Si stava meglio quando si stava meglio

Si chiama depressione motivata ed è uno dei tanti effetti negativi che la crisi economica porta con sé. Per capirne di più, il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda Usl di Modena e la Fondazione Marco Biagi hanno condotto una ricerca dal titolo “Il legame tra crisi economica e salute mentale: il caso Modena”. Le difficoltà finanziare, la perdita del lavoro e l’indebitamento non hanno colpito solo il portafoglio dei modenesi, ma anche la loro mente, con effetti significativi, seppur diversi, sia tra gli uomini che tra le donne.

Dal 2005 al 2012 l’indice di salute fisica è aumentato dello 0,8 per cento (dal 49,9 per cento al 50,7 per cento; dati dell’indagine ISTAT 2013 sulle Condizioni di Salute e Accesso ai Servizi Sanitari). Nello stesso periodo, l’indice di salute mentale è invece diminuito dello 0,8 per cento, passando dal 49,6 per cento al 48,8 per cento. Se a livello nazionale il quadro è questo, a Modena e provincia le cose non vanno meglio, anzi. Con un indice di salute fisica pressoché identico (dal 48,8 per cento del 2006 al 48,7 del 2002: 0,1 per cento in meno), l’indice di salute mentale è diminuito del 2,6 per cento, passando dal 48,6 per cento del 2006 al 45,97 del 2012.

starace_addabboParadossalmente, ma non troppo, l’elevato standard economico e sociale a cui i modenesi si sono abituati negli anni li rendono ancora più esposti e vulnerabili, al cospetto di una crisi che sembra non finire mai. A spiegarlo è Tindara Addabbo, professore associato presso il Dipartimento di Economia “Marco Biagi”: «La ricerca mostra come gli effetti della crisi economica, in una realtà con un alto standard di vita, con un livello elevato di sviluppo economico e un’attitudine al lavoro molto forte, abbia dei costi molto alti sul piano della salute mentale. Inoltre qui abbiamo avuto una ferita molto profonda rappresentata dal terremoto, che ha causato un ulteriore peggioramento».

Presentando la ricerca, anteprima di Màt, la settimana della salute mentale in programma dal 18 al 24 ottobre, Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda Usl di Modena, spiega come la crisi incida sull’equilibrio psichico delle persone: «La precarietà e l’instabilità economica hanno un effetto diretto sulle condizioni di malessere psicologico delle persone, che si manifesta con ansia, depressione, insonnia. Le aree in cui si rilevano peggioramenti sono il senso si spossatezza, l’idea di non riuscire ad affrontare gli impegni quotidiani, la scarsa concentrazione e la difficoltà a proiettarsi nel futuro in maniera ottimistica». Restringendo il campione ai modenesi di età compresa tra i 25 e i 64 anni, si rileva inoltre che la perdita del lavoro colpisce maggiormente gli uomini, mentre l’esperienza di disoccupazione di lunga durata colpisce in particolare le donne.

staraceI toni foschi che la ricerca fa emergere sono attenuati da un’altra evidenza, l’efficacia dei programmi di inclusione e coinvolgimento in politiche attive del lavoro in chi soffre di disturbi psichiatrici gravi: «In questo quadro – spiega l’economista del lavoro Tindara Addabbo – c’è un aspetto positivo. Si registrano gli effetti di politiche attive e di inserimento lavorativo verso persone che hanno disagi psichici molto elevati. Queste esperienze hanno un effetto molto positivo sia sulla loro salute sia sul territorio, nella comunità e nell’azienda che li accoglie». Nella provincia di Modena sono circa 600 le persone con problemi di salute mentale inserite in politiche attive del lavoro nel 2012. Meno ricoveri e degenza media più breve sono i risultati riscontrati, e se si considerano solo le persone con diagnosi di psicosi i risultati sono ancora più marcati (diminuzione di ricoveri del 50 per cento e riduzione della degenza del 35 per cento).

Incrementare le reti di sostegno nei periodi di crisi e ampliare l’accesso ai programmi di inserimento lavorativo per le persone con disagio psichico sono le misure indicate dall’indagine per far diminuire il numero di contatti con i Centri di Salute Mentale (dal 2006 al 2012, +25 per cento di primi contatti per gli uomini, +13 per cento per le donne) e limitare l’uso di antidepressivi, che dal 2010 al 2013 sono aumentati nella provincia di Modena più che altrove in regione. Per un doppio vantaggio, conclude il dott. Starace: «Aumentare il benessere degli individui e ridurre i costi del sistema assistenziale».

Immagine di copertina, photo credit: wstera2 via photopin cc.

Il destino è la sconfitta

È possibile perdere ad un gioco dove si vince anche se non si indovina nessun numero? La risposta di Paolo Canova e Diego Rizzuto in “Fate il nostro gioco”, la conferenza-spettacolo che smaschera i trucchi del gioco d’azzardo e spiega che vincere è possibile: bastano 2 milioni di anni!

Come è possibile perdere ad un gioco in cui si vince indovinando un solo numero su dieci? E come si può perdere se si vince anche se non se ne indovina nemmeno uno? Eppure perdere è matematico e a spiegarlo sono stati due esperti di numeri come Paolo Canova e Diego Rizzuto, un matematico e un fisico in giro per l’Italia a portare questo messaggio: giocare poco è divertente, giocare spesso è patologico.

Lo scorso 20 febbraio i due divulgatori scientifici sono stati al Forum Monzani per la loro conferenza-spettacolo Fate il nostro gioco, che mette a confronto leggi della matematica e gioco d’azzardo. Così la coppia Canova & Rizzuto smaschera un fenomeno in netta ascesa, come dimostrano sempre loro, i numeri: 16 miliardi di euro spesi dagli italiani nel 2003, 54 miliardi di euro nel 2009, 89 miliardi di euro nel 2012.

Non una crociata contro il gioco d’azzardo, ma una riflessione sul costo di un sogno: quello di cambiare vita. Per fare in modo che l’antidoto logico, come gli stessi autori definiscono il loro spettacolo, funzioni bisogna giocare. Ai partecipanti viene consegnato un biglietto Win for Life e inizia una dimostrazione pratica della teoria matematica. Azzeccare dieci, nove, otto numeri è difficile, ma anche non beccarne nemmeno uno, o solo uno o un paio non è facile. Anzi, è improbabile. Come improbabile è cambiare vita grazie ad un biglietto di qualsiasi lotteria.

 

 

Cambiare gioco non cambia il risultato. Ipotizzando che Giuda avesse iniziato a giocare al Superenalotto ogni settimana, tre volte a settimana, la sua probabilità di vincere in circa 2000 anni sarebbe stata di 1 su 2000. Se lo avesse fatto il primo Homo habilis comparso sulla terra, la sua probabilità di vittoria sarebbe stata del 50 per cento, la stessa probabilità di sconfitta. Giocando tre volte a settimana, ogni settimana, per 2 milioni e cinquecento anni.

«Il progetto – spiega il fisico Diego Rizzuto – è nato per caso nel 2009. La cosa a cui teniamo di più è far appassionare le persone alla matematica. Con questo progetto di divulgazione scientifica abbiamo iniziato ad occuparci di gioco d’azzardo e ci siamo resi conto che poteva essere utile per fare prevenzione. La matematica poteva essere utile ad aiutare le persone a capire quali sono le trappole del gioco d’azzardo. Fare il nostro gioco non significa non giocare, il nostro approccio è diverso. La soluzione non è rendere illegale il gioco, questa strada non porta da nessuna parte, però c’è carenza di informazione, a fronte di tanta pubblicità. Il nostro obiettivo è colmare questa lacuna e dare un po’ di informazione oggettiva sul fenomeno».

Così il matematico Paolo Canova: «Stiamo girando l’Italia per far capire la differenza tra giocare d’azzardo saltuariamente e giocare spesso. La linea di demarcazione tra l’uno e l’altro è molto sottile. Noi cerchiamo di fare prevenzione, spiegando che il destino matematico di chiunque giochi è perdere. Tutti sappiamo che il banco vince sempre, noi cerchiamo di farlo capire giocando, facendolo in modo divertente e curioso. Mostrando sia la bellezza del gioco, sia tutto quello che non ti dicono, possiamo far capire che col gioco d’azzardo non si può guadagnare in modo sistematico, che non è possibile cambiare vita grazie ai soldi guadagnati col gioco d’azzardo. Noi non curiamo i malati di gioco d’azzardo, facciamo solo prevenzione e ci rivolgiamo soprattutto ai giovani: per questo il nostro linguaggio deve essere accattivante, veloce e coinvolgente. In fondo si tratta di trasmettere un messaggio di tipo matematico, che è il linguaggio dell’oggettività, e far vedere che in effetti qualcuno che vince c’è, ma la stragrande maggioranza delle persone perde».

 

Lui, lei, l’altro

Domenica 2 marzo il popolo modenese del PD sceglierà il suo candidato sindaco. In dieci domande e dieci risposte, Francesca Maletti (@framaletti), Gian Carlo Muzzarelli (@Muzzarelli2014) e Paolo Silingardi (@paolosilingardi), spiegano, nello spazio di un tweet, la loro idea di Modena.

1.       Perché è lei il #candidatogiusto per la corsa a sindaco?

Maletti: Rappresento una nuova prospettiva di città: il progetto di cambiamento che ho in mente nasce dal coinvolgimento e ascolto dei modenesi

Muzzarelli: Perché Modena deve uscire dal perimetro delle mura e mettere una marcia in più, a partire da più lavoro e più sicurezza

Silingardi: C’è bisogno di rinnovamento, rilancio, nuove politiche. Non esistono politici per tutte le stagioni: idee nuove richiedono persone nuove

2.       Quali saranno le #primetrecose che farà da sindaco?

Maletti: Creare nuova economia e occupazione attraverso: investimenti sul turismo, sostegno al manifatturiero, nuovi brevetti ricerca e innovazione

Muzzarelli: Uscirò ad incontrare i lavoratori e le imprese, metterò mano alla burocrazia e rilancerò gli strumenti di partecipazione

Silingardi: Lotta al precariato nella Pubblica amministrazione. Integrazione delle piste ciclabili. Un progetto serio per la sicurezza e la prevenzione

3.       Come vorrebbe #cambiareModena?

Maletti: Penso a Modena smart, una città trasparente che progetta insieme ai cittadini e dove l’innovazione nasce dal basso

Muzzarelli: Riaccendendo l’orgoglio dei modenesi per la loro città, città di diritti e doveri, e rilanciando occupazione e imprese verso green economy

Silingardi: Modena deve diventare una vera città europea, solidale, bella, sana, dove sia facile vivere e lavorare

4.       Tre #puntidiforza di Modena da cui partire?

Maletti: La cultura, Il turismo, il manifatturiero. Ho in mente Modena laboratorio culturale e turistico, che crea lavoro e dà prospettive ai giovani

Muzzarelli: Il lavoro, la cultura e una grande storia di buongoverno, solidarietà e giustizia

Silingardi: La laboriosità e la capacità di fare impresa. La voglia di partecipare e di fare insieme. I prodotti tipici che ci rendono famosi nel mondo

5.       Come si rapporterà con il Partito Democratico in caso di #vittoriaalleprimarie?

Maletti: Mi impegnerò per un dialogo con la città. Al PD chiedo di sostenere in modo forte un progetto politico, aperto a diversi alleati

Muzzarelli: È il mio partito. Sarà il perno di un’alleanza del buon senso e della responsabilità, alternativa alla destra e a Grillo

Silingardi: Contribuendo ad un PD riformista, ambientalista, europeista, aperto al confronto e luogo di discussione ed elaborazione concettuale

6.       E come si rapporterà con il PD in caso di #sconfittaalleprimarie?

Maletti: I tre candidati si sono impegnati a sostenere chi vincerà. Sarà poi importante recuperare l’ampia partecipazione generata dalle primarie

Muzzarelli: È il mio partito. Mi comporterò come sempre, con la massima lealtà, per far vincere la sinistra

Silingardi: Sosterrò chi vince lealmente cercando di far pesare le idee e le proposte che ho sostenuto nella campagna elettorale

7.       Un impegno nei confronti dei #giovani?

Maletti: Wifi gratis, wifi bus e app sui servizi, scuole sicure, più servizi per l’università, il sapere come risorsa centrale per il futuro

Muzzarelli: Una città smart, con wi-fi libero, una città internazionale, senza precariato. Una città dei diritti, dei doveri e del merito

Silingardi: La lotta al precariato per ridare futuro ai giovani e un investimento forte sulla cultura come occasione di crescita ma anche di lavoro

8.       Un impegno nei confronti degli #imprenditori?

Maletti: Revisione delle procedure del Comune per ridurre obblighi e burocrazia, meno di sei mesi per autorizzare le imprese che aprono a Modena

Muzzarelli: Starò fuori dal palazzo, con loro, per meno burocrazia, più ricerca, più investimenti per un nuovo modello di sviluppo

Silingardi: Logistica e infrastrutture per superare la congestione e ridurre i costi. Innovazione e integrazione tra Università e mondo del lavoro

9.       Come ha vissuto l’esperienza delle #primarie?

Maletti: Con entusiasmo. Le persone che ho incontrato in questi mesi mi hanno trasmesso affetto e voglia di partecipare per il futuro della città

Muzzarelli: Una grande ed emozionante esperienza di rapporti umani, con migliaia di modenesi, che hanno alimentato la mia fiducia in questa città

Silingardi: Belle, faticose, interessanti. Mi hanno permesso di parlare con tanta gente, di diffondere idee, di ricevere aiuti e costruire rapporti

10.   #Qualcosadisinistra di cui la città ha bisogno?

Maletti: La scuola. Che non dovrebbe essere un tema di destra o sinistra ma al centro di ogni programma. È da qui che dobbiamo ripartire

Muzzarelli: Più uguaglianza. Più sicurezza. Più voglia di tornare a volare

Silingardi: Un welfare solidale per superare l’assistenzialismo e dare dignità a chi ha bisogno. La crisi si supera senza lasciare indietro nessuno

 

Francesco è davvero un papa nuovo?

Se lo è chiesto Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenendo ad un incontro al Palazzo Europa dal titolo “Osservando Francesco”. Ecco il suo ritratto del papa venuto dalla fine del mondo

 

frans1«Il nuovo papa è un papa nuovo, ma le sue novità sono relative». Sono parole di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenuto all’incontro organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Modena-Nonantola e dal settimanale diocesano Nostro Tempo, dal titolo “Osservando Francesco”. Nel corso dell’incontro, introdotto dalle parole dell’arcivescovo di Modena-Nonantola mons. Antonio Lanfranchi, Vian ha toccato vari aspetti del pontificato di Francesco, dalla sua straordinaria capacità di comunicare con i fedeli alle tante scelte che lo rendono diverso, forse unico, certamente popolare.

Oltre Porta Pia. «Da un punto di vista storico – spiega Vian – si può dire che con papa Francesco si è superato definitivamente il trauma di Porta Pia del 1870. Dopo il 1870 e per quasi un settantennio i papi non hanno messo fuori il naso non solo da Roma, ma dai giardini vaticani. Pio X non è mai uscito dal Vaticano, lo stesso ha fatto Pio XI, che cercava continue occasioni di incontro. Queste udienze interminabili di papa Francesco, in cui parla per una ventina di minuti, poi passa due o tre ore a salutare malati, bambini e anziani, sono annunciate negli anni Venti e negli anni Trenta da Pio XI, che aveva fatto costruire degli enormi armadi per conservare i regali portati dai fedeli».

papa-timeCome Giovanni Paolo II. «Solo con Paolo VI – spiega Vian –, pontefice che ritengo decisivo per il secolo scorso, il papa inizia a viaggiare. Per la prima volta con Montini il papa torna in Terra Santa e tocca tutti i continenti, in viaggi semplici e rapidissimi, concentrati in sette anni. Il pontificato di Luciani, anche se durato solo 33 giorni, ricorda molto quello di Francesco, proprio per la comunicazione straordinariamente efficace, anche se non così spontanea. Giovanni Paolo II, come novità, è quello che si avvicina di più a Francesco. In epoca recente, dopo l’annuncio, i papi uscivano, benedicevano e rientravano. Già Giovanni Paolo I avrebbe voluto pronunciare qualche parola dopo la benedizione, ma gli dissero che non usava. Probabilmente lo stesso venne detto a Giovanni Paolo II, ma fece di testa sua».

Uniti, ma distanti. Dopo Giovanni Paolo, ecco Benedetto, il papa che non voleva fare il papa, secondo Vian. «Benedetto XVI ha una personalità radicalmente diversa da quella di Francesco, ma a mio parere c’è una continuità di fondo. Benedetto e Francesco sono uniti da molto, anche se sono distanti. Il bavarese viene da una famiglia modesta, ma è nato intellettuale, ha passato trent’anni all’Università, abituandosi al confronto col mondo laico. Con l’elezione di Bergoglio per la prima volta si oltrepassa l’oceano, il vescovo di Roma è preso alla fine del mondo, una scelta sorprendente, perché è la prima volta che si esce dal mondo mediterraneo. Questo significa un cambio di prospettiva decisivo».

frans2Meglio Santa Marta. Bergoglio è il primo pontefice gesuita, altra grande novità secondo Vian, e la sua formazione incide profondamente nelle scelte che sta compiendo. «Anche quando era vescovo ha sempre compiuto scelte anticonformiste: rinunciare a vivere nell’arcivescovado di Buenos Aires, non avere segretari, viaggiare senza autisti e usare i mezzi pubblici. Tutto questo lo ritroviamo oggi con coerenza nella scelta di non lasciare Santa Marta, residenza predisposta per i cardinali durante il conclave e per il nuovo pontefice finché non è pronto l’appartamento papale. Papa Francesco sa perfettamente che non avrebbe potuto continuare la vita che faceva a Buenos Aires, quindi ha scelto di stare a contatto con la gente in questo modo».

“Miserando atque eligendo”. Il direttore de “L’Osservatore Romano” ha poi rivelato alcune abitudini dell’uomo Bergoglio, come quella di arrivare sempre in anticipo. «Si sveglia prima delle cinque, medita, prega e poco prima delle sette scende nella cappella di Santa Marta per prepararsi a celebrare la messa. Una volta finita, saluta tutti, anche se non sempre è possibile. Francesco anticipa sempre, e questo ha causato anche dei disguidi in Vaticano. Inoltre ci ha abituati ad una predicazione quotidiana, con omelie straordinariamente efficaci, su temi centrali come la misericordia. Nella visione papale, Dio prende l’iniziativa, ma si aspetta una risposta dell’uomo. Lo stesso motto di papa Francesco, “Miserando atque eligendo”, tratto dalle omelie di san Beda, vuole avere questo significato». E Francesco, con i suoi gesti e con le sue parole, chiede una risposta a tutti i cattolici.

Un banchiere a tutto campo

Si può essere banchiere anche senza avere il “pallino” di giocare alla roulette con i soldi dei risparmiatori. Si può essere banchiere ambulante spiegando alle persone che i soldi sono bene importante che hanno un valore in sé e possono assumere un valore ancora più importante se investiti nell’economia reale, nelle imprese attente ai lavoratori e allo sviluppo del territorio. Intervista a Massimo Rovatti, il nuovo banchiere ambulante “tutto campo” di Modena e Ferrara.

Musica: “An Awesome End” di Enemy Jack

Tutti devono guadagnarci… in banca

Banca Etica cambia “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara, con Massimo Rovatti che raccoglie il testimone da Fabrizio Prandi. Ma cos’è Banca Etica? Ce ne parla Paolo Contini, referente Git di Modena

 

Trasparenza, equità, bene comune. Sono queste le tre parole chiave di Banca Popolare Etica, l’unica banca che privilegia l’interesse collettivo. Sabato 28 settembre il Centro culturale F.L. Ferrari ospiterà alle 17 l’incontro di presentazione di Massimo Rovatti, nuovo “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara. Rovatti raccoglierà il testimone da Fabrizio Prandi, alla presenza della vicepresidente di Banca Etica Anna Fasano.

Una finanza nuova. La diversità di Banca Etica nel panorama bancario italiano ed internazionale sta nel cambio di destinazione dei finanziamenti, mirata esclusivamente all’interesse collettivo, dalla cooperazione sociale alla cooperazione internazionale, dalla tutela dell’ambiente alla promozione della cultura, passando per le energie rinnovabili e l’agricoltura biologica. «La sintesi di tutti i principi di Banca Etica è racchiusa in tre valori: trasparenza, equità e ricerca del bene comune. – spiega Paolo Contini, referente Git (Gruppo di Iniziativa Territoriale) di Modena – La trasparenza risponde alla domanda: cos’è più sicuro? La risposta di Banca Etica è che la sicurezza, impossibile da raggiungere in modo assoluto, è legata ad una maggiore trasparenza. Per quanto riguarda l’equità, è necessario premettere che Banca Etica non fa beneficenza e che la banca deve continuare a fare la banca, non può snaturarsi. I tre soggetti coinvolti, risparmiatore, banca e soggetto finanziato, devono guadagnarci. Il punto è – continua Contini – che se tutti si accontentano è possibile raggiungere un’equa distribuzione della ricchezza e limitare disparità troppo accentuate. Ed arriviamo così al terzo valore su cui si fonda Banca Etica, ovvero la ricerca del bene comune. Il profitto non deve essere un principio ispiratore, ma una conseguenza dell’attività finanziaria svolta. Le finalità degli investimenti di Banca Etica non sono strettamente legate al profitto, ma piuttosto all’ambito sociale ed ambientale. Questo necessita un’analisi più attenta, non solo basata su garanzie economiche, ma su considerazioni più variegate». Leggasi: non basta una calcolatrice per decidere se un investimento migliora la vita di tutti.

Il socio non riceve, costruisce. Banca Etica ha mosso i primi passi in Veneto e si è costituita l’8 marzo del 1999 per rispondere alle esigenze del terzo settore, quei soggetti definiti non bancabili, ad alto rischio, che nella maggior parte dei casi non ricevevano finanziamenti. «In Banca Etica – precisa Contini – il risparmio ha un’utilità sociale. Se compro dell’oro, il mio investimento non ha ricadute positive sulla società, mentre se contribuisco a finanziare un progetto di cooperazione sociale il mio risparmio, attraverso la banca, migliora la vita della comunità. Così si fa ripartire l’economia, non comprando un’auto al mese. In Banca Etica è diverso anche il ruolo del socio, che non è colui che riceve i dividendi, ma colui che partecipa alla costruzione della banca, perché ogni opinione viene ascoltata e valutata».

I numeri di Banca Etica. Nata su iniziativa di un gruppo di 20 soci fondatori, Banca Etica opera oggi su tutto il territorio nazionale con 17 filiali e una rete di “banchieri ambulanti”, offrendo ai propri clienti una gamma di prodotti e servizi che permettono una completa operatività bancaria (libretti di risparmio, conti correnti, bancomat, carte di credito, obbligazioni, mutui prima casa, prestiti personali, fondi d’investimento etici). Il capitale sociale di Banca Etica ammonta a quasi 46 milioni di euro, conferito da 38 mila soci. Sono circa 7 mila i progetti finanziati, per un totale di 770 milioni di euro, nei quattro principali ambiti di intervento: cooperazione sociale, cooperazione internazionale, ambiente, cultura e società civile. Nelle province di Modena e Ferrara Banca Etica conta 892 soci, che conferiscono un capitale sociale pari a 960 mila euro, come valore nominale (635 mila euro il capitale sociale nella sola Modena), mentre sono attivi finanziamenti alle imprese sociali per un valore complessivo di 6,5 milioni di euro ed alle persone fisiche per 800 mila euro.

Aule piene, tasche vuote

Con 12 milioni di euro in meno rispetto a cinque anni fa, l’Ateneo di Modena e Reggio Emilia taglia su consumi e personale. «Garantita l’offerta formativa, – spiega il rettore Tomasi – ma Roma intervenga: non può permettere che l’Università scompaia»

Blocco delle assunzioni, meno personale tecnico e amministrativo, professori costretti a rinunciare a ore di ricerca per fare docenza. L’Università italiana sta attraversando tempi duri, durissimi. Negli ultimi anni da Roma sono arrivati finanziamenti inferiori del 15 per cento, in controtendenza rispetto a ciò che succede in casa dei nostri vicini europei, Germania (+20%) e Francia (+6%). Maglia nera delle priorità, il mondo dell’Università in questi anni ha dovuto arrangiarsi per continuare ad offrire una proposta formativa adeguata ai ragazzi intenzionati a proseguire gli studi. Finora il sistema ha retto, ma quanto durerà?

tomasi_minerva_300Un taglio del 20 per cento. «I tagli – racconta il prof. Aldo Tomasi, rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – sono cominciati con la Legge Finanziaria del 2008. Negli ultimi cinque anni il Governo ha ridotto il proprio impegno nei confronti dell’Università da 7 miliardi di euro a meno di 6 miliardi, pari, tenendo conto dell’inflazione, ad un taglio del 20 per cento. L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia è passato così da 100 a 88 milioni di euro di finanziamento con un taglio di “solo” 12 milioni di euro, grazie ai premi raggiunti per le buone perfomance su parametri relativi a ricerca e didattica. Sono stati tagli molto dolorosi, – prosegue il prof. Tomasi – che ci hanno costretti ad una riorganizzazione generale. In Italia nessun’altra istituzione è stata colpita così duramente, far pagare l’Università è stata una scelta precisa di tutti gli ultimi Governi».

Segno meno per assunzioni e ricerca. Politiche di risparmio a 360 gradi, che hanno toccato diversi aspetti, dai consumi energetici al personale. E come spesso accade, sono stati proprio i dipendenti a subire il contraccolpo più pesante, come spiega lo stesso prof. Tomasi: «In primo luogo siamo stati costretti a bloccare le assunzioni. Tutti i dipendenti dell’Università, dai professori al personale amministrativo, hanno dovuto lavorare di più, in particolare ai professori è stato chiesto di aumentare le ore di docenza». A scapito di quelle dedicate alla Ricerca scientifica, anche se il rettore sottolinea che «la Ricerca del nostro Ateneo si mantiene ai primi posti a livello nazionale».

Segno più per offerta e studenti. I professori sono passati dagli 880 di 5 anni fa agli 800 di questo anno accademico, più o meno la stessa sforbiciata (il 10 per cento circa) ha colpito il personale tecnico e amministrativo. «La nostra priorità – prosegue il rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è stata quella di mantenere il più possibile stabile l’offerta formativa, fare in modo che gli studenti non fossero toccati dai tagli. In  questa direzione è andata anche la scelta di non aumentare le tasse universitarie, ma piuttosto di cercare entrate da altre sorgenti, quali fondi di ricerca e conto terzi (lavori per aziende esterne), che comunque non sono riuscite a compensare i tagli». In aumento, seppur di poco, il numero di studenti, passati nell’ultimo quinquennio da 20 mila a oltre 21 mila, segnale che «la proposta formativa mantiene i livelli di 5 anni fa, prima della crisi».

Le (poche) garanzie future. Questo il recente passato. Un capitolo a tinte fosche, che dà poche garanzie per il futuro. «Poche settimane fa la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha reso noto che il Governo ha confermato i tagli, che nel 2014 si aggireranno intorno al 3-4 per cento. Alcuni Atenei italiani sono già in grave difficoltà, non riescono più a far quadrare i conti e rischiano di scomparire. Il Paese non può suicidarsi così, non può permettere che la propria Università scompaia. L’Università di Modena e Reggio Emilia, pur nelle difficoltà, ha garantito un equilibrio per almeno tre anni. Questi – conclude il prof. Tomasi – sono gli anni più difficili dal dopoguerra. Ci siamo impegnati e continueremo a farlo per garantire una buona offerta formativa, chiedendo uno sforzo in più ai nostri docenti per continuare a non far pagare agli studenti il prezzo dei tagli».

Idea batte forbice

Tagliati 2/3 dei fondi in cinque anni e volontari in calo, ma il terzo settore resiste a suon di nuove idee. E Angelo Morselli, presidente CSV, avverte: “Solo un welfare locale, col contributo dei privati, può salvarci”.

Contributi crollati da 900 a 300 mila euro, meno personale a disposizione e una sempre maggiore richiesta di servizi. Nemmeno il mondo del volontariato è riuscito a scampare ai colpi della crisi economica e ai tagli che ne sono derivati. Il terzo settore ha dovuto rivedere i suoi conti, facendo anche scelte dolorose, per continuare a garantire il maggior numero di servizi e ad essere ancora un importante alleato per le Pubbliche amministrazioni.

«In cinque anni – spiega Angelo Morselli, presidente del Centro di Servizi per il Volontariato di Modena – abbiamo perso 2/3 delle risorse, un calo vertiginoso, che ha costretto il CSV e le associazioni di volontariato a rivedere le proprie strategie. Durante i periodi di crisi si verifica un calo dei volontari, perché le persone faticano a trovare tempo per gli altri quando devono far fronte ai problemi propri o della propria famiglia. In più, negli ultimi anni, l’aumento dell’età pensionabile ha penalizzato il terzo settore in termini di numero di volontari. Solitamente si diventa volontari una volta usciti dal mondo del lavoro, ma una cosa è uscire a 52 anni un’altra a 65: le forze sono minori e una persona è meno incentivata. Anche per questo come CSV abbiamo pensato di rivolgerci ad altre categorie, per sensibilizzare, attraverso progetti mirati, i più giovani. Dalle scuole elementari all’università, ragazze e ragazzi possono essere risorse importanti per il mondo del volontariato».

Le sforbiciate maggiori, secondo quanto riferito dal presidente Morselli, hanno riguardato i servizi alla persona e in particolare il settore sociosanitario: «La crisi ha reso ancora più difficile la condizione di chi già non se la passava bene. Chi già stava male ora sta peggio, i tagli colpiscono duro chi ha più bisogno e chi è solo: così uno è penalizzato due volte. Il problema principale riguarda i trasporti, per noi è aumentata la richiesta da parte dei Comuni e proviamo a fare il possibile per venire incontro a questa emergenza. Sempre minori contributi – precisa Morselli – arrivano anche dal “5 per 1.000”, una quota che ogni anno viene inserita all’interno della Legge Finanziaria e per cui negli ultimi anni c’è una concorrenza spietata da parte delle associazioni. La mancanza di risorse ha però il suo lato positivo della medaglia». Quale? «Quello di sviluppare l’ingegno. Il volontariato è una fucina di innovazioni, ogni anno incontriamo le associazioni e sviluppiamo una sola idea delle tante che escono da questi incontri. L’ultimo è stato il social market Portobello, ma per il prossimo anno abbiamo già in cantiere un nuovo progetto di cohousing sociale, per venire incontro alle esigenze dei più anziani. Si tratta – precisa Morselli – di una microresidenza la cui gestione è affidata a volontari e ai familiari degli ospiti. La nostra idea è quella di ospitare le persone anziane in una casa privata, nella quale i parenti possono accedere liberamente e in qualunque orario, possono rimanere a dormire e passare del tempo col proprio caro. La sostenibilità economica? È garantita dal fatto che i familiari si impegnano a prestare servizio una volta a settimana o ogni quindici giorni e ad aiutare i volontari nel gestire la struttura. L’obiettivo del progetto è quello di dare dignità alla persona. In alcuni paesi europei queste strutture sono già presenti, ma si è sempre scelto di posizionarle su strade vicine, disincentivando l’integrazione. Noi vogliamo fare l’esatto opposto: aiutare le persone ad integrarsi».

Tante idee, poche risorse e richieste di aiuto in aumento: il volontariato può trovare una via di fuga dalla crisi e dai suoi tagli? «L’unica possibile soluzione è andare oltre il welfare pubblico e costituire un welfare locale, sostenuto da tre pilastri: pubblico, privato e volontariato. Quando ci sono idee interessanti i privati attenti alla “responsabilità sociale d’impresa” partecipano con entusiasmo, Portobello ne è un esempio. In questa fase è necessario coinvolgere anche i privati in azioni concrete di volontariato, da loro possono arrivare al terzo settore quelle risorse che le Amministrazioni pubbliche non riescono più a garantire».

Tagli in mischia

Il Modena Rugby rinuncia alla serie A, una scelta dolorosa che permetterà di risparmiare oltre 100 mila euro. Il presidente Almer Berselli: “Ridimensionamento necessario, ma risaliremo”

Salvi sul campo, retrocessi dai conti. Dopo aver mantenuto la serie A, il Modena Rugby rinuncia alla categoria e si iscrive al campionato di serie B. Grazie ad una recente modifica del regolamento federale, che permette alle società di rinunciare all’iscrizione e ripartire da un campionato di categoria inferiore, il club biancoverde ha scelto di seguire l’esempio del Paese Rugby e ripartire da un campionato di certo meno prestigioso, ma anche meno dispendioso.

Ripartire dalla propria “bottega”. Che il pianeta ovale non stia attraversando un momento particolarmente brillante sotto il profilo economico è noto. Ogni anno le società ce la mettono tutta per allestire squadre competitive, ma per i dirigenti sta diventando sempre più dura. Per arrivare ad alti livelli e restarci servono le risorse, che prima della crisi arrivavano grazie agli sponsor. Il passo indietro di diversi sponsor, anche nel massimo campionato di Eccellenza, ha costretto i club ad un radicale cambio di strategia e la squadra non è più un patchwork di giocatori provenienti da altre realtà, ma un prodotto della propria “bottega”, ovvero del settore giovanile. «Le risorse per un campionato di A2 le avevamo – precisa Almer Berselli, presidente del Donelli –, ma abbiamo valutato più opportuno scendere di categoria. L’organico attuale non sarebbe riuscito a mantenere la serie A, per farlo avremmo dovuto rinforzare la squadra con 7/8 innesti e avremmo dovuto rinunciare a quello che rimane il nostro obiettivo principale: costruire un Donelli modenese al 95 per cento. Quando è uscita la circolare federale ho parlato con dirigenti, allenatore e un gruppo di giocatori e tutti hanno convenuto che la decisione migliore fosse scendere di un gradino e fare un campionato di serie B. Il prossimo anno la squadra rimarrà più o meno la stessa, dei non modenesi rimane soltanto Rocco Assandri, mentre dall’Under 20 del Modena Junior Rugby saranno inseriti cinque giocatori classe 1994. Alla guida tecnica ci sarà ancora Gianluca Ogier, che ha condiviso la decisione di giocare in serie B».

Decisione sofferta. La vittoria nel doppio confronto dei play out contro Cus Padova è stata l’ultima (e l’unica) soddisfazione di un campionato di sofferenza. Un successo che Berselli rivendica, spiegando con soddisfazione che «c’è una bella differenza tra retrocedere per demeriti sportivi e retrocedere per scelta societaria. Il Donelli ha deciso di scendere di categoria, la salvezza dello scorso anno non si annulla e rimane un risultato importante. Ripartiamo da lì, con le stesse motivazioni e la stessa voglia di tornare protagonisti». Che sia stata una scelta sofferta lo si capisce dal linguaggio non verbale del numero uno biancoverde, uno che a perdere proprio non riesce a farci l’abitudine: «Sotto l’aspetto passionale è stata una decisione sofferta, ma ha prevalso la razionalità. Lo scorso anno molti giocatori non erano pronti per un campionato difficile dal punto di vista tecnico e fisico come la serie A1. Le differenze tra girone 1 e girone 2 non son tante, anche questo ha influito sulla decisione. Nel campionato di serie B i nostri giovani possono crescere in modo più graduale ed essere pronti quando il Donelli tornerà ad alti livelli».

Tagli obbligati e nuovi orizzonti. La differenza di costi tra serie A e serie B si aggira intorno ai 130 e i 150 mila euro, sommando alle spese di trasferta quelle relativi agli ingaggi e agli alloggi per gli atleti. Stare in alto costa e il Donelli oggi non se lo può più permettere, ad ammetterlo è lo stesso Berselli, che spiega: «È evidente che anche il fattore economico ha avuto il suo peso, soprattutto alla luce delle squadre iscritte al girone. Solo le trasferte in Sicilia, Abruzzo e le due in Sardegna sarebbero costante circa 40 mila euro. Paradossalmente il campionato di A1 ci costava meno». La storia recente del Donelli ha conosciuto più salite che discese: doppia promozione dalla B all’A1 sotto la guida del sudafricano Shaun Huygen, ottavo posto nell’A1 del 2012, poi il crollo, causato dall’addio di alcuni sponsor. Da quel momento i tagli sono stati tanti ed inevitabili e il Donelli ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni. Anche se la voglia di tornare in alto è forte: «Per questa stagione – spiega Berselli – vogliamo arrivare tra le prime sei, dal prossimo anno punteremo ai play off e dalla stagione successiva contiamo di raggiungere la serie A». La strada è segnata, conti permettendo.

Francesco, l’ossimoro che sale in cattedra

IMG_7235 Un papa che indica la vocazione a una Chiesa viva, incrociando l’umanità del suo tempo. Con queste parole Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, tratteggia la figura di papa Francesco. Accattoli è stato ospite alla Pasqua del Giornalista, evento organizzato dall’Ucsi e dall’Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali del’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, e ha spiegato in tre passaggi la svolta del vescovo di Roma preso dalla fine del mondo.

La rinuncia di Benedetto. «In uno dei miei articoli – racconta Accattoli – ho scritto che la rinuncia di papa Benedetto è un fatto di Vangelo. Con questa espressione indico le testimonianze cristiane più pure, credibili, convincenti. Con questa rinuncia il papa ha compiuto una spoliazione di se stesso, contro la tradizione e la spiritualità della figura papale. Benedetto ha preso una decisione sanguinosa; ha svuotato se stesso non soltanto perché ha rinunciato alla più alta dignità che può essere conferita sulla terra a un cristiano, ma soprattutto perché è andato contro l’aspettativa, il convincimento e la spiritualità nella considerazione della figura papale, che era affermata da secoli e si credeva insuperabile. Si affermava come dottrina che il papa non si poteva dimettere. Ma un papa moderno – sottolinea il vaticanista – non può vivere nell’invalidità gli ultimi anni del proprio pontificato, come accadeva in passato. Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, tutti uomini straordinari e padroni della funzione papale, si sono posti il problema della rinuncia perché arrivati a malattie invalidanti e tutti sono arrivati alla conclusione che non si potevano dimettere, dopo aver consultato canonisti, teologi e collaboratori. Giovanni Paolo II disse che non c’era posto nella Chiesa per un papa emerito, mentre Benedetto ha stabilito che il suo titolo sarà proprio papa emerito. Questo svuotamento di sé è un atto di Vangelo, una dimostrazione di umiltà contro le aspettative della maggioranza del popolo di Dio, tutti convinti che non potesse avvenire».


IMG_7246La novità della scelta.
«Il giorno che si apriva il conclave – racconta Accattoli – ho fatto un elenco di sedici cardinali, che reputavo papabili, per preparami alla diretta della fumata dal sito del Corriere della Sera. Tra questi c’era anche cardinal Bergoglio. Ma quando il Corriere mi ha chiesto dieci profili non l’ho inserito, perché nel 2005, lo sappiamo con esattezza dal diario di uno dei conclavisti, Bergoglio era stato il più votato dopo Ratzinger sia al primo che all’ultimo scrutinio e dicevano che lui stesso aveva chiesto di non essere votato, perché non si sentiva all’altezza. In più era vecchio e già aveva rinunciato a Buenos Aires. Non era previsto per questi motivi, ma era prevedibile l’America Latina. Il “balzo nelle Americhe” mi era abbastanza chiaro, non solo perché è diventata l’area continentale con il maggior numero di cattolici, dove la gente continua ad andare a messa e invocare Dio nel dolore e nel ringraziamento, ma perché in Europa stiamo vivendo una crisi della Fede, come ha spiegato lo stesso papa Benedetto. È drammatica la rinuncia del papa e il motivo per cui rinuncia è che non sente più le forze per compiere l’impresa di rivitalizzare la fede in Europa. Allora si va a prendere il papa dove ci può essere l’antidoto alla crisi e lo si va a prendere nel continente dove il cristianesimo è buona notizia per i poveri, visto che la crisi della fede in Europa è il benessere e non può più essere presentato come tradizione, la cui forza oggi è molto indebolita».

IMG_7227Il nome Francesco. «Papa Francesco è un ossimoro. Questo ossimoro è definibile con l’incontro tra Francesco d’Assisi e Innocenzo III, avvenuto 800 anni fa. La Chiesa ha impiegato otto secoli per mettere un Francesco sulla cattedra di Pietro, per otto secoli c’è Francesco e c’è il papa, solo adesso si sono uniti. Papa vuol dire l’istituzione, il governo, la suprema autorità della Chiesa. Francesco vuol dire radicalità evangelica. Papa Francesco non prende le scarpe rosse e la mozzetta rossa, tiene solo la veste bianca, raccordo simbolico con i papi precedenti. Toglie quello che non è necessario, perché vuole togliere quello che si è aggiunto. Tiene la croce e la mitria di quando era vescovo, fa tutto ciò di francescano che si può fare nella condizione di papa. Un esempio è ciò che è accaduto il Giovedì Santo. I cultori della tradizione e del sistema tridentino dicono che il vescovo deve celebrare la messa In Coena Domini nella cattedrale, perché non può essere una celebrazione privata, e che si devono avere dodici uomini scelti. Papa Francesco invece va dai carcerati, tra cui c’erano due musulmani e due donne. Francesco va a vivere tra i lebbrosi e quando incontra papa Innocenzo III odora ancora di porcile, suo alloggio romano. Papa Francesco non celebra nella cattedrale di Roma con dodici uomini scelti, ma va in carcere, dove sono gli emarginati, nella periferia delle periferie. Non gli interessa che siano uomini scelti – conclude Accattoli –, gli interessa che sia l’umanità di oggi, alla quale portare la buona novella del Vangelo».