Gli alberi non hanno bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno degli alberi

“E’ un momento delicato per l’arboricoltura” mi dice Stefano Lorenzi. L’ho contattato per parlare di alberi e la sua affermazione immagino che dovrebbe sorprendermi. Delicato? Che succederà mai, nel mondo della cura degli alberi, tanto da rendere il momento delicato? “Il tree climbing e l’arboricoltura vivono in questi ultimi dieci anni una vera e propria esplosione” mi spiega Lorenzi. “Cosa che è di per sé positiva, ma come tutte le esplosioni va controllata per evitare danni”. Quali danni? E cos’è il tree climbing? Facciamo un passo indietro.

Perché arrampicarsi sugli alberi

Il tree climber si arrampica sugli alberi usando funi e imbragature, di solito con lo scopo di intervenire per curare le piante nel modo più efficace e meno invasivo possibile. Potare e tagliare rami, ma non solo. Diciamo che è un po’ il dottore degli alberi. “Il tree climbing è la tecnica sicuramente meno impattante a livello ambientale” mi spiega Lorenzi. “Non usa combustibili fossili, non inquina, non calpesta il terreno e le radici come invece fanno i grossi e pesanti macchinari”.

La giornata lavorativa degli arboricoltori-arrampicatori prevede spesso una prospettiva non comune, almeno per noi umani, e più vicina a quella di uccelli, ghiri, scoiattoli, insetti e tutti gli altri animali che vivono sugli alberi. “La prospettiva cambia completamente, soprattutto sugli alberi monumentali” dice Alberto Uguzzoni, tree climber che lavora nel modenese. “Quando si è al loro interno si ha la sensazione di essere in una piccola città. Ti fanno sentire davvero piccolo”.

tree climbing

Con l’obiettivo di disturbare il meno possibile, l’arboricoltore tree climber rispetta i tempi di nidificazione degli uccelli ed evita il momento della schiusa – o quantomeno dovrebbe – e cerca di rispettare gli spazi dei tanti animali che vivono in queste piccole città vegetali. “Al contrario di quello che si può pensare” continua Uguzzoni, “i ghiri e gli scoiattoli non hanno assolutamente paura. Anzi: i ghiri in modo particolare difendono in modo aggressivo il loro territorio e non è insolito essere inseguiti da loro”.

Da tecnica nata negli Usa, col tempo il tree climbing è diventato un tutt’uno con l’arboricoltura moderna, disciplina che deve molto alla figura del leggendario arboricoltore americano Alex Shigo, la cui filosofia si può riassumere in una sua frase “Per conoscere gli alberi bisogna toccarli”. Negli ultimi 30 anni questo nuovo approccio si è diffuso un po’ ovunque, Italia compresa, e oggi la figura dell’arboricoltore e arrampicatore di alberi è sempre più popolare. Domanda: forse anche un po’ troppo?

“In questo momento ritengo che, soprattutto in Italia, sia effettivamente diventata una moda” mi dice Andre Maroè del team di SuPerAlberi. “Soprattutto tra i giovani giardinieri che vedono in questa tecnica un facile investimento per fare un po’ di soldi. In 30 anni abbiamo creato troppi tree climber e pochissimi arboricoltori”.

Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani
Il Pinone di Pavullo, Foto Stefano Torreggiani

Se vediamo l’arboricoltore come il dottore degli alberi, possiamo dire che in Italia ci sono tanti dottori senza una laurea in medicina, non iscritti all’ordine dei medici, che operano senza problemi. “Non tutti quelli che operano sugli alberi sono degli esperti, anzi. Non esiste un vero e proprio percorso formativo” continua Andrea Maroè, “per cui spesso i veri specialisti si trovano a doversi confrontare con pseudo esperti. Non ci faremmo mai operare da un appassionato di medicina, per quanto bravo possa essere. Penso che sceglieremmo sempre il chirurgo più conosciuto e più esperto. Anche se anche i più bravi possono sbagliare”.

Così si spiegano i viali di alberi orrendamente decapitati, i giardini comunali con potature insensate e dannose e altri esempi di interventi lasciati al caso e all’inesperienza. Il punto è che attualmente non esiste un preciso percorso formativo e una certificazione unica. E inoltre, come dimostrano certe discussioni anche tra arboricoltori esperti, a volte non si è d’accordo nemmeno sulle basi.

“I corsi in Italia sono vari e tutti forniscono le competenze per accedere e lavorare in sicurezza sugli alberi, ma non cosa fare o cosa non fare sugli alberi” mi spiega Alberto Uguzzoni. Dunque la situazione paradossale è che oggi è molto facile diventare un professionista dell’arrampicata sugli alberi, arrivare sopra, in cima, e magari non sapere esattamente cosa fare.

“E’ stato avviato un percorso di riconoscimento della figura professionale dell’arboricoltore presso il Ministero” dice Stefano Lorenzi. “In questo modo saranno necessari dei requisiti normati per poter operare sugli alberi”. Al momento una certificazione utile è quella di ETW (European Tree Worker) rilasciata dall’European Arboricoltural Council e in Italia promossa dalla Sia, Società Italiana di Arboricoltura. Ma, certificazioni a parte, come si diventa arboricoltori e tree climber?

DSC02495

“Io ho iniziato ad arrampicare il ciliegio che mio padre, un noto vivaista dell’epoca, aveva piantato quando sono nato” mi racconta Andrea Maroè. “E ho continuato a salirci fino a che non l’albero non è morto. Forse per questo ho deciso di fare l’arboricoltore: per evitare che altri alberi morissero. Così mi sono laureato, mi sono specializzato in Italia e all’estero e sono oramai più di 30 anni che poto gli alberi, li curo, li studio, li cerco e li faccio conoscere”.

Farli conoscere per Maroè vuol dire anche condividere il suo lavoro: “Raccontare gli alberi, magari in maniera diversa, facendo intravedere gli aspetti tecnici ma anche le nostre aspettative o le nostre sensazioni, riteniamo che sia fondamentale perché passi sostanzialmente il messaggio che gli alberi sono esseri viventi, che c’erano molto prima di noi su questo pianeta e ci saranno molto dopo”.

Leggi anche: Storia di un albero, il leccio invisibile di Via Selmi

Anche per Stefano Lorenzi raccontare e condividere è fondamentale, soprattutto per far capire l’importanza degli alberi nel nostro mondo. E secondo lui bisogna cominciare già alle scuole elementari: “Quello che deve passare è una cultura vera e cosciente di cosa e’ un albero e di come rispettarlo. A mio avviso non hanno mai avuto senso gli ambientalisti estremisti che si incatenano ad un albero morto. E’ morto, punto. Investiamo le nostre forze per far si che chi e’ incaricato a gestirli lo faccia bene, impariamo che il prato fino a sotto al tronco non si può’ avere, impariamo che due foglie per terra non hanno mai ucciso nessuno, impariamo che nei parcheggi e’ meglio lasciar più’ spazio permeabile altrimenti gli alberi che di solito mettono muoiono dopo 3 anni, impariamo che l ombra e’ importante e che un albero alto se sano non è pericoloso.

Una maggiore consapevolezza porterebbe secondo Lorenzi anche a una maggiore responsabilità da parte dei cittadini, “perché sono tutti parte in causa: dovrebbero capire che gli alberi delle città sono di loro proprietà, dovrebbero formarsi ed informarsi e pretendere dai comuni maggiore competenza nella gestione, fin dall’impianto”.

In questo modo forse si eviterebbero le discutibili capitozzature (quando si taglia tutto, lasciando un orribile troncone) e più in generale tutto quello che può succedere quando si lascia una motosega in mano a chi non ha né le conoscenze né l’esperienza necessaria. Ma a proposito, perché dobbiamo potare gli alberi? Non hanno vissuto per milioni di anni senza che nessuno li potasse?

Chi potava gli alberi quando noi non c’eravamo?

“La potatura diviene necessaria e fondamentale semplicemente perché piantiamo gli alberi” risponde Andrea Maroè. “Gli alberi in città non crescono da soli, non sono mai nati da soli in viale o in un giardino. Una Araucaria o una Sequoia non si sognerebbero mai di attraversare l’oceano per crescere nei nostri climi”

La potatura dunque diventa un’operazione fondamentale per la convivenza tra alberi ed esseri umani, dato che ci ritroviamo a vivere negli stessi spazi. “L’uomo, fin dall’antichità, ha sempre trovato negli alberi rifugio, riparo, cibo, tutto ciò di cui aveva bisogno” ricorda Uguzzoni. “Cosa è cambiato allora? Sono cambiate le esigenze e quindi il comportamento dell’uomo nei confronti dell’ambiente e della terra stessa. Oggi gli alberi hanno un ruolo marginale nella nostra vita e quindi sono trattati marginalmente, spesso sono chiamato a intervenire su alberi che non hanno nessun problema, colpevoli di essere cresciuti nel posto sbagliato. Sbagliato per noi, in quanto abbiamo paura perché sono troppo grandi o troppo alti. Come se gli alberi dovessero rispondere e rispettare alle leggi degli uomini”.

“In un mondo perfetto gli alberi non hanno bisogno di noi” dice Lorenzi. “Se un ramo non gli serve lo seccano e lo perdono, se è troppo lungo si rompe col vento e cosi via. Ma abbiamo deciso di viverci accanto, dunque cerchiamo di addomesticarli come abbiamo fatto con gli animali”.

Così come è avvenuto con l’addomesticamento degli animali, l’esperienza serve ad evitare gli errori e a migliorare la convivenza. Il problema però è che gli alberi hanno tempi di risposta molto più lunghi di quelli di un animale: “Se a una mucca non do da bere dopo tre giorni muore. Se ad un albero asfalto le radici e non gli permetto di bere muore dopo cinque anni, forse”. Gli errori dunque non si vedono subito, e a volte non si vedono mai. Quello che la natura ha costruito in secoli, l’uomo può distruggerlo in pochi minuti convinto di fare una cosa giusta.

L’esperienza dunque è fondamentale, soprattutto per evitare errori che danneggiano alberi che spesso vivono da secoli e che vanno studiati e capiti a fondo prima di mettere mano alla sega. La moderna arboricoltura dovrebbe essere sempre più attenta a rispettare la fisiologia il suo naturale percorso di crescita di un albero, nel modo meno invasivo, tenendo conto di tutti i sistemi vitali che interagiscono con l’albero, come spiega ancora Lorenzi: “Ad esempio se c’è un ramo secco non pericoloso con le attività umane lo lasciamo, perché ricco di cibo per insetti utili o uccelli”.

“Gli alberi, i vegetali, costituiscono il 98% del mondo vivente di questo pianeta” dice Andrea Maroè. “Noi siamo una misera parte di quel 2% che è il mondo animale. E nella nostra enorme superbia pensiamo di dominare il pianeta, ma non è così. Senza di noi gli alberi hanno sempre vissuto e continueranno a vivere, mentre noi senza di loro non dureremmo neppure un giorno. Chi è più evoluto? Chi è più intelligente? Chi è più resiliente? Gli alberi sono i nostri antenati ancestrali. O impariamo da loro, a convivere con loro, o per noi non ci sarà futuro”.

Immagine di copertina in licenza CC: Tony Hall

La prima volta del diavolo in Emilia

Novant’anni fa veniva pubblicato uno dei più divertenti romanzi italiani del Novecento, “Il diavolo al Pontelungo” dello scrittore bolognese Riccardo Bacchelli. E’ un romanzo storico che racconta le avventure degli anarchici prima e durante il tentativo di rivoluzione del 1874 in Emilia. E cosa c’è da ridere? si chiederà qualcuno. Be’, moltissimo, dato che i personaggi che si prendono sul serio risultano sempre terribilmente comici. E forse nessuno si prende più sul serio di un rivoluzionario che vuole rivoltare il mondo, pronto a tutto per la causa ma sempre diviso tra l’aderenza totale all’ideologia e i propri umanissimi bisogni. La penna di Bacchelli dà spazio non solo all’azione e alle vicende storiche (piuttosto rocambolesche, come vedremo) ma soprattutto ai personaggi, che ritrae con ironia ma anche con affetto, anche se non ne condivideva l’ideologia.

Il romanzo venne stampato per la prima volta nel 1927 e poi rimaneggiato e ristampato più volte fino a un’edizione definitiva del maggio del 1957, esattamente 60 anni fa. Da subito venne criticato dagli storici dell’anarchismo e in particolare da Luigi Bakunin, nipote del più famoso Michail Bakunin, il protagonista assoluto del romanzo assieme ai rivoluzionari Carlo Cafiero, Andrea Costa e altri. “Ho inteso di fare un romanzo storico, non una storia romanzesca. E, se vi sono riuscito, mi ha aiutato non meno fantasia di romanzo che rigore di storia” scriveva Bacchelli rispondendo alle critiche.

Michail Bakunin
Michail Bakunin

In effetti leggendo il romanzo ci si chiede spesso quanto ci sia di vero, ma andando poi a controllare i libri di storia il sospetto è la che la risposta sia: quasi tutto. Pensieri e dialoghi – spassosissimi – sono ovviamente inventati dall’autore (pur basandosi su testimonianze di un congiurato all’epoca ancora in vita); ma l’intreccio, che pure sembra frutto di invenzioni da romanziere, a quanto pare corrisponde a ciò che è realmente avvenuto, sebbene raccontato con raffinata ironia.

Bacchelli racconta le vicende dei rivoluzionari come se fossero quelle del Circolo Pickwick di Dickens. Si comincia in Svizzera, a Locarno, dove gli anarchici attendono il momento giusto per l’insurrezione in Italia in una bella villa di campagna, La Baronata, discutendo e dilapidando il patrimonio del povero Carlo Cafiero. Qui conosciamo i protagonisti e chiunque abbia frequentato un gruppo di qualunque genere, non per forza anarchico, un collettivo, un’associazione, una squadra di calcio o una classe, troverà famigliari i tratti caratteriali e i lati comici di ogni personaggio. Come il misterioso intellettuale bastian contrario O25 (questo il nome con cui si presenta), vegetariano e pittore dilettante che “sapeva tutto, e su tutto correggeva e insegnava, anche quando non era richiesto”, o il guascone Emidio Salzana, ribelle fin da bambino, “rivoluzionario in tutte le rivoluzioni da vent’anni a quella parte, scappato di casa a dodici anni, imbarcato a tredici, carcerato a quattordici”, vigoroso, indomabile e don Giovanni.

Carlo Cafiero
Carlo Cafiero

Non meno divertenti sono i lavoratori della Baronata, inizialmente diffidenti o indifferenti agli ideali anarchici, poi divisi tra chi ne approfitta in maniera plateale, come il furbo capomastro Pesce in Barile, e chi in maniera più raffinata, come il contadino Fausto, che “si fece socialista anarchico con tutta la famiglia. A Bakùnin che raggiante lo complimentava, e che preconizzava grandi vantaggi economici rurali, Fausto disse: – Se le cose si devon fare, è meglio farle del tutto. – E fece libertario perfino il padre paralitico”. Salvo poi, riproverato dal prete per la sua miscredenza, rispondere così: “- Mi lasci far una rendita, Reverendo, e vedrà che non dimenticherò il mio debito con Nostro Signore”.

La fattoria della Baronata viene condotta con strategia kamikaze da Bakunin, Cafiero e compagnia, tra scelte economiche discutibili, sbagliate e sbagliatissime, braccianti fannulloni o approfittatori, ma soprattutto frequenti dilemmi ideologici che mettono a dura prova la serenità del gruppo.

Le situazioni più divertenti create da Bacchelli sono proprio quelle dove l’allegra banda di rivoluzionari si trova a fronteggiare quel contrasto insanabile tra gli ideali a cui si aspira e i problemi della vita di tutti i giorni. Perché per un anarchico ci dev’essere coerenza tra le idee e la pratica quotidiana, cosa non facile.

image_book.phpAd esempio, quando Bakunin e compagni decidono di assumere un ragazzo per pulire la carrozza, si scatena una discussione tra chi vede in questo una prova di sfruttamento e l’inizio della corruzione borghese e chi invece un’occasione di dar da mangiare a un proletario. Dopo una lunga ed estenuante battaglia filosofica, “il ragazzo fu assunto in servizio, ma quasi alla chetichella”. Ma non è né il primo né l’ultimo dei problemi alla Baronata: ne sa qualcosa proprio il ribelle Salzana, che viene scoperto infrattato in un “combattimento erotico” con una donna in pieno giorno, fatto che scatena un’altra feroce e lunghissima discussione tra i suoi compagni, che accettando il suo essere libertario mal sopportano il suo essere libertino, dato che per alcuni – O25 su tutti – l’anarchia dev’essere soprattutto autodisciplina e autocontrollo, fino a sconfinare nell’ascetismo.

La seconda parte è quella ambientata in Emilia, quando i protagonisti si spostano nei pressi di Bologna per prepararsi all’insurrezione che dovrà portare alla rivoluzione internazionale. Qui gli anarchici si muovono nella campagna bolognese in una toponomastica che risulterà famigliare ai lettori emiliani. Viene citata anche Modena e c’è una lunga descrizione della Via Emilia. Michail Bakunin crede nel popolo e si convince che questa è la volta buona: da Bologna partirà la rivoluzione! Ma più si preparano piani, si stringono accordi, si elaborano strategie, più si capisce che tutto andrà inevitabilmente male.

E infatti, così è. L’insurrezione fallisce perché mal organizzata. Ci si aspettano migliaia di rivoluzionari ma si presentano in pochi: molti si tirano indietro perché non pronti a morire, Costa viene arrestato a causa del vistoso cappello che indossa e Bakunin scappa vestito da prete – dettaglio che sembra inventato dallo scrittore ma che è riportato anche nei libridi storia. Insomma, la rivoluzione è rimandata. Anche qua Bacchelli, pur raccontando fatti realmente accaduti, aggiunge un po’ di fantasia romanzesca, e per fortuna: perché altrimenti non avremmo letto scene sublimi come quella dell’arrivo di Bakunin, omone alto e grosso con barba e capelli lunghi, alla stazione di Bologna nel poco efficace travestimento di aristocratico, trasportato da Sandrone il barrocciaio.

Riccardo Bacchelli
Riccardo Bacchelli

Se il disincanto e l’ironia di Bacchelli nel raccontare i tentativi rivoluzionari sono evidenti, a questi va aggiunta una buona dose di cinismo. La sensazione è che lo scrittore bolognese non consideri gli anarchici degli ingenui buffi ribelli, in quanto anarchici; ma in generale in quanto esseri umani, che si affaticano sotto il sole senza alcuna utilità, mentre “una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa” (non è un nichilista russo, è l’Ecclesiaste). Inoltre, pur prendendo le distanze da loro, sembra conoscerli benissimo. Al nipote di Bakunin che lo criticava Bacchelli scrive: “probabilmente io conosco suo nonno assai meglio di lui”. E dell’anarchico russo ricorda “la sua generosità sventata, la sua avventurosa fiducia, il capriccio, l’esaltazione, la mobilità di fantasia, la passione, l’imperterrita illusione, l’azzardo, e poi certi tratti di buon senso tanto inaspettato da riuscir bizzarro e cinico: un tesoro per un romanziere!”.

Riccardo Bacchelli oggi è ricordato principalmente per due motivi: come autore de “Il mulino del Po”, ciclo di romanzi di grande successo ambientati sulle rive ferraresi del Po, da cui è stato tratto un popolare sceneggiato Rai, e poi per un motivo più triste, cioè la legge che porta il suo nome – la Legge Bacchelli – pensata per gli artisti in difficoltà e di cui lui in realtà ha usufruito pochissimo, dato che è morto poco dopo l’approvazione. Ma non sarebbe male ricordarlo anche per “Il Diavolo al Pontelungo”.

In copertina: Bakunin e Bacchelli in un’elaborazione grafica di Davide Lombardi.

L’insopprimibile tentazione di consumare, consumare tutto

Tra le correnti architettoniche, artistiche e urbanistiche tipicamente italiane ce ne sono alcune al momento poco studiate dagli accademici ma che trovano spazio (è proprio di questo che parliamo) tra i più attenti osservatori. Correnti ironiche eppure serissime come il venutomalismo, che riguarda soprattutto statue e in particolare quelle raffiguranti santi, l’incompiutismo, di cui è celebre lo stile siciliano, e molte altre appena scoperte o ancora da scoprire.

Diceva Beckett che le arti sono “un tentativo di riempire gli spazi vuoti”. Chissà se il drammaturgo irlandese si è mai interessato di pianificazione territoriale. In effetti c’è una tendenza italica non ancora classificata, ma che conosciamo tutti benissimo, che di “riempire gli spazi vuoti” ne ha fatto un’arte e un business. Qualcosa che ricorda molto l’horror vacui, quella locuzione latina che significa “terrore del vuoto” usata nell’arte per descrivere la tendenza decorativa a riempire l’intera superficie, senza lasciare spazi vuoti, in maniera un po’ ossessiva e opprimente. Guardare le regioni italiane dall’alto dà questa l’impressione.

mappa1

Il territorio è considerato da imprese e amministrazioni comunali come un gigantesco album da colorare. Ci sono i centri urbani, le strade, le aree industriali, e poi – soprattutto al nord e in particolare nella pianura padana – piccoli rettangoli vuoti, ovvero campi, coltivati e non, prati, vigne, spazi naturali e agricoli, in attesa di essere riempiti. E’ il fenomeno conosciuto come consumo di suolo. Ovvero: quando da uno spazio non artificiale si passa a uno spazio artificiale, cioè qualcosa di costruito. Così la campagna scompare, spesso con conseguenze drammatiche legate al dissesto idrogeologico, e lo spazio vuoto diminuisce sempre di più.

I dati dicono che in Emilia Romagna tra il 1975 ad oggi il territorio urbanizzato è più che raddoppiato, con oltre 100.000 ettari di campagna consumata. Non solo nelle aree extraurbane, ormai sempre più mangiucchiate dall’espansione urbanistica e industriale, ma anche in quelle urbane, dove anche i più piccoli spazi vuoti rimasti tra un edificio e l’altro fanno gola a imprese e amministrazioni. Centri commerciali, ampliamenti di imprese esistenti, aree residenziali, strade che magari non servono: c’è un po’ di tutto.

Sia il più recente dossier di Legambiente sul consumo di suolo in Emilia Romagna, sia il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2016 fotografano una situazione in cui il consumo delle aree agricole è rallentato rispetto agli anni precedenti, ma è sempre in costante aumento. 35 ettari al giorno consumati in Italia, secondo l’Ispra: un dato preoccupante in particolare nei territori a rischio sismico o idrogeologico, cioè quasi tutta l’Italia, Emilia Romagna compresa. Lo stesso rapporto segnalava come nel 2015 nella maggioranza delle regioni italiane è stato superata la percentuale del 5% di suolo consumato. Lombardia e Veneto erano al primo posto, con oltre il 10% ed Emilia Romagna poco dopo, con valori tra il 7 e il 10%.

mappa2

Se poi si guarda caso per caso, ci si rende conto non solo della portata del fenomeno, ma anche delle sue caratteristiche più paradossali. Si tratta spesso di progetti considerati inutili e costosi da molti, quasi sempre mal visti dai residenti, dalle conseguenze a volte imprevedibili, a volte invece prevedibili e preoccupanti.

Vediamo qualche esempio modenese preso dal recente dossier di Legambiente. Uno è quello che riguarda il Comparto di via Morane: 198.546 mq di superficie destinata a 550 nuovi alloggi, con caratteristiche che hanno suscitato non poche perplessità tra gli architetti e tra i residenti del quartiere Morane. Niente marciapiedi, parcheggi interrati, case costruite tra le curve e un probabile aumento dell’inquinamento acustico. Questo in una città dove ci sono oltre 5mila case sfitte, per non parlare degli edifici abbandonati e delle opere incompiute potenzialmente riqualificabili.

A volte poi il cemento chiama altro cemento. Un esempio significativo è quello che riguarda l’espansione di Spezzano, nel comune di Fiorano Modenese. Siamo nel famoso distretto ceramico, area già caratterizzata da un eccessivo consumo del suolo nei decenni passati. Nella frazione di Spezzano è previsto un “consumo di suolo che genera altro consumo di suolo” spiega Legambiente, attraverso il meccanismo della compensazione. Ovvero, l’iniziativa di espansione privata porta con sé, come contributo alla città, la realizzazione di opere pubbliche. Cioè il privato consuma suolo per i propri interessi, ma la città ha in cambio un consumo di suolo che è di tutti (ad esempio con scuole, parchi o ospedali). Se apparentemente è un vantaggio per la collettività, di fatto c’è un doppio consumo di suolo che si sarebbe potuto evitare.

GE_Spezzano

Nel caso di Spezzano sparirebbero 7 ettari di zona agricola (“una delle poche aree agricole di pianura sfuggite alla imponente cementificazione dei decenni passati” si legge nel dossier) e altri 6 ettari di campagna. Per il paradossale ma apparentemente sensato meccanismo di “compensazione”, a questa espansione industriale si aggiunge il consumo di suolo per l’edificazione di opere pubbliche, che vedranno prediligere “il consumo di ulteriore suolo vergine, rispetto la volontà di riqualificare il patrimonio pubblico esistente”.

Nel comprensorio ceramico infatti sono tante le aree dismesse da aziende ormai chiuse. Per capirci, parliamo di costruire capannoni nuovi in un’area dove ci sono capannoni abbandonati. E nello spazio che rimane, costruire opere pubbliche “per la collettività”. Così facendo, “si sfrutta il consumo di suolo ad opera di privati per alimentare altro consumo di suolo per opere pubbliche”.

Tra gli altri interventi che riguardano il modenese ci sono l’Autostrada Cispadana, la Bretella Autostradale Campogalliano – Sassuolo, l’area residenziale di via Santa Caterina (4mila mq, 22 palazzine). Tutti interventi evitabili, secondo l’associazione ambientalista, che è molta critica anche nei riguardi della proposta di legge urbanistica regionale, sottolineando come è molto alto – per non dire certo – il rischio che si superi senza problemi quel limite del 3% di consumo di suolo previsto dalla giunta Bonaccini.

E dunque cosa bisognerebbe fare, secondo gli ambientalisti e i sostenitori di uno sviluppo sostenibile? Non costruire più nulla, fermare lo sviluppo, danneggiare l’economia, tornare a vivere nelle caverne e cibarsi di bacche? Non esattamente. Anzi, secondo elaborazioni piuttosto attendibili, è proprio il consumo di suolo che, alla lunga, oltre a modificare il territorio in modi a volte irreversibili, danneggia l’economia. Perché ha dei costi occulti spesso difficilmente prevedibili e calcolabili. A parte la nostalgia per il bel paesaggio di campagna di una volta, la cementificazione porta con sè delle spese enormi di cui raramente sentiamo parlare le amministrazioni.

Secondo l’Ispra l’impatto economico del consumo di suolo in Italia è stato stimato “attraverso la contabilizzazione dei costi associati alla perdita dei servizi ecosistemici connessi”, tra i i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro all’anno, pari a 36.000 – 55.000 € per ogni ettaro di suolo consumato. Il rapporto precisa subito dopo che “si tratta con tutta evidenza di una sottostima”. Quali sono questi costi viene spiegato in maniera molto dettagliata nel rapporto, difficilmente riassumibile, per cui rimandiamo alla lettura del capitolo dedicato all’argomento (capitolo 52, pagina 117, Impatto del consumo di suolo in Italia).

Vedi anche:

Perché le città sono diventate più insicure?

Panic on the streets of London
Panic on the streets of Birmingham
I wonder to myself
Could life ever be sane again?
Panic - The Smiths

 

Le nostre città sono sicure? Quando si parla di criminalità si oscilla sempre tra i dati reali e la criminalità percepita. A volte le due realtà coincidono, a volte no. Se confrontiamo numerose ricerche sul tema, l’impressione è che le nostre città oggi siano più sicure di ieri; allo stesso tempo, se parliamo con le persone che conosciamo, leggiamo i giornali e soprattutto i commenti dei lettori, abbiamo l’impressione di vivere nelle città più pericolose al mondo, dove dietro ogni angolo si nasconde un bruto pronto ad aggredirci. La soluzione, in mancanza d’altro, è affidarsi ai numeri. A volte più facili da fraintendere che da interpretare, ma unica risorsa per avere un’idea del panorama reale della sicurezza.

Secondo vari report più o meno recenti gli omicidi in Italia sono costantemente in calo dal 1991, ma negli ultimi anni sono aumentati i piccoli crimini di strada, come le aggressioni e i borseggi. Questi ultimi nel 2009 erano 113mila all’anno, mentre nel 2014 179mila, come spiegato dal sociologo Marzio Barbagli in una sua ricerca.

sorveglianza

L’incremento si è sentito soprattutto nelle regioni settentrionali, dove la frequenza di questo tipo di reato di strada è sempre stata più alta rispetto al resto d’Italia. Le grandi città, inutile dirlo, sono ai primi posti. Città come Milano, Torino, Bologna, Firenze e soprattutto Roma, dove i borseggi sono aumentati in 5 anni del 31,5%. Ma la capitale dei borseggi in Italia è Bologna, come già dal 1995 al 2006.

Leggi anche: Sicuri solo della paranoia. Per la sicurezza

Un libro da leggere per capire come e perché sia profondamente cambiata a livello globale la nostra percezione della sicurezza nelle città. Paul Virilio - Città panico, Raffaello Cortina Editore.
Un libro da leggere per capire come e perché sia profondamente cambiata a livello globale la nostra percezione sulla sicurezza della vita nelle città moderne. Paul Virilio – Città panico, Raffaello Cortina Editore.

Un’indagine Istat confermava il calo degli omicidi nel 2013, ma anche l’aumento dei furti e delle rapine. E nel rapporto Bes 2014 sottolineava: “La percezione di sicurezza è diminuita negli ultimi anni: si sente molto o abbastanza sicuro a uscire da solo quando è buio il 55% delle persone; erano il 59% nel 2010 e il 60,8% nel 2011. La differenza tra maschi e femmine è elevatissima: il 75% degli uomini si sente sicuro ad uscire la sera da solo al buio contro il 42,9% delle donne”.

Le donne si sentono meno sicure, e in particolare nelle città. Infatti, continua l’Istat: “Il quadro complessivo della sicurezza è migliore nelle aree a minore densità urbana. Si tratta di territori meno affetti dalla criminalità predatoria che contraddistingue soprattutto le aree metropolitane e caratterizzati da una maggiore facilità nel mantenere i rapporti sociali e di vicinato, che sono alla base del controllo sociale”.

 

La situazione sembra rovesciata rispetto alle antiche città fortificate medievali, dove dentro le mura era garantita la sicurezza agli abitanti, mentre fuori non esisteva legge o quasi e si era in balia di banditi e aggressioni. Ora sembrerebbe il contrario: fuori dai centri metropolitani la criminalità predatoria è minore, mentre nelle nostre città così moderne, così controllate e così smart, con videocamere di sorveglianza ovunque e pattuglie di polizia, i cittadini non si sentono sicuri.

Per molte persone che vivono nelle grosse metropoli il tragitto dall’automobile alla porta di casa è un momento di ansia, come doveva essere attraversare il bosco durante la notte lontano dal castello. Ci sentiamo vulnerabili, soffriamo d’ansia, abbiamo paura. Come scriveva ancora l’Istat: “L’impatto più importante della criminalità sul benessere delle persone è il senso di vulnerabilità che determina”. Un dato significativo è che la paura di subire un reato da parte di chi ne ha già subito uno non è così lontana, in percentuale, da chi non ne ha mai subito, come dimostra questo grafico:

grafico-sicurezza
Da “Tendenza di alcuni fenomeni delittuosi in Italia, in Emilia-Romagna e nella provincia di Modena” di Eugenio Arcidiacono – Regione Emilia-Romagna – Servizio Affari della Presidenza della Giunta, Settore Politiche per la sicurezza, la polizia locale e la legalità

Secondo uno studio sulla violenza contro le donne promosso dalla Commissione Europea 4 donne su 10 evitano i luoghi pubblici quando non sono frequentati. Una strada vuota fa più paura di una strada piena: il senso di insicurezza è maggiore, e si ritorna a quella situazione da “fuori le mura”. Come aveva scritto l’antropologa Jane Jacobs nel suo celebre saggio del 1961 Vita e morte delle grandi città: “La strada deve essere sorvegliata dagli occhi di coloro che potremmo chiamare i suoi naturali proprietari” e anche: “Tutti sanno che una strada urbana frequentata è probabilmente anche una strada sicura, a differenza di una strada urbana deserta”. Parlava delle metropoli americane negli anni ’60, ma il discorso è tuttora valido nel 2016, in Italia e a Modena.

orig_367487

Se da una parte l’urbanistica non aiuta (“In una strada attrezzata per accogliere gli estranei e per garantire lo loro sicurezza e quella dei residenti, gli edifici devono essere rivolti verso la strada; non è ammissibile che gli edifici lascino la strada priva di affacci, volgendo verso di essa la facciata posteriore o i lati cechi” scriveva ancora Jane Jacobs) e l’informazione quotidiana genera ansia usando spesso toni allarmistici sui temi della criminalità urbana, c’è forse anche qualcosa di più profondo che ha a che fare con il nostro rapporto con la violenza.

Se per i nostri nonni e bisnonni era normale azzuffarsi per strada o prendere botte tornando a casa o sui mezzi pubblici, o ancora a loro volta aggredire qualcuno, le generazioni più recenti e più benestanti sembrano al riparo da tutto questo. Cresciamo senza quasi avere contatti con la violenza, fin da bambini. Diventa una cosa che non ci riguarda personalmente: nelle scuole viene limitato ogni tipo di contrasto fisico, sul posto di lavoro difficilmente si va oltre le molestie verbali, e se andiamo in palestra a dare pugni a un sacco difficilmente ci capiterà di dare un vero pugno a qualcuno durante la nostra vita. In sostanza ci sentiamo al sicuro dalla violenza perché la evitiamo, perché la incontriamo raramente o non la incontriamo affatto. Ma quando ci troviamo negli spazi pubblici, collettivi, quelli della città, la situazione cambia. E ci sentiamo insicuri, vulnerabili.

15-self-defense-w1200-h630

“Vivere in maniera più consapevole la città”: è così che viene presentato il corso di difesa personale femminile organizzato a Modena dalla Fondazione Scuola Interregionale di Polizia locale. Lo scopo è proprio quello di dare maggiore consapevolezza alle donne che partecipano e di conseguenza una maggiore sicurezza, autostima, grazie non solo alla capacità di difendersi fisicamente da eventuali aggressioni, ma soprattutto di saper leggere le situazioni e capire cos’è pericoloso e cosa non lo è. Sembrerà strano, ma oggi bisogna insegnarlo. Abbiamo rivolto qualche domanda su questo tema alla direttrice della scuola, la dottoressa Liuba Del Carlo.

Come mai il corso di difesa è dedicato solo alle donne? Sono una categoria più a rischio?

È stato pensato specificamente per la difesa femminile perché la conoscenza di tecniche di difesa personale potrà servire nel caso di una loro applicazione pratica ma soprattutto servirà, sotto il profilo psicologico, per dare alle partecipanti quella fiducia in sé e quella tranquillità che sono il bene più prezioso e più minacciato, per la stessa qualità della vita. Donne e anziani sono ritenuti soggetti più deboli e quindi i reati predatori e le aggressioni possono più di frequente essere a loro dirette.

Uno degli obiettivi principali del corso è “potenziare il proprio livello percettivo”. Che cosa vuol dire?

Sapere individuare potenziali situazioni di pericolo, valutando l’entità del pericolo stesso e scegliendo il modo più opportuno per fronteggiarlo.

Perché dobbiamo imparare a difenderci? Le nostre città non sono sicure?

Per aumentare la fiducia in noi stessi, sapendo che, nel caso in cui ci capitasse qualcosa di spiacevole, saremmo in grado di reagire. Nel corso, inoltre, si propongono alcuni accorgimenti utili a prevenire situazioni di pericolo.

Modena secondo voi è una città poco sicura? Capita di essere aggrediti?

Questo corso si tiene a Modena perché qui è la nostra sede ma potrebbe svolgersi in qualsiasi altra città e gli accorgimenti che vengono proposti sono validi ed applicabili ovunque; anche nelle città più sicure può capitare di ricevere attenzioni non gradite per strada o di imbattersi in una persona che abbia bevuto troppo.

Le persone che partecipano di solito sono persone che hanno già avuto episodi spiacevoli in città?

Alle precedenti edizioni del corso hanno partecipato persone che non avevano avuto esperienze personali di aggressione ma che volevano aumentare la propria percezione di sicurezza.

Se mi sveglio durante la notte e trovo i ladri in casa cosa devo fare?

A questa domanda risponderanno, durante il corso, i nostri formatori che appartengono alla Polizia locale e sapranno dare consigli molto utili su come fronteggiare le diverse situazioni; senza creare allarmismi ed informando anche sui diversi servizi presenti sul territorio, ai quali ci si può rivolgere per ricevere aiuto e supporto.

Non c’è il rischio di un eccesso di prudenza e paura vivendo la città come continuo potenziale pericolo? Ogni passante diventa un potenziale nemico?

La frequenza del corso va nella direzione opposta, sviluppando cioè la capacità di riconoscere, ed evitare se possibile, i potenziali pericoli, si porta ad acquisire più sicurezza e ad evitare la paranoia nella vita quotidiana.

Il senso di Modena per il maiale

In una famosa cartolina di Modena viene rappresentata una particolare trinità: al centro la Ghirlandina, in alto a destra una bottiglia di Lambrusco, e a sinistra, come se scendesse dal cielo, uno zampone. Sotto, la didascalia: Modena – le tre specialità. Esistono diverse varianti di questa storica cartolina modenese, alcune in bianco e nero, alcune a colori, altre con l’aggiunta di una quarta specialità: i motori. Ma la presenza costante è lo zampone volante, enorme, più alto della Ghirlandina, come quello che ogni anno realizzano a Castelnuovo Rangone, regolarmente presente nel Guinness dei primati. Sembra vegliare su tutti i modenesi, o incombere sulla città in maniera minacciosa: punti di vista.

1200

Il rapporto tra Modena e il maiale è noto in tutto il mondo. Più o meno ogni regione d’Italia ha i suoi prodotti tipici a base di maiale, l’animale dell’abbondanza per eccellenza, quello di cui non si butta via niente e che sfama la comunità intera, quello con cui fare gli insaccati da conservare tutto l’anno, quello delle scorpacciate, del grasso, dell’opulenza. Ma l’Emilia, e Modena in particolare, sembrano avere un rapporto speciale con questo animale, tanto da dedicargli statue (a Castelnuovo Rangone, ma anche a San Giorgio di Piano, Bologna).

Sequenza-01.Immagine001

Del maiale si dice che è un animale intelligente, che è l’animale più vicino all’uomo dal punto di vista genetico, e che “sono creature meravigliose” come ricordano spesso gli allevatori. Dunque perché a un certo punto lo facciamo a pezzi e lo mangiamo? E come mai certi popoli e certe religioni lo considerano un animale disgustoso e impuro, mentre altri lo adorano e ne declamano le lodi? Perché è allo stesso tempo un simpatico protagonista di cartoni per bambini (pensiamo a Peppa Pig, giusto per fare un esempio) ma anche del nostro pranzo e della nostra cena? E’ come se la passione per il maiale passasse per un affetto fisico, totale, e sconfinasse nell’amore cannibale, lo stesso per cui un padre affettuoso dice alla figlia scherzosamente “ti mangerei!”. Solo che col maiale passiamo ai fatti: lo mangiamo. E dei 7,93 milioni di maiali macellati nel 2015 tra il centro e il nord Italia, il 30% venivano dall’Emilia-Romagna. Insomma, quasi 2 milioni e mezzo.

007C8C3000000258-3259889-image-a-10_1443998541149

Allo stesso tempo il maiale diventa occasione di deliranti conflitti culturali, scatenate discussioni sui social network tra carnivori esaltati e vegani fondamentalisti che chiamano i primi “mangia cadaveri”, provocatorie performance artistiche, famosi romanzi come “La fattoria degli animali” di Orwell, diversi film e cartoni animati per bambini, non solo Peppa Pig, ma anche Le avventure di Piggley Winks, oltre ai capostipiti Babe – maialino coraggioso e ovviamente Miss Piggy dei Muppets, già al centro di un celebre dialogo di “Pulp Fiction” di Tarantino in cui i due protagonisti discutono appunto sulla scelta di mangiare il maiale. Insomma, da fatto culinario, il maiale diventa – ed è sempre stato – un fatto culturale. Buono da mangiare solo se buono da pensare, per citare un bel saggio dell’antropologo americano Marvin Harris.

5760946_310660C’è un altro saggio ancora più specifico proprio sull’amato/odiato suino: si chiama “Il maiale – storia di un cugino poco amato” di un altro antropologo, il francese Michel Pastoureau, che ripercorre la storia del maiale da quando viveva nei boschi fino ad oggi, tra allevamenti e supermercati. Pastoureau analizza inoltre l’oscillante simbologia suina, più ambivalente che contraddittoria, che va appunto dall’odio all’amore, senza mezze misure: “Nel corso dei secoli il maiale ha conosciuto alterne fortune, che lo hanno visto animale degno di essere sacrificato agli dei in Egitto e in Grecia, trasformato poi in simbolo di lussuria per colpa del manto rosa che lo fa sembrare nudo e addirittura condannato davanti a tribunali in piena regola con l’accusa di infanticidio”.

L’antropologo francese lo definisce “un cugino poco amato”, riferendosi alla prossimità genetica tra uomo e suino. In effetti ci sentiamo molto vicini al maiale e l’idea di parentela tra le due specie è più antica delle scoperte sul DNA; allo stesso modo, e forse proprio per questo, ne proviamo disgusto, almeno finché non è stato macellato e cucinato: allora è delizioso. Tanto da ispirare poemi, componimenti e veri e propri elogi, come il modenese “Elogio del porco” di Tigrinto Bistoni (pseudonimo dell’abate Giuseppe Ferrari) del 1761. E qui torniamo alla nostra cartolina, dove il super zampone si librava nell’alto dei cieli modenesi.

24373

Oggi le pubblicità dei prodotti a base di carne sono molto più sobrie, pulite e, diciamolo, anche più noiose (con le dovute eccezioni: memorabile questa visionaria pubblicità Negroni, con un intero mondo fatto di prosciutto, salame e pancetta). Si tende meno a rappresentare l’animale nella sua interezza, perché potrebbe far sorgere delle domande al bambino che si renderebbe conto di avere nel piatto Peppa Pig, e allo stesso tempo si tiene conto del target animalista, sempre più ampio, a cui l’idea di coltellacci e sangue non va giù. E dunque si preferisce rappresentare il prodotto già finito oppure situazioni in cui viene gustato da coppie o famiglie.

Eppure in passato non era così. Promuovere l’acquisto di carne con l’immagine di un maiale che si taglia a fette da solo non era così strano. Basta guardare una selezione di cartoline pubblicitarie delle più famose industrie modenesi del settore per farsi un’idea di com’era visto il maiale fino a qualche decennio fa.

Un classico era l’antropomorfizzazione del maiale, oppure il contrario, l’uomo che veniva trasformato in suino (come i porci dell’Odissea), giocando ancora sull’assomiglianza tra le due specie. In questa cartolina della “premiata fabbrica salumi Pellegrino Corsini” di Spilamberto, vediamo un maiale vestito da macellaio che affetta una mortadella, ad esempio.

$T2eC16VHJGwFFZRJ5mpfBSQHdvDJWQ--60_57

In quest’altra dell’industria salumi Frigieri & C. di Modena, un maialino è in ginocchio e piange, di fronte a quello che sembra un bambino rubicondo con una mascherina misteriosa, con grembiule e mannaia pronta ad essere usata. Da notare la somiglianza tra il bambino e il maiale: stessi colori, stesse rotondità. L’artista sembra suggerire che le due parti potrebbero essere tranquillamente invertite.

frigieri

La rotondità e la somiglianza tra uomo e maiale, tra chi macella e chi viene macellato, viene suggerita anche in questa cartolina di Romolo Barbieri di Cavezzo, in cui un salumiere lardoso regge – con una sola mano, peraltro – un grosso maiale. La scena, realizzata dall’artista modenese Dario Mazzieri, fondatore di Artestampa (a cui il Museo della Figurina ha dedicato una mostra), è decisamente surreale: l’uomo indica al suino salami, prosciutti e vari insaccati, e l’animale sembra sorridere felice del suo destino.

image43

Sempre di Mazzieri questa bella e raffinata cartolina in cui il solito cuoco o salumiere rotondo e gioioso, in questa versione un po’ ectoplasma, abbraccia prosciutti e salami.

image4

Sempre l’aspetto grasso e rubicondo, sintomo di chi mangia molta carne, si adatta alla perfezione anche a questo Babbo Natale del salumificio Bellentani, che porta come doni salumi di ogni genere, e non manca ovviamente uno zampone. Oggi a vedere questi volti gonfi e rossi penseremmo alla gotta, ai problemi di ipertensione, ma al tempo facevano pensare a tutto l’opposto: a una buona salute, al benessere e alla ricchezza (al quale il maiale, come abbiamo visto, viene spesso associato).

$(KGrHqJ,!n4E-u-UdL!PBP8jRpqbig--60_57

Ancora del salumificio Bellentani, questa cartolina in cui rappresentanti di diversi popoli cercano di raggiungere un albero della cuccagna dal quale ovviamente pendono i salumi modenesi. I più abili, a quanto pare, sono gli indiani americani e gli aborigeni.

Ma non solo Bellentani ci teneva a mostrare come i propri salumi fossero graditi in tutto il mondo. Anche Maletti, la storica azienda di Castelnuovo Rangone, realizzò una serie di cartoline pubblicitarie – chiamate “serie i salumi Maletti del mondo” – in cui vari popoli mostrano orgogliosi casse di salami e prosciutti, perfino sopra un dromedario.

1200wtfgh

E ancora, questa bellissima cartolina della Premiata Fabbrica Salumi Fratelli Grosoli di Collegara, in cui un maiale piange sopra un cumulo di prodotti realizzati probabilmente con i suoi amici e parenti, e sopra la frase “poveri fratelli!!!”. Oggi sembrerebbe una riflessione provocatoria; all’epoca era solo una cartolina ironica, in cui si scherzava sulla fine che i nostri “cugini” maiali prima o poi dovevano fare.

03

In copertina: “Party pigs” di Tim Geers (Immagine in licenza CC)

Le cure ai denti sono un problema di equità sociale?

I ricchi possono curarsi i denti, i poveri no. E’ davvero così semplice? Abbiamo visto come l’accesso al servizio sanitario nazionale per quanto riguarda le cure odontoiatriche non sia esattamente una passeggiata. Non tutte le ragioni coprono tutti i tipi di cure, i tempi di attesa sono lunghi, molti utenti non sono adeguatamente informati e la conseguenza è che quasi tutti si rivolgono ai dentisti privati (nel periodo 2005-2013 solo il 5% si rivolgeva al pubblico, il 95% al privato – dati Istat); oppure, semplicemente, rinunciano alle cure e trascurano i denti, peggiorando col tempo la situazione.

Il fenomeno è dato talmente per scontato che l’Istat dal 2005 ha inserito nel paniere dei fabbisogni essenziali, quelli che comprendono il minimo necessario per “mantenersi in buona salute” anche i servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato, ma che di fatto sono a carico delle famiglie. Al primo posto l’Istituto indica proprio il dentista (da La misura della povertà assoluta, Istat 2009). Ma è abbastanza per parlare di disuguaglianza? A non potersi curare è solo chi si trova in povertà assoluta?

Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.
Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.

Come abbiamo visto più volte, esiste una enorme zona grigia fatta di varie sfumature di povertà: povertà relativa, impoverimento, rischio di povertà. Luca è un 26enne del sud che ha avuto grossi problemi ai denti. Non avendo soldi da parte, un lavoro fisso né una famiglia in grado di sostenerlo, dopo mesi di sofferenza si è rivolto al servizio sanitario nazionale. “In realtà non avevo nemmeno i soldi per il ticket, ma ho scoperto poi che ero esente” spiega. Ha bisogno di cure in più fasi, dato che avendo trascurato i propri denti per anni, ora la situazione è peggiorata. Ma intanto c’è la prima visita. Tempo d’attesa: poco più di un mese. In seguito a questa prima visita, vengono decisi gli interventi necessari, per cui Luca prenota. Qui i tempi di attesa cambiano: sei mesi. Il tempo passa, ma quando arriva il momento delle cure, Luca non può andarci: “Ho aspettato mesi, solo che io in quel periodo lavoravo, quando l’ho prenotata non potevo saperlo, perché faccio lavori saltuari. Ma non potevo assolutamente saltare il lavoro, l’avrei perso. Quindi ho saltato la visita”.

Da un dentista privato avrebbe aspettato molto meno e, non potendosi presentare il giorno dell’appuntamento, avrebbe potuto spostare al giorno dopo la visita. Succede così che passano altri mesi, in cui il problema ai denti peggiora e il dolore aumenta. Nel suo caso, come in quello di molti altri come lui, subentra la rassegnazione. Vedendo l’estrema difficoltà – anche di comunicazione – nel rivolgersi al servizio sanitario dello Stato, Luca lascia perdere. Decide di mettere da parte i soldi e rimandare le cure al futuro, con un dentista privato, economico, che magari dia la possibilità di un pagamento rateale.

Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo
Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo

Per arginare questo problema nell’ultimo decennio sono nate molte iniziative “compensative”, come quelle di welfare privato, poliambulatori a prezzi molto bassi o cooperative di dentisti. Gli utenti hanno a disposizione tutta una serie di alternative sia al servizio pubblico sia ai dentisti privati più cari, che comprendono anche i famosi viaggi in paesi dove le cure costano meno (Croazia, ad esempio), le offerte su siti come Groupon, in cui si arriva a sconti fino al 70% per prestazioni odontoiatriche – spesso però con tariffe rialzate appositamente – o la richiesta di un finanziamento per pagarsi le cure.

Vedi anche: Il paese che non può sorridere

Un altro caso emblematico è quello di Federico. 42 anni, nord Italia, Federico lavora nel settore dell’artigianato e non ha grossi problemi economici. Finché non si presenta una grossa spesa medica imprevista: “Si trattava, in tutto, di circa 3500 euro di cure ai denti, in una clinica a basso costo”. La spesa in realtà è imprevista fino a un certo punto: “Io era da almeno 15 anni che dovevo sistemare i denti, ma rimandavo sempre perché dovevo risparmiare. Le cose man mano si sono complicate e quando mi sono ritrovato con tutti i molari inutilizzabili e dolori lancinanti mi sono deciso”. A questo punto Federico, conoscendo i preventivi degli studi dentistici privati, prova a informarsi per le cure odontoiatriche erogate dal servizio sanitario nazionale: “Ho ottenuto risposte nebulose o assenza totale di informazioni. E comunque per accedervi devi avere un reddito da fame: se hai un reddito medio come il mio va a finire che fai prima ad andare in cliniche private a basso costo. Certo, mi rendo conto che non è il top della qualità, ma sono bravi e professionali, e comunque più di così non potevo proprio permettermi”.

La storia di Federico è indicativa della complessità del fenomeno. Non abbastanza povero da essere facilmente assistito dal servizio pubblico (per quanto, ripetiamo ancora, non sia così semplice); ma non abbastanza benestante da recarsi senza problemi dal miglior dentista della città. Si trova in quella zona grigia di italiani che ufficialmente non sono poveri, ma di fatto hanno un accesso limitato a molti servizi. Un altro esempio recente è la storia di una signora 61enne di Prato che, come racconta il Tirreno, si è ritrovata a non avere i soldi per curarsi in privato e allo stesso tempo a non riuscire ad accedere alle cure pubbliche. Situazioni così sono all’ordine del giorno in tutta Italia.

Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.
Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.

Ma c’è una prova materiale, evidente, che dimostrerebbe come effettivamente i denti siano un indicatore di disuguaglianza sociale. Una ricerca pubblicata nel 2014 sul Journal of Dental Research, e ripresa dalla BBC, dimostra come raggiunti i 70 anni le persone povere hanno in media “otto denti in meno” rispetto ai ricchi. Otto denti sono un quarto di una normale dentatura adulta (32 denti). La ricerca ha evidenziato come le persone con redditi più bassi e livelli di istruzione inferiori, hanno risultati clinici peggiori rispetto alle persone della stessa età con redditi superiori, ma anche anche come le nuove generazioni, in generale, abbiano bocche più sane rispetto alle generazioni precedenti.

Ma il dato che qui ci interessa è quello sulla diseguaglianza. Una persona povera si cura meno di una non povera, e tra i più colpiti ci sono immigrati, anziani e soprattutto bambini. In Italia ad esempio – secondo dati Istat del 2013 – tre minori su dieci non vedono il dentista fino ai 14 anni di età. Con il passare del tempo i problemi vengono trascurati e peggiorano, arrivando alla vecchiaia con problemi ormai irrisolvibili. Dunque, letteralmente, i poveri hanno meno denti dei ricchi, principalmente perché hanno meno possibilità economiche di curarsi.

E’ uno di quei casi in cui viene da pensare che “non ci voleva la scienza”, per capirlo, e a notarlo è anche il prof. Jimmy Steel, direttore della scuola dentale dell’università di Newcastle, come riporta ancora la BBC: “Probabilmente non è un grande sorpresa scoprire che le persone più povere hanno una peggiore salute dentale di quelle ricche, ma la sorpresa è vedere quanto sono grandi queste differenze e come influiscano sulla vita delle persone. Otto denti in meno sono una quantità enorme e hanno un grande impatto per le persone”.

In copertina, uno scatto di Carsten ten Brink (Licenza CC).

Il paese che non può sorridere

C’è una parte del paese che non può sorridere perché si vergogna dei propri denti. O perché, semplicemente, non dorme la notte per il dolore. Nell’autunno scorso abbiamo scritto un articolo dal titolo Cosa succede se devo curarmi i denti e non posso farlo? Se in teoria in alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, le cure ai denti sono coperte dal servizio sanitario nazionale, nella realtà dei fatti – come avevamo dimostrato – non è così semplice, tanto che la maggior parte delle persone preferiscono ancora rivolgersi ai privati. Se per gli altri specialisti (ortopedici, oculisti, eccetera) si può facilmente accedere al servizio sanitario nazionale, per i dentisti è diverso. Si dà per scontato che sia un tipo di medicina specialistica da svolgersi in privato, anche perché i tempi d’attesa del pubblico non sono conciliabili con i problemi ai denti, che oltre a causare dolori insopportabili, provocano anche disagi psicologici. Ma cosa succede se uno non ha i soldi per pagare?

In seguito alla pubblicazione di quell’articolo abbiamo visto arrivare sempre più visitatori da Google con chiavi di ricerca che rimandavano al nostro sito. Per capire che aria tira, riportiamo una piccola selezione di queste ricerche:

  • non ho soldi per il dentista
  • sistemare i denti senza soldi
  • dentista per disoccupati
  • cosa succede se non pago il dentista
  • non ho più denti

Queste sono le domande più frequenti con cui i lettori arrivano al nostro articolo. Un piccolo campione di una realtà molto più grande che rappresenta un problema spesso sottovalutato da quello che è considerato uno dei servizi sanitari migliori al mondo.

Un'immagine di Chauvi
Un’immagine di Chauvi (Licenza CC)

Notizie come quelle della 18enne siciliana che nel 2014 è morta per un semplice ascesso trascurato (probabilmente per motivi economici), e degenerato in una grave infezione, non sono servite a riportare il tema né sulla cosiddetta agenda politica – sempre più scollegata dalla realtà – né sulle pagine dei giornali, impegnati a pubblicare video buffi o notizie contro gli immigrati.

Eppure il problema c’è, e si vede. Come scrivevamo in passato, sembra che si sia tornati a un’idea di povertà antica, in cui riconosci una persona che non ha soldi dai denti. Nel nostro caso, oltre alle chiavi di ricerca che portano le persone al nostro primo articolo, a colpirci sono stati due commenti recenti. Il primo di una lettrice, che si firma Ilaria:

mia mamma ha problemi di denti che la stanno portando alla morte ma nn abbiamo soldi perché mio padre nn lavora e nn abbiamo nessuna disponibilità economica ed è costretta ogni giorno a soffrire

Abbiamo provato a contattare Ilaria ma non ci riamo riusciti. Non siamo in grado di garantire quanto nel suo commento corrisponda alla verità, non conoscendo la realtà che racconta e non avendo potuto comunicare direttamente con lei. Successivamente è arrivato però un secondo commento, che ci ha colpito ancora di più, di un lettore che si firma Luca:

SONO TANTI ANNI CHE SONO NELLA STESSA SITUAZIONE DA QUANDO AVEVO 20 ANNI A QUESTA PARTE HO IL VOMITO PER LA MIA SOCIETA` VORREI UCCIDERLI MA NON POSSO

Stavolta siamo riusciti a metterci in contatto con l’autore del commento, un ragazzo del sud Italia, e gli abbiamo chiesto di spiegarci meglio la sua storia.

“Ho scritto quel commento un po’ animato dopo aver letto quello della signora disperata [Ilaria, ndr]” ci spiega. “Ho 28 anni, ho fatto tutti i lavori possibili, manovale, muratore, imbianchino, gommista, autotrasportatore, qualsiasi lavoro alla giornata, e sono un bravo elettricista. Al momento sono più di 2 anni che ho un dente aperto con il nervo che mi fa male. E’ andata così: avevo fatto aggiustare un dente, poi dopo un anno la pasta ha ceduto e io ero senza soldi per ripararlo. Quindi me lo sono tenuto così finché si è rotto tutto a forza di mangiare. Una notte sono impazzito per il dolore, un dolore allucinante, non esagero. Sono corso al Pronto Soccorso dove mi hanno fatto 2 punture di Toradol. Non sono mai tranquillo con questo nervo di fuori, non riesco a stare mai spensierato, da due anni. Perché mentre mastico mi aspetto sempre il dolore, non solo nel dente, ma in tutta la metà della faccia. Sto perdendo anche la vista all’occhio sinistro e sento che è collegato al dente, siamo tutti collegati da nervi, no? Potrebbe essere la causa? Ora ho messo da parte 500 euro e voglio intervenire perché non mi sto godendo più la vita, non so più cosa fare”.

denti03

La sua non è che una testimonianza della difficoltà di chi si trova in difficoltà e non riesce a rapportarsi con il servizio di sanità pubblica (cosa non facile, ripetiamo) e allo stesso tempo non ha i mezzi economici per rivolgersi ai privati, che oggi dicono di venire incontro ai pazienti – o meglio, ai clienti – con rateizzazioni di ogni genere, ma raramente abbassando i prezzi. Lo riteniamo un tema importante e rappresentativo di una povertà che colpisce in primis chi è sempre più povero, ma anche la cosiddetta classe media, quella che non è esente da ticket, ma non ha i soldi per pagare il dentista. Ne parleremo nei prossimi articoli.

In copertina: un’immagine di fotologic (Licenza CC).

“Mettersi negli occhi degli altri”: per una città dove anche un cieco può camminare

Vivere in città non è facile: servizi e infrastrutture che dovrebbe facilitarci la vita, diventano invece fonte di problemi quando non funzionano. Se una strada è senza dubbio fondamentale per una vita urbana civile, che succede se quella strada ha delle buche che ci fanno cadere? Se per i vedenti questo è un problema che provoca al massimo qualche vaga lamentela, per le persone cieche – e per altre con disabilità di altro tipo – questi piccoli inconvenienti rendono la vita molto difficile e richiedono una continua capacità di adattamento.

Spostarsi, ad esempio, per un non vedente non è affatto impossibile: si impara col tempo come muoversi nello spazio in maniera indipendente, con bastone o senza, cosa fondamentale per una vita autonoma. La maggior parte dei ciechi imparano a farsi delle “mappe cognitive” dei luoghi che conoscono, utilizzando punti di riferimento che i non vedenti ignorano, grazie anche a un sistema di “sostituzione sensoriale”. Ovvero: l’azione “vedere” non si limita agli occhi, ma diventa una somma di tutti gli altri sensi, a partire dall’udito, ma non solo.

Modena, via Emilia all'altezza del Duomo
Modena, via Emilia all’altezza del Duomo

Nonostante questa capacità venga acquisita dalla maggior parte dei ciechi da autodidatti o con i corsi di orientamento mobilità, basta poco per perdere l’orientamento e finire nel buio più totale, come è successo da poco a Modena a un socio dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. E’ qui che interviene la responsabilità di chi amministra la città: gli insediamenti urbani sono concepiti – almeno in teoria – per aiutare le persone a vivere collettivamente e a spostarsi con facilità – andare a casa, andare a lavorare, partecipare a una vita comunitaria – contribuendo così allo sviluppo sociale, culturale e urbano. Ma una città “intelligente” davvero, dovrebbe tenere conto di tutti i cittadini e a tutti dovrebbe essere facilitata la mobilità – anche ai ciechi – senza pesare sulle tasche dei singoli (è facile la risposta “prendi il taxi”).

Abbiamo parlato di questo e di molto altro con Ivan Galiotto, il giovane presidente della sezione modenese dell’Uici, che ci ha spiegato le problematiche attuali dei non vedenti modenesi, le possibili soluzioni (a volte molto semplici) e le attività in corso a Modena per ciechi e ipovedenti, a partire da quelle sportive fino all’importante progetto del “libro parlato” di cui ci siamo già occupati in passato.

Modena, a passeggio in piazza Roma liberata dalle auto
Modena, a passeggio in piazza Roma liberata dalle auto

Cosa è stato fatto da parte del Comune per i non vedenti e cosa non è stato fatto?

Partiamo dal presupposto che la nostra sezione è da alcuni anni in una fase di rinnovamento e costante trasformazione in linea con i grandi mutamenti culturali che riguardano il mondo della disabilità. D’altro canto anche il mondo è cambiato, soprattutto da quando la crisi economica ha costretto a rivalutare ogni spesa, ogni investimento, purtroppo anche in fatto di welfare e di sostegno al mondo delle fragilità. Questo ha portato una difficoltà in più sul fronte del rapporto con le Istituzioni. Nonostante questo possiamo dire che ogni volta che si è aperto un dialogo e c’è stata la possibilità di condividere le nostre difficoltà e di essere ascoltati, ne è uscito qualcosa di buono. E’ il caso per esempio della collaborazione fruttuosa con l’Assessora alla Smart City Ludovica Ferrari. Per altro verso restano molti problemi in fatto di mobilità autonoma per i disabili visivi che vivono a Modena, dovuti anche ai tagli alle risorse per trasporti e sui buoni taxi fino ad arrivare allo scarso numero di semafori acustici o segnalatori a terra in città. Per cercare di tamponare la situazione e tutelare il diritto a muoversi dei nostri Soci ci siamo attrezzati per offrire un servizio di trasporto sociale, ma non è semplice coprire tutte le richieste con i pochi mezzi e i pochi volontari che abbiamo per ora.

Recentemente si è sfiorato un grave incidente alla fermata dell’autobus che ha riguardato un vostro socio. Ci puoi riassumere cos’è successo? Che tipo di soluzioni sono state intraprese?

Qualche settimana fa un nostro socio si stava recando in sede in via Don Milani per partecipare alle attività del venerdì mattina. Ha cercato di raggiungere la sede con l’autobus 14, scendendo in via Allende, parallela di via Don Milani, come fa spesso. E’ una soluzione un po’ brigosa e che comporta tempi lunghi, ma non possiamo permetterci il taxi ogni volta che ne avremmo bisogno, e così facciamo uno sforzo in più pur di mantenere una certa autonomia, correndo anche qualche rischio. Ma il rischio qui è piuttosto alto, e infatti è bastata una “svista” del nostro socio non vedente, per ritrovarsi anziché davanti alla nostra sede, lungo la Nonantolana, in balia dei veicoli che sfrecciavano a gran velocità. Fortunatamente è riuscito a mettersi in salvo nei pressi di un’abitazione, e tra l’aiuto della padrona di casa e quello della Stradale contattata dagli automobilisti, si è evitata la tragedia.

Abbiamo chiesto di nuovo, come facciamo da anni, di spostare la fermata del 14 davanti alla nostra sede, deviando il percorso di poche centinaia di metri. Dopo avere ricevuto una controproposta assolutamente inadatta alle nostre esigenze, ora attendiamo fiduciosi una risposta positiva sulla tanto richiesta quanto banale deviazione della linea 14.

Modena, di fronte al mercato Albinelli
Modena, di fronte al mercato Albinelli

In generale quali sono al momento le principali difficoltà per un cieco o ipovedente in città? Cosa andrebbe fatto per migliorare la situazione?

Le sfide più delicate per i ciechi e gli ipovedenti che vivono a Modena sono quelle legate alla mobilità: poter camminare in sicurezza sui marciapiedi senza rischiare di farsi male tra buche e ostacoli di sorta, attraversare una strada con il segnale acustico, avere segnali tattili a terra che aiutino ad orientarsi, un servizio pubblico che agevoli i passeggeri non vedenti con sintesi vocali e servizi informazioni accessibili ed efficaci, contributi – anche ridotti – per utilizzare i taxi quando la soluzione dell’autobus è improponibile o inutilizzabile, e quando i corsi di mobilità e di orientamento non bastano a non rischiare le penne.

Si potrebbe andare avanti con tante proposte, ma il primo passo, indispensabile e assolutamente prioritario a qualunque scelta o azione, è il coinvolgimento attivo dei destinatari dell’azione. Il motto “niente per noi senza di noi” insegna: pensare ad interventi di qualunque genere senza coinvolgere chi si vorrebbe aiutare, equivale il più delle volte a fare un buco nell’acqua. Al contrario ascoltare i bisogni direttamente da chi li conosce fin troppo bene, condividere le sfide, mettersi nei panni – o negli occhi – degli altri, può significare spendere meno denaro ma spenderlo efficacemente. A questo si aggiunga che spesso un intervento di abbattimento delle barriere sensoriali o architettoniche avviato per facilitare un gruppo particolare di cittadini, finisce poi per avere un impatto positivo anche sul resto della comunità. Secondo noi questo è il solo modo per superare gli ostacoli posti dalla crisi.

Quali sono al momento le attività sulle quali siete più impegnati come UICI di Modena?

Tra i progetti strettamente dedicati ai disabili visivi, figurano il Servizio di Patronato a cui si rivolgono sempre più soci e cittadini, le azioni di supporto per gli studenti, le attività ludico-ricreative, e la nostra offerta formativa tra corsi di informatica, mobilità e autonomia personale, settore questo in cui intendiamo spenderci ancor di più ospitando la sede regionale dell’ente di formazione e ricerca IRIFOR. A questo si aggiunge il nostro neonato Sportello d’Ascolto che mira a dare sostegno psicologico a chi si confronta con la propria disabilità e a chi si rapporta a quella di un congiunto.

Parallelamente lavoriamo sul fronte della sensibilizzazione e dell’integrazione, promuovendo progetti di rete che creino sempre più contatti tra disabili visivi e comunità, organizzando eventi in cui si possano conoscere il Braille e gli altri sistemi di lettura a noi necessari, muoversi nello spazio ad occhi chiusi e ancora provare a conoscere oggetti e ambiente attraverso udito, tatto e olfatto. Giocare è una cosa seria e ci sembra il miglior modo per mostrare il volto positivo della nostra diversità.

Modena, Corso Canalchiaro
Modena, Corso Canalchiaro

Sul fronte dello sport cosa avete fatto e cosa state facendo?

Partiamo dal presupposto che uno dei più potenti mezzi di integrazione è lo sport, soprattutto quando è capace di unire nelle medesime sfide, persone con disabilità e persone normodotate. E’ per questo che abbiamo scelto di portare le arti marziali nelle scuole, a partire dalle Pascoli di Castelnuovo Rangone. Grazie a questo progetto e al nostro Sifu (Maestro) Paolo Ciriesi, ragazzi ciechi, sordi, e loro compagni, ognuno con le proprie particolari difficoltà, hanno potuto creare legami e collaborare per imparare nuove modalità di relazione corporea e di crescita personale. Dai risultati così brillanti che abbiamo avuto in termini di soddisfazione dei ragazzi e anche dei docenti, abbiamo pensato di esplodere questa nostra progettualità puntando ad allestire una vera e propria scuola di Arti Marziali nella nostra sede UICI, una scuola creata sulla base dei nostri bisogni, ma capace di accogliere anche altri tipi di disabilità e il più ampio numero di allievi, anche normodotati, senza limiti prefissati di età o altro.

A che punto è il progetto Libro Parlato a Modena?

Il Centro del Libro Parlato di Modena ad oggi è punto di riferimento per gli utenti ciechi, ipovedenti, dislessici o anziani di Emilia Romagna e Veneto, che ogni anno distribuisce migliaia di opere lette e registrate da attori professionisti e donatori di voce. E’ un servizio prezioso per chi per problemi di salute non esce molto di casa, per chi è appassionato di lettura ma non può fruire dei libri “normali”, ma anche per chi frequenta la scuola e l’Università. Ogni anno qui, oltre a smistare le centinaia di opere prodotte a Roma, i nostri donatori di voce leggono e registrano decine di manuali scolastici, saggi romanzi in uscita e altri libri su richiesta dell’utenza. Il servizio è gratuito, non è necessario essere soci UICI per fruirne ma occorre giustificare la richiesta.

Si tratta di un servizio che cambia col cambiare dei tempi e che deve necessariamente tenere conto dei progressi tecnologici, ma noi ci crediamo molto, tanto più che è stato finora, e può continuare ad essere un punto chiave per tutelare il nostro diritto alla lettura e alla cultura.

In copertina: Modena, il municipio in Piazza Grande.

Solitudini silenziose senza ombre né luci

Per il loro fascino notturno e un po’ decadente i motel hanno un posto fisso nell’immaginario collettivo da ormai più di un secolo, cioè da quando le automobili si sono diffuse. Romanzi e film hanno senza dubbio contribuito ad alimentare questo mito, ma anche la pittura: pensiamo a un capolavoro come “Western Motel” dell’artista americano Edward Hopper. Una donna seduta nella camera di un motel, le valigie da una parte, l’automobile parcheggiata fuori dalla finestra, in un paesaggio desertico, stradale, metafisico. E’ appena arrivata? Sta per andare via? Sta scappando? E chi guarda? Questa sensazione di essere altrove, ai margini, fuori dalla realtà, è quella che trasmette l’esperienza di dormire in un motel.

Western Motel di Edward Hopper (1957)
Western Motel di Edward Hopper (1957)

Un tempo i motel erano fuori dalle città, sulla strada. L’idea, come si intuisce dal nome che unisce le parole “motor” e hotel”, era quella di alberghi in cui gli automobilisti, magari impegnati in un lungo viaggio, potessero fermarsi per riposare. Oggi le città sono esplose in maniera omnidirezionale e, soprattutto nel Grande Nord Padano, non c’è quasi più la distinzione tra una città e l’altra. E’ tutta una grande periferia, fatta di distributori di benzina, bar, autolavaggi e sale slot, come sa bene chi percorre la Via Emilia tutti i giorni. I motel si sono dunque ritrovati ai margini e allo stesso tempo al centro di questa unica grande città, in quegli spazi senza identità che talvolta vengono definiti, non sempre a ragione, “nonluoghi”, riprendendo l’espressione di successo dell’antropologo Marc Augè.

motel04Il punto è che quasi nessuno ci va apposta, in un motel. Come scrive Bruce Bégout nel suo saggio “Luoghi senza identità”, nei motel “ci si ferma una notte o al massimo due, ai margini della città, quasi ai margini della vita, tanto scarso è l’interesse affettivo o estetico di questi soggiorni”. Si è sempre di passaggio, difficilmente si programma una settimana di vacanza in un motel vicino all’uscita dell’autostrada. E’ più probabile che sia il caso a portarci verso l’insegna al neon “MOTEL”.

Qualche mese fa mi è capitato di dovermi fermare sulla Via Emilia. Ero solo, era notte, pioveva e non c’era niente di affascinante in tutto questo. Avrei semplicemente voluto essere a casa, non in macchina. La mia scarsa vista e le luci riflesse sulle gocce d’acqua rendevano la guida sempre più difficile. In più iniziavo ad avere segnali poco rassicuranti di un imminente colpo di sonno. Per fortuna la Via Emilia ha numerosi motel sulla strada. Hanno nomi come Motel Galaxy, Hotel Emilia, Hotel Rosso Frizzante, Hotel Eden, Motel Maxim. Costano poco, sono sempre aperti, fuori non c’è il deserto americano come nel dipinto di Hopper, ma camion, ristoranti, fabbriche… Ma sono perfetti in casi di sonno alla guida.

Così, quando vedo una delle tante insegne “MOTEL” penso di fermarmi, ma la manco e passo oltre. Qualche chilometro dopo ne vedo un’altra, ma ancora i miei riflessi ormai semi-addormentati, più la pioggia battente, non mi permettono di svoltare in tempo. Al terzo tentativo riesco a imboccare la svolta e parcheggiare.

Vado alla reception, do un documento e mi danno una chiave. Non scambiamo nemmeno una parola a parte il “buonasera” iniziale. Come scrive ancora Bégout: “La codificazione minimale del luogo influenza il comportamento umano. Lo scambio tra i clienti si riduce a un’aspettativa reciproca molto povera, che in genere consiste nella volontà di non sconfinare nel campo dell’altro, di non fargli né ombra né luce”. E’ come se ci fosse un gigantesco cartello “NON DISTURBARE” su tutto il motel, inclusi i volti dei clienti e del portiere notturno.

motel01

Vado in camera, chiudo la porta e mi siedo sul letto con le scarpe ancora bagnate dalla pioggia. Mi guardo intorno, la camera è piccola e non c’è nulla che desti attenzione. La sensazione è di essere uscito non solo dalla strada, ma anche dalla realtà.

Fuori piove, ci sono luci, il rumore delle tante auto che anche a quell’ora percorrono quel tratto di Via Emilia. Dentro c’è silenzio, l’unica finestra ha i doppi vetri e non si può aprire, c’è l’aria condizionata, il frigobar, la tv e un foglio con l’elenco dei canali infilato sotto il telecomando. Sono presenti anche canali pornografici inclusi nel prezzo della camera, che, contrariamente agli stereotipi sui motel, è perfettamente pulita, bagno compreso: nemmeno una macchia, nemmeno un capello. Rispetto al passato infatti, oggi i motel possono fare concorrenza agli hotel di fascia medio-alta. Hanno spesso bagni con vasca idromassaggio, addirittura mini-piscine in camera a bordo letto o servizi extra surreali come “i petali sul letto” (15 euro) o un set di candele “per l’atmosfera” (25 euro).

Contrariamente agli hotel inoltre, offrono la possibilità del pagamento a ore. Il motivo è chiaro ed è inutile girarci intorno: la possibilità di pernottare solo per alcune ore e i servizi aggiuntivi legati “all’atmosfera” si giustificano con il fatto, ben noto, che spesso i motel servono come alcove per coppie alla ricerca di intimità.

Raymond Johnson - The Motel (1961)
Raymond Johnson – The Motel (1961)

Eppure, la vera esperienza-motel, è quella solitaria. Quella che ci porta a fissarci nello specchio, seduti sul letto, in un silenzio anestetizzante. Continua ancora Bégout: “Poiché determina una forma di tranquilla depressione, il motel induce a economizzare gesti e parole, a lasciarsi invadere dalla semplicità anestetizzante del banale. […] Dopo una lunga giornata in macchina, qualunque viaggiatore cerca il riposo, ma soprattutto l’assenza di quelle costrizioni che ogni rapporto umano inevitabilmente porta con sé. Così, preferisce isolarsi dai propri simili piuttosto che dovere ancora una volta fare conversazione, perché il suo stato fisico e mentale non glielo consente più.”

Ecco allora la televisione, che interrompe il silenzio e la solitudine con noi stessi, irrompendo nella piccola camera e riempendola di rumore, luce, volti umani – tutto quello che abbiamo lasciato fuori. Dopo 5 minuti in camera, sembra già che siano passate ore. Poi, all’improvviso, dei passi: una coppia, sembrerebbe, che entra nella camera vicina. Ogni tanto qualche rumore, forse le scarpe che vengono tolte, l’acqua del bagno, lo sciacquone, una birra che viene stappata. Infatti inspiegabilmente, così come la stanza è perfettamente isolata dal mondo esterno, quello della trafficata e caotica Via Emilia, non lo è invece all’interno, e la sensazione è quella che si prova quando ci tappiamo le orecchie con le dita e iniziamo a sentire i rumori interni del nostro corpo.

Eppure, i clienti della stanza a fianco, sono come fantasmi: rumori vaghi attraverso le pareti, con cui non voglio avere nulla a che fare, e senza dubbio loro non vogliono avere a che fare con me. A proposito Bégout riflette: “Dal suo punto di vista elementare [del viaggiatore, ndr], si tratta proprio di staccare totalmente, di rompere il riflesso della vita quotidiana che lo costringe a reagire di continuo all’ambiente che lo circonda. Per questo il motel offre lo spazio architettonico ideale, che azzera interferenze esterne e interazioni umane. Nessun ristorante dove farsi vedere, nessun impiegato al quale parlare: il riposo assoluto nel ripiegamento su se stesso e nell’indifferenza al mondo. La distanza psicologica che i clienti instaurano tra loro crea l’illusione di un’interiorità ricca e autosufficiente”.

Immagine tratta da "Paris, Texas" di Wim Wenders (1984)
Immagine tratta da “Paris, Texas” di Wim Wenders (1984)

Ma dopo un po’, tolto il volume alla tv e ufficialmente arreso alle tentazioni del frigobar con le patatine a 2 euro, ecco che l’umanità ricomincia ad apparire, come piccole prove raccolte sul luogo di una tragedia: un capello sul copriletto che prima sembrava perfettamente lindo, la sensazione appiccicosa del menù con i prezzi del frigobar, come se fosse stato toccato da migliaia di mani, e poi una risata femminile provenire dalla stanza a fianco. Il mondo continua a esistere. Nella stanza illuminata da un documentario senza audio sui dinosauri, il ronzio del condizionatore crea un sottofondo che placa il silenzio interiore, mentre la stanchezza prende il sopravvento e le voci dei fantasmi intorno, la risata della donna, una porta che si apre e poi si chiude, si confondono nei sogni… Come scrive Bégout: “Al calare della notte c’è qualcosa di monacale, simile al raccoglimento, quando tutte le porte di compensato delle camere si chiudono simultaneamente su un’interiorità vicinissima e inaccessibile, disturbata solo dai brevi rumori della TV o dal ronzio dei condizionatori. Qui il silenzio alterato non è di concentrazione ma di stupore. Del resto, il cliente non può fare a meno di chiedersi: chi sono questi uomini e queste donne che sono nella stanza accanto per una notte, di cui mi giungono solo gli echi soffocati? In questo momento pensano a me come io penso a loro?”.

I mulini nuovi, quel piccolo borgo scomparso che racconta l’Italia del dopoguerra

Un piccolo borgo appena fuori dalla città sparito con l’espansione urbana e l’industrializzazione. Questo era I Mulini Nuovi. Oggi resta solo qualche traccia: l’osteria Antico Borgo, la grossa struttura della Mulini Industriali Spa, ma il paesaggio intorno è profondamente cambiato. Se prima il piccolo borgo era in aperta campagna, oggi è stato come assorbito dalla città e si trova ai margini del villaggio industriale Modena Nord. Eppure industriale, in qualche modo, I Mulini Nuovi lo era sempre stato: l’attività principale, dove lavoravano molti degli abitanti, era proprio il Mulino, appartenente alla famiglia Costato che nella prima metà dell’800 aveva fondato il primo mulino di famiglia in provincia di Rovigo, sulle rive del Po. Intorno al borgo modenese c’era però una realtà profondamente diversa da quella di oggi: all’orizzonte c’era solo campagna, non c’era la tangenziale, solo campi e il canale Naviglio ancora non coperto da dove partivano i barconi e le chiatte per incontrare il fiume Secchia a Bastiglia e a Bomporto fino a raggiungere il Po. “Un gruppo di poche case maleodoranti” come ricorda Eros Valenti, abitate da un “sottoproletariato nullatenente che viveva di espedienti”. La sua famiglia e la sua infanzia sono legate alla storia di questo borgo scomparso e per questo motivo il signor Valenti ha deciso di aprire un blog dedicato all’interessante storia de I Mulini Nuovi “per non perdere una memoria che ha segnato, nel bene e nel male, la mia infanzia”, con foto, testimonianze, ricordi.

Una foto area del borgo I Mulini Nuovi prima dell'edificazione del villaggio industriale di Modena Nord. Foto da Quartiere Crocetta
Una foto area del borgo I Mulini Nuovi prima dell’edificazione del villaggio industriale di Modena Nord. Foto da Quartiere Crocetta

Era un altro mondo. Un piccolo esempio del passaggio dall’Italia contadina a quella industriale. Consideriamo che ancora nel 1951 più della metà dei modenesi viveva di agricoltura. Ma siamo alle soglie del boom economico: il processo di industrializzazione è avviato, l’entusiasmo è alle stelle. A Modena si progettano i cosiddetti “villaggi artigianali”. Si prevede una grande espansione: le previsioni sullo sviluppo demografico parlano di mezzo milioni di abitanti. “La critica urbanistica degli anni più recenti ha giudicato un errore quel piano sovrastimato” si legge in questo documento dedicato alla storia dei villaggi industriali modenesi., “il cui disegno ultra espansivo finirà effettivamente per aprire la strada a squilibri nella rendita e al lungo disinteresse per il centro storico”. Anche se – si prosegue nel documento – oggi capiamo che le intenzioni erano buone, ovvero: “non farsi cogliere impreparati da quello che si annunciava come uno sviluppo impetuoso, difendere la città dai rischi di una possibile crescita spontanea e squilibrata”. Il boom è effettivamente un boom, e la crescita appare imprevedibile e incontrollata.

La zona oggi vista da Google Earth. Si nota la zona industriale e, nel cerchio rosso, l'area dove si trovava il borgo I Mulini Nuovi
La zona oggi vista da Google Earth. Si nota la zona industriale e, nel cerchio rosso, l’area dove si trovava il borgo I Mulini Nuovi

Questa crescita porterà alla nascita delle zone industriali, come quella di Modena Nord, che cambierà definitivamente il mondo intorno al piccolo borgo I Mulini Nuovi. Oggi, ci spiega Valenti, “Sono rimasti ancora alcuni agglomerati importanti. L’osteria che veniva gestita da un certo ‘Lisiat’ e che forse si chiamava Ferrari, la parte vecchia della cooperativa ancora in funzione, situata su via Albareto, dove in una parte di questa, (dove una volta c’era un ballo ed un luogo di ricreazione aperto alla collettività), oggi si riuniscono ancora amici di una certa età, la cui maggioranza vive in altre parti della città. Poi è restata una falegnameria che era della famiglia Baroni. È rimasta anche la vecchia abitazione dove è nata la ditta FINI e il nuovo stabilimento di fronte. Per il resto si sono costruite case nuove dove prima c’erano quelle vecchie”.

La città che si trasforma, si allarga, si insinua, si adatta, e dove non può copre, sostituisce. Si passa da “case fatte di stanze piccole, porte senza chiavi, cortili polverosi, fontane con l’acqua che sa di ferro, muri non intonacati,lavanderie comuni, gabinetti comuni, cantine comuni” racconta Valenti, fino a”braccianti agricoli e bovari che, progressivamente lasciano la campagna e diventano operai, muratori, trasportatori, meccanici. Uomini che realizzano il proprio riscatto sociale affamati di speranza”.

Corso di alfabetizzazione a I Mulini Nuovi organizzato dal Partito (sappiamo tutti quale)
Corso di alfabetizzazione a I Mulini Nuovi organizzato dal Partito (sappiamo tutti quale)

Dunque proletariato che pian piano si è riscattato con la crescita avvenuta negli anni 50 e che “ha cercato collocazioni migliori lasciando le abitazioni ad altre famiglie più bisognose, probabilmente extracomunitari. Un giro continuo, quindi” commenta sempre Valenti. Ma un altro aspetto interessante della storia de I Mulini Nuovi è quello politico. Infatti, per quanto piccolo e relativamente insignificante, anche qua è passata la Storia. “Durante la guerra c’era una forte presenza di partigiani, tra cui anche mio padre e mia madre che erano del 1927, quindi molto giovani” ricorda Valenti. “Nel borgo c’era attiva una brigata partigiana molto importante. Il Cippo dei caduti annovera tra questi anche Emilio Po che e stato trucidato dai fascisti, nell’accademia militare di Modena allora occupata dai Tedeschi. Diciamo che per i neri c’era poco spazio, anche se dopo la guerra opinioni diverse si sono sempre espresse liberamente”.

Si gioca a pallavolo, probabilmente anno 1946
Si gioca a pallavolo, probabilmente anno 1946

Valenti a questo proposito parla di “una comunità forzatamente solidale” dove fascisti e partigiani convivevano, più o meno: “La palazzina dove c’era la tabaccheria e un negozio di alimentari e successivamente il Bar (oggi trattoria il Borgo) era frequentata più da persone vicino alla destra, oppure meglio non schierati per la sinistra in genere (diciamo per lo più democristiani ed altri). Mentre la cooperativa di consumo ed il bar della cooperativa ospitava più quelli vicini ai partiti della sinistra: comunisti, socialisti, socialdemocratici ed altri. Una situazione che, ovviamente, nel corso degli anni si è molto stemprata: non si era più così divisi come subito dopo la guerra di liberazione”.

Nel blog dedicato al borgo si vedono foto della vita comunitaria, tavolate, feste, balli, corsi di alfabetizzazione, partite di calcio. La vita di tutti i giorni. La foto preferita di Valenti però è quella aerea, dove si vede il borgo intero: “E’ quello il ricordo più forte, quelle case, quella campagna… Da ragazzi (circa all’età di 8-10 anni) andavamo a fare il bagno in un posto che chiamavamo ‘la Fossa’ dove oggi c’è la Mensa Rita. Non’ c’era la tangenziale e a piedi in 10 minuti si andava, per un piccolo stradello che costeggiava il canale Naviglio, al cinema al Principe”.

Quello de I Mulini Nuovi è piccolo esempio del cambiamento che l’Italia ha subito dal dopoguerra a oggi, ovunque e in particolare nel Nord. Un cambiamentoche ha avuto le le sue luci e le sue ombre. “Una storia di miseria e di voglia di riscatto sociale che, nel tempo, ha perso tutta la sua vitalità” riassume Valenti.

A quella che oggi è conosciuta come “zona Mulini Nuovi” nel 2014 è stato dedicato un documentario.

(grazie per le informazioni e le foto al blog I Mulini Nuovi di Modena di Eros Valenti)