La breve vita del trapano

Un trapano costa in media 100€ e, da quando viene acquistato, viene utilizzato mediamente dai sei ai tredici minuti. Una famiglia che vive in cohousing può risparmiare in un anno 5.500 euro e 3.000 ore di tempo. Sembrano dati scollegati tra loro, in realtà portano entrambi ad una considerazione importante, soprattutto in tempi di crisi: condividere premia e paga. Di questo ho parlato con Silvia Sitton, giovane modenese studiosa di modelli abitativi community-oriented e appassionata di innovazione sociale nonché autrice del blog Irughegia.

«Cohousing è prima di tutto una parola molto di moda e per questo troppo spesso usata impropriamente – mi spiega Silvia -. Abitare collettivo è una definizione sicuramente meno cool ma che, senza fraintendimenti comunitaristi, racchiude quelle esperienze abitative che vogliono recuperare la dimensione sociale del vivere del passato, quella di famiglia allargata. Spesso oggi si vive in una realtà atomizzata, diffidente alle relazioni e ostile alla mutualità. Ho provato questo per la prima volta quando sono andata a vivere da sola e poi, in misura maggiore, una volta diventata mamma: tra lavoro e famiglia la vita si complica e, per come è strutturata, diventa sempre più individuale».

mydalSul suo blog Silvia scrive: “La sociologa premio Nobel Alva Myrdal già nel 1932 metteva in luce l’irrazionalità delle residenze isolate ‘dove venti donne preparano le loro polpette in venti piccole cucine mentre venti bambini giocano soli nelle loro camerette’ gridando i benefici di un modello alternativo di abitare collaborativo, che prevede la condivisione di spazi, tempo, impegno, risorse, attrezzature, valori, energie, nell’assoluto rispetto della privacy e dell’autonomia individuale”.

«Alla base di queste idee – mi spiega Silvia-  c’è il lusso democratico: le famiglie si uniscono in primo luogo per necessità e non per un ideale. E poi perché insieme possono ottenere cose che da soli non potrebbero permettersi, risparmiando contemporaneamente tempo e denaro. In più in queste esperienze c’è spesso anche una spinta verso un nuovo modello di welfare, autogestito e di comunità, capace di offrire sevizi alla collettività (ad esempio l’accoglienza famiglie in difficoltà, una piccola biblioteca o uno spazio ricreativo per bambini). Questa nuova idea di welfare non andrebbe a sostituirsi ai servizi già presenti ma si inserirebbe al loro interno, con un risparmio anche da parte delle amministrazioni locali. Un esempio: far risiedere una mamma con il suo bimbo in un appartamento sociale destinato a famiglie con fragilità genitoriali costa al Comune circa 150€ al giorno. La stessa soluzione, se prevista in una realtà di cohousing e concordata tra amministrazione e cohouser, costerebbe invece al pubblico circa 400€ al mese, quelli dell’affitto dell’appartamento, e permetterebbe alla donna di vivere in maggiore autonomia dai servizi sociali, in comunità accogliente con altre sue pari».

Fonte immagine: http://www.fotovoltaicosulweb.it/
Fonte immagine: http://www.fotovoltaicosulweb.it/

Compresa la portata innovativa e di forte convenienza economica di questi modelli abitativi le amministrazioni locali dovrebbero, secondo Silvia, mettere a disposizione in primo luogo immobili non utilizzati (e, solo quando non disponibili, terreni) e offrirli alle famiglie a condizioni vantaggiose in cambio dello sviluppo, da parte loro, di progetti di abitare collettivo. Le famiglie, infatti, oltre a costruirsi la loro casa, dovrebbero garantire la presenza di ambienti comuni aperti alla collettività e prevedere forme di fruizione pubblica.

«Un buon progetto di cohousing – continua – deve essere innanzitutto sperimentale, cioè deve essere nuovo e avere il coraggio di andare al di là degli schemi. Per non trasformarsi in qualcosa di elitario e rispondere a reali esigenze abitative è indispensabile abbia costi e tempi sostenibili. Infine deve essere facile da capire e in qualche modo istituzionalizzato, per essere replicabile su vasta scala». Anche a Modena qualcosa si sta muovendo. Un anno e mezzo fa il Comune ha infatti aperto un bando per la realizzazione di una palazzina in un’area confinante con il parco di via Divisione Acqui da destinarsi a cohousing, vinto, dopo una storia tormentata, dalla cooperativa Modena Casa e dall’associazione Coabitat, fondata da Silvia e altre famiglie. Il progetto prevede la realizzazione di una palazzina costruita in classe energetica B composta di 16 appartamenti, due dei quali saranno a disposizione dell’amministrazione comunale. 276 metri dell’edificio saranno destinati ad aree comuni come un piccolo deposito per il Gas (Gruppi di acquisto solidale), una sala polivalente condominiale, la ciclo officina, uno spazio pensato appositamente per bambini e un ambiente destinato alla musica. Spesso i bisogni delle famiglie e la loro volontà di sperimentare nuovi modelli abitativi si scontrano con i tempi lunghi, la burocrazia e la poca voglia di osare da parte degli enti locali.

 

Così è successo anche alle famiglie di Itaca, la prima realtà di cohousing modenese, alle quali ci sono voluti dieci anni di costanza per vedere realizzato il loro progetto. «Itaca è un condominio di 12 appartamenti in via Faenza – mi racconta Silvia -, autocostruito dalle famiglie seguendo i principi della bioarchitettura e ponendo attenzione al riuso e riciclo dei materiali, con diversi spazi comuni. Itaca è anche una cooperativa a proprietà indivisa che è riuscita ad ottenere dal Comune il terreno in diritto di superficie su cui costruire le case. Nonostante questo le difficoltà sono state tantissime e il progetto ha visto la luce solo dopo dieci anni».

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Fonte immagine: http://irughegia.wordpress.com/

«La nuova frontiera dell’abitare – conclude Silvia, che sta facendo un dottorato in Sharing Economy e nuovi modelli dell’abitare – è quella che riesce a integrare la parte di costruzione di una casa con quella di gestione sociale degli abitanti, passando dalla logica dell’edilizia popolare (‘ti dò un tetto’) o di mercato (‘scegli il tetto che più ti piace’) ad una logica che mette al centro la persona e le sue esigenze, non solo abitative (‘attraverso la casa ti do degli strumenti’). In italiano esiste una sola parola per definire la casa. In inglese invece ce ne sono due: si utilizza house per indicare l’edificio e home per fare riferimento alla parte emozionale e sociale dell’abitare, alla casa come luogo-identità. In quest’ottica anche in Italia l’housing dovrebbe essere trattato come un verbo, non come un sostantivo, come un processo più che un prodotto».

(Fonte immagine di copertina: Ordine Ingegneri Pistoia).

Terzo a chi?

Il Forum Terzo Settore di Modena si riunisce in assemblea per fare il punto su una realtà in crescita, nonostante la crisi

Numeri in controtendenza, nei tempi in cui ci si è abituati a cifre con il meno davanti o vicine allo zero, quelli relativi al Terzo Settore in Italia. Un’indagine Istat, pubblicata nei mesi scorsi, rivela come il numero delle organizzazioni no profit attive in Italia, negli ultimi dieci anni (2001-2011) sia aumentato del 28% arrivando a toccare quota 301.191. Con 4 milioni e 758mila volontari e 680mila dipendenti il no profit costituisce la principale realtà produttiva del Paese nei settori dell’assistenza sociale e delle attività culturali, sportive, di intrattenimento e divertimento. Un terzo settore, quindi, che si fa propulsore del welfare e che incrementa il capitale sociale, civile ma anche quello economico del territorio.
E’ proprio questo il tema al centro dell’incontro in programma per sabato 12 ottobre dalle 9 (sede Avis, via Borri 40 a Modena), in occasione dell’assemblea annuale del Forum Terzo Settore Modena, che raggruppa 110 organizzazioni del territorio modenese, dalle più piccole a quelle più articolate.

Foto Sudioieffe.it Modena
Foto Sudioieffe.it Modena

«Le organizzazioni entrate a far parte del nostro Forum – commenta Albano Dugoni, portavoce del Forum del Terzo Settore di Modena – sono aumentate e sono passate dalle 70 di tre anni fa alle 110 di oggi. La crescita delle organizzazioni non riguarda solo attività di cura legate al welfare nei servizi alla persona e alla organizzazione e pratica del tempo libero ma anche quelle di salvaguardia e tutela dei territori, dei diritti, della cultura e della legalità. Oggi, al pari  dello Stato e del Mercato, il Terzo Settore è in grado di dare un contributo autonomo a nuovi percorsi e processi di sviluppo». E i percorsi, come indica lo stesso Dugoni, vanno nella direzione di un ripensamento dell’idea di welfare tradizionale, avvicinandosi a quanto teorizzato dall’economista Zamagni con il concetto di “sussidiarietà circolare”: una nuova sinergia tra enti pubblici, imprese e società civile organizzata, un patto triplice per garantire il benessere dei cittadini.

«Se proviamo  a prendere, ad esempio, due grandi temi su cui l’opinione pubblica è molto sensibile, come l’immigrazione e l’invecchiamento della popolazione – prosegue Dugoni -, è del tutto evidente che non troveremo mai le risorse pubbliche per farvi fronte. E’ quindi necessario un sistema integrato nel quale Stato, Mercato e Terzo Settore trovino sinergie per progetti di innovazione sociale, contrastando le attuali  derive del mero abbattimento dei costi delle prestazioni e di un welfare residuale. Il fallimento del modello neoliberista è il naturale riconoscimento per chi, come noi, da tempo sostiene che Prodotto e Benessere Interno Lordo debbano essere le due facce della stessa moneta».

Nel corso dell’assemblea, che vedrà tra le altre cose la presentazione del bilancio di mandato 2010-1013, l’esame e l’approvazione del consuntivo 2012 e il rinnovo delle cariche sociali, si farà anche il punto su un percorso intrapreso dal Forum modenese per la creazione di Forum Terzo Settore di carattere distrettuale. Il primo Forum distrettuale ha già visto la luce lo scorso maggio nel Frignano mentre sono in corso incontri e percorsi formativi, col supporto del Centro Servizi per il Volontariato di Modena, per la realizzazione del Forum Unione Terre d’Argine.
«E’ un percorso che ha le sue difficoltà – conclude Dugoni -. Si va in un territorio in cui le organizzazioni sono abituate a lavorare autonomamente e si propone un terzo soggetto di cui l’associazione si deve fidare, a cui deve dare la responsabilità di sedere al tavolo col comune capo distretto per discutere di politiche comuni. Sono deleghe forti quelle che le associazioni ci danno. Il Terzo Settore siede già ai tavoli di contrattazione a livello nazionale, regionale e provinciale. Ora occorre sia così anche a livello distrettuale, facendo fronte in questo modo al processo di riorganizzazione degli enti locali che vede le province perdere progressivamente importanza a favore di altre realtà, come, per l’appunto, i distretti».

Ma la notte no! Sentinelle di una nuova umanità

Il 29 settembre Modena ospiterà il settimo Meeting missionario regionale. Interverranno Cecilia Camellini, Elena Conforto, Efrem Tresoldi e John Mpaliza.

Ci sono alcune esperienze di vita che divengono testimonianza per gli altri, che, come “sentinelle”, illuminano il cammino e fanno strada. E’ a loro che è dedicato il settimo Meeting Missionario regionale che per la prima volta sarà ospitato da Modena. “Ma la notte no… Sentinelle di una nuova umanità”: questo il titolo dell’appuntamento che si terrà presso la chiesa di Gesù Redentore domenica 29 settembre dalle 9 alle 18. Organizzato dal Coordinamento regionale centri missionari diocesani, il Meeting rappresenta un unicum nel panorama nazionale. A parlarcene è Francesco Panigadi, responsabile del Centro missionario della diocesi di Modena-Nonantola.

Francesco, perchè Modena?
Le diocesi dell’Emilia Romagna si sono alternate nell’organizzazione del Meeting e Modena non l’aveva mai ospitato. Due anni fa abbiamo supportato Bologna nell’organizzazione e quando è stato il momento di raccoglierne il testimone quella di Modena è stata una scelta quasi automatica.


diversi come noiA chi è rivolto? Raccontaci come si svilupperà la giornata.

Il meeting è la festa della missione, la festa di tutti coloro che accettano la sfida del futuro e si rivolge in particolare a giovani e famiglie.
Crediamo possa essere un bel momento di incontro per tutte le realtà ecclesiali e non che si occupano di missione, di sud del mondo e più in generale di tutti “i sud del mondo”.
La mattina del meeting sarà dedicata alla riflessione con la tavola rotonda durante la quale i testimoni racconteranno la loro esperienza.
Il pomeriggio, invece, dopo il pranzo equo e solidale preparato dalla Cooperativa Oltremare, avremo un’ampia scelta di eventi: dalla sfilata di moda con gli abiti usati di Porta Aperta al reading sulle donne d’Africa, dalla presentazione di libri alla musica africana, dai banchetti alle testimonianze, dai video alle mostre fotografiche (qui programma completo).
Al centro c’è la volontà di proclamare la speranza in un momento di crisi globale e complessa (la notte!): crisi economica, sociale, ecologica, etica, ecclesiale… per di più crisi che abbraccia il mondo intero, come le ultime vicende stanno evidenziando, ma che ha il suo epicentro proprio nell’Occidente “cristiano”.
A fronte della crisi e della conseguente caduta di speranza, ci sono le “sentinelle di una nuova umanità”, che ci danno coraggio e ci indicano strade da percorrere insieme.

Chi sono le “sentinelle” che interverranno nel corso del Meeting?
Avevamo individuato alcune categorie di “sentinelle di una nuova umanità”, con i rispettivi “rappresentanti”: i missionari del dialogo temerario e fiducioso (il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, da luglio scorso rapito in Siria); i giovani che vivono le difficoltà come opportunità (la campionessa modenese del nuoto paralimpico, Cecilia Camellini); le donne che curano le “ferite del mondo” (Elena Conforto, missionaria saveriana in Brasile); gli immigrati che si fanno portatori di nuove prospettive (John Mpaliza, ingegnere che da anni lotta per denunciare il dramma del suo paese d’origine, il Congo) e i “fautori della riconciliazione nella verità e nella giustizia” (P. Efrem Tresoldi, comboniano e direttore di Nigrizia).
Purtroppo padre Paolo non potrà essere presente però abbiamo deciso di non sostituirlo nel programma, anche per non chiudere la porta al miracolo! Lo ricorderemo all’inizio della giornata e soprattutto nella preghiera del mattino, per porre l’accento sulla sua forte testimonianza di impegno per il dialogo per la pace fra popoli, culture e religioni.

Lo stile di vita missionario ha sempre attirato a sé tanti giovani. E’ ancora così?
In passato era così ora molto meno… Mi capita spesso di andare nelle scuole a parlare di missionarietà e mi rendo sempre più conto di quanto oggi sia una realtà poco conosciuta… molti ragazzi non sanno nemmeno chi è e cosa fa un missionario. I giovani che comunque si avvicinano a questo mondo penso lo facciano perchè riconoscono nei missionari dei testimoni veri, uomini e donne che tentano di vivere in modo pieno il Vangelo, donandosi agli altri anche a costo di lasciare tutto. Per usare le parole di papa Francesco credo che i missionari siano davvero coloro che sono sempre stati lontani dai giochi di potere e dal carrierismo per scegliere le periferie, i più poveri e abbandonati. Una radicalità forse non facile da seguire ma senz’altro molto coerente con il Vangelo e per questo attraente.

Cosa significa per te essere missionari oggi?
Nel titolo del Meeting compare la parola “sentinelle”: sono coloro a cui viene assegnato un territorio da controllare, da osservare, per accorgersi come vanno le cose. I missionari oggi devono essere prima di tutto questo: incarnarsi in un luogo, in un territorio; essere parte delle gioie, delle speranze, delle sofferenze del popolo che li accoglie. La missione oggi è senz’altro “stare con” più che fare. Ricordo le parole di un giovane che abbiamo incontrato pochi mesi fa, missionario in Ciad, un territorio in cui il 95% della popolazione è musulmana: “Il dialogo parte dalla vita, dall’incontro con il vicino di casa, dalla spesa al mercato; io cerco di essere un buon cristiano in mezzo ai musulmani e spero che questo aiuti l
IMG_0761oro ad essere buoni musulmani”.

Papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata delle missioni, ha ricordato come la missionarietà non sia solo una questione di territori geografici e come i confini della fede non attraversino solo luoghi e tradizioni umane, ma il cuore di ciascun uomo e di ciascuna donna. Come combinare spirito missionario e quotidianità?
Facendosi testimoni del Vangelo, con cuore aperto e prestando attenzione agli altri, prendendosene cura, nei momenti belli e nella sofferenza. Si può essere missionari ovunque, senza l’apprensione di voler convertire per forza ma semplicemente percorrendo un cammino insieme all’altro, all’ultimo.
A tal proposito, come Centro missionario organizziamo ogni anno “ElMismo” un percorso spirituale sulla missionarietà durante il quale ascoltiamo testimonianze di vita con gli ultimi, nel nostro territorio come dal sud del mondo. Il primo appuntamento è in programma l’ultimo weekend di ottobre, 26 e 27 ottobre.

Quanti sono i missionari modenesi nel mondo? Quali iniziative avete in programma per il prossimo ottobre missionario?
Sono circa 50 i missionari modenesi ancora operativi lontano da casa. Per quanto riguarda l’ottobre missionario organizzeremo vari incontri in diverse parrocchie con i cinquanta giovani della diocesi che quest’estate hanno fatto esperienze missionarie in Etiopia, Madagascar, Paraguay, Albania, Kenya, Tanzania, Colombia ed Ecuador.

 

Le piante non crescono fino al cielo

Ogni anno gli italiani gettano via cibo ancora buono per un valore di 15 miliardi di euro, circa l’1% del Pil. Ne abbiamo parlato con il professore Andrea Segrè, ideatore del Last minute market e promotore della campagna “Un anno contro lo spreco”.

Supermercato, solito giro tra gli scaffali, solita lista: acqua, uova, yogurt, insalata. Acqua ok, ma non quella ammaccata. Chissà cosa le è successo, meglio non rischiare. Vada per il pacchetto da sei di uova, anche se due sono da settimane in frigo scadute e manca il coraggio di buttarle. Yogurt… meglio cercare quelli con la scadenza più lontana, non si sa mai. Manca solo l’insalata… questa non è verde come le altre, addirittura c’è una foglia marcia. Che orrore, meglio lasciar perdere. Ed ecco che, magicamente, l’acqua ammaccata, lo yogurt che scade a breve, troppo a breve, l’insalata “difettosa”, le uova che giacciono non consumate nel frigorifero cambiano di ‘stato’: da cibo diventano rifiuti, scarti del mercato che dallo scaffale, dalla dispensa e dal frigo passano direttamente alla pattumiera. Pattumiera che, se ascoltata, ci racconta di uno spreco di cibi ancora buoni che ha un valore economico di ben 18 miliardi di euro l’anno, circa l’1,2% del Pil italiano. E, dato se si può è ancora più allarmante, 16 di questi 18 miliardi di euro gettati ogni anno dagli italiani provengono dalle nostre case, sono frutto di sprechi domestici.

Andrea SegrèA fornirci questi numeri è l’indagine Waste Watchers, l’Osservatorio nazionale sugli sprechi promosso da Last minute market, lo spin off nato nel 1998 dalla facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, su impulso di Andrea Segrè, docente di Politica Agraria dell’Alma Mater. «I dati sono inquietanti – ci spiega – e rilevano come nella filiera lo spreco stia nel nostro bidone della spazzatura, a casa nostra. Tra l’altro si tratta di quella parte di cibo ancora buono che non si può recuperare, mentre per quanto riguarda gli altri anelli della filiera (grande distribuzione, agricoltura, privati) si può recuperare tutto, cosa che facciamo come Last minute market. Quello che si getta via a casa finisce per davvero nel bidone della spazzatura».

Su impulso del Last minute market sono nate, in questi ultimi anni, tante esperienze che operano per il recupero di prodotti “scartati”, il loro riuso e riciclo. Ma come ha preso il via questo progetto bolognese? «E’ nata per caso – racconta Segrè -. Ero in visita a un mio studente che verso la fine degli anni ’90 lavorava al reparto ortofrutta di un supermercato. Dopo una passeggiata tra gli scaffali sono finito dietro le quinte e qui ho visto una scena che mi ha colpito molto: tanti beni, prodotti vicini alla scadenza o un po’ danneggiati, che erano pronti per essere smaltiti nei rifiuti. Da lì è partito tutto: ho cominciato a fare tesi di laurea su queste tematiche e a pensare che questi beni potessero essere recuperati. Dopo qualche anno è nato Last minute market, uno spin off universitario che recupera ciò che è ancora buono, non solo cibi ma anche farmaci, libri e altri prodotti non alimentari per darli a chi ha bisogno, attraverso un’azione molto potente: il dono. Il dono crea legame e valore: un prodotto che si recupera, come uno yogurt in scadenza non ancora scaduto, diventa un bene relazionale tra chi ha un’eccedenza e dovrebbe smaltirla con un costo economico ed ecologico e chi ha una carenza e dovrebbe sostenere un acquisto. E’ un meccanismo molto potente ma l’importante è tenere sempre presente che il vero obiettivo è ridurre gli sprechi non incrementarli perché aumentano i poveri, i bisognosi. E’ il sistema che va cambiato.Last Minute market è l’unica società al mondo, o in provincia di Bologna per essere più modesti, che nel suo statuto ha scritto che il suo obiettivo è l’autodistruzione. L’abbiamo chiamato “spreco zero”: ridurre a zero gli sprechi e poi fare qualcos’altro».

Per raggiungere questo obiettivo Last minute market ha preparato una vera e propria dichiarazione contro lo spreco alimentare che è stata sottoposta direttamente al Parlamento Europeo diventando una risoluzione votata in plenaria, che si propone di ridurre gli sprechi di cibo del 50% entro il 2025 e di destinare quanto risparmiato a chi ha bisogno. Il documento è stato anche tradotto in una carta, la carta “Spreco Zero“: un insieme di azioni concrete che gli enti locali italiani ed europei che decidono di sottoscriverla, si impegnano a realizzare o sulle quali possono fare pressione sul governo. Sono già 300 i comuni che hanno firmato la carta, diversi provenienti dall’Emilia-Romagna e dal territorio modenese. L’obiettivo della carta è anche fare una mappatura delle buone pratiche e permettere agli amministratori locali di scambiarsele, facendo rete tra loro.
Ma l’analisi Waste Watchers è lì a ricordarci in ogni momento che non bastano le buone pratiche dei nostri rappresentanti per mettere la parola fine agli sprechi: quei 15 miliardi di euro di cibi buoni buttati ci riguardano in prima persona e sono strettamente legati alle nostre abitudini quotidiane, dal modo in cui riempiamo carrello, dispensa e frigo. Segrè ne parla in diversi suoi libri tra cui “Cucinare con gli scarti” e “Lezioni di ecostile”, un piccolo manuale di ecologia ed economia domestica, disciplina tanto antica quanto preziosa: «L’economia domestica – prosegue Segrè – si insegnava nelle scuole, le nostre mamme e nonne la conoscono benissimo, mentre noi e i nostri figli, invece, abbiamo perso questa “intelligenza ecologica”. Penso che la riduzione degli sprechi domestici debba partire dall’abbattimento di quattro totem: il primo è il carrello della spesa. Bisogna fare la spesa in modo un po’ più consapevole: è inutile riempire il carrello, adesso che poi siamo in crisi, di cibo che poi potrebbe scadere nel frigorifero. Il frigo, altro totem, va usato bene, non è uno strumento per stipare ma per conservare, basta leggersi le istruzioni, e poi la cucina stessa, fare in modo che anche gli scarti non avanzino. Mangiare bene, anche gli scarti, e far dimagrire il bidone della spazzatura, ultimo totem». Il tutto a partire da una concezione del mondo che esce dagli schemi tradizionali “economia-centrici”, da una prospettiva differente che rimette al centro il pianeta e la necessità di vivervi in armonia, in maniera sostenibile. Non a caso il termine inglese ‘sustain’, fa notare Segrè, indica il pedale del pianoforte che permette di allungare le note, di produrre armonia.

Nel suo libro Economia a colori Segrè pone l’attenzione sulla radice comune tra le parole economia ed ecologia, sottolineando come la prima si riferisca all’amministrazione della casa, del domestico (eco viene dal greco oikos che significa casa) mentre la seconda faccia riferimento ad una realtà più ampia, quella dell’ambiente, del pianeta. «Va da sé che l’ecologia deve contenere l’economia; quest’ultima può esserne un capitolo, un aggettivo ma comunque deve starne all’interno. E’ partendo da questa visione di ecologia economica che io collocherei l’uscita dalla crisi che stiamo vivendo. Ricordando sempre che le risorse del pianeta non sono infinite, che, come scrisse Goethe, “le piante non crescono fino al cielo”».

 

Elogio dell’Erasmo (da Mutina)

In occasione dell’anno europeo dei cittadini ci interroghiamo su un progetto che, dalla nascita ad oggi, è diventato un vero e proprio fenomeno, in grado di attirare giovani da ogni angolo d’Europa. A Modena e Reggio sono oltre 500 i ragazzi in partenza o in arrivo grazie al programma Erasmus.

esn1 esn2Compie 26 anni nel 2013 il progetto di mobilità universitaria più celebre al mondo: l’Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students. Un esercito di giovani, le cui truppe si ingrossano anno dopo anno, che dal 1987 occupa pacificamente i territori della Comunità Europea grazie a questo progetto, nato nell’ambito del Programma Socrates per la promozione della mobilità e dello scambio degli studenti tra i paesi membri ed altri stati convenzionati.

L’Università di Modena e Reggio Emilia fa parte delle oltre 4.000 istituzioni universitarie che hanno aderito al programma Erasmus: ogni anno partono e arrivano nel nostro territorio centinaia e centinaia di studenti. Per quanto riguarda il 2012/2013 sono oltre 300 i giovani modenesi e reggiani che quest’anno studieranno, per uno o due semestri, in una facoltà straniera e 215 gli studenti europei (per la maggior parte spagnoli, tedeschi, francesi, polacchi, rumeni e turchi) che hanno scelto le due città emiliane per trascorrere il loro periodo di studio all’estero.
Che rapporti intrecciano questi giovani con la nostra città? Modena è in grado di accoglierli e rispondere a quelle esigenze che vanno ben al di là di una semplice richiesta accademica?

“In generale – ci spiega Alessandro Bursi, presidente di Esn (Erasmus Student Network) di Modena e Reggio – i giudizi degli Erasmus che soggiornano nella nostra città sono positivi. Trovano Modena un posto a misura d’uomo, con un centro città in cui c’è tutto ciò di cui hanno bisogno. In molti ne apprezzano la comodità e centralità per raggiungere altre località italiane di interesse turistico. Penso poi che una parte di questo giudizio buono derivi anche dalle attività che si mettono in piedi per fare in modo che si sentano accolti e parte attiva della città. Ed è in questa direzione che vanno i nostri sforzi, come Esn. Noi cominciamo a lavorare già d’estate con la scelta e la formazione degli ‘student mentor’, ragazzi volontari, solitamente ex Erasmus, che diventano i punti di riferimento per i nuovi arrivati e li supportano per ogni necessità, dalla semplice conoscenza della città e dei suoi servizi alla ricerca di un alloggio. Poi ci mettiamo in contatto con tutti gli studenti in arrivo e in partenza per far sapere loro che siamo a disposizione, in qualsiasi momento della loro permanenza, anche attraverso i nostri network in Italia ed Europa. Se un ragazzo, una volta arrivato a Modena, si sente accolto, ha qualcuno che si mette a disposizione per mostrargli tutto ciò che offre il nostro territorio e ha spazi e momenti in cui può incontrarsi con altri studenti che stanno facendo la sua stessa esperienza, una volta tornato nel suo paese penso riserberà un ricordo positivo della sua permanenza qui. E magari vi farà ritorno”.

Alessandro ci racconta, infatti, di alcuni giovani che, a Erasmus concluso, sono ritornati a Modena per proseguire il loro percorso universitario o anche solo per riavvicinarsi ad una persona conosciuta qui.
Nonostante questo quadro, abbastanza positivo, non mancano alcune criticità, soprattutto nelle fasi iniziali: “Le prime difficoltà, per i ragazzi in arrivo, sono legate generalmente alla ricerca di un alloggio. Per alcuni, poi, si verifica un problema ulteriore: a causa delle comunicazioni non sempre chiare da parte delle loro università d’origine, arrivano a Modena con l’idea di studiare e vivere nella nostra città mentre in realtà la loro facoltà ha sede a Reggio Emilia. Ai ragazzi in arrivo a Modena viene proposto inizialmente un alloggio nella residenza universitaria di via della Costellazioni ma spesso questa opzione non è delle più economiche e convenienti. Qui i prezzi per le sistemazioni sono di circa 300 euro in doppia e 500-600 euro in singola (in centro si trova una singola a 300 euro). Per di più le sedi di facoltà, i luoghi di studio e divertimento sono quasi tutti in centro e per i ragazzi di via delle Costellazioni spesso è difficile raggiungerli con i mezzi pubblici, non attivi alla sera. Quindi la zona più ambita in cui risiedere per gli Erasmus rimane il centro città”.

“Non sono d’accordo con chi considera l’Erasmus una perdita di tempo – continua Alessandro -. Io trovo sia un vero e proprio investimento personale. Per chi ha vissuto sempre nella propria città l’Erasmus è un’occasione per aprirsi ad altre culture, stili di vita, lingue, fare nuove amicizie, mettersi in gioco in prima persona e imparare a organizzare autonomamente la propria vita (ad esempio attraverso la ricerca e la gestione di una casa). Spesso, però, la figura dell’Erasmus viene snobbata. E questo lo viviamo anche noi come associazione, nella nostra realtà modenese. Alcune facoltà non collaborano molto con Esn e ci lasciano soli, ad esempio, nell’organizzazione del Welcome day, un momento importante in cui la facoltà incontra gli studenti Erasmus e loro stessi iniziano a conoscersi e a socializzare tra loro. Quest’anno, però, l’università ci ha fatto un grande regalo: una sede in via Ganaceto che condividiamo con altre realtà universitarie (La Piattaforma, Asam, Usua, Sism, il Coro universitario e Radio Rumore)”.

Ed è da questa sede che partono molte attività di Esn Modena-Reggio: momenti di studio, cineforum, serate Tandem (scambio linguistico a coppie), feste e incontri come quello che si è tenuto nel mese di febbraio in collaborazione con La Piattaforma, dal titolo “Ci sono un italiano, un francese e un tedesco…” dedicato all’Europa, ai suoi cittadini e all’identità europea. “Col progetto nazionale ‘Erasmus in school’ che prenderà il via a breve – conclude Bursi –, andremo in alcune scuole superiori del territorio a presentare il programma Erasmus e le opportunità che offre ai ragazzi che vogliono mettersi in gioco”. Un modo come un altro per mantenersi sempre giovane… tanti auguri signor Erasmus!

Caro cliente, mi trovi su Groupon

Torniamo a parlare di Groupon (qui il precedente articolo) per raccontare luci e ombre di un sistema che sta coinvolgendo sempre più imprese in tutta Italia. Ogni giorno il portale della multinazionale americana pubblica decine e decine di offerte di servizi e prodotti, filtrate per città di provenienza. Ma quanto è conveniente per un’azienda promuoversi con Groupon? Dal momento della stipula del contratto l’intero incasso dell’acquisto dei coupon da parte degli utenti del sito va nelle casse del colosso statunitense che poi versa all’azienda il 50% dell’importo dell’offerta ogni volta (e se) i coupon vengono consumati. Normale chiedersi, quindi, vista l’assoluta convenienza economica delle offerte di Groupon, se c’è un margine di guadagno per le aziende e se il portale di offerte online possa considerarsi un valido strumento per la promozione della propria attività. A raccontarci la propria esperienza è la titolare di un centro estetico a Modena, che ha venduto, attraverso Groupon, 250 coupon, ognuno comprensivo di dieci trattamenti lipodrenanti e pressoterapici.

«Quando Groupon mi ha contattato per propormi di lavorare con loro – spiega – ho pensato potesse essere un’ottima occasione per far conoscere il mio centro estetico e intercettare nuovi clienti. La prima “sorpresa”, non proprio positiva, è arrivata al momento della pubblicazione dell’offerta sul portale. Non ero a conoscenza della possibilità di definire un numero massimo di coupon vendibili perciò ho passato la giornata a monitorare il sito, preoccupata per il numero in continua crescita dei nostri coupon venduti. Trattandosi di dieci trattamenti a coupon l’ansia era quella di non riuscire a gestire un numero così elevato di richieste. Ho contattato Groupon ma mi è stato risposto che non era possibile bloccare l’offerta una volta avviata. I coupon venduti sono stati 250 e da quel momento è iniziata un’altra fase molto stressante per me e la mia dipendente. E’ stato davvero faticoso cercare di mantenerci in equilibrio tra le richieste dei nuovi clienti, arrivati in massa tramite Groupon (e quindi rispondere a innumerevoli telefonate, dare tutte le informazioni sui trattamenti, fissare e pianificare i dieci appuntamenti) e quelle dei ‘vecchi’ clienti, perché non si sentissero in alcun modo trascurati. Fin da subito ci siamo rese conto di avere esagerato nell’offrire pacchetti da dieci sedute e su questo errore di valutazione ha influito la nostra inesperienza ma anche il non essere state consigliate in sede di programmazione. A nostro vantaggio, invece, è andato l’aver proposto trattamenti tutti eseguibili da apparecchiature, che non hanno quindi richiesto presenza (colloquio iniziale a parte) e manodopera. Sono molti, invece, i centri estetici che offrono sedute di massaggi, pulizia viso ecc.. Per noi questo sarebbe stato impensabile e assolutamente ingestibile, in termini sia economici che di risorse umane e stress».

Anche la gestione della nuova clientela pare essere stata tutt’altro che una passeggiata. «E’ stata un’esperienza intensa e impegnativa – prosegue –  i clienti abituali si rivolgono a te e non ad altri centri estetici perché apprezzano il tuo modo di lavorare e la filosofia che c’è dietro al tuo modus operandi. Ovviamente il cliente di Groupon è attirato dall’offerta conveniente, i presupposti sono diversi. Alcune persone avevano acquistato i trattamenti senza avere idea di cosa si trattasse o senza avere le caratteristiche fisiche adatte o lo spirito giusto per ottenere i risultati voluti, in questo caso il dimagrimento localizzato».

E il guadagno?

«C’è stato – ha concluso l’estetista – perché avevamo optato per trattamenti eseguibili da apparecchiature e non di manodopera e perché siamo riuscite a proporre al cliente anche altri nostri trattamenti e prodotti. Una decina dei 250 clienti che ci avevano raggiunto attraverso Groupon si sono fidelizzati e questo è stato un buon risultato per noi. Ma, col senno di poi, è stata un’esperienza decisamente troppo stressante, non la ripeterei».

Testimonianze in chiaroscuro arrivano anche da Marco Poletti, segretario provinciale Licom (commercianti Lapam) che si fa portavoce delle esperienze di alcune aziende iscritte all’associazione, che in passato si sono promosse su Groupon: «In poche sono riuscite a fidelizzare i nuovi clienti, la maggior parte è andata in perdita e nessuna ha ripetuto la promozione una seconda volta. Groupon infatti non stimola le aziende partner ad un rapporto commerciale duraturo ma solo ad un’azione di marketing una tantum che comunque l’azienda deve attuare in modo assolutamente consapevole e informato, per non inceppare in brutte sorprese. Alcuni iscritti Lapam hanno dato vita, nei mesi scorsi, ad un’esperienza di e-commerce alternativa, rispetto a Groupon, e declinata sul nostro territorio. Il portale Modenaoutlet raccoglie, infatti, diverse offerte commerciali provenienti da attività di Modena e provincia ma le modalità sono differenti rispetto a Groupon: l’azienda paga un canone mensile di 10-12 euro per poter pubblicare le sue offerte su Modenaoutlet. E’ lei a definire termini e durata della proposta commerciale ed è lei l’unica beneficiaria dei guadagni ottenuti dalle vendite».

Copertina: elaborazione grafica da una foto in Licenza CC di Gigi Ibrahim.

Il meraviglioso mondo dei coupon

Groupon attira ogni giorno migliaia di utenti. Dal ristorante allo sbiancamento denti: un viaggio all’interno dei coupon dei modenesi.

Trucco, parrucco, palestra, cena romantica, visita oculistica, biglietto del concerto, nutrizionista, sbiancamento denti, test intolleranze, weekend alle terme… la nostra vita in formato A4. Il formato dei coupon con i quali vaghiamo per città e provincia con l’orgoglio (o la presunzione) di aver fatto l’affare dell’anno. A Modena Groupon – una delle aziende leader in questo “settore” – è in espansione e i coupon crescono come funghi. Basta iscriversi al sito e inserire la città in cui si vive e in un baleno si è sovrastati da mail con offerte di ogni tipo a prezzi scontatissimi. Poi basta solo fare clic, pagare e consumare entro sei mesi.

Amici, parenti, conoscenti: ormai la cerchia di quelli che non sanno cosa sia Groupon o che non ci hanno mai acquistato nemmeno un tagliaunghie assomiglia sempre più ad una loggia massonica in via d’estinzione. A provarlo, i dati forniti da Groupon sul 2012 che rivelano come l’Emilia-Romagna sia una delle regioni con gli utenti più attivi, con sette città iscritte (al pari della Lombardia). La multinazionale americana è quotata in Borsa perciò – ci fanno sapere da quartier generale – non comunica all’esterno i risultati del “traffico” che ottiene nel modenese. Ma ci fanno comunque sapere che Modena, è la seconda città in regione per numero di iscritti, preceduta solo da Bologna e seguita da Rimini.

I coupon, inoltre, ci dicono qualcosa sulle preferenze d’acquisto dei modenesi, che si discostano, ma solo lievemente, da quelle registrate a livello nazionale: al primo posto, a sorpresa, non c’è la ristorazione (che primeggia invece nei dati italiani con gli oltre 1 milione di coupon comprati nel 2012) bensì la cura del corpo (è altissima la percentuale dei pacchetti capelli). Ma ecco che al secondo gradino del podio troviamo confermata la buona forchetta dei modenesi, molto attivi nell’acquisto di coupon per ristoranti e bar, soprattutto per carne e menù tradizionali. Mentre su larga scala il terzo posto è occupato, con 230.000 acquisti nel 2012, dai coupon dedicati ai viaggi (in particolare weekend relax e gite fuori porta) Modena pensa alla salute e si prodiga nell’acquisto di coupon ‘medical’ soprattutto per lo sbiancamento dei denti. Una barriera, quindi, quella della diffidenza nell’acquistare online trattamenti medici, che pare essere stata superata nel nome di uno sconto che a volte raggiunge il 90%. Per concludere, il proseguo della classifica dei coupon modenesi: sport e tempo libero, servizi vari (molto in voga i corsi di inglese), trattamenti wellness e biglietti per spettacoli, concerti ecc.

Il sistema Groupon, quindi, è entrato a far parte delle abitudini d’acquisto degli italiani e lo ha parzialmente modificato. Resta da capire se e quanto il prezzo stracciato del coupon influisca sulla qualità del servizio acquistato e soprattutto, se le aziende che ogni giorno entrano nel circuito Groupon ottengono un reale beneficio da questo tipo di promozione. Ma ve lo racconteremo nelle prossime puntate.

Immagine in licenza CC di The Infamous Gdub.

Tutti i numeri dei fantastici 4

Loro sono i fantastici quattro. I vincitori delle primarie del PD modenese con una poltrona assicurata nel prossimo parlamento. Per raccontarli abbiamo scelto una chiave originale, a partire dai “numeri” che li riguardano. Un gustoso anticipo alle interviste che abbiamo realizzato con loro e che pubblicheremo nei prossimi giorni. 

 

Modena ha salutato il 2012 con un ultimo, vivacissimo dibattito politico che ha portato, in seguito alle primarie parlamentari dello scorso 30 dicembre, alla scelta di quattro nomi che rappresenteranno il Pd modenese in Parlamento. Dibattito che ha preso il via, nelle piazze come in rete, con la presentazione di otto candidature e che si è concluso con quasi 28.000 modenesi che, tra un calice di prosecco e una fetta di panettone, hanno “impugnato” la matita e hanno aperto la strada per il Parlamento a  Matteo Richetti, Maria Cecilia Guerra, Stefano Vaccari e Giuditta Pini.

Approfittando del clima semiserio da inizio anno, propinatore di classifiche, bilanci e previsioni abbiamo preparato una serie di numeri “fortunati” per ognuno dei quattro eletti.

Per Matteo Richetti, primo eletto, i numeri fortunati sono 38, 3, 0 e 4. 38 come i suoi anni, uno dei più giovani del poker di candidati modenesi, 3 gli anni alla presidenza dell’Assemblea legislativa della regione (è stato eletto nel maggio del 2010) e zero perché ha dichiarato che rinuncerà al vitalizio che gli spetterebbe per la carica ricoperta (da quest’anno entra in vigore l’abolizione dei vitalizi per i consiglieri regionali, da lui promossa). 4 perché il renziano Richetti, con le tre pagine di facebook a lui dedicate e una pagina twitter parecchio “cinguettata”, è uno tra i candidati modenesi più “social”.

Questa invece la quaterna offerta alla seconda classificata Maria Cecilia Guerra: 26, 92, 1 e 28. L’esperienza professionale della Guerra è iniziata 26 anni fa, dopo una laurea in Economia e Commercio, un master e un dottorato, nel ’92 diventa professoressa di Scienza delle Finanze a Modena e in seguito direttrice del dipartimento di Economia Politica. 1 perché la Guerra è l’unica tra i quattro a vantare una biografia su Wikipedia, a indicare il carattere istituzionale della sua figura e questo ci porta all’ultimo numero, il 28. Il 28 novembre 2011, infatti, l’economista modenese si è insediata come sottosegretaria al Lavoro per il governo Monti.

Terzo eletto, Stefano Vaccari i cui numeri sono 95, 9, 20 e 2. Risale al ’95, infatti, la sua vittoria a sindaco di Nonantola, carica che ricopre fino al 2004, anno in cui entra in giunta provinciale per rimanervi per 9 anni. Il terzo numero è una data che nessun modenese scorderà: 20 maggio 2012, giorno della prima scossa di terremoto. Vaccari ha ricevuto la delega alla Protezione civile, divenendo punto di riferimento nella gestione dell’emergenza prima e per un’idea di ricostruzione sostenibile poi, tema a lui caro. Di qui il numero 1: un appello firmato da sindaco e assessori di Medolla per il suo ingresso in Parlamento.

E infine, la sorpresa di queste primarie parlamentari: Giuditta Pini, eletta con 7.083 preferenze. Ecco i suoi numeri: 28, 94, 19, 9 e 4. La Pini, studentessa, con i suoi 28 anni sarà la più giovane tra i candidati modenesi ad entrare in Parlamento. Risale al ’94 il suo primo episodio “politico” quando, a soli dieci anni, viene ripresa dall’insegnante per un litigio con un compagno di classe “berlusconiano”. Il 19 febbraio scorso è una delle promotrici del celebre “bacio collettivo” in protesta contro le parole dell’onorevole Giovanardi sul bacio tra persone dello stesso sesso. Da 9 mesi è segretaria provinciale dei Giovani Democratici e ha vinto nonostante abbia ricevuto 4 voti in meno dell’uscente segretario provinciale del Pd, Davide Baruffi (non eletto per la regola dell’alternanza uomo-donna).