha offerto l’occasione per denunciare una realtà apertamente tollerata dalle forze dell’ordine che, a pochi metri dai bagarini, stavano a guardare.

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Il re del rock italiano

Solo ultimamente se ne parla con i toni dello scandalo, ovvero dal recente spostamento della vendita secondaria sui siti di bagarinaggio on line, cosa che ha trasformato un’attività illegale ma tollerata, per un piccolo giro d’affari, in una truffa a danno dei consumatori di enormi dimensioni, denunciata dal servizio de Le Iene lo scorso novembre, in riferimento alla più grande multinazionale musicale: Live Nation. Secondo la iena Viviani, fatture alla mano, la società organizzatrice di eventi venderebbe i biglietti non solo a TicketOne, canale ufficiale di vendita, ma anche ai siti di bagarinaggio che, beneficiando della sparizione dei biglietti sui canali ufficiali e della maggiorazione incontrollata del prezzo, rivenderebbero una gran quantità di biglietti, con un ritorno del 90% allo stesso organizzatore.

Quello che i fan, che hanno visto volatilizzarsi in pochi minuti i biglietti dei loro artisti preferiti non sapevano, e che invece era ben noto da tempo agli operatori del settore, era l’esistenza di software programmati per l’acquisto meccanico di quantità tali di biglietti da far registrare l’immediato sold out per poi ricomparire a prezzi moltiplicati su siti come Viagogo.it, diffidato dalla Siae proprio in relazione all’evento “Vasco Modena. Modena Park”, perché aveva dichiarato di essere in possesso di biglietti da mettere in vendita. Solo negli ultimi mesi, a causa della protesta montante, cominciano ad essere richieste delle tutele per i fan, che hanno scelto di ripiegare sui bagarini ormai 3.0, e ultimamente persino sul deep web, da parte delle Associazioni a difesa dei consumatori e dal governo stesso: il Ministro Franceschini ha presentato alla Camera un emendamento alla Legge di Bilancio per infliggere multe fino a 180 mila euro a danno del bagarinaggio illegale on line.

Biglietti in vendita su viagogo
Biglietti in vendita su viagogo

Vasco Rossi, seguito da Ferro, Giorgia e Mengoni, è stato tra i primi a prendere le distanze da Live Nation, suo storico organizzatore, in seguito ad accuse lanciate dall’amministratore delegato a carico degli stessi artisti che, secondo lui, sarebbero a conoscenza, anzi richiederebbero un meccanismo del genere pur di guadagnare di più; salvo rimangiarsi, dopo poco, il riferimento ad artisti italiani. L’organizzazione del ModenaPark 2017 è passata, così, nelle mani della bolognese Best Union, supportata dal circuito di vendita Vivaticket, che ha assicurato la massima correttezza e l’estraneità totale al fenomeno del bagarinaggio on line. “Pur essendone totalmente estraneo, Vasco Rossi, nell’ottica della trasparenza che lo ha contraddistinto in tutti questi 40 anni di Fronte del Palco, ha coerentemente scelto la “resistenza” e, forzatamente, il “cambiamento”. Punto e a capo”, si legge nel comunicato ufficiale.

Il costo dei biglietti su Vivaticket
Il costo dei biglietti su Vivaticket

Incontriamo un esperto che opera nel settore dell’organizzazione di eventi musicali da oltre un decennio con base a Modena, che preferisce restare nell’anonimato e che è anche un appassionato fruitore di eventi musicali, per parlare del fenomeno del secondary ticketing e dell’organizzazione del concerto di Vasco Rossi a Modena previsto per il primo luglio 2017.

Il fenomeno del bagarinaggio è da sempre tollerato. Perché solo oggi è salito alla ribalta delle cronache?
La questione è esplosa grazie a Facebook che è un volano pazzesco di umori positivi o negativi. Le lamentele degli acquirenti a prezzi maggiorati si sono amplificate per questo. Oggi i mega concerti muovono numeri talmente grandi di ragazzi che sono utenti di Facebook che generano un movimento spaventoso di informazione. Io credo che sia dovuto solamente a questo. È sempre esistito, fuori ai concerti e fuori agli stadi, e secondo me, ci sarà sempre. Alla fine se io compro un biglietto e, per un caso, non posso andare all’evento, penso che sia normale cercare di rivenderlo. È una legge dell’economia. Se c’è la domanda, se c’è qualcuno disposto a pagare un prezzo superiore a quello di vendita, perché non devo approfittarne? È che adesso questa cosa è diventata macroscopica.

È diventata un’emergenza nazionale al punto che gli artisti stessi si sono sentiti in dovere di intervenire ufficialmente. Tanto più che è emersa una sostanziale differenza tra mercato secondario tra privati e bagarinaggio industriale.

Sì, gli artisti hanno dovuto prendere le distanze perché, se il mercato tra privati non si può evitare per legge, il servizio de Le Iene ha portato finalmente allo scoperto un fenomeno riguardante la multinazionale Live Nation, che non ha sorpreso nessuno di noi addetti ai lavori. Tra l’altro tutto è partito da una talpa interna. Ecco, anche in questo campo l’onestà fa la differenza. Pensa che è buona norma, tra noi che organizziamo eventi artistici, acquistare (talvolta anche senza nessuno sconto) i biglietti per i nostri stessi spettacoli. È un campo in cui la trasparenza paga. Non è stato il caso di Live Nation.

Le prime proteste hanno coinvolto artisti del calibro di Bruce Springsteen, che ha visto l’impennata clamorosa del costo dei suoi biglietti del concerto di San Siro sui circuiti secondari, dopo il sold out on line sul sito di TicketOne. Caso ancora più eclatante quello dei Coldplay. Altroconsumo ha sperimentato l’acquisto di due biglietti per il concerto milanese del 3 luglio, nella prevendita riservata agli iscritti al sito di Live Nation e ai possessori di American Express, e ha dimostrato la malafede della vendita on line con sold out (di 70 mila biglietti!) dopo solo qualche minuto e la vendita immediata sui siti alternativi fino a 2000 euro.

Sì io, come utente privato, ho beneficiato di uno dei canali privilegiati di acquisto in prevendita, cioè quello riservato ai possessori di American express, e sono riuscito ad acquistare il biglietto per i Coldplay. Anche qui ci sono state molte proteste sul web ma io credo che ciascuno abbia la libertà di vendere tramite il canale che preferisce. Lo scontento è esploso a causa dell’immediato sold out e si è capito subito che il fenomeno non poteva essere gestito da utenti “normali”, ma doveva essere un fatto meccanico. Chi è che rischierebbe di comprare dieci biglietti a 90 euro l’uno per poi sperare di rivenderli sul mercato secondario? Il meccanismo non è ancora scardinato. Da qualche giorno, TicketOne, il maggiore operatore del settore, è nuovamente nell’occhio del ciclone per la vendita dei biglietti per il concerto di Ed Sheeran, che ha suscitato un mare di polemiche tra i fan.

Cosa pensi dell’assegnazione di un monopolio per la vendita dei biglietti on line? È stata avviata un’indagine anche a carico di TicketOne.

Sono favorevole. Non si tratta di una scelta ma della necessità di servirsi dell’operatore più grande e più efficiente del settore. Nel caso di TicketOne, si ha a disposizione una piattaforma che funziona piuttosto bene ed è anche il canale più conosciuto tra i ragazzi. Si stanno affacciando adesso altri operatori, ma sono ancora piccoli e non hanno ancora alle spalle una struttura adeguata a rispondere a una domanda così elevata.

Sei chiaramente favorevole alla nuova politica di trasparenza sul ticketing?

Assolutamente. Un mercato pulito fa bene a tutti. Gli artisti possono essere gravemente danneggiati, non tanto economicamente perché i biglietti alla fine sono venduti lo stesso, quanto nella loro immagine, e questo non vale solo per l’Italia. Il fenomeno è sviluppato anche in America, per esempio, anche se non raggiunge la portata del caso italiano. Io, per primo, ho comprato i biglietti per certi eventi in America sul mercato secondario, ma non si è ancora aperto un caso per cui parlare di software che comprano i biglietti in automatico. Il problema è che c’è sempre una domanda: se un ragazzo è disposto a spendere 300 euro per un biglietto e non c’è sotto il dolo per cui non si passa proprio dai canali ufficiali, è chiaro che il mercato lo asseconda. Anzi, approfitto per fare un appello: sono disposto a rivendere volentieri i miei biglietti dei Coldplay e anche di Vasco pur di avere un biglietto di Ed Sheeran!

Veniamo al concerto di Vasco. Cosa pensi dell’organizzazione di questo evento?

È una sfida spaventosa. Per i cittadini, prima di tutto, perché piangeremo lacrime amarissime, secondo me! Arriverà un’orda di barbari almeno dal giorno prima e spero andrà via non più tardi del giorno dopo, speriamo anche rimanendo il più possibile ai margini della città. È un evento che, per partecipanti, è superiore al numero di abitanti di Modena. Io vedo che il Comune sta già lavorando molto alacremente, per esempio stanno cercando dei privati disposti a dare in concessione i terreni per fare dei parcheggi. È una cosa che è stata presa molto seriamente per fortuna e, se organizzata con le migliori intenzioni, potrebbe non comportare grandissimi rischi. Tuttavia, sono sempre possibili le speculazioni. Anche sugli alloggi vige la legge di mercato. C’è gente che non sa dove andare a dormire e la ricettività di Modena è minuscola. Se io ho quattro posti letto e trovo dei “dementi” che mi danno 150 euro a posto letto, ma perché non glieli devo affittare? Vedremo, anche qui, che cosa si inventa il Comune. Per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento in sé, posso dire che è un concerto da 200 mila persone e che anche dal punto di vista tecnico ci saranno tante cose a cui pensare. È una cosa che non tutti sanno, ma gli organizzatori hanno la responsabilità penale se succede qualcosa. Mentre città come Milano sono abituate ai numeri dei grandi concerti, Modena non lo è. Ci vuole coraggio a farlo ma, d’altra parte, il futuro è di chi ha coraggio.

Negli ultimi anni, Modena è finita totalmente in secondo piano sul versante degli eventi musicali. Sono ormai passati i tempi mitici in cui c’erano i concerti dei Pink Floyd.

È una questione puramente economica: oggi l’economia non gira più come prima e tutti ne hanno risentito a vari livelli. Anche a me hanno raccontato dell’epoca di splendore che, purtroppo, è finita. Resta, bisogna dirlo, una città in cui si vive bene rispetto a tante altre realtà e il concerto di Vasco ha comunque una ricaduta positiva a livello di immagine e quindi di turismo. Basti pensare che siamo sui giornali di tutta Europa. Sarà un trauma terrificante, penso che molti modenesi andranno via in quel weekend ma ben venga tutto.

Tu andrai al concerto?
Ho il biglietto ma sono ancora in dubbio. 200 mila persone che si muovono fanno paura.

La solitudine di Biancaneve nella città vuota

Ne parlano ormai tutti i giovani modenesi. Sta animando le assemblee di istituto delle scuole medie e superiori incontrando centinaia e centinaia di adolescenti, col supporto di psicologi e della polizia municipale. Le TV locali gli hanno dedicato servizi e interviste, così come tutte le testate giornalistiche. Andrea De Carlo – il destino nel nome – eroe diciannovenne dell’informazione e della lotta alle droghe in città, protagonista di un ambizioso progetto editoriale di Massimo Casarini – Damster ed Edizioni del Loggione – occhieggia dalle copertine dei social ricordandoci che sì, si può diventare scrittori anche se appena maggiorenni.

“Bisogna trovare modi alternativi di proporre un libro”, afferma Massimo Casarini in un’intervista a TVqui e, nel caso di Bianca Neve di Andrea De Carlo, l’operazione appare pienamente riuscita, anche grazie alla bellezza inquieta della giovane Sara Ascari, studentessa dell’Istituto Selmi, che, nei diversi booktrailer, interpreta Ilaria, la protagonista del libro che, dai banchi di scuola di una Modena borghese e sonnolenta, è sedotta dalla cocaina. Tutti ne parlano, dunque, ma chi ha letto davvero questo libro?

A proprio agio nell’immergersi nei pensieri di una ragazza, De Carlo costruisce una trama godibile per un pubblico di suoi coetanei e fonte di interesse per gli adulti che si chiedono cosa passi per la testa dei giovani d’oggi. Ilaria è un’adolescente di provincia e, come migliaia di adolescenti, tiene un diario in cui descrive il nulla e la monotonia da cui è avvolta la sua vita. Con l’unico sogno: “dormire per giorni e giorni senza pause”. La scuola le interessa molto poco, la lancetta dei secondi si muove lenta tra una “rapida occhiata alla bacheca di Facebook e l’intervallo” mentre pensa a tutto tranne che alle lezioni. È a quel punto della giovinezza in cui tutto quello che una volta generava entusiasmo e voglia di vivere diventa un peso. E gli adulti non sono d’aiuto, anzi appaiono degli esseri ambigui, ipocriti e incoerenti, come il padre che non si fa scrupoli ad usare la violenza piuttosto che ascoltare quello che la figlia ha da dire e come i professori “che sono una categoria strana e spesso anche molto furba. Ti dicono che non è importante il risultato finale delle verifiche o delle interrogazioni, ma che conta come ci sei arrivato; ti riempiono la testa di sciocchezze” e alla fine si limitano a fare la media matematica con la sola ossessione di finire il programma.

Nemmeno Modena offre un appiglio di appartenenza: davanti ai nomi dei partigiani morti per la resistenza “me ne infischio, vado avanti e penso ai fatti miei”, pensa la protagonista, “come me, anche tutti i miei concittadini. Gente che quando gli va si interessa e quando non gli va passa avanti incurante di tutto e di tutti”.
L’avventura di Ilaria comincia, poco verosimilmente, in un parco modenese, con un tiro di canna offerto da uno sconosciuto, e, molto più verosimilmente, continua con una pista di coca a una festa organizzata dai rappresentanti d’istituto, durante la quale tacco dodici, minigonna e camicia di pizzo nera non riescono a salvarla dalle conversazioni vuote e noiose e da un senso crescente di solitudine, mentre ci riescono le attenzioni del padrone di casa e le sue eccitanti abitudini “da grande”. “Era a pochi centimetri da tutti, ispirava tranquillità calma, così pura, quasi neve. […] Come potevo dire di no? Come potevo dire di sì? […] La polverina non era più lì, non più soffice, non più innocua, non più bianca, non più neve. La polverina ero io.”.

Bianca NeveCoca Bamba Svelta Barella Merce Dinamite Pallino Bagna Sciusta Polvere di stelle Crack Busta Storia Striscia Pista Granita Cubaita Snow Big c Vitamina C Latte Bomba Polvere bianca Neve. Le schede informative sull’universo droga, inserite a più riprese nel racconto, tradiscono l’intenzione didattica del progetto. Andrea De Carlo segue buoni consigli e si pone da educatore, fingendosi un giovane che parla ad altri giovani, si direbbe paradossalmente. La conoscenza delle sostanze stupefacenti appare, per sua fortuna e merito, mutuata dalle semplificazioni della cronaca e dei teen movies. Gli effetti dell’assunzione sono immediati e sorprendenti al punto che basta un tiro o una sniffata per essere sgamati dagli amici.

Eppure, c’è qualcosa che aggancia il lettore: gli aspetti “positivi” dell’uso delle sostanze. Coraggiosamente, si mette in luce il divertimento, il senso di onnipotenza e il rinnovato entusiasmo. “Prima del declino, Napoleone Bonaparte è stato un grandissimo condottiero, il migliore dei suoi tempi. E così sono le prime strisce di coca o la prima iniezione endovena di eroina. Raga, prima di farvi male, di logorarvi, rovinarvi e uccidervi, la droga vi fa sentire Dio”, scrive l’autore nell’introduzione. Inoltre, le parti non narrative riescono anche a svelare qualche curiosità sull’argomento. Tra queste, assai criticata ma affascinante la teoria secondo cui i nomi dei sette nani di Biancaneve, il film di Walt Disney, non sono altro che gli effetti della cocaina appunto la White Snow; vanno infatti da Happy (Gongolo) a Sneezy (Eolo da sneeze: starnuto, starnutire), da Grumpy (Brontolo, irritabile) a Sleepy (assonnato come il tossico affetto da stanchezza cronica).

Mentre “la neve cade”, non tardano ad arrivare gli effetti nefasti: giudizi pesanti da parte degli amici e successivo isolamento, susseguirsi di alibi sempre più scricchiolanti, fino alla fuga a Bologna che offre un ulteriore spaccato sul consumo di droghe tra i ragazzi. La scena si svolge in un locale frequentato ugualmente da sbarbatelli e da trentenni “cane al guinzaglio e pinta di birra in mano”, dove, al posto della musica techno, si sentono slogan su rivoluzione autonomia e contropotere e dove l’unica differenza tra i presenti sta in quale droga ci si mette in fila per andare a consumare in bagno. È qui che lo squallore prende il posto dell’onnipotenza, tra viscide mani di quarantenni nei vestiti mentre si balla e i fiotti di vomito tra i piedi.

Sembrerebbe finita la honeymoon con la cocaina ma, alla fine, “Bianca Neve” sorprende il lettore lasciando aperto l’interrogativo morale su chi sarebbe potuto intervenire per fermare la parabola discendente della protagonista. Gli amici, la famiglia, la scuola, qualcuno.
Ma forse, forse, a Ilaria va bene così.

Dodici modi di immaginare il futuro di Modena

È nero lo sguardo che rivolgono al Domani gli autori dei dodici racconti finalisti del primo contest letterario indetto dall’Associazione editori modenesi: “Modena, Domani“.
Agli autori, modenesi e non, è stato chiesto di immaginare storie e personaggi che abiteranno i vicoli, i portici, i monumenti, gli animi del prossimo o lontano futuro a Modena: “12 storie diverse tra loro, ma accomunate da un grande senso di appartenenza alla città e al suo territorio. Storie che hanno un comune denominatore: la preoccupazione per un futuro che non lascia troppo spazio alla positività, risultato evidente di una evoluzione dei problemi del presente. Un disagio palpabile che riguarda diversi aspetti del nostro vivere attuale: la difficoltà dei rapporti umani, l’inquinamento, l’immigrazione, la guerra, la paura”, come si legge nell’introduzione alla raccolta di Massimo Casarini, Presidente dell’AEM.

modenadomaniModena, nella maggioranza dei racconti, appare immersa in un paesaggio bellico post apocalittico, in cui il silenzio, il deserto, schiacciano le persone. È un mondo in cui i rapporti umani appaiono devastati dall’odio e dalla paura dell’altro e, alzando gli occhi, le uniche ali sono quelle dei droni che percorrono il cielo. Le ascendenze letterarie e cinematografiche, che attingono quasi sempre al bacino della fantascienza e della distopia, e i fatti di cronaca attuali, fanno convergere l’immaginario, in maniera sorprendentemente comune, verso lo scontro di civiltà tra cristiani e musulmani che si contendono i simboli della città, il Duomo e la Ghirlandina.
Come nel racconto “L’alba verde” di Andrea Righi, dalle macerie della guerra emergono le immagini di bambini col volto annerito dal fumo e dalla polvere, gli stessi bambini che, con i loro sguardi spezzati e attoniti, da Aleppo, sono serviti a cena quasi tutte le sere dai telegiornali nelle nostre case riscaldate. E, ai margini dell’indifferenza, scavano nelle nostre coscienze.

“Il portico finisce e la vista si apre su quella che una volta era la facciata del Duomo. Il bel rosone non esiste più, tutta la struttura è stata tagliata all’altezza delle trifore da cui si eleva una cupola sbrecciata di un intenso blu cobalto. I simboli della fede sono spariti, sia quelli cristiani che quelli mussulmani”. Questa la fine dei simboli modenesi, in seguito allo scontro finale, secondo Simone Covili, nel suo “Sopravvissuti“.
Una feroce milizia araba presidia le strade nel “18 aprile 2024” di Franca Pacchioni ed obbliga le donne a indossare il velo e a sopportare i suoi abusi: “All’incrocio con via Canalchiaro prese a destra andando quasi a sbattere contro una jeep della milizia. Un soldato le disse qualcosa in arabo, lei capì soltanto qualche frammento di parola e non rispose. «Puttana, eh? Dove vai? Ferma», puttana equivaleva a donna italiana.”

Ghost Recon: Future Soldier di Joshua Livingston (Licenza CC).
Ghost Recon: Future Soldier di Joshua Livingston (Licenza CC).

 

 

Nonostante gli scenari catastrofici, la storia modenese riemerge con la sua cultura di Resistenza, così, ne “La Sirena Underground” di Gabriella Giovanardi, in una città ultratecnologica travolta dalla crisi economica e dalla mancanza di prospettive (ad esempio pensionistiche per i lavoratori) e dall’ossessione del tempo (“L’evoluzione tecnologica ha permesso di fare tutto sempre più in fretta: il lavoro, l’informazione, la lettura, la comunicazione. Ma il tempo non basta mai. Sempre più lavoro per potere acquistare servizi e altri oggetti. Connessioni sempre più veloci per avvertire la frustrazione che è impossibile comunicare con tutti”), gli Ultraumani si organizzano per resistere e Modena diventa il loro quartier generale, all’ombra della Sirena del Duomo: “Guarda con occhi diversi la metope del Duomo. Sembra una donna, ma ha le tettine piccole di una ragazza che si apre alla vita. Il suo viso è consunto dai secoli e sembra vecchia. Un essere senza tempo. Ha la forza di divaricare le sue code e l’intelligenza di capire dove devono andare. Una delle code va nella direzione del passato, della memoria antica, della Storia che tu credi non esista più; sembra placida e apparentemente conforme al tempo che vive. Ma l’altra coda si dirige al futuro che si vuole imperscrutabile e caotico, mentre lei con l’apice indica dove si deve andare. Una tradizionalista assai ribelle”.

Ne “La Cittadella” di Marzia Pasquariello, il governo, succube della Germania e del parlamento europeo, fa i conti con l’invecchiamento della popolazione e, in una nuova organizzazione del welfare, installa microchip sulla nuca di volontari diciottenni per farli morire sotto controllo a 85 anni e, in cambio, fornisce pensioni e sgravi fiscali, ma deve vedersela con i ribelli e con Alì, il re della pizza napoletana a Modena, figlio di un profugo siriano, che combatte per la libertà. I giorni neri dell’economia e la conseguente immigrazione verso paesi più ricchi coinvolgono gli Stati Uniti nel mondo alla rovescia, in cui la nebbia è aspirata con l’aspiratore, di “Scambi di tempo, scambi temporali“, scritto da Rosella Quattrocchi: “Gli americani cercavano per lo più di approdare in Africa: Marocco, Tunisia, Libia, ma anche Costa d’Avorio e Senegal. Tentavano la fortuna nei Paesi più ricchi insomma, e come biasimarli. Lì potevano sperare in un buon lavoro, in un welfare strutturato e funzionante, città grandi e sicure, case a buon prezzo.”
Non troppo inverosimile, infine, lo scenario offerto dalle “Macchie indelebili” di Mario Terlizzi, in cui il disagio sociale e lavorativo attuale si trasfigura, in maniera assai coinvolgente, in una trovata che farebbe rabbrividire qualsiasi modenese: l’Osteria francescana è diventata un business in mano ai cinesi e Bottura, al loro servizio, permette alle sue prelibatezze di essere impacchettate e consegnate “con un bonifico e un volo” grazie al servizio “sweet (at) home”, mentre una sera al mese i “poveri cristi” possono pagare in “dieci late da tlentacinque eulo”.

Future di Salvatore Vastano (Licenza CC)
Future di Salvatore Vastano (Licenza CC)

I racconti finalisti, on line sul sito dell’Associazione e sulla pagina Facebook, sono stati votati da una giuria popolare e da una giuria tecnica di editori, scrittori, giornalisti e operatori culturali. Il 10 dicembre, alle ore 17 presso il Mercato Albinelli, verranno premiati i tre migliori racconti votati dalla giuria popolare attraverso i social e i tre migliori racconti indicati dalla giuria tecnica.

Visto il successo di questa prima edizione, un nuovo concorso si aprirà per le penne degli aspiranti scrittori dal 31 marzo 2017, sempre attraverso il sito www.editorimodenesi.it.

In copertina: My future di August Brill (Licenza CC).

Ciao, ti andrebbe di leggere il mio romanzo? Si intitola “Due voci un sogno”

Correva l’anno 1993 quando cinque ragazzine in un pomeriggio afoso di agosto si riunivano, approfittando dell’assenza dei genitori, per farsi scompigliare i capelli dal Live at Wembley dei Take That. Avevano tredici anni e il biondino Mark Owen, che ondeggiava ritmicamente sul palco, sapeva come farle restare in silenzio, senza incrociare gli sguardi, per non scoprirsi a ridere delle loro comuni emozioni. 40mila lire per una videocassetta: avercene di pomeriggi così.

"Due voci un sogno" di Elisa Calovi. Nel romanzo lei e la sua amica Erika si trasferiscono a Modena per incontrare i loro idoli.
Due voci un sogno” di Elisa Calovi. Nel romanzo lei e la sua amica Erika si trasferiscono a Modena per incontrare i loro idoli.

Oggi Benji e Fede, alias Benjamin Mascolo e Federico Rossi, i noti componenti del duo modenese idolatrato da migliaia di adolescenti italiane compaiono alle loro spalle e le baciano, sono i loro migliori amici o le tradiscono con l’amica che non avevano considerato; le invitano a dormire a casa loro e le consolano per la separazione dei genitori sfiorando loro dolcemente la vita taglia 38.

In che mondo ci troviamo? Ma nella fanfiction, la scrittura di romanzi e racconti ad opera delle fan, in cui i protagonisti sono i loro idoli. Quali sono le differenze col lontano ’93? Tante, tantissime ma una su tutte: la condivisione pubblica a tutte le latitudini con milioni di altre adolescenti di tutto il mondo, l’interazione virtuale e la solitudine reale della propria stanzetta e del proprio smartphone. Si chiama Wattpad il luogo d’incontro virtuale, in cui impazza la Fanfiction e la New Adult, dove le adolescenti di tutto il mondo si raccontano per iscritto, in larga parte, dai tasti del cellulare, tra euforia tecnologica e sconcerto grammaticale (ai nostri occhi).

Promette “Stories you’ll love” questa Reading App da 45 milioni di utenti, 80 milioni di storie e oltre 50 lingue, in maggioranza assoluta adolescenti di sesso femminile, con base in Canada. Si diventa scrittori del proprio romanzo pubblicato a puntate, e si diventa lettori, in barba agli sforzi scolastici di Renzo e Lucia. L’interazione tra autore e fruitore, azionata dagli appelli degli scrittori, che oscillano tra la captatio followers, le scuse per gli errori grammaticali addebitati al correttore automatico, e la richiesta di suggerimenti e di eventuali modifiche di personaggi ed eventi della storia, sfocia nella scrittura collettiva grazie alla possibilità di commentare rigo per rigo offerta ai lettori. Il successo è enorme e a beneficiarne è prima di tutto l’imperativo spesso intimato invano agli adolescenti:”dovete leggere!”. Laddove falliscono miseramente Manzoni, Pirandello e finanche Fabio Volo, vincono Fenji (fusione gossippara e allusiva a una presunta coppia segreta Fede-Benji) e vince Wattpad.

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“Chi odia Wattpad non capisce che c’è gente come me, che ha bisogno di uno spazio in cui raccontare la sua storia che magari, nella vita di tutti i giorni, nessuno si caga”, risponde un’autrice, in un blog, alle accuse di trash letterario rivolte alla comunità di scrittori. Essere “cagati” come unità di misura dell’esistenza: ecco le nuove adolescenti cresciute a social network, in un tripudio di jeans neri strappati, felpone grigie, Nike, poco trucco e piastre per capelli; cuffiette che passano Paramore, Selena Gomez e One Direction; genitori separati o assenti per lavoro, che non si accorgono se il figlio torna a dormire la notte; voglia di non fare niente e faccine whatsapp; soft-hot, sogno americano e friendzone level.

after_Non solo amori adolescenziali, tuttavia, ma bullismo, omosessualità, violenza e dipendenze attirano i giovani lettori. In “After” di Anna Todd, tra i primi successi mondiali da circa un miliardo di visualizzazioni su Wattpad, una saga di cinque romanzi tradotta in trenta lingue e con i diritti cinematografici già assicurati alla Paramount, gli ingredienti sono l’eterno ragazzo ribelle del college pieno di tatuaggi e piercing, stupro, violenza domestica e una dose di alcolismo, trattati con la profondità di un’autrice che dichiara di aver letto “Cinquanta sfumature di grigio” e poco altro. Eppure la Sperling&Kupfer, che lo ha pubblicato in Italia, lo ha visto piazzarsi al vertice delle classifiche (anche al di sopra di Camilleri) e non solo: ispirandosi al suo successo, ha ripubblicato una collana di classici come Anna Karenina, Cime Tempestose, Orgoglio e pregiudizio, con il suo marchio e il nome “I classici di After”.

dilemma“Mi sembrava uno schifo di storia all’inizio – scrive Cristina Chiperi, diciassettenne autrice dell’altro best seller del momento “My dilemma is you” su Wattpad – ho pensato che non sarebbe piaciuta a nessuno, ma poi ho cominciato a ricevere commenti e visualizzazioni e ho pensato chissenefrega, vado avanti. E se piace bene, se non piace non importa. Quindi ho continuato a scrivere perché c’erano ragazze che mi seguivano e apprezzavano la mia storia”. Ebbene, non solo le ragazze apprezzavano la trilogia ispirata alla canzone “My Dilemma” di Selena Gomez, ma dichiaravano in fiumi di commenti e tweet che sarebbero morte se Cristina, studentessa dalla sufficienza in italiano, non avesse continuato o che la loro vita non aveva più senso da che avevano finito. Anche in questo caso una fanfiction, ma stavolta il bellone ventenne di turno è uno youtuber americano, Cameron Dallas, che vanta la tanto agognata professione di “celebrità su internet”. Ora in libreria, la risposta italiana ad After è “Over. Un’overdose di te“, altro fenomeno da oltre due milioni di visualizzazioni su Wattpad della sedicenne Sabrynex, il cui protagonista ha le sembianze del cantante dei One Direction, e promette amore ugualmente tormentato al grido di “tutti abbiamo bisogno di qualcosa da cui dipendere, per cui impazzire”.

overAl di là delle trame trite e ritrite, che fanno rimpiangere i cento colpi di Melissa P., e della modalità di pubblicazione, che ricorda quella del feuilleton, il romanzo d’appendice ottocentesco pubblicato a puntate, che, tuttavia, vantava la presenza costante del filtro editoriale e del reale talento di autori immortali quali (per citarne alcuni) Alexander Dumas, Honorè de Balzac e il nostro Emilio Salgari, la vera innovazione di Wattpad sta nello stile di scrittura adattato al mezzo, ovvero allo smartphone. Ogni capitolo deve essere fruibile nel tempo che si dedica, contemporaneamente, al controllo della bacheca di Facebook, alla veloce risposta al messaggino Whatsapp negli attimi di distrazione dell’insegnante intento a scrivere alla lavagna, alla pubblicazione di una foto su Instagram, alla sigaretta alla fermata dell’autobus.

Il contenuto non deve richiedere più attenzione di quella residuale e intermittente del momento prima di addormentarsi: le storie sono quasi sempre in prima persona e al tempo presente; le frasi sono brevissime e brevi i capitoli; ad ogni nuovo capitolo deve esserci un colpo di scena in un ritmo frenetico di accumulazione d’azione senza approfondimento. Gli errori ortografici e sintattici sono parte del nuovo linguaggio da smartphone, tutto è fluido e veloce.

A farne le spese, per un pubblico adulto, è dunque la qualità, ma per i grandi editori si tratta, invece, di un vero affare. Sollevati dal talent scouting e dall’editing, che interviene solo nella fase finale di pubblicazione, gli editori si godono il mercato esteso e pronto all’acquisto che le opere scelte sono state capaci di crearsi autonomamente e, talvolta, il prolifico bacino di raccolta per le pubblicazioni a pagamento che, si sa, intercettano i sogni di giovani e meno giovani trasformandoli in business.

D’altra parte, come scriveva J. G. Ballard: “Qualunque idiota può scrivere un romanzo, ma ci vuole un vero talento per riuscire a venderlo.”

Quando la classe operaia per andare in paradiso passava in biblioteca

«Le biblioteche popolari, in senso storico, si diffondono all’inizio del Novecento e sono parte integrante nella costruzione dell’identità italiana. Hanno l’importante funzione di abbattere l’analfabetismo e di contribuire alla risoluzione della cosiddetta “questione sociale”», spiega la dott.ssa Montanari. Gli abitanti del nuovo stato non devono diventare dei lettori, prima di tutto devono diventare dei cittadini “autosufficienti, emancipati”, ovvero autonomi, in grado di provvedere a se stessi. Si intuisce, con grande lungimiranza, che un uomo, degno di questo nome, può nascere da un libro. Anche se il mondo anglosassone batte l’Italia sul tempo in tema di biblioteche pubbliche, a partire dagli anni Dieci del secolo scorso si incomincia a intravedere, anche nel nostro paese, un’alternativa all’idea antica di biblioteca come luogo di erudizione e per eruditi, provenienti dalle classi più agiate: spazio di confronto e dibattito letterario a pagamento, riservato a chi può permettersi la tessera.

Si tratta di un merito del fronte liberal-democratico, dei partiti radicali e del partito repubblicano, costituitisi nel 1902 in Unione democratica, con orientamento generalmente socialista seppur in opposizione sia alla convergenza clerico-moderata determinatasi in occasione delle elezioni del 1900, sia allo stesso partito socialista se, a Modena, l’idea di progresso ed emancipazione del cittadino trova la forma delle prime biblioteche popolari. Esse sono, infatti, concepite o ad opera di intellettuali appartenenti al ceto dirigente, o nascono nell’ambito delle più antiche Società Operaie di Mutuo Soccorso. L’operaio va educato alla cittadinanza ma anche alla professionalizzazione, ecco perché nel patrimonio librario di queste biblioteche troviamo un buon numero di manuali tecnici di formazione.

Fonte immagine.
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A Modena, chi si assume la responsabilità della formazione popolare è l’Istituto Lodovico Ferrarini “per l’istruzione e per l’educazione del popolo”, sviluppatosi a partire dalla Scuola Popolare, fondata nel 1903 dall’Unione democratica modenese. La scuola riceve finanziamenti dallo Stato, dal Comune di Modena, ma anche dalla Cassa di Risparmio, dalla Banca Popolare o dalla Camera del Commercio, ed ha successo passando, nel primo anno, da 150 a 300 alunni. La sua sede definitiva è stabilita, nel 1908, presso il fabbricato scolastico di San Bartolomeo. Nel 1908, la Scuola si trasforma in Istituto di istruzione dichiaratamente laica, intitolato al fondatore Ferrarini, deputato della Sinistra Storica e morto nel 1910. Tra gli altri fondatori dell’Istituto, come precisa la Dott.ssa Montanari, si ricordano vari membri della classe dirigente intellettuale modenese dell’epoca, tra cui molti esponenti della comunità ebraica. I corsi sono frequentati da adulti lavoratori: operai ma anche cadetti dell’Accademia militare. L’interesse per l’educazione del popolo sancisce il legame innegabile tra politica e questione sociale: un popolo istruito “sa” votare oltre che contribuire alla crescita economica del territorio.

La Biblioteca popolare è inaugurata il 2 maggio 1909 e intende offrire, all’inizio solo agli iscritti ai corsi e poi all’intera cittadinanza, come si legge in una relazione di quegli anni, un locale “ben illuminato, riscaldato nell’inverno, nel quale gli operai accorrano più volentieri che alle taverne, alla cui aria materialmente e moralmente viziata noi vorremmo cercare di sottrarli”. L’alcolismo è un fenomeno diffuso nel proletariato, si può dire che siano le taverne le prime vere sedi delle associazioni dei lavoratori. E poi il vagabondaggio, soprattutto dei ragazzi, diffuso nelle ore scolastiche o in quelle pomeridiane: ecco i nemici che ci si propone di combattere con le armi cartacee della cultura.

Fonte immagine: Libreria del Congresso
Fonte immagine: Libreria del Congresso

La storia dell’Istituto Ferrarini e della sua biblioteca attraversa tutto il Novecento e, inevitabilmente, si trova a fronteggiare le guerre mondiali e il Fascismo. Ognuno di questi eventi segna un cambiamento, uno spostamento di sede, una battuta d’arresto, una riconversione, un’epurazione del patrimonio librario. È la storia della lettura a Modena.

La troviamo in Piazza XX Settembre, in Corso Canalchiaro, mentre i numeri dei lettori crescono e cominciano a prendere in prestito i libri (biblioteca circolante), fino a che la Prima Guerra Mondiale non segna una decisa battuta d’arresto. Secondo la rievocazione della Dott.ssa Montanari, la biblioteca si ricicla fornendo assistenza ai militari, effettuando servizi di distribuzione a domicilio di libri. Esiste anche una Biblioteca del soldato, con volumi di formazione militare e, in deroga, avventure di guerra. I libri circolanti delle altre biblioteche sono perlopiù di letteratura amena o pedagogico-propagandistica.

Quest’ultima funzione si fa smaccatamente prevalente in epoca fascista, quando l’Istituto introduce l’attività del Cinematografo educativo, incentrato sui filmati dell’Istituto Luce. Nonostante, per la prima volta, ci si apra a un processo di “alfabetizzazione all’immagine”, come afferma la Montanari, l’attività dell’Istituto si rallenta fino a sperimentare una crisi delle finanze e un commissariamento che lo trasforma in un vero istituto fascista, con sede nel Palazzo del Littorio in Via Vittorio Emanuele II. È questa l’epoca della prima grande epurazione di libri: sono eliminati i verdi (repubblicani) e i rossi (socialisti), sono acquistati Verne e Salgari e la letteratura “per signorine”.

Si legge molto negli anni Trenta; leggono le donne e non più solo quelle dell’alta borghesia ma le casalinghe, le madri-mogli-patriote educate alla scuola di Mussolini, attratte dal fascino di mondi esotici abitati da esseri umani culturalmente inferiori. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, scompaiono i libri fascisti. La storia della Biblioteca si spinge fino agli anni Sessanta fermandosi dinanzi alla diffusione delle biblioteche pubbliche; l’Istituto si ricicla organizzando corsi di lingue straniere e cessa definitivamente l’attività negli anni Ottanta, donando il patrimonio librario, in parte, all’Istituto storico della Resistenza di Modena, in parte, al Laboratorio di poesia.

Fonte immagine: Sarah Wise
Fonte immagine: Sarah Wise

Rispetto alle premesse, sottolinea la Dott.ssa Montanari, si può parlare di una “occasione mancata” se si pensa alla battuta d’arresto determinata dalla Prima Guerra Mondiale e dal Fascismo. Pur nella consapevolezza che la lettura e l’istruzione possano essere un mezzo per la creazione di consenso elettorale, è innegabile la funzione che esse svolgono nella creazione di consapevolezza nel cittadino. L’argomento non smette di accendere gli animi anche nell’attualità, come dimostra il convegno tenutosi a Parma lo scorso 24 ottobre sulle Biblioteche popolari in Emilia Romagna tra Ottocento e Novecento e denominato “Per salire!”, in riferimento all’opportunità offerta ai poveracci che, oltre a bastone e salario, con un libro in mano, possono alzare la testa.

Rivolgendo lo sguardo all’attualità, nessuno può negare che Modena sia “una punta avanzata della biblioteconomia”, sostiene la Dott.ssa Montanari. Partita in anticipo rispetto ad altre città, dimostra di dedicare grande cura al settore bibliotecario, si pensi solo alle biblioteche comunali (Delfini, Crocetta, Rotonda, Villaggio Giardino), tra cui alcune specializzate (Poletti, Memo, Vecchi Tonelli) e persino due speciali: una all’interno del reparto di pediatria del Policlinico e l’altra nella Casa circondariale S. Anna. Senza contare quelle gestite da altri enti, quelle scolastiche e i numerosi punti di lettura diffusi sul territorio.

Si pensi, infine, al ruolo che internet ha giocato nel rivoluzionare l’approccio biblioteconomico. Dalla consultazione on line si è giunti ad una vera e propria biblioteca digitale che dovrebbe permettere all’utente di fruire del materiale multimediale senza nemmeno muoversi dalla scrivania. A proposito di questo, la Dott.ssa Montanari ammette che l’utilizzo di internet abbia rivoluzionato, per precisione e velocità, la ricerca bibliografica e abbia favorito un certo tipo di democratizzazione della cultura, tuttavia avanza delle remore sul problema dell’apprendimento.

Così tanti libri, così tanta disponibilità di fruizione, così tanto web favoriscono davvero l’apprendimento dei contenuti? “Il problema resta il modello di apprendimento: il web non può essere considerato un supporto alternativo al cartaceo, in esso le modalità di costruzione del contenuto sono differenti, la possibilità di interazione simultanea agisce dal punto di vista gnoseologico sull’apprendimento. C’è bisogno di una profonda riflessione in merito, è importante tener presente una gerarchia di fonti autorevoli laddove Internet può diventare un gorgo in cui perdersi”. Ci si perde o ci si ferma in superficie a una cultura “pop” che, ai tempi delle biblioteche popolari, voleva dire conoscere per emanciparsi, ora vuol dire galleggiare per evitare di scendere in profondità, rischiando di fare fatica.

L’Istituto Storico ha fatto i conti col web e ha realizzato per celebrare il 70° della Liberazione due applicazioni gratuite per smartphone e tablet: Resistenza mAPPe, un portale nato per ricordare i luoghi e gli eventi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, e Modena 900 applicazione dedicata alle strade e alle piazze della città, ai loro segni di memoria e alle vite che essi ricordano. Si può, dunque, “salire” anche con la tecnologia, se a difettare non è il rigore storico dei contenuti.

In copertina, Charlie Chaplin in “Tempi moderni”.

Il destino dell’umanità in questi tempi inumani

La letteratura di Grossman potrebbe risultare scomoda a chi mantiene ciecamente la sua posizione a sinistra. Si tratta di tematiche “post ideologiche”, nella definizione di Feltri, che invitano a ragionare sul Novecento “superando i vecchi steccati ideologici e ciò non vuol dire necessariamente ripudiare la militanza politica pregressa, ma arricchirla, considerando i vecchi valori in cui si credeva alla luce di una logica e di una onestà intellettuale a 360°”.
Chi difende la cultura di sinistra non vede di buon occhio l’eretica equiparazione nazismo hitleriano/comunismo staliniano che Grossman intuisce con precocità e fermezza e, come conferma Feltri, “è un dubbio legittimo se si tengono presenti i numeri e le politiche antisemite”.

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“Stalin aveva le sue ragioni. Ha fermato i nazisti. Le purghe, purtroppo, sono state inevitabili: era pieno di infami. I GULag non erano certo Auschwitz. I kulaki un male necessario per la Grande Madre Russia”, sono tra le opinioni più diffuse degli apologeti dello stalinismo. Non è quello che ha fatto Vasilij Grossman.
«Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i Kulaki non erano uomini. Sì come quando i tedeschi dicevano: gli ebrei non sono uomini», scriveva infatti in “Tutto scorre…”, opera che racconta con lucido realismo il ritorno a casa di un sopravvissuto al GULag. Eresie per un intellettuale di regime, entusiasta dello stato sovietico e, a tal punto amante dell’Armata Rossa, da seguirla sul campo e raccontarne le grandi e piccole imprese in scritti realistici e non retorici, che lo hanno reso famoso e ammirato persino da Gorkij. Si deve alla scoperta degli orrori della Shoah e al dilagare dell’Antisemitismo sovietico post bellico la sua trasformazione in “uno dei primi intellettuali dissidenti della società sovietica del dopoguerra”.

Guardare all’esperienza sovietica dal punto di vista della storia ebraica, e prezioso in questo senso si è rivelato l’intervento della Prof. ssa Elissa Bemporad (Queens College – City University of New York), appare dunque molto utile per avvicinarsi a una possibile verità storica. Secondo la ricca ricostruzione di Bemporad, l’antisemitismo era tradizione del regime zarista ed è la rivoluzione del 1917 che cambia radicalmente le cose anche sotto questo aspetto. Lenin si oppone a qualsiasi retaggio zarista, elimina la propaganda antisemita come frutto dello sciovinismo russo e considera, al contrario, gli ebrei, un alleato ideale contro lo zar. Ovviamente le attenzioni “antireligiose” di Lenin non si limitano all’ebraismo ma, come sottolinea Bemporad, quest’ultimo porta avanti “una oppressione di pari opportunità” contro tutti i leader religiosi e borghesi.

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In questo clima, Grossman matura la sua personalità di scrittore atipico: come Primo Levi è, infatti, un chimico prima di diventare uno scrittore; la sua è una famiglia ebraica di divorziati lontana dall’ortodossia yiddish e non risulta mai iscritto al Partito Comunista. “È un giovane ambizioso che vuole lasciare un segno nel mondo” secondo Elissa Bemporad e, in una lettera del 1927, proprio lui conferma: “Tutto ciò che ho”, riferendosi al successo di scrittore, “lo devo allo stato sovietico”. Due anni segnano il cambiamento. Nel 1941, la madre viene barbaramente assassinata dai nazisti insieme a circa 20.000 ebrei della sua cittadina di origine, Berdyčiv. Il dolore inesauribile si esprime nei vent’anni successivi in lettere senza risposta scritte alla madre e riecheggiate, come ricorda il Prof. Feltri, in “Vita e destino”, nell’ultima lettera che la madre ebrea di uno dei protagonisti, deportata in un lager, indirizza al figlio: il fisico teorico Sturm.

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Scrive Grossman, senza speranza di risposta, nel 1961: «Il mio romanzo è dedicato al mio amore e alla mia devozione per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani. Per tutta la mia vita ho creduto che ciò che di buono, onesto e gentile si trova in me, il mio amore per il prossimo, venisse da te. Tutto ciò che in me vi è di cattivo, invece, non proviene da te. Ma tu mi vuoi bene, Mamma, e mi vuoi bene anche con tutto il male che porto in me». Dal 1941, dunque, lo scrittore comincia a opporre “una resistenza di pensiero” al genocidio in corso non meno importante di quella politica e militare, secondo la Prof.ssa Salomoni; ora deve parlare “a nome di quelli che sono sotto la terra” e che hanno lasciato un’eredità di silenzio, di assenza di suono, la stessa che si respira nell’ “Inferno di Treblinka” e che corrisponde alla morte.
L’altro anno che fa da spartiacque per il pensiero e l’esperienza dell’autore è il 1948, anno di nascita dello Stato d’Israele, e guardare anche questo evento dall’angolo visuale dell’Ebraismo pone innanzi riflessioni talvolta imbarazzanti, se associate alla complessità della questione arabo-israeliana irrisolta che tutt’oggi riempie i giornali e le coscienze. Gli ebrei sovietici dal 1948 diventano pericolosi, ci ricorda la Prof.ssa Bemporad: hanno due stati, sono delle spie, sono il nemico interno. È, poi, la stessa e identica ragione che aveva spinto Mussolini, in Italia, alla svolta delle leggi razziali prima rivolte contro i neri, a scopo coloniale, e poi alla comunità ebraica sentita, nella sua compattezza e autonomia, come una falla nel sistema totalitario.

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Stalin cede all’antisemitismo di stato e la tragedia russa, ravvisabile nella perdita generale di libertà, diventa la tragedia ebraica. Le persecuzioni trovano il loro culmine nel cosiddetto “complotto dei medici ebraici”, accusati di aver assassinato leader sovietici e torturati per ottenere false confessioni con l’ausilio di una diffamatoria campagna di stampa, a cui pare abbia partecipato Stalin stesso.
Siamo nel 1952, Stalin troverà la morte l’anno dopo.

Tutto questo sta dietro e dentro “Vita e destino”, pubblicato per la prima volta da una casa editrice di ambiente cattolico di destra, legata a Comunione e Liberazione. Il Prof. Feltri invita ad andare al di là del “filo spinato ideologico” che ha circondato e, velatamente, circonda ancora questo autore per riscoprirlo, liberi di leggere, nella sua grandezza. Così avrebbe voluto Grossman, per cui la libertà è il valore supremo e coincide con la “Vita” stessa. Il “Destino”, invece, lo inventiamo noi e non aderendo a grandi progetti etico-ideologici ma regalando piccoli gesti di bontà e di attenzione al prossimo.

A scuola, contro la mafia, per seminare legalità

Alla fine degli anni Ottanta Giovanni Falcone si sentì chiedere da un collega: «Ma tu sei sicuro che la mafia esiste?». Allo stesso modo oggi, in Emilia Romagna, si fa enorme fatica a credere che il modello mafioso abbia contaminato un Nord così felice. Come ha spiegato Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura, alle Politiche giovanili e alle Politiche per la legalità, intervenuto nella seconda parte del dibattito, la mafia si è prima infiltrata, e poi rinnovata con caratteristiche originali, su questo territorio nell’arco degli ultimi trent’anni. Eppure fino all’altro ieri, prima dell’inchiesta “Aemilia”, la più grande inchiesta di mafia mai realizzata e, per i malinformati, fino ad oggi, la mafia in Emilia Romagna non esiste. Passino le intercettazioni di conversazioni avvenute in carcere tra il 1994 e il 1995, nelle quali la viva voce di Sandokan, noto boss dei Casalesi, si spartiva con gli altri la Via Emilia: bisogna attendere il 2012 per l’istituzione della DIA a Bologna.

Fonte immagine: Darioreggio.it
Fonte immagine: Darioreggio.it

 

Come è stato possibile chiudere gli occhi così a lungo sul fenomeno mafioso in Regione? Mezzetti attribuisce tale colpevole cecità all’illusione che il mafioso che non si presenti con l’iconografia tradizionale di coppola e lupara e che non sparga sangue sul territorio non sia, in realtà, un mafioso. Si pensi alla commercialista bolognese intercettata in tempi recenti che, collaborando e ospitando un boss della ‘ndrangheta che chiama spiritosamente “il grande capo sanguinario”, di fronte alla domanda del padre: «Ma spaccia droga?», risponde: «No, è un costruttore».

La prima fase di penetrazione della mafia in Emilia Romagna, secondo la ricostruzione di Mezzetti, risalirebbe alla metà degli anni Ottanta quando, con la nuova norma del “soggiorno obbligato”, la legislazione nazionale si illude che basti sradicare il mafioso dal suo ambiente, per metterlo in condizione di non nuocere più. Invece, si crea, così, l’occasione di tessere una nuova tela soprattutto nelle imprese edilizie, andando a condizionare eventuali titolari “ricattabili”. La seconda fase, sempre strettamente collegata all’edilizia, si avvale del criterio del “massimo ribasso” per l’assegnazione degli appalti privati «Da ribassi del 40-50%” doveva sorgere il sospetto che qualcosa non andasse», continua Mezzetti, «c’era qualcuno con così tanto denaro cash da ripulire che poteva permettersi di perdere fino al 60% pur di pulire il 40%».

Perché di questo si tratta, non spargere morte su un nuovo territorio, ma riciclare denaro ottenuto da attività illecite nella “lavatrice del Nord”; non solo, dunque, Emilia Romagna, ma anche Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte sono state, proprio a causa della loro ricca economia, le mete privilegiate per l’esportazione di soldi sporchi e anche del «metodo mafioso», come ricorda il giudice Ayala. Altro esempio potente dal punto di vista mediatico è l’inchiesta romana “Mafia capitale”, proprio in questi giorni ricreata al cinema dal film “Suburra”, che fa eco alla serie, ampiamente contestata, “Gomorra” che darebbe l’immagine eccessivamente negativa di un mondo che vorrebbe apparire, invece, il migliore dei mondi possibili.

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Negli anni Novanta, il 70% delle imprese vincitrici di appalti provengono da “zone sospette” del Sud e i boss giungono a esportare le imprese sul territorio, a cominciare dall’acquisizione di attività commerciali: le famose pizzerie.
La terza fase è quella presente degli anni 2000, trattata, in parte, dall’inchiesta “Aemilia”. Secondo Mezzetti, sarebbe stata solo la congiuntura dell’eccezionale crisi economica a spingere gli imprenditori locali “sani”, vessati dai debiti o dall’accumulo di merce invenduta nei magazzini, osteggiati da banche che rifiutano finanziamenti e fidi, a ricorrere all’offerta di denaro cash più facile in circolazione, ovvero quella proveniente dalle attività criminali. Mezzetti parla di «nuova usura» a proposito delle nuove modalità di prestito in corso, che non prevedono più ritorsioni o atti di violenza in caso di mancato rispetto dei tempi di pagamento, bensì la cessione progressiva di quote aziendali pur nel rispetto della figura del titolare. Quello che la popolazione locale non sa è che una notevole porzione delle aziende locali, oggi, mantiene solo la facciata pulita dell’imprenditoria locale radicata sul territorio, ma appartiene in realtà ad organi mafiosi.

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«Non bisogna chiudere gli occhi e le orecchie» di fronte al fenomeno mafioso, auspica il Vicesindaco Cavazza, illustrando l’attività di prevenzione dell’illegalità svolta dal Comune di Modena. «Non bisogna tollerare, perché la tolleranza è lo spazio fertile in cui prospera la mafia». La partita si gioca, dunque, sulla responsabilità personale e sull’educazione dei giovani anche attraverso la scuola, come aveva precocemente intuito il magistrato Rocco Chinnici, illustre vittima della mafia e sempre presente nei ricordi commossi della figlia Caterina e del collega Giuseppe Ayala che consegnano a studenti e docenti le sue parole: «Sono stato in una scuola a seminare legalità. Non so se la pianta crescerà, ma nessuna pianta cresce senza seme». La scuola deve e può fare qualcosa e la dirigente dell’USP di Modena, Silvia Menabue, annuncia a sorpresa, nell’ambito dell’organico potenziato previsto dalla Legge 107, l’attribuzione di 537 docenti alle scuole di Modena e provincia che non entreranno in classe a fare lezione ma si dedicheranno esclusivamente a progettare interventi a sostegno della legalità e a formare gli studenti alla cittadinanza attiva. Quindi, non più parentesi saltuarie di educazione alla legalità ma compito sistematico attribuito per la prima volta ai docenti designati.

Gli studenti presenti hanno sentito più volte, nel corso della loro carriera scolastica, il racconto delle imprese di giudici eroi e martiri della nazione e, come accade spesso, il peso di parole abusate diminuisce progressivamente con la ripetizione nel tempo. Ecco che la conclusione a cui si arriva, al termine del dibattito, mette in discussione proprio il valore linguistico di parole come “eroismo” e “legalità”, abusate e sentite ormai lontane dall’universo giovanile contemporaneo. È povero quel paese che ha bisogno di eroi e anche quello che si nasconde dietro il termine “legalità” per spostare su qualcosa di astratto la responsabilità personale di ciascuno di noi. Il rinnovamento dei cittadini responsabili del futuro passa, dunque, prima di tutto attraverso le parole.

Grossman, testimone e narratore del ‘900

Paragonato a Primo Levi e a Tolstoj, il nome di Vasilij Grossman suona poco noto alla maggior parte del pubblico dei lettori. Uno sconosciuto ebreo ucraino di Berdyčiv, classe 1905, uno sconosciuto corrispondente di guerra sul fronte orientale al seguito dell’Armata Rossa, uno sconosciuto testimone degli avvenimenti più tragici del Novecento. Uno sconosciuto che però ha osato, in tempi non sospetti, mettere sullo stesso piano i regimi nazista e stalinista, considerandoli due facce della stessa medaglia: il totalitarismo. “Un gigante russo, solo, poverissimo, malato, senza salario e editore”, secondo la descrizione che ne fa Gianni Riotta su La Stampa per il cinquantenario della morte avvenuta nel 1964, che ci regala uno dei capolavori della Letteratura del XX secolo, ma senza la fortuna di vederlo pubblicato.

A Modena, il weekend del 24 e 25 ottobre, il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, in collaborazione con l’Associazione “Le Graffette”, ospiterà il convegno internazionale: “Vasilij Grossman. Testimone e narratore del ‘900”, che vedrà come relatore principale il Prof. Francesco Maria Feltri (Istituto “F. Selmi” di Modena).

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1945. Vasilij Grossman nella Berlino conquistata dall’Armata Rossa.

Come è nata l’idea di un convegno su Vasilij Grossman?
L’idea è nata all’interno di una piccola associazione culturale modenese che si chiama “Le Graffette”. E’ un’associazione che agisce senza fini di lucro e che si propone di offrire riflessioni di carattere storico, letterario e filosofico agli adulti: tenta, cioè, di colmare il vuoto lasciato dalla Scuola e dall’Università, nel campo della “formazione permanente” degli adulti. In pratica, proponiamo delle occasioni di incontro, in cui il sottoscritto o altri relatori (come Matteo Pagliani, Sandra Tassi e Bepi Campana) tengono una lezione; questa poi viene trascritta dai volontari e diventa una “Graffetta”, un libretto di facile lettura, che cerca di spiegare in termini divulgativi un tema di storia, di filosofia o di letteratura. Dunque, l’idea del convegno su Grossman è nata, con questo spirito, da “Le Graffette”, ma subito abbiamo trovato nel Centro Ferrari un partner entusiasta e validissimo.

Perché avete scelto proprio Vasilij Grossman?
Credo che Grossman sia uno degli scrittori più grandi del Novecento. Se dovessi pensare ad una figura dello stesso calibro, mi viene in mente solo Primo Levi. E’ stato ripubblicato da poco, per opera della casa editrice Adelphi, in una traduzione completamente rinnovata: quindi, è facile reperirlo in biblioteca o in libreria. Però, si tratta di un autore ancora semi-sconosciuto al grande pubblico e, forse, anche al mondo degli insegnanti di Lettere e di Storia. Le ragioni di questa scarsa fama sono tante, non escluso il fatto che il capolavoro di Grossman, “Vita e Destino”, è un’opera imponente. Si tratta di un romanzo impegnativo, che spaventa, almeno all’inizio, per la mole e per la molteplicità delle storie intrecciate, ma lo stile (anche in traduzione) è scorrevole e coinvolgente: oserei dire musicale.

In poche parole, riesce a dirci chi era Vasilij Grossman?
Durante la guerra, fu uno dei corrispondenti di guerra più seguiti dalla popolazione sovietica. Scriveva sul giornale dell’Armata rossa, che negli anni 1941-1945 era più apprezzato della stampa di Partito; però, il motivo per cui era amato era un altro: i lettori sapevano che Grossman scriveva solo ciò che aveva visto personalmente e toccato con mano. Ad esempio, quando descrisse la battaglia di Stalingrado, lo fece dopo aver vissuto per varie settimane al fronte, in prima linea, tra i soldati. “Vita e Destino” è, prima di tutto, il frutto di questa diretta esperienza al fronte. Grossman, però, era ebreo, e rimase sconvolto dalla notizia dell’uccisione di sua madre, in Ucraina, nel 1941. Anche se Grossman non ha vissuto personalmente la deportazione, “Vita e Destino” è anche un grande romanzo sulla Shoah.

Soldati sovietici durante la battaglia di Stalingrado
Soldati sovietici durante la battaglia di Stalingrado

Quali altri temi vengono toccati in “Vita e Destino”?
Si tratta di un romanzo corale, che non ha un solo protagonista. Mettendo in campo vari personaggi, l’autore riesce a presentare una grande quantità di scenari e di vicende, che toccano sia i crimini staliniani (il GULag, la deportazione dei kulaki, la carestia che, in Ucraina, provocò 6 milioni di morti) sia la guerra sul fronte orientale e lo sterminio degli ebrei in URSS. Quando il romanzo uscì per la prima volta, all’inizio degli anni Ottanta, questo accostamento, questo mettere su un piano di parità Hitler e Stalin provocò grande scandalo. Oggi, al contrario, credo che conoscere Grossman sia un aiuto importante per “leggere il Novecento” in una prospettiva più ampia e più completa, in tutta la sua complessità, che le varie ideologie rischiano di appiattire e di semplificare.

vita e destino“Vita e destino”, portato a termine, dopo un’elaborazione durata dieci anni, nel 1960, vedrà la luce solo nel 1980 a Losanna grazie all’illuminato editore Vladimir Dimitrijević, dopo vent’anni di clandestinità. L’ideologo del PCUS, Michail Suslov, segretario del Comitato Centrale, disse che “Vita e destino” era «peggio della bomba atomica». Lo sguardo che Grossman getta sulle principali battaglie della Seconda Guerra Mondiale, come la decisiva battaglia di Stalingrado, sulle atrocità dei campi di sterminio – suo il primo reportage sui campi, pubblicato in rivista nel 1944 col titolo “L’inferno di Treblinka” – è animato da un unico principio: «chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità». C’è chi ritrova un eccesso di audacia e chi di ingenuità nel lavoro ostinato in vista della pubblicazione di un uomo che si è conquistato visibilità e pubblico tra ufficiali, soldati e cittadini, grazie alla passione per le notizie autentiche, al di là della retorica ufficiale, al punto che il suo racconto su Treblinka sarà utilizzato come documento nel corso del processo di Norimberga.

Come spiega il relatore Prof. Feltri, “la speranza di Grossman era che fosse iniziata una nuova epoca, dopo la morte di Stalin. E’ vero che c’era stata l’invasione dell’Ungheria, però, in Russia, le dichiarazioni di Krushev al XX Congresso del PCUS erano state esplosive (e imbarazzanti). I Gulag erano stato smantellati e Solgenicyn aveva potuto pubblicare “Una giornata di Ivan Denisovic”. Il problema era un altro: Grossman demoliva anche Lenin e l’idea stessa di rivoluzione bolscevica. E questo era troppo anche per Krushev. Forse tra 200 anni… gli disse il funzionario della censura”.

Rispetto all’accostamento a Tolstoj, “Un confronto con “Guerra e pace” è legittimo, continua Feltri, “per la profondità delle riflessioni filosofiche e morali (un parallelo frequente è pure con “I fratelli Karamazov”), il racconto corale e la descrizione di alcune vicende storiche decisive per il popolo russo. La grandezza vera di “Vita e destino” sta nella sua capacità di accogliere tutto il Novecento: stalinismo, nazismo, guerra, antisemitismo, shoah, Gulag sono visti con l’occhio delle vittime, dei carnefici, della gente comune, dei potenti. C’è tutta la “vita” del Novecento, che esige decisione morale: perché il “destino” lo decide l’uomo, con le sue scelte etiche”.

Manifesto di propaganda sovietica durante la seconda guerra mondiale
Manifesto di propaganda sovietica durante la seconda guerra mondiale

In “Vita e destino”, le vicende della famiglia Strum Shaposhnikov incrociano la Storia con la s maiuscola. Tra i personaggi si stagliano le figure di Stalin e Hitler, quest’ultimo presentato come un uomo infantile e pieno di paure. Si sperimenta la solitudine e la disperazione di chi vede diventare nemico il proprio paese, tematica ulteriormente sviluppata in quello che è considerato il testamento spirituale di Grossman, “Tutto scorre…” (1955-1963), in cui l’autore descrive senza imbarazzi le torture dei Gulag, lo sterminio dei kulaki, lo strumento disumano della delazione alla base del mondo sovietico.

È un grande affresco del Male l’opera di Grossman, di come esso si manifesta e di come può avere la peggio nella battaglia non contro il bene, ma contro la bontà. Non ha più senso, infatti, parlare di bene, se questo non è più universale, ma coincide con gli interessi di una setta, di una razza, di una religione, di una nazione. «Non ci credo io nel bene. Io credo nella bontà», si legge in “Vita e Destino” e, ancora: «In che cosa consiste il bene? A chi lo si fa? Chi lo fa? Esiste un bene comune, applicabile a ogni uomo, a ogni razza, a ogni circostanza? Oppure il mio bene è il tuo male, e il bene del mio popolo il male del tuo? E’ eterno, il bene, immutabile, o forse quello che ieri era bene oggi diventa vizio, e il male di ieri è il bene di oggi?».
Al bene piegato agli interessi di regime, sopravvive, dunque, la bontà come forza morale cieca e istintiva, «che si estende a tutto quanto è vivo, a un topo o a un ramo che un passante si ferma a sistemare perché possa attecchire meglio al tronco».

È l’etica delle piccole e involontariamente buone azioni degli uomini l’unico modo di sconfiggere il male nel mondo. Proprio collocando”Vita e destino” tra etica e storia, il Prof. Feltri illustra questo concetto di “bontà illogica (o insensata)” come “l’atteggiamento di chi si preoccupa davvero dell’altro e se ne prende cura” e continua, poi, spiegando che “il rivoluzionario che agisce in nome del “bene” è narcisista, innamorato del proprio progetto, come l’inquisitore che brucia l’eretico. La “bontà” finisce per essere l’unico vero antidoto alla “banalità del male”, al comportamento del burocrate zelante che guarda al risultato, e non dà peso a niente altro. E’ “l’umano nell’uomo”, ciò che lo distingue dagli esseri inanimati e dalle macchine. Penso che sia un messaggio magnifico per i giovani, soprattutto dopo la fine delle utopie: è un messaggio concreto, alla portata di tutti, che ognuno può mettere in pratica e che supera le fedi, politiche e religiose. Forse, oggi è il solo antidoto etico alla violenza degli integralisti di ogni fede”.

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L’incontro del 24 ottobre si rivolge prevalentemente alle scuole superiori; sarà un reading di testi, per far conoscere la voce diretta dello scrittore. In questa occasione, è stata determinante la collaborazione di un’altra associazione modenese, “Il Leggio”, nata proprio al fine di promuovere a Modena il “piacere della lettura”. Domenica 25 ottobre, invece, il convegno vero e proprio prevede tre relazioni. La Prof.ssa Elissa Bemporad (che insegna all’università di New York ed è specializzata nella storia degli ebrei russi) presenterà un profilo dello scrittore, inserendolo nel contesto più vasto del rapporto tra regime comunista ed ebrei, in URSS. La Prof.ssa Antonella Salomoni (che insegna presso l’università di Bologna e in quella della Calabria) affronterà il tema della Shoah in Unione Sovietica. Al Prof. Feltri, invece, è stato assegnato il compito di presentare “Vita e Destino”, il romanzo che obbliga a rileggere il Novecento in un’ottica nuova, capace di superare tutte le tradizionali impostazioni ideologiche.