La Via Emilia 127 anni fa era un po’ diversa da oggi

Nel 1889 non c’erano ancora Instagram e Facebook e le cose che si vedevano, se si volevano condividere, bisognava scriverle. Così è curioso trovare questa testimonianza di una lirica e quasi
visionaria passeggiata sulla via Emilia a opera dello scrittore Alfredo Oriani, tratta dalla raccolta “Fino a Dogali”, perché è come una “fotografia” della via Emilia di fine secolo (inteso come Ottocento, ovviamente).

Inizia con il protagonista che, malaticcio, a cavallo osserva la vita sulla Grande Strada e si lascia andare poi a considerazione filosofiche fino a visioni che attraversano i secoli e la Storia. Come  sappiamo la via Emilia era una via romana che ha dato il nome alla regione Emilia. Inizialmente collegava Piacenza a Rimini e successivamente, con un nuovo tratto, Milano a Rimini. Dunque il suo tracciato originale ha oltre 2mila anni, cosa che esalta molto Oriani che immagina la via Emilia come rappresentazione del flusso di avvenimenti della Storia. Ma la parte che ci interessa del suo racconto è proprio quella descrittiva, perché – come una foto – ci mostra la via Emilia più di un secolo fa, un po’ diversa da quella di oggi. Basti un solo dettaglio: non c’erano le automobili.

Il protagonista del raccontino di Oriani giunge al tramonto, quando “una tristezza umida si aggravava nell’aria” e questo ci conferma subito che si tratta proprio della nostra via Emilia, che oggi conosciamo come SS9:

La via Emilia in quell’ora e in quel giorno non votato ai mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano, diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un’aria di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso s’affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai camini.

Se escludete il traffico, lo smog, i neon, le migliaia di luci, i camion, le pizzerie e i kebab, il crepuscolo sulla via Emilia descritto da Oriani non è poi così diverso da quello di oggi, quando la gente torna a casa.

E infatti prosegue lo scrittore:

La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case, che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena. Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo. Il paesaggio era solenne, l’ora severa. In quel momento nessuno passava per la strada.

Un'automobile percorre la via Emilia, asfaltata da poco (ottobre 1929) / Wikipedia
Un’automobile percorre la via Emilia, asfaltata da poco (ottobre 1929) / Wikipedia

La via Emilia vuota lascia andare lo scrittore a riflessioni apocalittiche:

Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia crepuscolare copriva la natura arrestandone l’infinita instancabile varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre mill’anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della civiltà. Ero solo, ero l’ultimo.

A questo punto il protagonista ha una lunga visione ed elenca tutte le persone, tutti i popoli che immagina abbiano attraversato la via Emilia nei secoli:

Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri, eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo, legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi, Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera delle foreste… […] Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari, il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo.

Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986)

Continua elencando tutta la possibile umanità che può attraversare una strada, “da un grande poeta e un accattone scemo”, procedendo per opposti, dato che “nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali”.

Aggiunge poi che “nessuna feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe”. E ancora via ad elencare i grandi della storia che immagina attraversare la via Emilia, da Tiziano e Michelangelo a Dante e Petrarca, Macchiavelli, Byron e così via. E’ evidente che a questo punto, nella visione di Oriani, la via Emilia è diventata la Storia: “Gli avvenimenti vi si susseguono agli avvenimenti; la via Emilia, uno fra i più grandi fiumi della storia, corre sempre.”

E poi lo scrittore si chiede: “Eterna, e quindi insensibile, il dramma umano che le passa attraverso non la commove. Quanti drammi sono passati nella via Emilia per conchiudersi altrove o vi si sono compiti?”

Oriani, scrittore e poeta nato e vissuto a Faenza, si può a buon diritto definire tormentato: la sua voce biografica sulla Treccani esordisce con allegria: “ebbe una fanciullezza vuota d’affetti”, e il suo primo romanzo, scritto a soli 21 anni, si intitolava “Memorie inutili”. Il volume “Fino a Dogali” in realtà è noto per altri motivi: principalmente perché contiene quello che è considerato il manifesto colonialista e imperialista di Oriani, che narra la battaglia di Dogali – alla quale prese parte – in cui lo scrittore  vide “il primo capitolo della storia mondiale d’Italia”.

La via Emilia a Derna, in Libia. 1932. Colonia italiana in Cirenaica. Tutto torna.
La via Emilia a Derna, in Libia. 1932. Colonia italiana in Cirenaica. Tutto torna.

Naturalmente tutto questo non poteva che piacere al fascismo, che infatti esaltò l’opera di Oriani, anche se lui non lo saprà mai, dato che morirà nel 1909.

Mussolini lo indicò addirittura tra gli ispiratori del fascismo, forse per la sua foga, la sua vis polemica, così “energica”, e per l’esaltazione di miti politici come il nazionalismo e l’imperalismo che in quel momento, in quel terribile ventennio, tornarono senza dubbio utili ai fascisti. Lo scrittore, anche a causa di questo, successivamente fu rimosso dalla lista dei “famosi” e finì a lungo nella lista dei dimenticati. In seguito è stato “rivalutato” come si dice in questi casi, anche se oggi non si può definire esattamente un nome celebre.

Ma qualche anno fa la ripubblicazione di un suo libro curioso lo fece riscoprire, almeno a qualcuno.

oriani
Alfredo Oriani con la sua bicicletta

Si tratta de “La bicicletta” del 1902, un “saggio d’amore” dedicato alle due ruote, “quasi un incunabolo sull’arte ciclistica, sulla passione per questo sport che in Romagna, terra natale del faentino Oriani, sembra aver trovato il proprio humus ideale, allora come oggi” come si legge in una recensione. E qui grazie a Oriani (che imparò a pedalare a 42 anni, ma la bici così come la conosciamo oggi era nata da poco) si scopre una storia alternativa della bicicletta in Italia, all’epoca vista come simbolo delle classi più agiate, dato che le prime bici – siamo nei primi del 900 – non erano assolutamente alla portata delle tasche delle classi popolari. Non solo: le bici, come oggi le automobili, oltre ad essere tassate erano considerate pericolose e ci furono ordinanze municipali per limitare la circolazione di questi pericolosi “cavalli di ferro”.

Oriani era quello che oggi si definirebbe un ciclo-attivista: manifestò contro queste leggi, difendendo il diritto dei “biciclettisti” di circolare nelle strade. Ma non solo: oltre a essere stato un precursore inconsapevole del fascismo, Oriani fu anche un precursore del ciclo-turismo: lui la bici la usava anche per lunghi viaggi, uno di questi tra Romagna, Emilia e Toscana, raccontato nel libro.

In seguito, come sappiamo, la bici diventerà perfino simbolo di lotta politica, con i ciclisti rossi, i ciclisti partigiani, fino a sport di massa, molto popolare, e mezzo di trasporto diffusissimo. Oriani non poteva saperlo, essendo morto nel 1909, così come non poteva sapere cosa sarebbe stato il fascismo, né – soprattutto – quanto sarebbe stato pericoloso, in seguito alla diffusione delle automobili, fare la via Emilia in bicicletta. Soprattutto al tramonto.

(immagine di copertina: Luigi Ghirri, via Emilia, Fidenza, 1985)

“Bene, allora mi faccia parlare con il computer”

Lunedì pomeriggio, centro prenotazioni di un grosso ospedale emiliano. Prima di una visita di controllo vado a uno sportello per risolvere quello che al momento mi sembra un piccolo problema, una cosa di poco conto. Non so ancora che finirò in una situazione complessa e apparentemente irrisolvibile che metterà in discussione le fondamenta stesse dell’intero sistema… cosa che in effetti può capitare ogni volta che varchiamo le porte di un edificio pubblico.

L’impiegata dietro il vetro parla attraverso un microfono, cosa che contribuisce subito a renderla più simile a un robot che a un essere umano. Le spiego il problema, che a me sembra risolvibile in pochi secondi: per errore devo pagare il ticket per la visita, ma in realtà io sono esente, dunque non devo pagare il ticket. Lei non mi fa nemmeno finire di parlare e dice subito che non c’è niente da fare. Cerco di controbattere alla sua risposta apocalittica dicendole che forse… “No” ripete “non c’è niente da fare”. Detto questo inizia a guardare dietro le mie spalle, tanto che io mi giro per vedere se c’è qualcuno, ma non c’è nessuno: è solo il suo modo di dirmi che ho già esaurito il mio tempo e che tocca a un altro. “Eheh” sorrido compiacente, “Ma guardi che c’è un errore, io non devo pagare”. “Sì che deve, mi dispiace” e indica lo schermo del computer.

Penso subito: oddio, mi trovo in una di quelle situazioni in cui bisogna fare scenate in un ufficio pubblico e prendersela con l’impiegata che in realtà non ha nessuna colpa e sta solo facendo il suo lavoro? Devo recitare questo ruolo? Decido di non farlo e di tentare la strada della ragionevolezza: “Scusi ma ci sarà qualche soluzione, io ho l’esenzione, non devo pagare il ticket, se c’è stato un errore…” “E’ il sistema che dice così” mi dice con voce robotica indicandomi ancora lo schermo del computer. Si riferisce al sistema informatico, presumo. “E non c’è modo di…” “No guardi, non c’è niente da fare, deve pagare, il sistema dice che deve pagare” e di nuovo guarda alle mie spalle, e io di nuovo mi giro e di nuovo mi ricordo che non c’è nessuno. “Ma quindi cosa faccio?” “Paga” “E se non pago?” “Le arriva a casa da pagare”. Un attimo di silenzio, ancora gli occhi oltre le spalle, e poi, vedendo che non mi schiodo, ribadisce: “Io non posso farci niente, è il computer che dice così”. Per un attimo penso di dirle “bene, allora mi faccia parlare con il computer”, poi capisco che sto finendo in quel ruolo in cui non volevo finire, cioè il cittadino frustrato dagli errori del sistema che impazzisce davanti a uno sportello. Non devo cedere.

E qua mi viene in mente l’hacking. Per la maggior parte delle persone l’hacking è solo distruggere siti internet e rubare dati, ma in realtà esiste un’etica hacker, una filosofia hacker, che si può applicare nella vita di tutti i giorni. Come si legge su Wikipedia, si può parlare di hacking “genericamente in ogni situazione in cui è necessario far uso di creatività e immaginazione nella soluzione di un problema”. E’ dunque anche un modo di pensare che comprende non arrendersi di fronte a un sistema che non funziona o che ha qualche falla ma anzi trovare il modo di superare l’ostacolo smontandolo, capendo come funziona e trovando il modo di farlo funzionare meglio. Steven Levy, nel suo saggio “Hackers: Gli eroi della rivoluzione informatica” del 1984, scrive appunto: “Gli hackers credono che gli insegnamenti fondamentali sui sistemi – e sul mondo – possano essere appresi smontando le cose, analizzandone il funzionamento e utilizzando la conoscenza per creare cose nuove e più interessanti”. Ora, citare questo passo all’impiegata del centro prenotazioni non mi sembra la cosa giusta; oltretutto dovrei prima cercarlo su Google col cellulare, ripetere varie volte “un attimo, un attimo” mentre lei mi dice che non c’è niente da fare perché il computer dice così, con la gente intorno che inizierebbe a lamentarsi e in pochi secondi finirei nella situazione che sto cercando di evitare. Mi viene in mente anche la scena di un bel film argentino in cui un uomo, esasperato dalle multe che gli vengono date per sbaglio, tenta di far saltare in aria l’ufficio delle multe con dell’esplosivo. Ecco, meglio evitare. Quindi sorrido, dico “va bene” e vado via non pagando il ticket.

 

Vado su a fare la visita e scopro che la cosa più tragica che può avvenire in un ospedale a quanto pare è un paziente che non ha pagato il ticket. Spiego al medico cos’è successo, cioè che io sono ufficialmente (metto enfasi su questa parola) esente da ticket, tirando fuori dalla tasca i documenti che lo dimostrano e sventolando il mio libretto sanitario come fanno nei film americani gli agenti dell’FBI col distintivo. “Cioè lei è esente” “Sì” “Però le hanno fatto pagare il ticket?” “Sì” “Ma lei non l’ha pagato” “Esatto”. “Uhm”. Il medico con faccia torva dice: “Questo è un problema”. Poi fissa le mie carte a lungo, passa allo schermo del computer, torna ancora sulle mie carte e infine sulla mia faccia, come se la soluzione si potesse trovare là. Io, sentendomi chiamato in causa, avanzo timidamente un’ipotesi per hackerare il sistema: “Non si può fare un ticket da zero euro, come se avessi pagato?” Mmmmm, no. “Allora non si potrebbe inserire il codice dell’esenzione, retrodatato, qualcosa insomma per fare in modo che il sistema non se ne accorga?”. Il medico ci riflette e – giuro – chiama un collega in aiuto. In due riflettono sul da farsi, e durante questa fase – in cui mi guardano varie volte con la faccia di chi pensa “ma non poteva pagarlo e basta?” – noto una cosa: il motivo per cui sono venuto qua è quasi passato in secondo piano. Questo problema del ticket è diventato più importante, è il vero problema. Perfino io non penso più alla visita e penso solo a risolvere questo problema: poi posso anche andare a casa. I medici però devo ammettere che, rispetto all’impiegata, sono più propensi, come me, a trovare una soluzione che accontenti me e che non contrari troppo il sistema. Non vogliamo farlo arrabbiare. Ma non vogliamo nemmeno pagare, dato che è sempre il sistema ad avermi detto che ho un’esenzione e che non devo pagare.

Alla fine un po’ di arte dell’arrangiarsi all’italiana e filosofia hacker si vengono incontro e i due medici risolvono con un “trick” magico, inserendo la mia esenzione retrodatata come avevo proposto io. In teoria in questo modo il sistema non dovrebbe accorgersene. Noterà che io non ho pagato, eppure sono stato visitato, e a questo punto avrà due opzioni: o mandarmi a casa il ticket da pagare, o notare che io sono esente, solo che in questo secondo caso verrebbe fuori una specie di corto circuito (“deve pagare… ma non deve pagare”) e il sistema potrebbe esplodere. L’intero servizio sanitario nazionale dipende da me. Con questa consapevolezza, dopo la visita mi preparo a tornare a casa. Mentre esco penso di passare di nuovo dall’impiegata del centro prenotazioni per citarle il passo del saggio sull’hacking che nel frattempo ho trovato col cellulare e agitare il dito indice dicendole che avevo ragione io. Ma mi rendo conto che è una follia.

Se è vero che non si può correggere il sistema – ma “solo” aggirarlo e raggirarlo – è ancora più vero che non si può cambiare la mentalità di chi si sente deresponsabilizzato come individuo e indica lo schermo di un computer per dire “è il computer che dice così, non io”. Dunque la vera vittima di questa tragedia non sono io, e non lo sarei stato nemmeno se avessi dovuto pagare il ticket, ma la povera impiegata. Schiava di quello schermo che ha davanti a sé e di queste persone che intravede dietro un vetro spesso, che parlano attraverso un microfono con voce robotica, tutte uguali, tutte con le stesse richieste, gli stessi problemi, e allora ringrazio di poter tornare a casa mentre lei resta lì fino alle 18, in compagnia del sistema, giorno dopo giorno, col computer che le dice cosa fare e cosa non fare e con pazienti rompipalle che il ticket non lo vogliono proprio pagare.

L’immagine di copertina e le gif animate sono tratte da “2001, Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

Tutte le Modena che non sono Modena

Google Trends è uno strumento divertente offerto da Google per vedere cosa viene cercato nel mondo. Ad esempio possiamo vedere cosa i modenesi cercano con la parola “Modena”, e non solo avere quello che in tedesco si chiama Zeitgeist, ovvero spirito del tempo (come anche Google chiama la sintesi delle sue ricerche) ma anche uno sguardo su tutte le altre Modena, quelle Modena che non sono la nostra Modena.

Per i modenesi la parola “Modena” è associata nella maggior parte dei casi al cinema più frequentato della città – indovinate quale – al meteo, al principale giornale locale, e poi alla chiave di ricerca forse più in linea con lo spirito dei tempi: “modena incontri”, per cercare persone da conoscere tramite il web.

Vedi anche: Com’è Modena vista da lontano

Se si cambia regione Modena diventa invece una città dove andare a lavorare: nel Lazio e nelle regioni meridionali si cercano “case Modena”, “lavoro Modena”, “dpl Modena”, (Direzione Provinciale del Lavoro), “accademia Modena” (in particolare in Campania, tutti aspiranti cadetti) e “Napoli Modena”, che non è una partita di calcio ma la tratta ferroviaria per arrivare qua.

el-mo-logo

Fin qui, l’Italia. Ma all’estero cosa cercano quando cercano Modena? Gli americani sono la gioia del turismo e delle aziende del territorio, dato che cercano solo tre cose: “aceto balsamico”, “Ferrari” e “Ferrari for sale”. Insomma, nessuna sorpresa, ma per fortuna poi spunta una misteriosa “El Modena” e finalmente ci imbattiamo in una prima Modena che non è Modena (avevamo già visto quella bellissima Modena fantasma nello Utah).

El Modena è un’area intorno a una famosa scuola pubblica di Orange County, in California (zona che qualcuno forse ricorderà per la serie tv adolescenziale “O.C.”). E’ una zona di origine ispanico-messicana che non sembra avere molto a che fare con la nostra Modena. Sempre negli Stati Uniti troviamo una Modena in Pennsylvania, paesello di 500 abitanti circa conosciuto in passato come Modeville e poi, chissà perché, come Modena. Questa la caserma dei vigili del fuoco locali:

modena-pen

Poi ci sono numerose altre Modena negli USA, nel Missouri, nel South-Dakota, nel Wisconsin fino a una Modena NY, proprio nello stato di New York. Questa Modena si chiama così dal 1829 in onore della Modena emiliana.

In Serbia invece cercano Modena principalmente per tre motivi: c’è un’agenzia di viaggi che si chiama così (e che, a quanto pare, va molto bene, vista la mole di ricerche), poi perché sono interessati al Coolpad Modena, uno smartphone prodotto da un’azienda con sede in Cina, e poi a “Modena Novi Sad”, probabilmente non per il parcheggio, ma incuriositi da questa associazione tra Modena e la città serba con cui è gemellata e soprattutto perché a fine dicembre il Modena Volley ha conquistato la Champions League proprio a Novi Sad, battendo i serbi del Leg Vojvodina. Cos’avranno pensato i serbi cercando su Google e trovando un parco e un parcheggio?

In Norvegia invece cercano Modena principalmente per il modello di Ferrari che si chiama così, la 360 Modena, e poi per un negozio di mobili di Oslo che – chissà perché – si chiama come la nostra città. Mentre in Svizzera sembrano interessati – come gli americani – esclusivamente all’aceto balsamico e alle Ferrari.

In Croazia invece la Modena più cercata in assoluto è un ristorante: abbiamo controllato il menù e no, non ci sono tortellini o zampone – quindi nessun rischio di “degrado” della cucina italiana – ma stufato di cavolo, varie zuppe, bistecche e i “rizi bizi” che sembrano proprio i “nostri” risi e bisi veneti. La cosa non deve sorprendere dato che la Dalmazia in passato apparteneva a Venezia e dunque ha una cucina che risente dell’influenza veneta.

Concludendo il nostro viaggio attraverso le ricerche mondiali legate a Modena, scopriamo che per l’Argentina Modena è sinonimo di infissi in alluminio, in Indonesia di stufe e cucine, in Giappone di argilla e in Polonia di Ferrari e di unghie. L’avreste mai detto? Tutto questo (non) è Modena.

Ma dopotutto non si può essere sempre se stessi, anzi.

Come diceva Gozzano in un suo poemetto: ed io non voglio più essere io. Ecco, forse anche Modena ogni tanto vuole essere qualcos’altro, non solo accademia, balsamic vinegar e Ferrari 360. Non sarebbe bello svegliarsi domani e, solo per un giorno, trovarsi a Modena Pennsylvania, magari nella caserma dei vigili del fuoco, o a mangiare risi e bisi nel ristorante Modena di Zagabria?

Vedi anche: Le due città: qual è la vera Modena?

Storia di un albero: il leccio invisibile di Via Selmi

Nel centro di Modena c’è un albero strano. E’ nella lista degli alberi monumentali della città, solo che, a differenza dei normali monumenti, nessuno va a vederlo e fotografarlo come si fa con le chiese e le statue, né conosciamo con precisione la sua storia. Dopotutto – per quanto monumentale – è solo un albero. Non è nemmeno il più grande o il più vecchio in città, però è particolarmente bello.

E’ un leccio. Quercus ilex, questo il nome scientifico in latino. Ma forse è più bello e più poetico l’altro nome, Ilice nera, più adatto a questo sempreverde imponente e ombroso particolarmente amato dai classici greci e latini, che lo citavano spesso nelle loro opere. Per i greci il leccio era un albero dai poteri divinatori, perché attirava i fulmini e dunque era direttamente connesso con i piani superiori, diciamo così. Veniva consultato però solo per profezie funeste e funerarie e forse non a caso era consacrato alla dea Ecate, divinità degli inferi.

DSC_0307
Leccio del chiostro di S.Paolo, Modena. Qua in effetti sembra un po’ infernale.

Quello di via Selmi, per quanto ne sappiamo, non ha mai preso un fulmine in vita sua, almeno per ora. In confronto ad altri lecci quasi millenari (in Sicilia ce n’è uno che ha 700 anni) quest’albero è ancora un bambino: dovrebbe avere circa 120 anni. L’altezza è di circa 15 metri, il diametro della chioma di 30 metri e la circonferenza ad altezza d’uomo è di 270 cm. I rami sono molto lunghi, e infatti hanno richiesto l’intervento dei tecnici comunali, i quali, nel loro linguaggio poetico, mi spiegano che “vista la mole dei rami e la conformazione della chioma globosa, l’albero è stato sottoposto ad un consolidamento con cavi dinamici al fine di evitare rotture di branchee e scaricare la massa arborea”.

DSC_0306

Ma l’aspetto che rende interessante questo leccio è che si tratta di un albero invisibile. Si può vedere, si può toccare, ma pochi sanno dov’è, perché, a differenza degli alberi dei giardini pubblici, dei parchi o dei viali, questo è un albero nascosto. E’ chiuso all’interno di un edificio da oltre un secolo e, anche se siete modenesi, anche se abitate in centro, è possibile che non lo abbiate mai notato, nonostante sia senza dubbio uno degli alberi più belli della città.

Un modo di vederlo è dal cielo, come gli uccelli, o come le immagini satellitari di Google. Guardando dall’alto via Selmi, nel comparto San Paolo, all’interno del “chiostro del leccio”, si nota questa grossa macchia verde che occupa quasi interamente lo spazio.

mappa
Chiostro di S.Paolo, via Selmi. Sulla sinistra si nota anche il più piccolo “chiostro del platano”- Google Maps

Quando è stato piantato forse non avevano pensato che sarebbe cresciuto tanto. E’ come un alieno che lentamente, da oltre un secolo, si espande sempre di più, fino ad avere quasi del tutto occupato lo spazio dove si trova. E alieno, questo leccio, lo è davvero: si tratta di una specie “alloctona”, parola bellissima che “indica la non appartenenza di qualcosa o qualcuno al luogo di residenza”.

Allontanandosi per un attimo dal traffico della città, dal vociare dei passanti e dai clacson delle automobili, e trovandosi soli di fronte ad alberi così antichi e imponenti, capita di ritrovarsi a pensare sciocchezze. Ad esempio: “chissà quante ne ha visto questo leccio, sempre qua, immobile testimone di epoche che passavano una dopo l’altra”. Come no. Cosa può aver visto questo leccio del mondo?

Non tanto, diciamo la verità. E non perché non possieda gli occhi (anche se è vero, non li possiede); ma più che altro per la posizione in cui si trova. Chiuso dentro il chiostro di S.Paolo ha potuto osservare solo una piccola porzione di realtà del centro modenese, un po’ come spiare il buco della serratura da un altro buco della serratura. Intorno a lui, negli edifici che circondano il chiostro, ha vissuto per decenni un piccolo mondo antico, appartenente a una Modena abbastanza diversa da quella di oggi.

La storia del complesso di edifici di S.Paolo è lunga e travagliata e comincia alla fine del XII secolo. Per molti anni là dove si trova il leccio c’è stato un convento di monache che, dal 1816, si trasformerà nell’Educandato delle povere Zitelle. Di quel periodo si trova una gustosa descrizione nel libro Modena descritta da Francesco Sossaj, una guida alla città del 1841.

L’incipit è sintetico e favoloso:

modena1

Sossaj prosegue con lo stato della popolazione, anche qua sfoggiando un’estrema abilità di sintesi:

modena2

Poi si entra nella città, nelle sue vie, tra i monumenti, gli edifici e “gli stabilimenti eretti e le molte fabbriche inalzate di recente”, fino al capitolo dedicato all’ Educandato delle povere Zitelle, dove Sossaj descrive l’attività dell’istituto e la vita delle “miserabili”, non proprio il massimo dell’allegria:

Raccoglie di stabile soggiorno cento Zitelle dello Stato miserabili, scelte fra quelle che per inopia assoluta, o per altre circostanze, sono ritenute in necessità di nutrimento, e di educazione in ben diretto Conservatorio. […] Le Zitelle ammaestrate sono nei differenti lavori muliebri, e vengono addestrate a vicenda nelle diverse fatiche domestiche. I posti di maestre e di sotto maestre a soldo, si tengon riservate a favore di quelle fra le Educande che ne vengon giudicate più meritevoli per profitto e condotta. Vengono guidate al passeggio pei dintorni della Città, ed intervengono alle Processioni, sempre in corpo, vestite dei loro abiti uniformi.

Per l’uffiziatura della Chiesa, alcune Zitelle sono istruite ed esercitate nel canto Gregoriano. Fatte adulte, al presentarsi di soddisfacente accasamento, ed alle opportunità di qualche conveniente servizio, le Giovani escono dall’ Educandato provviste del corredo e del peculio che ciascuna si è accumulato col ben serbato prezzo dei proprj annui lavori.

Ora, l’età approssimativa del nostro leccio è di 120 anni, quindi è presumibile che a fine ‘800 o nei primi del ‘900 fosse già impegnato ad allungare i primi rami nel chiostro.

In questa foto lo vediamo ancora piccolo, nei primi anni ’30. Intorno, le allieve del convento durante gli esercizi di ginnastica, tutte con lo stesso taglio di capelli.

11284
Chiostro del leccio, anni ’30 – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

In quest’altra fotografia vediamo il cortile del leccio vuoto, con l’albero solitario protagonista. 

Chiostro del leccio, anni '30 - foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena
Chiostro del leccio, anni ’30 – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

Qui invece qualche anno dopo, quando, durante la Seconda guerra mondiale l’Educantato diventa una caserma provvisoria, com’era successo già durante la Prima guerra.

Chiostro del leccio, Seconda guerra mondiale - foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena
Chiostro del leccio, Seconda guerra mondiale – foto da Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena

L’edificio viene usato come caserma e ospedale fino alla fine della guerra, poi, nel 1948, dopo alcuni lavori di manutenzione dovuti anche ai danni bellici, ritorna in mano alle monache.

La didascalia dice “cortile interno dell’ospedale militare di riserva, sezione istituto San Paolo. Portici, logge, soldati in divisa, altri in manica di camicia, medici con il camice, infermiere, crocerossine, suora, sacerdote, cappellano militare, albero al centro di un’aiuola”. E’ molto bella perché l’albero viene citato assieme agli altri come in una vera foto di gruppo.

E questo invece è il leccio oggi, visto dallo stesso punto di vista, ma decisamente cresciuto:

DSC_0305

Sono passati decenni e il complesso di San Paolo si è trasformato varie volte. E’ diventato asilo nido comunale, scuola di infanzia, scuola elementare, ha ospitato e ospita uffici comunali, circoli ricreativi, facoltà universitarie, mostre e iniziative culturali, cambiando di volta in volta funzione, fino ai giorni nostri. 

Insomma, il mondo, o almeno quella piccola parte di mondo che è l’Italia, Modena, anzi il centro di Modena, è cambiato, ha visto guerre, bombardamenti e terremoti. Ma all’interno del chiostro non sembra essere successo molto. 

Di fronte a questo leccio, come sempre di fronte a un albero secolare, viene da pensare: era qui quando io non c’ero e sarà qui anche quando io non ci sarò più. Non è un pensiero triste. E’ prendere atto di “questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale” come lo chiamava Leopardi.

Quando noi non ci saremo, nel senso che saremo morti, questi alberi ci saranno ancora, perché vivono più a lungo di noi. E così sarà per il leccio di via Selmi. Almeno per un altro po’, a meno che qualche amministratore pazzo non decida di buttarlo giù, o che il Sole esploda distruggendo ogni cosa. A quel punto, quando non esisterà più niente, “un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso”.

La cucina modenese è amatissima dagli americani (ma sarebbe meglio di no)

Avvisiamo: le immagini che pubblichiamo sono per stomaci forti. E non pubblichiamo le peggiori. Vengono dalla pagina Degrado italo-americano, che ha iniziato postando fotografie di piatti italiani “rivisitati” dagli americani, ma ormai pubblica immagini provenienti da tutto il mondo. Piatti spacciati per tipici anche se nessuno in Italia li ha mai visti, versioni rielaborate da far svenire le nonne, “parmesan” come se piovesse e atrocità culinarie che fanno effettivamente inorridire. Dalla pizza con il panettone, al panino con gli spaghetti o alla geniale (e malvagia) pizza con spaghetti, la pizzaghetti. Ci sono anche alcuni esempi della cucina emiliana e modenese, amatissima dagli americani. Recentemente un giornalista americano l’ha definita addirittura la migliore cucina italiana. Eppure, all’estero, prende spesso vie inaspettate. Un esempio? La pizza con i tortellini:

pizza tortellini

Ecco, questa pizza esiste. Non è un fotomontaggio, non è un’allucinazione, esiste davvero. Per quanto vi potrà sembrare impossibile, la pizza con la pasta sembrerebbe abbastanza diffusa fuori dall’Italia.

Ma il piatto tipico di Modena, si sa, sono i tortellini in brodo:
tortellinibrodo

Interessanti anche nella variante “chicken & prosciutto tortellini soup”: una zuppa di tortellini con pollo, spinaci, carote e funghi. Chiamatele rivisitazioni creative, oppure incubi alimentari, come preferite.
tortellini soup

Ed ecco un altro classico emiliano: il gelato al parmigiano, probabilmente da abbinare al gelato al salmone.

gelato al pomodoro e parmigiano

Nonostante nei commenti qualcuno faccia notare che il gelato al parmigiano però si è visto anche a Modena e non solo (e più in generale che alcune di queste ricette potrebbero vedersi sui piatti di qualche chef star italiana, dato che il confine tra orrore e genio è labile…), la reazione della maggior parte degli utenti è di fastidio e addirittura di indignazione.

Il famigerato parmesan grano pandano

Il parmigiano in particolare, chiamato “parmesan”, è una delle vittime preferite dei produttori di alimenti pseudoitaliani. Praticamente qualsiasi formaggio all’estero può essere chiamato parmigiano o parmesan, motivo per cui i produttori del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano hanno protestato più volte. Addirittura la Coldiretti arrivò a dire che queste imitazioni fanno più danni del terremoto – riferendosi, ovviamente, ai soli danni economici. Oltretutto si tratta di brutte imitazioni, perché il nome è quello ma il formaggio è completamente diverso ed è più simile all’inglese Cheddar o all’Emmental svizzero.

Quella del Parmesan è uno dei tanti casi di “Italian sounding”, cioè qualcosa che suona italiano ma italiano non è, sfruttato a fini commerciali per vendere prodotti che evocano l’Italia e la tradizione culinaria italiana. Secondo dati del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italian Sounding ha un giro d’affari annuo di circa 54 miliardi di euro all’anno, cioè più del doppio delle esportazioni dei veri prodotti agroalimentari italiani. Il che vuol dire che il falso va più del vero e che – sempre secondo i dati del ministero – 2 prodotti su 3 venduti all’estero sembrano italiani ma non lo sono.

Come queste incredibili “lasagne classico tomatensaus grano pandano”, veramente da applausi:
grana pandano

Tutto ha avuto inizio con gli spaghetti alla bolognaise

Chiunque abbia mangiato qualche volta fuori dall’Italia avrà notato sui menù i mitici “spaghetti alla bolognese”, spesso storpiati in “buolognese” o “bolognaise” e mille altre varianti. E’ uno dei piatti simbolo americani, ma sono molto diffusi nelle trattorie e nelle case di tutta Europa. Si trovano anche nei supermercati, di solito venduti già pronti in barattolo, come gli altrettanto mitici “spaghetti with meatballs”, altra ricetta pseudo-italiana che spesso si confonde con la prima. Qui si possono vedere diversi esempi di ricette di spaghetti alla bolognese con polpette.

lilli-e-il-vagabondo

Come spiegato in questo articolo, in realtà pochi italiani li avevano visti se non nel cartone “Lilli e il Vagabondo” della Disney, ma sia gli spaghetti alla “bolognaise” sia gli spaghetti con le polpette sono comunque diventati uno dei piatti pseudo-italiani più famosi nel mondo. La probabile origine è nella cucina dei primi immigrati italiani negli USA. Sul nome, mistero. A Bologna si faceva il ragù, quindi forse le cose si sono un po’ confuse. La cosa buffa è che, mentre metà Italia si scandalizza per questo piatto inesistente, l’altra metà in realtà sostiene di averli sempre mangiati e che “mia nonna li ha sempre fatti così”, come si può leggere in questi commenti. L’origine di questo piatto resta dunque avvolta nel mistero.

Ma il marketing si adegua

Nonostante gli utenti italiani inorridiscano, questa cucina italiana alternativa, immaginaria, forse perfino visionaria, ovviamente non è sfuggita ai grossi marchi, che, se in casa parlano della grande tradizione italiana e della purezza delle ricette della nonna, all’estero – al riparo degli occhi dei puristi della Grande Cucina Italiana – si lasciano andare a combinazioni inedite e discutibili. Prendiamo il caso di Barilla, multinazionale della pasta con sede a Parma, simbolo del Made in Italy in campo alimentare, che all’estero si è adeguata ai gusti esotici più o meno italiani, proponendo ad esempio i classici spaghetti mais e fagioli…

prontopasta

E in generale altre ricette che di italiano e di tipico sembrano avere ben poco. Anche altri marchi – come Buitoni o Giovanni Rana – hanno le loro versioni di piatti italiani per i non-italiani. Sulle confezioni non mancano mai il tricolore e qualche parola italiana. Perché va bene la tradizione e l’eccellenza, ma business is business, o, come diciamo dalle nostre parti, pecunia non olet.

Un caso a parte invece sono i prodotti della Progresso, azienda del New Jersey specializzata in cibi in scatola, in particolare la pasta. Un esempio la “tradizionale” italian-style wedding, una zuppa con polpette, carote, spinaci, brodo di pollo e della pasta da minestra (in Italia si chiamano ditalini, loro li chiamano “Tubettini Pasta”). Se vi chiedete perché “wedding” è molto semplice: l’origine è la minestra “maritata” di origine napoletana. Il “progresso” li ha inscatolati e portati nelle cucine e nelle mense americane per un classico pranzo italiano.

dcs-279b_1z

Orgoglio nazionalista?

E’ vero che guardare piatti che conosciamo così bene in versioni cosi bizzarre ha un effetto straniante. Anzi perturbante, secondo la versione di Freud, ovvero un tipo di sentimento che “si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità”. Insomma sembra una pizza, la cara, famigliare pizza di ogni sabato, eppure… non è lei, è qualcosa che mi fa paura.

Sono sentimenti comprensibili, eppure viene il dubbio che forse stiamo un po’ esagerando. Leggendo i commenti di pagine come Degrado italo-americano si nota come il cibo sia diventato sempre di più una questione di vita o di morte, soprattutto per noi italiani. “Credevo che questo fosse il secolo del sesso, invece è il secolo della cucina”, una frase del grande attore Paolo Poli riportata in un interessante articolo dello scrittore Martín Caparrós dove si racconta proprio una serata sul cibo organizzata ai giardini ducali di Modena…

10847938_10206864080981301_8412958665727249458_n

In effetti, dietro l’ironia di alcuni commenti per un piatto di spaghetti fatto male (a volte, ammettiamolo, davvero molto male) si notano uno sdegno e una collera spropositata e perfino un improbabile orgoglio nazionalista, di solito ben nascosto. Come se l’attacco alla cucina italiana fosse un attacco al Paese intero. Toccatemi tutto ma non la pizza. Questo forse perché la maggior parte degli italiani sono realmente convinti che la cucina italiana sia la migliore del mondo e non ammettono che venga “violentata” in questo modo. Ma qui sorge un dubbio…

Forse anche noi facciamo la stessa cosa con le cucine degli altri?

Ovvero: anche noi amiamo sperimentare, in ristorante e a casa, le cosiddette “cucine etniche”, cioè provenienti da altre culture e altri paesi (a parte quelli che orgogliosamente dichiarano di mangiare esclusivamente tortellini e zampone tutti i giorni). Cucina giapponese, cinese, thailandese, messicana, argentina, tunisina e così via. Ma siamo sicuri di farla come si deve? Potrebbe esistere una pagina identica a Degrado italo-americano con i nostri patetici tentativi di fare sushi, nigiri, noodles, makroud e gazpacho andati male. Per parafrasare il proverbio, si rischia di sputare nel piatto dove mangiano gli altri senza guardare il proprio, convinti di essere sempre e comunque “i migliori”.

E se proprio volete saperlo, io gli spaghetti peggiori della mia vita li ho mangiati in una casa di studenti bolognesi.

Viva il buglione: lingue che muoiono e parole che risorgono

Sul nostro pianeta ci sono lingue che tra qualche anno non parlerà più nessuno perché i pochi che le sanno parlare moriranno. Secondo alcuni dati, oggi esistono circa 7000 lingue. La maggior parte degli esseri umani parla le lingue dominanti, circa 80, tra le quali regnano incontrastate il cinese, l’inglese, l’hindi, lo spagnolo e l’arabo. Solo queste cinque lingue sono parlate dall’80% degli abitanti del pianeta Terra.

Le altre migliaia di lingue e dialetti (sulla distinzione fra le due cose c’è una lunga discussione in corso da sempre, che qua saltiamo a piè pari) sono le cosiddette lingue minori, cioè parlate da una minoranza di abitanti, il restante 20%. E di queste, una buona metà è a rischio di estinzione. Esistono 357 idiomi che oggi vengono parlati da meno di 50 persone, e ogni anno ne sparisce qualcuno. C’è anche chi parla fischiando, qui ad esempio si può sentire e leggere un’intera conversazione tra due contadini.

Un "dottore" Kallawaya
Un “dottore” Kallawaya

Ma perché è grave se una lingua muore? Intanto, con la scomparsa di una lingua se ne va spesso anche una cultura, una tradizione, e anche un patrimonio di competenze. E’ il caso, ad esempio, del Kallawaya, lingua iniziatica boliviana che custodisce il sapere tradizionale della popolazione Kallawaya: se sparisce la lingua, spariscono anche le loro conoscenze delle piante medicinali.

Altro aspetto di solito meno considerato, perché apparentemente poco rilevante sul lato pratico, è che la scomparsa di una lingua significa anche la scomparsa di concetti astratti molto specifici che nessuno sarà più in grado non solo di dire, ma anche di pensare. Idee che possono essere dette solo in una lingua e non in un’altra, o che difficilmente possono essere tradotte (un esempio noto è il termine tedesco “schadenfreude”, ovvero “provare piacere per la sfortuna degli altri”, presente in molte altre lingue come unica parola).

Inoltre, come scrivono sul National Geographic, “studiando le varie lingue aumentiamo anche la capacità di capire come  gli umani comunicano e acquisicono la conoscenza. Ogni volta che una lingua muore, si perde una parte del quadro di ciò che il nostro cervello è in grado di fare”.

Questo, che per molti non rappresenta nulla di grave ma anzi un banale effetto collaterale del progresso dell’umanità a una sorta di “selezione naturale” tra le lingue – infatti spesso quelle minori vengono inglobate da quelle dominanti – per molti altri invece è un fatto gravissimo e si fa di tutto per evitarlo. Perché si considera la varietà linguistica e la diversità culturale come una ricchezza fondamentale per il patrimonio dell’umanità, così come consideriamo – o almeno lo considera la maggior parte di noi – importante salvare dall’estinzione alcune specie animali per tutelare il patrimonio naturale del pianeta e la famosa “biodiversità”.

Il quagga, sottospecie estinta della zebra.
Il quagga, sottospecie estinta della zebra.

L’Italia in particolare è un paese di dialetti e lingue minori. I dialetti oggi si parlano meno rispetto al passato ed è sempre più frequente l’uso frammisto di italiano e dialetto, perfino in regioni dove la parlata locale è a tutti gli effetti una lingua, come la Sardegna (i sardi chiamano il sardo “sa limba”, cioè “la lingua” – ma anche su questo ci sono infinite discussioni e anche qua, oplà, saltiamo a piè pari). Ma i dialetti sono comunque tanti e all’interno di ogni regione se ne trovano decine di varianti diverse, che spesso cambiano completamente da paese a paese, praticate sia in contesti famigliari sia con estranei o sul lavoro. Pensiamo al Veneto, ad esempio, probabilmente la regione dove il dialetto è più diffuso e più che convivere parallelamente alla lingua italiana, la sostituisce.

Ma anche in Italia, paese così ricco di varietà linguistiche, ci sono le minoranze a rischio. Alcune famose come il friulano, il ladino, ma anche l’occitano, il provenzale, il patois, o varianti dell’albanese parlate in Calabria o del croato in Molise; o ancora il catalano in Sardegna (ad Alghero, dove il catalano è usato ufficialmente anche dal Comune per cartelli e strade), e perfino il greco nella cosiddetta Grecia Salentina, isola linguistica pugliese, oppure il cimbro, una lingua di ceppo germanico parlata nel Trentino e anche in Veneto.

Una bella famiglia ladina.
Una bella famiglia ladina.

Ma allo stesso tempo, anche all’interno dell’italiano, intesa come la lingua ufficiale della nazione Italia – basata sul fiorentino letterario del 1300, ricordiamo, nonché tra le prime 25 lingue del mondo per numero di madrelingua – esistono parole destinate a estinguersi. Per alcune è troppo tardi: si sono già estinte e quasi nessun italiano, sentendole, saprebbe non solo assegnare loro un significato, ma anche solo riconoscere che si tratti effettivamente della propria lingua e non di una lingua immaginaria.

Uzzolo, buglione, burbanza, traccheggio, zinzino, salapuzio: vi dicono qualcosa? Probabilmente no, eppure sentite che belle, sentite come suonano bene, come sembrano dire qualcosa, come sembrano vive nonostante siano a tutti gli effetti morte perché non più utilizzate – o quasi.

Zinzino ad esempio nel suo suono contiene già il suo significato: provate a pronunciarla e vedrete che vi verrà spontaneo il modo corretto di usarla e la parola riprenderà vita. Non vorreste giusto uno zinzino di qualcosa? Forse la minestra è perfetta così, ma non aggiungereste uno zinzino di sale? Giusto uno zinzino, oppure, addirittura, uno zinzinino?

Questa intuizione è alla base del progetto dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (URPS), che si presenta come “ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra”. La sua fondatrice, Sabrina d’Alessandro, se ne occupa dal 2009, recuperando parole italiane dimenticate, a volte talmente strane e talmente lontane dall’italiano di oggi – in continua evoluzione, come sappiamo – da suonare come parole di un’oscura minoranza linguistica straniera, di qualche etnia lontanissima da noi, una di quelle lingue parlate da poche persone viventi. Un italiano straniero, insomma.

uzzolo

In effetti basta poco perché la nostra stessa lingua ci appaia aliena. Ad esempio, qualche tempo fa parlavo con una cantante dell’est Europa, grande appassionata di opera fin da bambina. Nel suo paese d’origine, la Croazia, ascoltava le opere italiane di Verdi, Rossini, Puccini, imparandole a memoria ma ignorandone completamente il significato. Decise così di imparare quella lingua che l’affascinava tanto proprio partendo dai suoi libretti d’opera preferiti, cercando sul dizionario il significato dei vocaboli che cantava.

Quando poi si è trasferita in Italia, a Modena, pensava di poter parlare perfettamente l’italiano, dato che l’aveva imparato con tanta passione attraverso il canto lirico. Ma L’italiano che conosceva lei nel frattempo era morto: usava solo il passato remoto e termini ormai scomparsi, in pratica parlava come un librettista dell’800. Mi raccontò di quanto fu difficoltoso discutere e firmare il contratto d’affitto per l’appartamento utilizzando l’italiano imparato con le arie di Verdi e Puccini. Per il proprietario della casa quello era un italiano piuttosto bizzarro e lei, straniera doppiamente straniera, le appariva come un’aliena.

Alcune in effetti sembrano davvero parole aliene: risquitto, daddolosa, suzzacchera, papocchione, gorghiprofondo: sono tante le parole che l’Ufficio resurrezione recupera e diffonde, non solo per puro gusto conservativo, museale, archivistico (come il bellissimo sito ufficiale dell’Ente farebbe pensare), ma anzi, tutto al contrario, per riportarle in vita, farle risorgere facendole risuonare.

PastedGraphic-1

E qui sta l’originalità dell’intuizione di Sabrina d’Alessandro – autrice anche del volume “Il libro delle parole altrimenti smarrite” edito da Rizzoli -, e cioè sfruttare l’aspetto ludico di questi termini così buffi e desueti (ricordiamo che anche desueto è un termine desueto, anche se non ancora estinto) e la loro “capacità di far risuonare la realtà in modo diverso”.

Ogni anno nei dizionari italiani vengono aggiunte nuove parole che in realtà ci suonano fredde, quasi imposte. Parole che vengono usate più che altro dai giornalisti nei titoli di giornali, ma raramente dalla gente nelle conversazioni quotidiane. Neologismi e anglicismi che dovrebbe essere espressioni di una realtà che cambia, ma che nascono già vecchi e che di fatto pochi o nessuno usano realmente. Termini come “downloadare” invece del più utilizzato scaricare, “svapare”, che sarebbe l’atto di fumare la sigaretta elettronica, twittare, selfare (cioè fare un selfie), tutti termini inseriti negli ultimi anni nei dizionari. O perfino phablet. Giuro, è stata inserita la parola phablet nei dizionari, per ora solo tra i neologismi. Non è il nome di un profeta ebraico ma l’unione tra smartphone e tablet.

La Treccani cita come fonte un articolo di Repubblica del 2013, che diceva così:

“Il termine è nuovo, ma è meglio impararlo subito. Perché quella dei “phablet”, che potremmo tradurre con “tabletfonini”, rischia di essere una vera e propria invasione […] qui si parla di dispositivi che sono una via di mezzo fra smartphone e tablet”.

Ora siamo nel 2015, i giornalisti due anni fa ci consigliavano di imparare subito questo termine, e noi l’abbiamo imparato, ci siamo esercitati ogni giorno a ripeterlo; ma a oggi, siamo sinceri, l’invasione di questo termine sembra lontana.

Gli oggetti esistono e sono venduti, ma non sentiamo in continuazione qualcuno parlare di phablet o tabletfonini (e tantomeno delle varianti “phonablet” e “phonevlet”, in teoria esistenti). Tanto che Amazon, che diamo per scontato sappia bene quello che fa quando si parla di vendere, continua a usare il termine “smartphone” o “tablet” nelle sue inserzioni e molto raramente “phablet”.

Svapate pure, tranq.
Svapate pure, tranq.

Ma l’Italia sembra avere una vera passione per neologismi e anglicismi e ogni anno i giornali presentano entusiasticamente le nuove parole inserite nel dizionario. Parole che, in molti casi, non sentiremo e non leggeremo mai più, se non – di nuovo – sui giornali. E capita anche che si generi un ciclo paradossale in cui 1) il termine non viene ancora realmente usato, 2) i giornali ne parlano come di una nuova parola che tutti usano e 3) la gente finisce per iniziare a usarla davvero: praticamente una profezia che si autoavvera. Nel frattempo alcuni vecchi termini scompaiono e finiscono nel dimenticatoio, nel cimitero delle parole che non si usano più.

E allora? E’ davvero un peccato? Per noi sì. Non si tratta di un moto di fastidio per il “nuovo” o peggio per un’assurda fedeltà linguistica alla cara vecchia lingua di una volta, o ancora per un nazionalismo spinto che non accetta le parole straniere. Si tratta più semplicemente di considerare di fondamentale importanza la varietà linguistica come espressione della ricchezza culturale del pianeta. In Italia per ogni parola “nuova” (di solito inglese) che appare, molte altre “vecchie” muoiono in solitudine. E noi, che ci siamo dimenticati del buon vecchio buglione, ci ritroviamo a “whatsappare”, ignorando che molto probabilmente appariremo ridicoli tra un paio d’anni, esattamente come oggi ci fa ridere il gergo dei paninari degli anni ’80.

Ma l’Italia è soprattutto il paese dove le parole non si traducono ma si importano così come sono: più che inglobarle, ne veniamo inglobati.

Ad esempio tutti ricordano sempre che i francesi chiamano “ordinateur” il computer, ma in realtà anche gli spagnoli lo traducono in “ordenador” o “computador” e se si guarda la voce di Wikipedia sul computer si scopre che praticamente in tutto il mondo la parola viene tradotta e che l’Italia è tra i pochi paesi a chiamarlo esclusivamente computer, senza sinonimi e varianti. Idem per il mouse, tradotto in quasi tutte le lingue, mentre è inesistente un sinonimo italiano (a meno che non vogliate fare gli eroi e decidere di chiamarlo “topo”). Ma che dire, ormai è andata così, inutile lamentarsi.

tumblr_nh758i6s6a1u1x3ooo3_1280

La cosa che però ci intristisce è che mentre aggiungiamo al nostro vocabolario parole di altre lingue o neologismi che non useremo mai, si estinguono simpatici vocaboli come pampinoso, magnolino, schiribilloso, ruzzaiolo, struggimondo o guastapagnotte. Parole morte, eppure vive ed evocative, dunque degne di essere riportate in vita. Ed è appunto questo che fa Sabrina d’Alessandro con l’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.

Lo fa da anni in vari modi, sfruttando l’aspetto ludico e anche le potenzialità espressive e visionarie delle parole smarrite e la loro presa sul nostro immaginario. LogoUfficioResurrezioneNon siete d’accordo? Non pensate che schiribilloso sia un termine assolutamente schiribilloso? La D’Alessandro ne è convinta e per questo continua nella sua opera di risurrezione: l’ha fatto con i disegni, con il libro, con il sito dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (opera d’arte a sé), oppure “oggettificando” alcune parole perdute, cioè costruendo delle opere che le rappresentassero, come si può vedere nel Dipartimento Oggettificazioni.

Nuova tessera nel mosaico di questo vasto progetto è la performance “Parole Scilingue per Quadri Trappola” che si terrà sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena nell’ambito della mostra “Daniel Spoerri Eat Art in transformation”. Le parole scelte provengono dalla cultura alimentare e, attraverso un rituale artistico, verranno riportate in vita, servite, illustrate e cantate dalla D’Alessandro, con l’aiuto del mimo Antonio Brugnano, la chitarrista Paola Brani e il soprano Alice Lombardi.

Purtroppo sono costretto a usare il banale e abusato termine “performance” perché non me ne viene in mente uno migliore in italiano. Chissà, forse c’è qualche parola scomparsa che andrebbe benissimo, o forse si potrebbe fischiare. Oppure potremmo complicare ulteriormente le cose utilizzando non la parola ma una delle definizioni di performance presa dal dizionario:

“Esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile”.

Ecco, sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena ci sarà un’esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile. Vi invitiamo a partecipare.

  • “Parole Scilingue per Quadri Trappola ” di Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.
  • Sabato 21 novembre 2015, doppia performance ore 18.00 e ore 19.00
  • Alla Galleria civica di Modena presso la sala grande di Palazzo Santa Margherita, Corso Canal Grande 103.

Vedi anche: Babbo Natale Girls: quando tradurre è dire qualcosa di completamente diverso

Gli ultimi saranno gli ultimi: la sanità emiliana forse non è così virtuosa e accogliente come si dice

La sanità dell’Emilia-Romagna è una sanità includente, che tiene conto di tutti, che non lascia indietro nessuno e che assicura il diritto fondamentale di tutte le persone a essere curate?

Teoricamente sì, praticamente no, non sempre. E’ una regione considerata per molti motivi virtuosa e particolarmente accogliente, ma ci sono alcuni lati oscuri, in particolare nel suo sistema sanitario regionale, considerato uno dei migliori del Paese. Capita ad esempio che un migrante o un italiano senza fissa dimora debba pagare il ticket, perché così prevede la legge regionale: non potendolo pagare, non si cura e si aggrava. O che a persone con patologie gravi venga detto: non puoi curarti perché non hai la tessera sanitaria. O ancora che i cittadini rumeni o bulgari non possano avere il pediatra di libera scelta. Questo perché numerose barriere burocratiche spesso impediscono ai medici di curare le persone, in particolare gli ultimi, gli emarginati, che siano migranti o italiani senza residenza.

Sono alcune delle situazioni riportate dal dottor Giuliano Venturelli, che da 25 anni gestisce a Modena l’ambulatorio medico di Porta Aperta, convenzionato con l’Usl e rivolto a persone di passaggio o stranieri senza tessera sanitaria. Venturelli avanza accuse gravi nei confronti del sistema sanitario regionale, motivo per cui ci riserviamo di ottenere a breve una replica da parte della Regione Emilia-Romagna.

[quote_box_right]”In Emilia-Romagna c’è stata una regressione spaventosa, un calo di valori etici nelle istituzioni che a me come medico preoccupa molto”[/quote_box_right]“Noi siamo volontari, operiamo gratuitamente per l’Usl, ma lo facciamo con unico scopo, che forse alla Regione non hanno capito: perché crediamo nell’universalità del diritto alla salute” spiega il medico. “Le istituzioni forse non sono d’accordo con questo punto, dato che la normativa regionale va in senso contrario. Noi continuiamo il nostro lavoro: l’ambulatorio è aperto ogni mattina dal lunedì al venerdì e anche un pomeriggio a settimana, visitiamo chiunque, diamo anche i farmaci, tutti hanno accesso alle cure. Questo grazie all’operato di decine di medici volontari che si sono succeduti negli anni. Eppure basta un nonnulla perché certi diritti della persona spariscano. Ci sono barriere burocratiche che portano a situazioni in cui semplicemente il malato non può essere curato”

Colpa della legge o colpa delle persone?

“La nostra è una legislazione molto avanzata, direi che sia una delle migliori d’Europa per quanto riguarda il diritto della salute per tutti. Questo in teoria. Nella pratica c’è un grosso problema: soprattutto negli ultimi anni e, mi dispiace dirlo, proprio nella nostra regione – l’Emilia-Romagna – c’è stata una regressione spaventosa, un calo di valori etici nelle istituzioni che a me come medico preoccupa molto. C’è un problema di disparità: è un sistema sanitario regionale che discrimina e che non assicura il diritto fondamentale della persona alla salute”.

Come si è arrivati a questa situazione?

“Guardi, io seguo l’ambulatorio di Porta Aperta dal 1990, dalla fondazione. Il nostro è un ambulatorio di medicina generale convenzionato con l’Usl, ed è un punto di forza della città di Modena. Infatti non tutte le città hanno un ambulatorio che offre gratuitamente a tutte le persone le cure mediche, e questo avviene grazie all’opera dei medici volontari. C’è però un grosso problema con le istituzioni regionali. Come ci siamo arrivati? A Modena il fenomeno migratorio è iniziato negli anni ’90, e all’epoca, nonostante l’articolo 32 della Costituzione che lega il diritto alla salute alla persona e non alla cittadinanza, i migranti irregolari, cioè quelli senza permesso di soggiorno, non avevano diritto a nessun tipo di assistenza medica, se non quella del pronto soccorso.”

Cioè potevano essere curati solo in caso di urgenza?

[quote_box_right]”Noi potevamo visitarli, ma poi non potevamo dirgli: ecco, ora vai a comprarti le medicine”[/quote_box_right]”Esatto, solo interventi di urgenza o emergenza, che però non possiamo definire un’assistenza medica di base. Quindi in quel periodo, dagli anni ’90 fino agli anni 2000, eravamo in grandissima difficoltà. Io chiamavo l’ambulatorio ‘il lazzaretto di Modena’, perché vedevamo stranieri, ma anche italiani in difficoltà – senzatetto, tossicodipendenti, malati di Aids – a cui veniva negata l’assistenza del servizio sanitario. Noi potevamo visitarli, ma poi non potevamo dirgli: ‘ecco, ora vai a comprarti le medicine’. Perché parliamo di persone che vivono in strada, senza alcuna fonte di sostentamento. Infatti noi forniamo ai nostri pazienti anche i farmaci.”

Poi dal 2000 cos’è cambiato?

“La legge 298 del 1998 ha istituito il diritto alle cure anche ai migranti irregolari. Quindi ha esteso il principio già esposto nella Costituzione nell’articolo 32. In teoria questo farebbe della nostra legislazione una legislazione molto aperta, molto includente… Tuttavia non è così. E non è così in particolare nella nostra Regione. Infatti al momento noi siamo un po’ in lotta con le istituzioni regionali proprio per questo motivo.”

Perché il sistema sanitario regionale dell’Emilia-Romagna non è includente?

[quote_box_right]”L’accordo Stato-regioni è stato firmato da Vasco Errani. 15 regioni l’hanno sottoscritto, mentre in Emilia-Romagna non è ancora stato accettato”[/quote_box_right]”Nel 2012 è stato fatto un accordo Stato-regioni perché si è visto che in tutta Italia – dato che in pratica non esiste più il servizio sanitario nazionale ma esistono i vari servizi sanitari regionali – le regioni si comportano come credono e c’era una disparità di norme per l’assistenza ai migranti. Quindi si è fatto questo accordo firmato da Vasco Errani, all’epoca presidente della Regione e presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, questo prima che si dimettesse ovviamente. In questo accordo venivano risolti molti problemi e infatti 15 regioni l’hanno sottoscritto, mentre in Emilia-Romagna – paradossalmente, dato che l’accordo era stato firmato proprio da Errani – non è stato ancora accettato. Dal punto di vista pratico questo rappresenta tutta una serie di problemi contro i quali noi combattiamo ogni giorno.”

Che tipo di problemi?

“Queste persone che arrivano con i barconi e vengono inviate anche nella nostra città, hanno la tessera sanitaria, prevista dalla legge, che si chiama STP (Straniero Temporaneamente Presente). Con questa tessera non hanno diritto a un medico di famiglia, ma in questo caso siamo noi il loro medico, ad esempio l’ambulatorio di Porta Aperta per quanto riguarda la realtà modenese. Tuttavia devono pagare il ticket. Questa è una cosa assurda. Cioè se noi li visitiamo – gratuitamente – e facciamo la prescrizione di un esame o di una visita specialistica, loro devono pagare il ticket.”

Ma dunque un italiano appartenente a una fascia di reddito bassa è giustamente esente da ticket. Invece un migrante in possesso di questa tessere sanitaria provvisoria lo deve pagare?

“Sì. Un migrante che dorme fuori, per strada, che magari mangia una volta ogni tanto alla mensa Caritas, deve pagare il ticket. Purtroppo vivendo così per strada capita di ammalarsi e capita che siano necessari degli esami del sangue, esami di laboratorio, ad esempio una radiografia perché magari è caduto, o una visita specialistica. Ecco, loro devono pagarla. E questo in Emilia-Romagna.”

E non potendolo pagare che succede? Cosa fanno?

“Non potendolo pagare non fanno questi esami. Quindi le patologie si trascurano, si aggravano, di conseguenza vengono ricoverati in ospedale d’urgenza e a quel punto sono costi esorbitanti per il servizio sanitario regionale. Quindi dietro questa negazione di diritto, un diritto alienabile della persona umana, non c’è nemmeno una logica economica, del tipo ‘non abbiamo le risorse, allora agli extra comunitari facciamo pagare il ticket’. Non è così, perché poi in realtà lo Stato spenderà di più quando la persona si sarà aggravata.”

visita-pediatra

[quote_box_right]”La regione ha detto: va bene, diamo i pediatri di libera scelta a tutti i bambini extracomunitari ma non ai rumeni e bulgari. Leggi che io definisco razziali.”[/quote_box_right]”Un’altra cosa scandalosa che riguarda l’Emilia-Romagna è questa: nell’accordo Stato-regioni era stabilito che tutti i bambini figli di migranti irregolari, cioè non in possesso di permesso di soggiorno, avessero il pediatra di libera scelta. Ecco, la Regione ha definito che questo vale per tutti i bambini extracomunitari irregolari, ma non per i nei-comunitari. Infatti, per complicare ancora le cose, ci sono anche i neo-comunitari, che sarebbero i rumeni, i bulgari, i polacchi, che non sono più extracomunitari e quindi non hanno più certi diritti perché ora fanno parte della Comunità europea. Il risultato è che si trovano in una situazione di svantaggio totale. La regione ha detto: ‘va bene, diamo i pediatri di libera scelta, a tutti i bambini extracomunitari ma non ai rumeni e bulgari’. Leggi che io definisco razziali. Solamente perché appartengono a una certa razza non possono avere i pediatri di libera scelta. È una discriminazione assurda.”

Questo cosa comporta? Come fanno queste famiglie?

“Questo vuol dire che quando si ammaleranno andranno in ospedale, al pronto soccorso, quindi maggiori costi, e soprattutto una mancanza di tutela, una mancanza di un diritto che, almeno ai bambini, sarebbe doveroso offrire. Guardi, questo è uno sfogo mio personale perché da anni sto combattendo contro queste cose, e devo dire che la cosa non è in mano neanche tanto ai politici ma più ai tecnici della Regione che hanno preso questa linea… E continuano così nonostante in Emilia-Romagna il 90% dell’assistenza agli extracomunitari il Servizio sanitario l’abbia demandato ai nostri ambulatori, cioè quelli di volontariato sociale che operano gratuitamente. Eppure non ci ascoltano quando solleviamo questi gravi problemi di disuguaglianza e di negazione di diritti fondamentali della persona. Una situazione assurda, perché la legislazione è avanzata, ma non viene applicata. E alle volte non viene applicata volutamente.”

E secondo lei perché? Eccesso di burocrazia? Non conoscono la situazione reale delle cose?

[quote_box_right]”Non risparmi se non curi le persone prima, se non offri la possibilità di essere seguiti da un medico e di poter fare gli esami di laboratorio gratuiti.”[/quote_box_right]”Mah, anche, forse. Guardi, abbiamo avuto vari incontri a livello regionale, anche con il responsabile delle politiche sanitarie della Regione. Io da medico penso al problema da un punto di vista etico, deontologico. Io vedo ad esempio donne malate di tumore al seno a cui viene detto ‘o paghi oppure, mi dispiace sei stata sfortunata, ti tieni il tuo tumore’. Ovviamente non in questi termini, però ti dicono: se non porti la tessera sanitaria non possiamo fare niente. Il risultato è lo stesso. Oppure malati di Aids, anche italiani, senza fissa dimora, a cui viene detto “tu non hai la residenza quindi non ti possiamo più dare i farmaci antiretrovirali. Malati di epilessia, malati di diabete a cui viene detto ‘no mi dispiace, se non hai la tessera non possiamo più darti l’insulina’, e così via. Parliamo di patologie importanti, insomma.”

0001palazzo_regione_IMG_0215_d0

Perchè in Regione ignorano queste cose?

[quote_box_right]”Sono persone così, che vivono nei loro uffici, nei loro piani alti e non hanno il contatto con la realtà”[/quote_box_right]”Non me lo so spiegare nemmeno io. Da un punto di vista etico c’è il silenzio assoluto. Ma non c’è nemmeno un discorso di risparmio, questo lo sanno anche loro. Perché non risparmi se non curi le persone prima, se non offri la possibilità di essere seguiti da un medico e di poter fare gli esami di laboratorio gratuiti. Questo lo sanno tutti, dal primo medico all’ultimo dirigente. Poi sono assolutamente autoreferenziali, il responsabile regionale dice: ‘ma no, non è vero, non c’è questo problema’, perché sono persone così, che vivono nei loro uffici, nei loro piani alti e non hanno il contatto con la realtà. Noi ambulatori siamo in rete, una rete che appartiene alla SIMM, Società italiana medicina delle migrazioni, che riunisce tutti i laboratori Caritas e anche di altre associazioni di volontariato laiche che operano a favore dei migranti, e noi come rete solleviamo il problema, l’abbiamo fatto più volte e continuiamo a farlo.”

Risultato?

“Nessuno. Dovrebbero ascoltarci ma semplicemente non lo fanno: non ci ascoltano. In questi giorni ci rincontriamo come rete di ambulatori proprio perché vogliamo chiedere ancora un incontro politico con la Regione, ma anche con il sindaco, qua a Modena, perché si devono assumere la responsabilità di certe scelte politiche dove si negano diritti costituzionali, diritti fondamentali della persona.”

A proposito di situazioni paradossali: lei sa che se io pubblico questo articolo appariranno poi commenti dove si dice “ecco, voi pensate agli stranieri e non agli italiani”. A lei capita di sentirsi dire questa cosa?

[quote_box_right]”Di fronte a un migrante che si presenta al pronto soccorso, grave, io sfido chiunque a dire: no, non curiamolo, non ha diritto perché ruba il posto a un italiano”[/quote_box_right]”Sì, certamente. Cosa si risponde a questa domanda? Si risponde che è un diritto costituzionale, quindi se si vuole dire “non possiamo curare i migranti sul nostro territorio” allora bisogna cambiare l’articolo 32 della Costituzione, che invito tutti a leggere. Poi bisognerebbe cambiare la legge Turco-Napolitano del ’98. Questo per dire che sono diritti costituzionali e leggi dello Stato che dicono molto semplicemente che tutti vanno curati. E poi tengo a precisare due cose, a chi pensa “ma così togliamo posti agli italiani”: o li facciamo morire per strada, calpestando il loro diritto a essere curati, e diventiamo come l’America, oppure, se vogliamo risparmiare veramente nella sanità, dobbiamo offrire loro le cure primarie. A tutti. Quando di fronte a un migrante che si presenta al pronto soccorso, grave, io sfido chiunque a dire: “no, non curiamolo, non ha diritto perché ruba il posto a un italiano”. È un problema di coscienza.”

In sostanza vorrebbe dire “lasciatelo morire”…

“In pratica sì. Diventerebbe come negli Stati Uniti, paese avanzatissimo, dove la persona che non ha l’assicurazione non accede alle cure, cosa di una gravità enorme. Mentre per noi italiani il servizio sanitario è uno dei nostri fiori all’occhiello, proprio perché ha le caratteristiche, in teoria, dell’universalità delle cure: tutte le persone hanno diritto a essere curate, tutte. Solo questo fa risparmiare. Teniamo presente che il Servizio sanitario nazionale costa il 7% del PIL, contro una media del 10-12% delle altre nazioni europee. Quindi siamo il Servizio sanitario più virtuoso e con i migliori risultati. La vita media degli italiani è tra le più alte d’Europa. Non c’è un vero problema di risorse. E’ un problema che viene cavalcato da una certa parte politica.”

Solo da una certa parte politica o anche da altre? Sono temi cari ad esempio alla Lega, anche qua in Emilia, eppure a governare non è la Lega mi pare…

[quote_box_right]”I migranti nelle regioni leghiste non pagano il ticket e i problemi che ci sono in Emilia-Romagna non ci sono in Veneto e non ci sono in Lombardia.”[/quote_box_right]”Infatti. Io le posso dire che le regioni a guida leghista, vedi Veneto e Lombardia, il codice X01, cioè l’esenzione da ticket per stranieri, è assodato. Cioè i migranti nelle regioni leghiste non pagano il ticket e i problemi che ci sono in Emilia-Romagna non ci sono in Veneto e non ci sono in Lombardia. Perché? Probabilmente perché gli amministratori di quelle regioni sanno che per risparmiare in ambito sanitario non si può negare il diritto alla salute a tutte le persone presenti, cioè anche ai migranti, perché se no i costi sanitari aumentano. Quindi probabilmente non lo fanno per dei valori etici, questo non lo possiamo sapere, ma per un mero discorso economico.”

Dal suo osservatorio dell’ambulatorio di Porta Aperta come ha visto cambiare i pazienti a Modena in questi anni che abbiamo ripercorso, dalle prime grosse migrazioni degli anni ’90 a oggi?

“Sicuramente è cambiata la tipologia di migranti, ci sono state varie ondate… Negli anni ’90 gli albanesi, i kossovari, poi verso il 2000 un grosso afflusso delle cosiddette badanti, che all’epoca erano quasi tutte irregolari per cui non potevano accedere alle cure mediche del servizio sanitario e venivano nel nostro ambulatorio. Oggi invece le nazionalità maggiormente rappresentate sono quelle dell’area del Maghreb, Marocco e Tunisia. Subito dopo direi la comunità sub-sahariana cioè Ghana e Nigeria. Una piccola percentuale di italiani e paesi dell’est, mentre in questi ultimi mesi abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno migratorio in città con il progetto Mare Nostrum e l’arrivo di un migliaio di migranti, quelli dei barconi di Lampedusa. Alcuni sono stati inviati a Modena e le nazionalità sono varie, Somalia, Eritrea, area equatoriale, Guinea, Costa d’Avorio.”

Vedi anche: Cosa succede se devo curarmi i denti ma non ho i soldi per farlo?

Cosa succede se devo curarmi i denti ma non ho i soldi per farlo?

“L’amore vince  tutte le cose, tranne la povertà e il mal di denti”
(attribuita a Mae West)

I denti, si sa, sono importanti per vari motivi: oltre alla funzione principale – cioè quella meccanica di triturare i cibi prima di inghiottirli garantendoci così una più facile digestione – c’è anche un aspetto sociale da non sottovalutare. I denti sono un biglietto da visita. Se vi manca un dente, un incisivo o un canino, difficilmente vi verrà voglia di sorridere davanti agli altri. Nel nostro immaginario l’assenza di denti è indice di passato, di povertà, di quando i denti non si curavano e poi non restava che farseli togliere.

Le cose oggi sono cambiate. Per molti, ma non per tutti. Capita di nuovo di vedere persone, anche molto giovani, con alcuni denti mancanti. Persone che non vedono un dentista da anni o che addirittura non l’hanno mai visto. E oltre ai dolori fisici che i denti possono provocare, ci sono quelli psicologici, altrettanto fastidiosi: guardarsi allo specchio e avere una conferma di essere in difficoltà, di aver perso dei pezzi. Una brutta sensazione a ogni età, ma terribile soprattutto per i giovani, cioè per chi i denti dovrebbe averli ancora tutti interi.

Pensate di fare un colloquio di lavoro così, o di uscire con un ragazzo o una ragazza che vi piace. Spesso si inventano delle scuse, si dice che si sta per intervenire, che il medico era in ferie, si rimanda, ma il tempo passa e i denti peggiorano e il sorriso rimane così, spezzato. Si inizia a nasconderlo o, peggio, si inizia a evitare gli altri, e quel dente in meno diventa simbolo di una emarginazione sociale che, come abbiamo visto, porta i poveri ad essere sempre più poveri, sempre più lontani da un riscatto sociale.

Secondo dati Istat in Italia, dal 2005 al 2013 gli italiani sono andati meno dal dentista: le visite sono diminuite del 30%. Inoltre, le cure odontoiatriche sono quasi del tutto a carico dei privati: la spesa pubblica è al 5%, mentre il resto, il 95%, è totalmente a carico dei privati. Se si rinuncia alle cure spesso è per motivi economici, in particolare al Sud.

Il servizio pubblico garantisce un minimo di copertura, ma dipende da regione a regione e spesso ci sono lunghe attese. Per certi problemi – chiunque abbia mai avuto problemi ai denti sarà d’accordo – avere pazienza e aspettare è molto difficile. Dunque cosa fa una persona che non ha i soldi per un dentista privato – che gli darebbe appuntamento entro una settimana – ma che non può aspettare qualche mese per essere curato dal servizio sanitario nazionale? Come abbiamo detto, dipende anche dalla regione in cui si abita.

In Emilia-Romagna a quanto pare va meglio che altrove. Così ci dice l’Ausl di Modena: “Dal 2005 la Regione Emilia Romagna, ampliando i livelli di assistenza per l’odontoiatria previsti a livello nazionale, ha definito alcuni criteri di vulnerabilità – sanitaria e sociale – per consentire a tutti, con facilità, di accedere alle principali cure odontoiatriche. La prima visita e tutte le urgenze, limitatamente alla medicazione di un dente o a una terapia farmacologica, sono comunque garantite a tutti anche se non in condizioni di ristrettezze economiche”.

image3

In precedenza si dava per scontato che tutte le spese sanitarie fossero a carico dello Stato. Abbiamo una delle migliori sanità del mondo, no? Ma poi si sono accorti che in realtà, di fatto, non era così. Significativo il fatto che nel paniere Istat dei fabbisogni essenziali prima del 2005 non erano presenti le spese mediche, ma dal 2005 in poi sì: perché lo Stato si è accorto che per certi servizi – in particolare le visite specialistiche, come può essere quella dal dentista – le persone preferiscono non aspettare e pagare tutto, non solo un semplice ticket.

“Il ticket previsto alla prima visita, per i cittadini non esenti, è di 23 euro” spiegano all’Ausl di Modena. “Il programma regionale, invece, garantisce ai cittadini in condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale sia le cure ortodontiche che eventuali protesi dentarie. Anche ai cittadini affetti da determinate patologie o portatori di disabilità  sono erogate, sempre gratuitamente, cure odontoiatriche e protesi. Le cure dentistiche sono gratuite per i cittadini con reddito Isee fino a 8.000 euro annui (nella fascia della cosiddetta vulnerabilità economica), mentre per i redditi da 8.000 fino a 22.500 è previsto il pagamento di un ticket o della tariffa intera (redditi da 20.000 a 22.500). I  minori in affidamento (in comunità o in famiglia) ricevono gratuitamente la visita odontoiatrica e, se privi di Isee, sono considerati a ‘ticket zero’ ai fini dell’ammissione al programma”.

Andy-Warhol-Marilyn
Nostra elaborazione di Marilyn di Andy Warhol

Cosa succede però se non si può pagare la visita? La tendenza generale nazionale è semplicemente non farla, e magari ritrovarsi senza un dente prima dei 30 anni. “In generale, purtroppo, la tendenza dei ceti medi è di eliminare le cure odontoiatriche dal paniere delle spese da sostenere mensilmente” conferma l’Ausl di Modena.

“Nel privato – infatti – sono cure assai costose. Questo trend negativo, si è in parte riversato nel ‘pubblico’ con un graduale aumento di richieste tramite CUP sia di prime visite che di vere e proprie cure odontoiatriche. Allo stesso tempo, si è assistito ad un aumento delle urgenze, testimonianza del fatto che in tanti ormai rinunciano, per un motivo o per l’altro, a un piano terapeutico programmato – soprattutto se si tratta di pazienti con difficoltà socio-economiche. Sempre negli ultimi anni, inoltre, i pazienti prenotanti in possesso di certificati Isee di fascia 1, ovvero quella gratuita, sono aumentati di oltre il 50%. Nella nostra provincia si è attivata, anche per questo, un’efficace risposta sia in termini di posti settimanali disponibili che di punti di erogazione del pronto soccorso odontoiatrico (fino al 2013 era presente solo al Policlinico di Modena mentre oggi i punti sono tre, attivi anche il sabato mattina)”.

Insomma, finché non si arriva a soffrire per il dolore, in molti evitano di curarsi: la patologia così si aggrava e si arriva a un punto che si sarebbe potuto evitare prima con una semplice terapia. A livello nazionale le cure odontoiatriche dal Servizio sanitario nazionale rientrano nei cosiddetti LEA, ovvero Livelli Essenziali di Assistenza. “Per lo più si tratta di prestazioni chirurgiche finalizzate a prevenire le malattie cancerose del cavo orale, come la biopsia del labbro, frenulectomia della lingua o prestazioni in urgenza come odontalgia, la cura di un ascesso, di un trauma dentale o di una emorragia post-estrattiva” spiega l’Ausl.

Nancy Fouts, Purse with Teeth
Nancy Fouts, Purse with Teeth

“Le cure odontoiatriche previste dalla Regione Emilia Romagna, invece, sono diverse. Per i residenti, il nomenclatore è completo e il cittadino può usufruirne tramite prima visita odontoiatrica da CUP, con accesso diretto senza richiesta del medico curante”.

Il “nomenclatore” è il documento del Ministero della Salute che indica la tipologia e le modalità dei servizi a carico del Servizio Sanitario Nazionale. In effetti online si trova il nomenclatore regionale con tanto di tariffe e sono presenti i più comuni interventi ai denti.

Sul sito della regione si specifica che i tempi di attesa delle “cure odontoiatriche non urgenti devono essere garantite entro tempi di attesa assimilabili a quelli stabiliti per tutta la specialistica ambulatoriale: 30 giorni per la visita“. Dunque prenotando, dovreste riuscire a vedere un dentista entro un mese. E’ così?

Abbiamo provato a chiamare al call center chiedendo una prima visita: per un colpo di fortuna – una rinuncia di un altro paziente – la prima disponibile era dopodomani. Però, mettiamo che io non possa, che non ci sia, che abbia problemi di lavoro, o semplicemente che non sia così fortunato e che l’altro paziente non abbia rinunciato. Quando sarebbe la prossima visita? Le prime date disponibili sono a febbraio e marzo. Cioè tra 4 e 5 mesi. Esattamente come capita per le altre visite specialistiche con il Servizio sanitario nazionale.

Sul problema delle cure ai denti leggi anche:

Disco-loop: le foto delle discoteche e un’eterna Ghirlandina brillante

Ognuno ha i propri vizi, si sa. Alcuni molto comuni e abbastanza innocui, altri inspiegabili, vergognosi, misteriosi e inconfessabili, e sono questi gli unici interessanti. Io ad esempio non resisto alla tentazione di guardare le foto delle serate in discoteca, soprattutto delle persone che non conosco. E non parlo di sfogliare tre o quattro foto così, per noia o curiosità: parlo di album interi, spesso centinaia di foto tutte simili e tutte rappresentanti perfetti sconosciuti durante occasioni di divertimento.

12118843_724894817643484_2703025486854303629_n
2015

Uno dei motivi di questa forte attrazione verso le foto che documentano le serate in discoteca penso sia legato ai limiti della fotografia. Ad esempio una foto non è in grado di catturare il rumore e questa impotenza rende gli scatti molto suggestivi, perché si percepisce l’assenza, si vede il rumore che non c’è. Quindi le foto delle discoteche appaiono come degli urli silenziosi, come quello di Munch, raggelanti, sebbene – o forse proprio per questo – rappresentino nel 99% dei casi giovani simpatici e sorridenti in enormi spazi riempiti di rumore. Un rumore e una simpatia che non possiamo toccare ma che percepiamo comunque.

12109014_724898977643068_2088303941657113981_n
2015

A dire la verità i giovani nelle foto delle serate in discoteca non sono sempre tutti così sorridenti: una delle mie passioni, da osservatore feticista, è cercare nello sfondo le persone che in quel momento non sorridono. Sono l’equivalente dei fantasmi, dell’uomo nero, di quelle figure misteriose che appaiono nello sfondo di alcune vecchie foto. Per trovarli a volte bisogna aguzzare gli occhi, perché la vista di solito è ipnotizzata dai denti bianchi e sorridenti in primo piano iper-illuminati dal flash.

2015
2015

Ma, se si guarda bene, se si fissa a lungo la foto, iniziano ad apparire: c’è sempre almeno una persona che in quel momento sembra non divertirsi. Sembra. E’ questo è il problema con le foto: forse quella persona soltanto in quella frazione di secondo ha smesso di sorridere; forse era stanco, forse era inconsapevole del comportamento dei propri muscoli facciali, eppure è stato “immortalato” (si dice così) inespressivo o, peggio, apparentemente triste, malinconico, comunque non coinvolto dal rito collettivo notturno, e così apparirà sui social network, dove tutto va a finire.

2015
2015

La storia del sorriso nella fotografia in effetti è recente: prima non si usava sorridere nelle foto e infatti se si guardano le vecchie foto si noterà che i soggetti ritratti sono tutti piuttosto seri, in posa, alcuni perfino accigliati, corrucciati. I motivi sono principalmente due: primo, i tempi di esposizione erano lunghi e bisognava restare immobili, e sorridendo la foto rischiava di venire male; secondo, si facevano poche foto – a volte una sola nella vita – e non si voleva essere ricordati in quel modo. Perché? Il grande Mark Twain sintetizza il motivo con questa frase: “Una fotografia è il documento più importante e non c’è nulla di peggiore che passare alla posterità che con uno sciocco e stupido sorriso fissato sulla faccia per l’eternità”.

Mark Twain
Mark Twain

Se infatti guardate la foto più celebre del grande scrittore americano – famoso per il suo grande umorismo e per essere un tipo affabulatore e divertente – noterete che appare come una persona serissima. Oggi facciamo migliaia di foto: nessuno può dire con precisione quante foto esistano della propria persona. E’ difficile anche solo azzardare delle ipotesi. Cento? Mille? Diecimila? Quante volte siamo stati fotografati, o ci siamo fotografati da soli con quelli che il mondo ormai chiama selfie e Gianni Morandi autoscatti?

2015
2015

Nelle serate nei locali si viene fotografati volontariamente e involontariamente, si finisce nelle foto degli altri (a volte si fa apposta con intento goliardico, gli americani lo chiamano photobombing), si finisce nelle foto sui giornali o sulle pagine Facebook delle discoteche, il giorno dopo o a volte perfino durante la serata. Insomma siamo lontani da quell’epoca in cui una foto era “il documento più importante”, come la definiva Twain, o quella in cui gli indiani d’America, si dice, avessero paura che uno scatto potesse rubare l’anima. La nostra faccia è conservata in server dall’altra parte del mondo e nei pc e negli smartphone di persone che non conosciamo.

2015
2015

“Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini” ha detto Eraclito, forse. Guardando le foto delle discoteche si finisce in uno spazio di realtà fuori dal tempo. Potrebbero essere sempre le stesse persone, sempre nello stesso posto e sempre nello stesso momento, come condannate in un girone dantesco a sorridere, tenere bicchieri in mano e indicare in alto con le dita – per sempre. Cogliere differenze tra le varie epoche è sempre molto difficile. Forse i più giovani riescono a riconoscere una serata del 2013 da una del 2011 o del 2015, non lo so, come fanno gli intenditori con le annate del vino, ma io – nonostante gli anni passati a guardare album interi di foto che teoricamente farebbero di me un esperto – le trovo tutte uguali.

Anni '90
Anni ’90

Tempo fa, negli archivi del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, abbiamo trovato degli scatoloni con le foto di un’agenzia fotografica fallita. Una delle scatole raccoglieva le fotografie che documentavano la vita notturna di Modena e dintorni nei primi anni ’90. Non solo notturna: anche pomeridiana, dato che all’epoca i più piccoli andavano a ballare nel pomeriggio, mentre la notte era riservata per i più grandi.

Anni '90
Anni ’90

Erano discoteche enormi, potevano ospitare migliaia di persone ed erano sempre piene. La maggior parte oggi non esistono più, locali storici come il Picchio Rosso, il Picchio Verde, il Kiwi e il Piccadilly Stryx- Goya. Se non ci sbagliamo, le foto in questa pagina dovrebbero venire da quello che era noto come il Picchio Rosso, a Formigine, locale che non esiste più, dove sono passati artisti di calibro internazionale, e dove nel 1986 si festeggiavano i 10 anni del locale con ospiti Vasco Rossi, Gaspare e Zuzzurro.

Anni '90. Le ragazze sulla destra potrebbero essere del 2015. Il ragazzo a sinistra... beh, lui no.
Anni ’90. Le ragazze sulla destra potrebbero essere del 2015. Il ragazzo a sinistra… beh, lui no.

Ma, ospiti a parte, se guardiamo le foto dei ragazzi in discoteca, noteremo come nulla sia cambiato. Se le foto sono dei primi anni ’90 (alcune del 1995), si tratta di persone che oggi avranno 40/50 anni, non meno. Quelle che sono vive, dato che altre potrebbero essere morte: non lo sappiamo. Ma sono uguali ai loro figli e nipoti che oggi vediamo nelle pagine Facebook con sorrisi a trentadue denti e drink in mano, perché in un’epoca come la nostra, di continui revival, di moda che recupera gli anni ’80 e ’90 in modo ossessivo e si ripete sempre uguale, ciclicamente, e di nostalgici filtri fotografici vintage, queste foto potrebbero essere state scattate nei primi anni ’90 o l’altroieri, è difficile dirlo.

2015
2015

Perfino alcuni dettagli che potrebbero datare le foto con una precisione maggiore dell’esame del carbonio 14, ad esempio le pettinature o le montature degli occhiali, in realtà non ci aiutano: le pettinature ritornano, vediamo di nuovo 19enni con ciuffi alla James Dean, ragazze con ricci anni ’80 e occhialoni della nonna inspiegabilmente diventati cool. Solo forse con il video, che dà una maggiore ricchezza di dettagli, rende meglio l’atmosfera e ci restituisce il grande assente delle foto – il sonoro – percepiamo una sensazione di vecchio, di passato: ad esempio in questo bellissimo servizio di Antenna 1 del 1992.

Ma con le foto, niente da fare: siamo in un loop temporale, siamo nell’eterno ritorno. Le mamme sono uguali alle figlie, anzi potrebbero essere loro stesse le loro madri, come in quelle storie di fantascienza dove si ritorna indietro e si diventa padri del proprio nonno o cose di questo tipo. Cambiano forse le bevande e i cocktail, ma anche quelli ritornano, i giovani ripeteranno quel gesto, indosseranno ancora quella camicia a quadri, sorrideranno per sempre.

Anni '90
Anni ’90

L’unica vera differenza, quella che ci dà qualche indizio sull’epoca storica in cui ci troviamo e non ci abbandona per sempre naufraghi in questo oblio atemporale della memoria, è quello che i ragazzi hanno in mano. Bicchieri, sigarette, ma nelle foto anni ’90 manca una cosa presente in quelle del 2015: lo smartphone. Che ad essere sinceri appare poco, ma quando appare rovina tutto, come l’orologio al polso dell’indiano di Hollywood Party: la sua presenza distrugge l’incantesimo, quell’essere sospesi in un ciclo del tempo senza inizio e senza fine, circolare, e che ci dice con spietata precisione che ci troviamo qua, a Modena, nel 2015, nel presente.

Anni '90
Anni ’90
2015
2015
Anni '90
Anni ’90
Anni '90
Anni ’90
2015
2015
Anni '90
Anni ’90
Anni '90
Anni ’90
Anni '90
2015
Anni '90
Anni ’90
2015
2015
Anni '90
Anni ’90
2015
2015

(le foto del 2015 vengono dalla pagina Facebook della discoteca La Crepa)

Vedi anche: Giovane è la notte

“Anche la miseria è un’eredità”. I poveri saranno per sempre poveri?

“Anche la miseria è un’eredità” scriveva lo scrittore bolognese Riccardo Bacchelli, il cui nome è legato alla “legge Bacchelli”, quella legge che prevede un vitalizio per “cittadini illustri” che si trovano in stato di povertà. Il paradosso è che, proprio lui, Bacchelli, il primo per cui venne fatta la legge nel 1985, non fece in tempo a beneficiarne, perché morì poco dopo l’approvazione.

Ma quella frase dello scrittore, tratta dal romanzo “Il diavolo a Pontelungo”, scritto nel 1927, è valida oggi più che mai. La miseria è un’eredità?

Di eredità si è discusso anche di recente al Festival della Filosofia di Modena, il cui tema era appunto “ereditare”. Il Gruppo Giovani di Confindustria ad esempio ha organizzato un incontro dal titolo “Padri & Figli spa” sul tema dell’eredità imprenditoriale. “Il tema del Festival della Filosofia è molto vicino ai nostri valori” aveva commentato Marco Arletti, presidente del Gruppo, alla presentazione dell’iniziativa.

2140137_origIn effetti l’Italia è un paese dove l’eredità è molto importante. Di solito la storia è questa: il nonno ha avviato l’azienda, l’ha lasciata al padre che l’ha portata ad alti livelli, che a sua volta passerà il testimone al figlio che in futuro avrà il compito di affrontare le nuove sfide del mercato.

Ci sono eccezioni, ma, generalmente, è così che va: Nonno > Padre > Figlio.

Perché, nonostante, tutto, nonostante la crisi del modello tradizionale, i divorzi, il calo dei matrimoni, la famiglia in Italia è ancora tutto.

Perfino troppo, soprattutto quando degenera nel familismo, storico vizio italiano. L’Italia è tuttora un paese fatto di “figli di”. E di fatto è proprio questa una delle cause dell’azzeramento della mobilità sociale, il motivo per cui i figli dei poveri sono poveri e i figli dei ricchi sono ricchi: i principi di individualità e universalità, tipici del sogno americano e di qualsiasi altro sogno dove “chiunque ce la può fare”, si vanno a far benedire.

E’ molto difficile che un giovane con una famiglia senza un becco di un quattrino riesca a farsi strada e diventare un grande imprenditore di successo, come vediamo in certi film o in certe allucinazioni motivazionali di manager o politici che con una pacca sulla spalla assicurano ai giovani “ce la farete”.

No, probabilmente no.

Il “sogno italiano”, non funziona granché, così come non funziona benissimo nemmeno quello americano.

howtobecomerich

Se guardiamo nel passato in Italia il miracolo un tempo era possibile: è famoso il caso di Leonardo del Vecchio, partito effettivamente da zero, orfano di padre a 7 anni, a 15 lavorava come garzone in una fabbrica e oggi è il fondatore e presidente di Luxottica, oltre ad essere uno degli uomini più ricchi del mondo e ad avere un patrimonio di 23,4 miliardi di dollari. Del Vecchio ha aperto la sua prima bottega di occhiali nel 1958, in un periodo molto diverso da questo che viviamo.

Dopo la seconda guerra mondiale in Italia c’è stata una grande ridistribuzione del reddito che ha prodotto il ceto medio, la piccola-medio borghesia, che ha goduto dei benefici di un’epoca – l’era del boom economico – in cui era più facile mettere su un’impresa, avere accesso al credito, comprare casa e così via. I poveri potevano diventare benestanti e perfino ricchi, come mai – o quasi – era accaduto in precedenza nella storia. Ci si comprava la macchina, il frigidaire e – successivamente – perfino il “Tv color” di cui abbiamo parlato in un altro articolo (vedi: No, non siamo diventati tutti poveri).

Dagli anni ’80 in poi le cose iniziano a cambiare, fino alla situazione di oggi, con il ritorno alla “normalità” e di nuovo vale la regola che valeva un tempo: i figli dei ricchi sono ricchi, i figli dei poveri sono poveri. E’ un vero e proprio ritorno all’antico. Con l’aggiunta dell’impoverimento di quel ceto medio che nel frattempo si era creato.

Questo significa che un giovane povero con genitori poveri oggi molto probabilmente dovrà puntare a cifre decisamente più basse dei 23,4 miliardi di dollari di Del Vecchio. Anzi, probabilmente non vedrà nemmeno la pensione.

Una pubblicità trovata online. Si può diventare ricchi partendo da zero? La  risposta alla domanda si trova in un ebook... gratis.
Una pubblicità trovata online. Si può diventare ricchi partendo da zero? La risposta alla domanda temiamo sia “no”, ma si trova in un ebook… gratis.

Ovviamente l’eredità non è solo una questione di denari. Non solo.

Confindustria nel suo “Padri & figli spa” si riferiva al concetto di eredità in senso più ampio, non solo patrimoniale, ma “imprenditoriale”, ovvero quel passaggio di conoscenze, saperi, esperienze, eccetera.

E’ chiaro però che se in questo passaggio il salvadanaio fosse vuoto ci sarebbe ben poco da fare, anche con tutta la buona volontà e tutte le competenze di questo mondo. La “spa” (che sta per Società per Azioni) dei padri e figli poveri è destinata a fallire. C’è chi nasce ricco e ha certe opportunità, c’è chi nasce povero e ne ha meno. La ricchezza non è una colpa, ovviamente. Ma nemmeno la povertà.

La domanda dunque è questa: i poveri cosa lasciano ai propri figli? La miseria, come diceva Bacchelli?

Nel capitolo introduttivo di “Gente di periferia”, il quinto dossier sulla povertà in Emilia Romagna a cura della Delegazione Regionale Caritas, il prof. Ivo Colozzi scrive:

In Italia i ricchi sono non soltanto molto più ricchi dei poveri ma anche, in generale, figli di ricchi. Se si esclude la stagione straordinaria del dopoguerra, in cui si è realizzato un significativo processo di mobilità sociale con il passaggio di molti figli di operai e contadini al ceto medio, per la maggioranza dei giovani italiani delle ultime generazioni la ‘scalata’ sociale ed economica è divenuta molto difficile ed è oggi praticamente impossibile. Le ricerche, infatti, dimostrano che quando la disuguaglianza cresce la mobilità intergenerazionale tende a ridursi.

Questa situazione genera un circolo vizioso che sfocia in una povertà cronica, senza ritorno: perché i figli dei poveri hanno maggiori difficoltà nell’accesso all’istruzione e alla formazione professionale, di conseguenza più difficilmente diventano lavoratori qualificati, con il risultato di avere minori possibilità di accedere ai posti di lavoro con alti salari.

poor2 poor1

Dunque il nonno nasce povero, non lascia nulla al padre che a suo figlio probabilmente lascerà qualche debito. La scalata sociale è in realtà una linea retta, come quella di un tracciato piatto, o di una corda tesa a cui aggrapparsi e andare avanti, non si sa dove. La disuguaglianza e l’immobilismo economico rendono di fatto impossibile quello che si chiama “riscatto sociale”,

A confermare questa tendenza ancora una  volta i recenti dati Istat sulla povertà assoluta, che mostrano come il numero dei poveri sia stabile nel nord Italia, dove però è aumentata “l’intensità” della povertà, cioè il il valore che misura quanto la spesa media delle famiglie povere si trovi al di sotto della soglia di povertà.

E si nota che, mentre tutti gli altri valori rimangono sostanzialmente stabili, l’intensità della povertà è invece aumentata. Questo significa che il numero di poveri non varia, ma chi ha poco ha sempre meno e aumenta il divario fra i poveri e i non poveri, sempre più spesso stranieri.

Se la tendenza resterà questa, e se la politica non prenderà misure adeguate (cosa che, per ora, sembra molto lontana dal fare) i poveri saranno sempre più poveri, e così i loro figli. E’ questa è l’unica eredità che vedranno: essere stati poveri come i loro padri e le loro madri e forse di più.