Comunicare di meno e meglio per (ri)avvicinare la gente alla politica

Lavoro nel mondo della comunicazione e sono sempre stata una forte sostenitrice dell’ecologia della parola. Quando poi si tratta di comunicazione politica – e lo scenario attuale ci offre un’imbarazzante quantità di spunti di riflessione – la faccenda si fa davvero elettrizzante.

Ne ho parlato con Giuseppe Morrone, 32 anni, originario di Caggiano, che vive a Modena e lavora nel campo della comunicazione politica e istituzionale. Alle spalle, ha una laurea triennale in Scienze della Comunicazione, una laurea magistrale in Storia contemporanea e un master di II livello in Public History. Nello specifico, Morrone collabora con l’On. Giovanni Paglia, capogruppo di Sinistra Italiana in commissione Finanze a Montecitorio e occasionalmente svolge attività di ricerca come freelance, in università (Laboratorio di Storia delle Migrazioni, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali di Unimore), per gli enti locali e, da quest’anno, nelle scuole portando avanti progetti di educazione alla cittadinanza e alla partecipazione. Si occupa inoltre di curare la comunicazione del collettivo modenese cosMOlab, attivo da due anni nella nostra città, e di organizzare e promuovere eventi di taglio storico-politico-sociale.

Quale sforzo occorre fare, oggi, per comunicare la politica in modo efficace ai cittadini?
Sembra banale dirlo, ma occorre mettersi nei loro panni, provare ad osservare attraverso le loro lenti, senza alcun cedimento a questo esclusivo punto di vista giacché la comunicazione è in primo luogo relazione, quindi reciprocità e corresponsabilità.
I panni cioè di una popolazione largamente sfiduciata e che percepisce – a torto o a ragione – nella politica uno strumento inutile o tuttalpiù impotente a migliorare la propria condizione. Le lenti cioè di chi troppo spesso pur lavorando non riesce a condurre un’esistenza dignitosa e felice, privato di diritti, reddito, potere, libertà e prospettive.
Come si fa?
Io credo moltissimo nella cura e nella qualità dei contenuti che la politica ha il dovere civico di trasmettere – nel loro intreccio che sappia dosare pensiero e immediatezza – e in una paziente opera di alfabetizzazione diffusa, a partire da quella digitale.
Non basta la semplificazione urlata, non basta lo storytelling ben agghindato, occorre rifuggire come la peste la cialtroneria e la mitologia degli splendidi social media manager privi di contenuti, attenti più alla forma che alla sostanza delle cose.
Ci vogliono almeno tanti umanisti con il senso storico dei processi e l’orecchio a terra attento a captare e interpretare il magma dell’attualità e la polifonia delle voci, quanti sono i creativi e grafici, meglio ancora se combinati nei rispettivi campi di saperi, necessari ma da soli insufficienti.
La tecnica “obbediente e ammaestrata”, priva di intellettualità critica, non comporta avanzamenti di conoscenza utili alla collettività.
Basterebbe comunicare di meno ma meglio ciò che la politica di costruttivo produce ogni giorno e non avere pietà nel criticare con costanza ciò che la politica commette di deleterio o ignora, giacché si parla di temi che, volenti o nolenti, riguardano tutti.

Giuseppe Morrone
Giuseppe Morrone

Comunicazione politica e social network: la lentezza tipica della comunicazione politica (incontri, dibattiti…) si incontra o si scontra con la velocità del mondo online? I social la sviliscono oppure la rafforzano?
Queste domande sono opportune perché mi consentono di completare un ragionamento ed evitare un fraintendimento.
Anzitutto: concordo sull’insufficienza odierna delle iniziative cosiddette verticali – ovvero con relatori dietro a un tavolo e uditorio passivo – che pure rappresentano uno dei must della sinistra.
Sarei per limitarle e circoscriverle il più possibile a problematiche contingenti e non generiche, che tocchino il sentire dei cittadini e dunque li coinvolgano, evitando le tristi platee dei “già convinti” e degli addetti ai lavori che si parlano addosso.
Ciò detto, c’è modo e modo di organizzare questi eventi: anche qui fare interagire diversi linguaggi e attori (letture, proiezioni, testimonianze, storie di vita, interventi densi, intermezzi musicali) può essere la chiave e avrei da richiamare diversi esperimenti di successo realizzati negli ultimi anni, per differenti ambienti e collaborando con decine di donne e uomini impegnati civicamente o socialmente a vario titolo nel territorio provinciale:: sul reddito, sul caporalato, sulla Maserati, sul boom dei voucher, sul senso del fare politica, sulla mercificazione del lavoro; argomenti non esattamente facili eppure resi attrattivi.
Sul rapporto tra reale e virtuale, invece, credo vada generato un equilibrio tra azioni “on line” e “off line” e loro riproduzione.
Cosa vuol dire?
Da un lato c’è chi vagheggia un ritorno a una presunta età dell’oro fatta di “radicamento sul territorio” ed eterni dibattiti in fumose sezioni di partito; dall’altro chi pensa che l’agire politico si risolva in un paio di “mi piace”, qualche condivisione simpatica e commenti ad ogni piè sospinto sotto post d’attualità sapientemente organizzati dall’algoritmo di Facebook.
Ci sono frammenti di verità in ognuno di questi due atteggiamenti, ma presi a se stanti non affrontano la complessità del presente – che è pregno di iper-connessione costante quanto di disperata ricerca di scambi umani sinceri – e non ci fanno procedere di un millimetro.
Un esempio: recentemente come cosMOlab siamo stati protagonisti di un paio di episodi di mobilitazione “off line” – tradotto: piccoli gruppi di ragazze e ragazzi che individuano un nodo di conflitto e lo politicizzano con le proprie idee, srotolando uno striscione in mezzo a un centro commerciale aperto durante un giorno festivo oppure distribuendo volantini e parlando con le persone in attesa alla fermata del bus – organizzati nelle loro modalità concrete prevalentemente “on line” (attraverso un paio di chattate su Messenger) o in situazioni insolite per lo scopo (un aperitivo) e chiaramente rilanciati live sui nostri canali social durante il loro svolgimento; episodi che, per altro, hanno ricevuto una notevole ricaduta mediatica tradizionale su siti e giornali cittadini, costituendo oggetto di confronto pubblico più che di soddisfacimento del nostro ego.
Lentezza? Velocità?
Io la chiamo volontà di fare e comunicare bene le cose – sottraendo consapevolmente ore preziose alle proprie vite precarie – adottando i mezzi, le possibilità e i tempi volta a volta più adatti al contesto.

Cosa significa oggi partecipazione democratica (si parla più di cittadinanza attiva, no?) e com’è educare i bambini a questa dimensione?
Partiamo da un presupposto: io non sono un insegnante, ma nella passata primavera mi è capitato di tenere un corso di educazione alla cittadinanza per le quarte e quinte elementari delle Scuole Rodari e Stradi di Maranello.
Mi sono dunque avvicinato a piccoli passi a questo ambiente per me sconosciuto, anche con qualche timore, e al termine dell’esperienza non nascondo che mi piacerebbe proseguire.
Io penso anzitutto che non soltanto i giovani vadano edotti alle gioie e alle fatiche della partecipazione democratica, ma anche gli adulti.
A Maranello abbiamo provato ad affrontare argomenti abbastanza ostici per ragazzi di 10-11 anni: l’attualità della Costituzione (di alcuni articoli in particolare, cito il 3 sull’eguaglianza), il ruolo del Parlamento e del Consiglio comunale, del sindaco e degli assessori, il valore dei diritti e doveri tra i cittadini in formazione, la consapevolezza del non essere solamente individui bensì soggetti attivi della comunità cui si appartiene.
Sono partito da un esempio che i ragazzi hanno dimostrato di avere apprezzato: l’immagine di un grande condominio nel quale ad ogni piano – dal primo in cui trova posto la famiglia con genitori e figli al quarto occupato dalla Repubblica e dai suoi 60 milioni di abitanti da rappresentare attraverso gli organismi democratici, passando per Comuni e Regioni – corrispondesse un ambito più largo, complicato ancorché costellato di ruoli, procedure, norme e istituzioni per garantire il vivere insieme, associato.
E torniamo alla domanda: cos’è partecipazione democratica, cos’è fare politica in fondo?
Io credo che per rispondere adeguatamente vada sfidata una narrazione che è ormai senso comune, suffragata da molta realtà purtroppo, trasversale e da cui nessuno schieramento è immune: cioè che chi fa politica sia un arrivista, un mediocre, un cazzaro, se non un ladro.
E’ vero: tanti, troppi politici hanno fatto l’impossibile per legittimare e rendere verosimile questa narrazione, io stesso ne ho conosciuti diversi, ma non tutto è perduto.
Come scriveva Calvino, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Proprio così: stravolgere i modi del fare politica quotidiano, a partire da quelle ostinate minoranze e individualità che esistono e già li praticano, magari ignorate dal caos indistinto del “facciamo tabula rasa, non si salva nessuno”.
Ultimamente mi hanno colpito due citazioni di Luigi Manconi e Jeremy Corbin, penso condensino abbastanza quello in cui attualmente mi riconosco:
La mia politica muove sempre da un nome, un cognome e un volto e da una storia individuale per raggiungere, quando possibile, una questione generale”.
Insieme possiamo costruire una società migliore, dove ognuno conta, dove ogni differenza è fonte di ispirazione e ricchezza”.
In sintesi: se ai ragazzi e ai bambini gli spieghi che la politica può essere un’altra cosa, magari li appassioni.

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Che domande ti fanno i bambini a riguardo?
Guarda, l’esperienza è stata sorprendente, i giovani sanno sempre stupire anche gli scettici come me.
Durante un incontro ho provato a introdurre un argomento: i diritti dei bambini, quali possibilità di fare conoscere e valere le loro esigenze.
A partire da alcuni accenni, ho dovuto praticamente sospendere la spiegazione perché sono stato subissato di domande che ho meticolosamente appuntato.
Ognuno aveva la propria rimostranza o curiosità: dal perché i genitori non li considerano ma pretendono assoluta obbedienza al perché le auto corrono troppo con il rischio di investirli; dal perché i parchi non siano puliti e sicuri al perché occorra pagare i trasporti, i libri e la mensa dato che la scuola è un obbligo sancito dalla Costituzione.
Su tale caterva di quesiti non ho ritenuto corretto affermare giudizi certi, netti – casomai fosse possibile – bensì per i successivi incontri ne ho selezionati alcuni attorno ai quali fare dibattere le classi, presentando chi fossero i decisori politico-istituzionali atti (nella realtà) a valutarli e risponderne, argomentando i pro e i contro e infine invitando i ragazzi anche a votare tra opzioni differenti, specificando i ruoli altrettanto decisivi delle maggioranze di governo e delle opposizioni che si formavano, come in una specie di piccolo Consiglio comunale trasportato a scuola.
L’obiettivo era fornire un ABC del nostro sistema democratico e specialmente sottolineare l’essenzialità della discussione informata e del consenso nelle decisioni e nelle scelte che riguardano la vita pubblica di tutti i giorni, come vi si può dunque incidere sin da piccoli.

La nostra città è caratterizzata da un forte attivismo sociale (mi riferisco al volontariato e non solo) che si contrappone a una presenza politica non proprio ruggente. C’è un forte associazionismo ma sono anche tanti i comitati che nascono, portando istanze politiche, iniziative singole che di fatto non riescono a fare sistema. Come leggi questa contrapposizione?
Concordo. Modena è una città con un forte tessuto associativo e di volontariato e una presenza politica piuttosto sonnacchiosa, anche se a scavar bene qualcosa si muove.
Io non credo debba sussistere per forza un dualismo tra queste due dimensioni, entrambe vitali, oserei direi complementari se solo si parlassero di più, superando reciproche diffidenze; quanto ai comitati si tratta più che altro di luoghi che sorgono per rispondere a determinate istanze locali e che segnalano comunque situazioni cui le istituzioni non sanno o non vogliono rispondere, dunque fondamentali.
In generale ci si scontra con un gigantesco equivoco: si è abituati a credere che si possa fare politica solamente nei partiti, invece non è così; ora: da più dieci anni ho provato (e provo) ad abitare partiti di sinistra in maniera eretica – con anche ruoli di responsabilità in passato, un processo di picchi emotivi altissimi, entusiasmanti e deludenti a corrente alternata – e credo nella loro valenza seppure siano totalmente da reinventare nel loro stesso modo di funzionamento.
Riconosciuto ciò, alcuni appunti disordinati dalla mia cassetta degli attrezzi: per fare politica non servono particolari doti da “dirigenti”  né retrive nostalgie dei bei tempi andati, occorrono dedizione, determinazione, intuito, spirito di osservazione, passione, umiltà, generosità, spontaneità, serietà, disponibilità, chiarezza, abilità nel creare nessi, informazione e apprendimento continui, testa e cuore.
Quel dispendio al servizio dell’interesse generale e del “diritto di avere diritti” di cui è stato maestro il compianto Stefano Rodotà.
Ancora: stare fisicamente nei conflitti, prospettare soluzioni a chiunque ponga un problema, aguzzando l’ingegno, non ignorare perfino le richieste più improbabili. Autorevoli nelle aule istituzionali e di lotta, insieme agli sfruttati, nelle piazze, davanti a una fabbrica o in un CIE a fianco dei rifugiati.
Non specialisti né tuttologi, non professionisti né fenomeni da piedistallo ma persone normali, con i loro casini e sentimenti. Più umanità meno astuzie.
Servono preparazione (cioè studio) e duttilità (cioè pragmatismo) abbinate a un disegno di società da avere sempre in mente, un’idea forte che ci guidi, cui tendere.
Gli irregolari, i coraggiosi, gli scomodi, i piantagrane – spesso donne ma non soltanto, specie a Modena – possono essere la salvezza di un mondo politico che è in crisi anche perché profondamente maschile, nel suo grigiore, nei suoi riti stanchi, nelle sue prevaricazioni e nelle sue paranoie.
Dunque: meno timidezze per chiunque sia affascinato dalla partecipazione alla polis ma non vi si affacci per timore di una sua inadeguatezza, meno supponenze e atteggiamenti respingenti da parte chi la polis già la frequenta.
Qualche spunto: avremmo bisogno di amministratori che non considerino sognatori coloro che han l’ardire di immaginare disegni rivoluzionari per il futuro – ad esempio chi ritiene che i centri storici delle città vadano integralmente sgomberati dalla dittatura delle automobili – quanto di giornalisti e osservatori dallo sguardo acuto che, per dirne una, si cimentino in un racconto dell’Italia nelle sue pieghe meno esplorate, dalle città ai paesi; o ancora, come auspica il mio amico Federico Martelloni, di un’inchiesta parlamentare, con strumenti innovativi, che dissodi e descriva com’è composto davvero il mondo del lavoro odierno.
Politica è interessarsi di quel che ci accade intorno e organizzarsi per migliorare e trasformare l’esistente, che lo si faccia con una tessera di partito in tasca o meno ha un’importanza secondaria; i movimenti, i comitati e il civismo che non han timore di misurarsi e contaminarsi con partiti che a loro volta siano in grado di ripensare se stessi e relativizzarsi, ci mostrano una strada virtuosa.

La parola “eccellenze” ci piace da matti. Tortellini, Pavarotti, aceto balsamico. Vogliamo andare un po’ oltre? Cosa vedi tu, oltre questo? La bella ricerca a cui hai collaborato all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore fa luce, anche in prospettiva, su altri tipi di eccellenze che ignoriamo? E in generale, quali sono per te le eccellenze modenesi?
Esatto: andiamo oltre. Anche perché a me la pappardella sulle eccellenze – che non riguarda solamente Modena – pare sopperire più che altro un vuoto di elaborazione e di visione, che riflette a sua volta l’inconsistenza culturale di grossa parte delle cosiddette classi dirigenti.
Classi dirigenti che sembrano non vedere l’ora di agganciarsi al carro del messia di turno anziché prendere l’iniziativa e dettare una linea attenta alla qualità sociale, culturale e ambientale dello sviluppo, che non rifaccia il verso, magari ammodernato tecnologicamente, a modelli obsoleti.
I livelli enormi di inquinamento e le distese di cemento per nuove costruzioni pur in presenza di migliaia di case inutilizzate e sfitte nonché di sempre più persone sotto sfratto, sono lì a ricordarci gravi storture che diventano danno generale.
Intendiamoci: ho massimo rispetto per quei brand che incontrano il favore del mercato, dei turisti, che generano introiti e ricchezze per il sistema produttivo e l’indotto in termini di posti di lavoro; ma mi chiedo: cosa rimane al territorio, al di là del gigantismo e dell’occasionalità degli eventi nonché dei profitti che volentieri circolano in circuiti ristretti, magari poggiati su manodopera precaria?
Non soltanto: la concentrazione ossessiva su specifici settori – l’enogastronomico e il motoristico, per semplificare – rischia di precludere lo sguardo a quel tanto di positivo e funzionale che la nostra città mette a disposizione da decenni per chiunque vi approdi nonché di favorire distorsioni che pure esistono.
Senza dubbio allora, il sistema dei servizi alla persona, il sistema scolastico, il sistema sanitario e il sistema universitario e, perché no, il panorama musicale (rinverdito dal recente e indiscutibile successo del Modena Park di Vasco Rossi), rappresentano quattro micro-cosmi di alto livello, da preservare e valorizzare; ma anche qui alcune situazioni sono da affrontare: come ha ricordato poche settimane fa il prof. Giovanni Solinas, direttore del Dipartimento di Economia di Unimore, non è possibile che esistano Dipartimenti privilegiati e pigliatutto in termini di finanziamenti (tipo Ingegneria) ed altri (in particolare quelli economico-sociali-umanistici) costantemente sviliti.
Con il nostro progetto “Il posto di chi arriva” – frutto di una felice convergenza tra storici, sociologi ed economisti nata all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore – abbiamo impiantato una collaborazione tra attori diversi (Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Università, Comuni di Fiorano, Sassuolo, Modena e Maranello) su un lavoro di ricerca che indagasse e ricostruisse il fenomeno dell’immigrazione tra Modena e il Distretto Ceramico dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’90 del Novecento, comparando la fase degli spostamenti interni (prevalentemente dal Sud Italia ma non solo) con quella degli spostamenti dall’estero.
Ci siamo chiesti: quale rapporto sussiste tra gli arrivi provenienti da territori prossimi, come l’Appennino, poi da geografie più lontane ma sempre italiane, il sud e le isole, infine dai Paesi extraeuropei? A quali difficoltà e quali opportunità si è trovato di fronte un immigrato giunto da Catanzaro come da Tangeri? Quali relazioni e tensioni intercorrono tra la persona che migra e il luogo d’accoglienza? Cosa è il posto di chi arriva? E quali ripercussioni sullo spazio pubblico? Come questi sono stati attraversati e modificati dalle domande di cittadinanza progressivamente rivendicate da sempre nuovi soggetti migranti (individui o organizzati tra loro)? Quali le risposte fornite dai soggetti collettivi, le soluzioni adottate dalle istituzioni?
Ecco: intervistare non meno di 50 persone, tra testimoni diretti e informatori, tra vecchi e nuovi amministratori; spulciare le rassegne stampa e gli archivi più vari; confrontarsi con le emozioni di chi rievoca la propria storia privata; per poi estrarre da questo lungo e puntiglioso scavo, materiale utile alla comprensione del presente – per la cittadinanza, per le scuole, per la politica – a noi equipe di ricercatori pare un modo di attraversare, conoscere e narrare il territorio – nelle sue infinite sfumature – da incoraggiare e moltiplicare.

Chiavi per la ricerca della Bellezza a Modena, “città poetica”

“Credo che tutto nasca dalla fame e dalla necessità. Tu vieni al mondo, hai occhi per vedere, e la realtà impatta su di te con la sua forza; scrivi per cercare senso a quell’impatto, anche se provvisorio, sempre in fieri. Ma non puoi scrivere se non davanti a ciò che esiste, se anche solo in termini di visione”.

Mariadonata mi racconta che, secondo lei, ciò che rende oggi le persone lontane dalla poesia è la tendenza diffusa a rendere la parola poetica un rigurgito solipsistico.

assedio“E allora come può interessare all’altro? Questa è una questione che non riguarda solo chi “ha il pallino” della parola scritta: ha a che fare col nostro essere umani. Le parole sono sottoposte a un gravissimo processo di erosione. Non so ancora se avesse ragione san Tommaso quando diceva che “nomina sunt consequentia rerum”, o se le parole siano degli oggetti magici che hanno vita in sé. Ne “La strada” di Cormac Mc Carthy, in un mondo di catastrofe post-apocalittica, i due protagonisti, padre e figlio, trovano una latta di pesche sciroppate, e il figlio, prima di mangiarle, non sa cosa siano, né le sa nominare. Il linguaggio si restringe perché si restringe la nostra esperienza del mondo. “Per cambiare lingua, devi cambiare vita”, dice Derek Walcott. Io credo che – sostiene Villa, che oltre che di letteratura, in particolare di lingua inglese, si occupa di teatro, fotografia ed arti visive, esplorando il rapporto tra parola e immagine. La sua prima raccolta in volume, “L’assedio“, è stata pubblicata nel 2012 dall’editore Raffaelli di Rimini. Dopo varie pubblicazioni su rivista, sta completando il suo secondo libro di poesie – Anche se pochi se ne accorgono, oggi camminiamo sull’orlo di questo abisso di perdita. Occorre che i poeti corrano ai ripari col corpo delle parole. Allora anche la scrittura e la lettura diventano una forma di resistenza. Alla perdita, alla mancanza totale di senso, al buio. Ma questo resistere è una conseguenza dell’esistere.

La ricerca della bellezza in questa era dell’anestesia totale: cosa ci sveglierà dal torpore? Come poetessa ed educatrice, cosa puoi dire?

La parola “anestesia” ha esattamente la stessa radice della parola “estetica”; la bellezza può ancora essere un antidoto alla perdita di senso generale. Ma il nostro piccolo benessere diffuso, eretto a scopo del vivere, ha bombardato quell’anelito di assoluto che, in fondo in fondo, ci distingue dagli altri animali, che in ere passate ci ha fatto alzare su due piedi per guardare più in alto e più lontano. La grande arte è nata spesso in mondi terribili, perché per far resistere il corpo dell’uomo era indispensabile tenere vivo il fuoco al suo interno. Mi sembra un ordine di grandezza molto diverso da quel concetto disincarnato di bellezza che ci viene venduto già contraffatto.
Non ho visto nulla di più rigenerante, in vite piccole, ma già spesso messe alla prova da tante situazioni difficili, che essere di fronte alla bellezza in prima persona. Da qualche anno porto i ragazzini di quinta in gita dove c’è il mare, perché quasi sempre in classe c’è qualcuno che non l’ha mai visto. Ecco, poter guardare gli occhi di qualcuno che vede il mare per la prima volta è qualcosa che non si dimentica facilmente. Non ha a che fare con la didattica, ma è il suo motore.
Nella scuola vedo una tendenza a sottovalutare, affogati nella burocrazia, questo potere eversivo. Far studiare a memoria a bambini che non sanno bene l’italiano versi di duecento o duemila anni fa, e vederli illuminarsi, anche solo per il sapore che quella parola ha sulla lingua, è un rischio che bisogna tornare a correre. Ci vogliono tempo, silenzio e fatica. Non sono indici misurabili, ma mi sembrano, in fondo, l’unica via praticabile.

Mariadonata Villa
Mariadonata Villa

Educare alla ricerca di senso e di bellezza è una bella responsabilità di cui un insegnante in generale e una maestra di scuola elementare in particolare, come te, si fa carico. Il tema dell’integrazione, che parte dai primi anni di scuola, secondo me è centrale in questo percorso, in questa ricerca dell’individuo…
Viviamo in una città in cui si investono molti soldi per far vedere che innoviamo nella scuola modenese, con progetti anche avanzatissimi. Ma esistono ancora troppe scuole brutte, grigie e vecchie, nonostante gli sforzi di chi ci vive quotidianamente. Per un’integrazione vera bisognerebbe ripartire dai fondamenti: investire sui luoghi più fragili; potenziare, invece che tagliare sempre più ogni anno, le ore di alfabetizzazione in lingua italiana; usare come strumenti l’arte, il teatro, il territorio. Quando, dopo anni di scuola qui, un ragazzino continua ad essere estraneo sia alla propria lingua madre che all’italiano, questo è un grande fallimento, non del sistema scuola, ma del sistema città, perché la lingua è lo strumento del pensiero, e come potrà un giovane uomo o una giovane donna dire ciò che pensa o che sente, partecipare alla vita pubblica, se non ne ha i mezzi? A che tipo di istruzione accedono, una volta passati agli ordini superiori di scuola, i figli dei migranti, che tra pochi anni saranno, per ragioni squisitamente demografiche, la maggioranza?
La vera integrazione non è una “normalizzazione”, ma è dare a ciascuno quello che gli serve per camminare. Su questo siamo ancora molto indietro. Un investimento su queste cose non è immediatamente visibile o misurabile nel breve periodo; ci vorrebbe qualcuno che avesse il coraggio di farlo. La scuola è una straordinaria fucina di comunità, ma non può vivere da sola.

Modena è una città poetica?

Per rispondere, devo prima dire che a me interessa molto la marginalità, la periferia; per trovare la terra di nessuno devi uscire dal centro, devi staccarti dal già noto, dal già conosciuto. E per fare questo c’è chi va in cerca di Ultima Thule, o c’è chi, come Luigi Ghirri, che amo tantissimo, e che è uno dei maestri indiscussi dello sguardo, per me, riteneva che anche con un giro di due chilometri intorno a casa si potesse fare un viaggio in un territorio inesplorato.
In questo senso, Modena è una città molto poetica, perché è piena di interstizi (monumenti, luoghi, persone); al contempo, nonostante in provincia ci sia un festival di poesia che ormai è fra i più importanti a livello nazionale, e nonostante vivano nella provincia poeti la cui opera resisterà al tempo, Modena città fatica ad ospitare fatti di poesia strutturati, (se escludiamo il ciclo La parola verticale che Drama Teatro organizza da due anni).

photo credit: yumikrum depths via photopin (license)
photo credit: yumikrum depths via photopin (license)

Hai alle spalle tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia e sei una cittadina attenta e partecipe alle proposte culturali modenesi. Come valuti la tua città dal punto di vista culturale?

L’offerta culturale (termine che odio) è sicuramente molto ricca: teatri, circoli, eventi, festival, musei. Si potrebbe, certo, discutere a lungo sui criteri con cui si decide su cosa investire a livello cittadino. Ma c’è una questione che viene prima, su cui sono stata costretta a riflettere anche nei tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia, ed è la questione di quale sia la visione che ci anima. Per me è qualcosa di cruciale, nella poesia come nella concezione di una città.
Si tratta di chiedersi non come attiriamo gente, ma cosa è importante per noi che resista al tempo. Ho la sensazione che manchi questa prospettiva di lunga gittata, di qualcosa che vada oltre sé e la propria azione nel mondo. Mi sembra però che qualcosa stia cambiando dal basso; penso ad eventi collettivi come quello recente, ispirato alle Città invisibili di Calvino, che il Teatro dei Venti ha organizzato in apertura del Festival Trasparenze, e che ha molto a che vedere col tema della bellezza e del suo spazio nella città.

Immagine di copertina, photo credit: Massimo Accarino via photopin (license).

Storie da allacciarsi addosso

“Raccogliamo soprattutto storie che ci aiutino a capire chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e che cosa vorremmo fare del nostro presente – racconta Paola – Ci interessano soprattutto le storie che le comunità e i territori in cui siamo cresciuti hanno vissuto nel Novecento. Non lo facciamo né per la nostalgia di un piccolo mondo antico, né per l’ossessione legata alle radici. Partiamo dalla storia locale perché crediamo che aiuti a catturare l’attenzione delle persone. Raccontare vicende che riguardano la realtà vissuta nel quotidiano aiuta ad avvicinare la storia ai non addetti ai lavori. Quando ci si muove in uno spazio noto, il passato sembra meno lontano, pur non perdendo tutta la sua profondità. Proprio da questo punto possiamo partire per costruire un discorso storico capace di tracciare un legame fra il mondo di ieri e quello di oggi. Ci affascinano le storie di vita, le esperienze raccontate e raccolte dal basso, le vicende accadute lontano dai riflettori della “grande storia”: insomma, non solo e non tanto battaglie, sovrani, famiglie nobili e intrighi politici”.

Paola mi racconta di trovare molto stimolante nel suo lavoro il fatto di coinvolgere pubblici diversi, non necessariamente appassionati o interessati alla storia. “Mi è capitato infatti di incontrare persone che hanno partecipato alle iniziative e agli eventi perché toccavano temi e luoghi a loro vicini: diversi di loro non avevano affatto idea di amare la storia, ma sono andati a casa con qualche curiosità in più. Ancora più bella, poi, è la possibilità di “tornare a scuola” per portare la Public History agli studenti. Quando i ragazzi abbandonano la noia del manuale scolastico e iniziano a leggere la storia in un altro modo, hai la possibilità di risvegliare la loro curiosità. Per farlo, occorre utilizzare strumenti diversi, ma anche, a monte, orientare la ricerca in modo da scovare cose che siano interessanti per loro. Cambiare punto di vista è sempre stimolante!
Se, poi, i destinatari sono i bambini, la sfida si fa ancora più complessa, interessante e divertente. Trasmettere l’importanza di uno sguardo storico alle classi elementari è una delle missioni educative più belle che mi siano capitate. Recentemente ho lavorato insieme a Daniel ad un progetto che si chiama “Dai margini alla storia. Cittadini responsabili”, ideato da Arci Modena: abbiamo costruito una mappa che propone due itinerari nella storia della Resistenza a Fiorano Modenese e a Sassuolo, accompagnati da un piccolo gioco enigmistico. Da questo strumento partirà un percorso di didattica della storia: preparare le attività per il lavoro in classe è uno stimolo a rendere sempre più efficace, vivace e coinvolgente il nostro modo di proporre il metodo e il racconto della storia ai più piccoli.

spettacolo #cittadine al teatro comunale di Modena

Vado brutalmente al sodo: si guadagna qualcosa dal punto di vista economico da questa attività?
Direi che si guadagna più di qualcosa! Se poi vogliamo provare a quantificarlo, la mia esperienza mi dice che è una professione della quale si può vivere. Il mercato c’è, poi vivere o meno di Public History dipende molto dalle scelte e dalle attitudini personali. Per quello che mi riguarda, amo fare anche altro: mi sono sempre occupata anche di turismo e di comunicazione, digitale in particolare. Continuano a chiedermi di farlo, per cui i miei guadagni di libera professionista si dividono appunto tra comunicazione, turismo e Public History, a volte con incarichi che integrano tra loro questi miei tre ambiti di competenza. Ci sono state fasi della mia vita professionale in cui ho guadagnato di più dal turismo ed altre, come questa, in cui la gran parte degli introiti mi viene dalla Public History. La mia sensazione è che se scegliessi quest’ultimo ambito come unico ramo di attività, investendoci tutte le mie energie, potrei camparci. Come d’altra parte ci vivono altri professionisti che conosco. È ad esempio il caso del mio “socio” in affari Daniel Degli Esposti.
Detto questo, devo aggiungere che credo di capire il senso della tua domanda, perché penso che si debba agli stessi dubbi che all’inizio avevo anche io. Ovvero: verrà percepito il valore di quello che faccio e la sua utilità? Verrà riconosciuto come lavoro e ricompensato? Come spesso succede, credo che la risposta stia in noi, più che negli altri: se sono convinta del suo valore e riesco a comunicarlo, allora sarà ricompensato. Sta a me. Ci sono committenti, come l’università e altri, che non hanno bisogno di essere convinti e ci sono committenti con i quali invece è necessario “farsi valere”. D’altra parte questa capacità di darsi valore dovrebbe appartenere ad ogni professionista, che in fondo è un imprenditore di sé stesso.

Qual è una storia legata al territorio modenese che avete raccolto e che pochi o nessuno conosceva?
Bella domanda! Per rispondere, però, bisogna fare una premessa. Abbiamo avuto la fortuna di partire dalle ricerche che gli storici hanno fatto negli ultimi settant’anni. Quando abbiamo letto per la prima volta i loro libri, credevamo che fosse difficile scoprire qualcosa di nuovo o di più. Il bello della ricerca, invece, è che gli archivi e le persone hanno tantissime storie inedite da raccontare, molte più di quelle che uno studioso possa arrivare ad abbracciare. La difficoltà non sta tanto nello scovarle, quanto nel capirle e nell’inserirle in un contesto che permetta di trasmetterne il senso. In questi mesi ne abbiamo trovate diverse, ma una ci ha colpito in modo particolare: è successa a Vignola nel giugno del 1937, quando quasi tutto il paese girava intorno al business delle ciliegie. All’epoca la Cirio aveva uno stabilimento nel viale Trento e Trieste, dove lavoravano 300 operaie stagionali. La fabbrica assumeva soprattutto le ragazze per pagarle meno degli uomini. Le famiglie erano d’accordo, perché uno stipendio in più faceva comunque comodo, ma non mancavano le voci critiche. Un giorno infatti un cittadino si presentò dal podestà per chiedere che le operaie smettessero di uscire per le strade durante la pausa pranzo: credeva che la loro presenza fosse “un inconveniente” per il decoro pubblico. Ci aspettavamo che la protesta si esaurisse nella sua denuncia, invece il podestà scrisse una lettera al direttore dello stabilimento per evitare che “l’inconveniente” si ripetesse!
Non è un semplice aneddoto di colore: è una storia che, raccontata in modo corretto, fa emergere molto bene la complessità del contesto sociale e la mentalità di una comunità in un preciso periodo storico. Da fatti come questo un Public Historian può costruire un racconto “glocal”, che inserisce lo scenario del territorio in una cornice più ampia, attraverso il confronto fra le continuità e le specificità.

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Come si fa oggi, in mezzo a tutto questo frastuono, a prestare orecchio, bene, alle storie e ad allacciarsele addosso?
Mi chiedi i segreti del mestiere! È un discorso lungo, ma semplificando direi che di solito ci teniamo strette le cose che sentiamo nostre, che ci riguardano, che ci toccano in qualche modo. Se abbiamo questa percezione, è automatico tenersi strette le storie. Compito del Public Historian è accorciare quella distanza che è normale che le persone sentano rispetto al passato. Va fatto comprendere – direi anzi sentire – quel legame tra noi e le storie che solo apparentemente sono passate, ma che in realtà ci parlano del nostro presente e a volte sono più vive che mai. Il passato lascia traccia nel presente, lo condiziona, lo spiega… si tratta solo di vederlo. Lo storico tradizionale sa vederlo, il Public Historian sa anche comunicarlo, farlo vedere ai non addetti ai lavori. Può non essere facile far sentire la propria voce nel frastuono del presente, ma le chiavi per richiamare l’attenzione, superare l’indifferenza, coinvolgere il pubblico e tenerlo con noi fanno parte delle competenze di chi fa questo mestiere.

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Come comunicatrice, lavori anche in ambito turistico e culturale. Come si intreccia tutto ciò con la Public History?
Dal punto di vista di un manager del turismo, valorizzare un territorio significa prima di tutto conoscerlo, studiarlo, anche nel suo divenire storico. Fatto questo, occorre farlo conoscere agli altri, incoraggiarne e sostenerne la scoperta e la fruizione da parte di residenti e visitatori. Il punto d’incontro fra turismo e Public History si trova nella dimensione locale: quando gli “storici per il pubblico” studiano una comunità e il suo territorio, ricavano elementi importanti per raccontarli alle varie tipologie di fruitori. Ecco perché la Public History e il Management della valorizzazione del patrimonio territoriale hanno punti comuni, pur non sovrapponendosi completamente.

Daniel e PaolaProvo a fare qualche esempio per cercare di chiarire meglio questo punto. I fruitori di turismo culturale si muovono tra beni culturali – come monumenti, musei, edifici e luoghi con valenza storica e artistica – o anche andando a conoscere la cultura enogastronomica locale, le tradizioni, le produzioni artigianali o industriali… cultura in senso ampio, insomma. Se affidiamo lo studio di questo patrimonio ad un Public Historian, tutto ciò diventa prima oggetto di ricerca storica e poi elaborato e reso fruibile attraverso una narrazione, un discorso storico, che offre una profondità di sguardo solitamente molto apprezzata. Non si tratta di snocciolare nomi, date ed eventi in ordine cronologico. Si tratta invece di spiegare i nessi che li legano, soprattutto di rispondere alla domanda del perché certe cose sono accadute.
Per comunicare questi contenuti, ci si può avvalere di pannelli museali, installazioni multimediali, video, guide in carne ed ossa, applicazioni digitali… A volte vengono proposti percorsi attraverso luoghi significativi del territorio o eventi che combinano narrazione e arte. Gli strumenti sono infiniti, lo scopo è sempre quello di far conoscere storicamente e in modo interessante e coinvolgente un territorio. Tutti questi che ho elencato sono strumenti tipici della Public History, ma appartengono anche alla classica offerta turistico culturale che tutti conosciamo.
Guardando alla mia esperienza personale, in effetti progetti di questo tipo mi sono stati commissionati sia da soggetti pubblici e privati interessati allo sviluppo turistico culturale del loro territorio – come nel caso del comune di Fiorano con il Museo della Ceramica – sia da associazioni con obiettivi più legati alla disciplina storica. Penso ad esempio ai percorsi dell’applicazione digitale Resistenza mappe o alle camminate e pedalate di questa primavera organizzate dall’Istituto storico e dal Centro documentazione donna di Modena per il progetto #cittadine. In ogni caso progetti di questo tipo hanno un risvolto turistico, possono offrire vantaggi economici per un territorio… ed è un aspetto che aiuta.

Cosa ci insegnano le storie nel 2017?
Ci insegnano a distinguere, ad avere uno sguardo critico sul presente e anche su noi stessi. A vivere con più consapevolezza e senso di responsabilità. Ci insegnano che niente di quello che viviamo oggi è frutto solo o semplicemente del caso o addirittura del destino. Che si può sempre scegliere, magari non di fare tutto quello che vorremmo, ma tra qualche opzione sì. Ricordandoci sempre che anche non scegliere, anche restare indifferenti, è una scelta, con delle conseguenze. Ci insegnano che come le scelte che gli uomini hanno fatto in passato hanno determinato il nostro presente, così quelle del presente determineranno il nostro futuro. Mentre lo dico mi rendo conto che è un insegnamento che vale sempre, non solo per il 2017. Perché non si tratta di capire e conoscere una storia precisa e fine a se stessa, ma, attraverso questa, imparare a leggere il senso e i meccanismi del divenire storico fino al nostro presente. Questo per me è fondamentale.

La versione di Ylenia: ecco come Modena è diventata la mia città

“Osservo continuamente la città – mi racconta – anche per il tipo di percorso universitario che ho scelto, Ingegneria Civile, dedico particolare attenzione agli spazi pubblici, alle architetture civili e a vocazione comunitaria. Oltre ad essere colpiti da scorci di grande bellezza, non si può non notare che a Modena molti spazi esprimono un’intima natura relazionale”.
Ylenia racconta di essere arrivata in questa terra, come tanti altri giovani, con l’idea che qui si potessero fare esperienze di partecipazione più incisive di quelle che può fare una ragazza in Sicilia, “dove sono ancora forti le mafie e la cultura maschilista, ma purtroppo – afferma – ho dovuto in parte ricredermi.
Ho iniziato a fare politica a Modena nel Partito Democratico all’epoca dei referendum sull’acqua ed il nucleare: c’era un rapporto stretto con i movimenti per la scuola pubblica, l’università e i diritti; c’era un gruppo di giovani attivi e motivati e pensavo che il partito potesse dare risposte concrete a questa generazione precaria ma molto scolarizzata. Però nel tempo ho visto che quei temi che mi stavano a cuore avevano sempre meno peso nel partito, il rapporto con i movimenti si raffreddava e, quello che è più grave, la nuova impostazione del partito “liquido” e staccato dalla cultura storica di provenienza, ha lasciato i giovani della mia generazione con un grande vuoto di formazione politica. Quelli che hanno continuato a fare politica hanno sostituito i valori “tradizionali” con una generica fedeltà all’identità del gruppo; la fine delle strutture interne al partito (sostituite dalla comunicazione mediatica e dal rapporto diretto con il capo) ha prodotto una generazione che è molto lontana dalle condizioni reali di vita della popolazione e dai suoi problemi. Sono dunque uscita dal partito, ma continuo ad osservare attentamente quello che accade”.

received_10155397617848970Le chiedo se dopo l’esperienza di militanza nel partito, ha trovato altri canali, ad esempio il volontariato, attraverso cui esprimere il suo senso e sentimento civico.
“Non faccio volontariato. Mi rendo conto che può sembrare strano dichiararlo così apertamente invece di glissare ma si tratta di una scelta e quindi voglio chiarirne almeno due motivi. Il primo è che non ho tempo, in quanto studentessa-lavoratrice. Cerco di coltivare rapporti costruttivi e leali con le persone che mi sono attorno, ma già così quelle a cui riesco a dedicare del tempo sono sempre meno di quante ne vorrei. Il secondo è che sono un po’ turbata dalla grande retorica che a Modena ultimamente si fa attorno al volontariato: sembra sempre la panacea di tutti i mali. Si arriva persino a proporre il volontariato obbligatorio per i migranti accolti o per chi percepisce un sussidio sociale, in modo che possano sdebitarsi del sostegno che viene loro dato. Francamente mi sembra un’idea assurda. Temo che dietro questa retorica del volontariato si nascondano due grossi problemi: il primo è che, di fronte a bisogni sociali sempre più vasti, i servizi pubblici sono in dismissione dal punto di vista delle risorse umane e finanziare; quindi si encomiano di continuo i volontari perché senza di essi la tenuta sociale della comunità sarebbe in serio pericolo. In secondo luogo temo che molte associazioni di volontariato siano viste dai politici (e forse si percepiscano loro stesse) come bacini o nicchie di consenso elettorale.

Urbanistica, ambiente, lavoro, giovani, cultura. Temi da niente… Partiamo dal primo. Negli ultimi anni a Modena si è posta con forza la questione dell’urbanistica e la città ha vissuto delle trasformazioni importanti…
L’urbanistica è la scienza delle strutture, della viabilità, delle previsioni tendenziali sulla quantità di popolazione, ma è soprattutto la scienza dello stare insieme, delle relazioni tra le persone, del diritto alla città come luogo di cooperazione e di emancipazione. Se questo è vero in generale è particolarmente vero a Modena. Osservo continuamente la città e, anche per il tipo di percorso universitario che ho scelto, dedico particolare attenzione agli spazi pubblici, alle architetture civili e a vocazione comunitaria. Oltre ad essere colpiti da scorci di grande bellezza (andate sul mio profilo Instagram per verificare quanto il mio occhio sia innamorato di Modena), non si può non notare che a Modena molti spazi esprimono un’intima natura relazionale.
Che si tratti della piazza medioevale con l’epica civile scolpita sul duomo e la pietra dei discorsi, oppure dei quartieri costruiti negli anni ’60 e ’70, dove villette del ceto medio ed edilizia popolare convivono armoniosamente in contesti ricchi di parchi, sale di quartiere e luoghi di socializzazione, tutto nell’urbanistica modenese esprime la tendenza di questa comunità a cooperare, ad includere, a partecipare collettivamente alle decisioni. È triste vedere che negli ultimi anni questa bussola si sia forse un po’ persa.

In che senso? Quali sono secondo te le priorità che una città come la nostra si deve dare oggi, da questo punto di vista?
La grande sfida dell’inclusione sociale è centrale oggi soprattutto dal punto di vista urbanistico: bisogna evitare di costruire nuovi ghetti, concreti o relazionali, per le persone più fragili.
Questo passa dallo sviluppo urbanistico in primo luogo per quanto riguarda la questione della casa: impossibile pensare che a Modena ci sia tanta gente senza casa o che vive in alloggi di fortuna mentre esiste un grandissimo patrimonio immobiliare inutilizzato, pubblico e privato. C’è bisogno di scelte coraggiose in questo senso, anche sul piano dei servizi. Sicuramente encomiabile tutto quello che si fa per la cosiddetta “accoglienza” della popolazione migrante. Ma bisogna ammettere che il quadro normativo in cui si opera è totalmente assurdo: che senso ha negare giuridicamente la figura del migrante economico, dando cittadinanza solo al “rifugiato” da accogliere? Tanto più che i migranti, regolari e non – e spesso quegli stessi rifugiati – sono la principale riserva di manodopera a basso costo e con scarsi diritti di intere filiere produttive (si pensi alla logistica, al lavoro agricolo, a certi settori operai). Se sono irregolari, oppure se sono legati a macchinose procedure per ottenere i permessi di soggiorno o le residenze in città, diventano debolissimi contrattualmente e inevitabili vittime dello sfruttamento. Negare per decreto la figura del migrante economico non significa far scomparire i migranti, ma renderli tutti persone senza riconoscimento giuridico. In attesa che qualche forza politica possa cambiare questa assurda legge nazionale, Modena dovrebbe muoversi con le politiche sociali riconoscendo la residenza a tutti coloro che sono sul territorio.

FB_IMG_1496212948667Ancora più importante è il risvolto produttivo della questione: oltre alla casa c’è bisogno di lavoro e questo si produce con investimenti pubblici, innovazione tecnologica e programmazione produttiva. Questo vale per i migranti ma anche per tutti gli altri: la città necessità di un piano di opere pubbliche utili come la messa in sicurezza del patrimonio architettonico, il contrasto al dissesto idrogeologico, un nuovo investimento sui servizi pubblici alle persone e alle famiglie.
Il sistema industriale non va assolutamente smantellato: non può sopravvivere una città-vetrina basata sui consumi di lusso per i turisti. In questo è necessaria una forte guida politica, che faccia convergere gli interessi delle imprese e dell’università. Mi piacerebbe vivere in una città in cui la mia università collabora con le imprese e i lavoratori per limitare l’impatto ambientale della produzione, inventando tecnologie verdi efficaci, e per alleviare le condizioni di lavoro più pesanti. Come è possibile che nel 2017 degli operai debbano calarsi dentro cisterne piene di fumi pericolosi, movimentare a braccia merci pesanti, rischiare di ammalarsi per colpa dei ritmi di produzione? Una guida politica seria dovrebbe produrre molti più investimenti sull’innovazione tecnologica per ridurre la fatica delle persone e migliorare la produzione. Magari distogliendo qualche energia dalla ricerca sulle armi e le mine antiuomo.

Le politiche ambientali non hanno la prospettiva ampia e di sistema che dovrebbero avere: basti pensare al mancato accordo sul clima al G7 di Taormina. Ma anche a livello micro, locale, nel nostro quotidiano, la sensibilità spesso manca e questa è una pesante eredità di cui i giovani non potranno non pagare le conseguenze. Cosa vorresti per Modena?
Gran parte di quello che noi facciamo ha un impatto negativo sull’ecosistema, che si tratti di comportamenti quotidiani, lavoro o di organizzazione della città. Si svuota il centro storico per avere sempre più centri commerciali in periferia: centinaia di migliaia di automobili e camion che si spostano su strade sempre più invivibili. Eccessiva ed incontrollata impermeabilizzazione del suolo con rischi idrogeologici di portata significativa. Bisogna moltiplicare esponenzialmente la ricerca pubblica ed indipendente per trovare soluzioni alternative: le pareti “citytree’’ che Modena sperimenterà in questi mesi sono un esempio di ricerca scientifica che guarda alla questione ambientale. Sappiamo però che i progressi tecnologici non basteranno se non cambieremo radicalmente le nostre abitudini, bisogna rivedere il modo di progettare e far funzionare la città, investire sul servizio di trasporto pubblico, migliorarlo e contenere i costi per l’utenza in modo da incentivarne l’utilizzo.

FB_IMG_1496212886424Giovani e lavoro: come valuti il mercato del lavoro in provincia di Modena? Ci sono situazioni che ti preoccupano in modo particolare?
Il mercato del lavoro ha problemi evidenti, e la città dovrebbe essersene accorta negli ultimi mesi anche grazie al fatto che più volte si sono visti in piazza gli operai di diverse fabbriche di Modena e della provincia. Quello che è grave è il sistema di sfruttamento che si nasconde dietro le cooperative a cui i grandi marchi esternalizzano la produzione in vari settori. Una parte di questo problema è diventato evidente grazie a i pochi sindacalisti che si sono impegnati in queste lotte, ma credo che si tratti della punta di un grande iceberg sommerso.

Giovani (e non) e cultura: Modena è una città viva da questo punto di vista dal tuo osservatorio? Cosa sfugge al cittadino che si lamenta sempre che non c’è niente e quanto ha ragione il cittadino che afferma che si parla solo di tortellini e gnocco fritto?
Modena ha istituzioni culturali importantissime, penso al Centro Educativo Memo, all’Istituto Storico della Resistenza, al Circuito Bibliotecario Cittadino – Biblioteca Poletti in testa – alla Galleria Civica e alla Fondazione Fotografia, però in questi ultimi anni queste perle del patrimonio pubblico non sono state sufficientemente valorizzate, sembra che non esprimano a pieno il proprio potenziale. Non c’è stata infatti una programmazione centrata sulla funzione pubblica della cultura, sulla possibilità di stimolare dibattito informato e consapevole, sulla possibilità di educare e ingentilire la sensibilità diffusa. C’è bisogno che queste istituzioni siano oggetto di investimenti molto maggiori e di una logica più partecipata e democratica di gestione. Credo che queste ricchezze cittadine possano essere vere e proprie “antenne” di quello che succede nella società, ambiti di crescita della consapevolezza collettiva, strumenti per alzare la qualità della discussione politica e ampliare l’orizzonte dello sguardo su vari temi, ma senza un’azione programmatica che dia strumenti e risorse per agire, restano enclavi chiuse agli addetti ai lavori: un grande spreco.
L’assenza di programmazione che faccia perno sul patrimonio pubblico riversa a cascata le sue conseguenze su tutto il resto: i privati e le associazioni si organizzano come possono ma spesso la grande quantità di proposte di qualità (gallerie, design, teatro, musica di estrema raffinatezza) resta in un ambito chiuso e ristretto. Se non ci sono interventi pubblici per educare la sensibilità e stimolare la partecipazione dei cittadini, la cultura “alta” resta un prodotto per consumatori di elitè.
Esistono molti di questi “giri” a Modena, li frequento volentieri per la qualità di quello che si produce, ma la logica “underground” spesso finisce per incidere negativamente sulle modalità di fruizione. Il pungolo critico che la cultura raffinata potrebbe avere sul presente si riduce a un prodotto di consumo per una nicchia ristretta di popolazione, che sembra più impegnata nella propria “autorappresentazione”, nella produzione autoreferenziale di sé stessi come intellettuali, piuttosto che nella realtà.
Per quanto riguarda la proposta musicale per me il NODE festival dedicato alle arti elettroniche e digitali resta una delle esperienze più stimolanti ed importanti della città, credo l’unico evento di respiro internazionale.
Il fatto che si sia investito così poco sul NODE è l’emblema della miopia della nostra classe dirigente in ambito culturale.

Per le masse gli eventi non mancano, ma sono spesso banali, estemporanei e vetrinistici; un mero intrattenimento senza approfondimento, una evasione collettiva. In questo ambito si incontrano il pubblico e il privato: street food, Mutina romana, canzonette e filosofia: la logica del “grande evento” e del “grande polo” pervade e appiattisce i contenuti, indebolendo il legame con il quotidiano e la partecipazione reale. Alcuni, come gli organizzatori del festival di street art Icone, credo che si siano sottratti proprio a questa logica.
Poi è grave che l’offerta culturale della città comprenda anche un circolo come Terra dei padri. Mi preoccupa molto la presenza in città di chi predica ideali come la supremazia nazionale, la difesa del primato etnico, l’esasperazione della patria e della tradizione. Per adesso è un richiamo furbamente velato, ma si sa che mescolando e rimescolando questi ingredienti alla lunga si ottiene il fascismo, e a Modena questo non dovrebbe essere permesso.

“L’arte? E’ la più grande forma di ribellione che esista”

“La mia idea di poesia è sempre stata quella di denunciare il malessere e il disagio che i miei occhi potevano incontrare o che i libri e i giornali mi facessero conoscere e approfondire. La poesia è l’urlo di chi non può avere la voce per farlo. Viene letta da tante persone fortunatamente ma non saranno mai abbastanza se non insegniamo alle giovani generazioni che l’arte è la più grande forma di ribellione che esista”.

Luca Ispani, classe 1979, originario di Monfestino, abita a Rami di Ravarino con sua moglie Elisa e uno staffordshire bull terrier di nome Liam che tra poco compie sette anni.

“Lavoro a Nonantola come dipendente di un’azienda che produce aceto balsamico ormai da 11 anni. Tuttavia appena posso scappo con la mia famiglia a Monfestino, l’unico vero posto che io possa definire davvero “casa” e dove penso di aver prodotto nella calma e nel silenzio i miei scritti migliori”.

Luca Ispani

Luca ama scrivere, in particolar modo poesie. “Questa passione è nata in modo molto naturale. Ho sempre letto molto fin da bambino, ho avuto problemi di salute che purtroppo mi hanno tenuto in ospedale diverso tempo e in modo assolutamente involontario da leggere sono passato a scrivere. Già a 8 anni vincevo a Vicenza, dove ero ricoverato, un premio in collaborazione con una radio locale e l’ospedale che mi aveva in cura. Da lì, grazie anche ad insegnanti che assecondavano questa mia passione ho iniziato ad approfondire autori e a leggere tantissima poesia.
Ho partecipato negli anni a vari concorsi arrivando sempre finalista e portandomi a casa tre primi posti. Particolarmente significativo è stato il premio “Alessandro Tassoni” che mi ha visto finalista con due poesie: una sul morbo di Alzheimer e una sulla Terra dei fuochi”.

Luca è stato tradotto in Inghilterra, Australia, Stati Uniti e Messico e pubblicato su riviste e blog come The last american vagabond, SimplyArt, Desinformémonos e non ultimo Art everywhere “con il quale – ci spiega – sto accordandomi per esibirmi in qualche locale a Dallas in Texas nel 2019. In Italia ho sempre seguito la scena underground, scena che mi ha parecchio influenzato fin dalle mie letture e ho fatto parte di diversi collettivi come Bibbia d’Asfalto e Poetineranti …”

Ispani ha partecipato a svariati festival e reading pubblici e nel 2016 è arrivato a collezionare oltre 250 apparizioni in buona parte della nazione. “Da un anno circa collaboro con il collettivo “Alka-Seltzer” con cui mi trovo benissimo – prosegue Luca – Anche loro amano portare la poesia in giro e su questo ci siamo intesi subito”.

Luca ha una raccolta poetica in uscita “Urlare il nulla ” prefazionata da una delle sue poetesse preferite, un punto di riferimento a livello nazionale: Vera Bonaccini; negli anni ha messo insieme anche diversi scritti su Modena e sui capoluoghi e frazioni dell’Appennino, frutto delle storie sentite sui monti che gli piacerebbe mettere insieme in un altro nuovo libro.

“Mi ritengo un poeta di strada, in questi anni ho letto ovunque e quando ho avuto occasione di pubblicare qualcosa, ho fatto diverse opere di beneficenza. Nel 2013, in seguito al terremoto, ad esempio, ho pubblicato una piccola raccolta auto prodotta dal titolo “Solitudine del tempo” con l’intento di raccogliere fondi per un canile danneggiato dal terremoto e per aiutare un’associazione che si occupava di patologie neuro degenerative. Sono riuscito a vendere 365 copie e a fare buone donazioni”.

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Luca ha lanciato un progetto artistico molto interessante: Grungeart, da lui definito un continuo work in progress.
“Da quando hanno iniziato ad invitarmi ai festival e alle kermesse di letteratura ho notato con sempre maggiore interesse quanto sia penetrante la potenza del verso se contaminato con altre forme d’arte come l’arte visiva, ad esempio, e la musica.
Nel 2008 dopo l’ennesima dimostrazione decisi di muovermi anche io in questa direzione. L’unico modo che avevo per farlo era creare un progetto con artisti in grado di comprendere quanto la contaminazione sia importante.

Per questo dopo una serie di ricerche ho scelto di ripercorrere il movimento grunge degli anni ’90 perché molto adattabile alle tematiche dei miei testi e ho scelto musicisti che, come me, amano particolarmente questo genere di musica e questa formula di presentazione. Grungeart infatti è un continuo work in progress fatto di cut up formati da testi recitati e cover, alternanze, accompagnamenti specifici per i brani performati con la voce narrante e ci sarà l’arte visiva che inizieremo a sviluppare a breve.
Ad accompagnarmi in questo splendido viaggio c’è mio fratello cantante Simone Ispani, il bassista Gabriele Grazia, il chitarrista Alberto Sechi e il batterista Brian Chiossi.

Abbiamo già delle date certe dove inizieremo a esibirci come il 9 aprile al giardino Perla Verde di Nonantola nell’ambito della festa di primavera mentre il 17 giugno saremo in piazza della Repubblica a Serramazzoni e il 25 al Wild Rover pub di Manzolino (Castelfranco E.). Aggiorneremo a mano a mano il tutto sulla nostra pagina facebook Grungeart, vi aspettiamo!”.

La realtà? Si può raccontare anche in maniera delicata

“Sono sempre felice di dire cosa faccio per vivere. Ogni volta mentre pronuncio le parole “sono una fotografa e videomaker” sento le farfalle nello stomaco. Trovo che sia meraviglioso emozionarsi nel dirlo ogni volta”.
Pur essendo di Modena, a Laura capita di rado di lavorare in città. “Sempre più spesso lavoro su Bologna, Reggio Emilia e Milano. Sarebbe un vero piacere vivere la mia città sotto questo punto di vista!”.

Come è nata la tua passione per la fotografia? 
Mi piacerebbe poter dire che i primi approcci alla fotografia siano cominciati in età precoce ma la verità è che solo intorno ai 22 anni ho maturato questo interesse viscerale nei confronti della fotografia e in particolare del modo con cui la luce naturale era capace di stregarmi nei suoi mutamenti durante lo scorrere di una giornata.

Fotografare è nato come un modo molto intimo per incanalare la malinconia e il bisogno di creare un mio piccolo universo personale nel quale tutto fosse in equilibrio con grazia e leggerezza. Trovo che esista una incredibile poesia nei piccoli gesti delle mani, nel posarsi della luce sulla pelle alle prime luci del mattino. Sugli oggetti di uso comune, sul cibo, su tutto ciò che mi circonda.

Ho iniziato a credere di poter vivere di fotografia quando ho compreso che in quello che catturavo qualcuno vedeva non solo una bella foto, ma percepiva anche un feeling che poteva essere un momento di profonda calma, serenità, conforto, alle volte solo sospensione.
rizzoliQuando la casa editrice Rizzoli mi chiese di poter acquistare uno dei miei scatti per una copertina di un romanzo, ricordo di essere stata all’apice della gioia. Ho sempre vissuto il libro come un oggetto magico, un motivo di realizzazione. Vedere una mia foto su una copertina è stato per diverso tempo il mio sogno. Dopo questo primo gratificante momento ho capito che dovevo muovermi verso una direzione più concreta. Ho sempre amato molto fotografare il cibo e il momento della sua preparazione. Adoro il genere lifestyle, dove il ritratto incontra lo still life e il risultato è un estratto di vita quotidiana nelle sue sfaccettature migliori.

Il senso di casa. Io cerco continuamente di sentirmi “a casa”, intesa come una dimora confortante per lo spirito. Casa può essere una tazza di tè, un buon libro durante un viaggio in treno, una canzone dolce e malinconica mentre piove. Casa per me è un colore, una texture, un dettaglio. E così, quando ho capito che era questo che volevo davvero fare nella mia vita, ho cercato l’opportunità per fare da assistente a qualcuno che fosse già nel mestiere. E’ così che ho cominciato a collaborare alla realizzazione di una collana di libri di cucina. Un periodo particolare in cui il mio essere autodidatta ha dovuto approcciarsi a un nuovo modo di lavorare, più concreto e tecnico. Non è stato facile, tutt’ora lo ricordo come un periodo di alti e bassi, lo scatto puramente tecnico anche quando ben fatto, non è mai stato in grado di darmi soddisfazione. Non sono riuscita a creare “la mia casa” durante quella esperienza, ma imparare come portare a realizzare uno scatto ben fatto nonostante condizioni critiche di luci e imprevisti è stato fondamentale.
Sono felice di aver fatto quella esperienza perché mi ha spinta ancora di più a creare qualcosa di mio, con le mie regole e il mio gusto. Istinto, immaginazione e studio.

Laura Ascari
Laura Ascari

Nel tuo lavoro spazi in diversi ambiti, dalla fotografia al video, da un racconto a un altro…
Amo moltissimo la fotografia, la amo così tanto che anche quando guardo un bel film certi fotogrammi sono capaci di distrarmi totalmente dalla trama della storia e accendere un moto perpetuo nel mio cervello che si chiede come poter realizzare qualcosa di altrettanto bello nel mio mondo.
E’ stato quindi un passaggio molto naturale passare dalla fotografia al video. Ho iniziato a vederlo proprio come un modo magico di unire tantissime foto che avessero la possibilità di parlare. Ho cominciato a fare video un po’ per piacere personale, e un po’ per merito di una mia carissima amica nonché collega, che ha intuito prima di me questa mia attitudine.
Attualmente tra i vari generi mi occupo di servizi fotografici e video per aziende nel campo alimentare che vogliono creare una connessione con chi le guarda. Non si cerca la perfezione ma un incontro più onesto, dove il cibo sia ritratto nelle sue reali e migliori condizioni e il contesto rilassato e conviviale comunichi qualcosa a chi lo osserva, come dire: un conforto per gli occhi e una nota di appetito nello stomaco!
Mi occupo anche di servizi foto e video per privati, ho scoperto col tempo di amare moltissimo il reportage video di matrimonio, è un mondo fortemente contrapposto a quello del food, tutto avviene con fluidità, ogni momento catturato è un momento irripetibile, qualcosa che non potrà più essere “cucinato”. Amo la forza di questa fugacità perché rende ogni ripresa e fotografia un reperto emotivo unico.
Oltre al reportage e al food, il campo nel quale al momento sento al massimo la realizzazione delle mie competenze è la creazione di brand film per piccoli e grandi business artigianali sul territorio italiano. Raccontare un prodotto artigianale con una sua storia e la sua affascinante forza e fragilità in un contesto insolito è davvero stimolante. E’ fantastico creare storie e suggestioni visive intorno a un prodotto così curato e così ricercato. Al momento sono al lavoro su due video di questo genere cui tengo moltissimo. E’ esaltante vederli prendere vita!

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Dall’ambito alimentare ai progetti editoriali: qual è la tua ricetta per raccontare questi mondi?
Quando si tratta di raccontare, a prescindere dal tipo di progetto, ho sempre a cuore che ci sia un impatto emotivo alla visione del video o della foto. Che sia sensazione di appetito, allegria o incanto, l’importante è che l’occhio ne voglia ancora, mi piace sempre inserire piccoli dettagli, sono convinta che siano proprio i particolari a dare forza alle immagini.
La mia ricetta per raccontare questi mondi parte sempre dalla semplicità. Inoltre amo molto sperimentare combinazioni di colori e forme, cerco sempre di valorizzare le texture e di esaltare i punti di forza del soggetto aggiungendo una punta di magia in un contesto considerato ordinario.

E in cucina sei anche cuoca oltre che fotografa?
In cucina mi reputo un’osservatrice, non sono mai stata una maga dei fornelli, ma sono un’ottima forchetta! Non mi sono avvicinata al food per la mia passione verso la cucina, mi ci sono avvicinata perché traevo profondo conforto nello sfogliare libri di cucina. Ho sempre trovato una dimensione slow in questo tipo di letteratura, una pausa immaginativa in cui leggere di ricordi legati a un particolare piatto, di immagini confortanti e piene di calore. Tutto questo per dire che io nel forno, più che il cibo, infilo le emozioni.

Il tuo è un mestiere solitario anche se le collaborazioni non mancano…
Le collaborazioni sono una delle mie parti preferite del mestiere. Quando riescono bene non solo si crea un prodotto interessante e sfaccettato, ma si costruisce anche una storia di relazioni che in un mestiere un po’ solitario come questo diventano ossigeno. Collaboro con diverse agenzie di comunicazione per le quali produco video e foto per diversi marchi. pasta Rummo Aia e Negroni i più recenti. Artisticamente parlando invece le collaborazioni che più mi stanno dando soddisfazione al momento sono con Elisa Paganelli, illustratrice modenese con la quale ho creato un libro di cucina molto particolare che vedrà la luce in libreria il prossimo autunno, e Serena Cevenini, fotografa bolognese con la quale mi trovo sempre più spesso a collaborare soprattutto su progetti di storytelling.

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Quali sono quelle da te definite “le migliori sfaccettature della vita reale” che ami raccontare?
In un mondo ideale fotograferei continuamente la quotidianità delle persone nelle loro case. L’intimità che provo guardando la vita che scorre attraverso una finestra è incredibile. Immaginare chi vive in quella casa, i suoi pensieri, sono continuamente affascinata dal parallelismo di tutte queste vite sospese in cui il tempo scorre allo stesso modo eppure in forme così diverse. Ho trascorso una lunga estate ad Amsterdam, e trovarmi continuamente di fronte a quella moltitudine di finestre illuminate mi dava un senso di conforto fortissimo, una comunione inconsapevole di tempo, una compagnia tra le altre compagnie. E’ così, ho sempre una malinconia dolce negli occhi.
Più in generale per rispondere alla tua domanda, mi piace poter raccontare l’aspetto delicato della realtà, la macchina fotografica sa “coccolare” i movimenti in un modo che non riusciamo nemmeno a immaginare mentre siamo assorbiti dai nostri compiti giornalieri. C’è grande poesia nel quotidiano.

 

Una canzone a chi incontro sul mio cammino

“Ho iniziato a suonare la chitarra per noia, a 16 anni, durante una tediosa vacanza estiva con i miei genitori. Era il 1991, l’anno in cui uscirono capolavori come “Use your illusion” dei Guns n’ Roses, il “Black Album” dei Metallica, “Blod Sugar Sex Magic” dei Red Hot Chili Peppers, “Nevermind” dei Nirvana, “Ten” dei Pearl Jam, “Sailing the seas of cheese” dei Primus, e molti altri. Come si fa a non subirne l’influenza? Come si fa a non diventare musicisti? Dal 1997 al 2006 ho suonato come chitarrista in vari gruppi ma ho sempre sentito l’esigenza di esprimermi anche con le parole oltre che con lo strumento. Sarà stata l’influenza di mio padre che mi ha cresciuto con cassette di Paolo Conte, Lauzi e Jannacci. Così alla fine del 2006 mi sono messo “in proprio” e ho dato vita al mio alter ego musicale e cantautorale: Padre Gutiérrez”.

Mattia Tarabini, 42 anni, di Carpi, è socio di una ditta che realizza termoformatura e stampa su alluminio principalmente per il mercato farmaceutico. A tempo perso, scrive e suona canzoni. I suoi due album, l’EP “in sacrificio per voi” e l’LP “Il tempo stringe in vita”, sono simili a livello compositivo. Nonostante siano anche molto “suonati”, si tratta di lavori principalmente montati con l’aiuto del computer e grazie all’ausilio di basi e ritmiche elettroniche.
“Ho avuto però la fortuna di collaborare con musicisti e cantanti eccezionali come Enrico Pasini, Mario Sehtl, Davide Vicari, Gianluca Magnani, Elisa Meschiari, Valentina Medici, Andrea Mantovani e probabilmente ho scordato qualcuno. Tutti loro hanno dato più vita a questi album. Più di quanta sarei stato in grado di fare da solo”.

Foto di Mirko Martello
Foto di Mirko Martello

Dentro a questi dischi però ci sono soprattutto le parole. C’è sempre una ricerca dell’assonanza, della fluidità del testo senza perdere di vista il significato.
“Le parole sono importanti!”, mi verrebbe da gridare “morettianamente”. Oltre alle canzoni sono presenti alcuni intermezzi parlati: Io vado diritto, io vado diritto per la mia strada diritta, io vado diritto per la mia strada diritta finché qualcosa non va storto.

E c’è sempre qualcosa che va storto nel cammino dell’uomo. Come sottintende il brano “Beati gli afflitti” una vita perfetta e senza pene risulta anche poco interessante mentre è sempre meglio raccontar mille disgrazie che fan sempre molta presa.

“Molte volte sono le parole a nascere spontanee mentre provo ad appiccicarle ad una partitura musicale precedentemente scritta. Ed allora sono loro, le parole, che mi suggeriscono che storia raccontare o a quale sentimento dare fiato. Altre volte le parole stesse guidano la musica che poi andrà a comporsi sotto di esse. Quanto è bello veder nascere una canzone.
I temi sono spesso quelli dell’amore e della morte (ebbene sì, ho subito anche l’influenza di Dylan Dog) ma mi rendo conto che spesso mi soffermo ad approfondire il concetto del tempo che passa, della nostra caducità, del finito rispetto ad un incomprensibile infinito.

La felicità si consuma con l’età matura. No, non basterà avere cura della tua andatura

Cerco di stare in equilibrio fra il serio e il faceto. Mi piace affrontare temi cupi e pesanti ma a volte preferisco raccontarlo con un pizzico di ironia per sdrammatizzare. È importante prendersi sul serio quasi quanto lo sia ridere di se stessi”.

“Il terzo LP “Addio alle carni”, che Mattia ha appena finito di registrare, è un concept album sulla carne nelle varie accezioni del termine. Dal cibo fino alla lussuria, dal sostentamento al materialismo. La carne di cui siamo fatti, la carne che desideriamo fino ad abusarne finché non ne rimane più. Finché noi non ci saremo più.

Prendila con filosofia oppure prenditela con la filosofia se, finita la carne, anche lo spirito va via, come recita l’ultima traccia dal titolo “La carne è finita” strizzando l’occhio all’idea che non ci sia da far molto affidamento sull’esistenza di una vita dopo la morte.

“Addio alle carni” tratta vari argomenti: ad esempio, in “L’ultimo maiale sulla terra” si parla dei finti nemici che i politicanti e i mass media incitano a disprezzare fino a spingerci quasi volerli linciare. Quando poi si scopre che eran tutte “panzane” si pensa: Vuoi dire che è buono così come il pane? Vuoi dire che allora lo si può mangiare? E allora a morte il maiale. Poi ci sono momenti più leggeri come in “Nudo di Venere” che ha come protagonista un uomo innamorato della Venere di Milo.

“Della mia carne” invece  – spiega Mattia – è una piccola ballata dedicata al mio primo genito ed a quello che potrò dirgli quando crescerà perché la voglia di comunicare alla pari è tanta. “Ne ho raccontate di storie per farti dormire e so che mi chiederai come vanno a finire, prima o poi” recita l’unico ritornello”.

Come riesci a coniugare questa passione tra lavoro, famiglie e le mille difficoltà di tutti i giorni?
La nascita dei miei due figli ha rallentato molto i miei ritmi. Basti pensare che, per realizzare il mio ultimo disco ho impiegato 6 anni. Occorre ritagliare il tempo e incollarlo dove rimane un po’ di posto, fra le enormi pagine della responsabilità e del dovere.
Sono un musicista che si autoproduce. Non ho nessuno che mi faccia fretta. Con calma compongo, registro e, se tutto va bene, suono dal vivo le mie canzoni o le faccio ascoltare a chi incontro sul mio cammino.
Ho anche scoperto che il mondo della famiglia e della musica a volte si fondono, infatti una delle mie ultime canzoni piace molto a mio figlio più grande ed ha spodestato alcuni artisti mainstream sul suo lettore mp3.
La famiglia comunque è al primo posto seguita a ruota dalla mia passione per la musica.

In che rapporti sei con il territorio?
Nella provincia di Modena c’è stato e c’è tuttora un gran fermento artistico. Sono tanti i musicisti che stimo. Dai Rashomon a Emiliano Mazzoni, dai Tange’s Time ai compianti ERO, Dai Flexus ai Na Isna e ce ne sono molti altri. La mia poca vita sociale degli ultimi 4 anni non mi permette di valutare con precisione l’attività live della zona ma io penso che il nostro territorio abbia da offrire parecchie possibilità. Solo nel comune di Carpi ci sono vari locali che propongono musica dal vivo anche di realtà nostrane e con repertorio originale. Gli ormai affermati Kalinka e Mattatoio e i nuovi, ma già molto attivi, Appenappena Live e soprattutto l’ATP di Migliarina fanno programmazioni serratissime e di qualità.
Chi gestisce questi luoghi è assennato e assetato di belle proposte musicali. C’è inoltre la giusta attenzione verso l’artista che viene bene o male retribuito senza la pretesa che faccia arrivare interi pullman di pubblico. Forse sono troppo ottimista? Forse.

Cosa vuol dire fare musica nel 2017?
Vuol dire che devi capire che non c’è più trippa per gatti in termini di soldi e fama. Se pensi di fare successo partendo dal nulla e mantenerti con la musica puoi provarci ma la strada è ancora più lunga di quello che poteva essere un tempo. Puoi raggiungere più persone grazie a internet senza spendere molto ma saranno molto poche le persone disposte a pagarti per il prodotto che offri loro. Ormai la musica è vista come un’arte di cui si può usufruire gratuitamente e non sono nemmeno del tutto in disaccordo con questa visione. Nel 2017 un musicista dovrebbe facilitare l’ascolto del suo materiale con download il più possibile gratuiti. Tanto le piattaforme dei digital stores pagano una miseria, servono solo per avere un canale di visibilità in più. Bisogna suonare molto dal vivo. Valeva negli anni ’90 e vale ancora di più adesso perché con i dischi non si vende nulla.
Il lato positivo dei tempi moderni è che, per incidere un disco in maniera egregia, si spende molto meno e si raggiungono ottimi risultati facendo gran parte della produzione autonomamente coi vari programmi a disposizione. Inoltre, come ho già detto, è più facile diffondere il tuo lavoro grazie anche ai social network. Sarai anche una goccia in un oceano di proposte ma se riesci a crearti anche solo un piccolo circuito di persone che ti seguono le soddisfazioni sono tante.

Per imparare a “stare al mondo”, comincia a girarlo

“L’Italia è il mio grande amore ma anche fonte di grande amarezza. Amo tutto dell’Italia ma non il suo sistema, non amo il modo in cui è amministrata e gestita. Dico sempre, a chi mi chiede dove sogno di vivere da grande, che vorrei vivere qui. Però non nell’Italia di oggi, con tutta questa corruzione, in questa situazione stagnante, poco stimolante. Penso che il cambiamento debba partire dal basso, dalle piccole azioni quotidiane di ognuno di noi. Ci lamentiamo troppo e facciamo poco per cambiare le cose, questo lo penso veramente. Spero, un giorno, di poter vivere davvero nel Bel Paese, che però non sia solo bello esteticamente, ma dia la possibilità di vivere una vita dignitosa e che rispetti i diritti dei propri cittadini”.

Silvia
Silvia

Silvia Diazzi, 23 anni, originaria di Mirandola, per ora – come ci racconta – vive a Rimini, dove frequenta un master in Economia delle risorse e dello sviluppo sostenibile. Laureata in Lingue e culture per il turismo e commercio internazionale all’Università di Verona, nonostante la giovane età Silvia vanta numerose esperienze di studio all’estero e, con la freschezza e la schiettezza dei vent’anni, parla di un “lavorare sodo che premia sempre”. Nonostante la crisi. Nonostante l’Italia.

“Devo dire che, dopo aver viaggiato tanto, non esiste nulla di così bello e poetico come l’Italia, che rimane il mio paese preferito in quanto a bellezza e cultura. Sicuramente dovremmo migliorare il modo in cui valorizziamo i nostri tesori, ma ricordiamoci che l’Italia è fatta anche di cervelli e menti eccezionali che vanno coltivati e fatti emergere tanto quanto le nostre bellezze artistiche. Solo dando spazio a nuove idee ed innovazione riusciremo veramente a migliorare.
Le mie primissime esperienze di studio le ho fatte durante l’estate, dai 12 anni fino ai 18, durante le quali ho partecipato a diverse vacanze studio organizzate da alcune professoresse di Mirandola, il mio paese. Sono stata a Oxford, Dublino, Bristol, Edimburgo, Londra e Boston. Grazie a queste esperienze ho imparato ad esprimermi in inglese e ho sviluppato la mia grande passione per i viaggi e per la scoperta di culture diverse.

Parlando di esperienze davvero significative all’estero saltiamo direttamente al 2014, quando sono partita per gli Stati Uniti – prosegue Silvia – Ho frequentato per sei mesi la University of Massachusetts di Boston grazie ad una borsa di studio vinta tramite l’Università di Verona, progetto chiamato Worldwide Study. Inutile dire che vivere in una città giovane ed intraprendente come Boston abbia per sempre cambiato la mia vita, in meglio. Ho conosciuto persone dinamiche, interessanti e curiose verso la mia cultura di origine. Dal canto mio, della cultura americana ammiro la filosofia del “puoi fare tutto, se lo vuoi”, che si rispecchia molto nel suo sistema educativo. È evidente quanto gli americani siano più abituati allo scambio e all’armonia tra diverse culture, infatti molto spesso a lezione i professori chiedevano la noi studenti “internazionali” di raccontare le nostre esperienze, in modo da avere diversi punti di vista da offrire alla classe. Questo mi ha fatto credere in me stessa e nelle mie capacità. Durante il soggiorno a Boston sono stata anche a New York, Washington D.C., Montreal, Providence…”.

Silvia racconta di aver scoperto la fiducia in se stessa “grazie all’università e al sostegno dei miei genitori che hanno sempre appoggiato ogni mia folle scelta e partenza. I giovani non sono smidollati, sono pieni di energie e di voglia di fare! Manca molto la fiducia in se stessi, un fattore sicuramente personale ma anche dovuto ad un sistema che non incoraggia lo sviluppo delle particolari doti di ogni studente. Penso che avere degli obiettivi da raggiungere sia fondamentale, ma prima di capire quali siano è anche importante capire quali sono le nostre doti e le nostre capacità. Ho tanti amici con personalità brillanti e con tanto da dare, ma che si sentono scoraggiati… Io nel mio piccolo ho cercato di mettermi parecchio in gioco in questi ultimi anni, attraverso il viaggio, sia fisico che psicologico, per raggiungere una meta e ritrovarsi cambiati, nel camminare e non tanto nell’arrivare. Questo penso dei giovani: che abbiano bisogno di mettersi più in gioco e di rischiare di più, ma anche che abbiano bisogno di un sistema che li incoraggi a prendere queste scelte e che valorizzi il loro essere diversi ed unici e che non cerchi di uniformarli o renderli schiavi di un sistema obsoleto”.

A novembre 2014 Silvia riceve un’email della sua professoressa di russo, che le comunica di essere stata accettata per andare a studiare un semestre presso la Tomsk State University, in Siberia.

Tomsk State University
Tomsk State University

“Dopo aver comprato ogni singolo indumento termico alla Decathlon, stivali imbottiti e giacca da -20° sono partita alla volta della Siberia – sorride Silvia – Mi commuovo al solo pensiero della Siberia, dei suoi sapori, dei suoi colori, dei suoi visi, dei suoi rumori. La Siberia ti entra dentro e ti richiama a sé continuamente, è un sentimento che non sono ancora in grado di descrivere a parole. A Tomsk dovevo studiare il russo più un corso di marketing in inglese. A lezione di russo ero sempre con il mio gruppo di amici dell’Università di Verona, abbiamo legato molto e ci siamo aiutati, ho costruito due amicizie che ancora oggi mi accompagnano ogni giorno, due ragazze con cui ho viaggiato molto negli ultimi tempi. Di Tomsk mi ricordo il nostro dormitorio, il Parus, un edificio alto 17 piani, che sembrava la punta di una nave. Era vicinissimo al fiume Tom, ma ce ne siamo resi conto solamente ad aprile durante il disgelo. Prendevamo un ascensore del quale non mi fidavo troppo per andare a vedere il fiume che si scioglieva, immersi in un silenzio cosmico, accompagnati da biscotti e tè caldo. E il cuore era come se battesse più forte ed il rumore dei pensieri si facesse più imponente. La sensazione di libertà, di naturalezza, di onestà, di sincerità. Queste parole rispecchiano la vita siberiana ed i suoi abitanti. I ricordi più preziosi sono sicuramente legati ai due viaggi che ho fatto durante questo periodo, perché studiare è uguale ovunque e la grammatica russa è una spina nel fianco sia in Italia che in Siberia. Prima di partire tutti pensavano che sarei andata nella terra degli orsi e della vodka. Di orsi in realtà non ne ho mai visto uno, ho compensato con la vodka invece. Tuttavia, questa terra offre molto di più.

Il primo viaggio ci porta in Altaj, una regione selvaggia al confine con la Mongolia. Ogni sera un luogo diverso, attraversiamo l’unica strada asfaltata di questa regione passando tutte le stagioni, tutti i paesaggi possibili e immaginabili. Risate, vodka, panini, salsa alle zucchine, iurte, un cammello salvato dall’attacco dei lupi, un viaggio in camionetta attraverso un lago essiccato da non so quanti anni… Abbiamo pianto alla fine di questo viaggio, non dimenticherò mai la gentilezza di queste persone che ci hanno accolto tra di loro come fossimo amici da sempre. Il momento più bello? Ci siamo fermati per fare alcune foto sulla strada e poi abbiamo iniziato a correre all’impazzata su una collina, urlando e ridendo, piangendo dal ridere con una sensazione di libertà e di purezza, di gioia interiore e di leggerezza. Ecco cosa non trovo nella mia terra: la gioia di condividere, il piacere di stare insieme perché si vuole stare insieme, la gentilezza, l’altruismo, l’apertura, la libertà di sorridere e di essere felici. Questo ho provato: un senso di vuoto che mi ha riempito tantissimo, che mi ha fatto commuovere.

Il secondo viaggio è stato al Bajkal. Il lago più antico e profondo del mondo, contiene il 20% dell’acqua dolce di tutto il mondo. Per raggiungerlo da Tomsk ci sono volute 35 ore di transiberiana e 6 ore su uno strano pulmino. Arriviamo all’isola di Olkhon, nel villaggio di Kuzir, e facciamo couchsurfing in un hotel in costruzione, gestito da un padre di famiglia. Il giorno dopo partiamo per una gita sul suo furgoncino ed arriviamo alla punta più estrema dell’isola del lago più antico del mondo. Non ci sono parole per descriverlo. Un blu accecante, senza confini, senza corruzione dell’uomo. Dopo questa avventura, con la mia compagna di stanza abbiamo anche raggiunto il lago dal lato orientale, vicino ad Ulan Ude. Siamo arrivate in questo villaggio chiamato Goriacinsk , dove per una fortunata coincidenza siamo state ospitate per la notte da una baba russa, era vecchissima, piena di rughe, con un sorriso splendido.

Il lago Bajkal. Fonte: Wikimedia Commons
Il lago Bajkal. Fonte: Wikimedia Commons

In Siberia come in Italia le tradizioni sono forti e costituiscono gran parte della vita delle persone. Per tutto il resto credo non si possano fare paragoni. I Siberiani sono seri in apparenza, fuori per strada difficilmente vedrai persone sorriderti apertamente. Allo stesso tempo però sono folli, matti, fanno cose che non ti aspetti e la loro gentilezza ti sbalordisce. Anche se non ho mai capito come mai se dici Ciao ad una persona per più di una volta durante il giorno, poi pensano che sei un po’ stupido!”.

Silvia ha capito cosa voleva fare da grande frequentando un corso di Management Ambientale alla UMass di Boston dove si parlava dei diversi problemi ambientali e di possibili modi per risolverli dal punto di vista della gestione delle imprese. “Lì ho capito che questo sarebbe stato il mio futuro e che avrei voluto saperne di più, perché effettivamente ancora c’è poca informazione riguardo questi temi. Mi sono avvicinata al mondo delle certificazioni e degli standard grazie alla tesi della triennale ed ho trovato la possibilità di fare una internship presso un Ente di Certificazione a Praga. Ho vissuto a Praga per otto dove ho lavorato per questo ente. È interessante vedere il mondo che sta dietro alle certificazioni e ai controlli che le aziende devono “subire” ogni anno per verificare il corretto funzionamento dei processi. Credo molto nelle certificazioni perché possono dare chiarezza anche ai non addetti ai lavori. Continuo ancora a collaborare con questa azienda di Praga, anche se dallo scorso settembre frequento un Master in Economia delle risorse e dello sviluppo sostenibile presso l’Università di Bologna, nella sede di Rimini. Non avevo mai affrontato l’argomento dal punto di vista economico e per me, che mi ritengo un’umanista, non è una passeggiata farlo, ma mi sto impegnando a vedere la materia da un punto di vista diverso. Mi interessa la sostenibilità specialmente da un punto di vista sociale, nel senso di informazione ed educazione delle popolazioni per un comportamento più responsabile e sostenibile. Grazie a questo interesse ed a una borsa di studio andrò a studiare per un semestre a Stellenbosch, in Sudafrica. Mi sono interessata ai corsi di questa università proprio perché affrontano i temi della sostenibilità da un punto di vista sociale, specialmente per il particolare assetto che hanno in questo paese. Mi piacerebbe elaborare una ricerca ed una tesi riguardo questo argomento, per cui spero di farmi un’idea più precisa durante questo semestre di studio in Sudafrica.

Per quanto riguarda il lavoro, sono certa che qui non ci sia una grande offerta, non come in altri paesi. Nonostante questo, sono iscritta a diverse newsletter e siti che offrono lavoro per i giovani e ricevo mail quasi tutti i giorni con nuove offerte, certo c’è da faticare e rischiare ancora una volta, ma penso che se si è disposti a farlo, il lavoro lo si può trovare e le opportunità ci siano. Non vorrei sembrare troppo ottimista e poco realista, ma in ogni caso penso che chi ha veramente voglia di fare, un modo o l’altro lo trova sempre”.

Modena, dal mio finestrino di taxista

taxisti_di_notte“Nel mio lavoro incontro gente di ogni tipo, raggiungendo un livello di intimità al limite dell’imbarazzante, e vedo la realtà di strada senza barriera alcuna. La città è davvero diversa da quello che vedete voi, dico sul serio. Dopo mezzanotte cambia di nuovo tutto, i parametri si azzerano, tutto si mescola e diventa differente. Il film di Jim Jarmush, Night On Earth (“Taxisti di notte” in italiano), non è romanzato, è davvero così”.

Modena vista dal finestrino di Filippo Messori, taxista di 33 anni, è, detta da lui, una città plurale che però stenta a porsi le domande giuste.

“Modena è una città plurale, e la ricerca di basi retrò di molta gente è una ingenua illusione. Si va solo avanti. Non esiste razzismo, la strada rende tutto crudo e concreto, come l’asfalto. Tra immigrati non servono giri di parole o correttezza politica, ci si tratta da pari, in maniera educata o brusca che sia. Io vedo più brava gente che altro, lo dico chiaramente. Un sorriso, una buona parola, magari schietta, un atteggiamento senza preconcetto, fanno molto. Poi a volte volano schiaffi, sul serio. Ma è sempre un rapporto tra pari. Oggi si parla di una contrattura dei concetti global, ma se vedessero la varietà di persone, svedesi, giapponesi, estoni, brasiliani, malgasci, russi, australiani, statunitensi, indiani, che popolano le nostre strade… Chi li fermerà? Tutti rimangono stupiti della nostra quantità di produzione di altissimo livello, tedeschi compresi.

Fillippo Messori
Fillippo Messori

Abbiamo aumentato, senza muovere quasi un dito, il turismo di cifre doppie, da qualche anno a questa parte. Siamo un angolo poco esplorato del Belpaese che offre tantissimo, e la gente qui non cerca i luna park come a Venezia o altro, ma cerca la sacrosanta verità, della vita italiana. E la trova. Il plusvalore che do al mio mestiere è fare il public relator per questa gente, cerco di essere un morbido cuscino tra la città ed il cliente. Suggerimenti, suggestioni, indicazioni. E’ una cosa apprezzata tantissimo, mi è capitato anche di fare la guida turistica.
Io glielo dico sempre: “Benvenuti e grazie, abbiamo bisogno di voi”.
Dobbiamo solo scrostare un po’ del provincialismo bigotto che ci caratterizza e puntare in alto. Abbiamo un’ottima università che porta tanta gente, un tessuto economico diamantino, un discreto welfare. Io vedo una città che purtroppo però stenta a porsi le domande giuste”.

Presidente di categoria dei tassisti modenesi, Filippo afferma che i tassisti modenesi stanno bene, con riserva. “La nostra condizione di lavoro è ideale, una città molto industrializzata dalla discreta viabilità, non molto grande, e non troppo pericolosa.
Purtroppo, e qui devo ammetterlo, abbiamo una sorta di impermeabilità con le istituzioni, e noi tutto sommato ci autogestiamo bene.
Abbiamo qualche problema disciplinare, specialmente sui turni, con monitoraggi inesistenti sul nostro operato, e problemi amministrativi dovuti all’eccessiva lentezza delle pratiche: per un cambio auto o una sostituzione alla guida ci vuole anche un mese… Troppo, per i numeri modenesi, siamo 85, non migliaia.
La clientela in media sembra soddisfatta, anche se dovremmo riuscire ad intercettarne di più. Stiamo rivedendo le tariffe inserendo accorgimenti che miglioreranno la trasparenza per i passeggeri, abbiamo messo in campo soluzioni per migliorare la qualità del servizio, inglese, telematica, veicoli.
Ovvio che le critiche rimangono. Ma sono sempre utili per correggere il tiro, c’è sempre da fare. La realtà è che abbiamo fame di essere un aiuto per la nostra Amministrazione, anche se talvolta sembriamo un po’ rompiscatole.
E ogni volta che abbiamo avuto modo di incrociare il tiro abbiamo trovato gente che si impegna per fare, e questo non può che essere positivo. Dovremmo forse fidarci di più, da cittadini. Ma il clima è quello che è…”.

Come commenti la protesta in corso?
Non sono d’accordo con parte dei contenuti della protesta, e non sono assolutamente d’accordo con il metodo della protesta. Se sciopera un dipendente metto in difficoltà un’azienda, se sciopera un tassista metto in difficoltà chi si affidi a lui, per viaggiare. Non va bene. Abbiamo avvelenato i pozzi per anni, supportati ogni volta da politici diversi. Oggi il clima è pessimo, e non siamo capiti dalla nostra clientela. Io sono per lo sviluppo, noi a Modena abbiamo investito, e parecchio. Ma essendo un servizio pubblico demandato a privati, la cosa non tange alle amministrazioni, siamo un problema oramai sbolognato.
Solo che nei tempi recenti abbiamo intercettato uno dei nodi cruciali a livello globale, il trasporto urbano di massa, e tutti i più grossi attori economici mondiali, Google, Apple, GM, Daimler, Toyota, Volkswagen, passando per super start up come Uber, stanno buttandosi a capofitto. Noi vogliamo giocarcela o no? Io credo di no, da quel che vedo, mi sembra si stia cercando di fermare una marea con un cucchiaino, e non va bene. Tra sacrificare 50 oggi e perdere tutto domani, preferisco la prima.
odioQui siamo in una situazione simile a quella del film “L’Odio”, dove un tizio cade da un palazzo, e ad ogni piano ripete fra sé e sé “Fin qui tutto bene“. Ma l’impatto è inevitabile.
Non ci vuole molto ad accettare che la licenza sia un valore, ma che i nostri competitor abbiano diritto di lavorare. Una normativa più snella ci permetterebbe di lavorare di più, e di non avere più fama di lobbisti.
I grossi provider di chiamate devono poter essere usati sia dagli ncc che da noi, e diventare così una sorta di compagnia telefonica: migliori le condizioni, maggiori i numeri di clienti. Ma ci stiamo solo concentrando su nuove forme di sfruttamento, mascherate da progresso e da concorrenza, invece che capire come la maggior quantità di offerta possa essere utilizzata per creare lavoro vero e per dare servizi veri. Siamo seduti su una miniera d’oro, a mio avviso, ma vogliamo continuare a rubare galline.
Chissà se si sbloccherà qualcosa…

Anche con lui torno sul tema della mobilità e dell’inquinamento, cavalli di battaglia delle mie ultime interviste su Note Modenesi.
Mobilità: qual è il tuo modello ideale? Come valuti Modena dal tuo osservatorio?

Parto dalla seconda parte della domanda, come valuto la città. Diciamo che la valutazione è bassa, per una serie di fattori: in primis, noto una certa affezione dei cittadini, siano del capoluogo o di fuori, di preferire il trasporto privato, sia per necessità che per diletto. Secondo, noto un deciso decadimento nell’offerta di trasporto pubblico di linea, sia a livello qualitativo che quantitativo. Terzo, lo sviluppo raffazzonato della città nella sua urbanistica, sottende spinte sì modernizzanti, ma poi abortite a diversi livelli per le cause più svariate. Quarto, poca analisi preventiva che porti ad una idea organica di città, di hinterland, di provincia. Insomma, maluccio.
Modena vive di equilibri precari, ha dei problemi che saltano sempre più all’occhio, per i quali latitano soluzioni, anche drastiche.
Mi spingo un po’ più in là. Conoscendo la storia della città, salta all’occhio la pragmaticità iconoclasta dei cittadini modenesi di ieri e di oggi. Siamo l’archetipo dell’emiliano fattivo, irruento, poco avvezzo agli arabeschi. Arriva la piena? Si abbandoni la città. Urge lavoro? Si abbattano le mura e le porte. Ci sono nuove esigenze di trasporto? Si interrino i canali tutti. Servono case? Si costruiscano quartieri dormitorio anonimi. E via, fino ai chioschi del parco, risposte rapide ed in un certo senso concrete a domande evidentemente malposte. Costruiamo un palazzo razionalista di gran pregio commissionandolo al Venturi, ma facendolo devastiamo la visuale della Palazzina dei Giardini. Insomma, noi siamo entusiasti e concisi, ma talvolta, anzi, spesso, non basta.
Abbiamo perso, forse per sempre, dei tratti della città poetici e peculiari, per spinte evolutive positive in assoluto, ma maldisposte.

La protesta dei taxisti. Fonte immagine: Nuovo Sud.
La protesta dei taxisti a Roma. Fonte immagine: Nuovo Sud.

Noi siamo figli di questo, ed avremmo in dovere di capirlo, per rimettere a posto alcuni danni e cercare di non farne più. Ma visto che la coperta economica attuale è ben corta, ci focalizziamo per mera necessità sull’oggi più che sul futuro. Vedendone i risultati ogni giorno nelle cicatrici urbane, non posso che essere preoccupato, pur comprendendo la situazione contingente, che richiede grandi compromessi alle amministrazioni.
Per quel che riguarda il modello ideale, vorrei che si arrivasse ad una città gestibile tramite il pubblico, sia di linea che non di linea, almeno dentro l’anello delle tangenziali. Traffico e smog si combattono non con prese di posizione provvisorie, ma con azioni di forza: anche una città medio piccola come Modena può avvalersi di zone ztl interdette al traffico di chi non vi abiti o vi lavori. Non solo il centro storico. L’inibizione del traffico fatta solo con infrastrutture sempre più congestionanti (corsie più strette, svolte più difficili, etc) porta solo ad “infarti urbani”, che aumentano il tempo di utilizzo dei veicoli, in condizioni di grosso rilascio di sostanze, e certo non migliorano la qualità della vita.
Ovvio che senza investimenti cospicui in settori strategici si va poco lontano. Oggi in città le alternative alle auto sono poche. I bus latitano, sono vecchi e poco capillari. I parcheggi veri non esistono, e portano tutti a recarsi comunque in zone centralissime della città.
E’ un cane che si morde la coda, e trovo frustrante che la discussione in merito al trasporto pubblico sia monopolizzata da quel fallimento su rotaia che è Gigetto. E’ un problema serio, ma di una lunga serie.
Quindi: meno traffico e più scorrevole in città, grosso rinforzo dei trasporti pubblici, aree ztl anche fuori dal centro storico, parcheggi scambiatori periferici, e cercare di organizzare le questioni ricorrenti, come le famigerate uscite da scuola: centinaia di auto in pochi metri, per ragazzi che potrebbero fare da soli, con strumenti giusti. Abbiamo esempi virtuosi senza scomodare alieni come gli olandesi, perchè non tentare?

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E con l’inquinamento come la mettiamo?
Come anticipavo sopra, per diminuire l’inquinamento in maniera seria occorre ripensare alla città in maniera drastica. Se il nemico principale è lo smog generato dalle auto, ebbene servono alternative.
Noto che sono stati fatti grossi investimenti in passato, ma sui mezzi sbagliati: i filobus in centro sono una piaga, costano moltissimo, i cavi sono orrendi e richiedono grossa manutenzione, le linee non sono facilmente adattabili ad esigenze improvvise. i mezzi sono enormi, troppo grandi, quasi sempre semivuoti. Servono mezzi agili, i filobus, come diceva bene Sitta giorni fa, devono fare il mestiere di Gigetto. Esistono realtà che permettono la condivisione dei mezzi come i taxi, e vanno sfruttate per aumentare la capillarità a richiesta. Il taxi oltre alle sue mansioni standard può essere, come già fa in maniera limitata, un ottimo sostituto dei bus, in momenti dove una linea fissa sarebbe solo uno spreco.

Sia chiaro, mi rendo conto che è un libro dei sogni. Amministrare una città è il mestiere più difficile del mondo, oggi specialmente. Ma con centinaia di sforamenti dei livelli di pm10, è una questione oramai cruciale, che può essere affrontata solo con misure drastiche sicuramente avverse ai cittadini. L’importante è mantenere un appeal democratico, punire chi tenga un auto in ordine per 15 anni mi sembra ingiusto. E allora fissiamo zone riservate dove possa entrare solo chi abbia determinati requisiti, diamo direttive orizzontali al trasporto privato.
Non ho citato la bici, perchè la ritengo troppo adattabile per influire attivamente sul tessuto urbano, ed una fascia di popolazione non potrebbe comunque affidarsi ad esse abitualmente. Abbiamo molte ciclabili, ma poco pratiche; con meno auto in giro, una strada oggi scarsamente ciclabile diventerebbe più sicura di default. Inoltre, passare da un super utilizzo dell’auto ad una società di ciclisti mi sembra utopico, da emiliano concreto miro a passaggi intermedi, fattibili. L’obiettivo primario ad ogni modo è limitare l’utilizzo delle auto private”.

Per Messori, in Italia non si è capito “che il trasporto pubblico non è un ostello per politici falliti, ma uno dei gangli fondamentali dell’organizzazione del paese. Serve investire, e tanto, e progettare.
Non possiamo essere schiavi degli interessi aziendali o di categoria, lo dico da tassista, e in questo abbiamo pessima fama.
Siamo indietro: per una pessima gestione amministrativa, ed anche per un ambientalismo deviato che blocca cose buone assieme alle brutture. Abbiamo poche strade ferrate, e vecchie. Abbiamo problematiche gestite in maniera troppo poco federale, le regioni sono varie ed hanno esigenze troppo diverse fra loro. Abbiamo normative antiquate che non vengono prese in mano a causa di troppi interessi.
L’ultimo grosso scatto in avanti lo abbiamo avuto con la linea ad alta velocità, osteggiata da chiunque all’epoca, ma che ha avuto un ottimo successo. Il resto poco. Male, a tratti malissimo”.

In copertina, uno scatto in licenza CC di Leonid Mamchenkov.

Di farfalle e gastriti, posti da esplorare e saperi da portare a casa

“Penso che la citazione di Walt Withman “I contain multitudes” sia perfetta per descrivere quello che sento: cerco di tenere insieme tante parti diverse tra loro, ma in fondo tutte legate da un fondamentale aspetto comune. Amo la Filosofia, ma anche la Scienza e la Tecnologia, amo le Arti Visive, la Danza, il Teatro, la Letteratura. Cerco di camminare sul confine tra discipline diverse, come ho imparato a fare leggendo la fisica-biologa-filosofa femminista Evelyn Fox Keller. Provo a vedere somiglianze dove sarebbe più facile (e comodo) vedere solo differenze”.

Giulia Barsuola
Giulia Barsuola

Giulia è laureata in Filosofia e da pochissimo in Neuroscienze Cognitive. Ha studiato e fatto ricerca a Bologna, Santa Cruz (California), Milano, Maastricht (Olanda) e Lipsia (Germania) e vive a Modena con sua moglie, la loro gatta nera e due coniglie, una bianca e una nera. “Amo studiare e vorrei continuare a farlo. Nella vita vorrei fare ricerca nel campo delle neuroscienze cognitive, ma senza dimenticare la mia formazione filosofica. E vorrei avere il tempo per poter leggere tutti i libri che voglio leggere: sarà molto difficile, ma ci proverò! Nei prossimi mesi farò ricerca a Berlino e in Giappone, poi in autunno inizierò il dottorato da qualche parte in Europa, verosimilmente Inghilterra o Germania”.

Colpisce la sua poliedricità, che ho voglia di raccontarvi in questa pagina, perché dare spazio e voce alle storie di persone giovani, competenti e creative mi rende felice e oggi vi parlo di Giulia, come ieri vi ho parlato di Maria Chiara, Valentina, Francesco

La poesia, la danza, il teatro, la scrittura… Ho dimenticato qualcosa?!
Ho iniziato a seguire corsi di danza jazz all’età di otto anni, per poi passare alla Danza Contemporanea e al Teatro Danza (con Eva Raguzzoni) verso i diciassette anni. Negli ultimi anni ho praticato il Metodo Feldenkrais e studiato Danza Contemporanea con Teri Weikel: un’esperienza fondamentale. In America mi sono avvicinata alla Meditazione e alla Mindfulness, traendone grandi benefici, sia psicologici che artistici! Dai dodici ai diciotto anni ho suonato la chitarra elettrica e amato tantissimo il solfeggio: nei prossimi anni, mi piacerebbe molto riprendere in mano la mia chitarra!

Per quanto riguarda la scrittura, la lettura di Tonio Kröger di Thomas Mann alla fine della terza media ha segnato l’inizio di una stagione di letture importanti ed estremamente formative, ma anche l’avvio di un pratica di scrittura che mi ha accompagnata durante tutti gli anni del liceo, il mitico liceo classico Muratori. Sono stati anni incredibilmente produttivi che mi hanno portata a scrivere molto e a vincere diversi premi letterari, sia con racconti brevi, sia con poesie (diverse edizioni del Premio Letterario Città di Sassuolo e un’edizione del concorso Under 29 – Poesia Festival). Al liceo ho scritto per il giornale scolastico, Fahrenheit 451, per SMOOL e per il progetto letterario Morpheus. E con Isabella Giorgio, mia migliore amica e compagna di classe degli anni muratoriani, ho fondato la fanzine letteraria “Fresh Flash”.

Il teatro mi accompagna da molti anni – prosegue Giulia – lo devo a mia madre, che da molti anni recita in una compagnia di Modena (Anfitrione). E’ stata lei a portarmi a teatro per la prima volta: vedemmo “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, con Eros Pagni, in scena al Teatro Storchi. Fu una rivelazione: da quel momento ho trascorso molte delle mie serate tra il Teatro Storchi e il Teatro delle Passioni. Sono sempre stata spettatrice, non ho mai recitato. Ho sempre preferito scrivere, danzare, e ultimamente studiare gli attori da un punto di vista neuroscientifico! Ma mai dire mai…Prima o poi vorrei fare un corso di teatro. In inglese soprattutto, mi piacerebbe moltissimo.
Due anni fa, in occasione del Festival Delle Arti della Giudecca – Sacca Fisola, a Venezia, io e la mia amica Isabella abbiamo presentato “To be alive is to be burning”, reading a due voci tratto da “Corpo d’Amore” di Norman O. Brown (1966): una lettura per rendere omaggio a N.O.B., Nobby per gli amici, uno dei più grandi pensatori americani del secolo scorso, inspiegabilmente poco conosciuto in Italia. Un intellettuale eclettico, nato classicista e divenuto fedele lettore di William Blake, di James Joyce, della tradizione psicanalitica e islamica. Un personaggio inquieto, nato a El Oro (Messico) ed emigrato in Inghilterra prima e negli Stati Uniti poi. Amico di John Cage e di intellettuali quali Hayden White e Robert Meister, a partire dalla fine degli anni ’60 ha insegnato presso l’Università della California a Santa Cruz. E’ rimasto a Santa Cruz fino alla fine, tra le sue letture mattutine del Corano e le camminate pomeridiane tra Pasatiempo, West Cliff e Fall Creek, in compagnia dei suoi allievi e amici. Alienis pedibus ambulamus. Una lettura per tenere in vita le sue parole e soprattutto farci tenere in vita dalle sue parole.
E’ stato un momento molto importante per me: ho iniziato ad amare Nobby studiando a Santa Cruz e conoscendo i luoghi e le persone che lui ha saputo cantare nei suoi scritti e avere l’occasione di portare le sue parole nella mia amata Venezia è stata un’esperienza davvero emozionante.

Leggo di questo bel progetto, la mostra “Farfalle e Gastriti”, presentato qualche anno fa al Festival Filosofia, che ha voluto raccontare i due volti dell’amore, irrimediabilmente legati insieme da un sottile filo da cucito. Quali volti? Quale filo?
Il Festival Filosofia è un appuntamento modenese che mi accompagna dalla metà dei miei anni: ho sempre atteso con trepidazione il mese di settembre per segnarmi date e conferenze da seguire. Da anni è un appuntamento fisso in compagnia della mia migliore amica, sempre lei, Isabella.
E quando per l’edizione 2013 sull’Amare io e mia moglie, la pittrice Stella (Stefania Gagliano), abbiamo deciso di proporre alla galleria ArtEkyp la mostra “Farfalle e Gastriti”, non potevo essere più entusiasta! Questa mostra è nata come “una conversazione tra Stella, pittrice, e Giulia, scrittrice: intreccio di segni di creta e parole di un taccuino per quadri che parlano e scritti che immaginano. Puro gioco linguistico tra «amare» come verbo transitivo e aggettivo femminile plurale in un confondersi di gusti e moti d’animo. Papille gustative disorientate di fronte a sentimenti sublinguali. «Un ragionar d’Amore» tra due donne che si amano”.

L’operazione che ci eravamo proposte è stata tutt’altro che semplice, i predecessori decisamente illustri: dall’ Odi et amo di Catullo, a Eros e Thanatos di Freud, solo per citarne alcuni. «Che amore faccia rima con dolore lo sanno anche in prima elementare», scrive il poeta Emilio Rentocchini, nella sua raccolta di ottantaquattro sonetti intitolata Del Perfetto amore (Donizzetti 2010). E allora perché parlarne, se lo sappiamo? Farfalle e Gastriti ha voluto parlarne perché spesso lo dimentichiamo. Perdiamo di vista il contrasto, tendiamo a uniformare il colore. Sentiamo solo le farfalle, ma ci scordiamo delle gastriti. O viceversa. Ma tra le farfalle e le gastriti, il nostro stomaco pulsa insieme al cuore e pensa insieme al cervello. Ecco perché in questa bipersonale tra pittura e scrittura, Stella e io abbiamo parlato della psicosomatica dell’amare, di quell’amare con il cuore, con il cervello ma anche con lo stomaco. E’ stata un’esperienza incredibile per noi!
Ogni volta che rileggo la citazione di Antonio Delfini “Quegli occhi mi ricordavano chi sa chi come quando ci s’innamora di chi sa che cosa”, da Il ricordo della Basca, penso sempre a questa mostra insieme e al testo critico che ho scritto ispirato anche da questa meravigliosa citazione (se siete curiosi di vedere qualcosa della mostra: www.stefaniagagliano.com)

Come’è il tuo rapporto con Modena?
Il mio rapporto con Modena ha conosciuto fasi altalenanti, per così dire. Amore, odio, nostalgia, nuove affinità. Al liceo ho amato moltissimo la mia città (e la mia scuola) e frequentato assiduamente le molte e diversificate proposte culturali offerte: mostre presso la Galleria Civica, la Fondazione Fotografia, le diverse gallerie della città (via Carteria, ad esempio), spettacoli teatrali e di danza presso lo Storchi, Le Passioni, l’Associazione Amigdala, lo STED. Negli anni universitari ho dedicato meno tempo alla mia città, sono scappata per vedere il mondo: prima ho fatto la pendolare tra Modena e Bologna, poi ho studiato in America, poi ho vissuto tra Modena e Milano, poi ho fatto ricerca in Olanda. Tuttavia, quando torno a casa, non mancano mai le serate al Bar delle Passioni, a Hiro Proshu, a Drama Teatro, al nuovissimo Cajka Teatro d’Avanguardia Popolare, al Filatoio. Modena è una città con tanto da offrire, se si ha la volontà di cogliere ciò che ha da dare. Negli ultimi anni sono nate molte realtà culturali interessanti e meritevoli di essere sostenute.

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Andare via da Modena mi è servito per capire e apprezzare i pregi della nostra città. E vederne più chiaramente i difetti. Correggio e aree limitrofe cantate da Tondelli hanno continuato a farmi compagnia da almeno dieci anni a questa parte e recentemente ho scoperto la Modena di Antonio Delfini.
Certo, tante cose potrebbero essere fatte meglio nella nostra città, ma penso che nel complesso possiamo essere paghi di quello che abbiamo. Adesso sono comunque spesso via da casa per studio e lavoro, ma casa rimane sempre Modena insieme a mia moglie, i nostri animali, i nostri libri, le nostre famiglie. Carson McCullers, una scrittrice che ho scoperto da poco e sto amando moltissimo, ha scritto: “Siamo dilaniati fra la nostalgia per le cose familiari e il bisogno dell’ignoto ed estraneo. Il più delle volte sentiamo nostalgia di luoghi che non abbiamo mai conosciuto”. Penso che queste parole rispecchino fedelmente quello che sento per la mia città.

Hai tanti progetti creativi in cantiere e poco tempo per realizzarli, da quello che mi racconti!
Sì: in questi mesi sto lavorando per il sito Paintek.it, dedicato all’Intelligenza Artificiale, alla Realtà Virtuale e alla Robotica: amo molto tradurre articoli e dedicarmi alla divulgazione scientifica. Mi piacerebbe anche dedicarmi al rapporto tra Neuroscienze e Arte/Teatro, sia da un punto di vista scientifico sia divulgativo. Per il resto, prima o poi vorrei creare un progetto artistico legato alla figura di William Blake, che amo follemente. E nel frattempo ho scoperto una nuova passione: fotografia istantanea (Polaroid) e analogica (Lomography e Leica).
Lo scorso settembre ho portato al Festival delle Arti della Giudecca – Sacca Fisola un piccolo lavoro intitolato “Soggetto Nomade”, in cui ho presentato sei trittici di Polaroid scattate in giro per l’Europa durante le mie peregrinazioni di studio e ricerca. Vorrei continuare su questa strada e migliorare. E’ una passione che voglio portare con me. Un’altra passione che devo prima di tutto a William Blake e poi alla mia città è quella per l’incisione: lo scorso anno ho iniziato a imparare la tecnica dell’acquaforte e acquatinta presso il Laboratorio d’Arte Grafica Gatti di Modena. Mi piacerebbe ricominciare a incidere ogni tanto: se solo le giornate fossero di almeno cento ore!