Breviario urbano per cittadini del mondo

Per me Natale significa tornare a Modena.
Saremo in molti in molti nelle prossime due settimane ad affollare gli aeroporti e le stazioni per migrare verso casa  facilitati  da voli accessibili e confini facilmente valicabili.
Ognuno ha la sua storia. C’è chi torna da un semestre a Madrid e chi fa un PHD a Stoccolma, chi si è trasferito a Londra per un’offerta di lavoro vantaggiosa e chi lavora a Bruxelles.  C’è chi è partito per fare un’esperienza, chi perché non aveva niente da perdere. Per non parlare delle tante coppie miste che si sono formate in quest’andirivieni di generazioni Erasmus ed Europa post crisi.

mig1Ognuno ha moventi diversi, ma siamo tutti – in modo più o meno permanente – migranti. Privilegiati dalla facoltà di scegliere e di tornare a casa per Natale, ma pur sempre divisi tra il paese da cui veniamo e quello in cui abbiamo deciso di vivere.

Per questo ogni volta che rimpatrio per le Feste mi colpisce come tutti parlino d’immigrazione. Troppi la menzionano come se fosse una cosa che non li riguarda, molti la dipingono come una minaccia o la trasformano in una battaglia intellettuale da difendere strenuamente, ma sempre troppo pochi (per la maggior parte addetti ai lavori) ne parlano con cognizione di causa.

mig2Non si tratta di un argomento semplice da affrontare in un paese come l’Italia dove vengono scagliate banane e insulti all’ ex Ministro dell’integrazione e dove programmi quali Mare Nostrum e Triton di Frontex lavorano in costante condizione di emergenza. Ma proprio per questo vorrei porre l’accento, piuttosto che sui problemi macroscopici emersi in seguito ai recenti flussi migratori, sull’invisibilità  e sulla mancanza di riconoscimento sociale (se non addirittura istituzionale nel caso dei clandestini) attribuita ai migranti nel nostro paese.  Per farlo porto ad esempio quella che potrebbe essere definita una best practice made in Germany.

Arrivata a Berlino due anni fa, pur essendo europea tra europei, ho potuto toccare con mano alcune delle problematiche migratorie tra cui l’incomunicabilità dovuta a una lingua straniera, la difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro, per non parlare delle problematiche culturali e identitarie relazionate a stereotipi e sentimenti d’apparenza. Ed è proprio camminando per le strade di Berlino – alla fermata dell’autobus per l’esattezza – mi sono trovata per la prima volta faccia a faccia con le grafiche (o Pittogrammi) del collettivo MIGRANTAS.

Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista
Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista

Incontro Francesca La Vigna, italiana anche lei, per farle qualche domanda e saperne di più. Ci incontriamo in un caffè a Friedrichshain e di fronte a una cioccolata calda mi racconta della partecipazione al workshop di Migrantas tenutosi a Berlino, del suo contributo per l’allestimento della mostra finale nei locali della Rotes Rathaus (palazzo comunale) e dell’impegno che sta mettendo nel cercare di mettere in piedi una collaborazione tra il collettivo berlinese e associazioni italiane per esportare il progetto anche da noi.

mig4Ma facciamo un passo indietro, che cos’è Migrantas?
Come suggerisce il nome, Migrantas è un collettivo fondato dall’artista Marula Di Como e dalla grafica Florencia Young, entrambe argentine con origini italiane, che lavora a stretto contatto con donne, migranti anche loro. L’obiettivo del progetto è quello di rendere visibili nello spazio urbano le idee e i sentimenti di chi ha lasciato il proprio paese per vivere in un altro. Migrantas usa il linguaggio visivo per esplorare problematiche relative al percorso migratorio, al concetto di identità e di dialogo interculturale. I progetti portati avanti dal collettivo negli ultimi dieci anni hanno coinvolto scuole e municipalità in Germania e Europa. Far sì che i bambini comprendano la complessità alla base di una realtà multiculturale e facciano proprio uno sguardo libero da pregiudizi è senz’altro uno degli obiettivi di Migrantas.

Qual è il processo che è alla base di  questo progetto?
Tutto parte da un workshop in cui  donne migranti con diverse provenienze vengono portate a riflettere insieme su aspetti cruciali della loro esperienza migratoria. Dopo un lungo dialogo, durante il quale storie opinioni e impressioni sono raccontate a messe a confronto, si passa alla parte creativa in cui le idee vengono disegnate su carta. Durante questo processo capita spesso che emergano immagini ricorrenti che stanno ad indicare esperienze o percezioni condivise. Ed è a questo punto che il collettivo si mette all’opera per creare i Pictograms, condensando concetti complessi in un linguaggio visivo comprensibile a tutti.

mig5A cosa si deve il successo di quest’azione di guerrilla marketing?
A fronte dei diversi background culturali e linguistici delle migranti, chiunque si può riconoscere nelle rappresentazioni dei poster affissi per la strada o delle cartoline lasciate nei bar. I Pictograms sono uno strumento semplice, immediato e universale ma al contempo capace di trasmettere emozioni. Le grafiche di Migrantas usano i canali e gli strumenti dalla comunicazione pubblicitaria diventando un linguaggio visivo comune attraverso il quale l’esperienza migratoria si fa tangibile agli occhi dei passanti. I risultati sono due: da una parte viene restituita la visibilità a chi – in quanto straniero – rischia di essere escluso dal paesaggio urbano dominante, e dall’altra induce lo spettatore a un momento di autoriflessione raggiunto attraverso un intelligente gioco di specchi.

Fortunatamente Berlino fa parte di quelle metropoli internazionali, dove essere stranieri non significa (o non per forza) essere al margine dell’interazione urbana. Grazie a una sempre maggiore mobilità globale infatti, oltre che alla pressione fatta dalle molte comunità di rifugiati che rivendicano il loro diritto di permanere sul suolo tedesco, Berlino si sta trasformando velocemente preparandosi a diventare ciò che i sociologi chiamano una città “Super-Diverse”: dove la popolazione è caratterizzata da etnicità multiple, più paesi d’origine e diversi status migratori. Di fronte a tale complessità diventa fondamentale tanto per i “migranti” quanto – concedetemi il termine – per gli “indigeni” conoscere chi condivide con noi ogni giorno la città. Per fare questo il linguaggio visivo è senz’altro uno strumento efficace capace di raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili alla maggior parte della società, nascoste tra le pieghe dei flussi migratori.

Se stai leggendo questo articolo sicuramente migrazione e immigrazione sono argomenti di tuo interesse,  per questo ti chiedo e mi chiedo: quanti immigrati conosci davvero? Con quanti parli almeno una volta a settimana al di fuori dei rapporti lavorativi spesso legati a etichette quali *badante o *pachistano? Di quanti conosci la storia (da dove vengono, come e perché sono finiti a Modena)? Quante volte ti capita di frequentare i posti in cui i “non italiani” si riuniscono e quante volte invece ti capita di evitarli? Quanti dei tuoi giudizi sono dettati da stereotipi? E infine se, statistiche alla mano, Modena e l’Emilia Romagna ospitano così tanti stranieri perché risulta essere così difficile conoscersi o almeno incontrarsi?

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Concordo con Francesca. Sarebbe bello se questo progetto fosse esportato anche in Italia. Se nel nostro paese i migranti fossero coinvolti in progetti costruttivi, invece che essere oggetto ed esempio per una demagogia paritaria che troppo spesso li tratta come un’entità astratta e spersonalizzata. Se non mi credete ecco un esperimento: durante le feste uscite di casa e fate due passi per la vostra città. Mentre l’Italia si ferma per festeggiare in famiglia, noterete che alcuni negozi resteranno aperti, che per strada nonostante il freddo ci saranno più biciclette che macchine e che nelle piazze e nei parchi si formeranno capannelli di persone che festeggiano questo giorno in modo diverso da voi. Fateci caso perché finite le Feste il rischio è che loro tornino ad essere invisibili nel vostro paese. Ma non è detto che non succeda lo stesso a voi (o ai vostri figli) una volta rifatte le valige e ripreso l’aereo che vi (o li) porta da dove siete partiti. Lontano da casa, dove sarete voi ad essere i migranti con le vostre  storie da raccontare.

25 anni dopo, un muro di luci

Ogni volta che in questi 25 anni ho sentito la frase “cade il Muro di Berlino” ho pensato che l’utilizzo del verbo “cadere” fosse una scelta lessicale curiosa, attiva nella sua forma grammaticale, passiva nel significato e con quel tocco di impersonalità che basta a non distinguere più di tanto tra vincitori e vinti. Se ci si pensa bene, infatti, i muri non cadono da soli, quello poi, men che meno! Costruito a prova di evasione, sfondamento e scasso, come tutti i confini blindati di questo mondo, stava in piedi fiero come la patria e sordo come il cemento. Una linea usata per definire, delimitare, contenere e se necessario uccidere.

Foto Laura Ceglia

Alcuni muri crollano perché sono costruiti male, quando la terra trema o per l’incuria del tempo. Altri vengono demoliti, bombardati, rimossi o spostati. Il Muro di Berlino cade in tanti modi: abbandonato da chi lo doveva custodire e spazzato via da un vento di cambiamento, libertà e onde radio.  Senza la presenza dei mezzi di comunicazione infatti, forse la storia avrebbe preso un altro corso. Ma il 9 di novembre del 1989  radio e televisioni, dopo aver dato la notizia dell’apertura dei posti di blocco e portato migliaia di persone in strada, hanno documentato, trasmesso e celebrato quello che sarebbe diventato uno dei più grandi spettacoli mediatici del XX secolo: la caduta del Muro.

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Mentre a Berlino ci si abbracciava per  la strada, la Germania e il resto del mondo assisteva in diretta dal salotto di casa con non meno trepidazione all’evento. Grazie a quelle immagini il Muro cadeva nell’immaginario di tutti noi ancor prima di essere fisicamente rimosso dalle strade. Al resto ci hanno pensato le ruspe e il picconare di cittadini che, abbandonata la falce ed esaurita la rabbia a colpi di martello, iniziano a vendere pezzi di Muro ai turisti dando prova di un inaspettato spirito imprenditoriale. Ne consegue che oggi, se non consideriamo la colorata East-Side Gallery e i frammenti sparsi per la città e in giro per il mondo, il simbolo della Guerra Fredda non divide più Berlino, e la sua assenza ha da tempo lasciato spazio a una maggior coesione a livello urbanistico politico e sociale che si vede e si sente.

Leggi anche: “Ricordando il Muro che non c’è“.

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Per questo chi torna a Berlino dopo qualche tempo rimane colpito dalla velocità con cui la città sia cambiata e cambi. Il panorama urbano è puntinato di gru colorate che si stagliano all’orizzonte e, dopo 25 anni, la città continua ad essere un vero e proprio cantiere a cielo aperto. È proprio questa nuova Berlino, dove la pianificazione saggia e lungimirante si mescola a gravi fenomeni di gentrificazione e ghettizzazione sociale, quella che diventa protagonista e palcoscenico del venticinquesimo anniversario della caduta del Muro attraverso un’istallazione che ha fatto molto parlare di sè. Ottomila palloncini, simili a lampioni hanno illuminato nei giorni scorsi il tracciato del Muro di Berlino creando un percorso luminoso di 15 km che taglia in due la città diventandone simbolo e arredo per il tempo di un fine settimana.

Questo progetto, brillante nella sua semplicità, fa dello spazio pubblico il luogo fisico della memoria e dell’immaginario collettivo all’interno del quale il Muro viene ricostruito, ripercorso, ricordato e riabbattuto.  Questa volta però non “cadrà”, nessuna pietra rotolerà al suolo, al loro posto gli ottomila palloncini sfideranno la forza di gravità e voleranno via contemporaneamente sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, per non tornare. Per chi non potesse assistere allo spettacolo, TV e Social Media ci assicureranno il privilegio di far parte di quella che diventerà nel tempo un tassello di memoria collettiva condivisa. (Foto di Laura Ceglia).

Il tempo della Torre

È paradossale come ciò che è noto, anche se caro, sbiadisca alla luce della quotidianità.
Così, tutti i giorni, nella fretta delle azioni ripetute e delle strade sempre uguali diventiamo ciechi in buona fede. E, incapaci di uno sguardo più ampio del nostro orizzonte spesso ci priviamo da soli della bellezza delle cose note.

Ed è qui che il progetto di Rolando Montanini ci viene in aiuto combinando sapientemente il panorama cittadino con un paesaggio interiore fortemente emozionale. Teleobbiettivo e grandangolo ci riaprono gli occhi regalandoci lo stupore delle cose mai viste e restituendoci cinque minuti di frammenti preziosi, di giorni come tanti, fugaci ed immobili, scanditi dallo scorrere delle stagioni e del tempo. Questa mostra è una dedica dell’autore alla città e a tutti coloro cui sobbalza il cuore quando, tornando a casa, vedono la Ghirlandina stagliarsi all’orizzonte.

Il tempo della torre 2

Rolando Montanini ha fatto quello che in molti non hanno il tempo o l’abitudine di fare: aspettare e osservare. “Nell’ultimo anno mi sono seduto per le vie di Modena su uno sgabello pieghevole, accanto al cavalletto della mia Reflex – Racconta Rolando Montanini – Mi sentivo un pescatore che invece della canna avesse gettato la sua attrezzatura in attesa di catturare luce, riflessi e nuvole.” E come ogni pescatore che si rispetti il fotografo ha scelto le postazioni migliori e, armatosi di passione e pazienza, ha scattato per 108 ore di seguito, un totale di 49.000 foto.

“Durante il progetto le emozioni non sono mancate – dice Montanini che ci rivela di quando, salito fin su in cima alla torre, è riuscito a cogliere per la prima volta “quel movimento impercettibile della ‘lancetta’, quell’ombra della torre che sembrava una vera e propria meridiana e che abbracciava la città – e conclude – è stata una rivelazione.”

La percezione dello scorrere del tempo, in contrasto con l’imperturbabilità della torre campanaria, è senz’altro uno dei temi centrali nel progetto del fotografo modenese che farà parte degli eventi del festivalfilosofia 2014. E in questo video è possibile averne un assaggio.

Per l’occasione, all’interno della Ghirlandina, nella Sala della Secchia, verrà proiettato il video e lungo le scale che salgono alla Stanza dei Torresani verrà allestita la mostra fotografica
“Il tempo della Torre”.

Il Tempo della Torre

Nero, rosso, oro

La bandiera tedesca, che in queste settimane ha colorato la Germania dagli specchietti delle macchine ai cestini delle biciclette, dalle vetrine dei negozi alle guance pallide delle tedesche, continua a sventolare su tutto il paese.
Domenica la città si è riversata ovunque ci fosse un mega schermo e nemmeno la pioggia battente ha scoraggiato le migliaia di spettatori che, finita la partita, hanno inondato le piazze e le strade. 48 ore dopo la vittoria in finale contro l’Argentina, i giocatori della nazionale tedesca hanno portato a casa l´ambito trofeo. L´aereo della Lufthansa, decorato per l´occasione con la scritta FUNansa – Siegerflieger (Aviatori vittoriosi), è atterrato nella capitale, ma non prima di aver planato ripetutamente su una Berlino in fiamme  che li ha accolti con un  bagno di folla epico e bandiere a perdita d´occhio.

foto 2NERO, ROSSO, ORO
Sono i colori di una bandiera che ha una storia alle spalle, fatta spesso di ripetuti cambiamenti e di guerre. I colori che oggi abbracciano Berlino sono quelli che quasi un secolo fa hanno accolto con speranza l’avvento della Repubblica di Weimar.
1919. Si narra, infatti, che i patrioti tedeschi, quando ancora la Germania era divisa in una confederazione di città-stato, non avendo un simbolo al quale appellarsi fecero bandiere con la stoffa rossa e nera delle loro divise e, in assenza di altri materiali, i bottoni dorati vennero usati per formare la terza striscia orizzontale che sarebbe col tempo diventata quella gialla.
1933. Ma come la Repubblica di Weimar anche la sua bandiera non è durata a lungo, e quei colori, prima usati per combattere la dominazione napoleonica e poi per rappresentare la patria unita, vennero spazzati via dall´avvento del nazismo che, per distanziarsi dal passato, decide di auto legittimarsi attraverso simboli e colori nuovi. Quelli stessi che porteranno la Germania a entrare in un’altra Guerra Mondiale e a macchiarsi le mani di un’onta impossibile da dimenticare.

ger3NERO, ROSSO, ORO… con qualcosa al centro
1949. Finita la guerra, Berlino e la Germania vengono divise come una torta all’ora del tè.
La Repubblica Federale Tedesca si riappropria della Bandiera e del futuro che Hitler le ha rubato, mentre la Repubblica Democratica Tedesca fa propri gli ideali e il sistema produttivo comunista. Questa transizione politica e sociale si materializza  per quest’ultima mettendo al centro del nuovo tricolore un martello, simbolo degli operai, un compasso, simbolo degli intellettuali, e due spighe di grano a rappresentare la classe contadina.

Ancora una volta le bandiere giocano un ruolo fondamentale nel definire l’identità di un popolo sopravvissuto alla fame e ai bombardamenti. Cosicché gli anni, la chiusura dei confini, lo sventolare delle bandiere e la demagogia calcolatrice della guerra fredda faranno a lungo dei tedeschi dell’Ovest e dell’Est dei perfetti sconosciuti. Non c´é quindi da stupirsi che ci siano voluti decenni affinché la Germania potesse sentirsi di nuovo unita e orgogliosa, della sua patria come del suo tricolore.

foto 3UNA SOLA BANDIERA
1989. Caduto il muro e finita la partita a Risiko tra gli Stati Uniti e la Russia, la democrazia e il capitalismo arrivano all’Est, portando con sé oltre che banane e jeans la bandiera della Repubblica Federale.
1990. Un anno dopo, a Roma, la Germania dell´Ovest strappa in finale la coppa all´Argentina. Sono tanti i parallelismi che sono stati fatti per collegare le due coppe del mondo, ma le differenze sono altrettanto evidenti.
Sicuramente la Germania ha vissuto i Mondiali Italia90 con trepidazione. Il Muro era caduto e tutto sembrava possibile. Ma per molti il senso d´identità nazionale era ancora acerbo. Dopo tutto, la squadra in campo rappresentava solo metà del paese e, finita la Coppa del Mondo, la Germania tornava ad essere un paese diviso in attesa della riunificazione.

UN´ESTATE DA FAVOLA
2006. La Germania ospita il mondiale e, celebrando il calcio per la prima volta dopo tanti anni, celebra anche se stessa con un patriottismo cosmopolita che diventerà  il collante di una nuova identità nazionale.
Aiutati dall´entusiasmo dei tanti tifosi stranieri, i tedeschi si sentono autorizzati a cantare l’inno, a tifare per il loro paese e a sventolare quella bandiera che finalmente sono autorizzati a sentire propria. Ma, con delusione loro e giubilo nostro, in quel magico 9 luglio sarà un altro il tricolore a sventolate nella notte berlinese quando il cielo sopra Berlino si è tinto di azzurro. La Germania dovrà infatti aspettare ancora per vedere coronata con un lieto fine quella favola di mezz’estate iniziata 8 anni fa .

ger2NON SOLO CALCIO
2014. Mondiali a parte, sono pochi I tedeschi che si sentono orgogliosi della loro patria. La sensazione che si ha è che qui tutti quei sentimenti positivi legati all’appartenenza nazionale vengono spesso – inconsciamente – repressi. Qui non possono essere fieri. É un sentimento che è stato loro (forse per sempre) negato.

Ma è altrettanto vero che negli ultimi dieci anni la Germania è cambiata e cresciuta, e non solo a livello calcistico. Dopo la Seconda Guerra Mondiale questo paese si è rialzato, ha combattuto grandi battaglie, lottando contro i sui spettri e creando un futuro migliore per i suoi figli. Fame e macerie fanno parte del passato. La Germania di oggi è una Germania sicura, che ha un posto di rilievo nell’economia di questa nostra Europa e che fa della consapevolezza la sua vera forza politica. E sì, anche se sembra innaturale vedere sventolare bandiere tedesche nei pressi del Memoriale per l’Olocausto, anche se la parola “Weltmeister, campione del mondo” urlata da una piazza gremita può avere un sapore amaro, anche se come disse Woody Allen “quando ascolto troppo Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia”, oggi la Germania festeggia il mondiale in quella che assomiglia a una vera e propria catarsi collettiva. E I tedeschi festeggiano con lei.

E a tutti quelli che in Germania e nel mondo hanno condannato le celebrazioni di questo paese, temendo che potessero riaccendere focolai di nazionalismo, io consiglio di mettere da parte le paure del passato.
Il presente, le cui immagini sono arrivate nei giorni scorsi tra la fine del primo e l’inizio del secondo tempo delle tante partite giocate, ci dovrebbe dare abbastanza preoccupazioni.

mondiali palestina

Brasile 2014: Sogno di una notte di mezza estate

Brasile 2014, non si parla d’altro.
Semifinale. Tu dove la guardi?

Berlino sfida la stagione delle piogge e si riversa nei mille bar che proiettano la partita.

10 pm, Brasile Germania, Belo Horizonte.
Lo stadio è GIALLO, come la maglia dei suoi giocatori.
La tensione sa di aspettative miste all’attesa.

Siedo in un bar dietro casa.
Al tavolo tutte donne
una tedesca-tedesca
un’anglo-tedesca,
2 americane
una tedesca-cilena
e un italiana.
Me.

ger1Cominciano i goal
Tra le mani, il telefono vibra senza sosta.
Dall’altra parte c’è qualcuno che sta guardando la partita insieme a te.

Amici, Amori, Famiglia.
La Germania fa ormai parte della tua vita,
Così come il Brasile e L’Argentina
Per non parlare dell’Italia.

Ci si scambia messaggi veloci
“Hi guys, never seen anything like this… Come on Germany!!”
E i goal continuano
“Non saprei quale delle due squadre è sotto l’uso di stupefacenti”
E i goal continuano
“me lo aspettavo… ma il primo tempo 5 a 0 no”
E i goal continuano.
Applausi.

ger2Le ragazze americane guardano divertite lo spettacolo.
Ogni tanto fanno domande
Il calcio non fa parte del loro immaginario quotidiano.
È proprio vero, “Tutto è relativo nella vita”
anche i mondiali di calcio!
Ma non ditelo ai tifosi brasiliani
Quelli che hanno fischiato i giocatori
lasciando lo stadio prima della fine della partita.
Loro, sono gli unici che hanno perso oggi.

Fischio dell’arbitro.
Germania batte Brasile 7 a 1.
La semifinale con più gol della storia del calcio.
Qualche pacca sulla spalla
Pochi abbracci gioiosi
La gente salta sul posto
esulta,
batte le mani
e riprende il suo posto.
Tra le mani una birra,
C’è bisogno di tempo per realizzare…
…che è fatta!

ger3Poi,
lentamente,
alcuni più sbronzi e vocianti di altri,
si incamminano verso casa.

Se li fermi per chiedergli dove festeggia la gente
Ti rispondono che “i turchi sicuro vanno a Kudamm”.
Ma che loro no.
“Domani si lavora!”
E quasi per rassicurare la mia espressione delusa
aggiungono con un sorriso sornione
“Ci rifaremo festeggiando domenica!”

Carpe diem Germania
Penso tra me e me
Carpe diem.

(Immagine di copertina tratta dalla pagina Facebook “Tua madre è leggenda“)

Berlino per me

La settimana scorsa a seguito di un colloquio per uno stage mi hanno chiesto di scrivere una paginetta con tema “Berlino per te”.
Arrivata a casa, seduta al tavolo ho pensato “e adesso? ”.
È difficile descrivere in poche righe “la città del momento” senza cadere nel banale, senza disilludere le attese di chi la conosce per sentito dire o di chi al contrario ci vive da anni. Quel che è certo è che Berlino ti cambia, lentamente, poco alla volta la città ti s’infila sottopelle e diventa parte di te, con tutte le sue contraddizioni.

photo credit: ffela via photopin cc
photo credit: ffela via photopin cc

Berlino è un uomo brutto al cui fascino è difficile resistere.
Ha i capelli brizzolati, gli occhi color ghiaccio e un fare signorile nascosto sotto un eskimo verde militare. Paradossale, per un antimilitarista come lui. Ma, se glielo fai notare, ti risponderà con un sorriso che non c’è vergogna nell’essere un militante se si lotta per quello in cui si crede. S’incazza solo quando lo definiscono “poor but sexy”. “Povero? io? Il mondo è pieno di gente che vive per lavorare. Io preferisco lavorare, sì, ma per vivere”.

photo credit: Alexander Rentsch via photopin cc
photo credit: Alexander Rentsch via photopin cc

Berlino è una ragazza che si concede lentamente.
La incontri in un caffè. Capelli scuri, occhi grandi e pelle chiara. Siede composta di fronte al suo computer. Sul tavolino un cappuccino con troppa schiuma e troppo latte si raffredda mentre lei, annoiata, manda l’ennesimo curriculum. Prendi coraggio e le parli. Le domande sono quelle di sempre le risposte, ogni volta diverse. Si, lei è di Berlino. No, la sua famiglia non è tedesca, ma in fondo questo che importanza ha? Un tatuaggio troppo grande per la sua spalla minuta sbuca da una canottiera vintage. Vorresti chiederle del tatuaggio, del suo passato e dei suoi progetti. Vuoi conoscerla, scoprirla e se capita spogliarla. Ma quello che vuoi tu non importa, quindi aspetti. Sai che ne varrà la pena.

Berlino è una bicicletta e il suo ciclista.
Veloce e sicuro si muove nel traffico. Rispettato dagli automobilisti e temuto dai pedoni, si sente padrone indiscusso di strade e marciapiedi. Consapevole che ne va della sua sicurezza in strada, tratta la sua bicicletta come una compagna fedele degna di cure e di rispetto. Non se la prende quando qualcuno gli dà dell’Hipster solo perché la sua bici non cade a pezzi; gli hipster usano la bici solo d’estate quando fa sufficientemente caldo ma non si suda troppo. Per lui non è un accessorio, la bici è una cosa seria. Ogni mattina si sveglia e monta in sella, la sua giornata inizia con un colpo di pedali. Se gli chiedi il perché ti darà tanti motivi sensati – è più veloce, si risparmiano i soldi della metro, ti mantiene in forma, una bicicletta in più è una macchina in meno – ma la verità è che quando pedala si sente le ali ai piedi.

photo credit: cloud_nine via photopin cc
photo credit: cloud_nine via photopin cc

Berlino è questo ed altro ancora.
Berlino è una signora anziana che va a fare la spesa e non sa come portarla fino al quarto piano senza ascensore, ma, non si sa come, ci riesce. Berlino è un Kindercafe (caffè per bambini) d’inverno e uno Spielplatz (parco giochi) d’estate perché i nonni vivono troppo lontano. Berlino è una cargo-bici per fare la spesa. Berlino è dover traslocare ogni due tre mesi. Berlino è chi raccoglie le bottiglie e chi le rompe. Berlino è il suo fiume, la sua gente burbera e la libertà che si respira. E di colpo ti accorgi che i motivi che ti hanno portato qui non sono gli stessi che ti faranno restare.

(Immagine in evidenza, photo credit: Mundus Gregorius via photopin cc)

Sei a casa. Sei in Europa.

Si è votato in Europa. Con l’arrivo della primavera l’intera città di Berlino si è lentamente ma progressivamente riempita di cartelloni elettorali i cui slogan hanno cercato di avvicinare i cittadini tedeschi, e non, a un contesto sovranazionale non per tutti consueto. Frasi accattivanti e rime provocanti hanno cercato di calamitare l’attenzione dei più.

L’Europa vicina
Nella città meno tedesca della Germania (400 mila stranieri residenti), infatti, ogni cittadino europeo domiciliato può esercitare il suo diritto di voto attribuendo la sua preferenza, a scelta, a un connazionale o a un candidato del paese in cui vive. Questo meccanismo elettorale, se pur non perfettamente oliato e con grossi margini di miglioramento, vuole far sentire ciascun europeo “a casa”.
Per molti paesi, dove il voto per posta esiste, questa è solo una formalità ma per gli italiani residenti all’estero ma non (ancora) iscritti all’AIRE sovverte uno spiacevole paradigma. Niente treni, aerei, giorni di ferie per poter varcare la soglia del seggio elettorale nella vecchia scuola elementare e esercitare quello che rimane un doveroso diritto. Non importa in quale paese le circostanze della vita ti abbiano portato. Sei a casa. Sei in Europa.

L’Europa lontana
Non tutti sono informati o interessati su quello che succede o succederà nella Comunità europea. Molti sono scettici verso quella che accusano di essere un’Unione monetaria più che un’Unione di popoli. C’è chi paragona Bruxelles a una sfera di cristallo eretta per proteggere i privilegi di pochi e chi a una bolla di sapone pronta a esplodere. C’è chi si barrica dietro antipatie nazionaliste e chi, più consapevolmente, denuncia l’eccessivo – e non legittimo – potere attribuito alla Commissione.
Ciò che è certo è che alla vigilia della Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e dell’apertura del settimo programma quadro per l’innovazione e la ricerca Horizon 2014-2020, le conversazioni dedicate ai mondiali di calcio sono più frequenti di quelle sulle elezioni europee.

Tra astensionismo e populismo
Nessuno lo dice ma in molti lo pensano: “elezioni europee = elezioni di second’ordine”.
È difficile capire per chi si vota, quale sia l’agenda dei candidati e soprattutto in che modo ciascun voto influenzerà le politiche europee e, di rimbalzo, la politica di ciascun paese. È forse per questo che dal 1979, anno in cui si sono celebrate le prime elezioni europee, che l’astensionismo è stato un fenomeno in costante aumento e spesso cavalcato da partiti (un tempo) minoritari le cui politiche populiste giocano su Rabbia, Paura e Ignoranza.

Qui in Germania la parola “Nazi” è spesso utilizzata in associazione a persone o partiti di estrema destra con tratti razzisti, che inneggiano a politiche economiche autarchiche e separatiste. Suona familiare? Tra i più noti National Front in Francia, Lega Nord in Italia, UKIP in Inghilterra, Alternative für Deutschland in Germania, FPÖ in Austria Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungeria. Ma ci sono anche partiti di estrema sinistra che vedono nell’Europa un vero e proprio rischio per la democrazia e l’economia del proprio paese: Die Linke in Germania e Syriza in Grecia. Poi ci sono quelli un po’ di qui e un po’ di lì, non è chiaro, come i 5 Stelle in Italia.

Perché votare è stato utile
Nei giorni scorsi 400 milioni di cittadini aventi diritto al voto in 28 Paesi hanno eletto 751 parlamentari tra i 16.351 candidati. Questi sono i numeri della seconda più grande democrazia al mondo e i neo eletti non avranno certo un compito facile. L’Europa di domani sarà infatti chiamata a risolvere non pochi problemi e ci auguriamo che riesca a proteggere altrettanti diritti.
La crisi economica e la delegittimazione politica che negli ultimi anni ha investito il vecchio continente dovrà essere combattuta a suon di partecipazione e di riforme. Quindi per oggi lasciamo lo scetticismo e la disillusione in cassetto. Mentre votiamo ricordiamoci che, in un mondo in cui la politica è spesso additata come la causa di ogni male, oggi siamo noi cittadini a far politica e a decidere chi ci rappresenterà.

Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

mazzi«L’integrazione è una bella cosa se si è in due a portarla avanti».
Questa la risposta di Lisa Mazzi, modenese emigrata in Germania negli anni ’70 e autrice del volume “Donne mobili“, quando le chiedo la sua idea a riguardo. E continua: “Negli ultimi anni le politiche mirate ad integrare i migranti nella società tedesca sono aumentate. Sembra che il Paese abbia capito che gli stranieri che vengono in Germania per lavorare non possono essere più trattati esclusivamente come Gastarbeiter (Lavoratori Ospiti), e stia finalmente cercando di recuperare il tempo perduto.”

Il tema dell’immigrazione è molto caro a Lisa Mazzi, che in questo suo ultimo libro, ha posto l’accento su un aspetto poco noto delle migrazioni avvenute nell’ultimo secolo tra Italia e Germania: le donne. Lo studio condotto dall’autrice ci apre gli occhi su un tema prima non documentato come quello della migrazione femminile, e su come questo fenomeno si sia intrecciato con l’evoluzione politico-economica dei due paesi.
Attraverso interviste e ricerche d’archivio l’autrice porta alla luce le storie di molte italiane che tra il 1890 e il 2010 hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro non per ricongiungersi a un familiare ma per iniziativa propria.Una vera e propria migrazione indipendente.
Dobbiamo sfatare questo mito” – dice Lisa – “non è vero che alla fine del 1800 solo gli uomini emigravano per trovare lavoro in Germania. Molte donne, specialmente provenienti dalla pianura padana, hanno fatto la stessa scelta coraggiosa disancorandosi da una società patriarcale e una morale cattolica che le voleva madri amorevoli e mogli onorate, per andare a fare le contadine nel sud della Germania”

Lisa Mazzi ha vissuto in prima persona il significato e i risultati del processo migratorio.
Da quarant’anni si è stabilita in Germania dove concilia la carriera accademica con il ruolo di madre e moglie.

donne mobiliCi siamo incontrate per la prima volta in una delle riunioni della Onlus Rete Donne Berlino e.V. dove donne italiane di tutte le età si incontrano e condividono la propria esperienza migratoria con l’obiettivo di contribuire alle politiche d’integrazione attraverso progetti e iniziative culturali sia a livello locale che federale.
Pochi giorni dopo la rivedo in un bar del quartiere Mitte per farle qualche domanda sull’Italia, sulla Germania e sull’importanza del Network tra connazionali.
Iniziamo parlando della Onlus dove ci siamo conosciute.

Qual è la tua opinione su Rete Donne ?
Rete Donne è la prima associazione sociale valida che si rivolge trasversalmente alle italiane che vivono in Germania. Ne fanno parte donne di vecchia come di nuova immigrazione che vogliono scambiare esperienze e competenze rendendosi attive nel loro nuovo paese senza perdere di vista le proprie radici. Rete Donne ha sede in diverse città della Germania tra cui Amburgo, Berlino e Francoforte. Pur non vivendo nella stessa città le persone che fanno parte di questo network hanno una meta e idee comuni. Questo ha fatto di Rete Donne un gruppo attivo e in crescita che vuole rispondere alle esigenze delle donne italiane facendo propria un’internazionalità non solo bi-nazionale ma aperta a 360 gradi.

Spesso in Italia si parla di politiche di genere. In cosa si differenziano le donne italiane e tedesche?
La donna tedesca è sempre stata più autonoma perché non ha mai dovuto combattere quelle battaglie civili che sono state così necessarie in Italia. Tutto quello che da noi è stato ottenuto a cavallo degli anni ’70, in Germania esisteva già dall’inizio del secolo. La fine del secondo conflitto mondiale e la morte di migliaia di uomini durante la guerra hanno portato le donne tedesche ad assumere un ruolo attivo nella ricostruzione delle città ma anche della società tedesca, ruolo che continua a venir loro riconosciuto. È importante però sottolineare come anche la donna italiana, attraverso le lotte del ’68, abbia portato avanti una lotta consapevole e agguerrita per raggiungere insieme all’emancipazione diritti civili importanti quali divorzio, aborto e il superamento della potestà familiare.

Donne e lavoro. Com’è la situazione in Germania?
Come ho scritto nel mio libro, il motivo per cui la mano d’opera femminile italiana è stata ricercata in Germania fin dalla fine dell’Ottocento sta nella sua economicità. Le donne venivano apprezzate in quanto billig und willig: costavano meno degli uomini e lavoravano molto.
Oggi, nonostante l’associazionismo femminile sia molto forte e il governo investa per migliorare le pari opportunità nel paese, questa differenza di salario tra i due sessi in Germania continua ad esistere ed è stata stimata intorno al 20%. Anche in Italia ci sono associazioni come Se non ora quando, che lavorano su questi temi importanti ma sfortunatamente la situazione politica del paese rimane un ostacolo al miglioramento delle politiche di genere.

it-ger1Siamo di fronte a una nuova ondata migratoria di giovani verso la Germania ma soprattutto verso Berlino. Cosa ne pensi?
Durante le ricerche fatte per il mio libro, mi sono resa conto che sono due le motivazioni ricorrenti alla base di una scelta migratoria: il “viaggio” e la “fuga”. Il viaggio come scoperta, e la fuga come risposta a condizioni materiali e sociali del paese d’origine. Penso che questi due elementi continuino ad essere oggi molto attuali.

In molti scelgono Berlino per lo spirito internazionale, l’offerta culturale e la grande vitalità che la città offre. Questo flusso rappresenta senz’altro una grande ricchezza per la città. A Fronte di questa grande potenzialità in arrivo però, spesso Berlino non è in grado di dare un lavoro a tutti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della città quest’anno ha raggiunto l’11%. In ogni caso è interessante vedere come gli stranieri che hanno scelto di vivere qui stiano apportando un grande impulso, anche identitario al tessuto socio-culturale della capitale.

In questo contesto in cambiamento il network diventa sempre più importante per orientarsi in un contesto nuovo per chi è appena arrivato, ma non solo. Proprio grazie a Rete Donne ho la fortuna di incontrare ragazze giovani a cui posso dare il mio contributo ma che al tempo stesso mi fanno aprire gli occhi su una esperienza migratoria molto diversa dalla mia. Io vivo questa nuova emigrazione come un’ondata di vitalità e di integrazione europea.

Quando pensi a Modena cosa ti manca?
La cucina rimane un luogo comune, anche se oggi non è più come trent’anni fa quando in Germania i ristoranti e i prodotti italiani non erano ancora così diffusi.
Mi mancano i portici, l’illuminazione di certi vicoli del centro storico come quelli della zona intorno a Calle di Luca e la familiarità che si prova nell’andare a prendere il caffè due giorni di seguito nello stesso bar.

Lisa Mazzi ha scritto racconti brevi e poesie in tedesco, trovando in quella che per molti è solo una lingua straniera una seconda casa. In una di queste ricompare Modena tra la nebbia.

Unreal city

Non c’era Dio ad attendermi alle porte di Modena,
L’ho incontrato piú tardi sul fiume nella nebbia.
Fear death by water
L’acqua scura é piena di ombre,
non pensavo fossero tante.
Luci nel profondo del fiume mi invitano a seguirle,
mi lusingano, cercano di sedurmi.
Vittima inerme, coraggiosa eroina?
Dio é la via
non so se questa sia giusta per me.
Troppo lontana é Modena, troppo irreale
La cittá con la sua torre stagliata nella nebbia.

[Unreal City. An den Toren von Modena habe ich Gott nicht getroffen/ Er ist mir später am Fluss im Nebel begegnet./ Fear death by water/ Das schwarze Wasser ist voller Gestalten/ Ich hätte nicht gedacht so viele./ Lichter in der Tiefe des Flusses laden mich ein,/ ihnen zu folgen, schmeicheln mich, versuchen mich zu verführen./ Wehrloses Opfer? Mutige Heldin?/ Gott der Wegweiser/ Ich weiß bloß nicht, ob dies der richtige Weg ist./ Zu weit weg ist Modena, zu unwirklich/ die Stadt mit ihrem hohen Turm im Nebel].

(Immagine in evidenza: photo credit: ♥KatB Photography♥ via photopin cc)

Ricordando il Muro che non c’è

Oggi a Berlino è festa. Oggi si ricorda il ventiquattresimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Oggi si riflette su quel Muro che nell’estate del 1961 “nessuno” aveva intenzione di costruire.

“Tomorrow morning in old Berlin Where they lock you out or lock you in” After Berlin – Neil Young (1982)

«Nessuno ha intenzione di costruire un muro»: queste le parole che Walter Ulbricht, leader storico della Germania comunista, pronunciò in una conferenza stampa quella stessa estate. Pochi mesi dopo questa affermazione il settore EST e OVEST della città vennero prima chiusi e successivamente blindati da un muro fortificato che, con i suoi 32,4 chilometri, avrebbe attraversato la città cambiandone irreversibilmente aspetto e morfologia.
Edifici, strade, chiese e trasporti pubblici vennero demoliti, interrotti o modificati sotto gli occhi increduli degli abitanti di Berlino che si videro chiudere dentro (o fuori) da confine economico, politico e geografico che li avrebbe divisi fino alla fine della Guerra Fredda.

“follow the Moskva
Down, to Gorky Park
Listening to the wind of change
An August summer night
Soldiers passing by
Listening to the wind of change”
Wind of Change – Scorpions (1990)

muro2

Ma i confini disegnati a tavolino raramente resistono all’avanzare della Storia e quella Germania, che dopo la seconda Guerra Mondiale aveva accettato inerme di essere divisa e spartita come bottino di guerra, negli anni ’80 alza la voce e lo fa a ritmo di Rock.
Il vento, le onde radio e il contrabbando di cassette musicali portano dall’altra parte del muro gli ideali di libertà di un’America che per le nuove generazioni non rappresenta più il nemico. Così la Germania, ad Est come ad Ovest, inizia a rivendicare il cambiamento sociale, la fame di consumo e la rabbia contro un sistema per molti aspetti totalitario. Pressioni queste che finiranno per sfiancare una classe politica stanca e confusa da un’economia in crisi.

“Ora il mondo è cambiato la gente ci passa in quel posto. Ma se guardo per terra in mezzo a quei sassi. C’è ancora una pietra che porta una storia”. Il Muro – Nomadi 1988

«Die Mauer muss weg! – Il muro deve scomparire». Questo era il motto universale delle manifestazioni pubbliche a Berlino durante gli anni di lotta contro la divisione della città. E per questa volontà comune il muro è caduto e velocemente scomparso per lasciare spazio a una pianificazione urbanistica che avrebbe nuovamente incoronato Berlino come capitale del paese riunificato.

“Starry-eyed an’ laughing as I recall when we were caught
Trapped by no track of hours for they hanged suspended”
Chimes of Freedom – Bob Dylan (1964)

Ricordare il Muro nella sua assenza è una decisione politica significativa. Questo è il messaggio del memoriale a cielo aperto eretto a Berlino in Bernauer Straße, così come del percorso di mattoni appena delineato che ricalca il perimetro del vecchio confine.
Sono molti i turisti che passeggiano alla ricerca di quel Muro, simbolo di una città e di un’epoca, e non lo trovano. Alla domanda “dove si trova?” spesso la risposta è lapidaria perché non c’è più nessun muro a Berlino. Allora dissimulando un pizzico di delusione si dirigono verso i murales della East Side Gallery o a Check Point Charlie, il posto di controllo dove un tempo i carri armati sovietici e americani si fronteggiarono a pochi metri di distanza.

“I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns, shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame, was on the other side”
Heroes – David Bowie (1977)

A ventiquattro anni dalla caduta del Muro e dalla sua successiva riunificazione politica, la Germania è un paese unito che appare socialmente coeso, economicamente forte e lungimirante per quanto riguarda le politiche sociali.
Ma la Germania è davvero unita? In molti annuiscono senza esserne troppo convinti. Per alcuni non c’è stato un forte sentimento di identità nazionale fino ai Mondiali del 2006.

Per i cittadini dell’Ovest l’unificazione è stata un mero atto formale attraverso il quale sono stati estesi i principi costituzionali della BRD (Repubblica Federale Tedesca) ai Länder orientali. Ma molti cittadini dell’Est ne sentono ancora la mancanza. Per usare le parole di Thomas Brussing “La DDR (Repubblica Democratica Tedesca) è scomparsa senza che la piangessimo. E l’Ostalgie (Nostalgia dell’Est) è il nostro lutto a scoppio ritardato”. Così lo scrittore tedesco ha descritto lo stato di molti cittadini della Germania Est in seguito alla caduta del muro di Berlino.

“Lights are shining in the German sky. Cosmic walls between the moon and I” Neil Young – After Berlin 1982

Oggi il Muro, se c’è, non è nella fisicità di barriere di pietra. Ma si trova in qualcosa di più sottile e profondo, che va cercato altrove.

Negli ultimi vent’anni molto è stato fatto per colmare le diseguaglianze successive alla caduta della DDR, ma le differenze restano molte. In questa foto di Berlino scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) per esempio si possono facilmente individuare i vecchi settori della città: a destra l’Est illuminato ancora con i suggestivi ma poco ecologici lampioni a gas, a sinistra l’Ovest con la sua illuminazione elettrica moderna dalle tonalità siderali.

Un’ altra testimonianza concreta viene proprio dagli ultimi risultati elettorali e da come i berlinesi hanno votato.


Questa mappa della capitale mostra in maniera estremamente efficace le preferenze di voto di ciascun seggio di Berlino durante le ultime elezioni (sul sito è possibile trovare informazioni più dettagliate a riguardo). I cittadini che vivono in quella che era la Berlino Ovest hanno prevalentemente votato per partiti conservatori (CDU o FDP colore nero) o per una sinistra moderata (SPD rosso), mentre gli abitanti della vecchia Berlino Est hanno dato la loro preferenza all’estrema sinistra (LINKE,e Grüne colore viola e verde) e alla sinistra moderata (SPD). muro4A ventiquattro anni dalla caduta del Muro insomma i cittadini tedeschi parlano, pensano, comprano e votano in modo diverso, formando un miscuglio eterogeneo. E guardando i colori di questa cartina è facile vedere il muro invisibile che resta presente.

“Now life devalues day by day
As friends and neighbours turn away
And there’s a change that, even with regret,
cannot be undone”
A Great Day for Freedom – Pink Floyd (1994)

Se da una parte non si può negare l’incredibile percorso che ha portato la Repubblica Federale Tedesca attraverso le fasi prima di “paese in macerie”, poi di “paese diviso” e infine di “potenza europea”, molti segni indicano che l’integrazione Est-Ovest non è completa.
Non si tratta solo delle battute canzonatorie che si sprecano tra Wessis e Ossis (termini leggermente dispregiativi con cui si apostrofano a vicenda i berlinesi dell’ovest e dell’est). Quello che si percepisce è un vero, se pur sottile, senso di diffidenza reciproca verso quel vicino di casa che non si è mai incontrato perché viveva “dall’altra parte” del Muro. Questi pregiudizi ancora così presenti sono stati certamente dettati da un sistema economico, politico e da valori divergenti e specifici di ideologie diametralmente opposte.

In questo giorno in cui Berlino celebra la caduta di un muro di pietra l’augurio rimane lo stesso che Bob Dylan pronunciò nel 1988 durante il più grande concerto rock che la DDR ricordi: «Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute».

Video della TV italiana

(photo credit: bicccio via photopin cc)

Keep calm and vote the Kanzlerin

cduNessuna sorpresa, il capo resta Lei. Oggi 62 milioni di cittadini tedeschi sono stati chiamati al voto e, per la terza volta consecutiva, hanno affidato il mandato di Kanzlerin della Repubblica Federale Tedesca ad Angela Merkel.
Problemi e scandali degli ultimi otto anni di governo, avvenuti dentro e fuori i confini nazionali, non sono riusciti a intaccare la reputazione del Premier uscente agli occhi del suo elettorato. Motivo di tale successo, oltre che nelle doti personali della “Cancelliera”, risiede nella comunicazione, da molti considerata demagogica, che il CDU ha tessuto con pazienza e perseveranza intorno alla figura fisica e mediatica della Merkel.
Negli ultimi vent’anni infatti Angela è passata dall’essere “la ragazza” (die Mädchen) designata da Kohln come sua legittima erede nel Partito, ad essere “la madre” (die Mutti) del popolo tedesco che in seno a lei ritrova sicurezza orgoglio prima sconosciuti.


cdu2The show must go on
. L’espressione “ci pensa Angie” è ormai entrata a far parte del linguaggio corrente. I suoi completi colorati ma austeri, il taglio di capelli unisex e la sua gestualità, a lungo considerati non sufficientemente appealing, si sono affermati oggi come un vero e proprio Brand. Prova ne è stato l’evento di chiusura della campagna del CDU tenutosi alla vigilia delle elezioni presso il Tempodrom di Berlino. Qui Angie ha parlato davanti a quasi 4.000 tifosi, i quali, rispettando le pause dell’oratoria Merkeliana, hanno contribuito a coreografare lo spettacolo con cartelli preparati ad hoc.

Nonostante tutto la Merkel piace. In molti si chiedono come questo sia possibile in un Paese dove, il salario minimo non è previsto, i contratti atipici aumentano e i contributi previdenziali diminuiscono. Gli effetti collaterali del così detto Sistema tedesco non sono un segreto per nessuno, ma neanche questo ostacola la campagna di Angie che, forte di slogan universali quali “Un’economia Forte”, “Un lavoro sicuro” e “Finanze solide”, “Di più per le famiglie”, riesce a posizionarsi con successo rispetto alla concorrenza e a guadagnarsi così la fedeltà degli elettori.

Europa über alles. La crisi europea è stata il centro della politica estera di Angela Merkel durante lo scorso mandato e Madame Non ci tiene a ricordarlo a chiunque sia all’ascolto. «Non può esistere una Germania forte se l’Europa non ritrova la perduta stabilità economica» e anche qui la retorica elettorale si fa sentire. «Quando in Grecia dimostrano contro l’Austerity, non mi dispiaccio – dice –. Io che ho vissuto la DDR in prima persona do grande importanza alla libertà di espressione, religione e movimento che l’Europa di oggi consente a tutti noi». E gli applausi non si fanno aspettare interrotti solo dalle note patriottiche dell’inno nazionale tedesco.

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“No candidates were disqualified or imprisoned on pretexts. No one will be exiled or shot. All parties accept the process and the verdict. That we take all this for granted is, in itself, extraordinarily heartening. Glückwunsch, Deutschland”

Non tutto era stato previsto. A superare la soglia di sbarramento del 5% necessaria per entrare nel Bundestag sono il CDU/CSU con il 41,5%, l’SPD con il 25,7%, Linke con l’8,6% e i Grüne con 8,4% dei voti. Grandi esclusi i Liberali dell’FPD con solo il 4,8% delle preferenze e i Pirati con il 2,2%. Durante gli scrutini non pochi hanno tirato un sospiro di sollievo quando la corsa del AFD, il partito antieuropeista, si è fermata a quota 4,7%.
Numeri alla mano è già tempo di strategie e congetture: con chi governerà Angie?
Le ipotesi che prevedono l’avvento di una Grande Coalizione con l’SPD non sono poche ma anche i verdi potrebbero rivelarsi un possibile alleato per l’Unione. In meno invece avanzano l’ipotesi di una coalizione Rosso-Rosso-Verde orientata a sinistra.
Quel che è certo e che domani gli slogan della campagna lasceranno spazio ad azioni concrete per dare al Paese un nuovo governo. Intanto, come scrive Daniel Hannan sulle pagine del Telegraph: «Nessuno dei candidati è stato squalificato o incarcerato con pretesti. Nessuno verrà esiliato o fucilato. Tutti I partiti accettano il processo come il verdetto. Il fatto che si dia tutto questo per scontato è, di per sé, straordinariamente confortante. Congratulazioni Germania».