Lo smog uccide. Anche se viene a piovere

In questo periodo in cui dilaga, più che in altri momenti, la preoccupazione per i livelli di smog raggiunti nel territorio modenese (che novità!), se ci fermiamo un secondo a pensare che – sulla base di ormai consolidate esperienze di green economy europee e non solo – per mandare avanti le cose, bene, basterebbero l’aria e il sole, c’è veramente da mettersi le mani nei capelli mentre stiamo ben saldi sui nostri sedili, che poi tanto viene a piovere e chi ci pensa più.

Se, come accade per i pacchetti di sigarette, sulle fiancate delle macchine che invadono la città ci fosse stampato lo slogan “Lo smog uccide”, forse, a forza di vedercelo sfrecciare sotto gli occhi ogni tre secondi, qualcosa ci entrerebbe in testa (oltre che, ma questo è certo, nei polmoni).

Il riscaldamento globale vede nei trasporti la sua seconda causa e Modena, come ripetuto più volte sulle nostre pagine ultimamente, vanta un triste primato in tema di cattiva qualità dell’aria.

“Bisogna che tutti possano credere che incentivare la mobilità sostenibile sia una priorità per questa città” mi dice Andrea Burzacchini, da giugno 2016 Amministratore Unico dell’Agenzia per la Mobilità (aMo) di Modena.

Necessaria premessa: aMo non è responsabile della mobilità sostenibile in città, di cui sono responsabili i nostri politici. aMo è un ente di secondo livello a servizio dei propri soci che sono i comuni della provincia di Modena e la Provincia stessa; offre supporto alle amministrazioni a cui spettano le scelte, programma il trasporto pubblico (percorsi, orari e fermate) e lo regola attraverso il Contratto di servizio con il gestore che è SETA (lasciamo perdere per un attimo la polemica sull’aumento del costo dei biglietti di corsa).

Burzacchini porta una prospettiva interessante: modenese, laureato in Chimica, un master in Politiche Ambientali, vive a Friburgo da 18 anni, in quella che è considerata la città più green della Germania dove, non a caso, ha aperto un’agenzia di progetti di sviluppo sostenibile indipendente.

Andre Burzacchini
Andre Burzacchini

“Credo ci siano ragioni importanti spesso dimenticate dalla politica e dalla comunità, a partire dal problema dell’inquinamento non solo dell’aria ma anche acustico e inteso come uso dello spazio: l’auto privata porta via un sacco di spazio che può essere usato in modo più intelligente. Se uno si ferma in strada e si guarda intorno vede solo macchine parcheggiate, spazio occupato. Si chiamano “auto-mobili” ma in realtà sono “autoferme”, è un paradosso. Consola pensare che il car sharing, anche in Italia, stia cominciando a prendere piede.
Poi a Modena c’è una questione drammatica che è quella degli incidenti d’auto, senza contare che una mobilità basata soprattutto sulle auto private è costosa, dettaglio di non poco conto. Ritengo sia necessaria una forte campagna di comunicazione basata sulla riduzione dell’auto privata. Inoltre, in una città come Modena sarebbe necessario che le amministrazioni insieme alla polizia municipale facessero una campagna sul rispetto di due comportamenti basilari legati all’uso dell’auto: il rispetto dei limiti di velocità e il rispetto delle strisce pedonali, per consentire ai soggetti più deboli e in generale a tutti di utilizzare davvero la città, com’è nel loro diritto. In tantissime città d’Europa i bambini vanno a scuola da soli a piedi da quando sono alle elementari e questo fa la differenza nella qualità della vita di una famiglia, per tutti i componenti.
L’utilizzo dei mezzi pubblici da parte dei bambini è sempre stato considerato una normalità: io da piccolo andavo alle elementari in centro, vivevo nella zona musicisti, prendevo il filobus numero 7 da solo e non credo che le città di allora fossero meno pericolose di quelle di adesso…

Poi altre misure immediate che si potrebbero attuare sono quelle che consentono di rendere i vari modi di spostamento alternativi all’automobile attrattivi…
“Sì, penso ad esempio alla riduzione delle carreggiate riservate alle autovetture, in strade come Jacopo Barozzi a tre corsie, che nelle città più avanzate non esistono più.
Poi – prosegue Burzacchini – Più che discutere in modo eterno sulla quantità di piste ciclabili da realizzare, sarebbe piuttosto necessario rendere attraente l’uso delle biciclette nelle strade. Se ci fosse quello che c’è già in tante città europee ovvero un limite di velocità dei trenta all’ora e non dei cinquanta, in quasi tutte le strade non ci sarebbe bisogno di piste ciclabili”.

Fonte immagine: Ferpress
Fonte immagine: Ferpress

E dotarsi di mezzi pubblici adeguati per caricare le bici come accade ad esempio in Danimarca?
Questo vale per i mezzi pubblici extraurbani più che per quelli urbani perché in fin dei conti (e SETA ha già adottato una misura in tal senso), come diceva Guccini, una città come Modena la attraversi in un quarto d’ora da una parte all’altra in bicicletta… Lavorare per avere depositi coperti e sicuri mi pare sia un’idea auspicabile.

Sogniamo un po’: se ci fossero più fondi per il trasporto pubblico cosa farebbe?
Si potrebbe avere una maggiore frequenza dei mezzi. E se Stato e Regione finanziassero il trasporto pubblico locale in modo adeguato, il sogno sarebbe quello di progettare un trasporto pubblico serale, che – se adeguatamente introdotto – potrebbe modificare le abitudini di tanti…
Credo sia necessario da parte della politica e della comunità maggiore coraggio per scelte che altrove sono diventate ormai mainstream – prosegue Burzacchini – per fare in modo che il mezzo pubblico non sia più considerato un modo di serie B di spostarsi.
Più che una discussione sui prezzi del biglietto dovrebbe essere finalmente attuato un principio della Regione che non è mai stato completamente attuato e risale agli anni Novanta dell’effettiva integrazione dei titoli di viaggio, indipendentemente dai mezzi presi.
Il fatto che con un singolo biglietto si possa salire e scendere su mezzi diversi anche appartenenti a gestori diversi è molto più importante che il costo della singola corsa. Poi si dovrebbe investire di più sulla bigliettazione, sulla reperibilità dei biglietti…
Il fatto che il costo di un’ora di parcheggio vicino al centro sia superiore al biglietto di una corsa singola è un’altra forma di disincentivazione all’uso dell’auto. Uno sviluppo sostenibile della nostra società non può fermarsi a un singolo settore o singola tecnologia o singola linea ferroviaria – conclude Burzacchini – E’ importante riconoscere in modo globale e integrato tutti gli aspetti di sviluppo sostenibile, comprendendo che esso non ha a che fare in modo quasi missionario con rinunce personali o stravolgimenti esistenziali. Il dibattito deve estendersi al tipo di mobilità che vogliamo, pensando a quello che succederà da qui a 30 anni, almeno.

Fonte immagine di copertina: Conservation Law Foundation

Il trasporto pubblico e i non luoghi a Modena

Mentre in città è in corso il dibattito sull’ipotesi di un bus tipo “Civis” da far transitare sul percorso esclusivo senza binari e trenini per la tratta Modena-Sassuolo, continuiamo a parlare di trasporti pubblici, di Modena e di inquinamento con un’altra mente locale trasferitasi all’estero, sempre a Londra come nel caso della precedente intervista all’ingegner Claudio Borsari.

Si tratta di Roberto Olivari, 37 anni, urbanista e ingegnere trasportista, che da un anno e mezzo lavora a Londra per il locale Ministero dei trasporti. Appassionato di trasporti e soprattutto di ferrovie, ci dice la sua partendo dal commentare che un servizio tranviario o ferrotranviario avrebbe senso se coniugasse velocità nel forese – cioè nelle campagne limitrofe – e pervasività nell’urbano, cioè se giunto alle porte della città assumesse le fattezze proprie del tram, circolando cioè per strada.

“La tecnologia ferroviaria dovrebbe servire a fornire un mezzo di trasporto di massa e veloce tra più centri abitati, con il vantaggio dell’interconnessione a rete e la non promiscuità con gli altri mezzi di trasporto (la ferrovia circola su una propria rete e ha la precedenza nelle limitate interferenze con la rete stradale); la tecnologia tranviaria è utile in centri abitati di una certa dimensione, e prevede la circolazione lungo la rete stradale con alcuni tratti in sede riservata e fermate frequenti – dice Roberto, laureato in pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale al Politecnico di Milano e con un master of science in Ingegneria e Pianificazione dei trasporti presso l’Edinburgh Napier University – Più si scende di livello, e si abbandona la sede riservata e la guida fissa delle rotaie, più il sistema è adatto a fornire collegamenti a bassa velocità, breve raggio ed elevata frequenza e capacità.

Il tram-treno è una sorta di ibrido, cioè è un tram che può circolare sulla rete ferroviaria, percorrendola fuori città e poi immettendosi su rotaie tranviarie in città (in Italia comunque le norme ancora non lo contemplano come una possibilità). Di studi, o presunti tali, su ipotetiche riconversioni della ferrovia Modena-Sassuolo ne sono stati fatti molti. Non sempre era chiaro che cosa i committenti si aspettassero, e probabilmente anche per questo non se ne è mai fatto niente. Qualsiasi sostituzione tecnologica su una linea ferroviaria è estremamente costosa, e sarebbe giustificata solo in presenza di numeri di utenza incommensurabili con quelli attuali o almeno con un progetto integrato che puntasse a rendere l’asse su ferro molto più baricentrico rispetto agli spostamenti delle persone. Non mi pare che si sia in questa condizione.
La verità è che ci si vuole liberare del “problema” dei passaggi a livello, peraltro ingigantito dal racconto che ne viene fatto: i tempi di attesa in realtà sono molto contenuti, tra i più bassi possibili (in molti casi si parla di secondi, assai raramente si superano i 2 minuti. Quanto tempo viene perduto giornalmente ai semafori?)”.

Roberto Olivari
Roberto Olivari

Dopo la laurea a Milano, Olivari racconta di aver subito trovato un lavoro a tempo indeterminato abbastanza attinente ai suoi studi. “Passato un certo periodo, tuttavia, mi sono reso conto di avere bisogno di nuovi stimoli e di voler tentare altre strade. Erano gli anni della crisi economica e in Italia non c’erano grandi possibilità di cambiare in meglio. Mi sono quindi iscritto a un corso di laurea in inglese, sia per dare una rinfrescata ai miei studi che per “internazionalizzare” un po’ il mio profilo. Per tre anni ho studiato la sera e nel tempo libero, continuando a lavorare. Dopo la laurea ho iniziato a mandare in giro curriculum e a partecipare a selezioni nelle nazioni di lingua inglese (l’unica lingua che conosca abbastanza bene, parlo anche un tedesco scolastico che sarebbe stato insufficiente). Alla fine mi è capitata questa opportunità a Londra e l’ho colta al volo. Londra è una città magnifica che, così come mi accadde a Milano, mi conquista gradualmente, con garbo”.

Nel suo lavoro, attualmente Roberto sta seguendo l’evoluzione dei modelli di simulazione della domanda di trasporto nel Regno Unito, “usati (a differenza dell’Italia, purtroppo) per valutare la profittabilità degli investimenti pubblici. In precedenza mi sono occupato, per quasi 10 anni, di programmazione di trasporto pubblico (ferro e gomma), dalla analisi alla messa in pratica. Sono appassionato di trasporti, e soprattutto di ferrovie, da quando ero bambino, e posso dirmi fortunato per essere riuscito a sviluppare la mia professionalità in un campo che mi è così congeniale”.

Qual è il tuo modello ideale? Come valuti Modena, la tua città, da questo punto di vista?
Il servizio ferroviario dovrebbe collegare velocemente i centri principali tra di loro e frequentemente questi ai loro dintorni. Dagli anni 2000 si è scelto di puntare solo sulla frequenza dei collegamenti locali, e Modena è stata privata di collegamenti diretti un tempo disponibili con tempi contenuti di viaggio per Milano, Torino, Genova e anche Verona, tutti centri rilevanti in sé e come snodi di mobilità. I bus, almeno finché sono sovvenzionati quanto i treni, dovrebbero addurre i passeggeri nelle stazioni ferroviarie, evitando di fare concorrenza ai treni sovrapponendosi nelle tratte già servite da questi.

Oggi ci troviamo una rete ferroviaria che fu ideata e realizzata nella seconda metà dell’800, in risposta a esigenze totalmente diverse dalle attuali. Le aree urbane si sono sviluppate ignorando la ferrovia e le stazioni. Basti pensare alla stazione centrale di Modena. Pur trovandosi a distanza pedonale dal centro (raggiungibile però con un percorso non facilmente individuabile, né particolarmente attrattivo), attorno a sé ha solamente aree vuote o degradate. L’unica attività commerciale che affaccia sulla piazza è un sexy shop, e all’imbocco sul lato nord del sottopassaggio di stazione, sul retro, c’è da decenni un’enorme area dismessa per anni al centro delle cronache locali. In generale sono tutte zone esclusivamente di transito, deserte e poco sicure al di fuori delle ore di punta.

Marc Augé quando ha coniato il termine “non luoghi” per definire questi spazi probabilmente pensava a Modena.
È mancata completamente la regia. Si sarebbe dovuto “densificare” di funzioni e insediamenti a alta capacità generativa e attrattiva di mobilità. Uffici, scuole, università, anche residenziale ad elevata densità.

Trasporti pubblici e inquinamento: quali soluzioni virtuose per il territorio?
L’urbanizzazione diffusa e disordinata degli ultimi decenni del ‘900, una rete stradale cresciuta per accumulazione in maniera indifferenziata e il perdurare dell’espansione urbana per zone monofunzionali, come ad esempio le nuove aree residenziali in periferia sprovviste di ogni servizio, sono tutte spinte all’uso quasi esclusivo del mezzo privato. Una correzione rispetto a questa rotta è certamente auspicabile ma, in un contesto del genere, per quanti sforzi si possano fare è improbabile che il trasporto pubblico possa essere usato da quote di utenza molto alte (a Modena copre circa il 7% degli spostamenti).
La Pianura Padana è una delle aree più inquinate del pianeta, ma la quota ascrivibile ai trasporti è certamente inferiore rispetto a quella delle megalopoli del terzo mondo che le contendono il primato. Occorrerebbe piuttosto spingere molto di più sulla sostituzione tecnologica degli edifici a scarsa coibentazione, che disperdono energia e dunque ne consumano molta più del necessario.

L’Italia soffre di una pesante “sindacalizzazione” di tutto ciò che è pubblico o assimilabile, e i trasporti pubblici non fanno eccezione – conclude Olivari – Il patto con i cittadini è, infatti, la fornitura di un servizio il più delle volte scadente, ma a prezzi stracciati. Il decentramento e la finta privatizzazione iniziati nel nuovo secolo, poi, hanno se possibile peggiorato la situazione. Gli enti regolatori (la Regione per le ferrovie, i comuni per il trasporto su gomma) partecipano nelle società di gestione, e dunque operano ancora secondo logiche pubbliche e puntano per i profitti sulla massimizzazione delle sovvenzioni dallo stato centrale. In un sistema del genere, nessuno ha veramente interesse a fornire un servizio consono alle aspettative degli utenti”.

In copertina: stazione di Modena (fonte: Wikimedia).

Il trasporto pubblico da “welfare per poveretti” a investimento di rigenerazione urbana

Incontriamo Claudio Borsari di ritorno a Modena da Londra per le vacanze natalizie. 31 anni, laureato in Ingegneria Civile indirizzo Infrastrutture e Trasporti all’Università di Bologna e con un master alla University of New South Wales a Syndey (Australia) nella stessa specializzazione, Claudio vive a Londra dal 2014 dove lavora in una società che si occupa di pianificazione dei trasporti, i cui mercati di riferimento principali sono il settore delle costruzioni a Londra, supporto alla gestione e allo sviluppo di stadi, impianti sportivi e grandi eventi e la progettazione di spazi pubblici.

Claudio Borsari
Claudio Borsari

“Ho deciso di trasferirmi a Londra dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro da un’azienda inglese. Direi che la motivazione principale sia stata quella di fare un’esperienza internazionale, scoprire come in un altro paese si fa il mio lavoro – racconta Claudio – Londra è una città piena di esperienze interessantissime in tutti i campi, oltre che di infinite opportunità professionali, quindi ho deciso di rimanere più a lungo. La mia precedente esperienza australiana nasce in maniera simile: stavo cercando una destinazione per un’esperienza di tipo Erasmus e per migliorare il mio inglese, così tra le opportunità di scambio dell’Università di Bologna ho trovato la University of New South Wales in Australia che proponeva corsi interessanti per la mia specializzazione in un paese che mi ha incuriosito fin da bambino. Nel giro di un paio di mesi ho preparato i documenti e fatto domanda, anche se poi mi sono iscritto come studente internazionale fuori dagli scambi ufficiali tra le due università. Questo mi ha permesso di restare abbastanza a lungo da completare il master. In tutto questo il supporto dell’Università di Bologna è stato totale e mi ha agevolato molto nello scegliere i corsi giusti per completare il mio curriculum e ottenere il riconoscimento dei crediti in modo semplicissimo al mio rientro”.

Ciò che rende una città vitale e di successo è il continuo mescolarsi, nello spazio e nel tempo, di attività e persone diverse e un progetto urbano di successo deve seguire questa logica in ogni sua fase.
Nel suo Lavoro Claudio si occupa più di mobilità che di trasporto pubblico nello specifico, “le soluzioni che proponiamo per potersi inserire nel contesto urbano devono necessariamente considerare tutti i modi di trasporto – ci spiega – Credo che la parte più affascinante di questo lavoro sia proprio vedere come tante diverse professionalità si riuniscano per creare un progetto urbano: i momenti più interessanti sono quelli in cui i confini tra progettisti, trasportisti, urbanisti, economisti, architetti e comunità locali si dissolvono e il punto di vista di ciascuno dà forma al lavoro degli altri”.

Tutti in coda. Fonte immagine in licenza CC.
Tutti in coda. Fonte immagine in licenza CC.

Quali sono le principali differenze nei trasporti pubblici tra Italia e Inghilterra?
La distanza tra i due sistemi è siderale, quasi al punto da non renderli confrontabili. Il sistema inglese è fortemente privatizzato e in molti casi aperto alla concorrenza, sia tra diversi operatori che tra diversi modi di trasporto. Il sistema italiano invece è saldamente in mano pubblica nella quasi totalità delle sue parti, dalla pianificazione alle operazioni. Credo però che la differenza fondamentale sia che il sistema inglese genera un chiaro incentivo all’efficienza nelle operazioni e alla massimizzazione del numero di utenti, con tutto quello che ne consegue in termini di investimenti, pianificazione ed efficacia nell’operare il servizio. Questo incentivo in Italia è assente o scarsamente riconoscibile. Sembra ci si rassegni al fatto che il trasporto pubblico sia semplicemente una voce di spesa e non un investimento nello sviluppo del territorio.

Il miglior modo per contrastare il degrado resta quello di avere tante persone per strada, cosa per cui in molte strade di Modena semplicemente non c’è spazio.
Il modello ideale – sostiene Borsari – è un sistema di mobilità che renda l’auto privata semplicemente inutile, un peso per chi la possiede. In realtà, basta osservare i dati europei di possesso di automobili per abitante e si vede che questo è un obiettivo raggiungibile, più che un modello ideale. L’anomalia nel possesso e utilizzo dell’automobile è rappresentata dall’Italia. Sfortunatamente, Modena è quanto di più lontano ci sia da questo modello. La priorità resta il movimento delle automobili, l’urbanistica e la mobilità si muovono in modo scoordinato, con la seconda a tentare di inseguire la prima. Gli spazi per ciò che non è automobile sono in generale marginali. Questo ha un effetto negativo documentato, oltre che su ambiente e salute, anche sulla vitalità e la sicurezza dell’ambiente urbano.

E’ buona norma iniziare a sviluppare ciò che è già presente sul territorio. La ferrovia Modena – Sassuolo – Carpi con investimenti tutto sommato ridotti potrebbe essere convertita a sistema ferro-tranviario e diventare l’asse portante del sistema urbano principale della nostra provincia.
Intervenire su frequenze e tempi di percorrenza dei servizi extraurbani, rinunciando a un po’ di copertura territoriale per servire gli assi principali con servizi più frequenti e rapidi resi affidabili anche attraverso infrastrutture dedicate. Le migliorie a servizi e infrastrutture non sono però sufficienti, l’utente deve poter trovare una gamma di mezzi per coprire l’ultimo miglio, da infrastrutture ciclabili moderne a servizi su gomma passando per auto in condivsione, taxi e Uber, servizi minibus a chiamata e bike sharing. La pianificazione urbana deve essere coordinata sull’area vasta per spingere lo sviluppo urbano verso gli assi portanti del trasporto pubblico e intorno alle stazioni. Modena, ad esempio, ha un sistema di tangenziali ormai completo che sarebbe semplice utilizzare come barriera al traffico in entrata e uscita dalla città tramite parcheggi di interscambio con i servizi urbani ed extraurbani. E’ necessario un sistema facilmente accessibile per tutti gli utenti e di immediata leggibilità e utilizzo: mappe chiare del sistema, colonnine informative che descrivano le aree circostanti la fermata, addio a contante e biglietti cartacei in favore di pagamenti elettronici sul mezzo tramite smart card o direttamente con carta contactless per eliminare il problema della ricarica (io i trasporti a Londra li pago con la carta di credito), calcolo automatico delle tariffe, registrazione online delle carte di pagamento per ottenere facilmente informazioni sul loro utilizzo e applicazioni con informazioni sullo stato del servizio e di calcolo dei percorsi. Man mano che il sistema viene attivato, ridurre il numero di parcheggi nelle aree più accessibili: Copenaghen ha ottenuto risultati straordinari anche riducendo i parcheggi in centro città del 3% l’anno.

Via Emilia senz'auto. Fonte immagine in licenza CC.
Via Emilia centro senza auto. Fonte immagine in licenza CC.

Cosa in Italia non è stato capito nella progettazione dei trasporti pubblici e in cosa (speriamo in qualcosa) siamo più avanti di altri in questo ambito?
Quello che manca secondo me è la consapevolezza che il trasporto pubblico non è una specie di appendice del welfare per quei “poveretti” che non hanno un veicolo privato, ma è un investimento in rigenerazione urbana.
Una zona ben connessa è una zona che attrae investimenti, e rendendo raggiungibili più luoghi di lavoro, di istruzioni, di servizi e di svago combatte efficacemente povertà ed esclusione sociale.
Un territorio disconnesso è un territorio che, al contrario, genera povertà, criminalità e isolamento, o peggio. Non si possono raggiungere gli stessi obiettivi con l’automobile: le infrastrutture che sarebbero necessarie per ottenere gli stessi livelli di accessibilità (grandi strade, rotatorie, parcheggi) diventerebbero esse stesse barriere che isolerebbero le varie parti del territorio tra di loro, vanificando l’obiettivo iniziale.
In questo panorama, gli sviluppi del sistema di mobilità milanese rappresentano un caso studio di livello quantomeno europeo. Dalle infrastrutture pesanti (nuove metropolitane) ai sistemi di gestione del traffico (priorità semaforica al mezzo pubblico e Area C), fino alla mobilità condivisa, alle smart card, alle applicazioni di supporto al sistema, a un piano regolatore che finalmente riconosce il principio che per incentivare l’utilizzo del sistema di trasporto collettivo è necessario ridurre il numero di parcheggi pubblici e privati nelle aree maggiormente accessibili, sembra che negli ultimi anni Milano abbia finalmente iniziato a guardare all’Europa.

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Ricerca, sperimentazione, nuovo, avanguardia: parole che non puzzano

Ti dico perché usiamo la parola nuovo, come altre parole che è tanto difficile usare nel teatro, di cui si è abusato o che sembrano riferirsi a un genere “alternativo” o a una nicchia.

Maria Chiara Cavazzoni Pederzini, classe 1986, di Modena, attrice, regista e direttrice artistica di Bestoj, gruppo di ricerca e studio dei nuovi linguaggi teatrali, cercava un luogo di esplorazione personale, di creazione, di sperimentazione, di conoscenza del mondo inconscio, un luogo dove si lavora sulla fantasia, sui rapporti, sull’etica, sulla ricerca di una cifra artistica e lo ha trovato nel teatro, che “per me – ci dice – è un processo dal “privato al pubblico”. Per me il teatro è prima di tutto un servizio, non è una questione personale fra me e la mia realizzazione, o il mio successo, o la conferma che valgo qualcosa. E’ un movimento, è un servizio civile.
Cercavo ossessivamente la Verità, e soprattutto una ricerca profonda forse a tratti parossistica, insieme ad altri esseri umani. Ed ero delusa dalla pedagogia italiana, dalle dinamiche del teatro, dai colleghi che si scannano per un ruolo, per esserci, o dall’unica volontà di arrivare da soli, dove poi. Allora, non senza fatica, ho deciso che avrei scelto con chi studiare e che sarei stata indipendente nel pensare e nel decidere ogni momento della mia ricerca. Ho rinunciato ai diplomi e ho cercato di capire che cosa fosse per me il teatro senza preoccuparmi di come questo fosse letto fuori”.

Odissea, Liceo Tito Lucrezio Caro di Cittadella. Momento degli abbracci-dopo lo spettacolo.
Odissea, Liceo Tito Lucrezio Caro di Cittadella. Momento degli abbracci-dopo lo spettacolo.

Maria Chiara racconta di aver avuto un’infanzia meravigliosa, fra natura, arte, giochi non convenzionali, “trapani e lucidatori per l’argento (i regali buffi di mio padre), gite archeologiche, libri, salvataggi di piccoli animali, pipistrelli, conversazioni con i genitori su ogni cosa, musei, dibattiti accesi sulla Libertà, sulla società e le sue bugie…Sono stata davvero fortunata. Poi mia madre si è ammalata, era giovane, noi due sorelle ancora piccole, e abbiamo affrontato un susseguirsi continuo di pressioni, allarmi. Il teatro era una delle tante cose che mi piacevano, l’ho iniziato a scuola, al liceo San Carlo, era diventato anche un rifugio oltre che una passione. Ho capito lì che l’arte è la cosa più vicina a ciò che qualcuno chiama Dio, ed è il luogo dove tutto significa e permane, dove si dà senso a ciò che altrimenti non sembra averne, e dove l’uomo si salva. Ho lasciato Modena presto, ho sempre avuto fretta, una specie di smania di vivere, a tratti scappare. Mia madre ci aveva lasciati e io ho cominciato ad avere più fame di prima”.

Dal primo giorno di teatro al liceo sono passati 16 anni; Maria Chiara ha studiato tanto, frequentato corsi e laboratori “che non li ho neanche segnati sul curriculum. Non me ne frega niente della carriera, degli applausi, del curriculum, e soffro moltissimo in questo paese. A volte mi sento sola, ma ci sono molte persone, molte realtà giovani che mi danno forza quando mi sembra che intorno tutto sia fermo. Non sono una pessimista, e penso che questa crisi politica e culturale sia in una fase dove possono sbocciare molte novità e sorgere grosse sorprese artistiche. Ho trent’anni, è un passaggio simbolico del percorso di ognuno ma soprattutto penso che per noi classe ‘86 sia un appello difficile in Italia adesso: è una fase in cui ti aspetti di aver realizzato qualcosa di tuo, in cui ti affacci alla professione e alla maturità, ma lo scenario attuale non brilla di promesse”.

Riprese del corto di fine lab "Il signore delle Mosche".
Riprese del corto di fine lab “Il signore delle Mosche”.

Dopo aver trascorso qualche anno a Roma, “dove ho conosciuto molti registi e insegnanti ma alcuni, pochi, mi hanno cambiato la vita, uno in particolare, Joseph Ragno, membro a vita dell’Actors Studio, che ho seguito per anni”, Maria Chiara è tornata in Emilia-Romagna, dove, con il suo compagno Nicola Andretta ha fondato Bestoj, associazione nata con la voglia di parlare delle contraddizioni della nostra epoca, delle generazioni giovani, per dare vita a forme drammaturgiche originali e raccontare ciò che è urgente raccontare adesso.

“La direzione artistica sono io, recito volentieri ma preferisco stare in regia, adoro prendermi cura degli artisti, il mio compagno è la mente calma e intellettuale e attore, poi c’è Alice Spisa, attrice e regista che incontriamo per alcuni progetti, Michela Pandocchi, laureata in Arabo, mio braccio destro, Teresa Fano scenografa, Giulia Papetti fotografa, ma partecipano molti amici a seconda delle proposte. Dovrebbe funzionare proprio così, come una rete di incontri, idee nuove, facce nuove, questo sarà più chiaro quando a febbraio inizieranno a uscire i primi lavori e il nostro sito. Attendo con ansia che qualche modenese chieda di aggiungersi nel direttivo, non mi piace lavorare da sola. Il confronto è l’unica arma che abbiamo per non ripetere sempre le stesse idee triste e ritrite e diventare vecchi”.

Bestoj ha sede legale a Modena, ma il gruppo si muove per  tutta l’Italia. “I progetti di quest’anno sono svariati ed è il nostro inizio vero e proprio dopo i due anni di riunioni e brain storming, laboratori, amicizie nuove e proposte in fase di sviluppo. Nel frattempo partono diversi laboratori, uno alla Tenda a Modena a gennaio, tutti i lunedì, dove mi piacerebbe creare un bel gruppo di ricerca e scrivere uno spettacolo insieme.

Ormai non si possono più usare le parole belle come ricerca, sperimentazione, nuovo, avanguardia. Sembra che puzzino invece a noi piacciono proprio perché vanno usate correttamente e senza snobismo, perché sono belle parole – dice Maria Chiara – I nuovi linguaggi per noi sono forme e contenuti che affiorano dal nostro tempo e il luogo in cui siamo. Per questo sono nuovi, ed è questo che fa l’artista, occuparsi del suo tempo e del luogo in cui è, di questi problemi e non di altri. Cambia la lingua, cambiano i mezzi, cambiano i conflitti. Nient’altro, nulla di pretenzioso. Ed è anche per questo che i metodi non possono essere esatti, perché ogni epoca ha dei bisogni specifici e ogni uomo è diverso, e se il teatro lo fanno gli uomini nulla è fisso e tutto cambia e si rinnova.

Prove di set laboratorio di cinema
Prove di set laboratorio di cinema

Ricerca è un’altra parola bellissima: uscire dagli schemi e dalle scadenze, dalle vie ordinarie per una messa in scena. Comporre un testo nuovo, magari durante le prove, studiare il linguaggio appunto, rubare da tutto, darsi un tempo per osservare, cercare nel mondo circostante elementi da cui partire, dalle persone che passano per strada, da un esame antropologico, da una registrazione, da un’intervista, da un oggetto, da una ferita.

Nuovo vuol dire anche nuovo per me, per chi affronta un lavoro senza idee preconcette: così il processo creativo è caotico, come penso debba essere. A volte il teatro di regia impone una logica, un’estetica ragionata a tavolino, ma si priva della possibilità di stupirsi e aprirsi ai suoi attori. Quando un gruppo ricerca è messo nella condizione più spaventosa, la libertà, e l’altra, la comunità, si è costretti allo scambio e ad affidarsi a eventi sorprendenti. Lavorare così significa collaborare alla costruzione di qualcosa, insieme, che non si sa cosa sarà fino alla fine, e non è detto che ci sia la fine. Mi piace pensare di riprendere un lavoro e correggerlo, ecco perché mi piacciono certe parole, processo, studio, nuovo.
Bestoj è tutto qui, un branco di persone che fanno cose insieme – conclude Maria Chiara – E’ importante occuparsi di questioni serie ma noi lo facciamo ridendo, sì, ecco, piangiamo e ridiamo e vogliamo fare cose popolari perché la gente ha bisogno di questo. Sono convinta che il teatro si faccia così: incontro un essere umano che mi piace e si scatena una sinergia, eccoci selezionati. Chi ha detto che l’arte ti deve garantire un posto di lavoro? Perché non se lo costruiscono? Ecco, ho detto una cosa delle mie che non si può dire. In questo paese non si può mai dire niente. Non sopporto chi si lamenta ma non si mette a ricostruire.

E Modena?
Che dire di Modena… Offre poco, bar e negozi di abbigliamento a parte. Amo l’Ert e come si è difeso in tempi durissimi, ha mantenuto alta la qualità e si è preso cura del pubblico, che è un pubblico affezionato e viziato. Amo l’Emilia-Romagna e la sua gente, ha buoni servizi pubblici, ma credo che Modena abbia bisogno di qualcosa di diverso dagli aperitivi e vetrine luccicanti. Però ci sono sempre delle perle qui intorno…

L’arte è indissolubilmente immagine del suo Tempo, e nuovo ogni volta per me è l’impegno a capirlo, raccontarlo, condividerlo. Pensaci, non è vero che non si possono fare cose nuove: ogni era è nuova, quante invenzioni sono state fatte negli ultimi cinquant’anni? Nuovi anche i problemi esistenziali.

Come usare il dolore, come trasformare il dolore in qualcosa di utile, come parlare del mondo, come prendersi cura del pubblico, come essere liberi. Sono le faccende di cui mi piace occuparmi con il teatro. Passare del buon tempo insieme e chissà scoprire qualcosa sulla vita. Che il tempo che abbiamo è poco e l’arte è uno spazio sacro.

Letture indipendenti da dietro la telecamera

“Le iniziative si rivolgono a tanti specifici target e spesso non viene sentita l’esigenza di unire le forze per ottenere risultati di impatto ancora maggiore. Ho riscontrato una maggiore carica propositiva nei luoghi di provincia, dove la scarsità di offerta culturale fa sì che le proposte esterne vengano accolte con entusiasmo, e dove di operatori fanno di tutto per allargare e potenziare il proprio raggio d’azione”.

Valentina Arena
Valentina Arena

Valentina Arena, 32 anni, originaria di Sestola, vive a Modena e si occupa di scrittura, regia e montaggio video (cortometraggi, documentari, video istituzionali), a cui affianca l’attività di organizzazione eventi e laboratori. Appassionata di arte e cultura in genere, da anni approfondisce temi legati al femminismo e alle pari opportunità, per tradurli in modalità espressive.

“Ho capito abbastanza presto che mi interessava il linguaggio video, e che volevo farne il mio lavoro, e da allora mi sono mossa in quella direzione – ci racconta Valentina – Per mia esperienza in Italia non c’è un modo solo e “giusto” per cercare di lavorare nel settore, e quindi mi sono inventata un percorso con studi universitari a tema, corsi di alta formazione, workshops e soprattutto iniziando a realizzare cortometraggi autoprodotti. Lavoro in maniera indipendente più per necessità che per scelta, anche se amo molto la libertà espressiva che questo comporta. Ma è un percorso anche lungo, impegnativo, instabile e discontinuo: richiede una dedizione solida che, finora, non mi è mancata”.

Al riparo degli alberi” è il suo ultimo documentario, terminato alla fine del 2015 e la cui promozione è ancora in corso. Racconta quattro storie di Giusti tra le Nazioni, ovvero non ebrei che, durante la Seconda Guerra Mondiale, non esitarono a mettere a rischio le loro vite pur di salvare uno o più ebrei.
“Il linguaggio è pensato per essere scorrevole e fruibile sia dagli adulti che dai ragazzi, anche grazie ai momenti di animazione creati da Riccardo Sivelli.

Al riparo
Al riparo

Il progetto – spiega Valentina – è nato in maniera spontanea da una circostanza casuale, ed io l’ho sottoposto subito all’attenzione dell’Istituto Storico di Modena che l’ha “adottato” proponendosi come ente capofila, e dimostrandosi una realtà realmente aperta a contributi ed energie esterne. Oltre a loro, di grande importanza è stato il contributo del Museo Ebraico di Bologna per la selezione delle storie e i contatti.

Il progetto è stato sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Carpi e Mirandola, e alla sua diffusione hanno contribuito anche altre realtà del territorio: Emilbanca, BCC Alto Reno, Comune di Pavullo, di Sestola, Associazione Lev Chadash di Milano.
Io mi sono occupata della scrittura, della regia e del montaggio del documentario, oltre che dell’organizzazione delle riprese e dei contatti con tutte le persone coinvolte. Ma ovviamente non è stato un percorso solitario: in tutte le tappe di questo percorso, infatti, durato tre anni, sono stata supportata da bravissimi professionisti: Alberta Alessi e Anna Pattuzzi in scrittura, Marco Ferri alle riprese, assistito da Marco Chiusole, Davide Giancaterino per l’audio in presa diretta e Giovanni Frezza per la post-produzione audio, il già citato Riccardo Sivelli che ha creato la grafica e le splendide animazioni, Sergio Altamura che ha composto e interpretato tutte le musiche, Corrado Iuvara che si è occupato della color correction. E poi tutte le persone che abbiamo incontrato e intervistato, estremamente disponibili a mettersi in gioco e a dedicarci il loro tempo: spesso si è trattato di incontri umanamente molto importanti per me e per la troupe.

Kore
Kore

In “Al riparo degli alberi”, il nostro territorio è stato fonte di ispirazione in maniera evidente per Valentina: “ogni persona intervistata porta con sé le specificità del posto a cui appartiene, e dove grande risalto è dato ai luoghi e alla loro trasformazione nel tempo. Ma anche quando ho realizzato opere più astratte (e la maggior parte dei miei cortometraggi lo sono) ho riportato un vissuto legato a filo doppio all’ambiente nel quale sono cresciuta, e l’organizzazione pratica delle riprese mi ha sempre portato al coinvolgimento di persone, mezzi, enti e collaboratori propri del territorio”.

Cominciando dalle cose più recenti, nel 2015 Valentina ha realizzato il cortometraggio “Kore” nel corso di una residenza artistica in Sicilia: un percorso alla scoperta e alla valorizzazione della ricchissima realtà siciliana.

Kore
Kore Backstage. Foto di Pietro Milici.

A Modena ha lavorato con la sede modenese dell’UDI (Unione Donne in Italia) per la realizzazione del cortometraggio di apertura del loro sito: “Le mie committenti conoscevano e apprezzavano il mio lavoro e mi hanno dato carta bianca, per questo sono molto legata al risultato finale. Andando invece più indietro mi piace citare “La Forza non Basta”, spot indipendente contro la violenza sulle donne realizzato nel 2012: è stato finanziato tramite una riuscita campagna di crowfunding che ha visto, tra i tanti, la partecipazione del Centro Documentazione Donna di Modena. Lo spot nasceva con l’obiettivo di contrastare l’idea che la violenza di genere dipenda da una presunta debolezza delle donne: mi accorgo, quando lo diffondo, che il messaggio viene sentito come ancora attuale e importante.
E per ultimo non posso non citare “Vetro”, che risale al 2011: è stato il mio primo cortometraggio realmente ambizioso, un progetto molto impegnativo per cui ho lavorato tanto e al di fuori di qualsiasi circuito istituzionale, e che ha visto la nascita di collaborazioni durature.
Attualmente – conclude Valentina – Sto lavorando a diversi progetti multidisciplinari che proporremo tramite l’associazione di cui sono fondatrice, Insolita: laboratori per adolescenti e un percorso di arte partecipata per coinvolgere attivamente i cittadini nella creazione di contenuti”.

Le mie bestie preferite? Le forme d’espressione

La poesia sta vivendo, ora più che in passato, un notevole ridimensionamento della sua parte teatrale sul palcoscenico letterario italiano. I giovani spesso evitano questa forma di letteratura, forse ricondotta solamente a noia scolastica, e cercano piuttosto altre forme di espressione. Francesco Nicolai, giovanissimo poeta di Pavullo con già all’attivo una raccolta di poesie, ha invece scelto questa forma di espressione come sfogo dalle ansie quotidiane, una sorta di esorcismo giornaliero attraverso la parola.

Francesco Nicolai
Francesco Nicolai

“La scrittura ha sempre rappresentato ai mie occhi il migliore sfogo dalla ansie quotidiane; l’esorcismo della parola si concretizza in me durante i momenti di solitudine, quando nasce il rivo più limpido della poesia, quello più spontaneo e lirico”.
Francesco Nicolai, classe 1997, di Pavullo, non sembra avere “solamente” 19 anni quando parla di poesia e ci racconta che ha studiato da autodidatta la metrica italiana, a 16 anni, guardando alle maggiori personalità della nostra letteratura: “mi furono maestri Dante Alighieri, Petrarca, Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli ed Eugenio Montale. Così la mia poesia, nutrendosi delle angosce di tutti i giorni, della “Morte del giorno”, si configura come uno specchio, che riflette da una parte l’aspetto crudo dell’esistenza e dall’altra le sue bellezze tacitamente nascoste”.
Autore della recente raccolta di poesie “Figli del Caos” (Elis Colombini editore), Francesco dice che “Nonostante la mia giovane età, ho scelto come forma di espressione per la mia interiorità il verbo poetico; la mia poesia inoltre è metricamente definita: infatti, sin dal principio, ho iniziato a scrivere i miei carmi in endecasillabi e settenari”.

I suoi componimenti affrontano diverse tematiche esistenziali: dall’amore e dal vitalismo della permanenza terrena si passa a temi più lugubri, come la morte e la necessaria insoddisfazione/infelicità della carne.

“Figli del Caos” si articola in due sezioni, delle quali la prima contiene riflessioni filosofiche sotto forma di racconti e la seconda invece rappresenta una silloge poetica.
Considerando l’atto della scrittura come un momento di sfogo, come un’impellente necessità, Figli del Caos è nato giorno dopo giorno – spiega il giovane poeta – Esso infatti rappresenta la raccolta più sentita dei miei sospiri, delle mie momentanee intuizioni, dei miei piaceri e delle mie sofferenze; il libro fu scritto in luoghi d’occasione, ove l’ispirazione soleva cogliermi. Tuttora la poesia occupa un piano rilevante nella mia continua produzione letteraria: infatti la considero la forma di espressione più aderente alla complessità del nostro io, la più consona a descriverne i meccanismi. La forma poetica non si configura esclusivamente come parola, bensì anche come musica, connessione, dialogo e immagine.
La poesia – prosegue – sta vivendo, ora più che in passato, un notevole ridimensionamento della sua parte teatrale sul palcoscenico letterario italiano. I giovani spesso evitano questa forma di letteratura, forse ricondotta solamente a noia scolastica, e cercano piuttosto altre forme di espressione; secondo la mia opinione tuttavia, aldilà d’ogni ricerca accurata, la poesia resta e resterà il collegamento più spontaneo e diretto fra il mondo interiore e quello esterno, la via privilegiata dai sentimenti per trovare uno sfogo”.

nicolai3Nell’introduzione al libro si legge: Non sapete quanto mi duole farvi questo annuncio, eppure mi sento in dovere di aprirvi gli occhi: io sono, come molti ormai, un tassidermista. Lavoro con ciò che è morto e cerco con ogni mio sforzo di regalargli una parvenza di vita; le mie bestie preferite sono le forme d’espressione, che, come si può facilmente constatare, dando uno sguardo d’insieme al nostro secolo, variano da un giorno all’altro, ché nei tempi nostri manco gli autori trovano l’occasione di respirare un poco, figuriamoci il loro pensiero! Scelsi di cimentarmi in una grande impresa, scelsi l’effigie più alta della nostra forma mentis, scelsi la poesia. Oggi una dichiarazione del genere potrebbe essere collocata tra le facezie più esilaranti, con cui far colpo su nuovi amici o magari su una ragazza dall’aspetto seducente; ebbene ve lo dico con estrema sincerità: in questo mio scritto sono serissimo.
Attualmente la poesia è scomparsa dal palcoscenico letterario e con essa una parte del nostro essere, del nostro paese e della nostra identità nazionale […] Fummo la culla della poesia e vi pare il caso di seppellire il passato? Propongo dunque una rinascita, sento il bisogno di imbalsamare quel poco che resta dello spirito dei grandi poeti e di riversarlo nella mia opera, rivisitandolo secondo le mie capacità.

La poesia di Nicolai non conosce preferenze, tematiche predilette e dedicatari abituali: essa è il tentativo di racchiudere pensieri ed emozioni nel verbo, che presenta il suo spessore metrico, a seconda delle necessità del suo mondo interiore.
“La poesia è per me naturale espressione ed espressione della natura – conclude Francesco – Ciò che vale sempre la pena di raccontare è la complessità della dimensione umana: spesso non ci si rende conto dell’esistenza di un mondo interiore assai sofisticato al nostro interno. Si tratta di un “gioco di maschere, di attori”, che impersonano l’attimo sentimentale del momento, che presentano sul palco delle emozioni una determinata condizione umana. La poesia si configura dunque come il libretto che aiuta a far comprendere allo spettatore, in ogni suo dettaglio, il dialogo cantato dell’opera lirica; si parli appunto di lirica, della poesia dei movimenti interiori”.

Occhi per vedere e onestà da rappresentare

Elena Pagliani, in arte Eye, ha quasi 23 anni e le idee chiare. Di Finale Emilia, studia Fumetto e Illustrazione a Bologna e si occupa di editoria e tutto ciò che gravita intorno alla parola Libro.

Dovrei dirti che precisamente faccio fumetti, ma in realtà spesso ciò che io chiamo fumetto non è quello che immagini nel senso tradizionale del termine: pensa ad un libro variegato, che raccoglie segni, scritti, disegni, parole, illustrazioni e a volte anche fotografie. Cerco di raccontare delle storie in forma di libro, senza preoccuparmi troppo di che definizione possa avere. Collateralmente mi diverto molto anche a fare murales, fotografare e girare filmini con una videocamera vecchissima”.

Ritratto, china e acrilico, 2014
Ritratto, china e acrilico, 2014

Elena ha scelto il suo nome d’arte, Eye, molti anni fa, appena ha iniziato a disegnare.
Viene dalla mia prima ossessione del disegno: gli occhi. Disegnavo occhi ovunque e in qualsiasi momento, li fotografavo, li deformavo, li coloravo. Ho un occhio di un paio di metri disegnato sulla parete della stanza dove lavoro. Devo dire che tuttora questa mania non se n’è totalmente andata”.

Fumetti, illustrazioni, incisioni, libri a fumetti: a quale di queste espressioni artistiche ti senti più affine?
Non so scegliere la parola migliore tra quelle che hai citato, perché lavoro terribilmente a fasi diverse. Ho passato un anno ad accumulare centinaia di incisioni, ora è molto che per esempio non incido più. Sono periodi di sperimentazione che si bilanciano e aumentano l’esperienza in campi diversi.

Incrocio dalla serie "Bassa", grafite su carta da lucido, 2015
Incrocio dalla serie “Bassa”, grafite su carta da lucido, 2015

Elena, nel descrivere il territorio modenese e il suo rapporto “artistico” con esso, parla di un soggetto onesto da rappresentare.
Il territorio mi ha sempre influenzato nel mio lavoro, ma è naturale, perché è ciò che vedi ogni giorno intorno a te, diventa un soggetto onesto da rappresentare. Per esempio il mio ultimo libro si basa quasi esclusivamente su illustrazioni del paesaggio naturale e industriale della Bassa Modenese. Le campagne piene di nebbia, la linea orizzontale della pianura e i fumi grigi dei poli industriali.
Dal punto di vista culturale/creativo trovo il nostro territorio non esageratamente aperto. Ma se si presta un po’ di attenzione, i luoghi giusti in cui esprimersi li si trova.

La sua ultima autoproduzione si chiama “Pieghe” e si tratta di quattro diverse storie a fumetti, ognuna stampata su un pieghevole di carta di colore diverso (cliccando qui se ne possono leggere integralmente due).

“Lo scorso luglio ho stampato il mio ultimo progetto, un libro illustrato di un centinaio di pagine che parla del territorio padano e di come venga irrimediabilmente rovinato e deturpato dalle industrie pesanti. Si chiama “Il Fiato della Pianura” ed è raccontato sotto forma di diario di un adolescente, contiene foto e illustrazioni del paesaggio in questione.
A breve – prosegue Elena – pubblicherò un fumetto di 90 pagine con una casa editrice modenese, chiamata Nervi Cani. Da fine ottobre allestiremo mostre e presentazioni in cui si parlerà del progetto in pubblico e si potrà comprare il fumetto.

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Come ti sei avvicinata all’arte? C’è qualche episodio, magari legato alla tua infanzia, che è stato determinante nello sviluppo del tuo talento?
Sinceramente non sopporto quando a domande come questa l’intervistato risponde di aver sempre disegnato o suonato sin da quando aveva sei anni, come fosse un talento prodigio. Tutti da piccoli prendiamo i pennarelli in mano e roviniamo la parete del salotto, è una cosa normale. Lo scatto significativo arriva quando si decide di continuare a farlo per il resto della vita, o qualcosa di simile. Ho sempre disegnato, scritto e suonato: da qualche anno però ho deciso che il disegno poteva essere un bel percorso da affrontare professionalmente e con uno studio costante, per questo ho deciso di frequentare l’accademia.

In copertina: Pali della Luce dalla serie “Bassa”, grafite su carta da lucido, 2015.

Fumetti e acrobazie: il fumettista Andrea Manfredini si racconta

“Coniugare il tutto, aggiungendo famiglia con due figlie di 1 e 5 anni, è un bell’esercizio di acrobazia: basti pensare che mentre ti rispondo, mi aspetta una storia in cui scrivere i balloon, controllare altre 3 storie (di13) per il volume “Incrociatore Stellare Emilio Salgari” e conciliare il tutto con i preparativi per la fiera della ceramica più importante a livello mondiale: il Cersaie”.

Andrea Manfredini
Andrea Manfredini

Andrea Manfredini, 42 anni, vive a Maranello dove è cresciuto, ha conseguito il diploma di geometra presso l’ITCG A.Baggi di Sassuolo e dopo un anno di Ingegneria a Modena, ha conseguito il diploma di disegnatore di fumetto professionale presso la Scuola del Fumetto di Milano.

Supersmanf è il suo nome d’arte.
“Tutto nasce da una serata al carnevale ambrosiano di tanti anni fa in cui l’amico di un mio coinquilino di allora, anni della Scuola del Fumetto a Milano, data la mia passione per i fumetti di supereroi, fuse il mio soprannome “ Manfre” con l’appellativo di super. Così nacque Supersmanf, che non è un personaggio dei fumetti ma, che da allora mi accompagna…

Una tavola di "Incrociatore Stellare Emilio Salgari".
Una tavola di “Incrociatore Stellare Emilio Salgari”.

Il mio primo approccio col fumetto – racconta Andrea – è avvenuto molto prima di iniziare a leggere, attraverso i Topolino che sfogliavo avidamente nella libreria di mio zio quando andavo a trovare i nonni materni; in seguito ci sono stati i supereroi pubblicati dall’Editoriale Corno, quali Uomo Ragno, Devil, I Vendicatori, Hulk, gli X-Men, ecc, trovati in edicola tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80. Da allora ci sono stati tanti supereroi americani, qualche Dylan Dog, Nathan Never e altri sporadici Bonelli, Manara, Druuna, le storie brevi di Altuña e poi a ancora fumetto francese, indipendenti americani, indie, quasi niente umoristico che non mi ha mai attirato molto e pochissimi manga: Akira e 2001 Nights sono gli unici che ricordi di avere letto con vero piacere. Oggi, a parte continuare a leggere Uomo Ragno, X-Men e qualcosa di sporadico, mi sono appassionato alla nuova serie Bonelli “Morgan Lost” e al recupero di vecchiume vario oltre a tante pubblicazioni di piccoli editori italiani che valorizzano i nuovi talenti del nostro paese, molti dei quali stanno sfondando sul mercato internazionale”.

Tra questi spicca Cagliostro E-Press, associazione culturale che si occupa di scoprire e valorizzare esordienti e giovani talenti del fumetto, buona parte dei quali ritroviamo oggi al lavoro per le major di tutto il mondo.
Con questo editore, con il quale Andrea collabora da oltre 10 anni, Manfredini ha pubblicato cinque storie della serie Eon, leggibili gratuitamente online sul sito, il volume “Lo Scarafaggio”, personaggio di sua creazione, sceneggiato per l’occasione da Paul Izzo, scrittore emergente di belle speranze, una storia del volume “Giganti d’acciaio” pubblicata lo scorso anno e una storia del volume “Incrociatore Stellare Emilio Salgari” che sarà pubblicato in occasione della prossima Luccacomics&Games a fine ottobre.

La copertina del primo volume de Lo Scarafaggio
La copertina del primo volume de Lo Scarafaggio

“Per quest’ultimo progetto mi sono inoltre occupato della progettazione di tutta la parte mecha, ovvero astronavi, caccia, mezzi da lavoro e ambientazioni varie, oltre a supervisionare la produzione di tutte le storie a fumetti, coadiuvato dal Prof. Umberto Sisia che si è occupato del coordinamento degli sceneggiatori e della scrittura degli interludi bonus – spiega Manfredini – Sia questa storia che Giganti d’acciaio sono pubblicati a puntate in formato digitale leggibile sul sito dell’associazione.

Negli intermezzi mi sono dedicato alla realizzazione di storie brevi di generi vari, pubblicate su www.losciacalloelettronico.it, su www.verticalismi.it, strisce umoristiche sul settimanale del gruppo Bild “Avastar”, dedicate al mondo virtuale di Second Life, attraverso lo pseudonimo di Ermanno Spitteler e ho partecipato a tre edizioni del concorso “Kings of Comix”, indetto dall’associazione Krakatoa Ikorporescion. Un nuovo episodio de Lo Scarafaggio è in lavorazione, sempre in collaborazione con Paul Izzo e un nuovo colorista, insieme ad un nuovo progetto per Cagliostro e due storie in fase di ultimazione, dalla fantascienza al pulp”.

Andrea è da sempre appassionato al genere dei supereroi, usato maggiormente per trattare temi disparati: dal sociale al politico, al western, alla droga e le lotte sociali degli anni ‘60 e ‘70, il poliziesco, ecc.

Una tavola di "Giganti d’acciaio"
Una tavola di “Giganti d’acciaio”

Il territorio in cui vivi è fonte di ispirazione per i tuoi lavori?
In effetti non ho mai ragionato approfonditamente sul territorio come fonte di ispirazione, a causa della mia estrazione prevalente di disegnatore. Quello che mi piacerebbe raccontare sono soprattutto due temi: la storia delle piastrelle di ceramica, adattando un vecchio racconto che lessi anni fa, risalente al 1981, del quale non riesco a rintracciare l’autore che si intitola “La Petrella” e un racconto sul fenomeno Gilles Villeneuve, cercandone un punto di vista particolare. In questo caso l’idea che ho, avendolo conosciuto personalmente ed essendo grande appassionato di Formula 1 (a Maranello si dice che nel sangue abbiamo i cavallini rossi al posto dei globuli), è quella di raccontarlo dalla parte dei maranellesi, da chi lo ha “respirato” nei suoi pochi anni a Maranello. Mi auguro un giorno di trovare una penna capace di aiutarmi in questo e raccogliere tutta la documentazione necessaria…

Modena e il fumetto: cosa ci dici?
La prima cosa che mi viene in mente è Magnus, al secolo Roberto Raviola, il vero grande mostro del fumetto italiano. Non lo conosco tantissimo artisticamente perché non ho mai apprezzato molto il genere umoristico e di conseguenza anche il resto della sua produzione, mi è poco conosciuta. E poi ci sono altri due mostri come Silver, il papà di Lupo Alberto e Bonvi, suo maestro. Oggi vedo un fermento di tanti giovani e tanta passione, iniziative che stanno tentando di riportare Modena al centro dello scenario fumettistico italiano: uno su tutti le molteplici edizioni del Kings of Comix, organizzato da diversi anni dal collettivo Krakatoa Inkrporescion, che quest’anno ha portato anche alla prima edizione di Fiorano Comics, in collaborazione con l’associazione ALCO di Antonio Savino. Di certo fa piacere vedere come un giovane modenese, Mario Del Pennino, che ha esordito anni fa ai disegni del volume Holmes & Watson, rivisitazione in salsa steampunk del famoso duo, edito da Cagliostro E-Press, sia oggi in forza alla Marvel, editore di Uomo Ragno e soci…

Potete seguire Andrea Manfredini su www.behance.net/supersmanfhttp://supersmanf.blogspot.it 

Fare l’orto? E’ un’arte

Si occupano di orticoltura biodinamica da diversi anni. Ex musicista di conservatorio lui, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna con un passato da project manager all’estero lei, Davide Rizzi e Lorena Turrini, di Modena, attualmente vivono e lavorano in un relais della Toscana, collaborano con chef proponendogli verdure ad hoc per i loro piatti e stanno cercando di fare conoscere la professione del “culinary gardener” che in Italia è ancora poco diffusa.  “In Emilia abbiamo vissuto e lavorato per una buona parte della nostra vita, entrambi con esperienze diverse alle spalle” racconta Lorena che tra le altre cose ha fatto anche la pittrice, è stata in America e ha conosciuto Andy Warhol alla sua Factory, ha fatto mostre personali ed organizzato collettive. Davide si è formato al Conservatorio di Musica di Modena, dieci anni di chitarra classica e per 15 anni ha lavorato come insegnante e musicista in diversi gruppi. La musica non l’ha mai abbandonata, ma trasferita dai palchi d’Italia a quelli dell’orto. “La Toscana ci ha accolti in questo nuovo progetto di vita e di lavoro. Da quel giorno, di circa 10 anni fa, non abbiamo più smesso di produrre ortaggi di altissima qualità nutrizionale e di una bellezza disarmante” sorridono i ragazzi.

Come vi siete avvicinati all’orticoltura biodinamica?
Dal ritorno dall’India (dove siamo stati per un anno come project manager per un progetto umanitario) le nostre idee lavorative hanno iniziato a vacillare e diventare confuse. Dopo un esperienza così intensa ogni lavoro che avremmo potuto fare ci sembrava quanto mai obsoleto, così abbiamo iniziato a pensare ad un lavoro che fosse vero, utile, creativo, attuale. E cosa può esserlo più di produrre buon cibo per il corpo e per la mente? Non è stato semplice, non avevamo esperienza e abbiamo iniziato un’intensa formazione. L’agricoltura biodinamica ci ha aperto un mondo, ci ha conquistati con la sua idea di bellezza, di arte e creatività applicata alla natura, all’agricoltura, all’orto. L’orto-giardino biodinamico nasce come luogo per ritrovare la salute e il benessere, interiore ed esteriore, attraverso il diretto contatto con la terra e la bellezza della natura. Nel nostro orto si parla di ortaggi, di genetica, di pianeti, di arte, di musica, di fisica quantistica, di chimica, di spiritualità. Si semina, si raccoglie, si zappa, si assaggiano verdure appena colte, si ride, ci si diverte, si suona, si dipinge. E ci piacerebbe che tutto questo portasse ad un incontro migliorativo con le “cucine”.

Cosa vi appaga di più del vostro lavoro?
La soddisfazione di mangiare direttamente dall’orto ovvero la soddisfazione di un buon “cibo fisico” e la soddisfazione di ricevere armonia dalla natura che essendo viva trasmette le sue forme di arte e bellezza per nutrire lo spirito; il pensiero che qualcuno mangerà quelle verdure da noi con tanta passione coltivate e che potrà beneficiare di un momento di intensa nutrizione cosmica e terrestre.

Davide Rizzi e Lorena Turrini
Davide Rizzi e Lorena Turrini

Cosa porta in più a un paese come l’Italia, culla della buona cucina, la figura del culinary gardener, ancora poco conosciuta?
Porta conoscenza e professionalità. Nel nostro peregrinare in giro per il mondo e soprattutto lavorando nel “Bel Paese” ci siamo resi conto di quanto sia ancora troppo distante dalle cucine e dagli chef il mondo dell’orto. Non si conoscono le stagionalità delle verdure e non se ne apprezzano abbastanza i naturali sapori, non si conosce il lavoro e l’impegno che sta dietro ad 1 kg di pomodori e questo contribuisce ad aumentare lo spreco alimentare. La nostra mission è quella di far conoscere verdure di stagione abilmente e sapientemente coltivate, verdure del territorio che rispettino i sapori della tradizione ed il loro specifico terroir, è quella di introdurre nuove verdure come proposte per nuovi piatti, di stimolare gli chef nel loro delicato lavoro quotidiano. Il nostro è un lavoro volto al futuro nella continua ricerca di “nuove” verdure tramite la rigenerazione delle sementi, che si traduce in ore di sperimentazione e studio per ottenere prodotti adatti nella forma, valore nutrizionale, colore, sapore, profumi. Collaboriamo con il ristorante Meo Modo a Borgo Santo Pietro a Chiusdino Siena gestito dallo chef stellato Andrea Mattei e per la Bottega del Buon Caffè di Firenze gestita dallo chef, anche lui stellato, Antonello Sardi. Facciamo crescere verdure di stagione pensate per valorizzare piatti e ricette gourmet; insieme, decidiamo cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure fresche e ricche di sostanze nutritive, con deliziosi sapori e profumi evocativi. L’impegno del “culinary gardener” è di garantire prodotti di ottima qualità in sapore, valore nutrizionale e bellezza, l’impegno dello chef è quello di utilizzarli in ogni loro parte, quasi come un rituale silenzioso che onora il vero valore del cibo e riconosce il lavoro che lo ha portato a crescere.

La verdura che non può mancare sulla nostra tavola per dare il giusto benvenuto all’autunno?
La zucca: ricca di betacarotene, di zuccheri e sali minerali quali calcio, sodio e soprattutto potassio. Ricca di vitamina A e C. Il topinambur, ricco di vitamina A e B e di ferro. La carota: antinfiammatorio, regolarizza l’intestino, e, grazie ad un’alta percentuale di betacarotene, è un alimento molto utile per preservare la salute degli occhi e della pelle. Gli spinaci: preziosi per l’elevata quantità di acido folico e di vitamine B e C. I cavoli, tutti ricchissimi di minerali, soprattutto il cavolo verza. Il radicchio: ottimo contro il diabete, il radicchio è depurativo, aiuta la digestione ed è una buona fonte di sali minerali e vitamine. Altre ancora: rabarbaro, barbabietole, carote, sedano, piselli, lattuga, zucchine, melanzane, fagiolini, ravanelli, peperoni, fagioli. Non possono mancare le erbe aromatiche per aiutarci a rinforzare il sistema immunitario in previsione della stagione fredda. Mangiare frutta il più fresca e sana possibile perchè ricca di Sali e vitamine ci prepara ad affrontare il cambiamento climatico. Qualche chicca: Perilla frutescens (antistaminico, antiallergico…adatto per raffreddori e mal di gola): da utilizzare le foglie fresche in insalata e seccate per infusi; Lippia dulcis o zucchero atzeco come alternativa allo zucchero: tonico, vermifugo ed energetico.

In copertina, “Pumpkins” di Liz West (Licenza CC).

Un cannocchiale sull’infanzia, per crescere tra le pagine

“Nel progetto iniziale la libreria doveva essere collocata in un giardino. Poi venne il terremoto e la nostra idea dovette trovare una nuova strada per realizzarsi. Così decidemmo di aprire nel centro storico di Carpi per ravvivare la nostra città già provata dalla crisi economica e dai recenti eventi sismici, rinunciando, almeno per il momento, al sogno di avere, nell’arredo, un armadio incantato che potesse condurre ad un giardino” ci racconta Alessia Napolitano.

La bellezza delle piante però non è rimasta esclusa da Radice-Labirinto e mille foglie verdissime riempiono, ogni giorno di più, il soffitto della libreria. Un luogo speciale, un centro culturale per la città e per i paesi vicini, in grado di intrecciare relazioni interessanti con il territorio e i suoi abitanti, riportando le storie là dove si erano dimenticate e ravvivando la fiamma dell’immaginazione là dove si era assopita.

Nata a Carpi a marzo 2013, questa libreria dedica a Italo Calvino, il grande “Raccontastorie” italiano, il suo nome: “Ispirandoci alla sua fiaba letteraria autografa “La foresta radice-labirinto”, io e mio marito Dario, entrambi librai e giocattolai qualificati, desideriamo creare un ponte tra natura e cultura, promuovendo il libro e il giocattolo come costruttori di storie collettive e individuali”.

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Nascoste tra i libri ci sono chiavi in grado di aprire mondi nuovi, parole capaci di raccontarci la vita nella sua complessità, per poi restituirci una visione diversa e più fresca della realtà e del quotidiano. E Alessia, cresciuta con Garcia Lorca, Carducci, Ungaretti, D’Annunzio lo sa bene.

“Mio padre è sempre stato un amante della letteratura, della poesia e della musica classica, crescendo insieme a lui non ho avuto un percorso di lettura canonico. Nei miei primi sei anni di vita, imparavo a memoria le poesie di Garcia Lorca, Carducci, Ungaretti, D’Annunzio; sapevo come erano morti i poeti, i musicisti e gli scrittori tanto amati da mio padre e da lui incorniciati nella parete dietro la sua scrivania (mi affascinava e terrorizzava allo stesso tempo, sapere che Sofocle era morto ingoiando un chicco d’uva o che Dostoevskij durante le crisi epilettiche rischiava di ingoiarsi la sua stessa
lingua! In effetti mio padre, che allora studiava medicina, non mi risparmiava i dettagli macabri).

Ho dolci ricordi di questa immersione precoce nella grande musica e letteratura, e anche se allora molti scritti e molte poesie mi risultavano incomprensibili (diverso il discorso per la musica classica sulla quale mio padre inventava storie e disegnava scenari mentre l’ascoltavo), so di essere debitrice ancora oggi alla loro musicalità, la loro bellezza e all’impronta luminosa che sempre le cose vere lasciano nel cuore. Tramite mia madre invece arrivavano le fiabe – Il principe rospo, Biancaneve … -, i libri di Gianni
Rodari – su tutti “Le favole al telefono” – , il teatro – c’era allora a Modena il Teatro S. Geminiano che proponeva rassegne per bambini di altissima qualità -, le canzonette e le filastrocche. Aver avuto la fortuna di solcare il vasto mare della letteratura, non solo per bambini, fin da piccola ha influenzato molto la poetica di Radice-Labirinto volta a riportare la bellezza, la parola e la complessità nel panorama delle letture infantili”.

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Carpi è una città che ha la fortuna di ospitare una delle biblioteche e delle ludoteche per ragazzi più belle d’Italia, “Il falco magico”e “Il castello dei ragazzi”, con le quali questa libreria collabora. “Per il resto – afferma Alessia – la nostra città non è diversa da molte altre: la cultura del libro per l’infanzia tende ad abbassarsi e a omologarsi ai dettami commerciali. Ad aggravare la situazione, c’è oggi questa tendenza a riconoscere un buon libro per bambini dal messaggio che veicola, spingendo le case editrici specializzate in letteratura per l’infanzia – sempre più numerose – ad assecondare un filone pedagogico moralista che sta allontanando i bambini dalla storie, quelle vere”.

Cosa vogliono leggere i bimbi di oggi? E cosa i loro genitori vogliono fargli leggere?
I bambini sono numerosi quanto le stelle, e non esiste un libro che valga per
tutti. Le mode non dovrebbero influenzare il buon lettore e il bambino è a tutti
gli effetti un lettore, con la sua peculiare sensibilità, le sue esperienze, il suo
modo di relazionarsi al mondo e alle persone. Le dinamiche commerciali
desiderano l’omologazione dei gusti, dei messaggi e degli stili, ma un libraio
competente sa cosa proporre e come coltivare un piccolo lettore, a partire
dall’adulto che lo accompagna. E’ fondamentale che il bambino abbia una
figura di riferimento in ambito letterario, che si possa fidare e affidarsi, perché
spesso, sotto i dodici anni, la libera scelta davanti ad uno scaffale di una
libreria potrebbe non risultare adeguata o opportuna, specie in un contesto
culturale come il nostro dove i bambini e i giovani lettori sono indirizzati verso
libri costruiti a tavolino per attirare la loro attenzione. Questo contesto
culturale è lo stesso che purtroppo orienta anche lo sguardo del genitore –
molto probabilmente a sua volta un lettore debole – sempre alla ricerca dei
libri con figure perché le parole potrebbero annoiare o stancare il bambino, del
messaggio edificante (al momento spopola la cosiddetta “letteratura di
genere”), di illustrazioni sognanti, rotonde e colorate. I pregiudizi intorno ai
bambini e al libro per bambini sono ancora molti e poterli smascherare è per
noi librai una priorità.

Alessia ha un blog, “Le stanze del labirinto”, ovvero il diario di una libraia, nato in
contemporanea alla libreria, un vero labirinto, dove ad ogni svolta ci si ritrova in una
stanza diversa. In ogni stanza si può riflettere su argomenti differenti: si parla
di libri, di giocattoli, d’infanzia, di illustrazione, di film, di scuola, di sogni e di
dilemmi.
“La parola stanza evoca il libro “Una stanza tutta per sé” della mia amata Virginia
Woolf, un saggio in cui si discute del tempo e dello spazio che ogni donna
dovrebbe avere per scrivere e ritrovarsi – racconta Alessia – Le stanze del labirinto sono cresciute con costanza e dedizione e questo anche grazie ai miei affezionati lettori. Curare questo diario è come starsene dentro una stanza piccola con una grande finestra e osservare l’infanzia con un cannocchiale; mi piace pensare di soffiare le parole, fuori, oltre il davanzale, sperando che qualcuno, nel groviglio dei propri giorni, desideri raccoglierle e farne tesoro.

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Si sente spesso dire che l’infanzia è fatta di libri, forse più dell’età adulta: cosa ne pensi?
Penso che non possa esistere affermazione più forviante. Quello di “letteratura per l’infanzia” è un concetto molto recente così come è molto nuovo, nella
storia dell’uomo, il concetto di infanzia. Negli ultimi quindici anni, abbiamo
assistito al fiorire di una letteratura dedicata ai bambini (e dell’albo illustrato),
che ha risollevato le sorti del mercato editoriale. E’ soprattutto il lettore adulto
il grande acquirente dei libri per bambini e ragazzi, non solo perché in qualità
di genitore o insegnante sceglie testi per i propri bambini o alunni, ma perché
ha sviluppato una vera e propria passione ( in certi casi un vero e proprio
fanatismo) verso l’albo illustrato. L’adulto che entra in libreria spesso ci
confessa di leggere e acquistare solo libri per bambini. Trovo che dietro questa
tendenza ci sia molto da riflettere (sono più facili? Più belli? Ma non si potrebbe
parlare di bellezza anche per un Anna Karenina sebbene in termini differenti?),
e mi sconcerta sapere che non possano esserci libri fondamentali per ogni età
della nostra vita. Abbandonare l’idea che la lettura possa essere in ogni
momento della nostra esistenza, un àncora nel grande mare delle storie, mi fa
pensare che anche la letteratura per l’infanzia sia destinata a diventare, sotto
lo sguardo di adulti non lettori, un ambiente asfittico, ammiccante e senza
prospettiva.

Scrivi sul tuo blog: Io da parte mia auspico un ritorno alle fiabe e alle storie spensierate, ai tempi in cui leggere un libro significava solo leggere una storia, i tempi in cui sui libri non si lavorava. Nel libro “Il Cosario” edito da Edizioni Corsare che hai fatto insieme all’acquerellista Silvia Molinari, vai verso questa direzione? Oggi manca la spensieratezza?
Sono stata molto felice quando Giuliana Fanti, direttrice della casa editrice, ha accettato di scrivere nel frontespizio “Poesia di Alessia Napolitano e disegni di Silvia Molinari”. Ho sempre apprezzato nei libri la coerenza con cui gli autori si pongono nei
confronti del lettore, e per me era importante dire al pubblico che il testo del
Cosario è una poesia e che le tavole di Silvia Molinari sono disegni e non
illustrazioni; i due linguaggi si assomigliano, ma non sono sovrapponibili. La
coesione che fa del Cosario un albo illustrato nasce dal lavoro di due anni fatto
insieme a Silvia, spalla a spalla, dall’idea iniziale alla composizione sulla
pagina. Se un domani dovessi scrivere un altro libro, mi piacerebbe poter dare
voce ad una storia. Credo che la spensieratezza sia un valore che si stia via via perdendo nell’infanzia, e quindi nel libro per bambini. La spensieratezza non è il
divertimento, parola che invece la fa da padrona nelle dinamiche infantili e in
ambito educativo (si pensi allo slogan “imparare divertendosi”), ma l’assenza
di pensieri pesanti, l’assenza di una lezione da imparare, l’assenza di uno
sguardo adulto invadente o compiaciuto.