«Nessuna “tassa sul morto”, ma più garanzie e tutele per i cittadini colpiti da un lutto»

Il momento della morte, del lutto, è uno dei passaggi più delicati dell’esistenza umana: una vita finisce, e chi rimane (amici, parenti) affronta la perdita con riti e simboli che aiutino a superare il dolore e a dare un significato a quanto accaduto. Si può dire che, almeno nella cultura occidentale, la morte è uno dei frangenti in cui si avverte maggiormente la presenza del sacro. Eppure, spesso ci si dimentica che intorno al decesso di una persona esiste un insieme di pratiche e procedimenti molto più profani: dalla dichiarazione di morte alla certificazione in anagrafe, dalla preparazione della salma alla scelta dell’impresa funebre, dall’acquisto della bara all’individuazione della tomba, sono numerosi gli attori e i passaggi con cui le famiglie devono fare i conti dopo la morte di un congiunto. Si tratta di un settore vasto e complesso, con un notevole giro d’affari, e su cui è sempre mancata, in Italia, una legislazione organica che ne disciplinasse l’attività. A colmare questa lacuna ci ha pensato la proposta di legge S. 1611 “Disciplina delle attività funerarie”, di cui è primo firmatario il senatore modenese Stefano Vaccari. Una normativa che non ha mancato di suscitare qualche polemica: il provvedimento giunge infatti a introdurre nuove forme di tassazione, tanto da aver spinto più fronti a parlare di una vera e propria “tassa sulla morte”. Ne abbiamo parlato con il sen. Vaccari, che ha gentilmente risposto a qualche nostra domanda.

Senatore Vaccari, partiamo dal famigerato articolo 21, quello relativo alle misure fiscali e che tanto scalpore ha suscitato nei giorni scorsi. Che cosa prevede la norma e quali novità introduce? 
L’articolo 21 del disegno di legge da me presentato, divenuto articolo 22 nel testo adottato dalla Commissione Sanità del Senato, affronta il tema del trattamento fiscale delle spese funebri e cimiteriali prevedendo (in coerenza con la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto) il superamento dell’attuale esenzione per alcuni servizi e il loro assoggettamento all’IVA ad aliquota ridotta. Nel contempo viene innalzata la soglia di deducibilità delle spese funebri e cimiteriali e vengono previste particolari agevolazioni fiscali per sostenere la diffusione della previdenza funeraria e cimiteriale. Il recupero delle risorse che verrebbe da queste misure di incentivazione per i cittadini, interessati ad avere idonea documentazione delle spese sostenute esercitando così un effettivo contrasto all’evasione fiscale, determinerebbe a nostro avviso un effetto positivo per l’erario. Sono analogamente incentivate le spese dì mantenimento e di recupero dei sepolcri, preservando e valorizzando soprattutto lo smisurato patrimonio artistico e storico di tombe private esistente nei cimiteri italiani, oggi in una situazione spesso di totale abbandono.

Stefano Vaccari. Fonte immagine: PD Modena.
Stefano Vaccari. Fonte immagine: PD Modena.

Oltre a queste novità, in molti puntano il dito anche su altre misure, in particolare il contributo fisso, pari a 30 euro, per ogni funerale e per ogni operazione cimiteriale a pagamento al fine di coprire gli oneri per la vigilanza e il controllo circa l’osservanza delle norme per le attività funebri nel proprio territorio, e l’obbligo di destinare almeno il 20% del gettito TASI per i costi di mantenimento dei servizi cimiteriali indivisibili. Si ha paura che queste norme comportino un aumento di tasse e costi per i contribuenti. Cosa si può rispondere a chi oppone questi argomenti?
È vero, di tutto il contenuto del disegno di legge si è fatto un gran parlare,  spesso a sproposito, della cosiddetta “Tassa sul morto”, ma credo che ridurre un’importante proposta di riordino del settore all’introduzione (presunta) dell’ennesima gabella per il cittadino, sia sbagliato oltre che infondato. In realtà, dati alla mano, questo prelievo esiste da sempre in molti comuni: si tratta infatti di quella che viene definita tassa di uscita servizio e/o tassa di ingresso, della quale però nessuno ha mai parlato e il cui importo va ben oltre i 30 euro. Possiamo menzionare il comune di Torino, che ha fissato questa quota a 340 euro, o Bologna a 165 euro? Prevedere, come fa la legge, che una quota fissa di questo prelievo venga destinata obbligatoriamente ad attività di vigilanza e controllo non sempre e non dappertutto svolte, oppure una parte della TASI alla manutenzione dei servizi cimiteriali, è un atto di responsabilità verso la propria comunità a partire dai sindaci e di tutela delle imprese che operano nella legalità e trasparenza.

Sempre per rimanere in tema, l’articolo 20 consente, per la prima volta in Italia, di avvalersi di strumenti previdenziali funebri e cimiteriali. Di cosa si tratta, e quali benefici potrebbero portare? E in generale, come viene tutelata la libertà di scelta dei cittadini e delle famiglie colpite da un lutto?
Con l’articolo 20 del disegno di legge da me presentato, che poi è divenuto l’articolo 21 nel testo adottato dalla Commissione Sanità del Senato, si introducono nell’ordinamento nazionale, al pari della maggior parte dei paesi europei e mondiali, forme assicurative in ambito funebre e cimiteriale per contribuire a formare una scelta delle famiglie libera dalle urgenze e dai condizionamenti che scaturiscono nell’immediatezza della perdita, nonché un’opportunità per persone che vivono da sole di poter serenamente decidere delle proprie esequie e del mantenimento della propria sepoltura. È una formula antica, introdotta molto tempo fa dalla Confraternita delle Misericordie toscane, che hanno una tradizione secolare alle spalle, all’atto dell’iscrizione dei soci: una parte della quota sociale garantisce in particolare un diritto di prelazione rispetto a determinati servizi cimiteriali.

Il disegno di legge nasce con l’intento di riordinare e armonizzare la disciplina relativa alle attività funerarie. Il suo scopo, esplicitamente richiamato anche nella relazione introduttiva, è quello di combattere fenomeni di malaffare in un settore che, annualmente, fattura tre miliardi di euro. Per ottenere ciò, si interviene anche sui soggetti che possono operare nel settore, ovvero imprese funebri, agenzie ecc., prevedendo precisi requisiti di moralità e professionalità. Quali sono le principali novità in questo ambito?
Il messaggio che questo disegno di legge vuole mandare è che “non ci si può e non ci si deve improvvisare operatori del settore”. Invece nel nostro paese, nel settore che si occupa di quelle che possiamo chiamare in senso lato “attività funerarie”, operano troppo spesso soggetti non in possesso dei requisiti minimi di legalità, professionalità, moralità. Stiamo parlando di oltre 6000 imprese spesso individuali, che fatturano complessivamente tra 1/8 e 1/10 della somma che si ottiene moltiplicando i 650.000 decessi del 2016 per una spesa media per funerale. E a farne le spese sono quegli operatori che lavorano stando nelle regole, piccoli o grandi che siano, e che devono combattere contro fenomeni diffusi di concorrenza selvaggia e sleale, oltre che i cittadini colpiti dal lutto. Quindi credo che difendere le imprese sane e fare uscire dall’illegalità le altre sia innanzitutto un dovere del legislatore. Tutelare il dolente significa rispettare la dignità delle persone e garantire il diritto del cittadino di scegliere modalità di sepoltura o di cremazione. Dare certezze su prezzi, sulla qualità dei servizi, sulla trasparenza, sui requisiti minimi, sulla formazione del personale significa garantire i cittadini e qualificare il sistema delle imprese del settore. Voglio ricordare che il settore delle attività funerarie coinvolge un grande giro d’affari e cospicue zone di “nero” e sommerso, anche con episodi estremamente preoccupanti di infiltrazioni della criminalità organizzata. Occorrono quindi regole certe nella strutturazione delle imprese, una professionalità accertata degli operatori, nonché controlli certi sovracomunali o su scala regionale.

(Un video dedicato al cimitero monumentale di Aldo Rossi)

Nel disegno di legge ci sono novità pure per gli enti locali, poiché viene messa mano al sistema di gestione cimiteriale, attraversato oggi da notevoli criticità. Al di là delle misure fiscali di cui abbiamo già parlato, cosa cambia per i comuni?
Voglio precisare che sulla mia proposta di legge il parere dell’Anci e dell’associazione delle imprese pubbliche è stato positivo con alcune osservazioni che il testo unificato della collega Maturani ha in gran parte recepito. Probabilmente ci sarà qualcosa da rivedere circa la facoltà lasciata agli enti locali di avviare nuove imprese, ma in sostanza il testo introduce alcune novità. Quello che cambia è la prospettiva nella quale collocare la pianificazione del fabbisogno di cimiteri e crematori: regole diverse sulla tumulazione, non più i confini comunali ma un area vasta in grado di non sperperare risorse pubbliche e migliorare l’offerta, con risorse certe per manutenere quello che c’è. Con la novità dei cimiteri per animali d’affezione che alcuni comuni come Modena con lungimiranza hanno già realizzato, cogliendo una diffusa sensibilità dei cittadini.

Infine, nella legge viene regolata per la prima volta in modo omogeneo la cremazione, un fenomeno in crescita negli ultimi anni. Cosa prevede la norma in proposito?
Esiste la necessità di indicare norme uniche per l’accesso alla cremazione, che si conferma una scelta in forte crescita. Con l’articolo 10 del disegno di legge in tema di cremazione e dispersione delle ceneri si vuole anzitutto garantire parità di trattamento ai cittadini italiani in materia di cremazione, indipendentemente dal luogo di residenza, decesso o destinazione finale. Si chiariscono le modalità di autorizzazione alla cremazione di cadavere nel rispetto della volontà espressa dal defunto, o da soggetto diverso avente titolo. Per quanto riguarda la dispersione delle ceneri è in ogni caso vietata nei centri abitati e non può dare luogo ad attività aventi fini di lucro. Permettimi una chiosa al termine: si tratta di una riforma vera di un settore che tocca la vita delle persone nel momento più doloroso, quando cioè sono colpite da un lutto. Il percorso di discussione dei contenuti avviato dalla Commissione Sanità del Senato è stato ampio, lungo e non ha escluso nessuno. Tutti i soggetti hanno portato il loro contributo, in alcuni casi anche critico, poi i senatori hanno fatto le loro proposte correttive con gli emendamenti che mi auguro a breve si possano cominciare a votare. Il traguardo non è lontano ma serve completare l’ultimo miglio per rendere questo paese più giusto.

In copertina: cimitero di San Cataldo (Fonte immagine: Comune di Modena). 

 

Voucher: «Strumento migliorabile, ma nessuna battaglia ideologica»

È difficile negare che Modena, dal dopoguerra a oggi, sia stata una terra ricca di imprese e di lavoro, con un’occupazione stabile tra le più alte a livello nazionale e una coesione sociale che le ha consentito di superare, anche a prezzo di qualche sacrificio, le difficoltà incontrate in passato. Eppure, a scorrere la cronaca locale e nazionale di queste ultime settimane, sembra quasi che la nostra provincia sia diventata una delle capitali italiane del «voucher», o buono lavoro, lo strumento che consente di retribuire le prestazioni di lavoro occasionali e non contrattualizzate. A dirlo sono i numeri: 1 milione e mezzo di voucher venduti in provincia nei primi sei mesi del 2016, e una loro diffusione in praticamente tutti i settori produttivi che ha fatto parlare alcuni del rischio di un’economia «voucherizzata». Come se non bastassero questi dati, che si accompagnano con la polemica scoppiata a livello nazionale dopo le parole di Giuliano Poletti, Ministro del lavoro nel governo Gentiloni, si aggiunge pure la cronaca a inasprire un clima già abbastanza surriscaldato. È notizia di questi giorni la vicenda che ha coinvolto il personale del ristorante Flunch di GrandEmilia: il 22 dicembre le lavoratrici hanno scioperato per l’intera giornata, per protestare contro la chiusura del ristorante e il conseguente licenziamento dei 34 addetti, tra cuochi, bariste e inservienti. L’azienda però, che nel frattempo era venuta a conoscenza dello sciopero, ha comunque fornito il servizio, sostituendo le lavoratrici con personale precario assunto tramite voucher. Un comportamento, tuonano i sindacati, che profila la violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, quello che reprime la condotta antisindacale, e che lede la dignità delle lavoratrici.

Stefania Gasparini
Stefania Gasparini

«Un gesto intollerabile» afferma Stefania Gasparini, assessore all’istruzione e pari opportunità del comune di Carpi, responsabile lavoro nella segreteria provinciale del Partito Democratico e precedentemente segretario generale della Cisl Funzione Pubblica di Modena, che abbiamo contattato per un commento. «Lo sciopero, che è un diritto costituzionalmente garantito, e si configura come un gesto estremo da parte dei lavoratori nei confronti dell’azienda. Annullarlo, come è stato fatto dai responsabili del ristorante Flunch del GrandEmilia, ricorrendo alla chiamata di personale in sostituzione mediante voucher è aberrante, un’operazione indegna». Ma, tralasciando per un attimo questi episodi estremi, il giudizio sui voucher e il loro utilizzo sfuma in un ragionamento più articolato: «Credo che la strada intrapresa dal governo Gentiloni sia giusta» dice Gasparini. «I voucher sono uno strumento che va incontro a un mondo del lavoro cambiato, in cui è difficile regolare determinati ambiti con contratti collettivi nazionali. Purtroppo, dobbiamo essere realisti, e dirci che l’alternativa più probabile ai voucher rischia di essere il lavoro nero. Tuttavia, occorrono degli accorgimenti, è chiaro, perché la situazione sta sfuggendo di mano: tracciabilità, certo, ma anche una migliore definizione dei confini di utilizzo dei voucher».

Ma basteranno questi correttivi per ridimensionare un fenomeno che sta segnando sempre più (anche in maniera simbolica) il mondo del lavoro? «Il lavoro, in Italia, sconta due problemi storici. Da un lato, l’elevato costo per le aziende di un singolo lavoratore. In un momento di leggera ripresa per paese, che però evidentemente non mostra ancora quella solidità necessaria alle imprese per riacquistare fiducia e quindi assumere in modo stabile, molte aziende preferiscono rifugiarsi nel lavoro a chiamata, con i voucher. Questo però non deve diventare un alibi per gli imprenditori che vogliono scaricare il rischio derivante dalle fluttuazioni del mercato sul lavoro. Dall’altro lato, in Italia è sempre mancata una strategia nazionale di largo respiro sulle politiche attive del lavoro. Il Jobs Act interveniva sul tema, prevedendo una serie di misure tra cui la creazione dell’Agenzia nazionale per il lavoro. Dopo la bocciatura della riforma costituzionale, però, è messo fortemente a rischio la nascita di questo strumento». Che cosa fare, allora? «Per prima cosa occorre guardare come e dove sono stati utilizzati i voucher, in una parola tracciabilità, per verificare e contrastare gli abusi. Poi è necessario studiare un nuovo modello per le politiche attive del lavoro: per fare un esempio, è assurdo che nel 2016 le banche date dei centri per l’impiego di Modena non comunichino con quelle di Reggio Emilia. Il tema è certamente complesso, ma occorre evitare di affrontarlo in maniera ideologica, senza un’analisi seria e sgombra da pregiudizi».

Davide Fava
Davide Fava

Sembra pensarla allo stesso modo anche Davide Fava, che sempre nella segreteria provinciale del Partito Democratico ha la delega all’economia. «Faccio un ragionamento un po’ grossolano» ci dice a margine di una riunione della segreteria, in via Rainusso a Modena, «ma occorre domandarsi, nel volume totale dei voucher venduti a Modena negli ultimi 18 mesi, quale quota sia rappresentata da lavoro occasionale e quanta da emersione di lavoro nero. Io credo, ma ce lo dicono anche i dati, che sia una percentuale preponderante. Partendo da questo punto, che è quello centrale di tutta la questione, non mi pare che si possano giudicare i voucher come uno strumento così dannoso o eversivo per il sistema». Eppure, una larga parte dei lavoratori, specie i più giovani, sembrano non credere a queste rassicurazioni, come dimostra l’esito del recente referendum. «Le critiche che vengono rivolte ai voucher in particolare, e al Jobs Act in generale, è che oggi siano diminuite le tutele per i lavoratori. Ma non si tiene quasi mai conto, in questo dibattito, dell’altra metà del problema, ovvero che oggi interi settori produttivi hanno marginalità molto ridotte, se non critiche, e che un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, nella fase che stiamo attraversando, conduce inevitabilmente al fallimento e alla chiusura delle aziende, con conseguente perdita di occupazione». Come risolvere il rebus, allora? «Occorre domandarsi qual è il punto di equilibrio che consenta di tenere insieme le due esigenze, cioè tutela dei lavoratori e competitività delle aziende. Il ragionamento da sviluppare dovrebbe riguardare, secondo me, la ricerca di un nuovo modello, che non deleghi eccessivamente la protezione dalla perdita del lavoro alle aziende. Esistono molte ipotesi sul tavolo, ma nessuna forza politica, a sinistra, ha finora avuto il coraggio di affrontare di petto la questione». Ma il dato relativo all’elevatissimo numero di voucher venduti a Modena come si può interpretare? «Modena è una realtà con un tessuto produttivo ancora sano e dinamico, nonostante la crisi. C’è una forte esigenza di lavoro flessibile, soprattutto in questa fase iniziale di ripresa, e penso che dentro quel numero ci sia una quota di emerso, una quota di quelli che un tempo erano co.co.co e anche una parte di chi, dopo anni di depressione economica, ha deciso di alzarsi e cercare un lavoro». Un segnale, tutto sommato, positivo.

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Qualcosa di buono: tre mesi in Tanzania con il Servizio civile nazionale

Wanging’ombe è un piccolo villaggio nel sud della Tanzania, nella regione di Njombe, a circa 12 ore di macchina da Dar es Salaam, la principale città del paese. È lì che il CESC Project ha una propria sede locale, in una casa di recentissima costruzione, ed è lì che sorge un centro di riabilitazione per i bambini disabili del distretto, a cui collaborano quattro volontari del servizio civile internazionale, tra cui mio fratello Giacomo. L’ultima volta che ci siamo visti era in procinto di partire per l’Africa, pronto a tuffarsi in questa nuova esperienza, alla ricerca di una diversa felicità. Oggi, tre mesi dopo, approfitto di un suo breve rientro in Italia, in occasione delle vacanze natalizie, per farmi raccontare questo primo periodo di permanenza all’estero. «Cerco di raccontarti il più possibile, ma non farmi parlare troppo che ho ancora la bocca mezza addormentata», mi dice davanti a un caffè, massaggiandosi la guancia. È l’effetto dell’anestesia del dentista, che ha dovuto curare una brutta infezione alle gengive insorta qualche settimana fa. «A Wanging’ombe non ci sono dentisti, e il più vicino si trova a chilometri di distanza. In queste settimane sono andato avanti disinfettandomi bene la bocca, adesso dovrei essere a posto. Se per caso dovesse rispuntare di nuovo l’infezione, il dentista mi opererà quando rientrerò in Italia, a settembre». È un piccolo dato, ma già sufficiente per comprendere la distanza, non solo geografica, tra noi e l’Africa.

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«Al nostro arrivo a Dar es Salaam siamo stati accolti nell’ostello di un’altra associazione, COPE, che ci ha ospitati per la prima notte», racconta Giacomo. «Eravamo in tutto 18 volontari provenienti dall’Italia. Il giorno dopo siamo partiti, con un loro autista di fiducia, per raggiungere Ilunda, dove è presente un centro orfani gestito dal nostro progetto. Lì abbiamo frequentato, per un mese, un corso di swahili». Lo swahili è la lingua nazionale della Tanzania, ma viene parlata come seconda lingua da molte altre popolazioni dell’Africa subsahariana: è fondamentale conoscerne i rudimenti per poter comunicare con i locali. «Non è così difficile da imparare come può sembrare a prima vista» dice Giacomo. «È una lingua nata come mezzo di interscambio sulle rotte commerciali della costa africana orientale: veniva usata da arabi, persiani, indiani ecc., per cui è aperta alle contaminazioni e abbastanza facile da usare. Il corso durava dalle 8 di mattina alle 16, con in mezzo la pausa pranzo. La sera studiavamo, oppure ci rendevamo utili nel villaggio: bucato, orto, cucina… qualcosa da fare c’era sempre». Alla fine del mese di preparazione i 18 volontari si sono divisi e ognuno ha ricevuto la propria destinazione, a cui rimarrà legato fino alla fine del servizio in Tanzania. «Io sono stato mandato a Wanging’ombe, insieme ad altre tre ragazze volontarie: Alice, che fa l’educatrice, Serena, che è una massofisioterapista, e Chiara, che invece è una fisioterapista “classica”. Insieme a noi, nel villaggio, ci sono anche il referente del progetto e la responsabile delle attività di sviluppo del reddito. Il mio compito specifico è quello di lavorare nella falegnameria e nel workshop del centro di riabilitazione, anche se poi, alla fine, dai una mano in tutte le attività del villaggio».

Ma di preciso cosa si fa nella falegnameria? «Lavoro insieme a Jamesi, 35 anni, e Tarcisio, 20, entrambi falegnami ed entrambi del luogo. Costruiamo tutti gli ausili per i bambini disabili che frequentano il centro: sedie e banchi su misura, assi di legno verticale per aiutarli a stare in piedi, cose così, insomma. Il workshop, invece, è gestito da Tanish, che ha 28 anni, ed è un laboratorio ortopedico dove si producono protesi per correggere la postura dei bambini o aiutarli nella deambulazione. Per esempio, può arrivare un bambino che ha la gamba più corta di dieci centimetri: in Italia verrebbe operato subito, non appena nato, mentre in Tanzania questo non è sempre possibile, soprattutto nei villaggi più sperduti. Così l’unica soluzione che rimane quando è un po’ più grande e cammina già è quella di fornirgli una suoletta su misura per potersi muovere meglio». Il lavoro nel workshop è tra i più importanti e delicati nel villaggio, ma anche uno di quelli che regala maggiori soddisfazioni.

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Giacomo Pesci

«Mi ricordo quando ho fatto, per la prima volta, una protesi ortopedica dall’inizio alla fine. Fino a quel momento avevo visto solo alcuni pezzi di tutto il procedimento, per cui non avevo una visione generale di quello che stavamo facendo e di come funziona il lavoro del workshop. Bene, in sostanza succede che arriva questo bambino, è la prima volta che viene al centro, si chiama F., ha 6 anni e le gambe storte. Proprio storte, con le ginocchia che piegano verso l’interno. Praticamente era privo di muscoli nelle gambe e non riusciva a stare in piedi da solo. Per prima cosa, quindi, gli abbiamo fasciato le gambe con delle bende rigide, per ricavarne la forma. Solo che durante questa operazione i bambini piangono, c’è poco da fare: un po’ perché sono spaventati, e un po’perché sei costretto a raddrizzargli le gambe prima di bendarle, in modo che la forma sia corretta, e questo può far male. Dopo aver tolto le bende aspetti che si asciughino, le riempi di gesso, poi una volta che il gesso si è indurito togli le bende e inizi a lavorare il calco che hai ottenuto, in modo da renderlo il più possibile levigato. Poi prendi dei pezzi di plastica, plastica apposita, ovviamente, li sciogli nel forno e li spalmi sul calco di gesso: una volta che la plastica si è indurita la tagli, da cima a fondo, con una sola incisione, e ottieni la protesi. Dopo non resta da fare altro che rifinirla con gli strap, le suole ecc. e poi il bambino può indossarla. È un lavoro lungo, complesso, ma regala grandi soddisfazioni. Almeno, io mi sono sentito molto soddisfatto dopo che sono riuscito a completare tutto il procedimento. Avevo ottenuto qualcosa di buono, soprattutto per il piccolo F.».

Ovviamente, la vita nel villaggio non è solo questo. «La mattina, dopo colazione, per prima cosa c’è la riunione: tutti i medici e gli operatori del centro si ritrovano per controllare il calendario degli impegni e delle attività quotidiane, e verificare che sia tutto in ordine. Si lavora poi fin verso le 12.30, pausa fino alle 14 e poi di nuovo al lavoro, che termina alle 17. Oltre che alla falegnameria e al workshop, ogni tanto vado al negozietto che c’è nel villaggio, aperto per le mamme che risiedono nel centro insieme ai propri bambini, e lo tengo aperto. Al termine della giornata i medici fanno un’altra riunione di verifica, poi si torna tutti a casa». E la vita oltre il lavoro com’è? «È una quotidianità molto normale. La sera fai il bucato, curi l’orto, aiuti le “dade” del centro mentre accudiscono i bambini, prepari la cena… Non ci sono grosse variazioni. Una settimana al mese le mie colleghe volontarie fanno il giro dei villaggi per controllare come procede la fisioterapia dei bambini, spesso abbiamo degli ospiti, sacerdoti, altri volontari, una volta è venuto persino l’ambasciatore italiano in Tanzania. Ma per il resto la vita scorre tranquilla e regolare». Che bilancio fai di questi primi mesi in Africa? «È ancora presto per fare bilanci. Per il momento mi sento molto contento, ma ti racconterò meglio tra nove mesi, quando sarò definitivamente rientrato a casa».

Modena e il lavoro “voucherizzato”

Sono stati uno dei simboli della recente campagna referendaria, che sebbene riguardasse la modifica alla seconda parte della Costituzione ha convogliato su di sé le tensioni sociali e politiche che attraversano il paese, riducendosi a un giudizio sul governo e la sua azione; sono stati branditi da esponenti di destra e di sinistra, additati come il simbolo della precarietà nel mondo del lavoro e di condanna per il futuro dei giovani; sono stati messi nel mirino della CGIL, che ha raccolto oltre 3 milioni di firme per proporre un referendum che ne sancisca l’abolizione, referendum sulla cui ammissibilità si pronuncerà la Corte Costituzionale l’11 gennaio prossimo : sono i buoni lavoro, meglio conosciuti come «voucher». Nati con l’intenzione di combattere il lavoro nero, favorendo l’emersione dall’illegalità di tutte una serie di mansioni che, generalmente, vengono retribuite fuori da qualsiasi contratto (un esempio tipico sono le collaboratrici domestiche, cioè le colf), questa forma di lavoro ha visto negli ultimi anni una vera e propria esplosione, conoscendo una crescita esponenziale che ha fatto lanciare più di un segnale d’allarme da parte di esperti e istituzioni, che non esitano ormai a parlare di un’economia «voucherizzata». Neanche Modena può ritenersi immune da questa tendenza: se nel 2015 sono stati venduti in Italia oltre 100 milioni di voucher, nella nostra provincia ci sono state oltre 2,5 milioni di transazioni, collocandoci al secondo posto in regione, dietro alla sola Bologna.

Ma che cosa sono, esattamente, i voucher? Si tratta dello strumento utilizzato per pagare il lavoro cosiddetto «accessorio», ovvero una particolare modalità di prestazione lavorativa non riconducibile ad alcun contratto, perché svolta in modo saltuario e occasionale. Il valore netto di un voucher da 10 euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo di un’ora di prestazione. Il resto del valore del voucher serve a coprire i contributi all’INPS e all’INAIL. Il committente può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, senza rischiare vertenze e senza dover stipulare alcun tipo di contratto, mentre il lavoratore può integrare le sue entrate attraverso queste attività occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. Il d.lgs. n. 81/2015 (Jobs Act, per intenderci) è intervenuto sulla disciplina dei voucher, consentendo il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio in tutti i settori produttivi e garantendo, nel contempo, la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati. I compensi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare, per il 2015, 7.000 euro netti (9.333 euro lordi) nel corso di un anno, con riferimento alla totalità dei committenti.

Marta Fana
Marta Fana

L’allarme è stato lanciato sotto la Ghirlandina da Cos.Mo.Lab-Sinistra italiana, un collettivo che, nelle intenzioni dei fondatori, vuole essere uno spazio di elaborazione culturale, utilità sociale e buona pratica politica a Modena. In un incontro svoltosi lo scorso 24 ottobre, intitolato significativamente «Generazione voucher: la trappola del super-precariato», sono stati squadernati i dati relativi all’utilizzo dei buoni lavoro, sia nazionali che locali, e il quadro dipinto per i giovani che oggi si affacciano nel mondo del lavoro appare particolarmente cupo. «L’economia italiana si sta “voucherizzando”, ma non si tratta di una fatalità, bensì di una scelta ben precisa» afferma Marta Fana, 31 anni, giovane dottoranda in Economia all’Università Sciences Po di Parigi, tra le relatrici della serata. «Le ore lavorate in Italia mediante i voucher sono di più di quelle a tempo indeterminato. Il lavoro viene pagato sempre meno, parliamo al massimo di 7.000 euro l’anno, e al tempo stesso non si riconoscono diritti a questa nuova generazione di lavoratori. Questo “nuovo” modello ha un duplice impatto sul sistema italiano: da un lato abbassa la produttività, perché è evidente che le aziende che utilizzano questa forma di lavoro non hanno alcuna intenzione di investire nel capitale umano dei propri collaboratori – ma nel mondo globalizzato la competizione si gioca sulla capacità di innovazione e quindi sulla formazione dei lavoratori; in secondo luogo, i giovani che oggi lavorano tramite voucher versano pochissimi contributi, per cui un domani si presenterà il problema di come pagare loro una pensione dignitosa». In aggiunta a questi problemi, occorre segnale anche gli abusi che sono stati fatti, e continuano a farsi tutt’ora, dei voucher: «In base ai forniti dall’INPS», prosegue Fana, «molti buoni lavoro vengono utilizzati come “copertura” per il lavoro nero (il caso tipico è un datore di lavoro che acquista voucher per un’ora di lavoro e poi paga il resto del tempo in nero) o le aziende che li usano per remunerare le ore di straordinario dei propri dipendenti».

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Claudio Riso
Claudio Riso

Si mostra altrettanto preoccupato Claudio Riso, della segreteria CGIL Modena: «Oggi, per un giovane, il primo contatto con il mondo del lavoro avviene attraverso una forma precaria, tra cui i voucher. Questo primo contatto, però, anziché rimanere limitato al periodo di ingresso nel mondo del lavoro, rischia di diventare una situazione stabile, una condizione che si prolunga nel tempo. E questo ce lo dicono i dati: a Modena, oggi, solo un contratto di lavoro su quattro è a tempo indeterminato». È evidente, dice il sindacalista, che in questo contesto, una grossa fetta di prestazioni lavorative viene remunerata attraverso i voucher, che spiega «hanno sostituito quelli che 15 anni fa erano i co.co.co. Ma si tratta di una forma più insidiosa, perché i contratti di collaborazione erano comunque maggiormente strutturati, perché comprendevano orari di lavoro, trattamento economico, diritti, doveri ecc». Elemento di preoccupazione è il fatto che i voucher si stiano diffondendo in tutti i settori produttivi, per effetto delle norme contenute nel Jobs Act, e che la tendenza in atto sia quella di sostituire man mano il lavoro dipendente. «Il lavoro a Modena sta cambiando volto» afferma Riso, «e la situazione non è diversa dal resto d’Italia. Per fortuna anche le istituzioni hanno iniziato a rendersi conto del problema e a interrogarsi sulla “questione voucher”».

Andrea Bosi
Andrea Bosi

Il riferimento è all’interrogazione presentata in consiglio comunale a Modena dai gruppi Per me Modena, Sel e Fas-Sinistra italiana il 29 settembre scorso, che invita l’amministrazione «in coerenza con il Patto per la crescita sostenibile e intelligente di Modena, a non utilizzare i voucher se non nei casi strettamente previsti dalla legge sia nei rapporti di lavoro diretti, sia indirettamente nell’ambito dei contratti d’appalto di opere, lavori e servizi affinché venga sempre più promosso il lavoro stabile e di qualità». L’assessore al lavoro Bosi ha preso la parola per riportare alcuni dati e informazioni relativamente all’utilizzo dei voucher a Modena e in regione: «In Emilia Romagna, nei primi sei mesi del 2016, sono stati venduti quasi nove milioni di voucher (esattamente 8.822.380)» ha affermato l’assessore, «con numeri in aumento mese per mese, da 1 milione 161 mila di gennaio, a 1 milione 668 mila 886 di giugno. In questo contesto, la provincia di Modena si colloca al secondo posto in regione, subito dopo Bologna, per numero di voucher venduti (1.503.729, pari al 17 per cento del totale). Di questi, per quanto riguarda le categorie merceologiche di riferimento, circa il 60 per cento risulta come “attività non classificata”, le altre categorie maggiormente rappresentate sono servizi (9,2 per cento) e turismo (8,4 per cento)». L’assessore ha poi ricordato come il comune di Modena «non utilizzi i voucher, benché la legge lo consentirebbe, e come la stessa normativa contenuta nel Jobs Act vieti il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio nell’ambito di appalti». Questo il quadro della situazione: il prossimo passo sarà quello di attivare un tavolo di confronto con tutte le parti sociali per tentare di capire come ricondurre il fenomeno alla sua dimensione originaria e quali strumenti mettere in campo per prevenire e reprimere gli abusi. Il ministro Poletti ha dichiarato di attendere la diffusione dei dati sulla tracciabilità dei voucher, e se sarà il caso interverrà per porre rimedio alla situazione. Non resta che aspettare, anche se la situazione sta evolvendo rapidamente: il referendum promosso dalla CGIL agita la maggioranza in Parlamento, e già diversi esponenti del Pd stanno facendo pressione perché si intervenga prima che sia troppo tardi.

 

Riordino delle istituzioni locali/2: le Terre di Castelli

«E dire che, tutt’ora, non sono convinto fino in fondo della fusione tra comuni!». Sorride, Marco Ranuzzini, mentre rivela un’opinione che a molti sembrerà quantomeno singolare, considerando il ruolo che ha ricoperto nell’ultimo anno: presidente della commissione consultiva paritetica per lo studio di fattibilità sul riordino istituzionale dell’Unione Terre di Castelli. «Detta così, sembra un incarico molto pomposo» ci dice Marco, «ma in realtà mi sono limitato a coordinare un gruppo di consiglieri dei vari comuni coinvolti nel progetto, che avevano l’incarico di affiancare la società responsabile dello studio nelle varie fasi di elaborazione e redazione dei documenti». 29 anni, capogruppo del centrosinistra in consiglio comunale a Castelnuovo Rangone, Marco ha seguito passo passo lo sviluppo dello studio, forte anche della sua competenza professionale (svolge ricerche sulle politiche pubbliche all’Università di Modena e Reggio Emilia), e nessuno meglio di lui può raccontarci come sono stati questi ultimi mesi di lavoro sul fronte del riordino istituzionale nelle Terre di Castelli.

Marco Ranuzzini
Marco Ranuzzini

«Come percorso ci distinguiamo un po’ da quanto accade nel resto della regione, perché abbiamo deciso di avviare questa commissione, parallelamente alle delibere dei consigli comunali che stabilivano di commissionare uno studio di fattibilità sulla fusione tra comuni e la riorganizzazione dell’attuale unione, chiedendo contestualmente i finanziamenti alla regione. Non è un passaggio obbligato, anzi. Ma credo che abbia rappresentato un valore aggiunto nel nostro percorso». La commissione è composta da due consiglieri per ogni comune partecipante (con l’esclusione di Savignano sul Panaro e Guiglia, che hanno deciso di non avviare lo studio), uno di maggioranza e uno di minoranza, in modo che fosse realmente paritetica e consultiva, e non si riproducessero al suo interno le dinamiche tipiche di organi come i consigli comunali. «I compiti della commissione sono stati sostanzialmente due» prosegue Marco, «elaborare un documento di mandato, da consegnare alla società incaricata, che esplicitasse i contenuti e le richieste elencate nel bandi di gara, e seguire successivamente i responsabili dello studio, proponendo se necessario integrazioni e approfondimenti alle varie analisi». Un’attività suddivisa quindi in due fasi ben distinte. «Secondo me la commissione ha lavorato molto bene nella prima fase, da settembre a novembre 2015, quando ha dovuto elaborare il documento di mandato da consegnare a Nomisma e al Consorzio Mipa, le società che avevano vinto, in un raggruppamento temporaneo di imprese, la gara per l’affidamento dello studio. Ci siamo trovati praticamente tutte le settimane, in cui tutti quanti, dal Movimento 5 stelle alla Lega Nord al Pd si sono seduti intorno a un tavolo, alla pari, e hanno cominciato a evidenziare delle questioni, osservazioni, punti di vista diversi da considerare eventualmente nello studio».

Leggi la prima parte del servizio sul riordino delle istituzioni locali.

Il risultato è un documento di sei pagine, che ha lo scopo di mettere in risalto spunti e richieste che si chiede allo studio di affrontare, partendo dalle domande elaborate dai consiglieri della commissione che hanno evidenziato elementi di forza e di debolezza della situazione del territorio. Gli spunti vanno dall’analisi dell’esistente, ovvero l’Unione Terre di Castelli e i singoli comuni che la compongono, con focus mirati sulla realtà territoriale, i servizi erogati, la situazione finanziaria, alla disamina dei vari scenari possibili, ovvero la fusione tra i comuni e il potenziamento della governance dell’attuale unione. «È stato un percorso molto bello, che ha prodotto secondo me un ottimo risultato», dice Marco, con un certo orgoglio. Quando si è trattato di seguire il lavoro di Nomisma, invece, il rendimento della commissione non è stato allo stesso livello. «Secondo me il lavoro della società non poteva essere affiancato molto di più di quanto si è fatto», confessa Marco. «Però la commissione poteva fare altro. Poteva per esempio iniziare a parlare dei temi di governance di Unione, o della riorganizzazione e potenziamento della sua struttura e dei suoi servizi. Il problema è che la commissione, per fare questo, avrebbe dovuto essere integrata con i componenti di Savignano e Guiglia, che non hanno partecipato allo studio». L’attività è proseguita, dunque, per certi versi “zoppa”.

«Dopo la consegna del documento di mandato c’è un stato un incontro pubblico con l’assessore regionale al riordino istituzionale, Emma Petitti, che è venuta a parlarci delle politiche regionali di aggregazione, e soprattutto del referendum consultivo in caso di progetto di fusione tra i comuni. Poi abbiamo avuto il grosso problema che il comune di Guiglia non ha fornito i dati richiesti. Avevamo infatti concordato che, sebbene fuori dallo studio, le due amministrazioni (Savignano e Guiglia, ndr) fornissero comunque i dati per poter elaborare ipotesi e scenari realistici, ma mentre con Savignano non ci sono stati problemi, la giunta di Guiglia ha cambiato idea. Questo ha comportato un rallentamento del lavoro di Nomisma e Mipa, che sono state in grado di fornire i primi risultati a giugno-luglio. Per cui c’è stato un buco di lavoro abbastanza ampio per la commissione, che è andato da marzo a luglio. Ci siamo poi ritrovati per esaminare i documenti preliminari ai primi di agosto, abbiamo formulato delle osservazioni e poi si è deciso di andare verso i consigli comunali, perché iniziassero a esprimersi». Passaggi nei consigli comunali che stanno avvenendo tutt’ora. «Ormai direi che quasi tutti i consigli hanno preso atto dello studio. La convenzione è stata prorogata fino a fine novembre, data entro cui dovrà essere consegnato l’elaborato definitivo. Dopodiché la commissione consultiva avrà esaurito il suo compito e la palla passerà in mano ai vari comuni». Un anno lungo, e di intenso lavoro, su cui non è agevole esprimere un giudizio complessivo. «È difficile da valutare, perché si è trattato di un percorso davvero a due facce: molto bene nella prima parte, quando abbiamo elaborato il documento di mandato; peggio nella seconda, quando si è trattato di affiancare Nomisma e Mipa. Faccio fatica a trovare un punto di sintesi per valutare l’attività della commissione. In ogni caso, credo che l’esperienza, come metodo, sia stata più che positiva e penso che ne dovrebbero tenere conto anche altri comuni che volessero procedere su un percorso simile al nostro. Avevamo però ulteriori margini di potenzialità che non siamo riusciti a esprimere pienamente».

Il lavoro si è quasi concluso: benché non ancora definitivo, il percorso di studio ha restituito una serie di documenti relativi all’analisi socio-economica del territorio, alla mappatura dei servizi e delle funzioni, allo stock di regolamenti e modalità organizzative, fino alla formulazione di alcune ipotesi e proposte di futuro assetto organizzativo (tutti disponibili sul sito dell’Unione Terre di Castelli, nella sezione “Studio di fattibilità fusione”). In sintesi, in base all’analisi del rendimento istituzionale e dei principali indicatori comparativi, vengono considerati tre possibili ipotesi: due fusioni, che coinvolgono tutti i comuni della pianura e tutti i comuni della montagna; oppure tre fusioni, due in pianura e una in montagna. Possibilità su cui dovranno ora esprimersi i comuni.

«Gli scenari possibili, secondo me, sono tre» ragiona Marco. «Le amministrazioni possono, sulla base dello studio, oppure a prescindere dalle indicazioni contenute in esso, decidere di fondersi “con geometrie variabili”; possono prendere il documento definitivo, metterlo in un cassetto, e riparlarne fra qualche anno, quando le condizioni politiche lo permetteranno; oppure, ed è secondo me l’opzione più saggia, iniziare a discutere tra di loro per capire quali sono le ipotesi migliori, le più convenienti e praticabili». L’asse, quindi, dal lato tecnico si sposta decisamente su quello politico. «Ma in realtà è sempre stata una questione prettamente politica. Considera che la legge non prevede nemmeno l’obbligo di stendere uno studio di fattibilità. È chiaro che adesso i decisori politici hanno in mano più elementi per poter compiere una scelta informata e ponderata. Vedremo in futuro che cosa sceglieranno».

Riordino delle istituzioni locali: le fusioni tra comuni

Il referendum costituzionale si avvicina e, a prescindere dalle posizioni espresse dai sostenitori o detrattori della riforma, schierati sui fronti contrapposti (e agguerriti) del Sì e del No, è innegabile che l’appuntamento con le urne del prossimo 4 dicembre segnerà un passaggio decisivo nella storia dell’Italia repubblicana. Mai prima d’ora, infatti, era stata proposta una revisione tanto importante della nostra carta fondamentale (con l’eccezione della devolution approvata dal governo Berlusconi e respinta dagli elettori nel referendum del giugno 2006), che coinvolge quasi un terzo degli articoli della Costituzione e incide profondamente sull’ordinamento della Repubblica e sulle sue istituzioni.

Ma la riforma della seconda parte della Costituzione è solo il vertice di un processo di riordino e riorganizzazione istituzionale che ha coinvolto nel corso degli ultimi anni tutti i livelli di governo del Paese, in vari modi e forme. Una tappa fondamentale di questo percorso è rappresentata sicuramente dalla legge n. 56 del 2014, la cd. «legge Delrio», dal nome del ministro che l’ha firmata, e che ridisegna confini e competenze dell’amministrazione locale: in attesa della riforma del titolo V della Costituzione (inserita nella recente riforma), le province diventano «enti territoriali di area vasta». La legge prevede inoltre l’istituzione delle Città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, più Roma Capitale con disciplina speciale), al posto delle relative provincie, a cui sono conferiti compiti di programmazione e sviluppo strategico dei rispettivi territori, e dispone nuove misure per incentivare e rafforzare le unioni e fusioni di comuni.

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Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio. Fonte immagine: Governo.it

La Regione Emilia-Romagna ha provveduto a dare attuazione alla legge Delrio con proprie norme, contenute nella legge regionale n. 13 del 2015, «Riforma del sistema di governo regionale e locale e disposizioni su Città metropolitana di Bologna, province, comuni e loro unioni». Il testo normativo configura un nuovo modello di governo territoriale, che pone le basi per la realizzazione di aree vaste interprovinciali fondate sull’aggregazione funzionale tra province. I territori provinciali potranno fare sistema per sviluppare al meglio nuove strategie territoriali e gestire i servizi in modo unitario (ad esempio in materia di turismo, trasporti o protezione civile). In questo quadro, oltre al nuovo ruolo giocato dalla Città metropolitana di Bologna, vengono valorizzate anche le unioni di comuni, come perno dell’organizzazione dei servizi di prossimità al cittadino, e si imprime una forte spinta alle fusioni di comuni.

Ovviamente, anche la provincia di Modena è stata interessata da questi cambiamenti. Nel 2014, alla scadenza del mandato elettorale, gli organi provinciali sono stati rinnovati secondo quanto previsto dalla legge Del Rio. I nuovi organi della provincia sono quindi oggi il presidente, il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci. Ma come vengono eletti i nuovi rappresentanti, e quali sono le loro funzioni? Il presidente della provincia è eletto dai sindaci e dai consiglieri dei comuni della provincia e dura in carica quattro anni. Sono eleggibili a presidente della provincia i sindaci del territorio, il cui mandato scada non prima di diciotto mesi dalla data di svolgimento delle elezioni. Il presidente della provincia è eletto con voto diretto, libero e segreto, e ciascun elettore vota per un solo candidato alla carica di presidente della provincia. Il presidente della provincia rappresenta l’ente, convoca e presiede il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci, sovrintende al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione degli atti. Il consiglio provinciale è composto dal presidente della provincia e da sedici componenti, dura in carica due anni ed è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della provincia. Sono eleggibili a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica. L’elezione avviene sulla base di liste: ciascun elettore esprime un voto, e inoltre, nell’apposita riga della scheda, una preferenza per un candidato alla carica di consigliere provinciale compreso nella lista. Il consiglio è l’organo di indirizzo e controllo, propone all’assemblea lo statuto, approva regolamenti, piani, programmi. Un elemento interessante da tenere in considerazione per le elezioni degli organi provinciali è che esse si svolgono con il metodo del «voto ponderato»: il voto di ogni elettore «pesa» in maniera differente a seconda della taglia demografica del comune in cui esercita la carica. Infine, è prevista anche l’assemblea dei sindaci, costituita da tutti i primi cittadini dei comuni appartenenti alla provincia, che ha poteri propositivi, consultivi e di controllo. Gli attuali organi elettivi della provincia, presidente e consiglio, sono stati eletti il 4 ottobre 2014; il consiglio provinciale dovrà essere quindi rinnovato entro la fine del 2016.

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A Modena sono in corso anche altre sperimentazioni di riordino istituzionale, sempre nel solco della normativa delineata sia a livello nazionale sia regionale: si tratta de processi di fusione dei comuni dell’Unione Terre di Castelli e dell’Area Nord. Lo strumento delle fusioni è parte integrante della strategia di governo del territorio messa in campo dalla giunta regionale, che definito i procedimenti e gli incentivi per i comuni che intendono percorrere questa strada. In base alla normativa vigente, possono fondersi, con legge regionale, solo i comuni tra loro contigui e appartenenti alla stessa provincia. Il processo di fusione si avvia con la presentazione di un progetto di legge, ma finora la giunta regionale ha presentato leggi di fusione solo su istanza dei consigli comunali interessati. I consigli comunali devono approvare l’istanza di fusione con una deliberazione adottata con la maggioranza qualificata dei due terzi dei consiglieri assegnati o, nel caso in cui tale maggioranza non venga raggiunta, con due sedute a maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati. Le norme prevedono inoltre che per poter approvare la legge di fusione è obbligatorio svolgere un referendum consultivo per sondare la volontà delle popolazioni interessate dal processo di fusione. Con la legge regionale n. 15 del 29 luglio 2016 si prevede esplicitamente che il progetto di legge di fusione tra più comuni non possa essere approvato dall’Assemblea legislativa regionale qualora il «no» prevalga sia fra la maggioranza complessiva dei votanti dei territori interessati sia in almeno la metà dei singoli comuni, mentre si stabilisce che debbano esprimersi preventivamente i consigli comunali nel caso, invece, siano discordanti: a) la volontà favorevole espressa dalla maggioranza complessiva dei votanti e quella contraria espressa da almeno la metà dei comuni; b) la volontà contraria espressa dalla maggioranza complessiva dei votanti e quella favorevole espressa dalla maggioranza dei comuni. Sempre la normativa, infine, prevede che i comuni interessati alla fusione, pur non essendo obbligati, possano redigere uno studio di fattibilità per acquisire dati ed elementi di valutazione sul territorio, la popolazione e l’assetto economico-produttivo idoneo a comprendere la fattibilità tecnico-organizzativa, economico-finanziaria e politico-istituzionale della fusione.

Attualmente, i comuni dell’Unione Terre di Castelli stanno completando lo studio di fattibilità, che è ormai giunto alle sue battute finali e dovrebbe essere presentato nelle prossime settimane ai vari consigli comunali, mentre nei comuni dell’Area Nord sono stati approvati, nel corso dell’estate, vari ordini del giorno che impegnano la giunta a dare avvio a un percorso condiviso di pianificazione strategica per il riordino istituzionale e organizzativo. È ancora presto per sapere dove porteranno questi progetti, ma, al di là del referendum, qualcosa si muove negli assetti istituzionali e organizzativi del territorio di Modena. Vedremo, in futuro, se da questi movimenti nascerà qualcosa di nuovo o se la montagna avrà partorito il più classico dei topolini.

Immagine di copertina: Fusionedeicomuni.it.

«Modena Smart Life», tre giorni di cultura digitale

«Beh, è davvero una gran bella cosa!». L’assessore Ludovica Carla Ferrari non nasconde certo l’entusiasmo, e al telefono la sua voce rivela una grande soddisfazione per la prossima «tre giorni» digitale che sbarcherà a Modena. Creatività e sicurezza informatica, artigiani digitali e Internet delle cose, seminari universitari e videogame realizzati sui banchi delle elementari: sono solo alcuni degli appuntamenti della prima edizione di «Modena Smart Life», l’iniziativa promossa dalla Fondazione San Filippo Neri che si svolge sabato 22, domenica 23 e lunedì 24 ottobre, a cui il comune di Modena ha dato il suo patrocinio.

Assessore, Modena sembra diventare, per un week-end, capitale del digitale italiano.
«Modena Smart Life» è il risultato della fortunata compresenza di varie iniziative legate al mondo del digitale, come Linux Day, il Digital Meet 2016, lo Smart IoT Expo e la presentazione di Cyber Security Academy Modena. La promozione dell’evento è tutta della Fondazione San Filippo Neri, che ha curato anche la parte organizzativa, e a cui il comune di Modena ha dato un sostegno immediato e convinto. D’altra parte, l’agenda digitale è un tema strategico per lo sviluppo della città nei prossimi anni.

Foto Antonio Tomeo e Dante Farricella per PD Modena
Foto Antonio Tomeo e Dante Farricella per PD Modena

Tre giorni dedicati alla cultura digitale. Si parte sabato con «La creatività digitale si impara».
Il campo della formazione al digitale nelle scuole e nelle università è sicuramente cruciale per il prossimo futuro. Occorre prendere coscienza del fatto che la creatività digitale – ma, più banalmente, direi la capacità di utilizzare gli strumenti digitali – si può imparare, anche a prescindere dall’età. Ma accanto alla possibilità «tecnica» di saper maneggiare gli oggetti e i software, dobbiamo essere consapevoli che sono necessari anche strumenti cognitivi che ci permettano di usarli in maniera corretta. Il convegno «A scuola con internet», che si terrà alle 18 nella Sala Manifattura del Comparto San Filippo Neri, cercherà di ragionare proprio su questo, sul fatto che la cultura digitale non può nascere se non si parte direttamente dai banchi di scuola. La mattina, invece, sarà dedicata al Linux Day 2016, una manifestazione che dal 2001 si propone di far conoscere il software libero più famoso al mondo. Al pomeriggio, invece, mi piace ricordare un laboratorio per i più piccoli organizzato da Coder Dojo e MakeitModena: utilizzando Scratch, un linguaggio di programmazione pensato e progettato per l’insegnamento, i partecipanti sperimenteranno cosa significa scrivere un codice e si auto-produrranno un proprio videogioco. Anche questa è educazione e formazione al digitale.

 

Domenica, invece, è la volta della sicurezza informatica, con la presentazione della prima Cyber Security Academy. Di che cosa si tratta?
È un corso di perfezionamento istituito quest’anno dall’Università di Modena e Reggo Emilia, e consentirà ai partecipanti di conoscere e di applicare le metodologie e gli strumenti più innovativi per progettare e realizzare sistemi informatici, impianti industriali e prodotti sicuri. In sostanza, è un percorso volto a formare degli hacker «etici», per così dire. Modena, con questo corso, si pone all’avanguardia: già oggi la sicurezza informatica è un argomento molto sensibile, ma con lo sviluppo delle tecnologie digitali e informatiche lo diventerà ancora di più nei prossimi anni. Per un territorio come il nostro, con moltissime aziende aperte alla concorrenza internazionale, rendere le tecnologie meno aggredibili diventa fondamentale per lo sviluppo.

Lunedì, infine, la giornata dedicata all’«internet delle cose».
Ci saranno due convegni molto importanti a conclusione dei tre giorni di «Modena Smart Life», entrambi in collaborazione con Digital Meet 2016. La mattina, «Il futuro è una cosa digitale»: discuteremo con gli ospiti presenti di come cambia il nostro modo di rapportarci con le cose e con gli altri a seguito della rivoluzione digitale, e le conclusioni saranno affidate a all’on. Stefano Quintarelli, presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Contemporaneamente, nella piazzetta del Comparto San Filippo Neri si terrà Smart IoT Expo, un’esposizione di oggetti, soluzioni e applicazioni ideate da aziende e start-up del territorio, e che avranno la possibilità di mostrare, con esempi concreti, l’utilità di queste innovazioni tecnologiche.

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Il pomeriggio, invece, si parlerà dell’«Etica ai tempi di internet». Che cos’è?
È una sfida: il digitale ha introdotto novità nelle nostre vite, e contemporaneamente sono sorte anche delle domande su come porci di fronte a numerosi elementi inediti. Vorremmo provare a ragionare intorno a questi nodi critici, anche attraverso casi concreti, partire da argomenti d’attualità e chiederci cosa accadrà, e come cambierà anche il nostro modo di pensare quando le nostre vite dipenderanno sempre più da algoritmi. Per esempio, ormai i nostri dati personali sono tutti in rete, ma chi gestisce queste informazioni? In che modo? Con quali garanzie per la nostra privacy? Oppure, come cambieranno le nostre abitudini una volta che le case saranno completamente digitalizzate? Si tratta certamente di grandi opportunità, ma non possiamo evitare di porci queste domande.

Una volta terminati i tre giorni di «Modena Smart Life», come proseguirà il percorso «digitale» della città?
Per prima cosa, già nel pomeriggio di sabato ci sarà un focus group dedicato all’Agenda Digitale Locale di Modena, «Idee per Modena Digitale 2». L’Agenda Digitale Locale è lo strumento politico-programmatico per definire gli obiettivi strategici che nei prossimi anni dovranno essere conseguiti per assicurare alla collettività i benefici delle tecnologie avanzate. Tre anni fa Modena si è dotata per prima di questo straordinario strumento, ma come tutti i piani e i programmi ha bisogno di una manutenzione. Si apre quindi un percorso di aggiornamento, che vedrà nei prossimi mesi altri momenti di confronto e approfondimento. Modena ha un’incredibile comunità di innovatori, che però devono stare insieme, collaborare, dialogare tra loro ma anche, e soprattutto, con gli amministratori pubblici. Per questo sarà importante continuare a ragionare con loro su un asse decisivo delle smart cities, quello della diffusione della cultura digitale. I tre giorni di «Modena Smart Life» sono stati un primo passo fondamentale, ma non ci fermeremo certo qui.

Fonte immagine di copertina: SmartMag.

Una «baracchina» di libertà

Prendete una vecchia «baracchina» per i gelati, piazzata in mezzo a un parco pubblico nel cuore di un paese alle pendici dell’Appennino. Prendete un’amministrazione sensibile e intelligente, che anziché affidare quel luogo alla gestione di un privato (come fanno in genere tutti) decide di utilizzarlo per qualche progetto di utilità sociale. Metteteci poi un gruppo di famiglie con dei figli disabili, che da un po’ di tempo medita su nuovi progetti e percorsi di autonomia per i propri ragazzi. Aggiungeteci, infine, una rete di servizi attenta e competente, la generosità di molte persone, il sostegno della cittadinanza: ed ecco nascere, in tempi brevissimi, l’associazione di promozione sociale di Savignano sul Panaro «Magicamente liberi», formata da alcuni genitori di ragazzi disabili del territorio, pronta a prendere in gestione, per la stagione estiva, la «baracchina» del «Parco delle bocce» di Marano (così chiamato perché, in effetti, c’è una vecchia pista per giocare a bocce, ora non più utilizzata). Un progetto che mira a incrementare il grado di autonomia dei ragazzi coinvolti, facendogli sperimentare – sebbene in un contesto organizzato e «protetto» – la sfida di gestire, in proprio, una piccola attività.

La sindaca di Marano, Emilia Muratori.
La sindaca di Marano, Emilia Muratori.

«Avevo in mente già da un po’ di tempo un progetto di questo tipo» ci racconta il sindaco, Emilia Muratori. «La “baracchina” era sempre stata data in gestione a degli operatori privati, a cui l’affittavamo a prezzi bassissimi per tutto il periodo estivo. L’ultima concessione era però scaduta alla fine dell’anno scorso, e non era più prorogabile, per cui avremmo dovuto fare un nuovo bando. Allora in giunta abbiamo iniziato a domandarci che cosa fare. Il nostro ragionamento è sempre stato quello di non concedere quello spazio ad associazioni di volontari, perché l’abbiamo sempre visto come un’opportunità di lavoro. Ma è anche vero che il nostro obiettivo, in realtà, è quello di garantire un servizio pubblico alla cittadinanza, ravvivando al contempo il parco e mantenendo un presidio nella zona». E un parco di quel tipo, piccolo, facilmente raggiungibile, in un contesto urbano, si prestava perfettamente al tipo di progetto che aveva in mente il sindaco.

«Come assessore alle politiche sociali dell’Unione Terre di Castelli», prosegue Muratori, «ho partecipato a diversi incontri del Tavolo permanente delle disabilità, un luogo che permette la conoscenza reciproca tra servizi, volontari e familiari del distretto socio-sanitario di Vignola che devono rapportarsi tutti i giorni con i temi della fragilità e non-autosufficienza. Una delle ultime sfide che è stata lanciata riguarda l’autonomia, soprattutto abitativa, ovvero percorsi che consentano alle persone con disabilità di raggiungere, un giorno, la possibilità di “staccarsi” dalle famiglie, specialmente i genitori. È un tema all’ordine del giorno per il settore del welfare, soprattutto dopo l’approvazione della legge “Dopo di noi”. Un primo step di questo progetto è stato quindi un seminario pubblico, il 18 febbraio scorso, rivolto a operatori, volontari, familiari e persone con disabilità per spiegare cos’è l’autonomia. E durante la pausa caffè, parlando con alcuni genitori e operatori, ho buttato lì questa idea della “baracchina”, che è stata accolta subito con entusiasmo».

La "baracchina" di Marano
La “baracchina” di Marano

«La cosa, effettivamente, è nata un po’ per caso, davanti alla macchinetta del caffè» ci conferma sorridendo Sandro Vacondio, presidente dell’associazione, «ma tutta quest’esperienza sembra frutto di coincidenze fortunate. Il sindaco di Marano aveva a disposizione quella “baracchina”, e noi genitori avevamo appena iniziato a ragionare sul tema dell’autonomia. L’opportunità era perfetta per iniziare a sperimentare qualcosa di più concreto». Dopo qualche incontro tra amministrazione e genitori per capire con precisione di cosa c’era bisogno, e dopo un sopralluogo al parco per constatare le condizioni dell’edificio, si è avviato l’iter per l’apertura. «Ci siamo seduti intorno a un tavolo con l’Azienda pubblica di servizi alla persona “Giorgio Gasparini” di Vignola, che gestisce il centro socio-riabilitativo per disabili, il Servizio di inserimento lavorativo e il laboratorio occupazionale “cASPita!”, l’amministrazione, i servizi sociali dell’Unione e il Centro servizi per il volontariato, e abbiamo iniziato a istruire tutte le pratiche burocratiche. Era indispensabile fondare un’associazione di promozione sociale, perché una onlus non può dedicarsi al piccolo commercio, e quindi non avremmo potuto battere nemmeno uno scontrino». Il passo successivo è stato poi quello di sistemare la «baracchina»: pulire l’interno, sistemare il bancone del bar, portare i frigo per le bibite e i gelati, procurarsi la macchina del caffè e tutto quanto occorre per mettere in piedi un esercizio. «Per fortuna il comune ci ha aiutato splendidamente: ha incaricato una ditte edile di eseguire i lavori di ristrutturazione più importanti, e molti altri artigiani di Marano hanno dato una mano gratuitamente. Una falegnameria, per esempio, ha aggiustato il bancone senza chiedere nulla in cambio. Senza questa generosità non ce l’avremmo mai fatta ad aprire».

serataallabaracchina

Alla fine, dopo tanta fatica, arriva il giorno dell’inaugurazione. «All’inizio abbiamo dovuto prenderci le misure» dice Sandro, «anche perché nessuno di noi aveva esperienza in questo settore, quindi abbiamo tutti dovuto un po’ imparare. L’Asp garantiva l’apertura al pomeriggio, con l’aiuto di un volontario dell’associazione e avvalendosi anche di un paio di persone che provenivano dal Servizio di inserimento lavorativo. Noi genitori, invece, c’eravamo la sera». Le cose da fare erano, ovviamente, tante e tutte diverse. «Dovevamo spazzare, tirare su le foglie, servire i tavoli e sparecchiare quando i clienti se ne andavano» raccontano Davide ed Enrico, due ragazzi che hanno lavorato alla «baracchina» e che ci riferiscono entusiasti tutte le loro mansioni. «Abbiamo anche imparato a fare il caffè» dicono soddisfatti per questo nuovo obiettivo raggiunto. Ma in effetti, l’attività alla «baracchina», che può essere vista come una sorta di «aula decentrata», e servita moltissimo ad alcuni di loro per fare dei grandi passi avanti nell’acquisizione di abilità e competenze: «Alcuni ragazzi», ci dice Sandro, «non sapevano ancora far di conto. Quando, durante il servizio, hanno capito che per battere uno scontrino era necessario conoscere le basi della matematica, si sono applicati immediatamente per imparare. E adesso sanno usare perfettamente un registratore di cassa».

Un’esperienza positiva, sotto tutti i punti di vista, sia per l’amministrazione che per i ragazzi e i loro genitori: «Noi siamo molto soddisfatti», afferma il sindaco Muratori, «e speriamo davvero che questa avventura possa proseguire. Adesso ci ritroveremo per valutare attentamente come è andata e per aggiungere i dettagli che ancora mancano, ma per noi non c’è alcun problema a rinnovare la convenzione anche per il prossimo anno». «Anche noi siamo stati felicissimi di quest’esperienza», dicono i genitori dell’associazione. «Vediamo i nostri figli iniziare, lentamente, un percorso che può aiutarli ad acquisire maggiore autonomia. Abbiamo già dei progetti per la prossima estate, ma con il comune stiamo pensando di organizzare qualcosa anche per Natale, e trasformare la “baracchina” in una sorta di “Casetta di Babbo Natale”. Vedremo».

La famiglia, incrocio delle nostre vite

Una casa di grandi dimensioni, dalle fondamenta e dalle strutture solide, ma anche un cantiere sempre aperto, perché nel corso del tempo un restauro, talvolta approfondito, si rende necessario: è la metafora domestica a costituire l’intreccio della prima lettera pastorale dell’arcivescovo Erio Castellucci, È il Signore che costruisce la casa, che pone al centro della riflessione il tema della famiglia. «In greco, d’altra parte, le parole “casa” e “famiglia” sono intercambiabili» scrive il vescovo.

Presentata in duomo il 24 settembre scorso, durante l’assemblea di apertura dell’anno pastorale, non è una lettera cattedratica o dal taglio teologico, ma un documento prettamente pastorale, frutto peraltro «dell’esperienza e della riflessione di tante persone: organismi singoli, famiglie e gruppi, che in diocesi, nelle parrocchie e nelle case hanno offerto il loro contributo. È il frutto specialmente della pastorale familiare diocesana, molto intensa da anni nella nostra Chiesa e sostenuta da un ufficio attivo e competente. È il frutto, infine, della riflessione che ha caratterizzato e seguito l’annuale Tre Giorni di giugno (2016) confluita nella relazione finale che – opportunamente integrata con diversi contributi – ne è alla base».

Il processo di elaborazione e stesura della lettera parte da più lontano, dal periodo di consultazione delle diocesi tra i due Sinodi sulla famiglia voluto da papa Francesco, a cui anche la Chiesa di Modena ha partecipato con un suo contributo, quando ancora era guidata dal vescovo Lanfranchi. Castellucci è arrivato poco prima del Sinodo di ottobre 2015, e aveva già chiaro in mente di dedicare il successivo anno pastorale al tema della famiglia, che è centrale in questi anni nella riflessione della Chiesa cattolica. Buona parte del lavoro di analisi era già stato svolto: la scelta logica è stata, quindi, quella di attendere l’esortazione post-sinodale del papa, che sarebbe poi stata pubblicata il 19 marzo con il titolo Amoris laetitia. Da lì in avanti, una volta compreso e verificato con precisione l’indirizzo dato da Francesco a quanto emerso nei due Sinodi, si è attivata la «macchina» della diocesi, con i suoi vari uffici, e che ha trovato il momento di sintesi nella Tre Giorni pastorale del 9-11 giugno dove, alla luce dei contributi raccolti nei mesi precedenti, e da quanto espresso nei gruppi di lavoro che si sono riuniti in quella occasione, è stata formulata una proposta pastorale poi confluita nella lettera del vescovo.

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Non si tratta di un documento lungo, o particolarmente complesso: una sessantina di pagine, suddivise in cinque capitoli. La trama di sottofondo è, chiaramente, l’Amoris laetitia, con cui intreccia una sorta di dialogo senza tuttavia seguirne pedissequamente la struttura: la lettera declina nella Chiesa di Modena le prospettive delineate dall’esortazione del papa, partendo ovviamente dalla tradizione di pastorale familiare già presente nella diocesi. Il vescovo, seguendo la metafora della casa, fissa tre ambiti su cui concentra la propria riflessione: quello che già sta avvenendo in diocesi; l’orizzonte che l’esortazione post-sinodale pone alle Chiese locali; infine, le novità che si intendono promuovere per mettersi in cammino verso quella meta.

«La famiglia non è mai costruita una volta per tutte» scrive il vescovo nel secondo capitolo, «è un cantiere aperto, che si chiama “formazione” e riguarda le parrocchie come la diocesi. Grazie a Dio vi sono tanti cantieri aperti nella nostra Chiesa locale, che da molti anni ha posto al centro delle proprie attenzioni la pastorale familiare». E in effetti sono numerose le attività e i servizi che già offre la diocesi, e che il vescovo ripercorre nella sua lettera: dai percorsi di educazione dei ragazzi e dei giovani alla vita affettiva, «un cantiere difficile, che registra però un crescente interesse da parte di genitori e educatori», a quelli per fidanzati, spesso «delle occasioni per riscoprire un volto di Chiesa accogliente e qualche volta anche una fede viva», fino all’accompagnamento spirituale per gli sposi e le famiglie. Ma una casa chiede anche dei restauri, spesso profondi. Come scrive il vescovo, «il cantiere del restauro, nella nostra diocesi, è in piedi da anni per quanto riguarda l’accompagnamento delle famiglie toccate da lutti gravi, delle vedove e dei vedovi, dei separati, divorziati ed eventualmente risposati o conviventi».

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Ma se il terreno a Modena è già ben arato e coltivato, nondimeno il papa, sulla scia di quanto espresso dai due sinodi, propone un ulteriore passo in avanti. «AL è un testo ricco, articolato, che dovrebbe essere utilizzato nelle sue diverse parti per la lettura e meditazione di coppia» prosegue il vescovo, «per ritiri e catechesi, per i corsi di preparazione al matrimonio e i gruppi famiglie, per la formazione all’affettività, alla sessualità e all’amore e per gli operatori pastorali. […] È un documento del “sì”, dove anche i “no” […] vengono pronunciati per far risaltare la bellezza e la purezza dell’amore, degli affetti, della sessualità, del matrimonio e della famiglia. […] Dentro a questa fondamentale bellezza – o letizia, per usare la parola francescana utilizzata dal Papa – si collocano i riferimenti precisi alle ferite, ai limiti, ai peccati, agli abusi». È questa l’ottica entro cui si inserisce la proposta pastorale del vescovo Erio per Modena: da un lato, l’accompagnamento dei cammini delle coppie e delle famiglie, che non possono essere lasciate sole dopo il matrimonio e devono diventare protagoniste della pastorale; dall’altro, la sfida lanciata da Amoris laetitia di andare incontro, senza peraltro fornire soluzioni prestabilite, alle «coppie che, sulla base del loro precedente matrimonio sacramentale, chiedono da conviventi o sposati civilmente di poter accedere alla comunione eucaristica».

 

Concretamente, sono tre le novità effettive contenute nella lettera. La prima è la proposta del «Vangelo nelle case», un’idea – ci confermano dagli uffici diocesani – che proviene direttamente dal vescovo, il quale l’ha proposta con forza e su cui crede molto: d’altra parte, riprende il concetto di «Chiesa domestica» di Lumen gentium, il documento del concilio Vaticano II sulla Chiesa, ovvero la parola di Dio vissuta nella dimensione della casa come fermento per la comunità. La seconda novità è costituita dalle coppie-tutor, ovvero delle famiglie che si offrono come guide spirituali per altre coppie, perché non è «pensabile e neppure necessario che siano solo i presbiteri ad assumere il compito di guide spirituali […]. Non occorrono particolari qualifiche specialistiche per accompagnare altre coppie: basta il sostegno che può venire dalla diocesi – con un percorso apposito – unito ad alcune disposizioni e attitudini e a una grande capacità di ascolto». Si tratta di due possibilità già presenti nel magistero, ma che il vescovo ha scelto, fatte proprie e su cui ha deciso di investire con forza.

Ma è la terza proposta a configurarsi come la vera, e dirompente, novità contenuta nella lettera, tanto da essere – precisano in curia – l’unico servizio di questo genere, al momento, attivo nelle diocesi dell’Emilia-Romagna: si tratta del recepimento dell’Amoris laetitia per quanto riguarda il progetto pastorale per l’accompagnamento e l’integrazione, eventualmente anche sacramentaria, dei divorziati risposati. Tradotto, la possibilità di accedere nuovamente alla comunione – dopo un apposito percorso – per coloro che vivono una situazione «irregolare». Da un punto di vista del sacramento del matrimonio non cambia nulla, ma muta – anche sensibilmente – il focus sul sacramento dell’eucaristia: ovvero la possibilità che una persona, che si trovi in stato di oggettivo peccato, possa attingere comunque all’eucaristia, dal momento che quest’ultima non deve essere intesa non come premio per i perfetti, ma come medicina per i malati. In sostanza, i divorziati risposati non sono scomunicati, ma vengono invitati a mettersi in cammino per tornare in comunione, anche sacramentale, con la Chiesa. Questa interpretazione nasce da una lettura «in parallelo», per così dire, tra Amoris laetitia ed Evangelii gaudium (la prima esortazione del papa), per cui non si assume più un criterio di «giusto/ingiusto» ma di «completo/incompleto». Come specifica il vescovo in un passaggio, «papa Francesco vuole aiutarci a capire che anche le situazioni incomplete possono camminare verso una completezza, perché nessuno deve essere escluso per sempre finché cammina su questa terra. Il Papa non ci offre un manuale, ci indica una meta e il compito di “accompagnare, discernere e integrare”».

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È chiaro che un’impostazione di questo genere crea maggior confusione: una struttura dogmatica, come quella che la Chiesa aveva assunto fino a poco tempo fa, in cui la risposta alle singole domande poteva essere «sì» o «no», era molto più fungibile da parte dei vescovi e dei presbiteri; la nuova prospettiva aperta da papa Francesco richiede invece un impegno maggiore nel discernimento delle varie situazioni che si possono presentare. Per un semplice prete, magari abituato a confrontarsi con i suoi parrocchiani su questi temi solo in confessionale, una prospettiva di questo genere, che sposta l’asse sulla coscienza piuttosto che sulla norma, può risultare molto poco agevole. Ma è la linea indicata da Roma: il papa chiede di attivare dei processi, piuttosto che conquistare spazi.

Il vescovo, anche in apertura di anno pastorale, ha chiarito e sottolineato che questo percorso deve essere visto come un elemento che sollecita il cammino, un desiderio di conversione e approfondimento del proprio percorso sotto vari aspetti – psicologico, giuridico e spirituale – e che poi potrà approdare, con tempi e modi che non sono decisi a priori, magari successivamente a un colloquio con lo stesso vescovo, a una riammissione ai sacramenti. Si tratta di una chiara scelta di indirizzo, che altre diocesi non hanno fatto. Pare non manchino i preti che già contestano questa nuova impostazione, perché se da tutti è compresa la necessità di una recezione dell’esortazione papale, non altrettanti condividono la linea pastorale prescelta.

Per questo nuovo servizio si parte da una realtà esistente in diocesi, che è «Sulla misura del cuore del Signore», un cammino di discernimento interiore per situazioni di fragilità familiare: rispetto a quanto viene già fatto, si implementa questo percorso con un accompagnamento psicologico e giuridico. Concretamente, si pensa di creare un polo territoriale (che è stato individuato nel Centro Famiglia di Nazareth, in via Formigina 319) dove sarà presente il tribunale diocesano per il percorso più breve di accertamento della nullità matrimoniale (sulla base di quanto previsto da un altro documento del papa, il motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus, sulla riforma del processo canonico per le dichiarazioni di nullità matrimoniale), troverà collocazione un ramo del Centro di consulenza per la famiglia, che si occuperà del sostegno psicologico, e infine sarà presente un terzo strumento per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale.

La lettera pastorale del vescovo Castellucci segna un deciso scatto in avanti sul tema della famiglia e del matrimonio, con un’adesione profonda alla linea pastorale dettata dal papa, tanto che c’è chi non esita ad affermare che il nuovo vescovo possa tranquillamente annoverarsi tra i cosiddetti «francescani». Non si sa quali sviluppi avrà questo percorso, ma la famiglia sarà ancora oggetto di riflessione e cura da parte della Chiesa di Modena, che già a partire dal prossimo anno si concentrerà sulla misericordia nelle parrocchie, con particolare attenzione a come le famiglie possano essere soggetto di misericordia all’interno della comunità. Come recita il sottotitolo della lettera, «Camminiamo famiglie, continuiamo a camminare!».

 

Quando il destino chiama: in Africa con il servizio civile

Può una email, finita per caso nella cartella “spam” della casella di posta elettronica, cambiare il corso della propria vita? Sembrerebbe la trama di un film, o di un romanzo, ma in realtà si tratta di una storia vera: per la precisione, è la storia di mio fratello. Un giorno di fine giugno Giacomo, 28 anni, sta controllando le email, cancellando le decine e decine di messaggi automatici che arrivano giornalmente a chi, come lui, è iscritto a numerose agenzie di collocamento o siti per la ricerca di lavoro; a un certo punto si accorge, mentre scorre velocemente la cartella “spam”, di un’email del Piano Garanzia Giovani che lo informa della pubblicazione dei bandi per il servizio civile. Mancano pochi giorni alla scadenza, e fino a quel momento mio fratello non ha mai pensato di partecipare a un’esperienza del genere: oggi, dopo tre mesi, è in procinto di salire su un aereo per la Tanzania, verso uno sperduto villaggio africano per seguire un progetto di recupero per bambini disabili, lasciando amici e famiglia in Italia. «Non era certo tra i miei piani quello di trasferirmi per un anno in Africa» mi racconta al telefono da Roma, dove si trova per un corso di formazione prima della partenza, «ma alla fine ho deciso di cogliere l’occasione che si era presentata e di buttarmi».

A sinistra, con la barba e gli occhiali, Giacomo Pesci
A sinistra, con la barba e gli occhiali, Giacomo Pesci

L’occasione si chiama Servizio Civile Nazionale all’estero: dopo l’abolizione dell’obbligo di leva e l’istituzione del Servizio Civile Nazionale, la legge n.64/2001 ha stabilito che i giovani volontari possano prestare la propria attività anche presso «enti e amministrazioni operanti all’estero, nell’ambito di iniziative assunte dall’Unione Europea, nonché in strutture per interventi di pacificazione e cooperazione fra i popoli, istituite dalla stessa UE o da organismi internazionali operanti con le medesime finalità ai quali l’Italia partecipa». Insomma, un’opportunità di crescita e arricchimento professionale rivolta ai giovani che desiderano mettersi in gioco per un anno della propria vita e impegnarsi in progetti di cooperazione allo sviluppo.

Come funziona? «Per prima cosa devi selezionare un progetto» spiega Giacomo. «Ce ne sono moltissimi fra cui scegliere, ognuno proposto da una diversa associazione. Poi vai a fare le selezioni. Ogni anno il Dipartimento della gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri pubblica i bandi per la selezione di volontari da impiegare nei progetti in Italia e all’estero, che sono presentati dai vari enti iscritti all’albo nazionale e agli albi regionali. Per poter partecipare alla selezione devi per prima cosa individuare il progetto che ti interessa, poi devi contattare l’ente che lo propone e inoltrare la domanda. Nel mio caso, per esempio, ho scelto un progetto di assistenza a bambini orfani e disabili in Tanzania, proposto da CESC Project». Le selezioni sono avvenute a Roma, nella sede dell’associazione. «Mi aspettavo una sorta di classico colloquio di lavoro, ma in realtà mi sono reso conto che in queste situazioni l’aspetto più importante è la motivazione. Certo, sono importanti pure le competenze, ma prendi il mio caso: ho un diploma da ragioniere e nessuna esperienza con i bambini, eppure sono stato scelto. Quelli che pesano, alla fine sono altri fattori».

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E dopo la selezione, ecco una settimana di formazione, sempre a Roma, subito prima della partenza. «È una cosa un po’ strana», confessa, «che non avevo mai fatto prima. Immaginavo che ci parlassero del progetto, ci spiegassero nel dettaglio quello che saremmo andati a fare, di cosa ci saremmo occupati, di quale situazione avremmo trovato una volta là. Invece i primi giorni sono stati una sorta di lezione teorica sul servizio civile e la cooperazione internazionale, una specie di preparazione alla nuova vita che avremmo sperimentato per un anno». In che senso? «Ti faccio un esempio: si è insistito molto sul fatto che saremmo stati lontani da casa, senza più i comfort a cui eravamo abituati, che ci saremmo trovati a vivere in quattro nello stesso posto e che avremmo dovuto adattarci alla nuova situazione. Per me era una cosa scontata, ma mi rendo conto che non lo era per tutti. Sarà che ho avuto altre esperienze di questo genere: ho vissuto un anno a Londra condividendo un appartamento con otto persone, adattarsi era inevitabile!».

Ma la preparazione non era solo nell’ambito del progetto di sevizio civile: c’è stata anche tutta la parte burocratica. «Terribile. Non tanto le pratiche precedenti la selezione, che tutto sommato sono state abbastanza semplici. Il problema è arrivato dopo, quando abbiamo dovuto produrre tutta la documentazione per la partenza: vaccinazioni, moduli per i rimborsi, patente di guida internazionale ecc., senza contare tutto quello che era indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno in Tanzania, come otto fototessere di un determinato formato, il curriculum vitae in inglese e il certificato di diploma di laurea sempre in inglese, timbrati in originale dalla scuola o dall’università che li hanno rilasciati. Una specie di gara a ostacoli: dobbiamo ringraziare la segreteria dell’associazione che ci ha seguito in tutto questo periodo, altrimenti avremmo avuto molte più difficoltà».

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Un gruppo di volontari partiti dall’Italia insieme a Giacomo

Adesso i preparativi sono finiti, ed è arrivato il momento di partire e buttarsi nella nuova realtà. «Il progetto si chiama Kila Siku-Ogni giorno, ed rivolto ai bambini orfani e disabili delle regioni di Mbeya e Njombe, nel sud-ovest del paese. Lavoreremo nella cittadina di Mbeya, oltre che nei villaggi di Wanging’ombe, Mtwango e Ilembula. Faremo assistenza all’orfanotrofio, organizzando momenti di gioco per i bambini e dando una mano nella gestione della struttura, oppure preparando lezioni di inglese e di informatica adatte ai ragazzi. Ma le cose da fare sono molte, non solo in questo campo». Prima di riattaccare il telefono, rimane un’ultima domanda, quella che si sentono rivolgere un po’ tutti i volontari per l’estero prima della partenza: «Il motivo per cui lo faccio? Non c’è una ragione specifica. Mi è sempre piaciuto molto viaggiare, vedere posti nuovi, conoscere altre persone e altre culture. Questa esperienza mi dà l’opportunità di mettermi in gioco in una cosa nuova, e al tempo stesso di fare del bene. Cerco qualcosa di diverso dalla nostra mentalità e dal nostro stile di vita: vedi, spesso riteniamo che tutto quello che facciamo o pensiamo sia giusto, ma magari non è così, magari esistono altri modi di vivere, lavorare, pensare che possono renderti altrettanto felice. Sì, ecco, quello che sto cercando, in questa esperienza, è proprio tanta felicità».