Un’ala di riserva, per non dimenticare come si vola

“Internati. Questa parola ci fa sentire gli ultimi della terra. Chi siamo? Siamo persone che hanno sbagliato ma che hanno già pagato con periodi più o meno lunghi di detenzione, i loro errori. Molti ci chiedono perché siamo qui. Non sappiamo nemmeno noi cosa rispondere”.

 Queste parole, piene di frustrazione e alienata stanchezza, sono state scritte in una lettera indirizzata a Papa Francesco da un gruppo di detenuti ed internati nella Casa di reclusione e Casa di lavoro di Castelfranco Emilia. “Lei dice che bisogna guardare agli ultimi, noi ci sentiamo tali. Ci benedica Padre”.

Ciclicamente si parla di case di lavoro (e di internati, ossia di coloro che vivono nelle case di lavoro). Evidentemente, però, non se ne parla abbastanza, dato che l’opinione pubblica non si è fatta ancora un’idea precisa e consapevole di chi siano gli internati e cosa siano le case di lavoro. E tanto per chiarirlo subito, i primi non sono detenuti e le seconde non sono carceri.

La definizione che più si attaglia alla permanenza presso una casa di lavoro, misura di sicurezza detentiva prevista dal codice penale italiano, è certamente quella di “ergastolo bianco”: gli internati, infatti, sono ex detenuti ritenuti ancora socialmente pericolosi e nei confronti dei quali il Magistrato di Sorveglianza può disporre un’ulteriore misura di sicurezza. Questa misura ha, almeno teoricamente, un termine: per uscire dalla Casa di Lavoro (dove spesso, beffardamente, di lavoro non ce n’è) gli internati devono dimostrare di avere un lavoro, una famiglia e una residenza. Tutte condizioni che, con un passato da detenuti e un presente da internati, sono difficili da soddisfare. Basti pensare che molti internati perdono persino la residenza: alcuni di loro raccontano di essere stati inseriti nella lista dei senza dimora dei comuni d’origine, paesi e città dove i più non vogliono ritornare, in quanto legati a trascorsi che vogliono dimenticare.

La Casa di lavoro è un carcere con tutti i problemi del carcere: sovraffollamento, mancanza di lavoro, povertà – è scritto ancora nella lettera – Ma una differenza c’è: i detenuti possono godere di benefici di legge, dall’amnistia all’indulto, delle misure alternative al carcere, possono cancellare sul calendario ogni giorno che passa e sperare che il fine pena si avvicini. Noi, no”.

 “Io posso considerarmi fortunato perché qui in B.V.A. a Modena ho la possibilità di sentirmi utile facendo del volontariato e soprattutto ho l’opportunità di conoscere persone e famiglie che non mi fanno sentire escluso” dice A.L., internato di Castelfranco, che incontriamo durante un sabato pomeriggio di festa alla parrocchia Beata Vergine Addolorata, capofila del progetto “Un’ala di riserva nella realizzazione di un percorso di facilitazione del reinserimento sociale di un internato della Casa Lavoro di Castelfranco Emilia nel periodo di attesa del termine della misura di sicurezza. Nella giornata di sabato l’internato svolge diverse attività, mettendo a disposizione le proprie capacità e competenze per le necessità parrocchiali, al fine di favorire il suo progressivo inserimento sociale attraverso la nascita di una rete amicale e di supporto che naturalmente va creandosi nel trimestre di realizzazione di questo progetto, che iniziato a marzo si concluderà alla fine di giugno. “E dopo giugno si vedrà “ sorride tristemente A.L.. Con lui c’è D.Z.A., un altro internato di Castelfranco in uscita pomeridiana che prima di rientrare ha raggiunto l’amico per un saluto.

“Abbiamo scritto a tutti, si sono fatti dei convegni, le conclusioni sono unanimi: è una norma assurda, forse anche anticostituzionale, ma nessuno vuole cancellarla – dicono i due internati ribadendo quanto già scritto in conclusione della lettera indirizzata a Papa Francesco – A chi può interessare difendere i “socialmente pericolosi”, i “delinquenti abituali o professionali” come veniamo definiti? Chi ha interesse a togliere una norma che, agli occhi della società, metterebbe in libertà delle persone indegne? Non sono bastati, evidentemente, gli anni di carcere che abbiamo scontato, a giusta punizione per quanto abbiamo fatto”.

“Questa misura fa acqua da tutte le parti, è da rivedere completamente: non si può pensare di attuare il reinserimento di un internato nella società senza dargli gli strumenti per farlo” esclama Ermido Lerose, coordinatore del progetto promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Modena, che vede il coinvolgimento di realtà e associazioni di volontariato modenesi all’interno ed esterno della Casa lavoro di Castelfranco – Noi come volontari nel nostro piccolo riusciamo a fare ben poco: lo facciamo col cuore ma facciamo quello che possiamo, perché a queste persone non riusciamo a dare né un alloggio né un lavoro, che è ciò di cui hanno più bisogno per rifarsi una vita e riappropriarsi della libertà, come è giusto che accada dopo aver scontato i propri errori”.

Un’economia misteriosa sorregge il paese

C’è un verso del Qohèlet che dice: “Manda il tuo pane sopra i volti delle acque perché dopo molti giorni lo ritroverai”. Questa azione sembra avere un effetto di spreco, perché impone di donare il pane, il sostentamento della vita, alla corrente, senza sapere dove andrà a finire… Non bisogna però fermarsi all’apparenza ma donare lo stesso il proprio pane, perché così facendo la corrente ci ricambierà di una grazia di ritorno senza eguali: questa è la formula dell’economia del dono.

erri2Con queste parole di Erri De Luca, ospite per la presentazione del cortometraggio Il turno di notte lo fanno le stelle (regia di Edoardo Ponti, sceneggiatura di Erri De Luca), si è conclusa la settima edizione del Nonantola Film Festival, che fino a domenica 12 maggio prosegue col Dopo Festival presso il cinema Arcadia di Ravarino.

Girato nel giugno 2012 sul Pordoi Il turno di notte lo fanno le stelle, condensato di espressività poetica e narrativa all’aria aperta delle montagne in cui la scrittura di De Luca si fa immagine, ha vinto il premio per il miglior cortometraggio del TriBeCa 2013. Nel cortometraggio De Luca riflette sul “dono delle vita attraverso la vita” raccontando la storia di Sonia e Matteo, che dopo un trapianto di cuore tornano a scalare l’amata montagna, per ritrovare, sfidandola, ciò che credevano di aver perduto per sempre, inaugurando sulla parete rocciosa il tempo della vita salvata.
«La parola “ambiente” viene dal latino ambiens, che significa ciò che ci circonda, mentre oggi usiamo questa parola per definire ciò che è circondato da noi – ha spiegato De Luca –. In montagna l’ambiente è ancora quello che ci circonda e lì la guarigione funziona meglio, perché credo che nella convalescenza la cosa migliore, oltre ad affidarsi ad una volontà di rivalsa sulla malattia, sia quella di circondarsi di bellezza, dove per bellezza intendo il recarsi in un posto bello che è tale se la presenza umana è scarsa, come sulla cima delle montagne».

Matteo è un signore di mezza età a cui hanno trapiantato il cuore di una giovane donna morta in un incidente stradale, a cui spesso si rivolge dichiarandole il suo amore, dicendo “ti amo” alla sua seconda vita, nella cui bellezza ha ritrovato la pienezza della propria esistenza. «Quello da vita a vita è il più potente dei doni, prodotto misterioso estraneo a qualsiasi contabilità. Ma ci sono anche il dono del tempo, dell’energia, del sangue, delle conversazioni all’aria aperta che insieme fanno l’economia misteriosa del dono, sostegno a tutta l’economia contabile, continuamente in stato di allarme. Credo che ancora nessuno sia consapevole del fatto che al di sotto di essa esiste una fiorentissima economia del dono che sorregge materialmente questo Paese, che non è un’economia sommersa ma incensibile».
In conclusione, una riflessione è stata fatta anche sui temi dell’eguaglianza e della fratellanza, particolarmente affini al tema del dono: «la fraternità, come l’eguaglianza, è un’antica tecnica umana per resistere meglio alle avversità. Entrambe sono cose pratiche della via umana, inventate per cavarsela meglio. Quando viviamo fra le comodità diventano meno importanti ma sono sempre alla portata di mano e perché siano davvero efficaci, l’allenamento alla fraternità deve essere quotidiano: solo così, all’occorrenza, il miglioramento della vita comune potrà essere possibile».

 

Il bisogno di sentirsi persone

Gli imperativi sono due: identificare ed espellere. Gli sguardi atterriti che affollano questo luogo del non senso sono tanti, troppi. Quella del Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Modena, e dei Cie in generale, è una realtà controversa, irrispettosa dei diritti umani fondamentali, costruita all’ombra del senso civico, da riformare ad ogni costo.

Di questo, ne sa qualcosa la Rete Primo Marzo, progetto di partecipazione dal basso impegnato nella lotta al razzismo e nella difesa dei diritti umani il cui portavoce è la parlamentare modenese Cecile Kashetu Kyenge, che tra le altre cose si batte da anni per la chiusura dei Cie in Italia. E soprattutto ne sanno qualcosa i volontari e gli operatori che ogni giorno entrano in contatto con questa realtà, con i cosiddetti “ospiti” che la popolano, con le loro storie e il dramma di trovarsi privati della libertà per non avere il permesso di soggiorno.

«Negli episodi di violenza che di frequente si verificano all’interno del Cie e che puntualmente arrivano agli onori della cronaca locale, si nasconde l’umana prepotenza di un “perché?” disperato e rabbioso dell’immigrato con le ali bloccate – dice la volontaria Paola Cigarini, referente del Gruppo Carcere&Città che opera nel carcere S. Anna di Modena –. Nel Cie ho conosciuto un luogo di reclusione peggiore di quello del carcere, perché in questo tipo di centro le persone vengono rinchiuse e private della libertà per il solo fatto di aver perso il diritto di soggiorno nel nostro Paese per le ragioni più svariate, spesso legate alla crisi economica che gli ha tolto il lavoro. Ma si tratta di persone che non hanno commesso alcun reato o che se provenienti, come accade in certi casi, dal carcere, hanno pienamente scontato la pena».
Gli ospiti del Cie, maschi maggiorenni, attualmente 45 (80% provenienti dal Nord Africa), il cui ricambio è mediamente bimestrale, vivono nella più totale inattività e possono rimanere rinchiusi anche per 18 mesi: questo è il termine massimo previsto dalla legge anche se per quanto riguarda il Cie di Modena la scelta è stata di abbreviare la permanenza a un massimo di 6 mesi.
«Queste sono strutture che costano alla Stato e noi cittadini dobbiamo pretendere che abbiano senso di esistere e che rispettino i diritti umani, avendo ben chiaro che non rappresentano la risposta adeguata al problema dell’immigrazione – prosegue Cigarini -. Bisognerebbe piuttosto lavorare per creare dei centri di accoglienza in cui queste persone vengono individualmente seguite ed accompagnate in un percorso di inserimento o di ritorno nella loro terra».

«Questi luoghi non dovrebbero esserci ma ci sono e qualcuno deve lavorarci, facendo del proprio meglio per rendere più sopportabile la permanenza degli ospiti – spiega Lahoussine Aitetaleb, mediatore interculturale che lavora da quattro anni al Cie di Modena, mentre comincia ad illustrare il suo lavoro nel centro -. Con l’ospite ogni volta cerco di instaurare un rapporto piano piano: si tratta di persone molto sensibili, ognuna con una storia alle spalle diversa e particolare e ciò di cui hanno più bisogno è sentire che sono delle persone umane. E io lavoro per questo».
Se per gli ospiti la situazione è difficile, anche per gli operatori del Cie di Modena non è stato facile negli scorsi mesi gestire il disagio dovuto alla mancata retribuzione del loro lavoro da parte dell’ente gestore, il Consorzio Oasi, che li ha portati a manifestare per il mancato pagamento degli stipendi.

Come fa un operatore che si trova a dover risolvere dei problemi così delicati a farlo adeguatamente se a sua volta non è garantito economicamente? «Per fortuna – prosegue Lahoussine Aitetaleb – la Prefettura è intervenuta e ha saldato il dovuto. Per quanto mi riguarda vorrei che tutti i Cie venissero sostituiti con i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, già esistenti sul territorio nazionale, ma come prima cosa vorrei che lo Stato valorizzasse maggiormente il rimpatrio assistito (modello progetto Remida ndr), che gli consentirebbe di spendere molto meno rispetto al mantenere queste persone nei Cie e soprattutto di garantire loro una più alta qualità della vita».

«Mentre aspettiamo una assunzione di responsabilità per la chiusura definitiva del Cie, dobbiamo intervenire quanto prima per impedire che il disagio diventi velocemente degrado, mettendo a rischio le persone trattenute e i lavoratori – ha commentato in una nota stampa l’avvocato Desi Bruno, Garante regionale per le persone private della libertà personale, dopo la visita effettuata l’8 marzo all’interno del Cie di Modena – Una prima misura concreta sarebbe l’apertura di uno sportello di informazione giuridica che consentirebbe di dare consulenza gratuita ai cittadini trattenuti, che spesso non capiscono perché si trovano reclusi senza aver commesso un reato». Questo sportello agirebbe in sinergia con il Comune di Modena, come auspicato dall’assessore alle Politiche sociali Francesca Maletti, e con il volontariato, che in questi mesi tramite un progetto coordinato dal Centro di Servizio per il Volontariato di Modena ha iniziato ad avviare alcune attività ricreative all’interno del Cie.

 

E-commerce sì, e-commerce no. Consigli per muoversi in sicurezza tra le vetrine online

cover_internetAgli italiani piace usare internet e piace commerciare online. L’Istat nel report “Cittadini e nuove tecnologie – anno 2012” del 20 dicembre scorso ci dice che nel 2012 in Italia il 52,3% della popolazione di 3 anni e più utilizza il personal computer e il 52,5% di quella di 6 anni e più naviga su Internet. Il numero di utenti di Internet è passato dal 51,5% del 2011 al 52,5% del 2012 e tra questi, i maggiori utilizzatori del personal computer e di Internet sono i giovani tra gli 11 e i 34 anni. A crescere è stato anche l’e-commerce: nel 2012 il 28,2% degli individui di 14 anni e più che hanno usato Internet nei 12 mesi precedenti l’intervista ha ordinato e/o comprato merci e/o servizi per uso privato, soprattutto per spese per viaggi e soggiorni e pernottamenti per vacanza.

Mi fido, non mi fido, preferisco andare in negozio e toccare con mano, no è più comodo e conveniente acquistare tramite Internet: tutte le volte che parliamo di acquisti online noi consumatori ci schieriamo da una parte o dall’altra.

Da ottobre 2011 a settembre 2012, Adiconsum ha raccolto una media di 183 segnalazioni al mese fatte dai consumatori relative ad esperienze di commercio elettronico, per un totale di 2197 segnalazioni in 12 mesi , di cui 1666 relative al social shopping e 531 relative ad acquisti online. Questi sono i dati forniti dall’associazione sulla base delle segnalazioni pervenute alle due mail da essa attivate sul commercio elettronico (ecommerce@adiconsum.it) e social shopping (socialshopping@adiconsum.it).

“Modena si discosta molto dai dati nazionali – commenta il responsabile della sezione modenese Angelo Ferrari Valeriani – E’ un numero irrisorio, infatti, quello delle segnalazioni che ci sono pervenute nel 2012 relative all’e-commerce anche se i dati raccolti dall’associazione mostrano chiaramente che l’e-commerce italiano è di fatto ancora piuttosto inaffidabile”. Fare in modo di sapere chi è il venditore; controllare cosa si sta effettivamente comprando; controllare il prezzo; verificare le possibili modalità di pagamento; controllare date di consegna ed i relativi costi in caso di annullamento dell’ordine; verificare l’esistenza della garanzia; conservare ricevute e altri documenti d’acquisto; proteggere adeguatamente i propri dati personali sono i passaggi principali che compongono il vademecum di Adiconsum per acquistare online in sicurezza.

A livello locale, lo sportello telefonico S.O.S Truffa & C. nel 2012 ha ricevuto 387 segnalazioni di cui il 15% riguardava truffe online. “Ci sono stati dei problemi con acquisti effettuati e mai arrivati al destinatario su siti anche abbastanza noti come eBay, Amazon, Subito.it” spiega Renza Barani di Federconsumatori Modena, precisando che queste segnalazioni sono arrivate da persone fra i 35 e 45 anni. “L’anno scorso ci sono arrivate numerose segnalazioni relative al sito italia-programmi.net, che è stato chiuso, al quale, previa registrazione, ci si poteva collegare per scaricare gratuitamente software di diversa tipologia ma poi arrivava agli utenti via email una fattura di 96 euro da pagare.

Ci sono persone che hanno pagato e hanno perso quei soldi, mentre chi non lo ha fatto è stato martellato da email minatorie con minaccia di azioni legali. Quello che consigliamo sempre ai consumatori – afferma Barani – è di utilizzare metodi di pagamento più tracciabili possibili o con assicurazione in caso di mancato invio. Più in generale, per quanto riguarda le truffe online, ci sono arrivate segnalazioni di persone più mature che hanno chiamato dopo aver risposto a delle pubblicità di agenzie matrimoniali relative all’organizzazione di incontri con una promessa anima gemella che non si sono mai verificati perché l’agenzia in questione, pur dichiarandolo su internet, non forniva quel tipo di servizio. Abbiamo avuto anche casi, sempre in questo ambito, di persone che hanno effettuato l’accesso ad una chat di incontri che doveva essere gratuita, poi è arrivato loro un canone da pagare.

E’ necessario mettere in guardia i consumatori anche dal fenomeno del pishing che molti ancora non conoscono – conclude Barani – Attraverso le email civetta provenienti da istituti di credito, banche, posta, si cerca di carpire i dati delle persone per poter rubare loro dei soldi: abbiamo avuto situazioni in cui la persona ha fornito i propri dati e si è ritrovata ad esempio la postepay vuota. In questi casi bisogna subito fare la denuncia alla polizia postale”.

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 Immagine di copertina in licenza CC: “Internet open” di Blaise Alleyne.

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Integrazione? Nemmeno col terremoto

Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia si laurea con una tesi originale sulla convivenza tra italiani e stranieri nelle tendopoli dei terremotati. Per scoprire che nemmeno vivere fianco a fianco, condividere gli stessi identici problemi,  favorisce processi di integrazione. Bambini a parte. Ma una soluzione c’è: dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto.

Dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto. E’ quanto emerge dall’originale tesi “Conseguenze del terremoto in Emilia: la convivenza interetnica all’interno della tendopoli di Finale Emilia”, con cui si è laureato lo scorso novembre in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi Ferrara, Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia.

Nella sua tesi Giacomo ha affrontato un tema a cui nessuno, fino ad ora, per quanto riguarda il terremoto della Bassa modenese, si è mai dedicato e lo ha fatto seguendo la cosiddetta tecnica di ricerca qualitativa, che prevede l’osservazione sul campo del fenomeno che si intende analizzare, una serie di interviste semi strutturate ai soggetti interessati dal fenomeno e la ricerca di dati ad esso relativi presso i luoghi di pertinenza, in questo caso gli uffici comunali. La tendopoli di Finale presa in esame è stata costruita pochi giorni dopo la prima scossa del 20 maggio e smantellata il 21 ottobre 2012. Ha avuto il picco massimo di affluenza nel mese di giugno quando ha contato più di 2.000 ospiti. Al momento della chiusura gli ospiti erano 300, di cui il 90% extracomunitari, dato che va confrontato con quello del 13%, che sono gli extracomunitari residenti a Finale.

Gli studi sociologici fatti finora hanno sempre dimostrato come nelle situazioni di emergenza e difficoltà le relazioni si intensifichino e la solidarietà aumenti: «questo si è verificato anche nella tendopoli di Finale, ma solamente tra le persone appartenenti alla stessa comunità – afferma Guerzoni -. In generale, quello che ho rilevato, intervistando sia persone straniere che italiane, è che non c’è stata integrazione (sia tra italiani e stranieri che stranieri e stranieri, ndr.), per mancanza di interesse ad attuarla, nonostante le condizioni fisiche di convivenza così ristretta ed obbligata. Le uniche occasioni sono state offerte dai bambini quando giocavano insieme, “obbligando” i genitori a relazionarsi gli uni con gli altri, o in quei casi in cui le persone si conoscevano già da prima o di persone particolarmente intraprendenti che si facevano avanti per fare conoscenza».

Il terremoto in Emilia ha messo in evidenza la grande differenza di risorse, materiali e immateriali, che sussiste tra i terremotati autoctoni e quelli stranieri. Affinché entrambi i soggetti raggiungano il loro obiettivo celermente – riuscire cioè a tornare il prima possibile alla vita normale – è indispensabile che avvenga tra di loro un lavoro collaborativo, che si tramuta concretamente, secondo la tesi di laurea, «in occasioni di dialogo comune, di disponibilità di ascolto da parte dei funzionari dell’Amministrazione, e nella cooperazione di tutta la popolazione cittadina al fine di sostenere i disagi di coloro che hanno subìto i danni più ingenti e di accelerare il ripristino della vita normale». È conveniente, quindi, che «l’èlite e i volontari si preoccupino di adottare strategie comunicative funzionali ed efficaci al fine di rispondere a tutte le esigenze informative degli ospiti. La situazione di incertezza sulla condizione attuale e futura, e la mancanza di risorse cognitive a riguardo, sono causa di un aumento del grado di stress, già notevolmente aumentato durante tutto il periodo della prima emergenza. L’ospite si è sentito spesso umiliato da un certo modo di essere trattato dai volontari. Questo non costituisce sicuramente la maggioranza dei casi del comportamento dei volontari e della reazione degli ospiti, ma sarebbe importante che le linee guida di conduzione e gestione di un campo tenessero conto anche dell’approccio umano verso gli ospiti. Sicuramente a rendere più complicata questa dinamica è stato il turnarsi delle squadre di volontari settimanalmente senza elementi di continuità, che avrebbero favorito una maggiore elasticità nei comportamenti tenuti da quest’ultimi».

«Durante la mia ricerca – conclude Giacomo – mi ha colpito la facilità di dialogo con le persone straniere, molto più disponibili al confronto di quello che m’immaginavo. Credo che dall’esperienza di gestione di emergenze come questa si possa e si debba imparare tanto, soprattutto da un punto di vista culturale, approfondendo lo stimolante confronto tra comunità diverse, indipendentemente dai frutti che può dare».

Fonte immagine in CC: Il Fatto Quotidiano.

Il disagio della democrazia

Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. Intervista al politologo ed editorialista Carlo Galli.

 

Il Governo Monti, pur collocandosi temporalmente durante un processo di svilimento del concetto e del ruolo delle classi dirigenti e dell’’aristocrazia’ del Paese, riscuote tassi di fiducia piuttosto elevati, anche a fronte di un sempre più vistoso distacco di buona parte della popolazione dalla politica. A Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, abbiamo chiesto innanzitutto se questo può essere interpretato come un segno di rilancio del ruolo delle élite nella gestione del Paese e se esiste una qualche continuità nella prassi di affidare il governo in situazioni di emergenza economica a un tecnico come è stato Ciampi e come è Monti (pur nelle rispettive differenze), e la tendenza storica della società italiana a cercare ‘l’uomo forte’ in grado di risolvere una situazione di emergenza.

Il fatto che in passato le élite italiane abbiano abdicato al proprio ruolo direttivo (non certo al privilegio sociale ed economico) lasciando le redini del potere nelle mani di un demagogo populista come Silvio Berlusconi, ha fatto sì che l’Italia sia arrivata vicina al disastro e, come spesso è successo nella storia del nostro Paese, le élite, anche se solo all’ultimo minuto, hanno saputo trovare l’energia per tentare di frenare il treno in corsa. Oggi le élite si trovano in una condizione analoga a quella dei governi che sono succeduti alla fine del regime fascista nel 1943, governi di notabili senza una copertura politico-elettorale ma con la copertura di tutti i partiti al fine di gestire un’emergenza. Dietro al Governo Monti c’è l’impegno di tutte le élite, dalla Chiesa cattolica a Confindustria al sistema delle banche. La spiegazione dell’esistenza stessa del Governo Monti risiede nella debolezza dei partiti che ha fatto sì che fosse indispensabile ricorrere a queste ‘riserve’ delle Repubblica che sono le élite, e chiedere poi ai partiti di ‘essere così cortesi’ da assecondare ciò che le élite decidono.

Élite, che fino a ieri si era disinteressata di politica lasciando il governo nelle mani di Berlusconi, preoccupandosi soltanto di vedere garantiti i propri privilegi e che ora, presa dal panico per i propri interessi e anche per quelli della nazione, si sforza di riportare il Paese in carreggiata. Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. La crisi dei partiti non nasce solo da questo livello sistemico – cioè dal fatto che i partiti sono costretti a formare coalizioni eterogenee – ma anche dal fatto che i partiti godono di un universale, diffuso, solidissimo discredito presso i cittadini, alimentato dalla continua quantità di scandali continuamente emergenti che li ha delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica.

Dire che Monti è ‘l’uomo forte’ non è corretto, perché lui è stato chiamato a governare, non si è autoimposto, e vuole mettere in campo unicamente le sue capacità tecnico-operative che non hanno niente a che vedere con le capacità politiche.

Se è vero che l’indignazione può essere considerata come segno di attenzione e di presenza della società civile, è anche vero che essa, nella maggior parte delle volte, sfocia semplicemente in rabbia fine a se stessa. Cosa si è rotto? Se prima erano i partiti a canalizzare la rabbia della gente trasformandola in forza sociale, ora chi ci pensa?

I cittadini in un regime democratico non dovrebbero aver bisogno di essere ‘arrabbiati’ ma dovrebbero poter constatare che i loro problemi, bisogni e richieste vengono prese in seria considerazione da chi governa. Alla luce di questo, quando c’è una rabbia socialmente diffusa che si traduce in un distacco dei cittadini dalla politica ufficiale, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte un vero problema. Questo distacco oggi esiste ed è tangibile perché i partiti sono completamente delegittimati e anche perché i cittadini hanno visto che abbiamo perso vent’anni da quando è cominciato Tangentopoli senza che sia stato fatto un passo avanti in nessuna direzione (tranne l’ingresso dell’Italia nell’euro, con tutte le conseguenze, negative e positive, che ciò ha comportato). E’ ormai chiara la percezione che nella fase di crisi del capitalismo nella quale siamo entrati si richiedono sacrifici continui in previsione di benefici e miglioramenti che in realtà sono assolutamente incerti. Di qui una rabbia e un’aggressività contro i partiti che i cittadini dovrebbero in parte rivolgere verso se stessi: ricordiamoci che gran parte della colpa di quello che sta capitando oggi è di Berlusconi il quale però non ha mai fatto un colpo di Stato; ha sempre regolarmente vinto le elezioni perché gli italiani hanno creduto in lui.

Oggi la democrazia è intesa come luogo dei diritti più che dei doveri: secondo Lei è anche per questo che il dibattito pubblico e politico, a qualsiasi livello considerato, è in realtà una semplice espressione delle pretese delle parti in gioco che sembrano non riuscire mai a trovare una sintesi nel senso di un interesse generale?

La qualità della nostra democrazia è pessima perché noi intendiamo la democrazia come l’avere solo dei diritti e quanto più questi diritti sono infondati, tanto più trovano ascolto. I cittadini e i politici dovrebbero essere sempre richiamati alla dimensione del dovere, che va al di là del proprio interesse particolare, e a pensare in termini di compatibilità sistemiche, di bene comune. Le democrazie occidentali sono un coacervo di interessi, in cui la lotta per la sopravvivenza emerge nella sua brutalità. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare: non tutti siamo ugualmente peccatori davanti al bene comune, non tutti siamo dimentichi allo stesso modo dell’interesse generale del Paese.

Gli accadimenti legati alla situazione economica e politica del Paese hanno creato un grande scontento e risentimento nei confronti dei partiti. Non trova che proprio la frammentazione degli interessi e delle condizioni di vita richiedano un qualche tipo di composizione attraverso un rilancio di forme associative proprio come i partiti?

Gli interessi di un Paese complesso come l’Italia sono infiniti e divergenti: se ci si limita a fare rappresentanza degli interessi promettendo a ciascuno che i suoi interessi non verranno mai toccati, si paralizza il Paese, e vincerebbero sempre e solo i poteri forti. Fare politica significa interpretare una realtà sociale, capirne le dinamiche di sviluppo per poi proporre soluzioni ai problemi. Ci sono sempre almeno due modi per risolvere un problema politico e i partiti devono essere capaci di offrire soluzioni differenziate e alternative ai problemi della società. Far politica vuole dire farsi carico di una proposta di visione generale di un assetto della società ma oggi i partiti non hanno questa capacità, ed è anche per questo che la gente non ha fiducia in loro, e li considera un investimento a perdere.

Non sempre basta un clic

Il ruolo dei social network sta acquisendo sempre più importanza sul tavolo dell’informazione globale e i social media non sono più sottovalutati. Si può azzardare a dire che la democrazia è a portata di clic?

 

«Le campagne politiche ne tengono conto, le strategie di marketing aziendali ne tengono conto, le indagini di mercato ne tengono conto, l’economia ne tiene conto» spiega Riccardo Cavalieri, che dalla fine degli anni Novanta si occupa di consulenza informatica, sviluppo di applicazioni web e siti internet, collabora con il Comune di Modena per la diffusione delle nuove tecnologie ed è autore di diversi libri di informatica.

«In molti eventi di cronaca, come dimostrano i paesi colpiti dalla primavera araba o gli stessi disordini londinesi, i social media hanno giocato un ruolo importante e sono stati utilizzati dalle persone per influenzare in un modo o nell’altro l’origine e il cambiamento stesso degli eventi. Il fattore comune ai social media è la capacità di diffusione immediata e su larga scala dell’informazione. Questa diffusione porta nuova informazione, a volte perfino cambiamenti. Con ciò, non credo si possa parlare di democrazia a portata di clic, ma preferisco credere che siano nuovi strumenti, con un grande potenziale, che è necessario conoscere».

Questa è davvero democrazia o un banale palliativo per dar sfogo ai pensieri delle persone, facendo credere loro di essere ascoltate, capite, garantite nella loro libertà d’espressione? «Potere esprimere il proprio assenso o dissenso – continua Cavalieri – è apprezzabile, significa libertà d’espressione anche se però non ritengo questo concetto avvicinabile ad una idea compiuta di democrazia. La libertà d’espressione non è che uno dei tanti aspetti che formano la democrazia».

Il punto focale della questione, secondo l’esperto informatico, è se questa vera o presunta democrazia online possa influenzare lo stato reale. Quali sono i pro e i contro della democrazia telematica? «Oggi Internet è consultabile su Tablet, le news si leggono sugli Smartphone, e, a breve, immagino ogni casalinga far scorrere il dito su un quadretto digitale appeso al muro della cucina per consultare con un dito le ricette del giorno o i fatti di cronaca. Se la rete è quanto mai preziosa in consultazione, non bisogna dimenticarsi di essere anche lì cittadini attivi, producendo contenuti degni di valore e capaci di durare nel tempo».

Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.