Ho visto migrare un’intera civiltà

Ho visto 3000 profughi aspettare ordinati e con dignità il proprio turno per salire su una corriera che li portasse dall’altra parte della frontiera: verso la libertà. Ho visto donne, uomini, bambini, anziani e mutilati fare la fila per prendere un pezzo di pane, una bottiglietta d’acqua, dei biscotti. Ho visto una famiglia siriana – padre, madre, un figlio in fasce e due in tenera età – scendere le scale di un Centro per rifugiati ed incamminarsi mano nella mano verso il confine: sulle spalle uno zaino e in mano una borsa, stop.

Ho visto bagni chimici improbabili che nemmeno al concerto dei Rolling Stones ne avevo visti di messi così male. Ho visto volontari e operatori umanitari impegnati con passione nell’aiutare persone in fuga dalle loro terre martoriate dalle guerre. Ho visto 6 volontari che facevano una riunione in piedi, in cerchio, per decidere come montare le tende. Ho visto un bambino arrivare con lo sguardo perso nella zona di confine: 10 anni circa, dolorante, era solo, nessun genitore all’orizzonte. Ho visto bambini piccolissimi frugare all’interno delle sportine di plastica portate da volontari per prendere un po’ di cibo, dei vestiti, le caramelle. Ho visto persone arrivare al confine dopo ore e ore di marcia sul suolo ungherese: stanchi, stravolti, con le infradito.

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Ho visto persone ammassate attorno ad un generatore di corrente per caricare il proprio cellulare: l’unico possibile strumento di comunicazione con cui tenere i contatti con i parenti rimasti a sfidare la guerra. Ho visto un ragazzo trasportare sulle proprie spalle un amico mutilato, senza gambe. E i due ridevano e scherzavano. Ho incontrato una profuga mussulmana sui sessant’anni che mi ha chiesto con molta cortesia una sigaretta. E in cambio ha voluto offrirmi a tutti i costi un biscotto. Ho visto migliaia di persone decidere di lasciare tutto: la casa, il lavoro, gli amici e la propria vita passata per cercare qualcosa di migliore. Questo è quello che ho visto con i mie occhi.

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Ma non me la sento di definire tutto ciò un flusso migratorio. Di racchiudere tutto ciò in un numero: ad esempio, quello dei 50mila profughi che dal 14 al 18 settembre hanno attraversato la frontiera ungherese per passare in Austria e sperare di dirigersi da lì in Germania o in Svezia, le loro vere mete.
Non me la sento di definire questo fenomeno con queste categorie numeriche o lessicali perché mi sembra riduttivo, mi sembra di rinchiuderlo veramente in confini troppo stretti. Mi sento invece di definire tutto quello che ho visto come un esodo, un esodo biblico: un popolo, in primis quello Siriano, ma non solo, che decide di trasferirsi altrove, di ‘traslocare’ in massa per andare a vivere in un’altra terra fuggendo da quella guerra che ha intenzione di uccidere, primo di tutto, la fiducia nel futuro.

Ma che cosa è un esodo se non la trasmigrazione di un civiltà e/o la frantumazione e la diffusione della stessa oltre i confini che l’hanno vista nascere? Quando si manifesta un esodo, ciò che si muove non sono solo le persone, ma sono soprattutto i valori, le idee, le competenze e le modalità di comunicazione che quelle persone ospitano nelle loro menti. Quello che si manifesta non è solo un esodo del corpo, ma è soprattutto un esodo delle mente, un esodo del pensiero.

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Così, l’esodo dei siriani è l’esodo di un popolo a forte trazione orale, che ha nelle proprie corde un sano mix culturale tra occidente e oriente e che ha alle spalle una ricchezza culturale che gli proviene da una storia arricchita dalle civiltà che lì si sono succedute nel corso del tempo. L’esodo siriano è il trasloco di questa storia, è l’uscita di massa dai confini nazionali di questa cultura. E da questo esodo anche noi possiamo imparare qualcosa ed uscirne a nostra volta arricchiti se attiviamo anche noi l’esodo delle nostre menti, traslocandole su un piano di innovazione teso ad accogliere non solo le persone, ma soprattutto le novità culturali che viaggiano con loro.

Ecco quello che ho visto al confine tra Ungheria ed Austria.

E’ ancora e sempre 4/3/1943

I primi di marzo tutti A casa di Lucio. Ed ecco a voi, racchiusi in un fazzoletto tutti i maggiori interpreti della storia della musica pop italiana. E non solo. Tutti – parenti, amici, artisti, sportivi, politici, cittadini, curiosi, ragazzi, studenti, registi, … – tutti a ricordare e a celebrare l’artista-genio che ci ha lasciato tre anni fa: Lucio Dalla. Come un’onda che avvolge la conchiglia sdraiata sulla spiaggia, così il mondo di Lucio ha avvolto per tre giorni la città di Bologna.

A casa di Lucio si è consumata un’esperienza religiosa, dove il religioso è da ritrovarsi nella poesia che cerca il senso della vita e nell’infinito che si nasconde tra le braccia della curiosità. A casa di Lucio, tutti si sono fatti interpreti di questa ricerca di senso di cui è densa l’esperienza umana, musicale e artistica di Lucio Dalla. Ciascuno ha voluto ricordare un pezzo di Lucio, una frase di Lucio, un’immagine o un anfratto personale del rapporto con lui. Ciascuno, a modo suo, ha voluto esserci. Ha voluto essere lì: in Via d’Azeglio, 15.

Il viaggio nella casa di Lucio è iniziato con l’attesa, in strada. E poi portone, androne e via su per lo scalone, dove i ragazzi dell’Accademia, gradino dopo gradino, hanno accompagnato i visitatori sussurrando i versi delle canzoni di Lucio: “Caro amico ti scrivo”, “Se io fossi un angelo”, “E se una femmina si chiamerà”, “Come è profondo il mare”, “Nuvolari è basso di statura” …
Due scale ed ecco l’ingresso nella sala del presepe, dove al centro un enorme presepe accoglie gloriosamente gli ospiti facendoli sentire subito in Paradiso. Ci accoglie un folletto. Alto circa 1 metro e cinquanta. Barbetta. Cappellino. Vestito di nero. In piedi sopra ad un tavolino risulta alto più o meno come la media dei presenti. Benvenuti A casa di Lucio. Immergetevi in questo grande presepe vivente cercando, in ogni angolo della casa, Lucio, le sue poesie, le sue malinconie. E una porta si apre.

Lucio Dalla

Da quella porta della Stanza dell’esibizionista escono le note di un clarinetto. Entrando ci si imbatte in Renzo Arbore che suona in compagnia dei sui amici, e che ricorda Lucio tra jazz e clarinetto. Battute e ironia dominano la scena assieme alla statua di un uomo che apre il cappotto ed esibisce quanto può. Renzo finisce e, come per magia, esce da una porta segreta Walter Veltroni che commosso parla di Lucio, arrivando a definirlo “figlio della poesia e padre della fantasia”.
Prosegue il viaggio, passando davanti alla Stanza del Re, la camera da letto di Lucio, da dove un spartito immaginario ci conduce con le note di un violino fino alla Sala Caruso, la sala principale della casa, dove Gaetano Curreri prima canta la Settima Luna e poi intesse un jam session improbabile con Morandi, Merola (il Sindaco) e Franceschini (il Ministro). I quattro mettono in scena una versione onestamente eccepibile di 4 marzo 1943 che termina con un accorato assolo del ministro alla cultura: “giocava alla Madonna con un bimbo da fasciare”. A casa di Lucio tutto è consentito.

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Proseguiamo oltre, e si arriva nella sala delle Colonne. Alessandro Haber recita Henna, la canzone di Dalla preferita da Lucio. Nell’angolo della sala, otto-tablet con cuffie permettono a chi lo desidera di ascoltare le interviste che Lucio faceva a suoi amici. Ascolto quella fatta a Fellini. Rimango basito. Haber continua a declamare la canzone Henna. Le parole prendono il sopravvento su tutto e su tutti: “Io credo che il dolore, è il dolore che ci cambierà”. Nella sala si alza un silenzio impetuoso.
Sbircio nella stanza dello studiolo e passo nella Stanza dello scemo, la sala TV di Lucio, dove quadri, carillon illuminati, cd, film sembrano tutti tesi ad ascoltare il loro padrone che spadroneggia su uno schermo gigante vestito in toga e cappello in occasione della Laurea Honoris Causa che l’Ateneo di Bologna ha voluto donargli. Lucio era anche questo.

Torno in sala Caruso. Lì, Giovanna Melandri ricorda Lucio e la sua passione per la fotografia. Ricorda il rapporto straordinario che egli aveva con il fotografo Luigi Ghirri, di cui la casa è piena di foto. Foto che ritraggono ovviamente un solo ed unico soggetto: Lucio Dalla. La Melandri mostra la fotografia della copertina dell’ultimo album di Lucio. Si tratta di una foto di Ghirri che ritrae un quadro senza tela appoggiato sulla spiaggia che fa da cornice di un mare immenso e meraviglioso che sembra voler accogliere Lucio per il suo ultimo viaggio. Un viaggio nel quale la profondità del mare sembra fare da specchio all’altezza infinita del cielo.

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A casa di Lucio in quei giorni sono passati in tanti: musicisti, attori, cantanti, politici, ex-politici, poeti, pittori, fotografi, gente della strada, amici, parenti e cugini, …. Tutti a celebrare Lucio e il suo essere stato poeta, folletto, maestro, clarinettista, tastierista, autore, paroliere, attore. Ed altro ancora.
Ma Lucio oltre a tutto ciò è stato soprattutto comunicazione. Un maestro della comunicazione. È stato un mass-mediologo, come lui stesso amava definirsi. La sua forza è stata la capacità di gestire la comunicazione in modo professionale. Di gestire e non di farsi gestire dalla comunicazione. Di vedere i pregi, gli aspetti positivi e le utilità degli strumenti di comunicazione. Ma di individuarne efficacemente anche i difetti: “il computer è la cosa più lontana dal cuore”: una frase che prende le distanze da uno strumento che, senza cuore, non è altro che input, fotogrammi, bit.

Per questo, e per tanto altro, Lucio sta alla comunicazione come i bambini stanno alla nutella: le mani inesorabilmente dentro al barattolo con l’unico scopo di rimanere fedeli al proprio istinto naturale. Senza paura ovviamente di sporcarsi.
Lucio è stato quello che è stato perché ha vissuto la vita come essenza comunicativa, come esperienza comunicazionale. Quell’esperienza comunicazionale che la Fondazione Lucio Dalla ha voluto regalare alla città di Bologna, a noi e al nostro Paese nelle giornate di marzo. Buon compleanno Lucio.

E siccome che l’unico che faceva i miracoli era Gesù…

Marcello D’Orta, nato a Napoli nel 1953, è un maestro di scuola elementare. Insegna prima a Secondigliano, un quartiere difficile dell’hinterland napoletano, e poi in altre scuole di periferia. Arriva ad Arzano, dove gli viene la brillante idea di raccogliere e pubblicare i migliori temi dei suoi alunni. Dopo diversi rifiuti, trova finalmente una casa editrice interessata a pubblicarlo. È il 1990 e il libro esce con il titolo Io speriamo che me la cavo.
Marcello D’Orta, da qualche giorno non è più quaggiù insieme a noi, ma la sua lezione rimane ancora viva ed urgente più che mai: ascoltare i bambini.

Il maestro-scrittore napoletano, il maestro sgarrupato, come lo chiamavano i suoi allievi, parte e riparte sempre nei i suoi libri dalle parole dei bambini, mettendo in evidenza non tanto i loro errori grammaticali, densi di un’eccezionale ironia, e neppure il loro continuo ricorso al dialetto, usato comunque con grande maestria, quanto piuttosto la loro stra-ordinaria saggezza; una saggezza profonda e vera che diventa scanzonata allegria anche di fronte ai drammi della vita.

Nel suo Io speriamo che me la cavo, i bambini salgono in cattedra e si mettono saggiamente a raccontare la loro realtà rispetto a temi realmente drammatici come la camorra e la prostituzione, il contrabbando e la povertà. In Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, i bambini raccontano con saggezza adulta cosa ne pensano del divorzio e della verginità, dell’Aids e della violenza sessuale. E anche dell’amore. Ne Il maestro sgarrupato, ancora, i bambini raccontano la loro idea della scuola e dell’educazione, degli adulti e dei desideri. In Dio ci ha creato gratis, poi, quegli stessi bambini si cimentano a modo loro con i grandi temi esistenziali della vita e del creato. E uno di loro arriva a scrivere: Ma se ci ha creati Dio perché a mio fratello l’hanno messo in collegio?

Il maestro D’Orta – che da questo punto di vista ricorda un altro grande maestro del secolo scorso come don Lorenzo Milani, che col suo Lettera ad una Professoressa dà voce all’atto di accusa che i giovani muovono rispetto all’inadeguatezza della scuola di allora – ci insegna che i bambini possono tranquillamente spiegare agli adulti il loro stupore di fronte al mondo, insegnando a leggere anche le più drammatiche vicende della vita con ironico realismo. Il maestro ci fa capire che i bambini possono vedere le cose del mondo con occhi diversi, facendole diventare cose dell’altro mondo.

Si chiama saggezza quella cosa che aiuta a stupirsi del mondo e della realtà. Una saggezza che nelle persone semplici si riscontra all’inizio del processo mentale di comprensione della realtà, mentre nelle persone complesse si manifesta solamente alla fine di quello stesso processo mentale, e spesso solamente dopo un faticoso lavoro.
Per le persone complesse, per la gran parte degli adulti, ascoltare i bambini è un lavoro molto faticoso, essendo essi abituati ad essere ascoltati piuttosto che ad ascoltare, a comunicare piuttosto che ad essere comunicati. Il tema dei canali di comunicazione che si vengono ad accendere nel rapporto bambini-adulti è oggi un problema sempre più dirompente. Spesso gli adulti attivano canali di comunicazione-ascolto tipografici, one-way, mono-direzionali e mono-sensoriali. Essi pretendono di comunicare cose giuste ai bambini, e forse in un certo senso potrebbe anche essere così, senza preoccuparsi però a sufficienza di ascoltare quanto quei bambini stanno comunicando loro in modo pluri-direzionale e pluri-sensoriale.
Per le persone complesse ascoltare i bambini è un lavoro; ma un lavoro che può aiutarli a riscoprire quell’istinto naturale che ha la pretesa di diventare, in definitiva, saggezza-sgarruppata, come dimostrano le rappresentazioni cristallizzate dei bambini del maestro D’orta tra cui, in suo omaggio, vogliamo ricordare questa: E siccome che l’unico che faceva i miracoli era Gesù…

Compendio. Pillole di saggezza degli alunni del maestro Marcello D’Orta
Che ne saccio io di come si sono conosciuti i miei genitori, che non ero ancora nato? Maestro, certe volte voi date dei temi antiscolastici!
La fame nel mondo brulica come i vermi, come i lombrichi. Ci sono popoli ricchissimi, che non sanno neanche dove sta di casa la fame, ma c’è l’India, l’Africa e la Basilicata che lo sanno dove sta di casa, la fame!
La fame nel mondo è assai
Ad Arzano meno male che siamo tutti poveri
Mia mamma non produce latte
In India ci sono molte mucche
Se gli animali parlassero, chi sa quanti chi t’è muort ci menassero
Se mio padre facesse la caccia, vorrei bene solo a mia madre
I leoni non si fidano di noi, ma noi dei leoni non ci fidiamo il doppio
La Rivoluzione francese vide che c’era stata la Rivoluzione americana e fece la Rivoluzione francese
Maestro, come si dice sesso in Vaticano?

Rolando Rivi, beato dell’identità!

Rolando Rivi copiaPuò essere autorevolmente inserito tra gli eroi del secolo scorso, nonostante qualche vaga perplessità sia circolata qua e là a seguito della sua beatificazione avvenuta sabato 5 ottobre in un palazzetto dello sport decisamente gremito.

La storia di Rolando Rivi è breve. Nasce a San Valentino di Reggio Emilia nel 1931 ed entra in seminario, a Marola, nel 1942 all’età di undici anni. L’occupazione tedesca ai tempi della guerra tronca, però, quell’esperienza a lui tanto cara costringendolo a rientrare alla casa paterna dopo soli tre anni. La chiusura del seminario, tuttavia, non impedisce a Rolando di sentirsi seminarista dentro e di continuare a vestire quotidianamente quell’abito talare che per lui rappresenta l’elemento fondante della sua identità, quasi una seconda pelle.
Il 10 aprile del 1945, all’età di quattordici anni, Rolando viene preso e fatto prigioniero da un gruppo di partigiani comunisti. Viene percosso e maltrattato. A causa della sua decisione di non togliersi l’abito talare, dopo tre giorni, viene ucciso con due colpi di arma da fuoco: uno alla tempia e l’altro al cuore.
La storia di Rolando può sembrare limitata rispetto a quella dei grandi Santi, di quei Santi che hanno fondato ordini religiosi, cambiato il corso della storia, fatto opere sociali e vissuto tutta una vita intera tribolando e bestemmiando. La storia di Rolando può sembrare piccola e marginale rispetto a quella dei Santi di serie A, e forse potrebbe anche essere così. Tuttavia l’insegnamento di Rolando Rivi non è marginale e riguarda l’importanza nella nostra vita dell’identità e dei simboli che la rappresentano, laddove identità-e-simboli non possono essere disgiunti se non si vuole essere schizofrenici.

Quella che difende Rolando non è una talare, ma è un’identità. Per lui quella talare è la sua identità, e togliersela significa levarsi di dosso il senso della vita, che è molto di più della vita. Quella che attaccano i partigiani rossi non è una talare, ma un’identità. Far togliere al ragazzo quell’abito è come strappargli di dosso la sua identità, che è molto di più che togliergli la vita. Per questo motivo, per loro doverlo ammazzare è quasi una sconfitta come dimostra la truculenza simbolica con la quale mascherano la loro amarezza: un colpo al cuore e un colpo al cervello. A un bambino!!

Prima dell’incontro con l’esperienza di Rolando Rivi, credevo che la più bella definizione di identità fosse stata data da Giovanni Jervis, uno psichiatra toscano che definiva l’identità come la risposta alle domande “chi sono, da dove vengo e dove vado”. È questa sicuramente una delle più belle definizione di identità mai offerte, perché ci ricorda semplicemente che ciò che sorregge la nostra esistenza è il desiderio di appartenenza e non quello di possesso (del tipo “chi conosco, quanto ho e che obiettivi ho”)
Dopo l’incontro con l’esperienza del Beato Rivi, tuttavia, credo che lo spazio per spingersi oltre si sia manifestato, e si sia aperta la possibilità di definire l’identità come la risposta alla domanda: io per cosa mi farei ammazzare?. Mi sembra una definizione più efficace e concreta, perché aiuta a identificare quegli elementi simbolici che sorreggono l’essenza della nostra identità, e quindi della nostra esistenza. Sempre ammesso che quegli elementi simbolici (e quindi esistenziali) ci siano.
Rolando Rivi potrà anche essere considerato un Santo di serie B: non ha fondato movimenti, non ha avviato opere sociali, non ha costruito conventi e non ha confessato per ore e ore, ma ha semplicemente deciso di farsi ammazzare per una talare, per un’identità. È questo un gesto pieno e straordinariamente bello, che si coglie nella matura dolcezza del suo volto in quell’immagine in cui posa vestito della sua veste talare. Rolando Rivi un’identità ce l’aveva. Beato lui.

E’ in arrivo il Gam-Bergoglio Style!

Oppa! Il Gam-Bergoglio Style è arrivato ed è in distribuzione, dal 13 di marzo, in tutte le parrocchie del mondo. Il nuovo Papa ha classe, ha classe da vendere, non c’è che dire. Papa Francesco in-men-che-non-si-dica ha infatti creato uno stil novo unico e memorabile, un modo di essere e di fare che gli analisti delle cose profane tendono ad attribuire (a mio parere sbagliando) alle sole sue abilità comunicative.
bp22Sono bastati alcuni incredibili e iniziali coup de théatre (il più clamoroso sicuramente quello di aver introdotto il suo primo discorso con un imprevedibile “Buonasera”), alcune mosse a sorpresa (stravagante che un Papa al debutto chieda al mondo di recitare un Pater-Ave-Gloria), alcune comparsate televisive con discorsi mirabolanti (fuori da ogni logica l’affermazione papale pronunciata nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino “non abbiate paura della tenerezza”) per diffondere in tutto il globo terracqueo il GBS, il Gam-Bergoglio-Style, una sorta di sistema di geo-refenziazione globale con cui fedeli e infedeli possono orientare il proprio comportamento e valutare quello altrui; uno standard di riferimento di livello mondiale di cui, comunque, c’era bisogno.
Il GBS si manifesta secondo caratteristiche estrinseche che fioriscono dalle profondità cavernose del cuore, ma (ed è questa la vera novità) hanno origine nelle interconnessioni cerebrali di cui è dotata quella sofisticatissima strumentazione cranio-sacrale chiamata mente.
La prima caratteristica estrinseca del GBS è sicuramente quella della bontà. Papa Francesco richiama alla memoria, infatti, uno dei suoi recenti predecessori, Papa Roncalli, noto al mondo per quel suo modo di fare dolce ed accogliente. Papa Bergoglio ricorda per certi versi il Papa Buono superandolo in bontà, se-così-si-può-dire, nel momento in cui incarna, con quel suo modo domestico di fare, la figura del padre sempre buono e misericordioso (ricordiamo il jingle del suo primo Angelus “Dio è il Padre amoroso che sempre perdona”). La definizione più efficace su questa caratteristica del new-Pope è stata sicuramente espressa dal Cardinale di New York Timoty Michael Dolan che, a Conclave chiuso, ha cinguettato così: “Abbiamo un nuovo Papa e ne abbiamo uno dannatamente buono”.
La seconda caratteristica del GBS è quello della semplicità. Papa Francesco è una persona che non ama le cerimonie e preferisce la normalità della vita quotidiana. Un Papa che sembra studiarsi i rituali solamente per distruggerli: niente scorta, utilizzo diffuso dei mezzi pubblici, passeggiate a piedi per le parrocchie romane ed altre innumerevoli diavolerie tra cui la più clamorosa rimane l’albergo-me-lo-pago-io. Roba da far rabbrividire la masnada di politicanti che bazzica spensierata per la capitale. Il bello della sua semplicità è il fatto di ricercare l’essenzialità e di andare in fondo ad ogni desiderio. Egli ci fa desiderare di essere semplici e belli come lui, in base al principio psicologico di Hannibal Lecter secondo cui: “noi desideriamo le cose che vediamo!”.
Bontà e Semplicità, tuttavia, non sono la vera novità portata da Francesco, ma sono solo i meccanismi di comunicazione di quell’involucro papale che ha nella fede la propria origine. Ciò che muove il Papa, infatti, è una fede-fiducia che – oralmente intesa – non mette al centro sé (io posso fidarmi di te?), ma mette al centro l’altro (tu puoi fidarti di me, perché io opero per il tuo bene!). In quest’ottica, il carisma di Francesco sgombra il campo da ogni dubbio nel momento in cui, superando il rischio di una comunicazione-intesa-come-promozione-di-sé, abbraccia una comunicazione-intesa-come-dono-di-sé. Quello che fa oggi Francesco non è di interpretare un’efficace strategia di comunicazione, quanto di rendersi protagonista di una comunicazione-straordinaria tesa a raccontare e a testimoniare (non sé, ma) la vita di un Altro: l’ordinaria presenza di Cristo risorto nel mondo. E non è solo una questione di stile.

Matrimonio di Gaber, esperienza di convivenza ideologica applicabile ad un Partito democratico

OMBRETTACOLLIilsaporedellavitaindue2Molti probabilmente sanno che Giorgio Gaber è stato sposato per tutta la vita con Ombretta Colli. Era il 12 aprile 1965 quando i due si sposarono nell’Abbazia di Chiaravalle a Milano ed era il 2003 quando i due, purtroppo, si separarono a causa della dipartita terrena dell’ideatore del teatro-canzone. Come abbia fatto Giorgio Gaber, una delle bandiere della sinistra nazional-popolare degli anni ’70, a sposare e a restare per quasi quarant’anni con Ombretta Colli, destroide dentro nonché berlusconiana della prima ora, è un tema che di tanto in tanto riemerge nei dibattiti tra amici e parenti. Ovviamente, la cosa potrebbe anche essere letta al contrario, e ci si potrebbe chiedere perché Ombretta Colli, illuminata sulla via di Arcore, non abbia deciso di abbandonare il suo irredimibile partner sinistroide.
A prescindere dal punto d’osservazione maschile-o-femminile che si voglia assumere, risulta interessante applicare le ipotetiche ragioni – almeno tre – che sottendono alla strana convivenza politica tra il Gaber e la Colli all’esperienza vitale di un organismo politico grande-e-plurale quale è (o dovrebbe essere) un Partito democratico.

La prima ipotesi relativa alla resistenza matrimoniale di due persone ideologicamente agli antipodi quali Giorgio e Ombretta risiederebbe nel fatto che i due siano stati veramente innamorati l’uno dell’altra. L’amore, si sa, non guarda in faccia o nelle tasche di nessuno, e non guarda alle ideologie che vagano nei meandri cerebrotici degli innamorati. L’amore non guarda ai particolari, ma all’insieme, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. È questa l’ipotesi dell’amore, sintetizzabile nello slogan: l’amore ama. Punto.
La seconda ipotesi sulla longevità matrimoniale gaber-colliana potrebbe invece soggiornare nella ammaliante bellezza dell’allora giovane Ombretta Colli (attenzione, lei arrivò seconda a Miss Italia nel 1961) in grado di travolgere eternamente il nostro chansonnier che, al contempo, avrebbe conquistato il cuore della bella Ombretta con la forza dell’ironia e dello charme. L’attrazione, il piacere, non guarda alla convenienza razionale, ma a quella affettiva, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. Chiamiamo questa l’ipotesi del piacere, sintetizzabile nello slogan: il piacere tira. Punto.
La terza ed ultima possibilità, invece, risiederebbe nel fatto che i due si siano sbagliati. I due sarebbero stati attratti inizialmente dalla inspiegabile straordinarietà del caso, che li avrebbe condotti a sposarsi, a fare una figlia e a stare comunque insieme per tutta la vita (lei più su Milano, lui bazzicante Camaiore) nonostante la carenza di amore e di piacere. In questo caso, il cemento armato della relazione matrimoniale sarebbe da ricercarsi nel contratto matrimoniale, un vincolo morale (un dovere) a cui adempiere e a cui rimanere nei-secoli-fedeli anche di fronte a radicali differenze ideologiche. È l’ipotesi del dovere, sintetizzabile nello slogan: il dovere esiste. Punto.

Un Partito democratico che voglia far convivere almeno due differenti ideologie (siano esse culturali o tecniche) deve decidere se farle stare assieme per amore, per piacere o per dovere. Volendo per tutti e tre i motivi contemporaneamente. E deve tenere presente che, per far convivere le diversità, bisogna saziare almeno due prerequisiti: il primo, la conoscenza identitaria, conoscere bene le differenze/disuguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle; il secondo, la conoscenza identificatrice, conoscere bene le somiglianze/uguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle. L’integrità della conoscenza è alla base della convivenza, una conoscenza che va cercata “nella strada” (seguendo Gaber) e che serve ad evitare il rischio di con-vivere non per amore, non per piacere né per dovere, ma solamente per il gusto del potere (potendo!).
Corollario: rimane, ovviamente, anche la possibilità di lasciarsi. Ma pure lì, c’è modo e modo.

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Frediano Manzi si dà fuoco

Marinus van Reymerswaele, Gli usurai, 1540
Marinus van Reymerswaele, Gli usurai, 1540

È martedì 5 febbraio quando, prima di rilasciare un’intervista sui temi dell’usura e della mafia, Frediano Manzi, presidente dell’Associazione SOS Racket e Usura, si dà fuoco. Sono le 20,30. Entra deciso nella sede Rai di Milano e, invece di rilasciare l’intervista, smolla nell’ingresso una lettera che inizia così: «Ho deciso di darmi fuoco per portare l’attenzione delle istituzioni su tutte le vittime dell’usura». Depositata la lettera, Manzi decide di mettere in atto il suo piano letteralmente diabolico. Esce dalla sede Rai, si imbratta accuratamente di un liquido infiammabile da giorni custodito, come un tesoro, nella propria borsa, tira fuori dalla tasca l’accendino, si guarda attorno e senza pensarci due volte si dà fuoco; trasformandosi in-men-che-non-si-dica in una torcia umana.

A quel punto, probabilmente, a causa del dolore insopportabile che invade il suo corpo, il povero Frediano si pente di quello che ha fatto, ma l’unica cosa che può fare è correre da tutte le parti e urlare come un disperato. Si butta a terra e inizia a divincolarsi sofferente come una serpe che scappa dal suo carnefice. Tenta, strofinandosi, di allontanare da sé quel fuoco che gli provoca un dolore lancinante e che lo consuma lentamente al pari di una sigaretta. Fortuna vuole che in quel frangente passi da quelle parti un autobus guidato da un conducente intelligente che, vedendo del fuoco, si ferma per capire la situazione. Capisce immediatamente che si tratta di un uomo in fiamme, prende l’estintore e si precipita a spegnere il fuoco, non senza gustarsi il puzzo della carne bruciata e la bruttura lebbrotica di ciò che resta della pelle dell’uomo.
Questa la storia. E questa invece la domanda. Perché un’attivista impegnato come il Manzi, uno che ne ha combinate di tutti i colori tra suicidi dimostrativi e atti di denuncia, decide di darsi fuoco per richiamare l’attenzione sull’usura? Perché scegliere un metodo così spettacolare e doloroso?

Il motivo di tale scelta è legato all’obiettivo simbolico del Manzi, che non è solo quello di attaccare il racket dell’usura, i mafiosi corrotti o le cancrene insite nel nostro sistema sociale, quanto piuttosto quello di attaccare l’uso improprio del vil denaro. È il denaro il problema che vuole mettere in evidenza il buon Manzi. Non il denaro come mezzo o come simbolo, non il denaro come bene o come valore di scambio, ma il denaro come fuga dalla realtà. Il denaro non è altro che carta e ferro, quella carta e quel ferro che Frediano ha voluto simbolicamente bruciare e sciogliere con quel suo gesto clamoroso di darsi fuoco. Il denaro è una convenzione sociale che serve per comperare cose, per ‘comparare’ cose, per paragonare qualcosa con qualcosa altro.
Ma se, a livello empirico, il paragone avviene tra il denaro e la funzionalità di un oggetto che si vuole acquistare (una macchina, un accendino o un paio di scarpe), a livello virtuale quello stesso paragone si manifesta tra l’idea del denaro e il valore simbolico dato all’oggetto acquistabile. È in questo secondo caso che il paragone viene elevato al livello rappresentativo e diventa negativo se rinchiuso ermeticamente nell’alveo della virtualità. Si rischia, secondo il dettato socioterapeutico, di incorrere nella fungibilità simbolica secondo cui il denaro non serve più per comperare cose con cui sopperire alle esigenze della vita quotidiana, ma viene usato per comperare sogni con cui sopperire alle carenze dell’identità della persona. Per chi ha debiti, rivolgersi agli usurai diventa il modo per tentare di risolvere – ovviamente senza riuscire – il problema dei soldi, nascondendo tuttavia il vero problema: quello dell’identità. Bisogna risolvere il problema identitario per gestire bene i soldi, e per trovare il coraggio di chiederli, in caso di bisogno, a chi li può prestare onestamente e in base ad un progetto preciso. L’alternativa è quella di farsi bruciare a fuoco lento da chi, sui buchi d’identità, vuole fare business.
Per la cronaca, Frediano Manzi è vivo, seppur con ustioni diffuse su gran parte del corpo. A prescindere da tutto, a lui un grazie di cuore.

Vasco Rossi tra la vita e la morte

Vasco Rossi è vivo. Fisicamente, spiritualmente e, soprattutto, musicalmente. Il suo ultimo brano ‘L’uomo più semplice’ spopola in tutte le radio italiane. Il mix di mistero, curiosità e cabala che ne ha accompagnato l’uscita, si è sciolto definitivamente il 21 gennaio quando il rocker di Zocca ha postato via Youtube il video dell’ultima sua opera, regalando ancora una volta una perla musicale a tutti i suoi fans. Il re del rock é tornato.

Tutti contenti, ovviamente, anche perché in molti lo davano praticamente (e soprattutto fisicamente!) morto, dopo il tour sospeso per motivi di salute nel 2011, le voci ricorrenti di una grave malattia e le foto – all’uscita di una clinica bolognese – che lo ritraevano vistosamente sofferente e sbiadito.

Vasco è vivo e vegeto, e sembra essere tornato finalmente per parlare di morte (non necessariamente la sua!). Ne L’uomo più semplice, infatti, la rockstar si interroga sul capolinea della vita, gettando radicalmente la maschera della finzione e consegnando magistralmente alle sue corde vocali la domanda di senso rinchiusa nei meandri più oscuri della sua mente: “Siamo vivi, domani chi lo sa?”.

È l’onnipotenza del Blasco quella che crolla nel momento in cui urla al mondo la sua domanda esistenziale sulla precarietà della vita e sull’ipotetico per quanto in-dubbio domani. Una domanda sospesa tra i sogni di una vita-evitata, evitabile e indesiderata (Ho l’impressione che la cosa più semplice sarebbe quella di non essere mai nato, in Manifesto futurista della nuova umanità del 2011); l’idea di una vita vissuta in modo spericolato, gasato e off-limits (voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen, in Vita spericolata del 1983); la necessità personale di una vita giocata sempre al massimo in modo sfidante e sfidabile (voglio vedere come va a finire andando al massimo senza frenare, voglio vedere se davvero poi si va a finir male, meglio rischiare, in Vado al massimo del 1982); una vita che inizia a intravedere la morte e la tratta con quella irriverenza e quella micidiale ironia che sa più di esorcismo che non di vera e propria serenità (eh già, sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua, in Eh, già del 2011).

Vasco getta finalmente la maschera e affronta a viso scoperto la vita… pardon: la morte. Fuori tempo massimo, verrebbe da dire, avendo egli predicato per troppo tempo quella insana onnipotenza affettiva che si traduce, soprattutto nei deboli di cervello, nell’idea di perseguire solo ed unicamente il proprio dio-piacere, rifugiandosi nelle droghe, rifuggendo la realtà e ricusando la bellezza della vita. Un dio-piacere che gioca brutti scherzi, che sa travestirsi in mille modi e che, ne L’uomo più semplice, assume le sembianze dell’uomo-perfetto, una specie di santone cosmico (“sono un uomo buono / sono un uomo sincero / sono un uomo vero”) che comunque crolla, ancora una volta, di fronte al problema dei problemi: “sono un uomo solo”.

È la pillola della solitudine quella che Vasco Rossi ha somministrato in questi anni a se stesso e ai suoi fans sotto forma di onnipotenza affettiva; una pillola ingurgitata e fatta ingurgitare con quell’arte dell’inganno maneggiata scientificamente attraverso la sua geniale ironia, le sue abilità manipolatorie e il suo strepitoso carisma. L’auspicio è che negli anni a venire tali doti, anche a seguito dell’emersione di questa nuova domanda sulla vita/morte, possano essere messe al servizio, a-Dio-piacendo, di cause migliori.

Il re del rock è tornato. Lunga vita al re.

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Clochard alla riscossa. Quando la realtà supera la fantasia.

molteniWainer Molteni nasce nel 1972 a Marsiglia. Cresce tra la Francia e la Brianza, allevato dai nonni materni dopo essere rimasto orfano. Passa (sembra) un’infanzia tranquilla e una adolescenza altrettanto pacifica. Si laurea in Sociologia alla Statale o forse alla Cattolica di Milano (questo non è molto chiaro, ma poco importa) e ottiene pure un master in criminologia negli States. Decide (e forse questo è il suo grande errore) di diventare direttore del personale di una catena di supermercati che di lì a poco chiude per fallimento. Rimane senza lavoro, poi senza casa e infine senza famiglia, dando così impulso alla sua personale parabola decrescente che lo porta direttamente alla stazione di Milano. A fare il Barbone.

Molteni vive questa esperienza di povertà radicale facendo amicizia con innumerevoli clochard milanesi, persone che lui chiama amichevolmente ‘barbafratelli’. Conosce il freddo, la fame, lo sporco e il disprezzo. Dopo otto lunghi anni vissuti in totale dispersione personale per le strade di Milano, decide di mettere in moto la propria riscossa personale. Crea il sindacato dei barboni (che chiama appunto Clochard alla riscossa), attiva su facebook una raccolta di massa di sacchi a pelo da distribuire ai suoi poveri amici miserabili, scrive un libro sulla sua drammatica vicenda personale (titolo: Io sono nessuno), fonda il primo agriturismo italiano gestito da homeless (location: Serravalle Pistoiese), avvia una vera e propria impresa sociale in grado di produrre olio di grande qualità (almeno così dice lui).

La vicenda di Molteni ha tante sfaccettature (facendo un po’ di surfing si scopre che dietro a questa specie di favola si nasconde comunque qualche magagna), ma rimane inequivocabilmente interessante per quell’elemento ineludibile di riscossa che la contraddistingue e per quella capacità di ‘riscatto personale’ che sembra aprire alla possibilità paradossale di ri-comprarsi la propria vita, di modificare  radicalmente il proprio setting esperienziale, di trovarsi – quasi miracolosamente – dentro a un nuovo film.

È il cervello di Molteni quello che si mette in moto e che mette in moto un cambiamento mentale e fattuale che lo porta fondamentalmente a negare la negatività come condizione assoluta. Seguendo G.B. Shaw  – “alcuni uomini vedono le cose come sono e si chiedono Perché?, mentre altri sognano le cose come non sono mai state e dicono Perché no?” (Sia fatta la Sua volontà, George Bernard Shaw) – è come se Molteni si fosse trovato nella straordinaria condizione di interrogarsi sulle ragioni della propria situazione contingente (perché sono diventato barbone? cosa ho sbagliato? perché nessuno mi aiuta? perché non ci sono servizi adeguati per i barboni?), ma anche, allo stesso tempo, di interrogarsi sulle possibilità di creare e di inventarsi una nuova situazione personale (perché non provo a cercare un po’ di sacchi a pelo per me e per i miei barbafratelli? perché non provo a difendere i diritti dei barboni? perché non provo a fare un’azienda con i miei amici di strada? perché non provo a suonare la riscossa dei clochard?).

Per produrre cambiamento, per attivare processi di innovazione serve il Perché, ma serve anche il Perché no. Il Perché – l’analisi ambientale – mette in condizione di analizzare le cause della propria situazione negativa, raccogliendo e incasellando progettualmente quella infinita moltitudine di rappresentazioni che storditamente custodiamo distratti nella nostra mente. Il Perché no – l’analisi virtuale – consente invece di salire al piano delle rappresentazioni impossibili, sognando e snocciolando le chances con cui costruirsi una vita diversa. È l’incontro tra il Perché e il Perché no che consente di mettere all’angolo e di triturare l’idea di negatività radicata dentro di noi e che introduce – direbbe Molteni – la speranza di potercela fare nonostante le avversità della vita.

C’è spread e spread

Mentre lo spread economico, che misura il divario tra Btp e Bund, continua fortunatamente la sua lenta discesa verso l’ormai nota “soglia Monti” (287 punti), indicando in questo modo un miglioramento della situazione economico-finanziaria nazionale e lasciando così immaginare non si sa quanto certe prospettive positive per l’imminente futuro, lo spread sociale, che misura il differenziale tra ricchi e poveri, aumenta inesorabilmente e sempre più, mostrando come la distribuzione del reddito in Italia sia sempre più ingiusta e iniqua.

Se la riduzione dello spread economico rende tutti più felici e sereni, instillando in ciascuno di noi ipotetiche briciole di speranza e ottimismo, è strano notare come sia caduto nel vuoto il recente e accorato appello del Papa a non rassegnarsi all’aumento dello “spread del benessere sociale” e a contrastare le “crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri” (Benedetto XVI, 07/01/2013, Discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede).

Scopriamo, se ci pensiamo bene, che lo spread economico attira la nostra attenzione più di quello sociale; che la fluttuazione dello spread economico ci mette più ansia della movimentazione di quello sociale; che i dati relativi allo spread sociale li conosciamo meno di quelli relativi allo spread economico.

Scopriamo, in altri termini, che lo spread economico e quello sociale diventano indicatori del nostro sistema di valori, andando a misurare il nostro investimento affettivo e il nostro interesse nei confronti di noi stessi (spread economico) e degli altri (spread sociale).

Scopriamo, insomma, che c’è spread e spread.