Le migrazioni: nuovi scenari di crisi e possibili soluzioni

Negli ultimi anni abbiamo attraversato una serie di repentine crisi economiche definite anche dall’OCSE “turbolenze”, crisi acute che comunque avevano effetti di media portata. Oggi invece la situazione di incertezza è tale – come ha spiegato Stefano Giovannini partecipando lo scorso 20 novembre a un incontro della Fondazione Gorrieri sul futuro economico-sociale ed i fenomeni migratori – da chiedersi se non sia il caso di ripensare ad un nuovo modello di sviluppo, di fronte alle evoluzioni delle grandi questioni irrisolte politiche ed economiche e agli effetti dei cambiamenti climatici, che influenzano i flussi migratori di decine di migliaia di persone,.

Mentre nel passato si pensava che lo sviluppo economico fosse progressivo e lineare, i nuovi scenari locali ed internazionali ci presentano ora un mondo con poca linearità, frammentato e fortemente instabile. Nella conferenza sul clima di Parigi, l’obiettivo principale per tutti i paesi industrializzati sarà di ridurre a non più di 2 gradi l’innalzamento della temperatura del pianeta producendo minori emissioni. Ed anche solo così gli impatti dei cambiamenti sull’ambiente saranno di enorme portata. In un mondo che supererà i 7 miliardi di abitanti ci saranno grandi flussi migratori di popolazioni in fuga da territori che a seguito dei processi di desertificazione e scarsità di acqua saranno divenuti inospitali e inadatti alla vita.
L’Italia, in questo panorama, rimane un luogo di passaggio per molti migranti ed anche la politica deve cambiare, nelle strategie sull’immigrazione.

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Alcuni paesi europei, come l’Ungheria, l’Austria e la Germania, reagiscono male di fronte alle migliaia di persone che chiedono asilo perché la pressione sociale è davvero molto forte ma non tengono presente che nel giro di alcune decine d’anni saranno necessarie milioni di persone straniere per consentire ad una popolazione in progressivo invecchiamento come quella europea di continuare a percepire una pensione dignitosa. Tenendo anche presente, ad esempio, che in Turchia ci sono già ora circa 2 milioni di rifugiati, e la nazione ha fatto una richiesta non negoziabile all’Unione Europea di alcuni miliardi di euro per tenere i rifugiati sul proprio suolo, a cui si aggiunge l’ingresso della Turchia senza condizioni nella UE.

Un ulteriore fattore di incertezza nel nostro futuro arriva anche dal mondo delle macchine costruite dall’uomo: robot e computer non solo hanno modificato le nostre vite, ma stanno influenzando i rapporti sociali e la privacy, ormai del tutto inesistente nell’universo dei social network. Si sta poi passando dall’Internet delle persone all’Internet delle cose, con oggetti che dialogano tra loro mediante la rete e si scambiando dati, istruzioni ed informazioni. Si tratta di un nuovo modo di gestire i dati già oggi diffusi nei processi di produzione industriale. Il divario tra chi sa utilizzare i dati e chi non li sa utilizzare sarà sempre più marcato e per questo motivo l’istruzione nella società della conoscenza sarà la chiave per il successo. E’ però ancora troppo elevata nel nostro paese la percentuale dei giovani che non studiano e non lavorano, per cui occorre investire su programmi contro la dispersione scolastica e a sostegno dell’occupazione.

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Per immaginare un nuovo modello di sviluppo occorre soffermarsi sul sistema umano e sull’eco sistema. La sostenibilità dipende da quattro forme di capitale: il capitale naturale, il capitale sociale, il capitale umano e quello economico. Combinando questi tipi di capitale, una società produce beni e servizi ma anche rifiuti, per cui occorrono nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Dovremmo occuparci fondamentalmente dei bisogni dell’eco sistema e ciò procura benessere ecosostenibile in funzione della capacità che abbiamo di estrarre benessere dalle nostre risorse e dal livello di resilienza, ovvero dalla nostra capacità di reagire positivamente di fronte ai problemi.

L’intervento integrale:

Fonte immagine di copertina.

Crescere nella legalità

Cresce anche in terra emiliana il virus multiforme e insidioso delle mafie, attratte dai soldi e dagli affari di un nord ricco e produttivo. Tra gli ultimi episodi un Comune, quello di Finale Emilia, sciolto per infiltrazione mafiosa, l’operazione Aemilia, con centinaia di indagati tra Reggio Emilia e Modena, un maxiprocesso che a Bologna si svolgerà al Palafiera perché non esiste un’aula di tribunale sufficientemente ampia da ospitare così tanti attori e convenuti.

Si diffondono però anche gli anticorpi di una società civile che reagisce alle ingiustizie, che desidera reimpossessarsi del proprio territorio e che si impegna a coltivare semi di giustizia a partire dagli interventi delle scuole. A Bomporto, nell’ambito del progetto “Crescere nella Legalità”, gli studenti si incontrano e si confrontano con esperti e testimoni della lotta alle mafie. Toccante la testimonianza di Vincenza Rando, l’avvocato responsabile dell’ufficio legale di Libera che sfida le mafie e che invita ad andare nelle aule di giustizia per rendersi visibili davanti a chi sottrae ricchezza e speranze, uccidendo, accaparrandosi risorse pubbliche. “Occorre andare ai processi, parteciparvi, guardare in faccia i boss mafiosi rinchiusi nelle gabbie con le loro liturgie paludate e i loro stuoli di avvocati ossequiosi e riverenti, perché di una società attiva, onesta e vitale loro hanno paura. La stessa paura su fondano tutto il loro consenso si ritorce contro di loro quando non la vedono riflessa negli occhi dei loro interlocutori”.

A Niscemi, in Sicilia, l’intera comunità scolastica è diventata protagonista di un’azione di resistenza civile e riappropriazione del territorio. “Qui per interessi malavitosi la costruzione di cinque edifici scolastici, iniziata diversi anni prima, non doveva arrivare a completamento, costringendo i bambini e i ragazzi a frequentare una sede provvisoria con i doppi turni. Per completare le scuole si decise tutti insieme di vigilare e presidiare durante il giorno i cantieri e rimanervi a staffetta anche durante le ore notturne. I cittadini del quartiere hanno cominciato a sentire quegli edifici abbandonati come qualcosa che apparteneva a loro e a renderli luoghi vivi di incontro e attività, anche di doposcuola, con i ragazzi. Al termine dei lavori i 5 edifici scolastici sono stati inaugurati e consegnati alla città e la cultura mafiosa è stata messa in crisi”.

Le sfide per lottare contro la criminalità organizzata sono tante, anche ai supermercati si può contribuire acquistano i prodotti, come quelli di Libera Terra, sorti dai dai terreni confiscati alle mafie, su cui nascono cooperative agricole che producono e vendono prodotti biologici, naturali, creando sviluppo e occupazione.
Non può mancare anche un lavoro a tappeto nei confronti degli Ordini Professionali, per fare in modo che avvocati, commercialisti, consulenti finanziari non cedano alle lusinghe dei clan e non si prestino a fare il gioco sporco, che promette guadagni facili, a patto di tacitare le proprie coscienze.
Forse però le battaglie più intense devono ancora essere combattute.

Tra i fronti che si dovrebbero ancora aprire per rendere ancora più incisiva la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso, smettere di nascondere i testimoni di giustizia in luoghi lontani ma mantenerli protetti e scortati nei loro ambienti di vita in modo da non dimenticarli e fare anche un’azione di testimonianza civile nei confronti della comunità locale, e togliere i figli ai mafiosi. “In un Paese in cui si tolgono i figli a chi economicamente ha dei problemi – spiega Vincenza Rando – non esiste che lo Stato non tolga i figli ai mafiosi. Naturalmente vanno sottratti come estrema ratio, ma non è possibile che già a 5 anni assistano ad omicidi simulati per apprendere cosa faranno da grandi. Questo può servire anche alle donne della mafia che sempre più spesso sono a capo delle cosche rivelandosi estremamente spietate. Colpire la famiglia significa colpire il cuore dell’identità mafiosa”.
Per costruire insieme una società fatta di donne e uomini di buone maniere e buone abitudini, rispettosi delle regole e felici di essere parte di una società attiva e onesta e in questo un ruolo fondamentale lo fanno gli insegnanti e gli interventi nelle scuole.

A Bomporto il progetto “Crescere nella legalità” proseguirà con nuovi incontri e percorsi didattici. Con il determinante sostegno dell’Auser e di numerosi sponsor, oltre che delle istituzioni locali, i ragazzi scenderanno in Puglia, a Mola di Bari, per dar vita con le scuole pugliesi ad un gemellaggio sui terreni di una legalità oggi ritrovata.
A Modena migliaia di studenti delle scuole medie secondarie di primo e secondo grado parteciperanno agli itinerari didattici dedicati ai temi della legalità e della sicurezza raggruppati nella guida “Dalla parte giusta: La legalità, le mafie e noi”. Un ‘manuale d’istruzioni’ realizzato dall’associazione Libera per insegnanti e studenti perché questi possano diventare donne e uomini protagonisti attivi e responsabili del cambiamento.

In copertina, un’immagine di Giorgio Gennaro (Fonte: Piattaformainfanzia)

L’eredità di quegli antichi mestieri

Credo che sull’eredità molti abbiano qualcosa da dire. Il tema del festival della filosofia appena conclusosi, è stato particolarmente caro a tutti i modenesi, in quanto ciascuno di noi ha avuto in eredità oppure ha trasmesso ad altri un bene prezioso. In questo caso ci riferiamo al bene più caro che possiamo lasciare al nostro prossimo e alle future generazioni: il sapere ed il saper fare, quell’insieme di conoscenze e competenze che costituiscono il bagaglio delle nostre esperienze. L’Opera Pia Castiglioni in collaborazione con il Comune e le scuole del territorio di Formigine, ha realizzato la quinta edizione del progetto “Antichi Mestieri”, che si pone l’obiettivo di favorire lo scambio e il confronto tra le generazioni. I progetti sono di vario tipo e vanno dalla lavorazione della ceramica con la realizzazione di mattonelle fino alla coltivazione dell’ orto.

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Le attività consentono alle scuole del territorio di operare all’interno del “learning by doing”, del pedagogista americano John Dewey, ovvero del fare e costruire le conoscenze e gli apprendimenti attraverso progetti concreti, operativi, in modo da rendere più consapevoli le azioni dei bambini. Partendo dal concetto di esperienza, Dewey afferma che l’apprendimento attraverso il “fare” aiuta l’alunno ad organizzare meglio la sua conoscenza ed è molto più efficace della lezione frontale o dello studio di un testo in quanto le conoscenze si fissano per sempre. Al centro del processo educativo c’è sempre l’alunno, che viene tenuto attivo, motivato e impegnato in laboratori operativi di attività manuali, artigianali e pratiche che costituiscono le premesse degli altri apprendimenti. Attraverso questi momenti comuni di arte e lavoro, si trasmette ai bambini e ai ragazzi la conoscenza e la pratica dell’artigianato locale, affinché possano conoscere la ricchezza delle nostre tradizioni imparando direttamente dagli anziani. I bambini coinvolti nel progetto sono entusiasti e gli anziani ne escono vivificati.

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Quest’esperienza di “eredità”, di trasmissione del sapere, è svolta da diversi anni dagli ospiti anziani dell’Opera, che si rendono disponibili verso gli studenti delle scuole del territorio e si mettono in gioco con la loro voglia di dare, donare, lasciare in eredità il loro mestiere. In questo modo gli anziani si sentono utili e si crea un legame con le nuove generazioni a cui viene trasmessa questa memoria storica.
“La finalità è quella di allestire una serie di attività che portino gli ospiti a contatto con la realtà esterna – spiegano gli operatori dell’Opera Pia Castiglioni – attraverso questo progetto sugli antichi mestieri, abbiamo peraltro ottenuto nel corso degli anni, risultati di grande valore che restano nella casa protetta come ricordo dei percorsi che abbiamo realizzato insieme agli studenti”.
Questo è davvero un insegnamento etico alla base di una società civile, un’eredità valida da consegnare alle future generazioni.

Girovagando in Appennino d’estate

Non appena prepariamo le valigie e pensiamo alla nostra meta di viaggio, l’Appeninno modenese, pensando agli indumenti che abbiamo messo nel borsone e a quelli che ci aspettano da sempre nella nostra casa lassù… ebbene qualcosa di unico ci farà compagnia durante il viaggio, la voglia di rinfrescarci e lasciarci alle spalle l’afa calda ed opprimente della pianura: il paesaggio semplice eppure diverso in ogni stagione, le piante con i loro colori mutevoli ed i sempreverdi, le conifere che vediamo giunti a destinazione a Sestola, Montecreto, Fiumalbo ecc. : quando saliamo in primavera ci accolgono allegre le fioriture timide del disgelo (bucaneve e primule). Più tardi, in primavera inoltrata, fioriscono le bellissime orchidee montane di colore violaceo. D’estate, camminando nei boschi, all’ interno del Parco del Frignano, ci si può imbattere nel rossore, tra i cespugli, delle fragoline di bosco, oppure dei primi lamponi, degli arbustri dal gagliardo rosso dei ciliegio selvatico. Durante un’escursione si può scorgere la macchia scura di colore blu scuro dei mirtilli estivi (Vaccinium myrtillus), nel giallo pallido del Dornicum austriacum, simile ad una margherita.

Quando percorriamo la nuova Estense e poi la via Giardini, nel paesaggio sfilano in salita, boschi misti di querce, roverelle, frassini ed aceri, antichi castagneti e oltre i mille metri inizia il regno dei del faggio, delle abetaie, dei pini neri e silvestri che ci confermiamo che siamo arrivati alla nostra meta in quota.

Finalmente la vacanza inizia, che sia mountain bike o trekking, si può scegliere tra i tanti sentieri segnati del CAI.

Panorama. Fonte immagine.
Panorama. Fonte immagine.

C’ è l’ imbarazzo della scelta: il sentiero che porta alla vetta del Cimone con la scia dei suoi profumi di erbe alpestri che ti ripagano ampiamente della fatica della scalata, avvolgendo l’escursionista in una scia olfattiva degna dei migliori creatori di profumi. Oppure quello meno noto che conduce all’Alpe Sigola, con le sue piccole vallate dall’ampio respiro, dove ci si può imbattere in un folto gregge di pecore, con tanto di cani e pastore, immagini d’altri tempi che riempiono di poesia le nostre giornate di vacanza.

Anche la storia del territorio è una presenza ancora viva in Apennino. Essa viene rievocata attraverso le   manifestazioni e spettacoli della settimana matildica a Frassinoro, con spettacoli di sbandieratori, rappresentazioni storiche e fuochi di aritificio.

Oppure molto interessante è la bolla temporale che gli scavi ci hanno restituito a Rocca Pelago, una testimonianza del passato, davvero notevole dal punto di vista antropologico, con centinaia di corpi mummificati, con gli abiti ed i propri effetti personali, che colpiscono direttamente al cuore di chi li guarda, raccontando la vita di una comunità di umili vissuta tra questi monti dal XVI al XVIII secolo.

Fonte immagine: Comune di Modena
Fonte immagine: Comune di Modena

E’ possibile visitare il museo, inaugurato nel mesedi giugno 2015 che accoglie i corpi ancora intatti e le vestigia di questa comunità.

Dunque, l’Appennino è un prezioso scrigno ricco di sorprese. Ne sono testimonianza i castelli e le pievi dal fascino dirompente, gli stessi paesi ricchi di storia e di persone ospitali, che anche attraverso la loro cucina genuina ci parlano della cultura secolare del posto.
Per le vie dei paesi, nel periodo estivo, ci si può imbattere anche negli spettacoli degli artisti di strada con pittoreschi equilibristi e buskers che ci incantano e sembrano una curiosa eredità dei giullari medievali.
Sia che si tratti di natura o di storia, le nostre montagne restano un contenitore sempre capace di stupirci offrendoci tante occasioni di svago e intrattenimento : non ultimo lo spettacolo in queste notti estive di guardare le stelle con il naso all’insù magari con il supporto dei telescopi di astrofili locali.

Ci viene voglia di dire “Appenino forever”…

Crediti mmagine di copertina: Valle del Panaro via photopin (license)

La sfida della casa comune

Una folla superiore alle attese quella convenuta a Palazzo Europa per la “prima uscita pubblica” sull’enciclica Laudato sì di papa Francesco organizzata nei giorni scorsi da Centro “F. L. Ferrari”, Cisl, Confcooperative e Centro Pastorale Sociale e del Lavoro.

Un’enciclica politica, non solo ambientale, che mette in discussione gli attuali modelli di sviluppo e che invita la politica a recuperare il primato sull’economia e sulla finanza, con una chiara scelta di campo in pieno spirito francescano verso i più poveri, che più di altri patirebbero le conseguenze del deterioramento della casa comune.

Non a caso padre Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana, periodico dei padri Dehoniani, conia il termine di Sillabo “verde”, perché il Sillabo di Papa Pio IX ha rappresentato una posizione decisa, ostile e argomentata nei confronti della modernità. Allo stesso modo l’enciclica, che è una presa di posizione durissima contro l’egemonia imperante dell’economia e della finanza ma è anche un invito all’impegno che gli esseri umani devono assumere nei confronti di quanto è stato a loro affidato.

Pope Francis is driven through the crowd during his general audience, in St. Peter's Square, at the Vatican, Wednesday, March 27, 2013. (AP Photo/Andrew Medichini)

É un testo a tratti sorprendente, perché contiene importanti affermazioni sullo sviluppo sostenibile e sulla decrescita, con un approccio, anche di tipo poetico, verso la bellezza e l’estetica della Natura. Eppure è anche un testo di tipo tradizionale, perché riprende tutte le posizioni dei Papi precedenti a partire da Paolo VI, e perché lega il tema dell’ecologia alla persona umana, ambiente naturale e condizioni sociali vanno sempre di pari passo, con un’attenzione verso i più poveri, che è consuetudine del magistero ecclesiastico.

Questo doppio regime di assoluta apertura e di conferma delle tradizione pervade tutto il testo dell’Enciclica, in cui emergono i temi fondamentali della gravità del pericolo ambientale, della cultura ecologica che dovrebbe favorire sguardi nuovi e diversi verso l’ambiente, di nuovi stili di vita più sostenibili e delle responsabilità della politica per costruire un futuro migliore.

Anche secondo Vittorio Prodi, fisico e docente universitario, molte sono le novità di questo messaggio, a partire dalla descrizione delle dissennate conseguenze dell’agire umano sull’ambiente: riscaldamento globale e cambiamenti climatici, inquinamento e perdita della biodiversità, depauperamento delle risorse naturali e degrado sociale, diffondersi dell’iniquità e aumento delle povertà rappresentano un grande deterioramento sotto gli occhi di tutti della casa comune.

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L’invito rivolto a tutti, credenti e non credenti, uniti nelle medesime preoccupazioni in quanto abitanti della casa comune, è quello di tornare a vivere con equilibrio nel mondo, per non continuare a consumare più risorse di quante la natura ne disponga e per garantire a tutti il diritto al cibo e all’acqua. Ognuno deve quindi sentirsi responsabile del cambiamento e orientarsi all’azione, riducendo i propri consumi e scegliendo stili di vita più sobri .

Con un richiamo alla politica e alle istituzioni sovranazionali, perché i problemi sono globali, a ridisegnare il mondo che vogliamo e di compiere le scelte necessarie per cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Solo in questo modo si potrà raggiungere la pace e un benessere pieno e condiviso da tutti.

 

Segni sulle terre Confini di pianura tra Modena e Bologna

Una mostra all’Archivio di Stato di Modena racconta fino al 18 dicembre come la fascia territoriale di cerniera tra Modena e Bologna è servita nel corso dei secoli a segnare diversi tipi di confine: politici e militari, tra Bizantini e Longobardi, Papato e Impero, Stato della Chiesa e Stati Estensi.

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Viaggiando in macchina lungo la provinciale 255, verso Nonantola, oppure lungo le strade che portano verso Finale Emilia, la cittadina della Torre dei Modenesi divenuta triste simbolo dell’ultimo terremoto, ci si imbatte in una pianura sconfinata, a tratti interrotta da piccoli gruppi di alberi, terreni coltivati in maniera ordinata che ricordano che questi territori nel passato erano suddivisi in centurie romane, organizzate e ben coltivate, con la suddivisione dei campi che è tutt’ora ancora ben visibile con la cartina satellitare.

Un paesaggio fatto di casolari di campagna, case con vistose crepe. Indubbiamente il terremoto ha cambiato l’ambiente esteriore, e anche quello interiore. Eppure se si procede, da Modena verso Finale, non si percepisce molto la presenza dell’acqua e la rete dei canali presenti secoli fa, fin dall’epoca romana, ed oltre, dal VII secolo d.C. in poi. Territori solcati dall’antico Panaro che costituivano vie d’acqua e di collegamento importantissime. Si può vedere solo qualche argine sopraelevato, ed il procedere curvilineo di queste strade di passaggio… solo prestando attenzione e soffermandosi ad osservare questo paesaggio, per noi familiare, sotto una nuova prospettiva, che consente di scorgere i “segni sulle terre” del passato. Segni lasciati dai paleo alvei del fiume, che tutt’ora riusciamo a vedere attraverso la cartina satellitare.

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Eppure per circa un secolo, (tra il VI e l’VIII), Bizantini e Longobardi si fronteggiarono lungo la fascia territoriale bagnata dall’antico Panaro, (lo “Scoltenna”), prossimo al condotto Muzza, attuale confine di pianura tra Modena e Bologna. Su tale asse si sono perpetrate tradizioni culturali diverse sui due versanti: a est i Bolognesi, di area bizantina, ad ovest i Modenesi nell’area di tradizione longobarda.

Questa mostra, come ci illustra la dottoressa Patrizia Cremonini direttrice dell’Archivio di Stato di Modena, ha l’obiettivo di valorizzare questa fascia di confine, e di farne conoscere la cartografia ed i fondi documentari, concentrandosi appunto sulla Muzza. La Muzza è un condotto idrico che nasce dalle parti di Bazzano e che segna in parte il confine tra le due province. La nascita di questo confine risale al secolo XIII, epoca in cui i neonati comuni di Bologna e Modena fissarono i limiti dei rispettivi contadi ricalcandoli su quelli preesistenti dei propri territori vescovili. Ma la vicenda va ancora più a ritroso nel tempo, rimanda intorno al VI-VIII secolo nel Medioevo, all’epoca dell’occupazione dei Longobardi, che si stabilirono in questi luoghi fronteggiando i Bizantini. A questo popolo, composto da un eterogeneo gruppo etnico in cui confluirono vari gruppi barbarici, si deve in buona parte l’attuale confine. Dopo varie fasi di avanzamenti e ritirate tra 574 e primi del VII secolo, che portarono i Longobardi alternativamente ad occupare e perdere Modena, finalmente presso lo “Scoltenna” il re longobardo Rotari sconfisse definitivamente, nel 643, l’esarca bizantino Isacio, che aveva creato uno sbarramento di fortezze nei pressi dell’antico Panaro. Così, presso la fascia territoriale solcata dal grande fiume si fissò uno stabile confine tra i territori occupati dai due gruppi.

Le fonti da parte longobarda riguardano lo storico Paolo Diacono, con la sua “Historia Langobardorum”. Dopo la sanguinosa battaglia, Modena fu saldamente in mano a Rotari. Non solo lui, ma anche Andrea Agnello, lo storico di parte bizantina che scrive verso la metà del IX secolo, arriva a confermare che in prossimità dell’antico corso del Panaro si era fissato il confine tra l’area esarcale con capitale Ravenna (soggetta a Costantinopoli e all’Impero) e la parte ad ovest, verso Modena, di area longobarda (con capitale a Pavia). Agnello infatti cita Persiceto come estremo confine occidentale dell’Esarcato. L’ampia fascia d’interesse del fiume in questo modo costituì per quasi un secolo, per l’appunto, la striscia di confine, la linea di demarcazione tra due popoli di tradizioni culturali diverse, spezzando l’unità territoriale romana dell’Octava Regio detta Aemilia. Ma dov’era lo “Scoltenna”, l’antico Panaro?

In base agli studi degli storici e dei geo morfologi, osservando i paleo alvei del fiume, si è scoperto che il corso dell’antico Panaro era molto differente da quello odierno e si trovava più a ovest, alcuni sui rami altomedievali vanno rintracciati proprio a fianco dell’odierno corso Muzza.

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Controllare il territorio, le reti viarie e fluviali fondamentali per la comunicazione, gli scambi e i commerci, collocare insediamenti su punti strategici di controllo militare era una priorità per i re longobardi, afferma Patrizia Cremonini. Durante l’Alto Medioevo la natura riprende il sopravvento, c’è una diminuzione e dispersione della popolazione, il bosco si impadronisce delle strade e delle aree coltivate ed i fiumi esondano. Dunque i corsi d’acqua quali lo “Scoltenna”, accanto alle vie quali l’ancora esistente via Cassiola tra Persiceto e Piumazzo (da intendere come “piccola Cassia”, giunta ad Arezzo infatti la via si innestava nella Cassia che portava a Roma), diventano fondamentali per controllare il territorio dei ducati longobardi, così vasti da giungere fino a Benevento.

Quando nel 727 Liutprando, il nuovo re, riuscì ad oltrepassare il cordone militare costituito da castelli e fortezze che i Bizantini avevano eretto per difendere l’esarcato (la fortezza di “Persiceta” a San Giovanni in Persiceto, la fortezza “Verabulum”, forse a Crespellano, di “Buxo” a Bazzano, di “Montebellium” a Monteveglio, di Savigno e di “Ferronianum” a Pavullo), egli superò il confine già fissato da re Rotari con la citata vittoria nella battaglia del 643, superò cioè lo “Scoltenna”, prossimo, come già detto all’attuale Muzza, odierno confine tra Modena e Bologna. La Muzza insomma è in un certo senso l’erede dell’antico confine militare tra Bizantini e Longobardi, l’erede della funzione confinaria che ebbe lo scomparso “Scoltenna”. Questa terra di nessuno è come una fascia elastica che a seconda degli eventi, si dilata o si restringe. Basti pensare al re longobardo Astolfo che nel 751 d.C. prende Ravenna e l’anno successivo fonda Nonantola, riutilizzando anch’egli la via Cassiola per controllare i propri domini. Oppure ad un altro re longobardo, Rachis, di cui si parla in un documento apocrifo, il quale a seguito di una lite tra i due vescovi di Modena e di Bologna, avrebbe tenuto un giudizio dicendo dove fosse il confine tra le diocesi di Bologna e Modena. Egli lo decise in tal modo: fece partire due schiere sia da Modena che da Bologna, ed il luogo in cui si fossero incontrate, sarebbe stato scelto come luogo di confine. Ebbene, le due schiere secondo tale documento apocrifo si sarebbero incontrate proprio lungo la Muzza.

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É interessante prender consapevolezza del nostro territorio, al suo interno esistono elementi superstiti che risalgono o sono legati ad eventi lontanissimi che lo hanno “segnato”. Questi segni sulle terre esistono non solo sulla carta ma sui luoghi che percorriamo ogni giorno e di cui dovremmo diventare più consapevoli. L’archivio di Stato in corso Cavour 21 a Modena è uno scrigno documentario prezioso e dovrebbe essere maggiormente frequentato da tutti noi per conoscere la storia dei nostri luoghi.

In copertina: Battaglia di Zappolino (Fonte: Delirium corner)

Vieni ai giardini del gusto con me…

A Modena, nella sede della Palazzina Vigarani, ai giardini ducali, da maggio a settembre, una rassegna artistica e gastronomica, pensata ed organizzata dallo chef modenese Massimo Bottura per scoprire e riscoprire i sapori della tradizione gastronomica emiliana.

Un menù “condito” da inviti musicali (Paolo Fresu, Enrico Rava), artistici con Davide Dotti ed il suo libro “Arte e Cibo” e lo storico dell’arte Flavio Caroli, per citarne alcuni, ed esperienze gastro-letterarie con Massimo Carlotto e Simonetta Agnello Hornby. Inoltre non mancheranno lezioni magistrali di economisti, Amaryta Sen, matematici, Piergiorgio Odifreddi; ed incontri con filosofi e teologi come Aldo Mancuso ed Enzo Bianchi.

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L’operazione culturale, PIACERE MODENA, ideata dallo chef Massimo Bottura insieme ai diversi consorzi dei prodotti tipici modenesi, nasce non solo come manifestazione per nutrire il corpo e la mente, ma soprattutto con il proposito di esaltare e far conoscere nell’anno dell’Expo le eccellenze, la vocazione gastronomica del nostro territorio. Ciò avviene con gli aperitivi a base di prodotti delle fattorie a chilometri zero, allestendo showcooking scanditi dai ritmi travolgenti del cooking dj set di Don Pasta e del suo Artusi remix.

Da maggio a settembre il pubblico, varcando la soglia della palazzina secentesca, viene coinvolto in un’esperienza sensoriale attraverso il gusto, la vista e l’udito. A cominciare dalla videoinstallazione “Se penso a Modena” di Dario Baldi, dedicata alla città di Modena: ai suoi sapori, i suoi colori, i suoi luoghi. Una Modena da guardare e da riscoprire, da raccontare, poiché ciascuno di noi è invitato dall’artista a dare il proprio contributo su ciò che Modena rappresenta attraverso il gusto, lasciando le proprie impressioni su un foglietto che fa sempre parte dell’installazione.

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Non mancano poi i tinelli letterari, con la lectio magistralis del giornalista enogastronomico Allan Bay, per citare alcuni dei suoi ospiti. Qui si parla sempre di cucina, illustrandone gli aneddoti storici e le curiosità dei piatti che ben conosciamo.

Nell’ala sinistra troviamo delle teche che custodiscono libri preziosi che ci mostrano la storia del tortellino, il manifesto della cucina futurista che proponeva l’abolizione della pasta fino a giungere alla nuova reinterpretazione della tradizione rappresentata dalla nuova Bibbia gastronomica di BotturaVieni in Italia con me”. Nella teca troviamo il libro aperto sulla pagina del “bollito non bollito”, uno dei tanti piatti che lo hanno reso famoso nel mondo. Lo chef internazionale ha anche pensato a un talk show, all’interno della rassegna, in cui incontra i suoi “friends” per parlare con amici illustri, artisti, chef di arte culinaria, prodotti, eccellenze e passioni. A giugno ci sarà l’inaugurazione del parco esterno che renderà ancora più fruibili gli eventi, nella piacevole cornice dei giardini. Sul palco si alterneranno scrittori quali Simonetta Agnello Hornby, musicisti (Vinicio Capossela), giornalisti (Federico Rampini), ed artisti.

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Una kermesse davvero caledoscopica quella ideata da Bottura, che ancora una volta ci stupisce con la sua voglia di divulgare e di interessare il pubblico con lo straordinario patrimonio gastronomico di Modena e dintorni proposto attraverso il food lab (il laboratorio di ricerca del Dipartimento di Economia dell’Università di Parma), ed i racconti dei protagonisti delle realtà produttive locali con i mestieri del cibo.

Inoltre il poliedrico Bottura stupisce tutti pensando, nel periodo dell’Expo, a nobilitare l’avanzo. Partendo da alcune ricette della tradizione, propone anche uno showcooking intitolato “Avanzo a chi”, per far conoscere alcune ricette antispreco nei tempi di crisi. Quest’idea lo chef la realizza insieme al direttore del padiglione Zero all’Expo presso il Refettorio della Caritas Ambrosiana, nella parrocchia di San Martino, nel quartiere Greco a Milano. Qui la mensa servirà piatti ricreati dagli chef che utilizzeranno ciò che in genere viene considerato scarto.

In copertina: inaugurazione dei giardini del gusto. Fonte: Matteo Nerini

I libri belli. A Carpi Aldo Manuzio e la xilografia

Questa mostra, davvero unica e interessante, prende corpo dalla presenza di Aldo Manuzio nella cittadina carpigiana. I libri belli ripercorre il legame esistente tra l’editore e Carpi. Manuzio capitò in terra modenese in qualità di tutore della famiglia dei Pio, tra il 1480 ed il 1489, probabilmente menzionato da Pico della Mirandola, zio dei principi Pio. Con Alberto III mantenne un rapporto privilegiato di amicizia. A Carpi nasce l’idea di una “stamperia” che egli potrà realizzare a Venezia con il sostegno economico del principe Alberto Pio. Attratto dalla grande quantità di codici che si trovavano con lo scopo di stamparli, di renderli più fruibili e meno costosi. Venezia era allora il migliore centro editoriale d’Europa: in quella città egli ebbe un’ulteriore spinta a pubblicare perché temeva la dispersione dei patrimoni librari, sotto l’instabilità politica del tempo e delle guerre. Inoltre egli voleva mutare l’approccio verso il libro, facilitare il sapere, ampliare la conoscenza. La mostra degli otto xilografi italiani è un omaggio alla figura illustre di Ugo da Carpi, inventore del chiaroscuro e si inserisce nel tradizionale appuntamento della Biennale della Xilografia. In questa occasione Emilio Isgrò ha cancellato alcune pagine del Polifilo, apportando così un suo personale omaggio all’invenzione dell’editoria moderna.

La mostra di Carpi tesse un filo lungo la penisola che raggiunge Bassiano (Latina), paese natale di Aldo Manuzio, padre della moderna editoria ed illustre umanista. A lui si deve l’invenzione del carattere “Bembo” e del corsivo. Inoltre lo possiamo anche definire lo sviluppatore dell’idea del tascabile, ovvero di un libro che potesse essere portato agilmente sia nei viaggi brevi che nei lunghi. Nel suo paese natale, Bassiano, si è sviluppata una tradizione culturale e tipografica che ha reso possibile la realizzazione di un museo unico in Italia, il Museo delle Scritture. La struttura si propone come un luogo di testimonianza e centro di ricerca, conservazione e valorizzazione della scrittura come segno dell’uomo, dalla tavoletta di cera ai bit dell’era digitale.

Il borgo medievale si raggiunge percorrendo una strada che, tornante dopo tornante, svela il suo paesaggio antico fatto di querce, faggeti e rocce. Queste terre separavano gli abitanti dei paesi dalle aspre e malsane paludi pontine, infine bonificate solo in epoca fascista. Territori attraversati nel corso dei secoli da cavalieri templari, briganti e papi. Parte di antichi feudi della nobile famiglia dei Caetani. Davanti alla porta del serpente, l’antico ingresso di Bassiano che è ora divenuto l’entrata del Museo delle Scritture, ci aspetta Samuele Caiani, istrionico Cicerone e padre putativo di questo singolare museo. La sede museale è dedicata al bassianese Aldo Manuzio, insigne editore, stampatore ed umanista, di cui quest’anno si celebra il V centenario della scomparsa. Una figura davvero singolare, formatasi inizialmente a Roma negli studi umanistici; poi approfonditi a Ferrara, fu tra i primi ad intuire la potenzialità dei caratteri a stampa per la diffusioni delle arti e della cultura.

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Ciò che rende singolare questo museo al visitatore, è che entrando in esso, ci si trova a ripercorrere la storia dell’uomo attraverso la scrittura, attraverso l’analisi di quel segno che ci ha caratterizzato sin dagli albori della civiltà… Il nostro ”cicerone” Samuele, bolognese di origine ma laziale d’adozione, ci accompagna in un percorso storico e antropologico delle diverse forme di scrittura.

Si inizia da una sala in cui si mostra l’evoluzione dei diversi strumenti e supporti impiegati per scrivere, sino ad arrivare alle moderne “macchine” informatiche. Su di un muretto, in maniera ininterrotta e senza didascalie, partiamo dalle tavolette di cera, per passare alle bellissime e leggiadre piume. Poi vediamo i pennini con i calamai e le relative boccette d’inchiostro. Successivamente notiamo le penne a sfera e le macchine da scrivere, tra cui le mitiche ”Valentina” e “Lettera” della Olivetti.
Fino ad arrivare ai computer. Non si può restare indifferenti ai tanti oggetti in mostra, poiché ognuno di essi in maniera commovente ci ricorda un’epoca ed i relativi sforzi per rendere più agevole il supporto con cui scrivere.
Nelle sale successive troviamo enormi e pesanti macchine tipografiche e la cassettiera del tipografo con tutti i tipi di caratteri che servivano per comporre il giornale. Un mestiere “infernale” perché un qualsiasi errore nella composizione dei caratteri (incluso l’eccessivo spargimento d’inchiostro) era passibile di licenziamento.

 

Senz’altro una delle sale più vivide nelfoto 2la memoria del visitatore, è quella dei graffiti. Questa sala un tempo era un carcere. Qui i lavori di restauro del museo hanno riportato alla luce sulle pareti, graffiti e disegni a carboncino. L’effetto d’insieme è stupefacente: sembra di trovarsi di fronte ad una specie di “Guernica”, in bianco e nero si scorgono testi di denuncia, riproduzioni di paesaggi, simboli religiosi, volti, parti significative del corpo umano. Il muro rappresenta uno spazio immaginario di libertà e fantasia. Ancora una volta la scrittura è protagonista e narra la vita delle persone ivi recluse.

Un’altra sala riproduce l’ambiente di un’aula scolastica del 1904, in cui insegnava Giovanni Cena e dove i bambini, sottratti alla vita di stenti e alla malaria delle campagne, apprendevano sui banchi di legno scuri, con il ripiano a ribaltina ed i fori per i calamai, il lavoro faticoso della scrittura e della lettura. Il museo si propone come luogo esplorativo dei differenti modi di essere della scrittura.

(ha collaborato Flaviana Fabozzi)

La Passione secondo Pärt

Alla vigilia della settimana santa, nella chiesa modenese di Gesù Redentore, è andata in scena la Passione di Cristo, composizione del grande compositore estone Arvo Pärt che, con la sua musica stringata, eppure carica di significato, ci propone una rappresentazione sacra intrisa di senso religioso e di spiritualità. Uno stile essenziale che ben si addice all’architettura contemporanea della chiesa del Gesù Redentore, molto apprezzata tra i modenesi, e non solo, per i suoi concerti di musica sacra.

 

Il compositore estone è stato ispirato dalle prime impostazioni monofoniche della Passione e l’opera, basata sul testo di Giovanni, risulta semplice e severa come la voce grave del basso che rappresenta Gesù e crea un rigido contrasto con la folla dei Giudei. Proprio come nelle rappresentazioni arcaiche della Passione, Part usa il coro (con e senza l’organo), per rappresentare il popolo, la folla dei Giudei. Invece nella parte iniziale, e nel resto dell’opera, gli evangelisti sono la voce narrante, ed il coro dei Giudei è rappresentato dal coro formiginese dell’associazione Beata Vergine Assunta. In un lucido dialogo, tra la monofonia dei soprani del coro degli evangelisti e del coro dei giudei, lo spettatore inizia un percorso di sofferenza spirituale che lo porta vicino al Cristo.

Fonte immagine: A different eye.
Fonte immagine: A different eye.

Il Figlio di Dio, con parole semplici, declama la propria innocenza. Il senso religioso dell’opera è tutto intimo, interiore, ed accompagna lo spettatore, lo avvolge. Nonostante la sua rigida impostazione musicale, l’opera ha un impatto diretto e profondo sullo spettatore, facendo parlare il testo in maniera oggettiva. In questo modo chi ascolta prova la solitudine del Cristo durante il processo mentre risponde a Pilato, e rivive la sua sofferenza nel martirio.

Fonte immagine: A different eye.
Fonte immagine: A different eye.

Nell’opera emerge la figura di Pilato che, negli assoli pieni di dignità del tenore, tenta invano di evitare l’inutile condanna della crocifissione voluta a tutti costi dal suo popolo. I giovani musicisti dell’insieme “Altre Voci Ensemble”, formato da violino, violoncello, oboe, fagotto e organo ci regalano un’esecuzione attenta che scandisce con precisione ed essenzialità la liturgia della Passione e va dritta al cuore di chi l’ascolta, riuscendo a trasmettere la spiritualità dello spettacolo della Passione che ogni anno si ripete e ci coinvolge.

Fonte immagine di copertina: A different eye. Da non perdere anche l’intero reportage fotografico della serata

Pennac a Modena: una vertigine di metafore

amicoIn una serata, dall’atmosfera rilassata, lo scrittore francese Daniel Pennac si concede al pubblico modenese che lo conosce da sempre e a chi non l’ha mai visto prima per presentare il nuovo libro “L’amico scrittore”. Si tratta di un libro-intervista, una conversazione amichevole con Fabio Gambaro, giornalista a Parigi, che lo conosce da circa vent’anni e ci rivela subito che Pennac non ha molta memoria, quindi ogni volta per lui è la prima volta… non si ricorda mai delle domande che gli pongono. Approfittando di quest’attacco, lo scrittore ci spiega quanto la sua mancanza di memoria abbia influito sul suo andamento scolastico come già ricordato nel suo “Diario di scuola”. Pennac racconta che l’oblio può essere divertente perché dà luogo ad una serie di gaffes ed episodi esilaranti ma resta pur sempre un deficit. La fantasia è l’unico mezzo di soccorso che gli consente di supplire alla mancanza di memoria. Ciò accade soprattutto nel suo lavoro di scrittura.

Mentre come insegnante non aveva problemi di memoria perché rispondeva alla passione e alla pulsione di trasmettere il sapere ai suoi studenti.

Emozionante è stato il suo appello in sala ai professori affinché, con uno sguardo benevolo, o, con una rassicurazione, facciano il possibile per eliminare la paura dai propri alunni, perché è la paura che blocca e impedisce di apprendere. Pennac parla a questo proposito della sua esperienza di giovane professore nella banlieu. Per vincere i timori di una classe di ragazzi svantaggiati, decide con il docente di matematica di insegnare loro il gioco degli scacchi e di costruire insieme ai ragazzi una grande scacchiera. Quest’esperienza li ha talmente coinvolti da rendere il gioco degli scacchi il veicolo per apprendere anche altre discipline, rendendoli così protagonisti del proprio apprendimento.

pennacIl Pennac scrittore è un vortice creativo, un affabulatore che fa un uso abbondante di metafore riguardanti il mestiere della scrittura. Una concerne il dubbio che attanaglia colui che scrive, inducendolo a riflettere sul significato della propria scrittura, a meditare davanti alla pagina bianca. Proprio allo stesso modo il dubbio attanaglia Mosè mentre guida il proprio popolo nel deserto facendolo dubitare del dono divino di una bacchetta in grado di far sgorgare l’acqua da un’arida roccia solo toccandola. L’altra, invece, paragona lo scrittore ad un cetaceo, una balena che si immerge nel proprio elemento naturale: la lingua, scandagliando negli abissi della grammatica, della fonetica, della prosodia, del ritmo, della musica delle parole, poco nel loro significato; proprio come la balena quando si immerge nell’oceano.

Quando la balena però diventa “autistica”, troppo solitaria , ha bisogno di tuffarsi nella vita; ecco perché Pennac si è accostato al teatro, il teatro è vivo, il testo diventa vivo, l’attore con la sua rappresentazione ogni volta sempre diversa deve impegnarsi, deve essere vivo per catturare l’attenzione dello spettatore. “Curandogli il raffreddore”, facendogli passare la voglia di starnutire con uno spettacolo che parla di vita, più esattamente del corpo umano.

Daniel Pennac sorprende tutti a teatro con “Storia di un corpo“, che narra la storia di un uomo ma non la storia di un ‘anima”. Non è giornale intimo, come la formula francese per dire “diario”. Il suo personaggio racconta, vive e trascrive cosa il corpo fa, come reagisce. L’autore afferma che molto spesso la società ci dà un’immagine consumistica del corpo, invece lui voleva concentrarsi sulla mente e sul corpo, sul loro rapporto, senza toccare temi sociali. Molti ritengono sconveniente parlare del corpo perché è un argomento ripugnante, mentre invece si tratta solo di materia nel senso oggettivo del termine.