Maturità 2017: tra gaffe da cabaret, sound check ed elicotteri in volo

«Maturità, t’avessi preso prima
Le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero»
(Antonello Venditti,
Notte prima degli esami)

Chiedere a qualcuno cosa ricorda del suo esame di maturità è sempre un’esperienza mistica. C’è anche chi lo sogna ancora, o sogna di non averlo passato e di doverlo sostenere di nuovo. Dopotutto, è la prima grande occasione per dimostrare a se stessi e agli altri quanto si vale, raccogliendo i frutti di cinque anni di studi. È un momento catartico – quasi un rito d’iniziazione – in cui si dà l’addio a scuola e adolescenza (non rendendosene conto fino in fondo), per lanciarsi in nuove avventure: il lavoro, l’università o il mitico anno sabbatico. La maturità del 2017, bisogna essere sinceri, non è nata proprio sotto una buona stella con la gaffe di ortografia sul sito del Miur che ha fatto ridere tutta la tribù: «Traccie prove scritte». Un banale refuso. Ma il web e il tempo reale non perdonano: dopo la moltitudine di condivisioni sui social, il ministero ha dovuto subito fare ammenda: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».
Eppure, a quanto pare, non è stata l’unica gaffe cabarettistica che quest’anno è arrivata dal ministero. Ho incontrato Antonella Battilani, professoressa di Discipline Grafiche all’Istituto Superiore d’Arte “A. Venturi”, per passare in rassegna le calde giornate dell’esame di quest’anno, vissuto ‘in trincea’ fra esplosivi sound check e fragorosi elicotteri.

Tre giorni di tour de force
Il caldo prosegue assillante, anche dopo la maturità. La prof è già seduta in uno dei pochi ritagli di ombra di cui può godere il bar dove ci siamo dati appuntamento. Appoggiamo i fogli della seconda prova sul tavolino in legno e iniziamo a passarlo in rassegna. Il tema prevedeva la progettazione di una collana di libri di testo per il liceo artistico – con focus su tre materie a scelta dello studente – oltre allo studio e alla realizzazione di materiale promozionale, un catalogo di 36 pagine e tre loghi.
«Già il titolo», mi fa notare, «è autoreferenziale: siamo al liceo artistico, e cosa ti fanno progettare? Una collana di libri di testo per il liceo artistico. La cover di per sé è un bellissimo tema di grafica editoriale. L’unico picco creativo era scegliere le materie e interpretarle con tre stili diversi. Quindi: tre cover con tre pensieri progettuali forti e tre linguaggi espressivi avrebbero già costituito un esame completo. Ci si poteva fermare lì, no? Per noi docenti sarebbe stato più che sufficiente per dare le valutazioni. E invece no…».

maturità-2017-prova-liceo-artistico Infatti, i vari problemi sono sorti – secondo la professoressa – per le altre e numerose richieste inserite nella prova. Scorro il testo, e mi saltano all’occhio le parole «folder di 36 pagine». Alzo lo sguardo, e chiedo delucidazioni.
«Il folder di 36 pagine, in realtà, non può esistere», risponde. «Il folder – dall’inglese to fold, “piegare” – è qualcosa che si piega o, al massimo, una cartellina. Quello che al ministero immaginavano è un catalogo, forse. Noi abbiamo deciso di fare realizzare agli studenti tre doppie pagine in cui evidenziare copertina, quarta di copertina, l’introduzione e una doppia interna per vedere come è stata strutturata la gabbia. Con questa richiesta, insomma, siamo entrati nel delirio».
Ma non è finita. Nelle ultime righe del primo foglio leggo: «In prima di copertina: autore, titolo, nome della disciplina a cui si riferisce, logo dell’editore, nome o logo della collana; in quarta di copertina: un testo di presentazione del volume di 300 battute, indicazione per testi accessori come IBAN, prezzo, box […]» eccetera.
IBAN? Ma l’IBAN non è forse l’International Bank Account Number?
«Questa è la vera chicca», mi dice la prof ridendo di gusto. «Pensa che io in aula, il testo, l’avevo letto giusto. Lectio facilior, si suol dire. Solo qualche minuto dopo è arrivata la presidente facendomi notare che era stato scritto davvero IBAN anziché ISBN. L’altra ‘perdita di tempo’, oltre al folder, sono stati i loghi: il logo de “Le Guide” in primis più altri due. In tre giorni, con quaranta gradi, uno ‘schiavismo’ totale».

Scene di ordinaria surrealtà
«La classe più piccola è stata messa nell’aula più grande, e quella più grande nell’aula più piccola. Allora, per evitare che gli studenti stessero male, li abbiamo disposti su due aule. I ventilatori non bastavano, neanche quelli acquistati da noi docenti». L’unico modo per fare entrare il poco ossigeno rimasto, in un’aria densa come vapore nebulizzato, era quello di aprire ancora di più le finestre.
Ed è con il sorriso che la prof mi racconta come hanno fatto: «Il vicepreside, con atto eroico, è entrato in aula munito di bastone di legno con cucchiaino in punta rigirato ed è riuscito ad aprire una parte delle finestre basculanti». Una sorta di opera d’arte dadaista incastonata per errore in Amarcord.
Ma i primi giorni della maturità non è stato solo il caldo a creare disagi a studenti e insegnanti: prima il sound check del concertone di Vasco e poi gli elicotteri sono stati altri elementi di disturbo in una situazione già soavemente in bilico.
«Pensa che uno dei miei studenti, anziché scrivere ‘Saperi in Espansione’ nell’headline della locandina, ha scritto ‘Sapori in Espansione’: aveva fame – in testa probabilmente aveva il gnocco fritto – ma l’abbiamo perdonato. Oltretutto, ha realizzato un lavoro davvero stupendo».
Mentre parliamo, arrivano due suoi studenti. Neanche a farlo apposta. Contenti e orgogliosi, con in mano il book fresco di stampa che presenteranno all’orale.
Chiedo anche a loro un parere sulla prova di progettazione. «È stata stimolante». Non sembrano sconvolti, né dall’IBAN né dal folder di 36 pagine.
«Vedi? Basta presentare e spiegare nel modo giusto le cose ai propri studenti», sottolinea la prof. «Quello che a loro dico sempre, come lezione di vita, è: “Trovate il modo di divertirvi in qualunque cosa facciate”».
I due ragazzi si siedono al tavolo accanto al nostro, continuando a parlare di grafica con inesauribile passione.
«Comunque, se il trend nelle tracce di maturità è questo», conclude la docente, «mi aspetto che l’anno prossimo chiederanno ai ragazzi di progettare la grafica per delle coppette di gelato. Speriamo di no».

 

L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

Poco prima di intervistare Marianna Sautto sul tema dell’amore a distanza, avevo ascoltato alla radio una canzone che entrerà probabilmente nella top ten dei tormentoni estivi. Una canzone che, sia nel ritmo sia nelle riprese “effetto Studio Uno” del videoclip, strizza simpaticamente l’occhiolino agli anni Sessanta. Il titolo è L’esercito del selfie, e con un’elevata probabilità tutti – volenti o nolenti – a breve la canticchieremo. Il ritornello – «Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa […]» – ironizza sul fatto che oggi moltissime persone preferiscano comunicare e condividere le proprie esperienze sui canali social, dimenticandosi di quanto sia importante – specialmente in coppia – vedersi, sfiorarsi viversi. Ecco, conoscendo più da vicino la storia d’amore di Marianna, quel ritmo giocoso ha lasciato spazio a riflessioni più profonde, legate ai temi della distanza e del lavoro. Quasi da due anni, infatti, ogni venerdì da Modena prende l’aereo e va a Londra per raggiungere l’uomo che ama. Ed è proprio in situazioni come la sua che ci si accorge che – nonostante Facebook, Skype, Whatsapp e Facetime – la lontananza resta ancora una barriera.

MariannaIn un articolo pubblicato di recente su Internazionale, lo scrittore Alain de Botton parla degli aspetti positivi del vivere a distanza. Vorrei quindi un tuo parere, visto che è una situazione che vivi molto da vicino.
«Per me, di positivo, c’è poco. Credo questo dipenda anche dall’età in cui uno vive una relazione a distanza. Magari i ventenni o i trentenni la vivrebbero certamente meglio. Alla mia età [quasi 39 a settembre], ci sono aspetti che ti mancano davvero tanto. Mi manca, in primis, la quotidianità nel rapporto. Ho già avuto convivenze, quindi so cosa vuol dire vivere assieme il quotidiano».

Alain de Botton sostiene che uno degli aspetti positivi della distanza sia la comunicazione, cosa che a molte coppie oggi pare mancare. Chi ama da lontano deve raccontare, descrivere, analizzare diversi aspetti…
«È vero, ma dipende anche dalle persone. Io per esempio ho bisogno del contatto fisico con la persona che amo. Con i ritmi di oggi però è anche difficile trovare il tempo per concentrare tutto in una telefonata. E comunque tra me e lui c’è sempre in mezzo un barriera, un filtro. Se volevi intervistarmi per avere conferma degli aspetti positivi, non sono proprio la persona giusta [ride]».

E invece credo di sì, perché un po’ la penso come te. Mettiamola così: farò la banderuola tra gli aspetti positivi del vivere a distanza e quelli negativi.
«La mia relazione è da sempre fondata sulla distanza e sui posti che non mi appartengono: lui è romano, io vivo a Formigine. Ci siamo conosciuti in Sicilia, al mare, e in tre giorni ci siamo innamorati. Inizialmente abbiamo fatto un periodo fra Modena e Roma, poi lui si è trasferito a Londra. Ci vediamo praticamente tutti i weekend. Questi spostamenti hanno un costo, e notevole. Quindi la relazione è anche economicamente difficile da sostenere. Siamo d’accordo che la distanza non potrà durare ancora per molto».

Il vostro progetto è quello di ricongiungervi?
«È tutto molto complicato. Lui è nella “fase calda” della sua carriera e vuole conquistare una certa posizione dal punto di vista lavorativo. Ha in progetto di spostarsi ancora, ma certamente non di tornare in Italia. Quello che all’estero puoi ottenere a livello lavorativo – e non parlo solo dell’aspetto economico – in Italia non puoi averlo. Purtroppo».

Immagino lui abbia fatto questa scelta perché era una proposta che non si poteva rifiutare…
«Era una buona proposta, sì. Probabilmente, sarò io che mi dovrò spostare: anche se non so ancora dove andrò. Ci siamo posti come limite un anno: in quel momento decideremo. Stare insieme un giorno e mezzo rende tutto falsato: è come vivere in una realtà virtuale, compressa, costruita. Smetto di lavorare il venerdì pomeriggio, prendo l’aereo e vado a Londra per ritornare la domenica sera o a volte il lunedì mattina. La situazione che stiamo vivendo, insomma, è stancante anche da un punto di vista fisico. O sono in ufficio o sono in aereo».

marianna2È più facile gestirla, secondo te, con gli strumenti che si hanno a disposizione adesso? La vostra stessa situazione, quindici anni fa, come sarebbe evoluta?
«Probabilmente non l’avrei presa in considerazione. Per come la vivo ora, credo sarebbe stata insopportabile. Già adesso per me non è abbastanza, nonostante le possibilità di contatto che ci offre la tecnologia».

È triste pensare al fatto che abbiate dovuto accettare questo compromesso in parte a causa di una situazione lavorativa terribile in cui tuttora versa l’Italia.
«Assolutamente sì. Lui ama Roma, la sua città, ma ha dovuto scegliere Londra per un lavoro che qui non avrebbe mai potuto avere. Fra l’altro, c’è un altro problema connesso a questo argomento: io sono figlia unica, e il fatto di dover cambiare vita a quasi quarant’anni sarà molto difficile. Sono un sostegno per la mia famiglia, dato che mio padre è rimasto senza lavoro. La mia famiglia è sempre stata benestante, ma purtroppo mio padre lavorava nell’edilizia…».

Credo che un paese come l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile di una situazione come la vostra.
«Hai presente le frasi che senti dire spesso in TV e che non immagini potrebbero mai entrare a far parte della tua esistenza? Ora la dico a me stessa: “non pensavo saremmo arrivati a questi livelli”. La nostra situazione sta diventando davvero complicata. Non voglio lanciare alcun j’accuse, né perdermi in ragionamenti di politica sociale, ma così è».

Torno un attimo all’argomento dell’amore a distanza. Avete vissuto inizialmente la vostra relazione tra Modena e Roma, ora vi barcamenate tra Modena e Londra. Immagino sia stata da subito una sfida. Ma – si sa – le sfide si accettano solo se il sentimento è potente.
«Sì, ci siamo conosciuti nell’estate del 2014. Poi, dopo circa sei mesi, il mio compagno è andato nel Regno Unito. A Londra ho conosciuto una realtà che avevo solo intravisto, e mi sono resa conto di quanto sia limitata la vita qui. L’aspetto positivo è questo: quando deciderò di spostarmi, sceglierò una città che mi possa dare tanto. Mi dovrò reinventare a 39 anni, ma ci sono paesi che possono rendere questo salto molto più “indolore”. Se uno a quarant’anni da Londra venisse qui, che lavoro potrebbe fare? La relazione a distanza mi ha sconvolto l’esistenza, perché mi ha fornito una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Un lato positivo della distanza – vedi?! – alla fine l’abbiamo trovato».

Vivi all’ombra della Big Ben Tower da due anni solo nel weekend, ma immagino ti senta a casa ormai, anche solo per poche ore. Qual è il tuo luogo di Londra?
«Mi vengono subito in mente alcuni posti, legati al rito della colazione: la colazione per me è uno dei momenti più intimi del vivere una relazione. Il rito del nostro breakfast ha luogo nella Nappy Valley (il “quartiere dei pannolini”): o andiamo in un caffè italiano che fa torte buonissime o da Gail’s. Ogni tanto, ci concediamo una colazione ipercalorica british style».

Nappy Valley?
«È un quartiere curato, grazioso, in cui vivono molte coppie giovani (e abbastanza ricche) con figli».

Come ti senti oggi?
«È come vivere due vite parallele: quando il mio compagno mi raggiunge a Magreta, passa dalla megalopoli alla sinuosa campagna emiliana. Siamo sempre o su un treno o su un aereo o su una metropolitana. A Londra mi sono creata alcuni punti di riferimento, perché ho l’esigenza inconscia di vivere la quotidianità per non sentirmi sempre in viaggio, o in prestito. All’inizio tutto era nuovo, andare là era solo un bel viaggio. A pochi passi da London Eye, lungo il Tamigi, c’è una bancarella di libri usati a cui sono molto legata: il primo libro che ho acquistato è stata la prima edizione di un Harry Potter. Torno sempre lì, per cercare altri libri del maghetto: è l’ennesimo rito, l’ennesimo momento nostro che ci lega nei weekend britannici. La verità, però, è che ci metterei la firma ad averlo qui».

Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

unione-campanari-modenesi-san-francesco-modena-intervista

Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
«
A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

modena-chiesa-san-francesco-campanile-vista

I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

Alla ricerca di piccoli capolavori di tipografia urbana

Opere d’arte dove non te l’aspetteresti. Piccoli capolavori di tipografia urbana come perle sparse all’interno del tessuto delle città. Per vederle non si deve pagare un biglietto: basta, di tanto in tanto, alzare lo sguardo con lo stupore e la voglia di esplorare che hanno i bambini. E ci si renderà conto di meraviglie spesso ignorate, incastonate fra architravi o all’interno di lunette, talvolta impreziosite da un sottile strato di foglia d’oro, il più delle volte sbiadite o graffiate. Stiamo parlando di insegne. La particolarità di questi caratteri tipografici risiede nella loro eclettica varietà: difficile, se non impossibile, scovarne due identiche. L’unica cosa che le accomuna è il fatto che sono frutto di esperienza, creatività e perizia tecnica di grandi artigiani. Dal 27 maggio di quest’anno Francesco Ceccarelli e Lia Roncaglia – rispettivamente presidente e graphic designer di Bunker – gestiscono la pagina Facebook “Lettering da Modena”, un variopinto luogo virtuale dove catalogare, mostrare e mappare le insegne più interessanti di Modena. Il loro impegno s’inscrive in un progetto ad ampio respiro che raccoglie le esperienze di varie città italiane – Lettering da, appunto – ideato da Silvia Virgillo. Una nuova prospettiva, da cui ammirare la città.

insegna-lanastile-modena-lettering-da

Vi chiederei innanzitutto com’è nato il progetto “Lettering da Modena”. È sorto in concomitanza della nuova edizione del libro L’Italia insegna di James Clough?
F: In un certo senso mi stai chiedendo se sia nato prima l’uovo o la gallina [sorride]. In quanto soci e art director di Lazy Dog Press, abbiamo avuto l’occasione di progettare il libro che indaga oltre vent’anni di ricerca di James. Lui ama tutto ciò che noi italiani generalmente critichiamo: il fatto che, per esempio, non ci sia un’immagine coordinata all’interno delle città italiane per James è motivo di profondo interesse. Anche perché nel Regno Unito i caratteri tipografici utilizzati per insegne o steli commemorative sono praticamente tutti identici. Dalla follia italiana si generano la genialità e la varietà in diversi campi, non solo quello del lettering.

Il fatto che poi voi abbiate iniziato a seguire il progetto “Lettering da Modena”, ora anche su Facebook, è stato una diretta conseguenza della pubblicazione del libro di Clough?
L: È stata una fortunata concomitanza di eventi. Silvia Virgillo è colei che ha ideato e creato il progetto “Lettering da”, che è il collettore delle varie esperienze di lettering sparse sul territorio nazionale. Questo progetto nasce a Torino, in modo assolutamente spontaneo.
F: Esatto: noi stavamo lavorando al libro, Silvia aveva dato il la al suo progetto, l’attenzione alle insegne andava crescendo indipendentemente da noi e così sono nate le varie pagine Facebook. Chiedere la licenza di aprire “Lettering da Modena” è stata una naturale conseguenza. Oltre a queste pagine, fra l’altro, ne stanno nascendo tante altre.

Vedo che sulla pagina Facebook state seguendo regole editoriali ben precise: ogni foto pubblicata viene accompagnata a un testo estremamente ‘essenziale’: il simbolo # (l’hashtag) e una numerazione progressiva. Il focus è dunque sull’immagine.
L: L’idea è quella di costruire un archivio digitale capace anche di mappare la posizione di queste insegne: numerare le immagini e dare loro una collocazione geografica all’interno della trama urbana. Questo è il nostro obiettivo.
F: Una volta esaurite le insegne all’interno della cerchia urbana, potremo anche allargare il raggio d’azione alla provincia. Per ora, ci focalizziamo su Modena. Da typo-nerd quali siamo, di alcune insegne particolarmente interessanti estrapoliamo il tracciato vettoriale in modo da averne una ricostruzione grafica che potrà poi essere utilizzata per progetti futuri, quali pubblicazioni o mostre.

lettering-da-modena-francesco-ceccarelli-lia-roncaglia

Trovo anche molto interessante il fatto che in questo modo si conserva la memoria di queste insegne, grazie al social più utilizzato al mondo: Facebook. Mettiamo che una di queste insegne storiche venga eliminata da una nuova – e poco assennata – gestione: voi ne avreste lo schema grafico, lo scheletro. Volendo, potrebbe essere anche riprodotta. Un po’ come essere in possesso della pianta di un edificio demolito…
F: Esattamente. Sul sito abbiamo messo le fotografie di poco più di una dozzina di insegne, di cui una già non esiste più: una splendida insegna composta da lettere geometriche annidate sotto i portici accanto a piazza Mazzini. Ora non ne resta che l’ombra sull’intonaco. Perché avviene questo? James direbbe che manca la coscienza del valore di questi ‘oggetti’. A meno che non siano incastonate nell’edificio, è complicato conservarle…
L: Come quella del cinema Splendor: essendo parte dell’architettura, è stata restaurata assieme all’edificio.
F: In Canalchiaro, invece, ci sono insegne che sono state mantenute: una di queste è il ‘memoriale’ di una macelleria che non esiste più.

Il mattone tende ad avere un valore diverso rispetto al neon, purtroppo.
F: A Milano ci sono negozi che vendono solo insegne storiche.
L: È chiaro che sta nascendo una moda attorno alle insegne di un tempo, sì.

Leggi anche: Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali.

È già capitato che qualcuno vi ringraziasse per aver pubblicato la sua insegna?
F: Con la nascita di “Robinson”, l’inserto domenicale di “Repubblica”, James cura una sezione dedicata proprio alle insegne non contenute nel libro. Noi gli abbiamo inviato, fra le tante, la fotografia dell’insegna della torrefazione storica a pochi passi dal mercato Albinelli: la proprietaria è stata contentissima di vedere la propria insegna lì, immortalata sulla pagina di un giornale, esposta con orgoglio in vetrina assieme ai liquori e altre goloserie.
L: È già capitato che qualcuno ci scrivesse per mandarci le fotografie di alcune insegne.

farmacia

Questa esperienza costringe le persone ad alzare lo sguardo, non restando chine sullo smartphone.
F: Sì, è un invito a guardare altrove. Ora parliamo di insegne, ma la tipografia della città riguarda anche altri dettagli urbani: dai tombini alle iscrizioni.

Qual è il discrimine fra l’insegna da fotografare e quella che non ha un intrinseco valore storico?
L: Alcune sono falsi storici, quindi rifacimenti che vogliono scimmiottare qualcosa di storico. Sono citazioni, possono avere un legame interessante col passato, però le tecniche sono diverse.
F: Devono essere artigianali, fatte a mano. Un’insegna realizzata col prespaziato non ha lo stesso valore. Lo stesso discorso può essere fatta per un’insegna stampata sul plexiglas e retroilluminata. Una al neon invece è molto più interessante: la sagomatura del neon è un’arte che sta sparendo. Le insegne che possiedono un valore artistico sono state pensate, progettate e realizzate. Nel libro L’Italia insegna si parla inoltre degli ultimi due pittori di insegne: uno romano e l’altro genovese. Ma le tematiche legate al lettering urbano, per fortuna, stanno ispirando tanti giovani convinti nel riprendere in mano questo antico mestiere. Questo tema ci è molto caro.
L: C’è un forte ritorno all’artigianato, si sta dando nuovo valore al “fatto a mano”.

Qual è per voi l’insegna più bella?
L: Quella di Telesforo Fini: è ricchissima e davvero ben conservata.
F: Un’altra cosa interessante è trovare in basso a destra o a sinistra di un’insegna – come quella di Fini o quella della Torrefazione Caffè – la firma della vetreria che la realizzò. Si tratta di un elemento storico molto interessante. Alcune di queste vetrerie esistono ancora, fra l’altro.

Vi è mai capitato di girare l’angolo e trovare un’insegna che ancora non conoscevate?
In Corso Canalchiaro, poco prima di Piazzale San Francesco, hanno tolto qualche mese fa la copertura della lunetta di un negozio. Con mio grande stupore è comparsa l’iscrizione su vetro “Barbiere”. A breve la fotograferemo. Il lato interessante è che è comparsa così, per caso. Come un reperto archeologico.

Tra sigari e rhum, quelle serate al club per soli gentlemen

Riusciremmo a immaginare Winston Churchill, Che Guevara, il De Niro di “C’era una volta in America”, Groucho Marx o Philippe Daverio senza un sigaro tra le labbra? Anche nell’immaginario televisivo e cinematografico, il sigaro è il simbolo che viene spesso associato al gentleman, al filosofo, all’uomo di potere. Fumare un sigaro dietro a una enorme scrivania in radica, con l’immancabile bicchiere di whiskey on the rocks, è diventato un topos. Facendo poi una rapida ricerca su Google – o, se vi aggrada maggiormente l’espressione da web maniaci, googlando i termini – uomo che fuma il sigaro, vi renderete conto di quanto il sigaro possa diventare anche sinonimo di “rude” sex appeal e strumento di seduzione. Fumare un sigaro, secondo i ragazzi che hanno fondato Puro Habano – Gentlemen’s Club, può anche essere un rito per stare assieme, chiacchierare amabilmente tra fluttuanti brume di tabacco, cioccolato fondente e rhum. Cubano, ovviamente.
Li ho incontrati per capire meglio qual è l’idea che sta dietro alla loro associazione, i loro futuri progetti (e perché ero troppo curioso di conoscere ragazzi, di età comprese tra i 20 e i 30 anni, con una passione che conserva le sfumature di una Londra ottocentesca e decadente).
Conoscerli è diventato sempre più interessante nel momento in cui mi hanno detto che uno dei ragazzi ha chiesto di mantenere l’anonimato. Appena ci siamo seduti, è infatti arrivato un suo whatsapp: «Mi raccomando, occultate la mia identità!».
Degli altri, invece, i nomi si possono fare: Federico Magnani, Lorenzo Pini, Riccardo Montecchi, Luca Ricci e Giacomo Torricelli.

ourohabano01

Perché un club dedicato al sigaro? Ve lo domando perché il sigaro mi dà l’idea di qualcosa di “antico”, da salotto britannico ottocentesco…
È la controtendenza alla moda di adesso, che per molti giovani – a mio avviso – significa buttarsi via. Il sigaro è un momento più conviviale di amicizia, un modo per trovarsi assieme di fronte al camino d’inverno o in giardino d’estate. La degustazione dei sigari viene accompagnata anche al rhum o alla cioccolata. Il sigaro non è per tutti: va assaporato con la consapevolezza di “perdere tempo” e volersi rilassare.

Dove vi trovate di solito?
Per adesso a casa di uno di noi, circa ogni due settimane. Dopotutto l’associazione è nata da poco.

Sul vostro sito, nel logo, avete indicato Gentlemen’s Club, che richiama i famosi salotti della Londra vittoriana. E se vi scrivesse una ragazza che ama i sigari o che vuol entrare a far parte del club?
Magari! Dalle un nostro contatto, subito. La scelta di quello strillo è più legata a un’idea di marketing: al nostro club può partecipare chi vuole.

hab03

La vostra associazione è presente sul web, ma fa da aggregatore a serate ed eventi. Trovo sempre interessante raccontare storie positive legate al web, andando controcorrente. Se usato con coscienza, non è vero che allontana le persone…
Per noi il web è un mezzo, ci serve per fare gruppo. Fumare un sigaro su internet è impossibile…

E tramite webcam sarebbe ancora più triste.
Ai limiti della depressione, direi.

Quando è nata l’idea di fondare il club?
Al compleanno dell’Anonimo, il 13 settembre dell’anno scorso. Era un dopocena, stavamo chiacchierando col sigaro e, scherzando, uno di noi lanciò l’idea. Tempo due mesi, eravamo dal commercialista a firmare i vari documenti di rito per diventare associazione senza scopo di lucro. Sulla pagina Facebook lavoriamo un po’ tutti; manca il profilo Instagram: lì ci sono competitor abbastanza forti, va studiata bene. Dovremo iniziare a fumare sigari più costosi! Il sigaro è un modo d’essere: vorremmo diventare la “Francescana del sigaro”.

hab01

Oltre al whiskey e al cioccolato, mi immagino un libro accanto al sigaro. Siete d’accordo o è solo una mia associazione d’idee?
La lettura è più personale: un tête à tête col romanzo. Alla fine, nel nostro gruppo ci sono diverse professionalità – un futuro ingegnere, un imprenditore, un venditore di auto ecc. – e ognuno ha la sua storia da raccontare. Lo stare assieme fumando un sigaro ha la stessa valenza, a nostro avviso, della lettura di un libro. Il nostro è un club britannico rivisitato in chiave modenese. A una nostra cena, gnocco e tigelle non mancano mai.

Quali sono i riti per avere un sigaro al top?
Dipende dal tipo. Il toscano puoi fumarlo in modo più tranquillo, alla Don Camillo e Peppone; a un cubano devi stare più dietro. Tra l’altro, un sigaro cubano si divide in terzi, come si dice in gergo: il gusto della fumata è diverso nelle sue tre parti, sfuma e si modifica nel corso della degustazione. Se è un sigaro buono, è così. Poi va fumato bene all’inizio, con calma, perché un eccesso di condensa lo rovinerebbe. Bisogna anche imparare a conservarli: si utilizzano apposite scatole in legno dotate di igrometro (detti humidor). Un cubano, per esempio, deve trovarsi in un ambiente con un grado di umidità del 70%. Guai a conservare un toscano in mezzo ai cubani nello stesso humidor! Si rovinerebbero.

Che musica mettereste come sottofondo ai vostri incontri?
Non l’abbiamo mai messa, in realtà. Il sottofondo ideale sono le voci, i discorsi, i pensieri. Il sigaro sicuramente aiuta a parlare di più. Ovvio, fumare non fa bene. Ma il sigaro è certamente meno dannoso della sigaretta.

hab02

Se uno si volesse iscrivere?
Puoi fare la tessera: per gli under 25 viene 20 euro; per gli over 25, 30 euro. Cerchiamo di avere un occhio di riguardo sul costo, soprattutto per i giovanissimi. Quali sono i vantaggi della tessera? Avere sconti agli eventi e alle cene che organizziamo, oltre che un trattamento di favore nella tabaccheria di fronte all’ingresso del Duomo. Roberto Nadalini ne è il proprietario, ed è proprio lui che ci ha fatti appassionare ai sigari. Sai, le prime volte – da neofita – compri sigari a caso: è dunque importante conoscere qualcuno che ti consigli bene.

Che consiglio dareste a chi vuole iniziare a degustare i sigari? C’è un percorso che suggerite? Se in un grande ristorante ti servono un piatto con le varie stagionature di un formaggio, per esempio, ti inviterebbero a partire da quello più giovane…
Abbiamo tutti iniziato a fumare in modo diverso, non c’è un modo giusto. Chiaramente, se uno inizia con sigari da 30 euro l’uno probabilmente non ne capirebbe il valore, i tratti peculiari e non continuerebbe. Il budget va tenuto controllato sin dall’inizio. Consiglierei di partire da quelli leggeri, i Montecristo, per arrivare poi a quelli più corposi, tipo i Partagás.

A quando il vostro primo evento?
E’ stato appena due giorni fa, sabato 20 maggio! C’è stata prima la cena, con prodotti tipici modenesi, e alla fine la fumata di sigaro tutti assieme. All’evento le persone hanno avuto la possibilità di scegliere con quale sigaro concludere la serata.

L’etica e l’epica della «cumpa»

«Ma no: non è la paura a dettare legge; non qui. Perché qui nessuna legge vale e le regole sono di chi le inventa.»
(da
T-Trinz. Bastardi al Grandemilia)

TtrinzAlessandro Calabrese, classe 1991, ha un cipiglio quasi longobardo: i capelli biondi, gli occhi azzurri, la barba da rugbista e tantissime storie da raccontare. Fra le altre cose, con il suo libro “T-Trinz. Bastardi al Grandemilia” (Edizioni “Il Dondolo)”, è stato uno dei finalisti alla XXIX edizione del Premio Calvino. Le atmosfere che ha dipinto nel romanzo – con pennellate rapide, a tratti ispide e nostalgiche -, sono quelle che conoscono molto bene quei modenesi che hanno vissuto l’adolescenza in prima persona negli anni Novanta: la stagione del trovarsi in compagnia, di quando si riusciva a vedere ogni serata -anche la più insulsa – come un’epopea omerica, anche solo scambiandosi furtivamente una «giolla» al parchetto. Dopotutto, anche raccontarsi qualcosa è uno scambio, un modo per condividere e stare assieme. Il T-Trinz è esistito davvero (anche se Calabrese e i suoi amici lo chiamavano K-Pollege). Lì, all’interno di uno dei tanti esempi di archeologia industriale incastonati nell’intreccio urbano, il romanzo narra che si incontrassero quelli della compagnia “Thanatos”, capeggiata dal Biondo: ragazzini che «si divertono a fare i vandali, si mettono nei guai, si menano, giocano a rugby». A seguito del tradimento di un amico, la situazione precipita inesorabilmente in un finale che probabilmente sarebbe piaciuto tantissimo allo stesso Richard Wagner. L’ho incontrato per parlare del T-Trinz, della sua presenza al Salone del Libro di Torino – il 21 maggio alle ore 18.30 – e di sogni nel cassetto. Ma abbiamo anche divagato, sorridendo e perdendoci fra l’insostenibile leggerezza del ricordo.

Alessandro Calabrese
Alessandro Calabrese

Com’è nata l’idea della storia di “T-Trinz. Bastardi al Grandemilia”, un libro sulle gang giovanili? Ci sono dei personaggi ispirati a persone che già conoscevi?
Sicuramente c’è del mio. Alcune storie presenti nel libro – con altri nomi, altri luoghi, altri plot – sono storie che ho vissuto. Non tutte, chiaramente: sono presenti esagerazioni; ma non è così distante da quello che ho vissuto con i miei amici di allora. Nel libro i ragazzi hanno circa sedici anni. Noi, ne avevamo qualcuno in meno: circa quattordici o quindici. Ho scritto la trama in pochissimo tempo ed è quasi tutta inventata. Ma sono storie che potrebbero benissimo essere vere.

Anche perché l’area ex-AMCM, luogo a cui è ispirato il T-Trinz, c’è ancora…
Sì, esiste ancora. Anche se qualche anno fa hanno demolito qualche pezzo del nostro T-Trinz… Noi lo chiamavamo K-Pollege, in realtà – ribattezzato T-Trinz nel romanzo -, poco distante dal Teatro delle Passioni. Ce n’erano tanti altri, frequentati da ragazzini come noi: tutti posti abbandonati in cui ci si trovava a fare delle cazzate.

Ci mancherebbe. Ho visto che sarai al Salone del Libro di Torino all’incontro “Premio Calvino: una nuova stagione di esordi. Autori e editor a confronto”. La domanda sorge spontanea: che rapporto hai avuto con Beppe Cottafavi, il tuo editor?
Ti dirò una cosa (che non dovrei dire): io non ho riletto il libro dopo che lui l’ha preso in mano [ride di gusto]. Ho riletto i passaggi per me più significativi, ma devo dire che non l’ha stravolto. Lo stravolgerà: non ho ben capito quale sia la sua idea, ma vorrebbe fosse messo su carta. Se si parlerà di una edizione cartacea, certamente, bisognerebbe rivedere alcuni passaggi. Sinceramente, non saprei dirti cosa… Conoscevo già Beppe da un po’ di tempo: ho provato a farglielo leggere e gli è piaciuto. Poi, è piaciuto anche ad altri. Ero già arrivato in finale al Premio Calvino quando Beppe mi ha chiesto di poterlo leggere. È stato allora che ho detto fra me e me: «Bella!». Successivamente è stato inserito nel progetto del Dondolo, la casa editrice digitale che ha appena fondato.

Tra l’altro Beppe, nell’intervista che gli ho fatto, di te ha detto: «Alessandro Calabrese è un giovane di grandi qualità: nella sua vita, ha visto più serie TV di quanto libri abbia letto. Lui fa bene anche una cosa che pochi autori sanno fare bene: scrivere i dialoghi».
L’immediatezza del dialogo si invera in una sorta di coralità. Anche il narratore sembra che parli con lo stesso linguaggio dei personaggi, nel libro. Certamente questa caratteristica non viene tanto dalle mie letture quanto dalla passione che ho per le serie TV. A Beppe piace giocare su questo fatto: ma non è vero che non leggo niente!

examcm

Be’, in un certo senso ha ragione. I libri sono anche fatti di marketing. Ti stai pure laureando in Italianistica, quindi qualcosa l’avrai letto.
Tornato da lezione, non avevo certo voglia di leggere un libro: preferivo dedicarmi alle serie TV. Le mie ossa, in termini di storytelling, me le sono fatte su quello.

Nel libro compare anche il rugby, tua grande passione, giusto?
Il rugby, tuttora, fa parte della mia vita: poi, come tutti i cattivi giocatori sono finito ad allenare. Ai tempi del K-Pollege ho comunque giocato diversi anni. Nel romanzo buona parte dell’etica dei personaggi deriva proprio da quel mondo, e nella mia compagnia erano tutti rugbisti. Nell’introduzione del libro c’è uno scontro, una corsa: l’incipit nasce in seno al rugby.

Perché impostare il libro sul mondo delle bande urbane giovanili e sui loro scontri? In fondo, a sedici anni, i ragazzi potrebbero anche andar d’accordo…
Quando andavi al parco e c’era lo skinhead che faceva il bulletto, avresti voluto suonargliele di santa ragione. Poi non lo si faceva per mille motivi, tra cui il fatto che fosse il doppio di te. Noi ne abbiamo prese un sacco. All’interno delle gang giovanili si crea un’epica del racconto e delle imprese compiute: abbiamo fatto a schiaffi al parchetto e andiamo a raccontarlo con orgoglio, per fare un esempio. Lo stare assieme si giocava esattamente su quello: facevamo tante cazzate all’interno del K-Pollege e andavamo nelle sere d’estate al Parco Amendola a raccontarcela. Ci trovavamo nella zona d’ombra del «Sasso»: da bravi metallari, avevamo scelto la zona meno illuminata.

Al Parco Amendola – e questo me l’ha fatto venire in mente anche l’uso che fai del linguaggio gergale – c’era un vocabolario ben preciso: i punti d’incontro venivano identificati in modo molto preciso, che solo noi adolescenti potevamo capire. Mi piace il fatto che venga riscoperta la lingua “nostra”: ogni generazione, dopotutto, costruisce la propria.. Se dici «vuoi una giolla» a un quattordicenne di oggi non so cosa capirebbe…
Esatto: magari ti prenderebbe pure in giro.

Noi al Parco Amendola ci trovavamo sotto la uedra, per esempio.
Certo, me la ricordo! E il bello è che ogni luogo differenziava i vari gruppetti: gli sfattoni stavano proprio sotto la uedra. Anche nel libro, per esempio, il «parco delle molle» è proprio quello. I contesti provinciali, come può essere quello di Modena, sono riconoscibili anche in altre città. Certo, cambia il gergo, ma l’orizzonte probabilmente è quello. a Torino, infatti, il libro l’hanno letto e l’hanno capito.

examcm02

Tu sei «Il Biondo» del romanzo?
No, non sono né Il Biondo né il narratore, come dico più volte. Magari mi identifico, così come faccio quando leggo un romanzo non mio. L’etica che accompagna il personaggio non mi appartiene: non ero il capetto di niente né l’esempio di nessuno.

Sei curioso di vedere come diventerà “su carta” la tua storia, dopo che ci riavrà messo mano Beppe?
A me va bene ciò che ne farà. Ho dato la mia copia ai vecchi amici del mio T-Trinz che l’hanno letto e apprezzato, per cui sono a posto. Se verrà messo in vendita, l’unica cosa che posso dire è: «Vai, Beppe!». Insomma, vediamo cosa succede. Quando mi aveva proposto il sottotitolo, Bastardi al Grandemilia, non ero proprio convinto. E forse non lo sono nemmeno tuttora. C’è una scena ambientata al Grandemilia, simbolica e descrittiva: quella in cui i ragazzi vengono inseguiti dalla sicurezza dopo aver commesso un furto. Addirittura, prima di postare il link al libro sulla mia bacheca Facebook, avevo cancellato il sottotitolo con Photoshop. Beppe mi ha telefonato subito, arrabbiatissimo…

Hai in mente altri libri?
Adesso non ho il tempo materiale di scrivere: ma ho tanti progetti in testa. Sono anni che provo a scrivere lo storyboard per un fumetto: ci sarebbe anche qualcuno che potrebbe illustrarmelo. Ma le collaborazioni con gli illustratori portano sempre a valanghe di bestemmie, quindi alla fine ho desistito. Anche T-Trinz secondo me sarebbe molto efficace come fumetto o come film. Le scene e i dialoghi immediati glielo consentirebbero. Mi piacerebbe sicuramente scrivere qualcosa sull’ambiente rugbistico di provincia: ci sono storie davvero assurde! Si può creare un’epicità anche di quello che avviene all’interno di una squadra di rugby. C’è un forte contrasto fra l’etica presente in campo e quella che si instaura “fuori”, negli spogliatoi per esempio. Adesso non racconterò tutte queste storie: le leggerai nel prossimo libro.

Il mondo del rugby è – nell’immaginario comune – macho, virile, forte, e ogni contrasto con questa idea tende stupire in effetti. Una copertina di “Sportweek” che ha fatto scalpore nel luglio 2015 ritraeva il bacio gay fra due rugbisti (non erano stati scelti due pallavolisti né due giocatori di basket)…
Sì, effettivamente nel mondo del rugby ci sono aneddoti molto divertenti e inaspettati…

Immagini: graffiti nell’area ex AMCM.

Via Emilia per Easy Rider

Lunga lunga, dritta dritta. Un segno forte all’interno di un territorio che dal mare sfuma nel viavai frenetico di Milano, all’ombra della cinta di ciò che resta delle mura spagnole, proprio di fronte all’imponente Porta Romana (che, poverina, è un gioiello dell’architettura incastonato fra un grattacielo interminabile, elegantissimi palazzi e il rigido magma delle strade tutt’attorno). La via Emilia è una vera e propria “certezza” per chi è nato e cresciuto in città come Modena, Reggio o Parma. Sì, perché in qualunque città percorsa da quell’asse viario ti trovi, se su una targa o un cartello leggi le parole «via Emilia», hai la certezza matematica di essere in centro. E che almeno, stando lì nei paraggi, non avrai bisogno di consultare Google Maps. O vai verso Rimini, o verso Milano. Impossibile sbagliarsi.
Oggi la via Emilia, se si può, la si evita. «Ma ci vai dalla via Emilia?», ti chiederà sempre e comunque ogni conoscente non appena gli confessi che hai pensato di intraprendere un viaggio sulla SS9.

Cover_DueRuoteUn po’ la stessa perplessità che ha avuto Cristian Lancellotti, direttore di “Dueruote”, quando il direttore Iniziative Speciali del “Cucchiaio d’Argento”, Stefano Caffarri, gli ha proposto «di sposare, motocilisticamente parlando, il progetto di questa guida»: La via Emilia in moto: 10 tappe per 329 km. Le strade alternative, dove mangiare, dove dormire e cosa vedere. Una perplessità legittima, spiega Lancellotti nell’editoriale della guida, dato che «la via Emilia percorsa in moto è quanto di più noioso si possa pensare: traffico, strade dritte e piatte e paesaggi tutto sommato monotoni». Poi, però, si è fidato di Caffarri e della sua «strana luce negli occhi», oltre che del «ghigno di chi ha in mano carte pesanti, di chi non aspetta altro che qualcuno stia al gioco per farle vedere a tutti».
Et voilà: ecco come è nata questa guida alternativa, dedicata in primis ai motociclisti, ma anche ad altri flâneur contemporanei, desiderosi di vivere nuove e inattese esperienze. Insomma, a tutti quelli che sono convinti che l’emozione non stia tanto nella meta, ma nel viaggio. Uno dei modi migliori per celebrare la via Emilia che quest’anno festeggia i suoi primi 2.200 anni (e non li dimostra).

motociclicisti

Hic sunt Galli!
In età repubblicana, oltre gli Appennini, c’erano le Gallie. Terra di barbari, in sostanza. Nella Gallia Cisalpina vivevano le tribù dei Boi, che mal sopportavano l’idea di sottomettersi alla forza conquistatrice dell’Urbe. La miglior macchina da guerra, per i Romani, divenne la Strada: è sulle vie di comunicazione infatti che le legioni potevano organizzarsi al meglio. Il console Marco Emilio Lepido guidò la costruzione della via Emilia, un dardo che tagliava la pianura incuneandosi fra paludi e acquitrini. Incredibile ma vero (anche pensando a recenti e assai meno felici esempi di opere viarie): il collegamento fu completato in poco più di due anni, dal 189 al 187 a.C.
Oggi quella strada è sicuramente più evanescente: nei centri storici la sua presenza è ancora viva, tangibile; nelle campagne, invece, può scomparire all’ombra di filari di pioppi dritti come fiammiferi e piccole tangenziali ne deviano spesso il percorso (per forza: attraversare Romagna-Emilia-Lombardia solcando l’antica via romana è da pazzi. Ma come dice Il cappellaio-Depp in Alice attraverso lo specchio: «Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti»).
La via Emilia, a un certo punto, attraversa il Po. Da lì, inizia lentamente a sfrangiarsi: l’ultima Casa Cantoniera, l’ultimo punto di sosta dell’antica strada, si trova a Melegnano. Possiamo poi viverne il tragitto solo con l’immaginazione. Idealmente, la via Emilia cede il passo ai primi tentacoli della metropoli arrestandosi alla rotonda su cui campeggia Porta Romana bella.
«Porta Romana bella, Porta Romana
è già passato un anno da quella sera
un bacio dato in fretta
sotto un portone […]».

Casa cantoniera lungo la via Emilia
Casa cantoniera lungo la via Emilia

Il lato A: storia e gastronomia
Per viverla appieno on the road, la guida di “Dueruote” è davvero un ottimo compagno di viaggio, da portare con sé in un’avventura quasi situazionista, a tratti felliniana. Felliniana sì, perché il viaggio nella guida inizia proprio da Rimini, l’antica Ariminum: da zona di insediamenti preistorici a terra degli Umbri e poi dei Galli, fino ad arrivare alla mitica movida – trascinante e un po’ cialtrona – che ogni estate respira salsedine e profumo di fragranti piadine. Il viaggio inizia con le spalle al mare, verso il profondo nord. Oltre all’itinerario collegato al drittone della via Emilia, all’interno della guida compaiono spesso e molto volentieri altri golosi suggerimenti: ricette, cosa comprare, cosa bere, dove mangiare e rapidi focus incentrati su percorsi alternativi (dopotutto, il tragitto è immaginato per essere percorso in moto). Infatti, il bello di questo viaggio sta anche nel perdersi fra le morbide colline del Sangiovese, la rupe di San Leo, l’itinerario Enzo Ferrari e il Frignano, per sconfinare nelle terre che furono dei Da Canossa, famiglia cui appartenevano Bonifacio “il Tiranno” e l’impavida Matilde. Senza temere di fare un po’ di sano spoiler, la via Emilia, a un certo punto, attraversa anche Modena (o Mutina, come l’avrebbe chiamata Emilio Lepido).
Marco Tullio Cicerone, lo spauracchio di tutti quelli che hanno frequentato il liceo classico, ne aveva un’ottima opinione: nelle Filippiche la definì firmissima ac splendidissima (“molto sicura e meravigliosa”). E se lo diceva lui…
Nella guida di “Dueruote”, Modena viene presentata come un vero e proprio gioiellino, da scoprire fra una passeggiata all’ombra del Duomo, patrimonio Unesco, caldi effluvi di tortellini e brodo di cappone («quello con “gli occhi”», come lo chiamavano le nonne), visite al MEF e il ricordo indelebile di Big Luciano.
La guida poi prosegue con Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Fidenza, Fiorenzuola, doppia Milano, e si conclude poeticamente, suggerendo un ultimo tour sui confini di Quel ramo del lago di Como.

Porta Romana
Porta Romana

Il lato B: notturno
La via Emilia è come una catenina d’argento, alla quale vengono appesi di tanto in tanto monili e pietre preziose: quelli, sono i centri delle città con il loro contrappunto di portici e palazzi rosa porcellino, giallo terrigno o arancione. Già: ma fra un centro e l’altro cosa c’è? Quando la luce più grande di tutte sta per spegnersi e la notte comincia ad ammantare di blu intenso e striature violacee la pianura, la via Emilia dà tutta un’altra impressione a chi la percorre. I casolari abbandonati, le fabbriche dismesse, i grandi ristoranti anni Settanta dimenticati, le chiese pericolanti si fanno lugubri e silenziosi. A meno che non ci sia uno di quei nebbioni che «si tagliano col coltello»: in quel caso, non si vede proprio un bel niente. Vedi solo le tue mani sul volante, la strada scorrere sotto di te e il vapore bianco della nebbia fagocitare ogni cosa.

Casolari abbandonati
Casolari abbandonati

Quando viaggi di notte lungo la via Emilia, tutto si trasforma: la percezione dello spazio, del tempo e forse della vita. Se di giorno infatti è il traffico asfissiante a riempire la striscia di asfalto che collega Rimini alle porte di Milano, di notte le poche macchine che ci sono – non tutte – vanno piano piano, forse per accostare accanto a una delle pensiline del bus dove sostano, passeggiando avanti e indietro, signorine in zeppe e minigonna. Per non parlare dei perimetri delle fabbriche o delle concessionarie prospicienti la via Emilia che, dopo mezzanotte, si tramutano in azzeccatissimi set per un film di Romero. Nei tratti per nulla illuminati, poi, ci si rende conto di quante sfumature abbia il nero: il cielo scuro, la strada leggermente più chiara e le chiazze nero petrolio che sullo sfondo assumono le forme di casacce o folti ippocastani. Talvolta, quando guidi col finestrino abbassato, ti arrivano pure zaffate pungenti di cipolla e peperoni (in moto, non ne parliamo: l’intenistà aumenta): giri lo sguardo e ti trovi un chioschetto di paninari in cui andare a «far fondo» dopo una notte di bagordi in discoteca. Questa è l’altra faccia dell’asse viario che compie 2.200 anni: la via Emilia degli alberghi a ore, dei locali notturni, delle atmosfere lugubri, delle strutture dismesse e della trasgressione, se vogliamo. Di questo, ovviamente, non parla “Dueruote”. Ma, da modenese, mi sarei sentito in colpa nel raccontare solo un volto della strada che tutti odiamo e amiamo. Per scoprirne altri segreti o affascinanti scorci, non ci resta che partire.

Il parcheggio del Mac2
Il parcheggio del Mac2

L’immagine di copertina è tratta dalla guida “Via Emilia in moto” in edicola con Due Ruote di maggio 2017.

Guarda come Dondolo!

A quanto pare, Modena non sarà più associata solo alla buona cucina, ai motori, alla strepitosa tradizione lirica o alle figurine. Nella città della Ghirlandina, infatti, è appena nata la nuova casa editrice civica “Il Dondolo”, diretta da Beppe Cottafavi. Più che una casa editrice, una vera e propria factory – per dirla con Andy Warhol – e dunque centro nevralgico fatto di cultura e divertimento, attorno al quale ruotano i nomi di grandi autori, illustratori e  creativi. Gli ebook del Dondolo sono pubblicati su MLOL – Media Library Online – che ne è il distributore: scaricarli è gratis. La scelta del nome, ça va sans dire, non è casuale: Il Dondolo (Rocking Chair) venne infatti progettato a metà dei rutilanti anni Settanta dagli architetti modenesi Franca Stagi e Cesare Leonardi, e fu una delle superstar alla mostra “Italy: The New Domestic Landscape”, che ebbe luogo nella Grande Mela nel 1972. Si tratta di uno splendido esempio di design: una seduta pensata per accogliere il gesto del “dondolare”, quasi un punto di contatto fra il progettare ludico di Achille Castiglioni e il “Futurismo” hi-tech di Zaha Hadid. Proprio a partire da questo capolavoro, ho iniziato a parlare con Cottafavi della nuova casa editrice made in Modena.

Tra una fetta di salame e un calice di lambrusco
«Da quello che mi risulta», spiega Cottafavi, «l’identità del formato di questa casa editrice è il primo al mondo. Credo che sia la prima volta che una casa editrice abbia queste tre caratteristiche: digitale, civica e autarchica. Per partecipare al progetto, infatti, bisogna essere di Modena: il progetto è gratuito e autarchico. In questo, c’è ontologicamente un segno dell’unicità di questa città». Poi, indica il palazzo prospiciente il suo balcone con sguardo rivolto ai ricordi. «Siamo nel posto giusto, su questa terrazza, perché lo studio di Cesare Leonardi, dove è stato disegnato il Dondolo, si trovava proprio in quella casa là. La stessa casa, tra l’altro, dove viveva Enzo Ferrari. Ѐ un punto d’osservazione interessante, insomma. Conosco Cesare da quando ero ragazzo perché, mentre facevo l’università, dopo aver studiato, andavo da Cesare Leonardi e Franca Stagi: era un posto molto accogliente, in cui si potevano fare alti e meravigliosi discorsi sbevazzando lambrusco e sfettolando salame. Sto parlando della metà degli anni Settanta: e sul Dondolo, mi ci stravaccavo! Ci siamo sempre divertiti assieme. Ho sempre amato molto Cesare per la sua testa libera e anarchica, come penso di avere io, e un pessimo carattere. Nonostante i nostri reciproci cattivi caratteri, è da tutta la vita che siamo amici e ci vogliamo bene. Io penso che Cesare sia un genio in varie discipline, dal design all’architettura degli alberi, fino alla fotografia. Ѐ stato sciaguratamente dimenticato, anche per il cattivo carattere. Modena in questi ultimi anni dal punto di vista urbanistico e architettonico ha dato veramente il peggio: avendo avuto un genio dell’architettura, nessuno degli amministratori ha mai tirato su il telefono per chiedergli un parere. Questo ci dà la misura della discrasia fra le energie intellettuali che ci sono in una città e la loro amministrazione».

Poi, lo sguardo va al futuro. «Ora, dell’amministrazione te ne parlerò anche bene. La mia idea è stata appoggiata con grande accoglienza da parte del comune e delle biblioteche di Modena. Ho voluto quel segno e quel titolo come emblema dell’intelligenza e del saper fare dei modenesi, e penso che sia un ottimo brand per presentarci sulla rete. Ne parlerò anche sabato 22 aprile a Milano a “Tempo di Libri”. Credo si possa parlare di Modena in termini eccellenti anche senza parlare di cucina, di motori, di do di petto o figurine. Del resto, Modena ha una grande tradizione di scrittori, giornalisti, filosofi e politologi. L’idea del Dondolo è proprio quella di trovare un laboratorio e un punto d’incontro per fare dondolare le idee di tutte le menti dei geminiani illustri».
«Come ti venuta questa idea?», gli chiedo.
«Per caso, mentre facevo un’intervista».

La cinquina vincente
Gli autori dei primi ebook pubblicati dal Dondolo sono tre «venerati maestri» – Berselli, Siti e Santagata – e due giovani autori: Calabrese e Bellei.
«Alessandro Calabrese, finalista l’anno scorso al Premio Calvino col suo romanzo T-Trinz. Bastardi al Grandemilia», commenta l’editore, «è un giovane di grandi qualità: il suo romanzo è molto interessante perché innovativo dal punto di vista della struttura narrativa. Nella sua vita, ha visto più serie TV di quanto libri abbia letto. E questo gli ha giovato moltissimo. È proprio grazie a questa sua caratteristica che è riuscito a costruire un romanzo con una struttura narratologica molto innovativa, fatta di una sintassi completamente frammentata e tante storie che filano in parallelo: i medesimi codici narrativi delle serie TV. Lui fa bene anche una cosa che pochi autori sanno fare bene: scrivere i dialoghi. Il romanzo è ambientato in un luogo che racconta il degrado post-industriale dell’Emilia: la zona ex AMCM. Mentre il romanzo di Elena Bellei, Oriele e la fabbrica del tabacco, è invece ambientato nell’ex manifattura tabacchi. In qualche modo, attraverso questa scelta, mi interessava anche indicare spazi del disastro urbanistico contemporaneo. Sono due luoghi simbolici e semiotici rispetto alla vita contemporanea di Modena».

dondolo_Quindi, gli domando come vengono scelti i nuovi autori da pubblicare sul Dondolo. Dopotutto, siamo nell’era del self publishing in cui, a detta di molti, tutti possono scrivere. Ma la sua è una casa editrice “vecchio stampo”, giustamente, e infatti mi risponde: «Il mio compito – da direttore editoriale – è scegliere, decidere e marchiare col mio brand o con la mia firma un lavoro. È lo stesso compito che spetta al Ct della nazionale di calcio: c’è chi verrà scelto e chi no. Quelli scelti sono contenti, qualcun altro s’incazzerà anche, e dovrà impegnarsi per essere scelto. Con questa cinquina voglio esemplificare qual è lo spirito delle mie scelte».

Dall’Autobus al Dondolo: nuovi orizzonti
Tutto (ri)torna: infatti Cottafavi, negli anni Settanta, aveva già vissuto un’esperienza in stile Factory di Warhol.
«Quand’ero ragazzo, ho avuto dall’allora assessore alla cultura, Dino Motta, l’incarico di fare un mensile di informazione culturale: Autobus. Per l’occasione Motta ebbe l’intuizione geniale di chiamare Massimo Dolcini, che realizzò per questo giornalino un disegno e una gabbia meravigliosi. Lì nacque una nidiata di grafici straordinari, tra cui Tugliozzi, Ognibene, Partesotti e Goldoni. Anche in quegli anni, sotto l’egida del comune, si era creata una fucina di creativi davvero interessante… insomma: ho fatto l’Autobus, adesso volentieri faccio il Dondolo!».
Ma non è finita qui. Infatti per i prossimi mesi sono già in cantiere nuove iniziative, pronte a dondolare nel perimetro della neonata casa editrice civica.
«Ho potuto innescare con questa idea un circolo virtuoso per cui ho coinvolto il dream team degli artisti modenesi che mi hanno fatto le copertine. Poi ne saranno ingaggiati altri ovviamente: Menfredini, Guerzoni, Della Casa, Battilani e non solo. Tutto il giro degli artisti modenesi sarà coinvolto: ne nascerà poi una mostra. Oltre al supporto del comune e delle biblioteche, presidio fondamentale, i partner sono stati Giulio Blasi con la straordinaria piattaforma MLOL [a questo link, potete leggere la sua intervista] –  il target potenziale si aggira quindi attorno ai milioni di lettori – e Sartoria Comunicazione, che mi ha fatto una splendida grafica anni Settanta. Ecco cosa vuol dire casa editrice civica: download di ebook gratuito e lavoro di squadra. Il Dondolo è una factory: lavoriamo assieme, divertendoci. Ci mancherebbe che non ci divertissimo…».

 

Stranamente, la scuola rende lo straniero meno strano

Una bella occasione per scoprire la magia del teatro. Non il teatro che si svolge all’interno di antiche mura rivestite di stucchi rococò e ammantate da drappeggi in broccato. Il teatro che ho conosciuto grazie a Giorgia Pegoraro, docente di Lingua 2 presso il CPIA di Modena (Centro provinciale di istruzione adulti), è un’espressione artistica che passa attraverso l’insegnamento della lingua italiana. Il Pifferaio Magico, infatti, è un progetto nato dall’incontro con gli stranieri e le straniere a scuola, con l’intento di offrire loro maggiori opportunità di espressione, interazione e apprendimento; e diventerà spettacolo – quasi un happening-, basato sulla celebre fiaba ambientata nella città tedesca di Hamelin. L’attività sta coinvolgendo gli allievi dei gruppi 2s, 21s, 41s, 49s del CPIA e sarà presentata al campo sportivo “San Teodoro liberato” a Librino (Catania) a fine maggio, in occasione del concorso La Scuola che Incontra, indetto dall’associazione LoFaccioBene. Un concorso in cui «vincono tutti quelli che partecipano», perché il fine è proprio quello di creare contatti e condivisione, coinvolgendo i ragazzi e le ragazze in un momento per stare assieme. Col fine di abbattere i muri e costruire ponti «tra noi tutti diversi».

Le prove: musica e parole

Giorgia Pegoraro
Giorgia Pegoraro

È proprio in occasione di uno dei pomeriggi di prove de Il Pifferaio Magico che vado a conoscere Giorgia Pegoraro e i ragazzi che parteciperanno a questa importante iniziativa pensata per condividere, “fare gruppo” e divertirsi, lanciando un forte messaggio di uguaglianza. Entro in aula, con l’atteggiamento sommesso di chi arriva in ritardo, e mi siedo alla cattedra. I ragazzi sono in piedi, sorridenti ed emozionati, disposti a emiciclo. E cantano, sotto la guida di Giorgia e Carla Fedele, esperta esterna.
Queste le parole:
«Le storie che canta e che suona
Dissolvono tutti i timori
Fiducia e speranza ridona
La gioia finisce nei cuori».
Ripetono varie volte la strofa, con energia crescente. Poi, passano alle prove di altre sezioni dello spettacolo. Incredibile la coesione che il teatro è capace di creare, una sorta di fluido magico che lega le esperienze di ogni singolo allievo a quella degli altri: quando si dice fare gruppo, s’intende proprio questo. Sulla parete di sinistra, rispetto alla cattedra, ci sono due cartelloni in cui è stata scritta la fiaba su cui si basa la rappresentazione: leggendoli, mi salta subito all’occhio una parola: straniero. E mi suona più che mai dissonante, guardando quel gruppo composto da giovani di diverse nazionalità, uniti dall’incanto del teatro e della musica.

CPIA-Modena-Pifferaio-Magico-2

La fiaba come esperienza collettiva
A prove finite, Giorgia si avvicina: «Pensa: tutto è iniziato da questi cartelloni. Il punto di partenza era la lettoscrittura per gli analfabeti e la lettura espressiva per quelli che stanno imparando l’italiano. Nel momento in cui è scoccata la scintilla – e quindi l’interesse – per la storia è partita la lettura. Questa fiaba è diffusa in numerose varianti in tutto il mondo». A quel punto le chiedo se anche nelle culture dei ragazzi ci siano racconti simili. «Il Pifferaio Magico è una classica fiaba che rappresenta il ratto dei giovani, l’esodo dei giovani. Un po’ come hanno fatto loro: ho voluto trovare un aggancio forte con le loro storie. In questi gruppi ci sono persone che hanno vissuto in prima persona l’esperienza dell’acqua. C’è anche chi ci ha detto: “Io sono stato sei ore in mare”…».
Carla aggiunge: «Un’altra parola ‘forte’ è straniero: nel copione ricorre spesso. Qualcuno dei ragazzi, dopo averla sentita, ha aggiunto: “Come noi”».
«Si è parlato anche tanto a scuola di straniero, strano, stranamente. Tutte parole che hanno la medesima radice: l’hanno notato anche a lezione gli allievi. Mi è piaciuta la loro accettazione della storia. Con questo spettacolo stiamo giocando molto, anche con i travestimenti».
Da un racconto che ha insegnato ai ragazzi le sfaccettature della nostra lingua, oltre alla lettura e alla scrittura, è nata l’idea di trasformarla in obiettivo ed esperienza di condivisione.

CPIA-Modena-Pifferaio-Magico-1

Il teatro, il viaggio, il ritorno
«Appena è arrivato il concorso qui a scuola», spiega la docente, «ho pensato di mettere in piedi lo spettacolo e ho proposto il progetto del Pifferaio Magico, che è stato subito accolto dal CPIA. Da due, le ore di prove sono poi diventate quattro». Chiedo poi qualche delucidazione in merito l’irrisoria quantità di ‘quote rosa’: le ragazze sono davvero poche. Pegoraro risponde: «È vero. Avevamo tre indiane, bravissime. Una di queste ha lasciato il progetto perché il marito non voleva. Il problema, per lui, era il viaggio verso Catania, non tanto il teatro». La gestione di un gruppo così eterogeneo non è facile, ma per la docente è la parte più interessante della sua professione.
Arriviamo poi a parlare del concorso, della trasferta a Catania e del ‘lato buono’ di internet. È stato infatti grazie a una piattaforma web che gli allievi potranno andare in Sicilia.

«Più che un concorso sarà una grande festa. L’obiettivo del concorso era quello di far sì che  una scuola italiana contattasse i migranti o situazioni di persone emigranti al di fuori della scuola. Nel nostro caso, tutto è stato capovolto. Non ho trovato scuole italiane, a Modena, disposte a collaborare col CPIA. Condizione di partecipazione al concorso, fortunatamente, era trovare due classi che collaborassero anche solo tramite Social Business World: una piattaforma web su cui è anche possibile visitare il nostro profilo, in cui postiamo il materiale fotografico e i video del nostro lavoro».
Come in ogni fiaba, per fortuna, c’è il lieto fine. Così, il 12 maggio, Giorgia e i ‘suoi’ ragazzi partiranno alla volta di Catania. «Ma la Sicilia, per loro, non è una regione come le altre», sottolinea Giorgia. «Il viaggio sarà denso di simboli, ricordi e significati: per molti allievi è stato l’approdo in Europa. E con questo spettacolo ci tornano, ma in una veste diversa».

 

“Stando in libreria è inutile girare il mondo: è lui che gira attorno a te”

«[…] meritiamo un’altra vita
più giusta e libera se vuoi
nata sotto il segno
nata sotto il segno dei pesci.»
(Antonello Venditti,
Sotto il segno dei pesci)

Dopo aver fatto la classica vasca lungo la via Emilia in direzione Sant’Agostino, alla Muratori, ci siamo passati davanti tutti. Lasciandosi alle spalle la silenziosa e imperturbabile Ghirlandina, superato lo spazio quasi metafisico di piazza Matteotti, ci si imbatte nella statua del Muratori che, col capo leggermente reclinato, osserva. Proprio lì, di fronte alla libreria a lui dedicata, piccolo grande fulcro di cultura di una Modena che fu. La libreria in cui Franco Rossi, amatissimo libraio di svariate generazioni di geminiani, ha esercitato la professione con dedizione e infinito amore. Vendere libri, infatti, era solo una parte del suo lavoro: il signor Franco regalava anche consigli e aneddoti ai suoi clienti. Sapeva alla perfezione quale sarebbe stato il libro preferito di ognuno. In un certo senso ti leggeva dentro, ti ascoltava, poi spariva per qualche secondo nello stretto retrobottega e tornava con quel libro, che neppure tu sapevi ti avrebbe coinvolto così tanto.
Oggi, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, la Muratori è destinata a chiudere. Il 30 giugno di quest’anno, un altro tassello della vecchia Modena lascerà un vuoto nel centro cittadino e nei cuori di chi ha sempre varcato la soglia della libreria.
Sono entrato nuovamente in quel piccolo grande spazio che profuma di carta e cultura, per incontrare Ivana, titolare e sorella di Franco, e Lisa, la storica collaboratrice del «signore dei libri».

Nata sotto il segno dei Pesci
Inizio a conversare con Ivana, accanto alla scrivania dove stava sempre anche Franco. «Mio fratello aprì il 3 marzo del 1958: il 3 marzo 2017 la Libreria Muratori ha compiuto 59 anni», sottolinea la titolare. Pour parler, le faccio notare che la Muratori è nata sotto il segno dei Pesci. «Peccato! Non le ha portato fortuna. Anzi, no: è giusto. Il Pesci è un segno romantico e fantasioso, e Franco è stato uno degli ultimi Romantici. C’era una frase che nostro nonno gli ripeteva sempre: “È inutile che tu giri il mondo. Stando in libreria è il mondo che gira attorno a te”.
È innegabile: nelle librerie di una volta s’instaurava un rapporto stretto coi clienti, un rapporto di amicizia e complicità. Se ne conoscevano i gusti, le passioni, gli interessi. «La libreria indipendente è una cosa, le altre il più delle volte sono solo magazzini di libri. Ovviamente, hanno le ultime novità; ma un certo tipo di ricerca non te la fanno», mi dice Ivana. «Se viene qualcuno a chiederci un libro non presente nel ‘circuito normale’ degli editori, glielo mandiamo a prendere. Il nostro servizio non è freddo e anomalo, da computer a computer. Altrove, dopo aver solo guardato sullo schermo, ti direbbero “No, non c’è”. La nostra clientela ci può richiedere anche dei testi che sono a Londra, di difficile reperibilità. Noi, quei testi, li troviamo».
Nella Muratori sono più i fuori catalogo delle nuove pubblicazioni. Il dato è davvero singolare: anche perché Franco, in oltre cinquant’anni di attività, non ha mai fatto un reso. «Mio fratello, piuttosto che convertire i libri in lire o euro, preferiva tenerli. Di là abbiamo un magazzino pieno di fuori catalogo. Spesso gli dicevo: “Franco, ma cosa ce ne facciamo di tutti questi libri?”; e lui mi rispondeva: “Ti danno forse fastidio? Allora lasciamoli lì!”».

Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi
Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi

Il magazzino: memoria del luogo, luogo della memoria
Qualche minuto dopo Ivana m’invita a dare un’occhiata al magazzino, dove ora la maggior parte dei libri viene svenduta a soli 3 euro al pezzo. Vecchie edizioni ancora custodite all’interno del cellophane, come antiche sculture, stanno lì in attesa che qualcuno le porti a casa per farle rivivere e per amarle nuovamente, come faceva Franco.
«In questo magazzino lui ha messo dentro i libri dal primo all’ultimo: li conosceva uno a uno e veniva spesso a trovarli. Mio fratello era la memoria storica di questo luogo. Se non riuscirò a venderli, verranno mandati al macero. Molti libri che avevo in magazzino sono stati acquistati da un libraio di Milano: il titolare di un’antica libreria meneghina, bellissima. Ma sai, Milano è diversa. C’è un movimento di persone non paragonabile con Modena. Purtroppo devo dirlo: grazie alle politiche commerciali adottate negli ultimi anni dal Comune, da Corso Duomo a qui, abbiamo una via Emilia di “serie B”. La gente arriva sì in Corso Duomo, ma non va oltre. Un tempo la via Emilia era il cuore pulsante del commercio modenese, era il salotto. Cosa vengono a vedere adesso? La stessa Piazzetta Muratori è una chicca: ma anche questo spazio non è per nulla valorizzato. Guarda la statua di Ludovico Antonio: neanche un lumino gli danno».
Camminando fra gli scaffali, Ivana, come in un flashback, ricorda il passato: «Forse erano altri tempi: c’erano il Museo, l’Ospedale Sant’Agostino: tutti professionisti, medici, direttori di clinica… la clientela era ben diversa. E oggi purtroppo i giovani non s’interessano più alla storia o alla filosofia. Questa libreria era l’immagine di mio fratello. Ma negli ultimi periodi anche lui era molto demoralizzato. Qui dentro ci sono 59 anni di storia. Ora, svendo quasi ogni libro per liberare il magazzino. A malincuore, soprattutto in memoria di mio fratello, sono costretta a chiudere. Lo pensava anche lui, ma non ne aveva il coraggio perché questo era il suo parto. Chiudere, per lui, sarebbe stato come uccidere un figlio».

Il magazzino della libreria
Il magazzino della libreria

Una modenese a Berlino
A un certo punto fa capolino, a sorpresa, una cliente storica della Muratori, una modenese che lavora a Berlino ormai da anni. Con stupore e infinita tristezza entra in magazzino esclamando: «Mi viene da piangere!».
A quel punto Ivana la guarda e le dice: «Ma perché non vi mettete assieme – due o tre ragazzi giovani – e non continuate a farla vivere?».
«Vivo a Berlino da più di vent’anni ed è da tanto che non venivo qui. Sto male nel vedere la libreria così…».
Perdendosi fra un testo e l’altro (spunta anche un dizionario di lingua magiara), alla cliente viene in mente un aneddoto legato al libraio: «A questo posto ero affezionata. Mi ricordo ancora una volta in cui ero venuta a prendere un libro di Jean-Pierre Vernant e Franco mi disse: “Be’ adesso posso dirti un segreto: sono andato a pescare tanti anni con Vernant”. Sono rimasta di sasso. Quindi a Modena non rimarrà più una libreria».
La giovane donna è alla ricerca di testi di autori greci, e inizia quindi a sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di tragedie di Sofocle.
«Guarda qui», esclama Ivana; «addirittura dei vecchi trattati di medicina. Qualche giorno fa è passato un anestesista che, appena ha visto il libro su cui aveva studiato, ha voluto acquistarlo». È proprio vero, quindi: certi libri diventano parte integrante della nostra vita, e da quei libri non riusciremo a separarci. Uscendo dal magazzino noto una stampa che raffigura Modena. La titolare aggiunge sommessamente: «Prima eravamo in due, e ci sostenevamo. Adesso da sola non ce la faccio: non ho la sua preparazione. Stava qui coi suoi clienti a parlare di storia e filosofia per ore. Era il vero geminiano: Diceva sempre: “Io devo vedere la Ghirlandina: già se vado a Castelfranco Emilia canto Terra Straniera!“».


La nostra intervista a Franco Rossi, esattamente due anni fa.

Il futuro delle librerie
Secondo un’indagine AIE pubblicata a dicembre 2016 in concomitanza della chiusura di “Più libri più liberi”, sarebbero 13 milioni gli italiani che vivono in città prive di una libreria. Ma il dato più preoccupante è la stretta correlazione fra l’assenza di librerie e gli indici di lettura: in sostanza, l’assenza di librerie fa sì che le persone leggano sempre meno. Questo il parere di Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio Studi AIE. E secondo Ivana, le librerie stanno tendendo a una crescente computerizzazione dei processi: «Il libraio è quello che ti invoglia anche a scegliere il tuo prossimo libro. Il futuro delle librerie sarà automatizzato e impersonale. O sai quello che vuoi, o niente».
La presenza di Franco all’interno della Muratori è ancora palpabile: sfogliando alcune foto assieme alla sorella lo si vede accanto ai più grandi autori del panorama editoriale italiano: da Pansa a Casati Modignani, da De Crescenzo a Montanelli e non solo. Da un plico di fogli spuntano anche una dedica di Giulio Andreotti e una di Alberto Bevilacqua.
«Una volta Franco citò a Spadolini un suo libro», racconta la sorella. «E il giornalista gli rispose: “È stato uno dei miei primi: pensi che non lo trovo più”. Franco si fermò un attimo, andò di là e tornò dicendo: “È questo?”. Lo stesso Spadolini fu sconvolto nel vedere proprio quel libro. E Franco, sorridendo, gliene fece omaggio».

dedica-alberto-bevilacqua-franco-rossi-modena
La dedica di Alberto Bevilacqua