Quella fucina che vuole educare alla libertà

E’ partita da quest’anno e si chiama Fucina Buenaventura: è una scuola primaria, ma del tutto particolare, per tredici piccoli studenti modenesi tra i 5 e i 7 anni. Buenaventura è anche il nome  dell’associazione di promozione sociale formata da genitori, bambini ed educatori, che ha messo in piedi e gestisce in un casale di Piumazzo questa “scuola non scuola”, alternativa o integrativa a quelle statali o parificate, in cui i bambini frequentano lezioni di italiano, matematica, filosofia, orto, cucina, immagine, falegnameria, inglese, musica, fotografia. Per tre di questi bimbi Fucina è la scuola del mattino, non ce ne sono altre. Per i rimanenti invece, è un’occasione di apprendimento fatta di laboratori pomeridiani che affiancano la scuola “regolare”.

Tredici bambini che, durante l’intera giornata o solo al pomeriggio, affrontano il proprio programma di studi, possibilmente all’aperto e mai senza prima confrontarsi su ciò che preferirebbero imparare“A me piace l’acqua, possiamo studiare l’acqua”?
È una pretesa? Una richiesta? Un suggerimento? È la proposta di un piccolo studente. Ne seguono altre due. “Io vorrei dipingere! Io voglio sapere perché non tutti gli uccelli volano”… I bambini si mettono d’accordo. Oggi acqua, domani uccelli. Sia!
Possiamo iniziare studiando le proprietà fisiche dell’acqua e applicare la teoria con alcuni esperimenti, possiamo parlare di Talete, poi passare ad analizzare e imparare una poesia sull’argomento e infine dipingere un ruscello.

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Se un bambino della scuola pubblica frequentasse la ScuolaSenzaScuola per un giorno direbbe che la differenza è che là i bambini possono scegliere e decidere di fare quel che vogliono.
“Avrebbe in parte ragione, – rispondono Daina Pignatti, attrice modenese, e il compagno Matteo Verri, fondatori assieme ad un gruppo di genitori ed educatori, della ScuolaSenzaScuola – e sembrerebbe una follia. Per lasciar decidere i bambini ci vuole coraggio e la capacità di saperci ragionare insieme perché siano loro col tempo a diventare ragionevoli! Infatti all’inizio il senso di libertà può essere vissuto in modo euforico e possono esserci richieste impossibili da realizzare, ma basta spiegare bene perché qualcosa non si può fare. È un buon allenamento per la costruzione del senso di responsabilità. Volete spalmare la nutella sui muri? Si potrebbe anche fare ma poi bisognerebbe pulire tutto. Ne avete voglia? No. Ecco. Per gli adulti è difficile avere una relazione di libertà con i bambini, un “scegliamo insieme cosa fare”. Non siamo stati abituati a questo.

Come è nata Fucina Buenaventura?
“In famiglia! – rispondono Daina e Matteo – Le nostre figlie ancora non andavano a scuola e noi ci chiedevamo come sarebbe stato. Proiettandoci nel futuro, desideravamo un progetto educativo alternativo per l’età della scuola media, che secondo noi l’istituzione pubblica non è capace di affrontare nella sua complessità. Volevamo assicurare alle nostre figlie tutti gli apprendimenti ma anche il valore dell’ascolto alla persona. Inoltre riteniamo importante che il loro imparare sia legato alla curiosità, perchè capiscano il prima possibile cosa gli piace fare e quali studi portare avanti. Non eravamo i soli ad avere questa idea di scuola, ragionavamo con alcuni amici sulle diverse possibilità percorribili”.

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Ma la vostra “ScuolaSenzaScuola” si rivolge ai bambini delle Primarie.
Sì, perché quando la nostra figlia maggiore ha iniziato a frequentare la scuola pubblica primaria abbiamo, con sorpresa, ritrovato molti dei difetti che assegnavamo alla scuola media. Così le nostre aspettative deluse hanno trasformato ciò che prima era solo un nostro sentire in un’urgenza fattiva”.

Quali aspetti della scuola pubblica primaria vi hanno messo in difficoltà?
“Il sistema-scuola, è una specie di reticolato vizioso che ricade su tutti, dagli insegnanti, ai genitori, ai bidelli, per finire sui bambini che sono alla base di una piramide di pressioni. I nostri figli vivono ogni giorno la fatica degli insegnanti di soddisfare i dirigenti, osservare le circolari ministeriali, salvarsi dalle logiche delle graduatorie che non assicurano continuità, far fronte alle aspettative dei genitori e alle loro aggressive paure, colmare la casualità degli esperti e gestire la scarsa misura del rapporto numerico adulti-bambini. Anche il tema dei voti obbligatori ci lasciava perplessi fin dall’inizio e con l’esperienza fatta attraverso nostra figlia abbiamo avuto la conferma che purtroppo nella scuola tradizionale si dà molta più importanza al profitto che all’apprendimento. Riteniamo che questo non sia il modo migliore per crescere esseri umani curiosi e capaci di fare le proprie scelte. Non vogliamo binari di profitto e mentali per le nostre figlie. Come possiamo aspettarci che un ragazzo a diciotto anni vada a votare se fino a quel momento non è mai stato accompagnato a scegliere nulla?”

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Eppure la scuola dell’obbligo è la scuola dell’obbligo.
Beh a quel punto abbiamo fatto una scoperta che ci ha meravigliati! La Costituzione Italiana (articolo 30) prevede che i genitori debbano farsi carico di istruire ed educare i figli, nella fascia d’età 6-16. Tra le diverse possibilità per far fronte al diritto/dovere di educare i propri figli c’è anche l’educazione parentale.

Non c’è il rischio di una disuguaglianza di apprendimento tra scuola pubblica e libertaria?
Relativamente a questo la Legge italiana prevede per tutti l’obbligo dell’esame di Licenza Media e la possibilità di sostenere un piccolo esame ogni anno. Sostenere l’esame ogni anno offre la possibilità di monitorare l’andamento degli apprendimenti, di rientrare nel percorso tradizionale senza prove d’ingresso in caso di necessità, di incontrare qualche giorno i banchi.

Se la nostra Costituzione prevede l’istruzione parentale come mai ci sono poche scuole come la ScuolaSenzaScuola di Fucina Buenaventura?
“Perché è necessario abbandonare la propria zona di comfort, mettersi in gioco e prendersi attivamente la responsabilità delle scelte educative, è un cambio di prospettiva importante. E’ anche un prendersi il gusto di queste scelte, prendersi il piacere di vedere i bambini crescere curiosi e competenti e non omologati.

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Fin qui sembra una passeggiata. Quali sono i punti critici?
La prima difficoltà è stata trovare uno spazio adatto, una casa in campagna non troppo distante dalla città, con molto verde per giocare e fare l’orto e magari prendere qualche piccolo animale, raggiungibile ma non sulla strada, con uno spazio parcheggio e altre case vicine per non essere soli: dopo mesi di ricerche siamo contenti di avere trovato una bellissima sede a Piumazzo, in via per San Cesario, saremo nella “casa del custode” di una villa 700esca assegnata dai proprietari ad una rete di realtà guidate da SpazioAlmo di Piumazzo.
La seconda difficoltà è di tipo gestionale-economico, autogestione significa anche condivisione delle spese e delle maniere per coprirle.
Poi basta saltare fuori dalla propria zona di comfort e scoprire che possiamo gestire diversamente l’economia di famiglia, che possiamo inventare mille modi di autofinanziamento, mille modi di stare insieme, che possiamo essere veramente l’intero villaggio che educa ogni bambino, raccontato nel proverbio africano (“Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”).


Ci sono altre scuole autogestite nel Modenese?

A Pavullo ci sono i “Prataioli”, da un anno e mezzo. Li consideriamo un po’ come dei fratelli maggiori perché hanno più esperienza. In Emilia Romagna ci sono diverse realtà: a Bologna ci sono i Saltafossi e la Scuola Paterna di Don Niccolini, a Parma abbiamo Tana Libera Tutti, anche verso la Romagna la realtà è viva e variegata e poi c’è molto altro fuori regione…


Perché scegliere la scuola libertaria invece che quella tradizionale?
Nella nostra ScuolaSenzaScuola c’è molta attenzione alle caratteristiche di ciascuno, i bambini vengono educati, attraverso l’esperienza quotidiana, ad ascoltarsi e a organizzarsi affinché nessuno risulti escluso. Affrontiamo spesso il tema della diversità come dato di fatto: diverso perché nato altrove, perché diversamente abile, perché cresciuto da due mamme o da due papà, perché ha i capelli biondi o neri o perché semplicemente siamo tutti diversi. Ma non vogliamo pubblicizzare la nostra scuola dicendo quanto la crediamo migliore… Noi abbiamo fatto questa scelta e ne siamo orgogliosi.
Perché i bambini possono crescere se stessi in ascolto degli altri, possono apprendere dalla loro curiosità, possono vivere il quotidiano in un ambiente creato da loro per loro, perché gli adulti possono essere parte centrale e del percorso. Perché possono imparare ad ascoltare, a mediare e non ad obbedire, perché possono ragionare e mettere in dubbio.
Quello che abbiamo notato però è che molti genitori, anche se attratti dalla nostra proposta non vogliono prendersi la responsabilità di fare una scelta “fuori dalla massa”, ignorando che anche iscrivere il proprio figlio alla scuola tradizionale, sia essa pubblica o privata è una scelta per la quale bisogna sentirsi responsabili perché significa comunque decidere di sottoporre il proprio figlio a un certo tipo di sistema e di educazione.
C’è un certo scetticismo da parte dei genitori rispetto al mettersi in gioco in prima persona nell’educazione e nell’apprendimento dei bambini.

 

Tra luci e ombre, l’agricoltura resiste alla crisi

La terra resiste alla crisi: non solo perché produce beni da considerarsi indubitabilmente primari, ma anche perché viene ritenuta un investimento affidabile. L’agricoltura infatti, secondo gli ultimi rapporti di Abi e Banca d’Italia, è l’unico settore produttivo che negli ultimi tre mesi del 2013 ha registrato un andamento positivo dei prestiti bancari, in controtendenza rispetto ad altri settori per cui l’accesso al credito resta uno dei principali problemi per invertire una tendenza negativa che prosegue da sei anni consecutivi.  Tra il primo trimestre 2013 e lo stesso periodo del 2014 i finanziamenti alle aziende agricole sono cresciuti del 1,2 per cento, passando da 43,8 a 44,4 miliardi di euro, contro un calo medio del 5 per cento dei prestiti agli altri tipi di imprese. Insomma, la terra è considerata “sicura”. Questo il quadro generale.

Photo credit: lorca56 via photopin cc
Photo credit: lorca56 via photopin cc

Abbiamo interpellato i rappresentanti modenesi di Confagricoltura e Confederazione Italiana Agricoltori per capire se anche a Modena le banche preferiscono dare credito alle aziende agricole e perché. “Non è ancora evidente a Modena questa propensione, ma credo che sarà questione di poco tempo prima che lo diventi” – dice Gianni Razzano, direttore di Cia Modena sottolineando che da un po’ di tempo il sistema bancario si è accorto di poter trovare nell’imprenditore agricolo un buon creditore”. Principalmente per tre motivi:

  • l’agricoltura è la categoria con meno sofferenze, seppur non manchino le difficoltà, specialmente in alcuni settori di produzione;
  • le imprese agricole sono più patrimonializzate perché si basano sul bene terra, che è un bene stabile, dal valore intrinseco, il bene rifugio per eccellenza (soprattutto dopo il crollo del valore del mattone);
  • il contadino, per un fattore culturale, tende maggiormente di altri a rispettare gli impegni assunti. Una famiglia agricola che smette di pagare una banca ha già “stretto la cinghia al massimo”, facendo sacrifici personali pur di onorare l’impegno.

Detto questo – conclude Razzano – a prescindere dal fatto che il settore agricolo, per i motivi esposti, risulta più gradito alle banche, rimane una generalizzata difficoltà nel ottenere finanziamenti”.

Photo credit: StoryTravelers via photopin cc
Photo credit: StoryTravelers via photopin cc

Meno ottimista Eugenia Bergamaschi, Presidente di Confagricoltura Modena, che tende piuttosto a elencare i motivi che rendono difficile l’accesso al credito per le aziende agricole italiane e modenesi. “Anni fa era più semplice; il fatto di essere molto patrimonializzate grazie alla proprietà di terreni, fabbricati, macchinari, valeva come importante garanzia e le banche erano più propense a sostenere le aziende agricole. Ora la situazione è cambiata notevolmente:

  • gli ultimi accordi di Basilea, avendo come fine esclusivo quello di vigilare la gestione del rischio, impongono alla banca vincoli di accesso al credito che si ripropongono su tutte le imprese, a tappeto, senza distinzione di categoria. I parametri di Basilea, molto restrittivi, rappresentano un problema nazionale per tutte le imprese;
  • le aziende agricole, inoltre, come previsto dalla legge, possono avere una contabilità a regime forfettario, che non prevede la stesura di bilanci. Con l’introduzione dei parametri di Basilea questo costituisce un grosso ostacolo per l’accesso al credito poiché, in mancanza di bilanci, la banca non riesce a stabilire il reale patrimonio produttivo dell’azienda. Al posto di un rapporto chiaro tra banca e agricoltore qual’era in passato, ora abbiamo una difficoltà di relazione a causa dei nuovi parametri che le istituzioni bancarie devono rispettare”.

Insomma, luci ed ombre. E se è difficile vedere nella terra un nuovo Eldorado, certo è che sta resistendo meglio di altri settori a una crescita ferma da lunghissimo tempo. Vogliamo vederla in positivo? Si torna sempre lì, alla terra.

Immagine di copertina, photo credit: _ Night Flier _ via photopin cc

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Quando Facebook diventa una palestra narrativa

landi1Marco Landi, classe 1982, vive a Formigine, ed è laureato in economia e marketing aziendale. Fa il suo mestiere per pagare le spese che abbiamo tutti, poi prende chitarra e macchina fotografica e si rivela per ciò che è davvero, un artista. Dal suo profilo Facebook tantissimi “amici” diventano testimoni dei suoi concerti e di alcune mostre fotografiche. Negli ultimi 3 anni chi conosce Marco è diventato testimone anche di un dramma: il coma cerebrale della madre Cristina. Facebook è così diventato uno spazio come un altro su cui riversare malessere, angoscia, domande e nuove consapevolezze. Scrivere si è rivelato essere una necessità fisica ed emotiva, ancora più impellente dopo le frequenti visite alla madre.

Oggi ci sono libri che nascono da Facebook. Come vogliamo schierarci? Ricordo che dieci anni fa, forse di più, venivano dati alla stampa i primi libri nati dai blog. Non si sapeva cosa pensarne. A volte vinceva lo scetticismo verso le “fredde innovazioni tecnologiche”. E prendeva il sopravvento una perplessità che forse era solo invidia: “ma insomma… uno che scrive i propri sfoghi personali sul computer non si può dire che sia uno scrittore!”.

landi2Come e quando è avvenuta la metamorfosi dei tuoi racconti da post su facebook a un libro, “Vivace/Grave”, edizioni Terra Marique dove abbini racconti e fotografie?
Come e quando, chiedi… Beh, sicuramente nel momento in cui ho sentito la necessità, sempre più impellente, di chiudere il cerchio. Un social network mi stava “stretto”. Era come un’esigenza imprescindibile di imprimere l’accaduto, e tutto le emozioni che esso ha suscitato, su carta o su qualcosa che fosse, almeno all’apparenza, più “immortale”. Toccare con mano e avere nella facciata a fianco del racconto la foto che volevo abbinare era sicuramente più espressivo e comunicativo.

Non tutti i racconti narrano vicende relative al tuo dramma, alcuni sembrano delirare senza scopo, come per evadere completamente dalla razionalità. Cosa rappresentano questi racconti? Hai detto bene. Un’evasione in parte. Trasmettere consapevolezza degli stati d’animo estremi raggiungibili in situazioni logoranti come quella che ho vissuto. Sì, sottolineo nuovamente quello che dici tu; un delirio alienante.

Ora che puoi osservare con più distacco ciò che è accaduto, puoi tentare di spiegare come hai vissuto il rapporto con i tuoi lettori su Facebook? Beh, Io lo definirei un collaudo; un testare il terreno. Capire reazioni. Ho avuto modo di affrontare i più colorati feedback e fiutare se il mio lavoro sarebbe poFacetuto essere, post pubblicazione, effettivamente “fuori dalla massa” e discorde. Insomma, uno di quei rari libri che, terminata la lettura, rimarrà tatuato nel cuore e nella mente.

Le reazioni dei tuoi “amici” di facebook” sono state quindi determinanti nella decisione di pubblicare il libro? Se non ci fosse stato facebook avresti cercato il rapporto con il pubblico in un altro modo? Assolutamente sì. Il lavoro meritava di essere fatto, e fb o non fb, prima o dopo, la pubblicazione o qualsiasi altra tipologia di rapporto con il pubblico sarebbe stata inevitabile! D’altronde prima dei cellulari o dei social, libri di spessore o altre opere lodevoli avevano trovato il modo di spiccare, no?!

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Piccola enciclopedia degli amici emigrati

Mi sento stretta, con poche vie d’uscita (e strette pure quelle), senza spazio per aprire le ali e portarmi in una zona con più aria. Cosa faccio? Vado via.

Andarevia è un verbo accattivante, quasi irresistibile, contagioso. S’attacca a ogni giovane. La scommessa è trovare il modo giusto per “andarevia” con profitto.
Ognuno di noi ha una collezione di amici “andativia” degna di un documentario sull’emigrazione dei giovani italiani. Vi metto a disposizione i miei.

Marco faceva il giornalista a Modena, dopo essersi laureato in lettere ha deciso di fare un’esperienza all’estero. Ha trovato lavoro in Svizzera come cameriere, paga minima (ma la paga per un apprendista in Svizzera compete con quella di un professionista in Italia). Da cameriere è diventato cuoco (perché il sangue italiano non mente), poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione ed è tornato in Italia in bicicletta dopo aver girato un po’ di Europa. Ora è capocuoco di un ristorante in Germania perché si è fidanzato con una tedesca incontrata in bici.

Giovanni faceva l’elettricista a Modena. Il lavoro era poco e non annunciava di aumentare, così ha pensato di andarsene finchè era giovane e poteva scommettere su sé stesso. Anche lui ha preso un treno per la Svizzera. Anche lassù, nel cantone tedesco, fa l’elettricista. Guadagna molto ma ritiene di lavorare troppo e ha la ragazza in Italia che pensa “vado o non vado? Vado o non vado?” E ora che la Svizzera ha messo un tetto all’ingresso di lavoratori dall’Unione Europea, cosa ne sarà di loro?

Paolo ha scelto la Russia. Aveva appena finito le scuole superiori e non sapeva cosa farsene di se stesso qui. Si è iscritto a un corso base di russo dopo aver ascoltato la storia dell’amica di un’amica che aveva fatto la cameriera in Russia con grande profitto. È partito con uno zaino e dopo un paio di settimane lavorava in un ristorante abbastanza lussuoso. Ottime mance. Ho incontrato Paolo qualche sera fa in palestra: “non sapevo fossi tornato!!”, “non vedo l’ora di ripartire”.

Liliana faceva la fotografa a Modena. Questa città le stava stretta e così si è trasferita a Bologna dal fidanzato. Bologna le è stata stretta dopo un anno e si è trasferita alle Canarie con il marito. Hanno gestito un ristorante, preparando piatti della tradizione emiliana, per un anno; poi le cose sono cambiate. Ora sono disoccupati ma non programmano comunque di rientrare in Italia. Quando scende la sera, il sole tramonta su una spiaggia da cartolina e Liliana scatta una foto.

liliana medici

(Immagine in evidenza: photo credit pamhule via photopin cc)

Sbarco in Turchia

Quest’estate ho raggiunto la Turchia per conoscerla un po’. Banalmente, ho iniziato dalla capitale Istanbul.
Una volta scesa dal traghetto mi trovo nel quartiere Sultanahmet, zona Fatih. Sono circa le 21.00, i negozi e i ristoranti danno il meglio di sé per attirare centinaia di turisti affamati di consumo. Voglio trovare il mio B&B per appoggiare lo zaino e prendere atto che sono arrivata in una zona dell’Europa di cui non so niente.

Orientarsi fra il chiasso di luci e colori è impossibile. Il mio ragazzo vuole affidarsi a una mappa, io preferisco entrare nel primo negozio e mettermi nelle mani di una persona locale che possa consigliarmi la direzione giusta. Quando viaggio adoro chiedere. Per qualunque cosa. Abbasso le guide, le cartine, le recensioni soprattutto! Una città è piena di esseri umani il cui punto di vista vale tanto quanto quello di chi, per mestiere, lo mette a disposizione del grande pubblico!

Al Cafè Grande, una pasticceria tipica che dispone di alcuni tavolini ai piani superiori, conosco Rekabi, un giovane uomo dai tipici lineamenti turchi e con gli occhi azzurri. Li ricordo bene, erano sereni e simpatici. In un inglese sputacchiato gli chiedo come possiamo raggiungere il nostro B&B. Rexabi mi risponde in italiano. Ha vissuto in Emilia Romagna per 13 anni ed è sposato con una parmense.

Che ci fai qui? Perché tornare in Turchia dopo aver vissuto in Italia tanto tempo?

“Sono qui perché in Italia ho lottato tanto per lavorare ma ho quasi sempre vissuto in povertà. Ho fatto il muratore e poi sono stato dipendente di una ditta metalmeccanica, ma come molti altri, dopo alcuni anni ho perso il lavoro a causa della crisi. Ho anche aperto una Pizzeria/Kebab ma andare avanti era durissima e nell’investimento ho perso tutti i soldi che avevo da parte. Le spese erano troppe. Ho dovuto chiudere.”

E tua moglie?

Ha lavorato nella stessa gelateria per 15 anni, poi il negozio ha chiuso. A quel punto io ho cercato di riallacciare i contatti con il mio Paese perché gli amici mi riferivano che tirava un’aria nuova, di crescita e benessere. Ho trovato lavoro in poco tempo. Tra un mese mia moglie mi raggiungerà. Sono felice di essere tornato. Qui, nella parte europea della Turchia, adesso si vive molto meglio che in Italia.

Credi che anche tua moglie troverà lavoro?

Certo che sì. Il mio capo ha una catena di pasticcerie, ristoranti e alberghi. Passerà poco tempo prima che lei trovi una collocazione. Vivremo qui e finalmente potremo fare progetti, senza paura di fare investimenti sbagliati e dover ricominciare da capo ogni volta.
In Italia ancora non vi siete accorti del grande progresso che sta interessando la Turchia. Qui c’è crescita e ogni anno questo diventa più evidente.
Tra pochi anni saranno gli italiani a emigrare per cercare lavoro qui. Non si è ancora sparsa la voce ma io lo vedo.”

(immagine in evidenza: photo credit: puthoOr photOgraphy via photopin cc)