Storie di cibo raccontate da un giornalista ghiottone e un disegnatore astemio

15Avete notato quante spesso ci ritroviamo a parlare di cibo? Declinato in ogni sua forma: cosa mangiamo oggi, cosa prepariamo per la sera, della ricetta nuova della Parodi, di quanto riesca a guadagnare Giallo Zafferano, o dell’ultima puntata di Masterchef. E di come faranno mai a saper cucinare dei bambini di nemmeno dieci anni, protagonisti della versione Junior. Quello che abbiamo dimenticato, o su cui non abbiamo mai riflettuto, è che le discussioni sul cibo ci sono sempre state. Oggi si sono amplificate e quasi istituzionalizzate a causa della moda che ha investito il settore gastronomico, attraverso l’uso mediatico attraversi tv e internet. In televisione possiamo scegliere fra decine di programmi che declinano il cibo sotto ogni forma, in internet la nascita della figura del food blogger ha livellato verso il basso la critica gastronomica e ha riportato il cibo nelle mani dei non-professionisti. Tutti passaggi che hanno finito per costruire un nuovo e articolato immaginario del cibo, della cucina e della tavola.

Anche il settore delle guide gastronomiche è stata investita da questa fenomeni. Uno su tutti, la nascita del portale TripAdvisor che se da un lato ha dato la possibilità a chiunque di poter esprimere la sua opinione su ristoranti e tutte le altre forme di struttura ricettiva, ha comunque stravolto quello che una volta era la discesa del sapere dall’alto. Eppure le guide gastronomiche, affrontando i cambiamento socio-antropologici-culturali sopravvivono in forma cartacea, per chi deve scegliere a chi affidarsi per un giudizio che sia insieme corretto, esaustivo e quanto meno di parte possibile.

almanachVolendo ricostruire la storia delle guide gastronomiche, scopriamo che sono nate insieme ai primi ristoranti, pensati nella forma moderna di svago. I primi testi del genere sono quelli che Grimod de La Reynière raccoglie nel suo Almanach de gourmands, pubblicati fra il 1803 e il 1812.

“L’abitudine tutta parigina del mangiar fuori, a poco a poco esportata nel resto dell’Europa e poi nel mondo intero, s’impone nella vita quotidiana dei cittadini anche e soprattutto grazie alla nuova cultura gastronomica di cui parlano a più riprese, e con toni non sempre uguali, guide e gazzette d’ogni tipo. […] Mangiare in modo consapevole è anche scriverne, sia per fornire informazioni sul dove e sul meglio (la guida, appunto), sia per spiegarne i modi, interpretarne i significati, diffonderne il verbo (il giudizio critico), sia ancora per metterne alla berlina le esagerazioni, per parodiarne le pose un po’ caricaturali che talvolta assume. […] I toni della scrittura gastronomica sono alle origini, e lo resteranno a lungo, per lo più ironici e autoironici. (Parlare del cibo: dalla cucina alla tavola. Ricettari, guide gastronomiche, critica enologica di Gianfranco Marrone).

ghiottone erranteÈ in questo filone che si inserisce la guida gastronomica scritta nel 1935 da Paolo Monelli, giornalista e scrittore di Fiorano Modenese, recentemente ripubblicato da Slow Food Editore. Il Ghiottone Errante, illustrato da Giuseppe Novello, è un viaggio nell’italia delle osterie, intese proprio come luogo di ristoro. La struttura è semplice: una regione, un vino, i piatti della tradizione da accompagnare ad una buona bevuta. Il giornalista ghiottone e il disegnatore astemio viaggiano in lungo e in largo il Paese, verificando e classificando, assaggiando e raccontando, dando vita ad un racconto che ha il sapore autentico delle cose buone di una volta. All’interno non troverete il suggerimento a frequentare questa o quella osteria (del tutto inutile visto che i locali chiudono e gli osti vengono a mancare) ma un itinerario eno-gastronomico che rivive attraverso le preparazioni, le spiegazioni, le ricette e i segreti di chi quel mestiere lo faceva per passione, oltre che per mero guadagno, condite da aneddoti che delineano perfettamente la situazione storica e culturale dell’Italia agli inizia del Novecento.

“Dòmine aiutaci, siamo ancora sbalorditi di questa pingue provincia di Modena dove tutto è grasso tranne lo spirito degli abitanti che è aguzzo e storico, come gi annotò il Carducci (Modena è la patria del tàmpel, la canzonatura secca e feroce).”
Questo l’inizio del capitolo dedicato a Modena, ma non la Modena cittadina, con la sua Ghirlandina e la sua Piazza Grande, ma la Modena provinciale quella dove: “grassa è la terra che esplode in due tre piani sovrapposti di culture, e le sue centocinquantamila vacche ognuna delle quali fornisce quattro quintali l’anno fra latte burro e formaggio grana, e i suoi centomila maiali onde si fanno prosciutti salami coppe e zamponi; e grasse sono le botti per ospitare ogni anno un lago, un mare, un oceano di 150 milioni di litri di vino; e grassi i ventri dei mangiatori.” Seguono racconti e aneddoti legati a quelle terre, a quelle mucche, ma in particolare ai quei maiali, da cui si ricava lo zampone “[…] il classico salame insaccato nelle zampe posteriori del porco, che si mangia dopo che è stato cotto a lentissimo fuoco, e si serve sopra un letto di candida poltiglia di patate, o fra le nere lenticchie, ardente, acuto, glorioso […]”

Paolo Monelli
Paolo Monelli

Nessuna ricetta, solo il voluttuso racconto di cibi che fanno venire l’acquolina in bocca al lettore, descritti con tale dovizia di particolari da far sentire quasi il loro sapore, parola dopo parola: crescenta, fichi neri, frittelle di riso, prosciutto di Sassuolo, tortellini di Carpi “detti persunér, prigionieri, perché il ripieno di maiale, tacchino, salumi vari, uova, grana e noce moscata, è ben serrato nella pastella fine a foggia d’ombilico”.
Fino ad arrivare al vino, al lambrusco, “e andiamo a cercare il lambrusco più veri, quello del comune di Bomporto; e di questo il più classico, quello della frazione di Sorbara; e di questo il più illustre, quello dell’arciprete”. La degustazione del vino non è asettica o professionale “Gorgoglia nel bicchiere un’allegra spuma che subito si placa e dilegua; restan brividi nel vino a rivelarne l’ardita natura”. […]

“Io sono nato due volte” dice l’amico modenese che sopraintende alle diciassette cantine sociali della provincia e a non so quante altre altrove. “Quando venni alla luce, e quando cessai di essere astemio”.
“Allora io sono nato morto” dice Novello.

Questo il tono dell’intero viaggio gastronomico fatto dal Monelli, che sa essere sincero senza prendersi troppo sul serio, professionista e professionale, ma amante del piacere e quindi capace di esprimere un modus vivendi conviviale, informale, ludico e leggero.
Una lettura da mettere in pratica ricominciando a viaggiare non solo virtualmente fra le bacheche di Instagram, invase di foto di piatti e di locali, ma toccando con mano e assaggiando dal vero, uno dei patrimoni della cultura italiana: la sua gastronomia locale.

Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali

Ci ha spinto a riutilizzare, e ad apprezzare, il formato quadrato Polaroid, per poi decidere che le dimensioni non hanno importanza. Ci ha dato la possibilità di condividere una foto su tutti i social con un solo passaggio. Ci ha fatto credere di essere dei veri fotografi anche se in mano abbiamo solo uno smartphone, e lei è solo una applicazione con una manciata di filtri. Sto parlando di Instagram, l’app che in poco meno di sette anni ha cambiato il nostro modo di utilizzare lo smartphone e di intendere la fotografia.

Vi racconto in poche righe la fulminante storia della startup fondata da Kevin Systrom e Mike Krieger. Instagram fu pubblicamente rilasciato nell’App Store il 6 ottobre 2010. Nel 2010 era “solo” un app fotografica gratuita, per scattare e condividere fo-tografie. A disposizione dell’utente 16 filtri “magici” da applicare con un solo tocco. Niente passaggi complessi alla Photoshop. Un unico click e l’istantanea della quotidianità viene subito trasformata in una foto meravigliosa. Almeno agli occhi di chi l’ha creata. Un vero successo: dopo soli tre mesi raggiunse 1 milione di utenti registrati.

A marzo 2012 Instagram raggiunge 30 milioni di utenti e annuncia il lancio imminente dell’app anche sulla piattaforma Android. Il 4 aprile 2012, un giorno dopo il lancio su Android, aveva già registrato 1 milione di download. Qualche giorno più tardi Facebook compra Instagram per un miliardo di dollari. L’app continua a raccogliere successo e utenti. Il 26 aprile 2017 il blog ufficiale di Instagram ha annunciato di aver raggiunto i 700 milioni di utenti attivi al mese, 9 milioni solo in Italia. Ma cosa permette a questa app di distinguersi e di essere utilizzata da così tante persone?

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Volendo scomodare la psicologia, secondo Freud, la fotografia e l’immagine sono il prolungamento del nostro apparato psichico, con il quale guardiamo il mondo, lo viviamo e lo cataloghiamo. Molto più, quindi, di un semplice prolungamento della vista, come spesso si pensa.  Studiosi di psicologia evoluzionistica catalogando diversi giornali dal Novecento a oggi, hanno rilevato come le prime pagine sono dominate sempre dallo stesso genere di eventi: matrimoni, feste, locali e scene conviviali. I social media ricalcano questo schema. Instagram in particolare.

Anche se la vera protagonista di Istagram non è l’immagine in sé, ma l’istante che riesce a catturare. In questo senso la fotografia ne ha fatta di strada. Dalle lunghe pose a cui si era costretti dai dagherrotipi, fino all’attesa dello sviluppo del rullino fotografico, la storia della fotografia ha subito un’accelerazione importante. Un hic et nunc costante, che permette di condividere un qui e un adesso in tempo reale, a milioni di potenziali osservatori. Il desiderio di conservare i momenti belli attraverso l’immagine, mescolato al desiderio di ritrarre le cose con uno sguardo personale, tutto nostro, applicato alla tecnologia, hanno permesso ad Instagram di diventare ben più che una semplice vetrina. Il suo successo ha dato vita ad un movimento mondiale, gli Instagramers, fondato da Philippe Gonzalez nel gennaio 2011 a Madrid.

I gruppi di Instagramers nel mondo sono oltre 500 e in continua crescita. In Italia sono presenti 100 Community animate da circa 300 Community Manager a livello regionale e provinciale. La mission principale di Igersitalia e delle sue Community locali è promuovere il territorio e le sue eccellenze attraverso Instagram e gli altri media digitali.

Le principali attività che sviluppiamo in tal senso sono:

  • Visual Storytelling attraverso i canali social nazionali e locali
  • Challenge fotografici anche in collaborazione con destinazioni e brand
  • Meeting fotografici offline (Instameet e Instawalk) che coinvolgono un numero sempre maggiore di appassionati e professionisti interessati a condividere con il mondo, grazie al potenziale di Instagram e degli altri Social Network, le proprie opere (foto, video, stories) per promuovere il patrimonio storico, artistico, culturale e ambientale del nostro Paese [dal loro sito]

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Anche Modena ha la sua community di Instagramers, che tra un Instawalk e una Invasione Digitale raccontano Modena in modo innovativo, a volte scoprendo luoghi dimenticati o fornendo un punto di vista diverso e non convenzionale della città.
Come fa Andrea Leonardi con il suo account @modena.type una piacevole scoperta nel panorama Instagram locale. Il suo account raccoglie esclusivamente fotografie di insegne di esercizi commerciali o iscrizioni su targhe che si trovano a Modena.
La cosa mi ha subito incuriosita e l’ho contattato per rivolgergli alcune domande, e ovviamente la prima domanda che gli ho fatto è stata come è nata l’idea di creare questo account.

«L’account Modena Type – mi ha risposto – nasce dalla fusione di due eventi importanti della mia vita. Lavoro come graphic designer, dopo aver conseguito una laurea in Arte e Design alla Libera Università di Bolzano. Mi sono specializzato nel disegno dei loghi e i “lettering” di queste insegne sono l’archetipo del logotipo moderno. Da qui nasce la mia passione (o deformazione professionale!) per la tipografia e le lettere.»

«La seconda ragione che mi ha spinto a creare questo profilo è stato un corso sul disegno delle lettere svolto nel 2015 con James Clough, un grandissimo esperto nel campo: di origine inglese, ha lavorato e vissuto prevalentemente in Italia, è docente al Politecnico ed ha sviluppato numerosi lettering nei più svariati campi (that’s amore Findus – supermercati Unes). Durante questo corso ho conosciuto il suo libro “l’Italia insegna” in cui sono raccolte decine di lettering ed insegne di esercizi commerciali sparsi per tutta italia. Tra questi vi sono anche l’insegna i Telesforo Fini ed alcune altre di Modena. Io sono partito a caccia di tutte le altre.»

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Come scegli le insegne da fotografare?
«Mi capita di trovarle per caso, mentre passeggio o girando la sera tra i locali. Ad esempio quella di Maserati l’ho vista dopo una serata all’Off. La prima foto pubblicata sul mio account, scattata al Caffè Canalino, l’ho vista dopo un aperitivo con amici, a locale chiuso, dato che di giorno non è tanto visibile. In altri casi mi vengono segnalate da qualche amico che ho stressato con questa fissa per le lettere!».

Cosa ti affascina delle insegne che hai deciso di fotografare?
«La cosa che trovo stupenda è l’estrema eleganza, la fantasia ed anche il minimalismo (dovuto alla mancanza di tecniche moderne) di queste opere. Date condizioni obbligavano i designer a lavorare sulle forme astratte delle lettere, sul colore e effetti decorativi molto basici e dovevano riuscire comunque a comunicare un’atmosfera, un approccio ed appunto un “carattere” alle scritte. Ciò rende quelle insegne un esempio di grande ispirazione sia dal punto di vista lavorativo di un designer/comunicatore sia culturale. Mi piace pensare che in molti casi vengono lasciate anche al passaggio ad un’attività nuova, perché le persone le rispettino per la maestria che esprimono nonostante il tempo. E perché in fondo sono anche belle.»

E forse è questo il vero motivo del successo di Instagram – al di là delle innovazioni tecniche – ed ha a che fare con le emozioni. Come diceva Neil Leifer: la fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha.

Una dolce scoperta ripetuta due milioni di volte

Nonostante sia soltanto di un paio di mesi fa il testo inviato da seicento professori universitari al Governo e al Parlamento per suggerire di potenziare i corsi di grammatica italiana alle scuole medie e superiori per non ritrovarsi universitari incapaci di scrivere una tesi senza commettere errori da penna rossa e penna blu, nonostante i dati Istat contenuti nell’Annuario statistico italiano del 2016 fotografino un paese sempre meno interessato alla lettura, pare che agli italiani piaccia molto scrivere, e si pubblichino nel nostro Paese in media circa 164 libri al giorno, domeniche e festività comprese, ovvero circa 60mila titoli all’anno. Uno ogni mille abitanti. Numeri che getterebbero nello sconforto qualsiasi aspirante scrittore.

Eppure, il successo di WattPad – il social che permette a chi piace scrivere di pubblicare la propria storia attraverso un sistema semplice e immediato – non accenna a diminuire. Anche perché, essendo strutturato come un social e non come una semplice piattaforma di pubblicazione di testi, permette ai lettori di interagire con l’autore e la sua storia, dettandone a volte anche il suo andamento. Attualmente Wattpad conta oltre 40 milioni di utenti, con un ritmo di crescita di un utente al secondo e oltre 80 milioni di storie pubblicate in oltre 50 lingue. E che cos’è WattPad se non una community di scrittori e di lettori? In un social dove non è importante chi sei e da dove provieni, ma è importante solo “di cosa scrivi”, ammetto che non è stato semplice orientarsi.

unadolcescopertaPoi ho incontrato Alessia Bonasi, sedicenne modenese nota con lo pseudonimo di @leggimidentro e autrice di un romanzo che vanta oltre due milioni di letture, e ho potuto dare sfogo a tutta la mia curiosità. Alessia, da avida lettrice, ha iniziato la sua attività su WattPad un’estate in cui si trovava in campeggio, senza una libreria nei paraggi. Ha iniziato leggendo le storie degli altri, e ha finito per scrivere la propria – “Una dolce scoperta” – che grazie al successo ottenuto su Wattpad ha finito per diventare un libro su carta, pubblicato dalla casa editrice modenese Artestampa. C’era nei suoi piani futuri l’idea di scrivere “qualcosa”, ma è stato proprio WattPad ad abbattere insicurezze e incertezze.

Con WattPad non solo la modalità di lettura è agevolata dal formato pensato apposta per la mobilità, ma anche la scrittura segue le stesse logiche. Le storie vengono pubblicate a cadenza regolare, come un feuilleton ottocentesco. Per Alessia sapere di avere un pubblico “in attesa” della prossima puntata, l’ha aiutata a non procrastinare e a scoprire fin da subito se la storia che stava scrivendo funzionava o andava corretta, o addirittura completamente abbandonata. Attraverso la sua storia ci immerge completamente nelle sensazioni e nelle tempeste ormonali dell’amore ai tempi dell’adolescenza: in maniera totalizzate e destabilizzante. Modena non è mai presente nel suo racconto. L’ambientazione è sospesa in una bolla realistica, ispirata ai paesi della zona montana modenese, ma in realtà potrebbe essere ambientata ovunque. Ingenuamente – mi spiega Alessia – “ho creduto di non poter citare luoghi o locali in maniera esplicita”.

Leggi anche: Ciao, ti andrebbe di leggere il mio romanzo? Si intitola “Due voci un sogno” di Rossella Famiglietti. 

E quindi un aspirante lettore cosa trova esattamente su WattPad? Teenfiction, Fanfiction, storie d’amore ed erotiche, la maggior parte delle quali, sconfinano nel trash. Tra gli scritti capita molto spesso di imbattersi in veri e propri orrori: dal punto di vista dello stile, ma soprattutto dal punto di vista grammaticale. Punteggiatura a casaccio, dialoghi stucchevoli, storie del tutto improbabili, segnano gran parte dei “romanzi” presenti sul social. Eppure, diventare uno “scrittore” popolare, di successo, su WattPad è possibile, considerando che l’età media dei lettori è la stessa degli scrittori – intorno ai 16 anni – e dunque la lingua parlata è la stessa.

Alessia Bonasi, @leggimidentro
Alessia Bonasi, @leggimidentro

Secondo Alessia però, sono i lettori stessi a consegnare velocemente all’oblio scrittori troppo sgrammaticati o superficiali. Perché quello che davvero conta è l’atmosfera, il clima, la relazione che si instaura con i propri lettori. Sono state proprio le sue lettrici a spingerla a trasformare la sua storia da romanzo a puntate, ad un romanzo su carta: il fascino del libro analogico contro l’effimero del libro digitale. Eppure, la scrittura e la lettura al tempo di WattPad avvengono soprattutto da mobile, sugli schermi dello smartphone, magari mentre si è in autobus di ritorno da scuola. O sdraiati di notte nel proprio lettino, in attesa del sonno. Gli errori grammaticali vengono imputati al correttore automatico. Alla velocità di scrittura viene attribuita la mancanza di coerenza fra i vari capitoli o per alcune scene riuscite particolarmente male.

Il medium è il messaggio scriveva nel lontano 1964 Marshall McLuhan, geniale intuizione che si applica perfettamente al fenomeno WattPad.

In copertina: un’immagine in Licenza CC da Pixabay

Le mamme 2.0 si raccontano sui blog

Nella vita di una donna, appena il test di gravidanza segnala che c’è un “baby on board”, scatta la ricerca di notizie online per capire meglio in che condizione ci si trova, e come sopravvivere meglio alla gravidanza. Evento naturale per antonomasia, che ci ha permesso di arrivare a più di sette miliardi e mezzo, secondo il sito worldometers.info, in mancanza della rete sociale formata da nonne, zie, vicine di casa e parentame assortito, scatena nelle donne moderne la certezza di non essere all’altezza del ruolo. Se si digita su Google “mamme blogger” i primi 10 risultati sono classifiche che riportano le mamme blogger “assolutamente da seguire”. Non importa che poi siano davvero e più seguite, ma sono donne che raccontano la gravidanza e la nascita dell’erede dei geni di famiglia, sotto i più svariati aspetti.

Fonte immagine: Santabarbararealestatemom
Fonte immagine: Santabarbararealestatemom

Fra le mamme blogger modenesi, ho seguito per mesi alcuni blog. Come quello di Consuelo Reggiani, meglio conosciuta come mammaduepuntozero, che può essere definita una mamma [fashion] blogger. Nel suo blog si trovano consigli beauty e di moda, mescolati a momenti di vita familiare caotica e romantica. Elisa Bucci, sassolese, che nel suo blog La libellula eco bio, si definisce “Mamma eco-bio addicted, con un’attività in proprio che condivido con la mia dolce metà, tante passioni e una valigia di sogni”. Il blog di Giorgia Balestri, altra sassolese, che con il suo blog Once Upon a Dream, ha iniziato come mommy-blog per poi trasformarsi in un blog con istruzioni per l’uso per mamme expat, essendo lei stessa oggi residente negli Stati Uniti.

Il video parodia del famoso spot di Kenzo realizzato dalla mamma blogger bolognese Gingiorgina, diventato virale su Facebook.
 

Cosa hanno in comune queste mamme blogger? L’esigenza di raccontare mescolata sapientemente ad un intento quasi didattico. Riescono meglio se il tutto viene immerso in una soluzione ironica. La capacità di scrittura passa in secondo piano, spesso è la promozione di prodotti a farla da padrone. Le mamme blogger con migliori risultati sono quelle che riescono a mescolare aneddoti di vita quotidiana con inserti pubblicitari senza che il pubblico delle lettrici se ne abbia a male. Anzi. Mi sono iscritta a qualche gruppo di mamme blogger su Facebook, e gli argomenti più trattati erano quelli legati alle sponsorizzazioni: richiesta di consigli su come ottenerle, lamentele su tariffe e richieste da parte delle aziende, considerate sempre troppo basse. Le mamme blogger più seguite riescono invece ad ottenere un passeggino gratis da parte dell’azienda produttrice, scrivono post che grondano lodi e complimenti, il tutto condito da like e cuoricini di altre mamme, spesso blogger, che sperano di essere la prossima ad ottenere l’ambito gadget.

Fonte immagine: perfectionpending.net
Fonte immagine: perfectionpending.net

Diverso è invece l’ambito dei portali dedicati alle mamme o future mamme. Spesso gestiti da più persone, dispensano consigli o promuovono novità, funzionando come veri e propri contenitori di news. Come il portale Romagnamamma.it “il sito a misura di mamma e papà”. Nato nel 2012, come mi ha raccontato la sua fondatrice Viviana Cippone, “l’idea iniziale era realizzare un contenitore unico dove i genitori potessero trovare tutte le informazioni utili e tante curiosità: dai numeri dei pediatri e dei reparti di pediatria degli ospedali, agli indirizzi di scuole e asili, fino alla MammAgenda che raccoglie oggi gli eventi dedicati alle famiglie in Romagna con un ampio sguardo su Bologna.”

I numeri parlano per lei: ottomila articoli in quattro anni, la maggior parte dei quali sono approfondimenti su temi che riguardano la crescita dei bambini e la maternità. Insieme al numero degli articoli, un numero di lettrici [lettori] in costante e progressivo aumento. Frutto sicuramente di una linea editoriale azzeccata, ma anche di una costanza nell’aggiornamento del portale.

Fonte immagine: feliciadwilliams
Fonte immagine: feliciadwilliams

“Qual è l’identikit della mamma che vi segue quotidianamente?” ho chiesto a Viviana.
“Sicuramente le neomamme sono quelle che hanno più bisogno di noi, perché alla ricerca di tante risposte. Donne tra i 30 e i 45 anni sono senza dubbio, lo dicono i dati di Facebook, il nostro target di riferimento principale. Mamme molto attente all’educazione dei figli, all’alimentazione, con molta voglia di informarsi e sapere”. Nei contatti del sito scopro che la redazione è formata da quattro donne, quattro giornaliste, ma Viviana mi assicura che non lavorano da sole, ma si avvalgono anche di molti collaboratori.

Le chiedo cosa differenzia un portale dedicato alle mamme dai numerosi mommy-blog presenti in rete, e lei conferma la mia sensazione: “Noi non scriviamo articoli di ‘pancia’, cioè basandoci solo sulle nostre esperienze. Abbiamo messo al servizio del portale la nostra esperienza giornalistica. Facciamo informazione. E’ la differenza sostanziale credo.”
Infine una piccola anteprima: è in cantiere il portale EmiliaMamma. “ Bologna è già abbastanza seguita come area geografica. Ma i tanti contatti che ci arrivano soprattutto dal Modenese ci hanno invitato a considerare che è arrivato il momento di completare il progetto. Non abbiamo ancora fissato una data di lancio, ma lo faremo presto”.

Fonte immagine di copertina: Commoncentsmom.com.

Quell’antica signora che veglia su Modena

Piazza Grande a Modena, così come la conosciamo oggi – delimitata a nord dal Duomo, ad ovest dall’Arcivescovado e ad est dal seicentesco Palazzo Comunale – non è sempre stata così: di massima, la sua attuale configurazione risale al Medioevo. A parte, naturalmente, il lato sud, sede di una banca realizzata nel 1963 su progetto dell’architetto Giò Ponti in seguito all’abbattimento dell’ottocentesco Palazzo di Giustizia. Le piazze delle città medievali non erano solo i principali luoghi di aggregazione, erano anche il cuore economico e politico della comunità perché, oltre a celebrarsi il mercato, ospitavano anche – ieri come oggi – i palazzi pubblici. A Modena, su un punto così strategico per la vita della città, veglia da secoli una signora silenziosa e attenta. Una che sicuramente potrebbe raccontarne tantissime di storie di vita consumate sotto i suoi occhi. Di lei invece, si sa pochissimo.
La chiamano la Bonissima, in dialetto la Bunéssma, ed è una statua alta 137 cm composta da due parti: una testa in marmo greco e un corpo in calcare cristallino.
Dal 1268 circa controlla tutto ciò che avviene sotto i suoi occhi, come si legge nella cronaca di Bonifazio da Morano:

In quel tempo (1268) nell’ultimo giorno di aprile fu collocata la Buonissima, come statua di marmo nella piazza della città di Modena, davanti all’ufficio delle bollette (o della Bona Stima)

Oggi possiamo ammirarla alzando lo sguardo sopra il portico dove il Palazzo Comunale fa angolo con via Castellaro.

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Riguardo la Bonissima, come vuole ogni tradizione che si rispetti, la leggenda si mescola alla realtà. Per il popolo la statuetta rappresenta una ricca dama modenese che in un periodo di carestia sensibilizzò i nobili del posto affinché aiutassero gli indigenti con delle donazioni. Tale leggenda si è andata rafforzando dalla identificazione di quella che sembra una borsa, posizionata in una piega della veste.

Se ad una prima occhiata sembra che in effetti la donna sorregga una borsa nella mano destra, secondo alcuni studiosi trattasi invece di un cappuccio. La ricca donna era solita nascondere il capo per andare a chiedere l’elemosina ai suoi pari ceto per poter sfamare i meno abbienti. I ricchi della città le negarono la carità e la scacciarono; solamente una famiglia povera l’accolse in casa e le donò la mela che stringe nella mano sinistra.

Le terre di Matilde. Fonte mappa.
Le terre di Matilde. Fonte mappa.

Anche quello che sembra un frutto è stato oggetto di varie interpretazioni. Un’altra versione vuole che sia un melograno, frutto che veniva associato a Matilde di Canossa, tra i cui possedimenti, anticamente, faceva parte anche Modena.
Ci sono poi gli storici che hanno cercato nelle fattezze della donna rappresentata personaggi realmente esistiti: per lo storico modenese Andrea Bertoni si tratta di “Bonixima, figlia di un tale Sigecio, che aveva donato vastissimi poderi al monastero di San Pietro”.
Altri hanno identificato la statuetta con Gundeberga, “donna nobile e generosa” morta nel 570 la cui lapide nella cripta, è stata spostata in tutte le varie chiese che si sono succedute prima dell’attuale Duomo.

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Una versione meno romantica deriva dallo studio dell’etimologia del suo nome: l’origine di questa statua vuole che essa rappresentasse l’insegna dell’Ufficio della Buona Opinione o Buona Estima (nome che in dialetto viene pronunciato con parole che ricordano appunto il suono di Bonissima). La statuetta doveva rappresentare l’onestà nel commercio (dal nome del palazzo della “bona misura”), tesi avvalorata dal fatto che la mano sinistra stringe una borsa (sicuramente colma di monete) e la destra il pomello di una bilancia (andata perduta), simboli del buon commercio, e posava i piedi su un basamento con incise le antiche unità di misura modenesi.

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Si dice, si è detto, si crede. Chi è davvero rappresentata in quelle fattezze di donna forse non lo sapremo mai, ma è talmente famosa in città che la parola con cui la si identifica “la Bunéssma” ancora oggi è sinonimo di persona curiosa, pettegola e conosciuta da tutti, proprio come la statuetta che dall’alto della sua posizione nella piazza può vedere e controllare tutto quello che succede.

Così importante che a lei è dedicato in ottobre un Festival di alta enogastronomia. Una di quelle occasioni in cui Piazza Grande torna alla sua funzione medioevale di piazza del mercato.

La libreria più piccola del mondo

Passo spesso in Via Mazzini, davanti al civico 99 a Formigine. Soprattutto d’estate, quando fare due passi significa andare lungo la ciclabile che porta fino a Casinalbo, per poi tornare a casa facendo il giro per Via Stradella, per poi ripassare davanti al civico 99 di Via Mazzini.

Perché è così speciale? Perché nel 2013 al civico 99 di Via Mazzini è comparsa una cassetta rossa piena di libri, con un invito semplice e invitante: prendi un libro, lascia un libro.
Di iniziative del genere ne avevo letto sul web, ovviamente tutte nate all’estero. Come l’iniziativa Little Free Library attiva in tutto il Nord America, un programma di affiliazione in cui chi vuole aderire costruisce la sua casetta che, una volta installata, deve essere registrata sul sito per poter essere aggiunta alla loro mappa interattiva. In questo modo gli iscritti al sito sono in grado di individuare la loro casetta più vicina per il prestito di libri. Tutti sono invitati a donare i loro vecchi libri e a prenderne in prestito – e quindi a ripetere il processo di scambio in modo che tutti i libri siano condivisi. Alcune di queste piccole librerie libere viene costruita anche a “tema”: libri per giardinaggio, letteratura horror o sentimentale, in modo da sviluppare una comunità di lettori attivi e appassionati.

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A Berlino invece il progetto si chiama Book Forest, è promosso dall’associazione imprenditoriale femminile BauFachFrau impegnata in iniziative a livello locale ma dal respiro globale, con il patrocinio del Ministero Federale dell’Educazione e della Ricerca. Il progetto Book Forest è un felice connubio di ambientalismo e letteratura: recuperare alberi morti per farne librerie urbane destinate al BookCrossing.

Che senso poteva avere una iniziativa del genere? Esistono le biblioteche per ottenere gratuitamente un libro in prestito. E con l’arrivo degli e-book suonava come una iniziativa superata, o quantomeno destinata a non ottenere un grande seguito.

Così ho contattato gli ideatori del progetto Elena Barbieri e Luca Neri, per saperne di più e la storia che mi hanno raccontato parla di amore per i libri, ma per la comunità in cui vivono. Nel 2013 il loro figlio si ammala di leucemia. Non potendo frequentare la scuola e gli altri bambini, la leucemia abbassa le difese immunitarie, quel sogno di costruire una biblioteca di strada vista tante volte navigando in Internet, diventa un modo per trascorrere le lunghe giornate chiusi in casa, in maniera divertente e costruttiva.

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Mentre Elena e Luca costruivano insieme al loro bambino la prima casetta rossa, Elena chiede agli amici, attraverso Facebook, di regalare loro un libro ciascuno. In settembre i libri erano quasi 50, la casetta era ultimata, e hanno inaugurato la “Biblioteca del Gufo”, battezzata così perché aperta 24h, a disposizione anche per i nottambuli. Ed ecco spiegata la sua attrattiva: libri gratuiti, da poter prendere a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza vincoli di restituzione.

Il tempo ha dato ragione alla Biblioteca del Gufo. Oggi passando dal civico 99 di via Mazzini un cartello già in curva segnala della presenza della biblioteca di strada. La cassetta si è ingrandita, e spesso quando passo noto che i libri sono sistemati anche in due file, e stentano a stare tutti dentro. “Ad oggi abbiamo un magazzino con ben oltre 5000 libri – mi scrive Elena – e mentre lo scambio è e sarà sempre gratuito, quando decidiamo di rimettere in circolo tutti i libri che ci vengono regalati, organizziamo delle bancarelle in cui i libri vengono venduti ad offerta libera. Ogni euro incassato durante queste iniziative viene consegnato ad una diversa associazione. Dal dicembre 2014 ad oggi abbiamo devoluto oltre 5mila euro in beneficenza. Inoltre in estate abbiamo organizzato sette serate di lettura per avvicinare bambini ed adulti a questo meraviglioso mondo”.

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L’unico limite alla loro iniziativa che coniuga amore per la lettura, volontariato e divulgazione letteraria, è lo spazio della cassetta. Per questo hanno iniziato un programma di affiliazione e altre Biblioteche del Gufo si possono trovare al Comix Pub di Fiorano Modenese e all’Escape Bar del Palazzetto dello Sport a Formigine. Presto una cassetta rossa dimorerà all’interno della stazione ferroviaria di Formigine, a disposizione di tutti i viaggiatori. Chiedo ad Elena un ultima cosa: perché? “Perché i libri sono preziosi – mi risponde – e chi li ama fa sempre fatica a gettarli via: per questo siamo felici di dare loro una seconda vita”.

Per saperne di più la Biblioteca del Gufo ha la pagina Facebook.

Quei sogni a stelle e strisce

“La simbolica data d’inizio dell’emigrazione italiana nelle Americhe può essere considerata il 4 ottobre 1852, quando venne fondata a Genova la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe. Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l’Oceano verso le Americhe”. Nel pieno avvio del loro sviluppo industriale le navi, dagli Usa portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l’America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa: milioni di persone scelsero di attraversare l’Oceano.

Tra il 1876 e il 1900 il fenomeno interessò prevalentemente il Nord d’Italia, con Veneto (17,9%) Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,5%) che costituivano quasi la metà dell’intero contingente migratorio. Nei due decenni successivi, il primato passò invece al Meridione, con quasi tre milioni di persone partite da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Complessivamente nove milioni da tutta Italia. L’Emilia-Romagna rappresenta una delle regioni con uno tra i tassi più bassi a livello nazionale: il 3,5 per cento, la metà di quello nazionale. Secondo quanto riporta la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, nel secolo canonico dell’emigrazione italiana (1876-1973) sono stati complessivamente circa 130 mila i migranti partiti da qui: 19.254 da Bologna,  19.088 da Parma. A seguire Modena (15.747) e Rimini (14.291). Di questi, solo il 4,9% si sono stabiliti in America del Nord.

Migranti lasciano Ellis Island
Migranti lasciano Ellis Island

Numeri a parte, per me l’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America all’inizio del secolo ha un volto, un nome e una storia. La storia di mio nonno. I dettagli non li conosce nessuno. Mio nonno li ha portati via con sé quando sua figlia, mia madre, aveva solo 12 anni. Tutto quello che mia madre ricorda, e ci raccontava ad ogni Natale, veniva dai ricordi di sua madre, mia nonna, venuta a mancare anche lei troppo presto per poterla intervistare e consegnare la loro storia all’eternità.

Mio nonno era nato in Campania da una famiglia onesta che viveva del proprio lavoro. Nessuno sa più se suo padre, il mio bisnonno, era un bracciante agricolo o un manovale, ma sicuramente era un uomo che riusciva a portare avanti la famiglia senza grossi problemi. Un banale mal di testa e un farmacista distratto, avevano obbligato mio nonno all’emigrazione. Mia madre racconta che il farmacista era fuori dalla sua bottega quando sentì suonare la campana a morto. Chiese ad un passante per chi suonava la campana, e quando gli riferirono che era morto Luciano “e Palomm‘”, si portò le mani alla testa. Aveva somministrato al bisnonno un medicinale preparato con negligenza che invece di guarirlo, ne aveva provocato il decesso.

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Nei primi anni del ‘900 i medicinali non erano certo venduti in farmacie come le nostre. Il farmacista, sulla scia dell’antica arte degli speziali, gestiva in prima persona la preparazione dei medicamenti, unendo l’arte distillatoria alle conoscenze chimiche. Quel giorno il padre di mio nonno aveva solo un gran mal di testa, ma lasciò sua moglie da sola a provvedere a 5 figli. Un prologo terribile, una storia di ordinaria malasanità, con protagonista un farmacista che tentò di sdebitarsi con quella famiglia che aveva contribuito a distruggere, aiutando i ragazzi più giovani ad emigrare da un paesino in provincia di Napoli a New York, in cerca di un futuro migliore. Sono cresciuta con il desiderio di America, con la brama di raggiungere un giorno quella terra lontana da cui mio nonno era stato adottato. Sono cresciuta aspettando ogni Natale per ascoltare quelle storie, coltivando la speranza che un giorno mia madre ci avrebbe annunciato che si partiva alla ricerca delle nostre radici.

Questo il prologo di una storia di cui ho raccolto le fila in maniera autonoma. Il primo passo è stata la ricerca del nome di mio nonno sul registro di Ellis Island, il centro di permanenza temporaneo americano, dove tutti i migranti dovevano fare tappa obbligata per essere schedati, visitati, eventualmente curati, tenuti in quarantena e poi smistati.

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Non è stata una ricerca semplice. Immaginate centinaia di migranti vomitati dalla pancia di una enorme nave, la maggior parte analfabeti e senza nessuna conoscenza della lingua inglese, interrogati da persone altrettanto ignoranti. E infatti per essere sicura che quel Miele Pacefeci fosse proprio mio nonno, che di nome faceva Pacifico, registrato come proveniente da Cufino, mentre il paese di origine si chiama Tufino, ho dovuto incrociare un po’ di dati.

Ho così scoperto che il primo a sbarcare a New York è stato un fratello di mio nonno Miele, Domenico, il più grande di età, arrivato da oltre oceano con la nave Perugia il primo agosto 1903. Quel giorno la nave arrivò con 1170 passeggeri. Sulla pagina del registro in cui ho trovato il suo nome è il numero 502. Viaggiava da solo. Le famiglie, o i parenti, si riconoscono dalle parentesi graffe che li raccolgono. Aveva 22 anni, dichiarava di essere single, di avere dei soldi con sé, e di dover raggiungere un tale Quatrona Giuseppe, al 877/29 di Canal Street. Il registro è scritto a mano, e faccio fatica a capire in quale quartiere. Canal Street è una delle arterie maggiori, che attraversa da est ad ovest tutta New York. Passa anche da Little Italy. Dalla calligrafia del tipo che ha registrato l’arrivo del fratello di mio nonno, avrei scommesso più sul quartiere di Chelsea, che si trova più a nord, oltre il Greenwich Village. Ma immagino che le incomprensioni fra chi parlava solo dialetto e chi invece americano fossero frequenti. Soprattutto se i passeggeri avevano appena affrontato 10 o anche 12 giorni di viaggio, in condizioni non da crociera di lusso.

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Poi arrivò mio nonno Miele Pacifico, che all’ora aveva 19 anni, con le sorelle Miele Santa Orsola, 24 anni e Miele Nunziata 15 anni. Arrivarono con la nave Palatia il 17 maggio del 1904. Dichiararono di raggiungere il fratello Domenico, al’indirizzo di Chrystie Street a New York. Infine il 10 luglio 1905 arrivarono l’ultimo dei suoi fratelli, Bartolomeo 10 anni, e sua madre. So per certo che anche la mia bisnonna sbarcò in America, visto che un altro aneddoto vuole che, arrivata nella casa del figlio, osservando una stufa in ghisa in cui era acceso il fuoco, esclamò: Maronn’, hanne mise ‘o ffuoc’ ‘ngalera! [hanno messo il fuoco in carcere]. Ma ne sto ancora cercando le tracce.

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Ho seguito quel filo rosso. Ogni anno, ogni santissimo Natale, la storia di mio nonno e della sua avventura americana veniva raccontata a tavola, dopo il cenone. Spesso mio zio, il fratello di mia madre, ci permetteva anche di vedere i pochissimi ricordi di quel periodo, tirando fuori foto in bianco e nero ormai sgualcite, il vecchio passaporto di mio nonno, alcuni documenti inviati dal Consolato Americano. Roba burocratica per mantenere la pensione o la cittadinanza. Anno dopo anno, Natale dopo Natale sono cresciuta con quelle storie. Sono cresciuta con il sogno americano. Il tutto condito dal desiderio di mia madre di poter vedere, un giorno, i luoghi dove suo padre era vissuto.

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E così il Natale del 2010 le feci la proposta: – Vogliamo andare in America?- Nel Marzo 2012 siamo atterrate a New York e in attesa dei controlli, al gesto della poliziotta di metterci tutti in fila, srotolando un nastro, dopo un’attesa lunga due ore per schedarmi prendendo l’impronta di tutte e dieci le dita, farmi fare la foto all’iride e farmi rivolgere domande sulla motivazione del mio viaggio, ho pensato che non era cambiato poi molto. Certo, nel frattempo è successo anche l’11 settembre, con l’attentato alle torri gemelle, e il panico del terrorismo, ma pensavo che quello che succedeva ad Ellis Island i primi del Novecento doveva essere più o meno la stessa cosa. Davanti a noi, dopo due ore di fila, è svenuta una ragazza. L’hanno lasciata a terra in attesa dei soccorsi, e per non perdere il posto, non potendola far entrare senza controllo, la ragazza ha preferito farsi curare rimanendo in fila. Sdraiata per terra.

A me è andata meglio. Il poliziotto che mi ha interrogata, quando gli ho comunicato che ero accompagnata da mia madre, ha guardato il passaporto e ha commentato che non le assomigliavo. Così gli ho fatto la battuta che assomiglio tutta a mio padre, aggiungendo, per fortuna!  Non arrivavo da immigrata. Conosco la lingua. Ma osservando come venivano trattati quelli che venivano interrogati senza riuscire a comprendere le domande rivolte, senza nessuno che potesse far loro da interprete, ho maturato l’idea che a parte la fissa per la sicurezza, gli americani sono anche troppo presuntuosi da credere che la loro lingua sia davvero universale. O forse solo un po’ stupidi.

Fuori, nel piazzale dell’aeroporto internazionale di New York, il JFK, c’era un’auto che ci aspettava, e l’emozione di vedere lo skyline della città sognata per più di trent’anni è stata fortissima. L’avevo visto tante volte in foto, in video, da Google Earth, ma niente mi aveva preparata a quella visione. Cosa aveva provato mio nonno, diciassettenne in quel 1905, arrivando via mare? Cosa aveva visto sbarcando ad Ellis Island, un’isola a distanza di sicurezza dalla terra ferma, dominata dalla fiaccola della Statua della Libertà?
Sono andata a controllare e ho trovato una verità scomoda e un’atmosfera da American Horror Story Asylum: atmosfera cupa, terrore che dietro ogni angolo potesse nascondersi un medico killer psicopatico, o il fantasma di un bambino emaciato che chiedeva aiuto.

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All’ingresso di quello che oggi è il museo dell’immigrazione si viene accolti da una inquietante, enorme bacheca, piena di povere valigie e ancora più povere ceste. Guardandole mi sono chiesta se sono state semplicemente abbandonate o addirittura sequestrate. Ma continuando il tour per corridoi stretti e camere ambulatorio, scopro che in molti sono morti fra quelle mura, o perché arrivati già malati, o perché si sono ammalati all’interno della struttura.

Più mi aggiro all’interno di questo museo, più leggo i cartelli che accompagnano fotografie e spiegano i luoghi, più ascolto le registrazioni delle voci dei migranti, più mi assale lo sconforto e anche la nausea. Che culmina su quella che è stata battezzata la Scala delle separazioni, che porta in un salone molto ampio, che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il mio tour è finito a questo punto, leggendo il cartello ai piedi di quelle scale, e la sensazione di sentire le voci dei migranti, stanchi, affamati, sporchi, che si chiamavano a gran voce per cercare di non perdersi di vista. Il mio tour è finito all’interno di quella sala in cui ho immaginato tutto lo sgomento, l’estraniamento, il senso di alienazione e la paura di quei nostri antenati.

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Mio nonno superò quell’esame, e l’isola di Manhattan si trasformò nella sua nuova casa. Abitò nel quartiere di Little Italy, al 223 di Mott. Street. Dietro una fotografia che lo ritrae sorridente in un giardino è appuntato un indirizzo di Brooklyn, ma non so se anche quella è stata casa sua, o è solo la casa di qualche fratello. Ma come dice il grande maestro dell’horror Stephen King: attenzione a quello che si desidera. Il sogno dell’America che si trasforma in incubo l’ho ritrovato nella filastrocca che mio nonno ha tramandato a mia madre, in cui il dialetto della sua terra d’origine e la lingua straniera appresa oltreoceano, si mescolano a comporre dei versi a ricordo di quel Natale in cui, non avendo soldi nemmeno per mangiare, se ne andò sul lungomare di Coney Island a vendere palloncini:

Santa Claus mùscio mùscio
nun ten’ nè scarp e neanch’è papusci
o Dio Beato
Santa Claus a ccà nun è passat’

(Santo Natale stanco stanco,
non hai le scarpe e nemmeno le pantofole.
O Dio Beato,
il Santo Natale da qua non è passato)

Il 223 di Mott Street, a Little Italy, NY
Il 223 di Mott Street, a Little Italy, NY

Ma non solo, Durante il periodo della Grande Depressione negli anni ’20 raccontava di aver lavorato anche come robivecchi, girando per le strade di Manhattan raccogliendo quello che la gente buttava via e rivendendolo ai mercatini. Poi finalmente arrivò un lavoro sicuro, in una fabbrica. L’amara scoperta nel momento di andare in pensione: non avendogli versato tutti i contributi aveva diritto ad una somma minima. Sicuramente non una vita facile la sua.

DSCF5497E anche il mio viaggio attraverso la porta ufficiale degli immigrati si è rivelato un vero incubo. Quell’America tanto desiderata e idealizzata, mi ha mostrato un lato che non avevo minimamente sospettato, e mi ha lasciata amaramente triste. Ero cresciuta credendo davvero che oltre oceano si nascondesse l’Eldorado del benessere e della vita semplice. Mi sono ritrovata in un luogo che assomigliava ai nostri moderni CIE, o peggio: ad un campo di concentramento. Riuscire ad emergere e ritagliarsi una vita migliore una strada in salita.

il palazzoHo seguito le tracce di mio nonno come Pollicino nel bosco, ho attraversato Chinatown e sono arrivata sotto un anonimo palazzo al 223 di Mott. Street, scoprendo che a New York non si usa indicare il cognome sui campanelli esternamente. Finalmente ero sotto a quel palazzo che avevo guardato decine e decine di volte su Google Earth. Una strada stretta, a senso unico, piena di palazzi tutti uguali, proprio come quelli che si vedono nei film: bassi, 4 piani appena, e la scala antincendio in ferro esterna. Anonimo. Uguale a tanti altri. Il palazzo si trova in piena Little Italy, e mentre ne osservavo le finestre nella testa ho sentito la voce di Francesco De Gregori che cantava:

“Mamma chissà se valeva la pena, di fare tanta strada ed arrivare qua”.

Ho cercato un bar, ne ho trovato uno pieno di targhe e immagini Fiat e Vespa, ho bevuto il peggior espresso di tutto il mio soggiorno americano, e ho promesso a me stessa che la prossima volta avrei affrontato il viaggio solo se ad aspettarmi all’aereoporto ci sarebbe stato qualche americano con nel sangue un po’ del mio DNA, ereditato da un nonno che avrei tanto voluto conoscere.

Come e perché diventare uno storyteller

Definizione di Storytelling

Hanno iniziato gli uomini primitivi, disegnando sulle pareti delle caverne che abitavano il racconto di quello che avevano vissuto mentre erano a caccia. Triglifi e metope hanno scandito storie sui fregi greci e romani per qualche secolo. Nei monasteri e nelle chiese medioevali la storia del santo di turno si srotola lungo tutto il perimetro del chiostro: ogni riquadro corrisponde al fotogramma di un determinato momento saliente della vita del santo protettore a cui la chiesa è dedicata. L’utilizzo della narrazione in immagini, per costruire una storia, insomma è nata insieme all’uomo, e sopravvive fino ai giorni nostri, godendo anche di ottima salute. Con l’avvento di Internet e dei social network, si è infine vestita di una nuova semantica, e lo chiamiamo Storytelling.

Questo tipo di narrazione per parole ed immagini è stata adottata dalle aziende, e le più capaci hanno soppiantato la banale pubblicità e trasformato il loro messaggio in una storia in cui il “to be continued” è lo spot successivo, in cui diventa riconoscibile non il prodotto o i protagonista, ma la filosofia del prodotto e la sua unicità. Una storia ben costruita, coerente e ben raccontata diventa un elemento che fa distinguere il brand sul mercato. C’è un acronimo per spiegare in 6 punti come dovrebbe essere un storia di successo: SUCCES, ovvero Simple, Unexpected, Concrete, Credibility, Emotion e… Stories.
Pensiamo a Giovanni Rana, il primo patron di un’azienda ad aver deciso di identificare la sua azienda con se stesso. O al Mulino Bianco, divenuto il simbolo della famiglia felice, dove oggi scopriamo vive un mugnaio felice, che sforna felicemente le brioches e i biscotti che arrivano sulla nostra tavola.

Fonte immagine: Green Book
Fonte immagine: Green Book

Gli storyteller

Banalmente, dietro ogni storia di successo c’è qualcuno che le racconta. Il moderno menestrello si chiama storyteller. Mi piace la definizione che ne ha dato Luca Borghi: “La capacità dello storyteller è quella di comunicare attraverso le immagini per attivare emozioni. Ogni storia che vogliamo raccontare può quindi prendere vita da una semplice immagine. L’immagine contiene una forza evocativa che può innescare la giusta leva emotiva per emozionare e coinvolgere”

In pratica fino a qualche anno fa per raggiungere la notorietà attraverso il web bisognava avere un’idea, saperla sviluppare, aprire un blog e riempirlo di post scritti. Saper scrivere per un blog di successo non è[ra] un mero esercizio grammaticale. Saper emozionare e affascinare attraverso la parola scritta è una abilità che avvicina il blogger al romanziere. Post dopo post, parola dopo parola, il blogger inventa il suo mondo, mostra la sua cifra stilistica, emoziona il lettore, lo rende partecipe, e il lettore immedesimato sarà quello che lascia il commento, che torna sul blog e condivide le parole del blogger.

La morte dei blog si canta in rete già da qualche anno, e in effetti posso affermare, senza paura di smentita, che la nuova frontiera del web sono Instagram, Vine e Pinterest. Non si fa più blogging, ma Visual Storytelling o Storytelling Photography. La parola viene abbandonata, l’immagine diventa la protagonista, e non è necessario nemmeno il commento. A volte a corredo di una fotografia basta un “awesome” o “beautiful” ed è pronta a raccogliere il consenso di un pubblico sempre più vorace, ma anche più veloce. Li definirei i fast-view del web.

Stefania Fregni di My Modena Diary
Stefania Fregni di My Modena Diary

Dal 2009 al 2013 sono stata local-blogger per il portale Virgilio. Tre volte a settimana scrivevo un post di almeno 300 battute, corredato da almeno una foto, meglio se realizzata da me, in cui raccontavo della città di Modena. Ne raccontavo le tradizioni e gli appuntamenti culturali. Quello che scrivevo nei post oggi in My Modena Diary di Stefania Fregni lo ritroviamo in immagini. Molte foto, poche parole, spesso solo la didascalia, e la storia la deve scrivere chi guarda, immaginandola attraverso il punto di vista scelto per l’inquadratura.

Come scrive lei stessa nel post di lancio del progetto: “L’obiettivo è parlare della mia città raccontando una storia, il più possibile condivisa, attraverso uno stile di vita, delle esperienze, dei punti di vista, delle immagini (soprattutto immagini 🙂 ) ed emozioni. Voglio farvi vedere Modena attraverso i miei occhi e mi piacerebbe tanto farvi venire la voglia di venirmi a trovare!” Ma gli occhi non sono i suoi, ma sono del fotografo che la segue e le consiglia inquadrature e scorci. Tenete a mente questa informazione, perché ne tornerò a parlare.

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Come si diventa storyteller

Pur essendo una tendenza dettata probabilmente dai tempi ristretti e veloci in cui fruiamo dell’informazione in generale. Pur avendo a disposizione smartphone e tablet. Anche se le app che aiutano a fare storytelling sono per la maggior parte gratuite, c’è chi per imparare a fare storytelling si iscrive a dei corsi.

Anche la nostra zona offre delle opportunità a chi vuole saperne di più di questa nuova frontiera del web. A Carpi la giornalista e blogger Francesca Succi, titolare dell’agenzia Studio di Comunicazione organizza e gestisce i corsi facendo tutto da sola, promuovendo la filiera corta nella comunicazione. La società Inside Training di Reggio Emilia invece utilizza diverse professionalità, organizza corsi on-line oppure in aula, e si muove sull’intero territorio italiano. Ho conosciuto anche delle freelance che non si occupano esclusivamente di formazione, ma utilizzano le competenze acquisite nel tempo e sul campo, per trasferire più che le loro competenze, la loro esperienza. Anna Le Rose, web writer, blogger e autrice, bolognese d’adozione, terrà un corso di Food photography e Storytelling gastronomico creativo, in collaborazione con Valentina Scannapieco, Food and Travel Writer. Scopo del corso imparare la composizione artistica del cibo, come fotografarlo e come raccontarlo. Quello che Silvia Canini e Marco Fortini hanno insegnato ai workshop gratuiti SelfieDOP organizzati da APT Servizi – Turismo Emilia Romagna al Food and Pastry, la fiera dedicata al Creative Food, Cake Design presente a Bologna dal 20 al 22 novembre 2015.

In realtà il prezzo di questi corsi varia dai 100 ai 500 euro. La partecipazione è aperta a tutti, ma si iscrivono solo persone che a vario titolo lavorano nel web o nella comunicazione. Frequentato il corso e ottenuto l’attestato di frequenza, cosa esattamente ne facciano i partecipanti delle nozioni apprese non è un dato interessante ai fini dell’organizzazione del prossimo corso.

Fonte immagine: Thedigitaladv
Fonte immagine: Thedigitaladv

Senza svilire l’importanza della formazione, dopo qualche chiacchierata e qualche ricerca, sono arrivata alla conclusione che la faccenda dello storytelling mette in campo troppe competenze, difficili da replicare da una persona sola.

1. competenze web per avere un sito accattivante e che funzioni bene [voi sapete cos’è un “tema responsive”?].
2. una bella storia da raccontare. O almeno tanta fantasia per inventarne una.
3. una buona attrezzatura fotografica. O almeno un buon occhio. Possedere e conoscere tutte le funzioni dell’ultima Nikon messa in commercio non significa saper realizzare fotografie “emozionali”.
4. tanto tempo. Tempo per progettare, realizzare e per attendere che il lavoro produca i suoi frutti in termini di ritorno in visibilità [per uno storyteller puro], in vendite o in commissioni per la realizzazione di altri “visual storytelling”.
5. soldi da investire in partecipazioni a seminari e corsi dove prima di tutto si impara a stringere rapporti con le persone che contano.
Soprattutto credo che nessun corso riuscirà mai ad insegnare come diventare dei bravi storyteller. La capacità di saper raccontare storie, di coinvolgere, di emozionare non sono tecniche, sono capacità innate che si possiedono o non possiedono.

Come conoscere bene la grammatica italiana non farà di voi il prossimo Fabio Volo [o inserite il vostro scrittore preferito], così frequentare corsi sullo storytelling non vi trasformerà nel prossimo Mariano di Vaio, autore di MDV Style.

Fonte immagine di copertina: Academycz.