Quel luppolo che va tutta birra

Dalla birra al luppolo in una specie di viaggio a ritroso.  E’ questo il percorso fatto da Gabriele Zannini, un tempo gestore di una nota birreria del centro di Modena e oggi reinventatosi come contadino, nel settore dell’agricoltura biodinamica basata sui principi elaborati tra ‘800 e ‘900 da Rudolf Steiner. Oggi sostenitore di una economia diversa, più consapevole, legata all’agricoltura, alla biodinamica e all’arricchimento e non allo spreco delle risorse naturali, Zannini, insieme al comune di Marano e all’università di Parma, sta cercando in particolare di creare una varietà autoctona di luppolo italiano.

La vita nei campi, come è? Potresti raccontare una tua giornata di lavoro?
Lavorare nei campi vuol dire uscire la mattina presto, non ho orari fissi; la campagna non conosce ne sabato ne domeniche,la mia presenza sulla terra è costante,ho instaurato un rapporto con lei, non si parla più di giornata lavorativa ma di uno stile di vita che segue la luce e i ritmi stagionali, avendo una azienda organica cerco di organizzare al meglio possibile i miei interventi su di essa cercando di rispettarla il più possibile e agendo nei modi più sostenibili e soprattutto cercando di creare fertilità in essa.

Come è nata l’idea di coltivare il luppolo?
E’ nata sulla base del progetto “luppolo autoctono di Marano” con cui ho lavorato sin dai primi anni. E’ stato anche un modo per coniugare agricoltura e birra, ma è fondamentale il discorso della territorialità e della biodiversità: l’obiettivo finale è quello di riuscire a creare una varietà di luppolo italiano. Abbiamo reperito campioni di luppolo da tutto il Nord-Italia e stiamo cercando di creare una specie autoctona italiana con il fine della produzione birraia. Questo progetto realizzato insieme al comune di Marano e all’università di Parma è partito da Eugenio Pellicciari, degustatore e giornalista birrario, che mi ha contattato chiedendo di portare qualcosa di nuovo in agricoltura.

luppolo

Cosa si intende per agricoltura biodinamica?
Per me con agricoltura biodinamica si intende creare un rapporto costruttivo con la natura, questo tipo di agricoltura ha a cuore la fertilità e la salute della terra in totale armonia con l’essere umano. Il concetto si espande e comprende anche una rivalutazione delle risorse. Alla base ci sono credenze e osservazioni che durano da millenni, ad esempio l’influenza della luna. Di queste idee che molte volte sono considerate esoteriche io cerco di sviluppare la parte più pragmatica. Il tutto poi si rispecchia nella vita quotidiana

In un’intervista ad inizio settembre parlavi anche dell’attivazione di un sito e-commerce a chilometro zero.
Il progetto e-commerce partirà entro fine Dicembre. Stiamo selezionando le foto per il sito www.relaurino.it  (attualmente in costruzione). Vorrei sfruttarlo sia per organizzare il lavoro sia per trasmettere un messaggio alle persone.

Dalla birra al luppolo, un vero e proprio ritorno alle origini, alla terra: cosa ti ha ispirato?
Una frase di Gandhi mi ha particolarmente ispirato :”Sii te stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Per motivazioni personali ho deciso di cambiare e migliorare la mia vita. Questa esperienza mi ha avvicinato alla concretezza della terra. Il mio obiettivo è costruire un’isola felice salvaguardando la salute del luogo in cui vivo. Mi trovo in contrapposizione con la realtà quotidiana, Occorre andare avanti costruendo , non distruggendo. La resistenza a questo cambiamento è dettata dall’ignoranza e da abitudini sbagliate, ma questo cambiamento è necessario altrimenti rischiamo di diventare tutti automi. Portare avanti un progetto sulla terra che era di mio nonno è una bellissima cosa. Ho avuto la fortuna di essere sensibilizzato. Da ragazzino per punizione mi spedivano in campagna a potare gli alberi di pere, per mia fortuna mi ci sono appassionato e col tempo ne ho fatto una ragione di vita.

 

Sum, ergo Cogito.

L’evoluzione tecnologica negli ultimi decenni ha reso possibile l’accesso ad una quantità sconfinata di informazioni. Come riuscire in questo mare di dati a pescare rapidamente e con successo con successo quelli utili? Il sistema Cogito diffuso dalla Expert System è basato sulla innovazione della tecnologia semantica, ed è in grado di analizzare un testo. In altre parole “capisce il linguaggio in modo simile agli esseri umani” come spiega il Dott. Stefano Spaggiari, Amministratore Delegato dell’azienda.

spaggiarChe cos’è Cogito?
Cogito è una piattaforma tecnologica in grado di comprendere il significato di qualsiasi tipo di testo. In pratica “capisce” il linguaggio in modo simile agli esseri umani: tramite un software molto evoluto, analizza tutti gli aspetti strutturali e lessicali del testo, identificando il senso delle parole in base al contesto di riferimento. Questa sua caratteristica lo rende uno strumento unico per supportare aziende di ogni tipo nelle attività di gestione della conoscenza, rendendole più efficaci. Con Cogito, possiamo dire di essere vicini al concetto di intelligenza artificiale: un’intelligenza linguistica, che aiuta a organizzare email, documenti, pagine web, commenti sui social media e qualsiasi altro tipo di testo.

Perchè la tecnologia semantica? Quali sono i vantaggi rispetto ai sistemi tradizionali di gestione dei dati e delle informazioni?
Grazie all’analisi precisa delle informazioni, la tecnologia semantica rappresenta l’unico approccio capace di identificare automaticamente e con grande rapidità il giusto significato di ogni parola e di ogni espressione. Questo non accade con i sistemi tradizionali di gestione delle informazioni, basati su keyword o analisi statistiche; questi sistemi non elaborano il significato, si limitano a ridurre i testi a una semplice sequenza di caratteri, come facciamo noi quando leggiamo un testo in una lingua che non conosciamo. Ecco, la tecnologia semantica, riuscendo a interpretare il senso dei testi, permette di ricavarne conoscenza strategica utile ad aziende e organizzazioni per operare in maniera più efficiente.

Editori, agenzie di stampa e media oggi si muovono in uno scenario caratterizzato da tecnologie che variano rapidamente. Quali innovazioni può apportare Cogito a questo settore?
Da diversi anni con la nostra tecnologia semantica aiutiamo le agenzie di stampa, i media e le realtà editoriali a ottimizzare la gestione dei contenuti, in particolare quelli sul web. Cogito apporta innovazioni a questo settore: migliora la ricerca e la categorizzazione dei contenuti e correla le notizie in base all’argomento trattato, rendendo la user experience più ricca e soddisfacente. Inoltre, grazie ad ADmantX, spinoff di Expert System, oggi offriamo soluzioni all’avanguardia per erogare pubblicità targettizzata: tramite un’avanzata analisi semantica che cattura argomenti, concetti, emozioni trasmessi dai testi, vengono associati in maniera coerente i messaggi pubblicitari con il contenuto delle pagine, senza l’uso di cookie e tracking-systems che violano la privacy. In questo modo, oltre a migliorare la fruizione dei contenuti editoriali e a favorire la navigazione da parte degli utenti, si possono realizzare campagne pubblicitarie più mirate, incrementando i guadagni.

I Social Media: una grande opportunità?
Sì, credo proprio che i social media rappresentino una grande opportunità per le aziende. Per coglierne tutto il valore è necessario però monitorare costantemente i flussi di comunicazione che si generano in questi spazi virtuali di incontro. Senza un monitoraggio continuo e attento si perdono dati preziosi che, se analizzati e strutturati, possono invece restituire informazioni utili per comprendere le esigenze dei clienti, i cambiamenti dei gusti e delle preferenze o per tenere sotto controllo l’attività dei competitors.

”Expert System consente alle aziende di ascoltare ed estrarre dati strategici dalle conversazioni di blog, forum e social network.” Con un orientamento così mirato non si corre il rischio di togliere libero arbitrio ai consumatori?
No, non costituisce un rischio reale perché i dati analizzati da Expert System provengono da fonti pubbliche e aperte. La nostra tecnologia considera le tracce che gli utenti lasciano spontaneamente in rete quando prendono parte a discussioni, blog, forum o scrivono commenti ed esperienze sui social media. Non utilizziamo sistemi che invadono la privacy degli utenti, ma analizziamo solo i dati pubblici disponibili in rete. Lasciare questi dati pubblici inascoltati significa non sfruttare pienamente il valore delle informazioni e rinunciare a una fonte preziosa di conoscenza strategica.

Cogito e Pubblica Amministrazione. La tecnologia semantica può ottimizzarne le attività?
Certamente. La tecnologia semantica Cogito garantisce una gestione più efficace delle informazioni disponibili nella pubblica amministrazione, permettendo un risparmio sui costi di innovazione. La nostra soluzione, infatti, ottimizza la gestione degli archivi documentali, consente di raccogliere e condividere dati strategici a tutti i livelli per supportare i processi decisionali. Inoltre migliora il rapporto con i cittadini attraverso interfacce in linguaggio naturale capaci di comprendere il senso delle richieste e di fornire risposte dirette e pertinenti.

 

Quei 200 a cui Custer rubò tutta la gloria (e che noi, qui, restituiamo loro)

 

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“Qui finisce la mia strada. Qui mi ha spinto la mia sete di gloria” fa dire Rino Albertarelli, uno dei più grandi fumettisti italiani di tutti i tempi, al generale George Armstrong Custer prima di venire annientato col suo 7° Cavalleggeri dalle forze preponderanti di Sioux, Cheyenne e Arapaho guidate da Toro Seduto e Cavallo Pazzo il 25 giugno 1876 a Little Big Horn. Nell’estasi che precede la morte, Custer rivede in un baleno la sua intera vita – ripercorsa da Albertarelli nel volume monografico a lui dedicato nella straordinaria collana a fumetti degli anni 70 “I Protagonisti” –  prima di mediocre allievo a West Point, poi di condottiero tra i più esaltanti della Guerra civile, infine di sterminatore di indiani.

“Non uno stratega, ma uno Il cacciatore di gloriasciabolatore frenetico e irresistibile – scrive ancora Albertarelli – un Orlando, un Sigfrido, un Achille”. L’eroe greco per cui la madre, Teti, aveva ottenuto dal Fato la possibilità di decidere del proprio avvenire. Scegliere tra una vita lunga senza gloria o una vita gloriosa ma breve. Scelta praticamente obbligata, per il Pelìde. Achille, dopo nove anni di guerra di Troia, verrà trafitto dalla freccia di Paride, Custer da una freccia Sioux (in realtà sul corpo di Custer furono trovati i fori di due pallottole, ma poco cambia).

Bella metafora nel comune destino di due grandi “cacciatori di gloria”, campioni degli eserciti alla fine vincitori («tutti nell’Iliade hanno paura di Achille, per la quantità dell’energia che incarna – ha spiegato Alessandro Baricco nella sua serata al Festival della Filosofia di quest’anno, dedicato proprio al tema della”gloria” – è ingovernabile, ma tutti attorno ad Achille assumono significato a partire da lui»), ma caduti sul campo di battaglia, vittime della necessità di “farsi leggenda” o, più prosaicamente, della loro sete di onori e fama. Di Kleos,in greco antico κλέος, tradotto appunto con fama o gloria, che gli Scolastici distinguevano in interna – che risulta dalla conoscenza che l’essere intelligente ha della propria eccellenza – ed esterna, che consiste nella manifestazione fatta ad altri delle proprie perfezioni.

Distinzione propria di un’epoca in cui alla perfezione bastava il riconoscimento di Dio (alla cui grandezza bisognava inchinarsi umilmente), non certo di quella degli uomini (anzi, la fama era intesa come vanagloria), ma sconosciuta all’etica del guerriero omerico per il quale “in un Universo dove la materia impersonale esiste per sempre, mentre l’esistenza personale si estingueva alla morte, il più che poteva sopravvivere di quest’essere era una voce, una reputazione. Per questo il desiderio di immortalità – condizione propria solo degli dei ed antitetica all’esistenza umana – era affidato solo ai poeti e alla poesia” spiega lo storico delle Religioni dell’Università di Chicago Bruce Lincoln cercando di elaborare in un concetto compiuto il termine Kleos. Insomma, per Achille (così come per Custer erede di quella cultura anche se nel XIX° secolo quell’etica guerriera si è ormai trasformata in mera passione, brama individuale) per sconfiggere la morte bisognava diventare eroi.

Nella Casa dell’Anima s’aggirano le Passioni
belle donne abbigliate in seta,
il capo adorno di zaffiri.
Dalla porta fin nell’interno della casa
tutte governano le sale. Nella più grande
di note, quando brucia loro il sangue
danzano e bevono, i capelli sciolti.

Fuori dalle sale, pallide e malvestite,
con abiti di un tempo fuori moda,
s’aggirano le Virtù ascoltando amareggiate
la festa che fanno le ubriache etere.
Coi visi incollati ai vetri delle finistre
osservano in silenzio, pensierose,
le luci, i diamanti e i fiori della danza.

Konstantinos Kavafis, Poesie segrete (1894)

gloria1Virtù pallide e celate che nel momento di massimo splendore di quella “società dello spettacolo” teorizzata da Guy Debord ormai quasi cinquanta anni fa nel saggio dallo stesso titolo, è difficile trovare perfino con un set di fari da stadio, figuriamoci con il modesto lanternino offerto dalla filosofia, tutti presi come siamo dalla possibilità di sperimentare direttamente sulla nostra persona la massima pronunciata nel 1968 da Andy Wahrol: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes». E oggi non è più così nemmeno indispensabile la tv (a cui si riferiva Wahrol), possono bastare anche i social network. Fama effimera d’accordo, ma pur sempre qualcosa di meglio dell’oblio riservato alla maggior parte delle persone comuni. In fondo, del 7° Cavalleggeri l’unico nome rimasto nella storia è quello di Custer, non dei 200 militi ignoti a tutti che creparono con lui sul campo della gloria (quella del generale).

Ecco allora che del Festival in cui la filosofia abbandona per tre giorni all’anno le polverose stanze degli atenei per fingersi almeno un po’ pop, piegando a fini divulgativi ogni residua e fragile pretesa di Verità (Aletheia, in greco ἀλήθεια) per immergersi allegramente nel contemporaneo flusso dell’Opinione (Doxa, traslitterazione del greco δόξα, non a caso scelto come nome della famosa società di sondaggi che cercando su google compare ben prima del termine greco), vale la pena ribaltarne del tutto l’asimmetria tra palco e parterre, e trasformare le supposte verità uscite dalle varie lectiones magistrales di questi giorni in comuni opinioni, vox populi. Che a buon diritto può reclamare, almeno su queste pagine, i propri quindici secondi di gloria.

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Perciò, con irriverente ironia (nei confronti della Verità, sia chiaro), abbiamo chiesto al pubblico del Festival la propria opinione in merito alle vite spettacolari.

Lorena, 25 anni, ci ha detto che «gloria e fama spesso vengono confuse. La gloria è qualcosa che può dare una svolta ai tempi, mentre la fama oggi dipende dalle visualizzazioni su YouTube. Se penso alle vite spettacolari che mi hanno ispirata, mi vengono in mente Giulio Cesare ed Elisabetta d’Inghilterra, non certo Francesco Sole. I veri eroi di oggi non sono persone famose, ma piuttosto le madri che tirano su i loro bambini, e chi lavora». Secondo Edgarda, 64 anni, «la gloria è più legata a riconoscimenti esterni, mentre la fama alle qualità intrinseche del personaggio. Nessun intellettuale è glorificabile. E’ famoso ma non glorioso». Le vite spettacolari che hanno ispirato Laura, 26 anni, sono « tra gli antichi Ipazia, che era una donna moderna in un presente che non era in grado di accettarla. Tra i contemporanei Margherita Hack, perchè è stata una grande studiosa e ha diffuso cultura in questo paese». Paolo, 73 anni, ci dice testualmente che, non gli viene in mente nessun nome di “eroe” contemporaneo. «Ci sono aspiranti eroi che sono più attenti alla fama che all’ideale». Mentre del passato cita “Kemal Ataturk, Garibaldi, Mazzini, e il più moderno De Gaulle, «perché non hanno cercato la fama, ma di attuare un grande progetto». Franco dichiara: «Gli eroi contemporanei non sono credibili perché devono restare legati alla loro immagine, ne sono schiavi». Laura (2) pone invece l’accento sul ruolo degli intellettuali di oggi: «alcuni hanno molta fama, I soliti noti. Durante questa edizione del festival però sono stata attratta da altri nomi, che mi sembrava fossero molto interessanti. La fama a volte soverchia la gloria».

E’ opinione vera, opinione di popolo. Che la Metafisica l’abbia in gloria.

(ha collaborato Davide Lombardi)

L’ultimo incantesimo. Perchè bisogna salvare la grande magia dell’arte.

“Abolita la storia dell’arte nelle scuole italiane”. E’ la voce che nelle ultime settimane si è diffusa nel web in maniera virale. Non è vero, nel senso che non c’è traccia di nuovi provvedimenti che agiscano in tal senso. La pandemia ha però fatto accendere i riflettori sullo spazio destinato -e da destinarsi- all’insegnamento dell’arte nel Bel Paese.

LauraAbbiamo rivolto qualche domanda proprio a chi nel settore culturale, in Italia, ci lavora. Laura Brambilla, operatore didattico museale e Presidente della Associazione Culturale Artierranti, cura progetti per utenti dai 18 mesi agli 80 anni di età.

Perché insegnare l’arte ai bambini?
Perché è uno stimolo diverso da quelli che ricevono quotidianamente. Farlo attraverso la didattica dell’arte più all’avanguardia, vuole dire insegnare ai bambini a guardare il mondo con occhi diversi. La speranza è quella di formare persone con una sensibilità nuova. Si parla tanto dell’anestesia conseguente al continuo bombardamento di immagini: con l’arte si insegna ai bambini a vivere il mondo attraverso una esperienza sensoriale ed estetica. Possono guardarsi intorno e capire, cogliere significati, provare emozioni. La didattica dell’Arte dà la possibilità ai bambini di vedere cose nuove e di sognare.

L’insegnamento della storia dell’arte però sembra trovare sempre meno spazio nelle scuole italiane. Cosa ne pensa?
Questo in realtà è un processo iniziato da lontano, non è cosa nuova. Anche in altri paesi questo insegnamento è stato eliminato. Ma in un paese come il nostro, è svilente: parlare di arte è come parlare della storia d’Italia. L’Italia stessa è cultura e arte. Per apprezzarla occorre guardarsi intorno e capire cosa ci circonda. Ciò è fondamentale per la sopravvivenza delle nostre città, e non solo per un discorso economico. L’identità culturale e l’identità nazionale oramai sono la stessa cosa, ma ci sentiamo italiani quando c’è la partita di calcio piuttosto che quando milioni di turisti visitano Roma.

Potrebbero essere i privati la salvezza del settore culturale nel nostro paese?
In America i musei sono nati da collezioni private. In Italia invece l’idea di arte e di cultura nasce in maniera completamente diversa. Per questo non credo che il nostro futuro possano essere i privati. In ogni modo, sono favorevole alle donazioni e ai finanziamenti della didattica. Ad esempio, Unicredit ha messo a disposizione del Mambo di Bologna la sua collezione rendendo possibile l’allestimento della mostra “La grande magia”.
Altre volte però le fondazioni, in quanto sponsor, vogliono intervenire nella vita dei musei e fare scelte che non sono di loro competenza.

Fra le altre cose, ha lavorato come guida anche per “La grande magia”. Qual’è secondo lei la grande magia dell’arte?
Qualcuno ha detto che l’ultimo incantesimo che ci è rimasto è quello dell’arte. Ebbene, l’arte è l’unica cosa che ci fa staccare i piedi da terra. Ai grandi come ai bambini.

Europa, Europae

Italia,2014: che lo si voglia considerare miraggio o concreta opportunità, l’orizzonte europeo si delinea sempre più vicino all’orizzonte. Il lungo processo di costruzione dell’Unione Europea come una vera e propria comunità politica è tutto in divenire, e per la sua buona riuscita è forse necessario attrezzarci di nuovi strumenti concettuali. La sfida della mobilità transnazionale intanto è stata raccolta nel panorama della informazione sul web con un progetto ambizioso. Abbiamo fatto qualche domanda ai ragazzi della redazione di http://www.rivistaeuropae.eu) che si destreggiano fra relazioni internazionali, politica, mercato unico e non solo.

Simone Belladonna, responsabile relazioni esterne: come è iniziata l’avventura Europae? Cosa vi ha ispirato?
Europae nasce dall’intraprendenza di un gruppo di studenti e neolaureati delle Università di Torino e Bologna con la passione per i temi europei e, soprattutto, dalla constatazione che il panorama informativo italiano sull’Europa sia alquanto carente. Europae nasce appunto per fornire informazione ed approfondimento puntuali sette giorni su sette con competenza. Una giovane redazione di studenti e laureati in Scienze internazionali, Giurisprudenza ed Economia con un progetto ambizioso che fa quello per cui è appassionato e per cui ha studiato anni.

A quale pubblico vi rivolgete?
Il pubblico di una testata online è necessariamente ampio. Noi ci rivolgiamo a chiunque voglia informarsi sulle tematiche che trattiamo, le quali hanno sempre più un impatto forte sulla vita di tutti i giorni. La competenza con cui scriviamo è al servizio di chi opera nel settore delle politiche europee, ma non trascuriamo certamente l’informazione per il grande pubblico cercando di mantenere un registro chiaro, pulito ed obiettivo. Coniughiamo insomma la necessità di raggiungere un pubblico il più ampio (e vario) possibile con la volontà di fornire un’informazione di qualità (e di nicchia) per gli “addetti ai lavori”. Una buona percentuale dei nostri lettori è inoltre composta da giovani con i quali dialoghiamo attraverso i social media.

Stefania Bonacini, responsabile estero: a quale fra le ultime notizie dall’Europa dovrebbero prestare particolare attenzione i cittadini italiani? Viceversa, quale notizia recente dall’Italia pensi abbia avuto maggiore risonanza in Europa?
I cittadini italiani dovrebbero senz’altro seguire con interesse il semestre di presidenza greco dell’UE, in vista del semestre italiano che prenderà il via il prossimo 1 luglio. La presidenza italiana rappresenterà dell’UE infatti il naturale prolungamento di quella greca per molti aspetti, primo fra tutti il tema dell’immigrazione e della gestione delle frontiere. Un’altra priorità che farà da trait d’union tra le due presidenze “mediterranee” sarà ovviamente il lavoro, con un’attenzione particolare per la questione della disoccupazione giovanile.
In generale, le alterne vicissitudini dei governi italiani sono sempre seguite con attenzione in Europa, pur risultando in parte incomprensibili agli osservatori esterni. Le settimane scorse, l’Economist ha dedicato un articolo alle acque turbolente in cui si trova a navigare il centrosinistra italiano all’indomani della vittoria di Renzi alle primarie e alla possibilità che l’ex premier Berlusconi possa ancora giocare un ruolo di primo piano nell’elaborazione e approvazione della nuova legge elettorale.

Enrico Iacovizzi, redattore: recentemente si è parlato di Eurogendfor. Come è accolta nell’Eurozona la prospettiva di un corpo militare sovranazionale?
Bisogna fare subito un distinguo: Eurogendfor non può essere assolutamente paragonata a un esercito europeo. In primo luogo, è composta da meno d un quinto degli stati membri dell’UE. In secondo luogo, Eurogendfor non è composta da militari, ma da forze dell’ordine a statuto militare. In generale nell’UE solo i federalisti parlano di esercito europeo, ma nei discorsi politici ci si guarda bene dal nominarlo. Piuttosto il Parlamento a più riprese ha espresso la volontà di rafforzare la cooperazione militare tra gli stati membri, vale a dire dotarsi degli stessi equipaggiamenti, delle stesse certificazioni, di veicoli simili, di migliorare lo scambio di informazioni e aumentare le esercitazioni congiunte. In questo modo l’UE, tramite la politica di sicurezza e difesa comune potrebbe organizzare missioni più efficienti a livello internazionale e migliorare il suo profilo di global security provider. Il concetto di esercito europeo è ben lungi dal realizzarsi, fondamentalmente perché manca una reale politica estera comune e soprattutto perché l’UE è un’unione di stati, mentre un esercito necessita di un vero e proprio stato alle sue spalle, con tanto di esecutivo, parlamento eccetera e l’apparato istituzionale europeo non è ancora tanto evoluto, non siamo ancora una federazione e non lo saremo per molto tempo ancora.

Stefania Bonacini: le nuove banconote da dieci euro che saranno in circolazione dal prossimo 23 settembre porteranno il ritratto di Europa. Mersch ha dichiarato “è anche un’opportunità per sottolineare l’importanza di preservare la fiducia dei cittadini nei confronti dell’euro”. Ad oggi, la moneta unica è ancora considerata come una opportunità?
Già lo scorso anno è entrata in circolazione la nuova banconota da 5 euro, che a sua volta include nella filigrana il ritratto di Europa. Al di là delle motivazioni di ordine pratico, credo che la decisione di inserire un collegamento esplicito tra euro e mitologia greca risponda alla necessità di riscoprire, in questo anno cruciale per l’UE e i suoi cittadini, la dimensione ideale e simbolica del progetto più ambizioso della storia dell’UE: la creazione di una moneta unica. Prima ancora che un’opportunità (per alcuni) oppure una minaccia letale (secondo altri), l’euro è innanzitutto una realtà che interessa 334 milioni di persone in 18 Paesi (tra cui la Lettonia, new entry di gennaio) [Rivista Europae ha dedicato uno speciale all’ingresso della Lettonia nell’eurozona, ndr]. L’immagine del premier lettone Dombrovskis che, allo scoccare della mezzanotte di Capodanno, ritira orgogliosamente al bancomat i primi euro della storia della Lettonia è la prova inequivocabile che – per molti – la moneta unica rappresenta ancora uno sforzo che vale la pena compiere e una conquista di cui essere fieri.

Donne in transito

delia1Secondo le statistiche Istat elaborate nel report “I migranti visti dai cittadini” del Luglio 2012, i vantaggi di una società multiculturale sarebbero apprezzati dalla maggioranza degli intervistati.
Oltre il 60% dei presenti, infatti, si dichiara d’accordo con l’affermazione che «la presenza degli immigrati è positiva perché permette il confronto con altre culture». Ancora maggiore adesione emerge di fronte alla affermazione per cui «ogni persona dovrebbe avere il diritto di vivere in qualsiasi paese del mondo abbia scelto», che trova d’accordo l’80% degli intervistati.

Il 22 settembre 1998 all’età di 20 anni, Semira Adamu è stata uccisa, soffocata dai poliziotti con un cuscino durante l’imbarco forzato del volo Bruxelles-Lomé mentre si stava ribellando al rientro coatto in Nigeria, da cui era fuggita nel tentativo di scampare ad un matrimonio combinato con un uomo di 65 anni. La ragione del rifiuto d’acceso al territorio belga è che la Convenzione di Ginevra non prevedeva misure particolari per i casi di maltrattamento delle donne.

Semira è diventata così un simbolo della lotta per la libertà femminile e per l’affermazione dei diritti dei migranti.
Il centro Casa delle donne migranti “Semira Adamu” nasce a Modena nel 1999, grazie a un primo contributo della Regione Emilia-Romagna come progetto della Casa delle donne contro la violenza, e prosegue poi il suo operato con la partecipazione del Comune di Modena, con l’intenzione di dar vita ad uno spazio sia fisico che simbolico dove le donne migranti possano trovare nello svilupparsi di relazioni con altre donne forza, un sostegno concreto e la possibilità di rielaborare il proprio percorso migratorio, di iniziare un viaggio verso se stesse.

L’accoglienza al femminile si concretizza in colloqui, nella ospitalità temporanea offerta a cinque donne per volta e nei percorsi formativi brevi che le orientino nella ricerca del lavoro e nel raggiungimento della propria autonomia sul territorio, come i corsi di lingua italiana e i laboratori di informatica.
Il Centro, fra le sue tante attività, fornisce anche informazioni sul permesso di soggiorno, legali, o di ordine amministrativo e svolge funzione di mediazione con i servizi locali.

La Casa delle donne migranti risponde all’esigenza sociale che deriva dal mutamento delle caratteristiche dei flussi migratori nel mondo e nella realtà specifica di Modena, caratterizzati da mutamenti di ordine sia quantitativo che qualitativo della migrazione al femminile.
I dati del bilancio demografico aggiornati al 31 Dicembre 2012 registrano la presenza di 85.435 cittadini stranieri sul territorio modenese, dei quali 44.769 sono di sesso femminile. In di più si spostano, e per motivazioni diverse. Le donne intraprendono percorsi migratori non solo come effetti del ricongiungimento familiare, ma anche come protagoniste di una scelta di vita voluta. La partenza diventa allora l’opportunità concreta di un cambiamento, è l’occasione per ricollocarsi all’interno del mondo.

Tete spazio aperto. Il teatro dal palcoscenico alla città

IMG_3999La gestione di TeTe – Teatro Tempio è svolta dalla Parrocchia di San Giuseppe e, dal 2010, dall’associazione culturale Gruppo Darte Peso Specifico, composta da Santo Marino, Lisa Severo, Roberta Spaventa, Chiara Pellaccani, Cristina Carbone, Francesca Iacoviello.
“Tete si muove in maniera variopinta, per portare cultura alla cittadinanza. Non ci interessa cosa va di moda quanto piuttosto cosa può aderire alla poetica del posto. Il teatro di denuncia, anche se nasce da una necessità, non è sufficiente. A TeTe si vuole permettere allo spettatore di indagare una realtà sociale, politica e individuale per introdurre un elemento di cambiamento.” spiega Roberta.

Negli ultimi anni la zona del Tempio-Stazione dove si colloca la sede è stata interessata da segnali importanti di riqualificazione sociale ed economica, volti a contrastare la criminalità e il disagio anche attraverso la promozione di iniziative volte a favorire la “riappropriazione” del territorio.
Che la componente socio-educativa sia parte integrante della realtà artistica di TeTe è evidente già dalla sua programmazione.

IMG_4533Il laboratorio Vuoto a Rendere si è sviluppato lavorando direttamente con i bambini e gli anziani del quartiere, ed è incentrato sul lascito degli anziani ai più giovani, di come questo vada a riempire un vuoto. I corsi di Alta Formazione invece offrono la possibilità ai partecipanti di lavorare con professionisti come Marco Manchisi ed Elena Bucci. “Mantenere un intento pedagogico e formativo indica la cifra della possibilità di sviluppo e della costruzione sociale” dice Roberta.

A Marzo 2014 prenderà il via anche la terza edizione della rassegna Funambola, che attraverso spettacoli e laboratori indaga l’equilibrio fra maschile e femminile nell’individuo e nelle relazioni.
Il 2013 si chiuderà invece con Ogni Mille Passi Doppi. La rassegna dedicata alle nuove realtà teatrali e musicali di respiro internazionale, che si inserisce nel più ampio contesto del festival Andante andrà in scena dal 17 al 24 Novembre.

TeTe spesso scende dal palcoscenico e occupa il vecchio spazio dell’oratorio, e da lì coinvolge il resto del quartiere e la città, muovendosi contemporaneamente oltre i suoi confini.
La cultura e il teatro assumono la forma di momenti di aggregazione, e i loro spazi, così aperti, sono restituiti alla cittadinanza come luoghi da vivere.

Eros e Polis

filo1Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia? Un aggregatore sociale, ma anche l’occasione per ridefinire un’etica della politica

A Modena la filosofia scende di nuovo in piazza, portando avanti la tradizione delle dodici edizioni precedenti con risultati da record, e riconfermandosi grande iniziativa di pedagogia pubblica e di comunicazione moderna dei saperi, oltre che un prezioso strumento per la valorizzazione del territorio.
«Tre giorni che riempono la città. Il Festival risponde alla voglia di pensare» afferma Alda Baldaccini, segretario della Fondazione San Carlo.

Festival Filosofia coinvolge e rivitalizza tre città: le piazze, le location dei centri storici e la partecipazione attiva della cittadinanza rendono Modena, Carpi e Sassuolo personaggi primari.
Nondimeno la manifestazione si distingue per la scelta dei temi proposti. Questa del 2013 è stata l’edizione dell’amare. Il direttore scientifico Michelina Borsari precisa: «amare, non amore. Amare interessa in quanto implica una relazione, anche con la polis. Amare connette. O non connette e ci lascia da soli».
In questo caso specifico, viene da dire che amare connette, eccome. Il pubblico del festival riempe le piazze e le strade come una polis possibile,innervata di philia e con cittadini di tutte le età, luogo di ricerca a misura d’uomo.
Philosophia ed Eros sono connaturati similmente, legati dall’idea di ricerca. La prima ha la sua radice etimologica nella ricerca del sapere, il secondo invece è figlio dell’Indigenza e dell’Espediente.

filo4Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia?

Tommaso, 20 anni, studente, ci dice che apprezza vedere la Filosofia assumere un ruolo di aggregazione sociale; auspica che possa servire a ridefinire un’etica della politica. Anche Laura, studentessa di 26 anni, vede nella filosofia un possibile veicolo di moralità e di insegnamento per la politica.
Franco nota invece come la filosofia attualmente si sia aperta agli spazi e alle tematiche sociali, ma che viene anche interrogata come qualche cosa di terapeutico, anche se spesso questi tentativi inesorabilmente naufragano: «Come avviene per la fisica, anche quando si indaga il pensiero umano o si assume un ruolo educativo, bisogna fare i conti con il problema dell’intrusione, con il pericolo di alterare il dato durante l’osservazione di un fenomeno. Ci si rifugia allora nella speculazione».
Filippo, 28 anni dal Festival porterà con se’ una frase di Gramellini: «Chi ama è la persona più dignitosa di questo mondo».

L’amare che si sparge nelle città assume forme diverse, si declina talvolta nella simmetria di esperienze transitive vissute nell’apertura verso l’Altro, talvolta si declina invece in forme intransitive e senza reciprocità, in cui le oscillazioni di Eros lasciano l’animo in balia di passioni inappagate e di fantasmi.
Quello che si va cercando sono forse nuove grammatiche amorose, di condivisione, di valori e quadri culturali che consentano agli individui di relazionarsi in un tempo in cui si susseguono velocemente rivoluzioni scientifiche e tecnologiche ma anche politiche e sociali. La filosofia può forse fornirci la rete di simboli a cui aggrapparsi per orientarci in una realtà profondamente mutata, e così velocemente.
Massimo Cacciari, che abbiamo incontrato sulle strade del Festival, «c’è bisogno di pensare, questi sono segnali positivi. La voglia di partecipare a queste manifestazioni dà qualche filo di speranza».

(Foto di Laura Zanazzo)

Di cultura si può vivere

In dieci anni la disponibilità economica delle 46 biblioteche statali ha subito una contrazione di circa il 60%, mentre il numero dei lettori annui delle biblioteche del ministero dei Beni culturali (Mibac), di poco inferiore ai 2 milioni e mezzo nel 1996, è sceso lo scorso anno a meno di un milione e mezzo. Si parla sempre e solo di finanza, lavoro e potere d’acquisto. Ma la crisi culturale fa ancora più danni.

Luca Bellingeri, direttore della Biblioteca Estense Universitaria di Modena ha di recente espresso la sua preoccupazione di fronte a questi dati, che prospettano una crisi non solo economica delle biblioteche statali, ma anche di identità. Nei loro volumi sono custoditi interi secoli di storia e di cultura. In particolare la Biblioteca Estense – che affonda le proprie radici nel collezionismo dei signori d’Este e risulta esistente già nel XIV secolo, come istituto di carattere storico e ben radicato nella società – ha la missione di raccogliere, accrescere e salvaguardare le proprie collezioni.
Il problema dei beni culturali rientra nella cornice di quello più ampio della spesa pubblica. «Una parte dei tagli era giustificata, in quanto in passato sono stati fatti sprechi, ma i fondi stanziati di fatto riescono a malapena a garantire la copertura delle spese necessarie per tenere aperto. Non ci sono risorse per ulteriori investimenti, o per nuovi acquisti. Mancano in particolar modo gli investimenti straordinari, come ad esempio quelli per far fronte alla necessità di riconvertire i cataloghi cartacei in elettronici» spiega Bellingeri.

Un tentativo per arginare questa crisi verrà realizzato proprio a Modena: il progetto di riqualificazione dell’ex Ospedale Sant’Agostino finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio porta la firma di Gae Aulenti, e Biblioteca Estense vi sarà trasferita assieme alla Biblioteca comunale Poletti. Vi troveranno posto anche Fondazione Fotografia con la scuola per giovani artisti, il centro linguistico universitario, un auditorium da 180 posti oltre a bar, ristorante, negozi, e alloggi. L’ospedale settecentesco si trasformerà in un grande Polo della Cultura di 23 mila metri quadrati. L’inizio dei lavori è previsto per la fine di quest’anno, l’inaugurazione nel 2017. Il progetto da oltre 60 milioni di euro prevede, tra l’altro, la copertura del Gran Cortile per la realizzazione di una piazza coperta che sarà anche l’atrio del complesso e la costruzione di due “Lame librarie”, torri meccanizzate dove troveranno posto gli oltre 800 mila volumi delle biblioteche. Ciascuna lama si estenderà per circa 7 metri sotto il livello del terreno, e per 23 metri sopra.

In risposta alle preoccupazioni che sono state espresse riguardo all’intervento così massiccio della Fondazione, il direttore di Biblioteca Estense puntualizza che non ci si sta muovendo verso una privatizzazione delle biblioteche statali. «Le fondazioni non sono da demonizzare – dice – ma bisogna mantenere ognuno le proprie prerogative, preservare la propria specificità. La Fondazione mette a disposizione una struttura adeguata all’esigenza di sviluppo della Biblioteca, che nella sede attuale ha spazi insufficienti. In più trovarsi in un polo culturale con attività commerciali non può che essere un vantaggio per una biblioteca statale, che si vede in una certa parte delle sue funzioni, come ad esempio la ricerca di fonti storiche o giuridiche, sempre più rimpiazzata dalla rete».
Per salvare la cultura dalla crisi, le si può restituire il ruolo di punto di riferimento anche ridandole, e ridandoci, uno spazio vivo, popolato, fruibile.

Commencements

The Summer ShowCommencement, termine anglosassone che identifica la cerimonia di consegna dei diplomi, è sintesi di punto di arrivo e di punto di partenza. Si celebra la fine di un percorso formativo e l’inizio di un’avventura nuova, la ricerca di un auspicato ruolo autonomo come artisti e produttori di immagini.

The Summer Show chiude la stagione espositiva di Fondazione Fotografia Modena.
Dal 4 al 14 luglio 2013 gli studenti del master sull’immagine contemporanea hanno presentato le loro produzioni nell’area espositiva del Sant’Agostino, occupandone lo spazio con due mostre: Commencement, percorso riservato a quei sedici che hanno terminato il biennio del master, e Mid-term, che raccoglie invece le ricerche degli studenti del primo anno. Espongono per Commencement Filippo Giacomo Barozzi, Ilaria Bosso, Sara Cavallini, Emmanuele Coltellacci, Chiara Corica, Daniele De Vitis, Elisa Franceschi, Angelo Iannone, Francesco Mammarella, Silvia Mangosio, Simone Mizzotti, Luca Monaco, Anna Morosini, Carol Sabbadini, Cristina Serra, Laura Simone, e nella sezione dedicata agli studenti del primo anno Elena Aromando, Gabriele Lei, Filippo Luini, Tiziano Rossano Mainieri, Giovanni Mantovani, Giacomo Maracchioni, Stéphanie Marletta, Paola Pasquaretta, Anna Pavone, Eleonora Quadri, Valentina Alice Sommariva.
Tra i giovani artisti sono stati assegnati i tre premi Fondazione Cassa di Risparmio di Modena del valore di 3.000, 2.000, 1.000 euro rispettivamente a Sara Cavallini, Silvia Mangosio e il terzo in ex aequo a Simone Mizzotti e Angelo Iannone.

Angelo IannoneIlaria Gentilini, che ha scritto i testi per il catalogo, ci spiega: «Sono stata contattata dal direttore Filippo Maggia, e dopo aver incontrato direttamente i ragazzi (del secondo anno del master), ho avuto modo di conoscere i loro lavori da vicino e sono rimasta piacevolmente colpita dall’attenzione dei loro progetti. La partecipazione è stata molto interessante e soprattutto stimolante. Scrivere di giovani artisti e giovani fotografi che hanno frequentato un master molto valido come è quello di Fondazione Fotografia è stata davvero una bella opportunità».

Sara CavalliniIl progetto di Fondazione Fotografia nasce nel 2007, mentre le prime esposizioni vedono la luce nel 2009. Quello che si è appena concluso è il primo biennio di attivazione del Master.
Il direttore Filippo Maggia definisce l’esposizione «il manifesto di tutte quelle istanze che all’inizio si adagiavano sullo sfondo di una passione ancora inespressa e poi hanno trovato in questo biennio un terreno fecondo ove alimentarsi».
I progetti esposti costituiscono una pluralità di linguaggi visivi e di approcci alla contemporaneità. Dalla memoria locale, dalle storie personali, dalle identità particolari si attinge per dar vita a progetti di ricerca che approdano a forme espressive potenti ed esiti artistici originali.

 


THE SUMMER SHOW – commencement from Fondazione Fotografia Modena on Vimeo.