Lealismo e dissidenza fra i migranti di Modena

21A Modena e provincia abitano circa 94mila cittadini stranieri, pari al 13,5 % dell’intera popolazione. Le migrazioni verso il territorio sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti circa 140 nazionalità diverse. Le etnie maggioritarie sono quella marocchina, rumena e ghanese e la religione più praticata fra i migranti è il cristianesimo, sia esso cattolico, ortodosso o evangelico.

La tendenza ad assimilare tutti gli stranieri in un’unica grande categoria indistinguibile si scontra con una realtà molto più sfaccettata: gli immigrati del modenese sono certamente divisi per linee etniche e culturali ma lo sono anche per ragioni politiche interne. In alcuni gruppi nazionali è “guerra aperta”.

Diana kassem
Diana Kassem

I siriani di Modena sono poco più di un centinaio. “Prima non c’era bisogno di emigrare, nel paese c’era pane e lavoro anche se non c’era libertà”, ricorda Diana Kassem, giovane neolaureata siro-modenese, militante anti-regime. I levantini di Modena sono per lo più ostili al governo del presidente di Bashar al Assad quanto all’Isis. “Ma è Bashar il vero colpevole dell’escalation della violenza nel paese, è lui che ha fatto precipitare la Siria nella guerra civile”, sostiene Nabil Cholhop professore di origine siriana in una scuola di Vignola. I siriani di Modena più in vista, quelli che hanno organizzato le fiaccolate contro i bombardamenti su Aleppo in piazza Grande, si riconoscono nel primo movimento rivoluzionario, quando il fermento di un cambiamento democratico era il motore di mobilitazioni pacifiche. Tuttavia in una delle moschee della città incontriamo Rami, un ragazzo di famiglia siriana nato a Damasco 27 anni fa ma residente da decenni a Modena nonché studente nel locale ateneo. “La democrazia non è esportabile, la Siria non è la Svizzera, è un paese che godeva di una stabilità invidiabile se consideriamo lo scenario in cui è inserito: la verità è che ci sono stati degli “utili idioti” che si mobilitavano per la democrazia mentre altre fazioni ribelli si armavano per il jihad”, dice il giovane. Rami non frequenta i siriani delle fiaccolate e nutre una sincera ostilità nei loro confronti:”Sono dei traditori, in Europa non capiamo che le alternative a regimi laici pur duri come quello siriano sono il fanatismo dei jihadisti”, aggiunge.

Se la guerra dovesse risolversi in una vittoria del presidente al Assad difficilmente Diana e Nabil potranno tornare impunemente nel loro paese poiché i dittatori non dimenticano i dissidenti soprattutto quelli all’estero.

Nabil Cholhop
Nabil Cholhop

Nella stessa situazione si trovano un paio di professionisti iraniani residenti a Modena. I cittadini iraniani nel nostro territorio sono un centinaio. Quelli con i quali abbiamo parlato hanno voluto mantenere l’anonimato. “Sono decenni che non torno in Iran, vorremmo poter tornare un giorno quando il regime religioso degli ayatollah cadrà sotto il peso della storia, nel frattempo è meglio mantenere un profilo basso”, dice uno di loro.

Anche i membri dell’Associazione culturale turca Milad rischiano ritorsioni pesanti dal proprio governo. Il loro è un esilio forzato di fatto. Almeno finché ci sarà il presidente Erdogan e il partito Akp al potere. “Siamo schedati dall’ambasciata di Turchia in Italia, è pericoloso per noi tornare in patria”, dice Bahar Turk, coordinatrice di Milad, associazione legata all’imam e leader politico di opposizione Fetullah Gulen. La sua organizzazione, Hizmet, è considerata da Erdogan come la loggia P2, un’associazione a delinquere che promuove la sedizione. E’ ritenuta responsabile, dal governo di Ankara, del tentato colpo di stato del 14 luglio 2016. Quella notte, a Modena, tentarono di dare fuoco al circolo Milad. Un episodio di violenza politica inedito per la città, ancora oggi oggetto d’inchiesta. La maggioranza dei turchi orbita intorno all’altra associazione culturale della città, la Ulu Camii, la “grande moschea” in turco. “Quasi tutti i frequentatori del centro – che si trova in via Munari a pochi passi dalla stazione dei treni – sono elettori o simpatizzanti del governo”, dice il portavoce della “moschea turca” Ozgur Ozcan. Non mancano le visite a sorpresa, in incognito istituzionale, di membri del partito o funzionari del Diyanet, il dipartimento degli affari religiosi, istituto dello Stato turco a cui è legata Ulu Camii. L’ultima risale all’inizio di questa primavera, pochi giorni prima del referendum sul presidenzialismo del 16 aprile 2017, un voto fortemente voluto da Erdogan che ha coinvolto le comunità turche d’Europa (oltre 3 milioni di elettori). A fare campagna elettorale fu Mehmet Emin Ozafsar, vice-presidente del Diyanet. A margine dell’incontro parlammo con il presidente della Ulu Camii, Murat Durgun, che disse lapidario:”Non abbiamo né vogliamo avere contatti con i turchi di Milad, sono affiliati a un’organizzazione uluche consideriamo criminale”.

Dagli infuocati scenari mediorientali all’Ucraina, teatro di una guerra civile dimenticata dai media. A Modena abitano circa 2000 cittadini di origine ucraina, costituiscono la settima nazionalità più presente in città. La divisione all’interno della comunità è lacerante e riflette le spinte secessionistiche dell’Ucraina orientale dove i separatisti ambiscono a unire i loro territori alla Russia di Putin. Qui lo scontro ha varie dimensioni che includono anche la religione. In città c’è la Chiesa ortodossa di Tutti i Santi diretta da un prete modenese Padre Giorgio Arletti:”In questa chiesa vengono a pregare gli ucraini legati al Patriarcato di Mosca, quelli della parte est del paese, gli ucraini pro-Occidente si recano invece nella chiesa greco-cattolica ucraina di via Cavour con la quale cerchiamo invano di organizzare iniziative in comune per la pace”, racconta il prelato. La posta in gioco è anche geopolitica con un equilibrio e un’influenza regionale che la Russia intende riscrivere. Dietro alla stazione ferroviaria sorge uno dei tanti minimarket etnici della città. A gestirlo è una coppia di ucraini:”Il posto dell’Ucraina è in Europa, non vogliamo più essere i vassalli di Mosca, in città ci sono tanti simpatizzanti di Putin, noi lo consideriamo un tiranno senza scrupoli che cerca di mangiarsi il nostro paese”.

Gli scenari bellici costringono alla presa di posizione individuale. Ma se il dissenso interno, l’ostilità per il proprio governo è talvolta palese, in altri casi a prevalere è la rassegnazione o una forma di critica disincantata. E’ il caso dei peruviani, la prima comunità latina della città con circa 600 cittadini residenti in città. “Nella sua storia recente il Perù ha attraversato fasi di crisi e instabilità politica fortissima. Basti pensare che fino alla metà degli anni ’90 c’era la lotta armata. Molti di noi sono scappati a causa del terrorismo. Chiusa l’epoca dell’eversione, si sono susseguiti dei presidenti che hanno praticato soprattutto il latrocinio. C’è come una tradizione politica in Perù, quella di ingannare il popolo e convincerlo a votare per il peggior criminale”, dice Oscar Guerrero, un peruviano di 50 anni originario di Piura, nel nord del paese.

Per motivi completamente diversi anche gli egiziani di Modena manifestano una profonda amarezza per gli esiti di una rivoluzione fallita:”Una parte di egiziani appoggia apertamente la restaurazione del regime del generale al Sissi che è la controfigura dell’ex presidente Hosni Mubarak mentre nelle moschee si fa il tifo, discretamente, per la Fratellanza Musulmana, intesa come soggetto politico e non militare”, dice un ristoratore egiziano che desidera rimanere anonimo.

Altri “rassegnati” sono i serbi, una comunità che conta 150 residenti in città: ”Dalla dissoluzione della Jugoslavia in poi è stato un disastro dietro l’altro per i serbi, abbiamo perso pezzi interi di territorio, persino il Kosovo. Ora nel paese comandano i banditi”, dice Dragan, padre di famiglia e manovale originario di Pancevo. Sentimento di abbandono e rinuncia dominano anche la numerosa comunità rumena, la seconda per numero con oltre 3100 residenti nel Comune di Modena. Nel paese ci sono state grandi mobilitazioni in primavera. “La gente in piazza non chiedeva libertà o diritti ma la fine della corruzione che ha superato ormai la soglia della decenza”, spiega Costantin, muratore di Timisoara.

E la comunità più numerosa? E’ quella marocchina con 3200 residenti nel territorio comunale e appare coesa intorno alla figura del re. Lealista anzi realista. E’ molto raro trovare un marocchino che contesta apertamente la monarchia di Mohamed VI e la comunità è fra le più monitorate della città. I suoi membri gestiscono due delle quattro sale di preghiera esistenti in città. “Ci sono spie che registrano gli umori dei paesani in moschea o in altri luoghi di aggregazione, in pubblico è sconsigliato parlare di politica e parlare male del re in particolare”, spiega un giovane studente marocchino.

Fonte immagine di copertina: Leapafrica.

”Non ho amici, solo fratelli. Del resto del mondo non mi fido”

“Peace, love, unity and having fun”, era il motto del movimento hip hop ai suoi albori, prima che si frammentasse in sotto-generi: dal melodico gangsta rap della soleggiata California a quello più cupo della grigia costa est, dal conscious rap impegnato al disincanto della trap e delle ibridazioni crossover a metà strada fra hard rock e hip hop. “Ma oggi il rap è corrotto come la società che un tempo contestava”, osserva Lorenzo Argese, alias Elefante, mc (master of ceremonies, colui che scrive e scandisce le rime) di 22 anni, originario di Bomporto. Con Andrea Raimondi, a.k.a. Ragan Munda, un altro bomportese di 20 anni, hanno fondato .ASAP. (ndr: As Soon As Possible: “al più presto”) un collettivo di mc, dj, produttori e beat-maker del modenese. “L’ideale è sempre quello: unire la scena hip hop locale, fare rap autentico perché insieme si cresce meglio”, dice Ragan Munda.

Elefante e Ragan Munda sono le nuove leve del rap locale. Giovani, preparati, riflessivi, arrabbiati ma non violenti. “Se mi trovassi in mezzo a una rissa non saprei cosa fare, probabilmente le prenderei”, dice Elefante. Quest’ultimo ha preso la maturità al Corni, Ragan frequenta invece l’ultimo anno al Barozzi. Entrambi si trovano a disagio con le tematiche attuali che hanno portato l’hip hop a diventare un fenomeno commerciale anche in Italia, il rap “bling-bling”, quello dell’ostentazione piccolo-criminale come orizzonte di vita che tanto seduce.

hh01Ma non è sempre stato così. La degenerazione dei contenuti del rap, da impegnato a frivolo, è da ricercare nel processo di autoaffermazione individuale e collettiva della comunità afro-americana. Prima dell’ostentazione del lusso e del disprezzo della donna, prima dei rapper che portano anelli e collane d’oro, capsule dentali con diamanti, c’era un messaggio di liberazione dall’oppressione. Erano gli anni ’60, c’era Martin Luther King e le Pantere Nere.

L’anello di congiunzione fra questi due mondi, fra il movimento nero e quello rap è rappresentato bene dalla figura di Tupac Shakur che spesso torna nelle parole dei giovani rapper emergenti del modenese come modello da riverire, come mito ineguagliabile. Non tutti sanno che Tupac, morto assassinato nel 1996, era figlio di una pantera nera, una militante dura e pura di nome Afeni Shakur. Paradossalmente anche Tupac darà il suo contributo alla svolta individualista, edonista e autoreferenziale. “Facciamo come i ricchi bianchi, anzi peggio”, dicevano i rapper dell’epoca. Era la metà degli anni ’90, Elefante e Ragan Munda non erano ancora nati ma conoscono bene la storia.

Con loro loro, sulle gradinate del parco Novi Sad, c’è Wanksta Torres, alias Nameless (“Senza Nome”), 19 anni, peruviano di Trujillo, organico del collettivo .ASAP. “Per noi è fondamentale evitare forzature, i testi vanno costruiti, curati, meditati, devono parlare di noi ma anche del mondo che ci circonda, un mondo per niente solidale anzi ostile”, dice Nameless che spiega così il suo nick. “Non è importante il messaggero ma il messaggio”. Elefante vuole simboleggiare invece la forza calma ma inesorabile del quadrupede. Insieme ai tre mc c’è Salvatore detto Kob, un beat-maker 20enne che è un’enciclopedia vivente del rap. “Sono cresciuto con l’hip hop italiano underground, con la scena milanese e romana degli anni ’90. Nomi come Colle del Fomento, Cor Veleno, Salmo, Kaos One, Dj Gruff: era la cosiddetta Golden Age del rap italiano sotterraneo”. E lui non era ancora nato.

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Elefante spiega che esistono due fazioni contrapposte non dichiarate a Modena e provincia che riflettono le fratture nel mondo dell’hip hop in Italia. “Da una parte c’è una scena più commerciale e mainstream che insegue le paillettes delle star del momento, dall’altra una più underground, più “real”, nel senso di “autentico”. I primi si esibiscono nei club e nelle discoteche come il Vox e il Kyi; i secondi nei pub, nei parchi e nei centri sociali. I primi, nei loro testi, parlano di soldi, papponi, prostitute, spacciatori e “andiamo a comandare”; i secondi riflettono sulla vita quotidiana, sull’assenza di prospettive e sulla volontà di unire il mondo rap in un unico grande movimento, una sola grande “famiglia”. Come agli albori.

L’appellativo “fratello” o “sorella” che si rivolgono i rapper fra di loro sono da prendere quasi alla lettera: ”Io non ho amici, ho solo fratelli, del resto del mondo non mi fido”, aggiunge Nameless che del gruppo è quello che ha vissuto situazioni di vita più pericolose. ”In Perù, a Trujillo, nel mio quartiere, hanno sparato a un amico mio quando avevo 14 anni, ma non strumentalizzo mai questo episodio nelle mie rime, il tema della violenza esplicita non è per niente centrale nei miei testi”.

Il locale di riferimento dei giovani rappers “indipendenti” è il Red Lion Pub dove ogni martedì sera si tengono contest di free-style e rap battles. Il free-style è una disciplina dell’hip hop non necessariamente in rima e senza struttura predeterminata in cui l’mc può improvvisare con una base, lo stretto necessario ovvero basso e batteria. I ragazzi si ritrovano intorno alle figure di Frank Macro e di Grand Master Angel (GMA). Quest’ultimo è il gestore del pub nonché produttore e dj, è una figura storica della scena hip hop sotterranea locale. Le serate si chiamano “The block” e sono aperte a tutti gli aspiranti Mc.

“Una cosa è il free-style, un’altra la composizione di un testo”, dicono Nameless e Ragan Munda. Temi apolitici, rime un po’ acerbe ma testi originali e non allineati alle tematiche degli artisti di oggi e della loro auto-glorificazione. Il rap italiano contemporaneo è Fedez, J-Ax, Gué Pequeno e Jacke La Furia. Questi ultimi, già componenti dei Club Dogo, hanno preso i loro alias da famosi cult movies come “City of God” e “Once were warriors”. In verità, al di là dei nick aggressivi e da strada, sia Gué Pequeno che Jack La Furia sono figli della buona borghesia milanese. Il primo dello scrittore e giornalista Massimo Fini, il secondo di un manager pubblicitario. “Non vedo come abbiano potuto conoscere la strada, rappresentano qualcosa che non sono”, osserva Elefante.

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Lontani dai grandi palcoscenici .ASAP. cerca ancora una propria identità. E’ una ricerca prima di tutto comunitaria, una crew (“banda”) è come una famiglia alternativa in cui crescere musicalmente, dove i più esperti aiutano le nuove leve. Il collettivo, in nome di una purezza anti-consumo, rifiuta persino di farsi pubblicità su Youtube dove hanno invece trionfato alcuni fenomeni rap recenti. “Non vogliamo usare Youtube come contenitore dei nostri pezzi, vogliamo pubblicare un lavoro organico con un concetto dietro”, dice Elefante.

In questa strada tutta in salita i ragazzi curano con scrupolo i testi, perché fare rap, in fondo, significa metterci la faccia e non rifugiarsi dietro alle melodie. “Non possiamo dire che facciamo conscious rap però ci proviamo, e non possiamo neanche dichiararci militanti di una parte politica sebbene i centri sociali ci offrano sempre spazio. Di certo non siamo di destra ma ci sentiamo a disagio con categorie che riteniamo incomplete, come fascisti e comunisti, per spiegare il presente: i nostri testi parlano di antirazzismo, di comunità; siamo contro la violenza, l’arroganza, il bullismo, l’individualismo, il soldo facile e sovrano. Sogniamo una società universale giusta, pacifica, solidale, senza confini”, dice Ragan Munda.

Al parco Ducale incontriamo Maroun Giré e Egos Bandolero. Alberto V. ha un alias trasparente, chiaro: ”Maroun Giré perché quando canto l’aspetto della mia personalità che risalta è quello bizzoso e irritabile”, spiega. Maroun ha 30 anni, è di Modena ed è cresciuto a pane e Eminem nel quartiere delle Morane. “Per me è un modello, la sua vita è fatta di soprusi e bullismo, e lui, da bianco, è riuscito a emergere in una scena di neri”. Maroun racconta di una gioventù turbolenta che in parte giustificherebbe la sua musica, una sorta di cross-over rap-hard rock un po’ urlato. “Musicalmente cerco di avvicinarmi ai Rage Against the Machine ma ho tanti riferimenti musicali, da Marilyn Manson a Vasco Rossi”.

Il punto di vista di questi due ragazzi è rilevante poiché hanno anagraficamente vissuto la transizione dell’hip hop italiano da fenomeno di nicchia a baraccone commerciale mangia soldi. Ma hanno anche vissuto sulla loro pelle un certo stigma che colpiva chi ascoltava rap a Modena all’inizio del millennio, prima che la moda dei pantaloni a vita bassa e i cappellini da baseball con la visiera piatta conquistassero i teenager di mezzo mondo, rapper o meno. “Vestirsi così era oggetto di scherno, all’epoca le bande giovanili si rifacevano al metal duro, tipo gli Slayer, oppure alla musica gabber (ndr: un sottogenere iper-aggressivo di techno) o al punk”. Emarginato a scuola, le circostanze hanno spinto il giovane Maroun a frequentare altri emarginati: gli immigrati. “Ho passato la mia adolescenza con un gruppo di ragazzi africani e sudamericani è in quel periodo che ho deciso di reagire al bullismo veicolando la mia rabbia nel rap”.

La pattuglia multietnica anti-degrado: i migranti che fanno vigilanza

“Praticamente tutto quello che succede in questa società mi fa schifo”, dice Maurizio Dori fissando con sdegno alcuni graffiti disegnati sui muri del centro storico. “Qualche giorno fa abbiamo segnalato raffigurazioni oscene: dei falli incisi sui muri”, aggiunge scuotendo il capo. Armato di cellulare scatta la foto testimonianza del “degrado” e della targa della via che allegherà nella sua relazione alla polizia municipale a fine pattuglia. “Provvederanno loro a rimuovere la scritta, noi ci limitiamo a segnalare e rispondiamo solo alla polizia municipale, non ai carabinieri né alla polizia di Stato”, precisa.

Maurizio Dori è il presidente del Cmis, “Comunità modenese per l’integrazione e la solidarietà”, il nuovo gruppo di volontari vigilantes attivo dallo scorso ottobre. I suoi componenti si chiamano Jenny, Gemma, Divino, Nelson, Flora, Daniel. Vengono dalle Filippine, dal Perù, dal Ghana, dalla Nigeria. In città sono già operativi 250 volontari nel presidio del territorio inquadrati in cinque associazioni. Il Cmis conta 75 aderenti e ha la caratteristica, unica in città, di essere costituito da soli migranti. La ragion d’essere dell’associazione parte però dal presupposto implicito che non tutti gli stranieri siano sbandati ma che quasi tutti gli sbandati siano stranieri e che si annidino negli angoli più bui dei nostri parchi, dei nostri vicoli. L’idea del Cmis è quella di valorizzare la parte “sana” dei migranti facendone gli agenti di un’integrazione sostanzialmente circoscritta al rispetto della legge.

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Fondatore, presidente e vigilante, Maurizio Dori è di origine ciociara, ha servito per 30 anni nella guardia di finanza ed è stato consigliere comunale in quota Pd per due mandati: ”Il tema della sicurezza non è né di destra né di sinistra, ma di tutti coloro che credono nella legalità, nel decoro, nell’ordine”, chiosa Dori. Pettorina fluo e distintivo al collo, le pattuglie composte da 5 volontari sono miste non solo etnicamente.

C’è Gemma, un ex reginetta di bellezza filippina che oggi lavora come domestica: ”Già nel mio paese avevo aderito a associazioni anti-criminalità, Modena è bellissima è un peccato che gli abitanti non abbiano cura della loro città”. Gemma è presidente della branca regionale del Gpii Anti-crime federal legion – Italy. Sono organizzazioni di destra nate nel paese asiatico per combattere la criminalità e in particolare i narcos. Con la diaspora filippina l’organizzazione si è impiantata anche in Italia.

Secondo i numeri del Ministero dell’Interno relativi al 2015, i reati a Modena sono diminuiti del 4,7% rispetto all’anno precedente e la città è al 18esimo posto a livello nazionale nella classifica dei centri urbani in cui si consumano più reati “Ma la percezione di pericolo fra la cittadinanza è cresciuto, l’aumento del sentimento di insicurezza è aumentato”, nota l’ex finanziere.

Per diventare membro, ricevere il distintivo identificativo e pattugliare le strade è necessario essere in regola con i documenti e non avere precedenti penali. Inoltre c’è un corso speciale da seguire per gli aspiranti vigilantes. 16 ore in aula a lezione di sicurezza presso il comando della polizia municipale dove vengono chiariti i limiti dell’azione dei volontari: ”Non possiamo in alcun modo intervenire o trattenere le persone salvo in casi di palese flagranza di delitto, il nostro è un servizio al cittadino che diamo in più, non siamo sostitutivi di nessun corpo di polizia, agiamo invece a supporto tramite tempestive segnalazioni che mandiamo al comando centrale”, dice Dori.

vigilantes02Il giro di perlustrazione delle pattuglie avviene almeno due volte alla settimana e tocca i punti più sensibili della città: da viale Gramsci alla zona Tempio, dalla stazione ferroviaria ai parchi Ducale, Novi Sad e Amendola. Prima tappa, il parco Ducale alla ricerca, letterale, del degrado. Ci portiamo presso i bagni del parco dove mi informa Dori “si incontrano uomini ambigui”. I migranti in pettorina trovano una siringa e la fotografano, accertano danneggiamenti alle panchine, segnalano le buche per strada “un anziano di notte potrebbe inciampare”, raccolgono bottiglie di birra, infilano le mani fra i cespugli. Nessun “uomo ambiguo” nei paraggi.

Dopo un po’ ci imbattiamo in un gruppo di africani. Hanno bevuto. Maurizio si stacca dal gruppo e si avvicina a loro:”Mi raccomando, ragazzi, non sporcate, ripulite tutto dopo”. Dori dice che bisogna sempre cercare il dialogo, avere la pazienza di spiegare anche le abitudini del “buon vivere comune elementare”, per questo talvolta la presenza di migranti è fondamentale. “Il fatto che i nostri operativi siano immigrati facilita il dialogo fra connazionali: per esempio, un nostro membro è nigeriano ed è risultato molto efficace nella comunicazione con i suoi connazionali che popolano la notte, soprattutto nella zona della stazione ferroviaria”.

A pochi passi dalla stazione, sotto i portici di viale Crispi ci sono diversi rivenditori di alcolici di nazionalità nigeriana. E’ lì che siamo diretti. “E’ un ghetto africano, succede di tutto, ciclicamente chiudono i negozi per riaprirli dopo poco. E’ indecoroso perché questa zona dovrebbe essere il biglietto da visita per chi arriva in città”, dice Maurizio a cui sembra dare fastidio un po’ tutto: dai mozziconi delle sigarette per terra ai mendicanti. Passiamo davanti a un vecchio televisore messo in un angolo di viale Crispi, Maurizio sbuffa con biasimo prima di scattare la foto.

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I capo-pattuglia della serata sono due uomini filippini: Divino Ilagan e Nelson Cabrera. Con loro ci sono Gemma Abrigante e Jenny Scalona, anche loro filippine. Tutti frequentano la chiesa dei migranti di Sant’Agostino. Ilagan ha una famiglia, fa il carrozziere ed abita a Modena da 30 anni. “E’ importante che i migranti si aprano a queste forme di volontariato per combattere lo stigma dello straniero visto come emarginato e fonte di problemi”. Nelson Cabrera è operaio alla Lamborghini:”La nostra è un’attività volontaria che punta a farci voler bene dalla gente, a farci accettare, dimostrando che noi migranti possiamo migliorare questa città”.

Nel mondo dell’associazionismo dei vigilantes ci sono gruppi più spontanei come quelli di controllo di vicinato sorti negli ultimi tempi a Cognento e in via Zamenhof per arginare i furti in abitazione e la micro-criminalità. Ci sono poi i City Angels, probabilmente i più noti perché ramificati in tutto il nord Italia. Basco in testa bordeaux, portano uniformi di colore rosso e non pettorine fluo. Hanno aperto una sede a Carpi la settimana scorsa tuttavia a Modena sono una realtà molto piccola rispetto al Cmis. “Siamo una decina di volontari, e siamo l’unico gruppo a fare solidarietà e sicurezza in città”, dice il presidente Silvano Bortolotti. I City Angels si muovono di sabato sera dalle 20 alle 24 e battono le zone di maggior disagio sociale dove, oltre alle segnalazioni in situazioni di pericolo, portano coperte, panini e bevande ai senza tetto.

Nonostante le funzioni essenzialmente solidaristiche i membri dei City Angels portano nomi di battaglia da corpi speciali, nello svolgimento dei loro compiti. Il presidente Silvano Bortolotti è Wizard (“lo stregone”), mentre altri componenti si fanno chiamare, quando sono in divisa, “Street” e “Blanco”. “E’ anche un modo per divertirci, per usare la nostra fantasia con simpatia”, sostiene Bortolotti.

Lui è più straniero di me. Storie di una coabitazione difficile

Nell’era del mondo globale le tensioni internazionali si riflettono a livello locale. A Modena e provincia i cittadini stranieri sono circa 94mila, pari al 13,5 % dell’intera popolazione. Le migrazioni verso Modena sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti sul territorio ben 140 nazionalità diverse. I migranti, anche di lunga data, seguono con coinvolgimento le vicende dei loro rispettivi paesi d’origine. Anche quando integrati, non sono immuni alle pulsioni nazionali. Si tratta di tensioni sotterranee che raramente sfociano nell’odio e in azioni razziste. Anche se, appena una decina di anni fa, si sono registrati in città episodi di violenza fra gruppi etnici distinti come quello fra curdi e turchi e fra serbi e albanesi nella “guerra delle birrerie”. E poi l’ultimo avvenimento, clamoroso, lo scorso luglio, con l’attentato incendiario al circolo Milad, un’associazione turca vicina all’opposizione anti Erdogan, presidente molto amato dalla diaspora turca insediatasi da noi. A Modena, le fratture all’interno del mondo dell’immigrazione sono di natura etnica, religiosa, politica e culturale.

uluCose turche. La comunità turca conta oltre 1500 residenti fra città e provincia. All’interno di questa comunità, ben integrata e con due associazioni distinte impiantate in città, ci sono i curdi di Turchia. Nazione senza Stato, i censimenti ufficiali in base alla nazionalità del residente li annoverano come turchi. In passato, intorno al 2006-2007, squadre di turchi organizzati hanno compiuto raid contro bar e locali di proprietà di cittadini curdi. Oggi, sebbene la situazione in Medio Oriente sia esplosiva, le due comunità convivono in relativa pace. “Non abbiamo nessun problema con i curdi, un popolo con il quale abbiamo convissuto per secoli. Abbiamo invece problemi con le formazioni armate curde che cercano la secessione”, dice Ozgur Ozcan, portavoce della moschea turca di via Munari. I curdi di Modena, circa 200, rispondono con una variazione sul tema: ”Non abbiamo nessun problema con i turchi, siamo popoli fratelli. Abbiamo invece problemi con Erdogan che consideriamo un autocrate”, dice Kenan Gorgulu, portavoce dell’associazione curda Azad. Così alla Ulu Camii, la moschea turca roccaforte dell’Akp a Modena, non è infrequente incontrare dei fedeli di origine curda. Mantengono un profilo basso e non amano parlare di politica. “In moschea si viene per pregare”, ricorda Ozcan.

Oltre alle questioni etniche, la comunità turca modenese è divisa politicamente al suo interno. Da una parte ci sono gli entusiasti dell’Akp e di Erdogan, la maggioranza dei turchi modenesi. Orbitano intorno alla Ulu Camii di via Munari e si sono recati in centinaia a votare presso il consolato di Milano all’ultimo referendum di inizio aprile, organizzando la trasferta con pullman e navette. Dall’altra parte c’è la minoranza: gli aderenti a Milad, un circolo culturale turco in via delle Suore. L’associazione è vicina all’oppositore di Erdogan, Fethullah Gulen ritenuto, dalle autorità di Ankara, la mente del tentato golpe del 14 luglio scorso. In quella lunga notte di passione un gruppo di turchi ha tentato di appiccare il fuoco al circolo “golpista”. “Non abbiamo nessun contatto e non vogliamo avere niente a che fare con quelli di Milad, sono dei traditori, hanno cercato di rovesciare l’ordine costituzionale dello Stato”, dice Murat Durgun, presidente della Ulu Camii.

moschea-turcaGuerre balcaniche. Anche con gli arabi non va meglio ma è una semplice e reciproca insofferenza per “quel senso di superiorità che hanno i turchi nei confronti degli arabi, retaggio dell’Impero ottomano, del colonialismo turco sull’ Africa settentrionale. Tuttavia, turchi e arabi sono musulmani e la moschea turca è frequentata anche da siriani, algerini e egiziani.

E’ scontata anche l’antipatia storica di gran parte dei balcanici nei confronti dei turchi, per gli stessi motivi degli arabi: “L’occupazione per cinque secoli delle terre serbe”, spiega Jovan, serbo di Modena. “I turchi hanno violentato le nostre tris-avole ed è per questo motivo che noi balcanici siamo un miscuglio di razze e non siamo biondi con gli occhi azzurri come gli slavi polacchi o i russi, per esempio”, aggiunge Jovan. Ma i serbi hanno a loro volta pendenze con gli albanesi, vicini ai turchi per religione e cultura. La tensione è etnica e politica ma anche religiosa. “La guerra del Kosovo brucia ancora, aggravata dall’indipendenza del paese, non riconosciuta dallo stesso governo serbo. Il Kosovo è considerato dai serbi la culla della loro civiltà e della cristianità nei Balcani”, racconta padre Giorgio Arletti, prete ortodosso della chiesa di Tutti i Santi.

Strani odori stranieri. In generale, gli slavi sono ostili ai musulmani e agli africani. Nei palazzi di via Fratelli Rosselli, all’incrocio con viale Amendola, vivono molte famiglie straniere. “I musulmani puzzano, hanno tradizioni diverse, le loro donne sono dei fantasmi, non salutano mai e dalle loro abitazioni esce in continuazione un forte odore di cipolla e di spezie. Inoltre fanno sempre baccano di notte durante il mese del Ramadan quando festeggiano e rompono il digiuno”, dice Liljana una ragazza bielorussa residente a Modena. I vicini di Liljana, una coppia di algerini, dicono a loro volta: ”Sono loro che puzzano con le loro fritture e l’odore di cavolo e verza ad ogni ora. E poi nei fine settimana si ubriacano e litigano”.

Padre Arletti
Padre Arletti

Sempre in ambito slavo, le tensioni in Ucraina si sono estese alla comunità locale. Ci sono due chiese idealmente contrapposte che dividono gli ucraini di Modena: la chiesa ortodossa di Tutti Santi, affiliata al Patriarcato di Mosca e la chiesa greco-cattolica ucraina di via Cavour. Le tensioni sono dovute a motivi politici: ”Nel paese è in corso una guerra civile e questa lacerante situazione si riflette all’interno della comunità”, afferma padre Arletti. “Ogni anno, noi ortodossi, organizziamo preghiere per la pace in Ucraina ma i manifesti che apponiamo vicino alla Chiesa di via Cavour vengono puntualmente strappati: la divisione nel paese è anche confessionale, gli ucraini che frequentano la nostra chiesa sono di origini russe, la nostra struttura è affiliata al Patriarcato di Mosca e quindi non mancano i simpatizzanti della Russia mentre quelli di via Cavour sono ucraini cattolici di destra che desiderano entrare nella sfera di influenza occidentale”, dice padre Arletti.

Tutti contro tutti. Discorso a parte meritano i Rumeni, la comunità straniera più numerosa della città. Spesso ben integrati nutrono un particolare disprezzo nei confronti dei rom, spesso accomunati al paese dei Carpazi per semplice assonanza. “In Romania abita la più grande comunità zingara d’Europa, sono persone subdole, che non rispettano la legge e sono leali solo a se stessi”, dice Alexandru, giovane carpentiere rumeno di Modena.

full-gospel-church-AFRICANIPer molti migranti e non pochi italiani, arabi e musulmani, sono termini equivalenti. Oltre agli est-europei, i musulmani sono invisi ai fedeli delle chiese evangeliche di Modena, circa una decina. Nella Full Gospel Chuch International di viale Mazzoni vengono a pregare gli africani sub-sahariani: ghanesi, nigeriani, gambiani. “Non abbiamo alcun contatto né simpatie per i musulmani – dice Frederick, nigeriano di Modena – nel mio paese è in corso una guerra contro Boko Haram, i fondamentalisti islamici: i musulmani sono dei violenti”. Anche i filippini non nutrono simpatie per i circa 30mila musulmani residenti nel territorio modenese: ”Sono arroganti, vogliono sempre avere ragione e sono i primi a auto-ghettizzarsi”, chiosa Ramon, filippino di Modena.

Ma la frattura nel mondo islamico modenese è anche interna. A Carpi si trova l’unica moschea sciita del territorio. E’ situata in via Unione Sovietica a fianco ad altre tre sale da preghiera sunnite. Si tratta di una convivenza forzata. Le due comunità non si sfiorano e promuovono eventi separati. “Gli sciiti sono degli eretici, non li consideriamo neanche musulmani”, dice Faysal, tunisino di Carpi. Dall’Alì Center, la struttura sciita, accusano: ”Sono dei wahabiti-salafiti, i sunniti sono intolleranti e il loro Islam illegittimo”.

E i modenesi? Come vengono visti dai migranti? In generale l’opinione è positiva: ”Non si sputa dentro al piatto in cui si mangia”, dice Ahmed, marocchino di Modena. Tuttavia fra i musulmani e gli africani cresce il timore di derive islamofobiche in città. “L’Islam e i suoi simboli, come il velo, vengono sempre più stigmatizzati”, dice un fedele della moschea di via Portogallo, la seconda struttura religiosa islamica della città per dimensioni. “I modenesi si sforzano di non apparire razzisti ma alcuni lo sono già da tempo, evitano qualsiasi contatto con gli stranieri anche sul lavoro”, dice Emmanuel del Gambia.

Se per gli esuberanti latinos i modenesi appaiono freddi e misurati è dal mondo slavo che piovono le critiche più aspre nei confronti dei modenesi e degli italiani in generale. La loro è una visione conservatrice, quasi trumpiana: “Dovete chiudere le vostre frontiere, ci sono troppi immigrati soprattutto musulmani, dovete bloccarli altrimenti l’Europa, l’Italia e Modena perderanno i loro valori cristiani”, dice Jovan il serbo. “Siete deboli e anche un po’ effeminati, inoltre le carceri in Italia sono dei resort, degli alberghi con bagno, doccia e televisore, è come se fosse una vacanza per i criminali: dovreste vedere le nostre carceri come sono”, dice Alexandru, il rumeno, secondo il quale il governo italiano dovrebbe costruire nuove prigioni e inasprire le condizioni di vita nelle galere.

Questi conflitti latenti ci mostrano che l’Europa, l’Italia e Modena non sono al centro del sistema solare ma sono uno dei tanti terreni di confronto e scontro di un mondo globale. Queste testimonianze rivelano che non tutto gira intorno ai paesi occidentali, che ogni area geografica ha i suoi attori. E che siamo sempre i “terroni”, o i “neri”, o gli “zingari” o i “morti di fame” per qualcun altro.

Immagine di copertina: graffito su un muro di Modena. 

Sassuolo, cosa raccontano le scritte anti immigrati

Martedì Sassuolo si è svegliata con i muri imbrattati. Nella notte di lunedì scorso sono spuntate delle scritte anti-Islam. Dipinte con della vernice nera recitavano ”Non siete i benvenuti”; “Islam merda”; “Negri a casa”. Accanto a queste parole, il simbolo della croce cristiana. I graffiti anti-Islam sono stati ritrovati davanti al centro islamico Al Medina di via Cavour e sui muri della stazione ferroviaria Sassuolo Terminal.

“Pensiamo a un gesto isolato di qualche ignorante o di un ubriaco, oppure una provocazione da parte di qualche giovane confuso”, ha detto subito Hicham Ouchim, presidente di Al Medina tentando di gettare acqua sul fuoco ma non rinunciando certo alla denuncia sia alla magistratura che sui media e i social.

La comunità islamica di Sassuolo ha subito ricevuto la solidarietà sia delle istituzioni che della società civile locale eppure sui social continuavano a comparire commenti quali “E’ qualcosa che pensano tutti i sassuolesi”. Per Hicham Ouchim le scritte non sarebbero opera di un gruppo organizzato, non sarebbero un’azione premeditata ma poco più che una bravata “anche se la situazione va monitorata perché si tratta di un’azione riconducibile all’intolleranza etnica e religiosa”.

antiIS06Non è la prima volta che il centro islamico Al Medina è bersaglio di scritte intimidatorie e offensive. “E’ già successo 4 anni fa e ancora prima nel 2008”, ricorda Zahi Qassim, vicepresidente di origine palestinese del centro. A Sassuolo ci sono due associazioni di musulmani ma solo una ha una sede fisica. Nella cittadina del distretto ceramico abitano oltre 40mila persone di cui 2700 sono di fede islamica. I musulmani rappresentano la metà dell’intera popolazione immigrata: il 7% dei residenti sul territorio sassuolese è di confessione islamica. Un’immigrazione impiegata come forza lavoro in una delle zone più produttive d’Italia.

Dalla moschea cercano di mantenere un atteggiamento il più possibile distensivo, quasi minimizzando la portata di quanto accaduto: ”Abbiamo ottime relazioni con tutti, sia con le istituzioni che con la società civile. Nonostante qualche frizione con le passate amministrazioni pubbliche le nostre iniziative sono trasparenti e aperte a tutta la cittadinanza”, dichiara Ouchim la cui associazione partecipa alla giornata “Moschee aperte”, agli eventi sportivi locali e alle iniziative di stampo multiculturale. ”Da qualche anno aderiamo a un gran numero di manifestazioni pubbliche e il nostro centro islamico è diventato anche oggetto di studio da parte delle scuole e degli istituti locali che vengono a visitare la sala di preghiera. Che cosa possiamo fare di più per “integrarci”?”, dice il presidente di Al Madina.

antiIS09Ad alcuni fedeli è sorto il dubbio che sia proprio per il suo attivismo nel senso del dialogo interreligioso e per i suoi ambiziosi progetti, come quello di edificare un centro polifunzionale nella vicina Fiorano, che la moschea è stata presa di mira. Qualcuno che ha voluto minare il processo di apertura alla città del centro islamico, avvelenare i pozzi di un percorso costruttivo. Al di là delle congetture, si teme il contagio, lo spirito di emulazione. Le scritte sui muri della stazione sono comparse poco dopo quelle sulla moschea. La grafia e i contenuti lasciano pensare a un unico autore le cui azioni non sembrano destare però l’indignazione della città. E la leggera esasperazione del presidente della moschea quando chiede ”Che cosa possiamo fare di più di quanto non stiamo già facendo per integrarci?”, sono forse un indizio di una convivenza difficile.

Mentre la maggioranza dei sassolesi sembra voler derubricare le scritte anti-Islam a graffito di cattivo gusto, altri, nello spazio virtuale, sottoscrivono un messaggio poco sofisticato ma netto: ”Non vogliamo più immigrati e islamici”. La confusione fra il piano etnico e religioso è alle stelle. I musulmani magrebini diventano la categoria egemone del mondo migrante, vengono chiamati i “Tunca” (ndr: per tunisini) o i “Marocchi” anche se indiani o pakistani e la loro stessa presenza è sinonimo di povertà, emarginazione e degrado.

“Ho inevitabili e cordiali contatti con gli italiani e i sassolesi sul lavoro ma in vent’anni di vita qui nessun sassolese mi ha mai invitato a casa sua nemmeno per un caffè”, dice Hakim, un 50enne marocchino padre di due figlie nate a Modena. Una sassolese doc che desidera mantenere l’anonimato spiega fuori dai denti:”I sassolesi hanno raggiunto livelli alti di benessere, è una città ricca e i residenti hanno una percezione classista dell’immigrazione: non riescono a capacitarsi che Sassuolo sia diventata una “brutta zona”, invidiano i formiginesi perché da loro ci sono meno immigrati. I magrebini, dal canto loro, si sono organizzati con i loro negozi e la loro moschea. In realtà a Sassuolo ci sono due società parallele”.

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A confermare che dietro alle scritte apparse in città esiste una storia di inclusione sofferta e incompiuta, c’è la situazione della seconda associazione islamica di Sassuolo, Al Huda.

Fondata più di 20 anni fa dai primi immigrati arrivati a lavorare la ceramica dal Nord Africa, l’associazione Al Huda non ha una sede fisica. Negli anni e dopo vicende alterne i 150 musulmani affiliati all’organizzazione si sono trovati costretti a riunirsi in uno spazio pubblico all’aperto, in via Regina Pacis, regolarmente autorizzati dalla municipalità. Una concessione che suona beffarda:“Sono sette anni che preghiamo in un parcheggio per tir e autotreni nell’assoluta indifferenza di tutti”, afferma il presidente della moschea che non c’è, Mustafa Ganimi. Nei venerdì santi e durante il Ramadan il quadrilatero di cemento senza muri e tetto si copre di centinaia di tappetini rivolti verso la Mecca, un punto nel cielo nero sassuolese. Ai lati del parcheggio, due bagni chimici per le abluzioni.

“E’ una vergogna, la politica non ha fretta di regolarizzare la nostra posizione, noi intanto abbiamo sempre più difficoltà a spiegare ai nostri figli, nati a Sassuolo e cittadini italiani, che non ci è concesso pregare in un regolare edificio, che quello che vale per gli altri non vale per noi musulmani”, dice un altro fedele di al Huda Anware Zourrigua secondo il quale la vita di un musulmano a Sassuolo è dura, “molti di noi sono qui da decenni, sopportiamo il sospetto e le insinuazioni di terrorismo ogni giorno, non mi stupisce che siano comparse delle scritte anti-islamiche in città”.

Il disagio mentale si combatte in cucina

L’ultima relazione del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche (Dsm-Dp) di Modena afferma di aver seguito 40829 persone, pari al 6% della popolazione residente nell’intera provincia, nel 2014. Si tratta di pazienti con malattie che vanno dalla depressione alle tossicodipendenze e alle psicosi più acute.

Se consideriamo solo la depressione, il più diffuso fra i disagi psicologici, per l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) sarebbero 322 milioni i malati nel mondo pari al 4,4% della popolazione mondiale. E’ la quarta malattia causa di invalidità sul lavoro e entro il 2020 sarà la seconda. Secondo l’Oms la malattia è aumentata del 20% rispetto a 20 anni fa mentre il suicidio correlato a un forte senso di depressione è diventata la seconda causa di mortalità fra i giovani tra i 15 e 29 anni d’età. In Italia, secondo la Società Italiana di Psichiatria, i depressi costituirebbero il 12,5% della popolazione, circa 7,5 milioni di abitanti. Solo un terzo di costoro si curano e le fasce di popolazione maggiormente interessate sono quelle a reddito basso o medio-basso, persone difficilmente in grado di sostenere le parcelle orarie settimanali di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti o psicanalisti (80 euro a sessione).

cucinaidee01Ma la depressione può essere solo l’inizio di un percorso patologico ben più grave, la punta dell’iceberg di un mondo molto più oscuro, sommerso e sfaccettato: il mondo dell’imperscrutabile, del disagio violento e imprevedibile, dello sviluppo psicotico e paranoide, della schizofrenia. Un’epidemia dell’anima, un naufragio sociale inarrestabile.

Se una società diventa sempre più ricca, allora perché la gente non è più felice? Questa è la domanda che sorge spontanea incrociando i numeri del Dipartimento di Salute Mentale di Modena e quelli dell’Oms. Ma il quesito più pertinente è forse capire di che cosa è ricca questa società. “Diventa ricca di prodotti ma povera di relazioni, o ricca di relazioni superficiali ma povera di profondità. E quel qualcosa di cui è ricca, risponde ai bisogni reali della popolazione? Viviamo in un presente in cui la stabilità e l’indipendenza economica sono chimere e dove regna la precarietà si insinua e prolifera il disagio mentale”, dice Luca Negrogno.

Luca Negrogno, ex-ricercatore universitario, sociologo con una specializzazione in etno-pschiatria, è un operatore sociale che lavora per l’associazione “Insieme a Noi”, una piccola ma combattiva realtà del modenese. Volontario dal 2009 si occupa oggi di progettazione e gestisce i laboratori lanciati dall’associazione, tra i quali spicca la “Cucina delle idee”. Il team di cui fa parte Luca è composto da personale specializzato le cui competenze permettono di sviluppare il lato complementare della cura, non medico. Sociologi, antropologi, educatori e operatori sociali che elaborano e promuovono progetti di inclusione sociale concreti: dal laboratorio musicale a quello di teatro, dalla colonia di vacanze ai corsi di cucina. “La spina dorsale dell’associazione rimangono i volontari e le famiglie dei pazienti con disagio e i pazienti stessi”. Centrali sono i gruppi di confronto e di discussione fra famiglie con problemi simili. “La reazione più diffusa è quella di chiudersi in casa, nascondere il malessere per timore delle giudizio altrui mentre i gruppi tentano di spezzare questi tabù mettendo in campo un’azione collettiva e sociale”, racconta Luca Negrogno.

cucinaidee02Al venerdì, l’associazione Insieme a Noi organizza corsi di cucina e momenti di aggregazione per gli 80 soci dell’organizzazione e per i numerosi simpatizzanti. Si chiama la “Cucia delle idee” ed è l’ultimo laboratorio creato dall’associazione. “L’obiettivo – spiega Luca Negrogno – è di sviluppare competenze in ambito ristorativo e promuovere eventi aperti alla cittadinanza, in una sede resa idonea, permettendo ai soggetti svantaggiati l’acquisizione di nuovi ruoli sociali, svolgendo un’importante funzione di contrasto allo stigma e ponendo i soggetti “presi in carico” in una condizione di partecipazione attiva”. Chi ieri era malato, oggi fa il volontario e insegna alla nuova utenza a cucinare. Ci si pone come educatore alla pari, o “peer educator”, ovvero educatori con un passato o un presente di disagio mentale simile a quello dei pazienti in cura o con esperienze di vita analoghe. E’ un concetto anti-gerarchico che l’associazione ha adottato sin dalla sua fondazione, nel 1994. Oggi l’associazione conta 80 componenti tutti con lo status di “socio” e non di “paziente” o di “parente di un paziente”.

La sede delle attività si trova in via Fonte San Geminiano Ovest, in zona Bruciata. Si tratta di un casolare semi abbandonato ribattezzato “La fonte” che i volontari dell’associazione Insieme a Noi hanno ristrutturato e riqualificato. Di proprietà dell’Asl, gli spazi della Fonte servono dal 2016 per socializzare, rompere la solitudine in cui versano pazienti e famiglie. “Ma anche per rompere il circolo vizioso di chi vive nel ruolo di “assistito”, per ritrovare un’autonomia quotidiana, per imparare a prendersi cura di se stessi partendo dai fondamentali: cucinare e mangiare in modo autonomo”, osserva Luca Negrogno.

Questo posto prima era una specie di purgatorio. L’associazione Insieme a Noi è nata quando i manicomi erano ancora in funzione e in origine era una struttura di transito per i pazienti dimessi dai manicomi ma non ancora in grado di vivere in maniera autonoma.

cucinaidee03Ad accoglierci, all’entrata del casolare, c’è Alessandro. Un uomo di mezz’età con gli occhi umidi dall’emozione. “Io ero malato e sono guarito. Mi ricoverarono nel 1989, ora sono volontario e faccio il cuoco, sono specializzato in dolci, preparo torte di mele e aiuto gli altri”, dice con candore. A fianco a lui c’è Paola Santisi, antropologa e aiuto-chef che presta Servizio Civile presso l’associazione: “Ci sono troppi pregiudizi intorno ai pazienti psichiatrici, qui de-costruiamo i preconcetti e sperimentiamo formule diverse di inclusione sociale, è proprio in questi momenti che escono le cose migliori dalle persone, il senso di mutuo-aiuto e di solidarietà reale e empatica”. Il pudore ci impone di non indagare troppo nel passato dei soci/utenti. “Si tratta della fascia di popolazione più fragile della società. Ma qui è difficile distinguere o riconoscere i pazienti dai volontari, i malati dai sani”, sostiene Tilde Arcaleni, presidentessa di Insieme a Noi e madre di un ex paziente.

In prima linea contro l’emarginazione e lo stigma sociale che colpisce i malati psichiatrici, l’associazione Insieme a Noi nasce nel 1994 dall’impulso di un gruppo di famiglie che vivevano sulla loro pelle il dramma della malattia mentale di un parente, di un figlio, di una sorella, di una madre. C’è qualcosa di eroico in queste famiglie: “All’inizio è come attraversare un deserto senza fine, non capivamo e non sapevamo cosa fare, incontrare l’associazione Insieme a Noi è stata la nostra salvezza”, afferma Valeria.

Il figlio di Valeria ha oggi 34 anni:”Dall’età di 19 anni ha cominciato a soffrire di psicosi, la diagnosi era: schizofrenia paranoide; nel tempo mio figlio è diventato ingestibile perché le manifestazioni della malattia mentale sono imprevedibili. Per un periodo si era convinto di appartenere al Mossad (ndr: i servizi segreti israeliani). Alla fine siamo stati costretti a ricorrere al Tso (ndr: Trattamento Sanitario Obbligatorio), una scelta terribile per una madre”. Tali situazioni, dicono i famigliari, sono potenzialmente distruttive, disgreganti, minano i rapporti famigliari, e la ricerca delle cause del disagio psichico diventano sensi di colpa insopportabili per “non essere stati una buona madre o un buon padre”. E’ un’oscurità quasi totale, un senso di abbandono, una solitudine ermetica: le famiglie tendono a chiudersi nel mutismo della sofferenza, di un’ingiusta vergogna.

Insieme a Noi lavora in stretto contatto con i servizi di salute mentale del territorio. Collabora attivamente al Mat, al Festival della filosofia, al progetto Social Point e negli anni ha fatto emergere e portato all’attenzione pubblica e sui tavoli istituzionali il dramma della malattia mentale. In un’ottica ribaltata, tenta di rendere il paziente parte attiva di un processo riabilitativo sfaccettato.

cucinaidee04L’utenza è molto variegata, con storie e percorsi molto personali, “difficile delineare categorie – avverte Luca Negrogno – c’è la ricca signora di mezz’età premurosa e attenta che nel vedere i figli crescere e costruirsi una vita autonoma sprofonda nella depressione più cupa, ci sono uomini adulti distrutti da separazioni e divorzi. Tuttavia la tendenza recente indica un aumento di utenti giovani e giovanissimi. Ragazzi fragili che attraversano la fase di passaggio all’età adulta in modo traumatico, arrivano da noi disorientati e spaventati: si tratta di giovani in forte crisi esistenziale, crisi peggiorata dalla situazione attuale dove il futuro promette ai giovani disoccupazione e precariato. Il senso di impotenza e di inutilità e l’assenza di prospettive di auto-realizzazione si intrecciano poi a comportamenti a rischio, all’uso di sostanze”.

Insieme a Noi rappresenta una “Zattera della medusa” che naviga nella tempesta del presente. Simbolo di una deriva contemporanea ma anche di una speranza di salvezza in un naufragio sociale che sembra colpire indiscriminatamente.

Per ottenere fondi europei e scavalcare il problema del sotto-finanziamento pubblico, l’associazione si è recentemente iscritta su di una piattaforma digitale dove raccoglie voti per consentire al laboratorio la “Cucina delle idee” di gareggiare con altri progetti di attivazione e inclusione comunitaria. “Per noi è importante presentare le nostre attività e mobilitare la nostra comunità, ogni voto che prendiamo è la manifestazione del peso che siamo riusciti a conquistare lottando tutti i giorni”, conclude Luca Negrogno.

In copertina: uno scatto di Maurizio Bergianti.

Quelle ragazze che non si prestano al giogo mediatico

La polemica è esplosa online con tanto di screen shot a documentare la proposta indecente: “Ti paghiamo e ti diamo visibilità in un grande network basta che fai la musulmana integralista coperta da capo a piedi”. Questa in soldoni la richiesta giunta a Sara Ahmed e a tante altre ragazze per farle abboccare a un giogo mediatico anti-islamico sempre più frequente che nutre oggi la forma di razzismo più diffusa in Occidente: l’islamofobia. La denuncia parte da un gruppo di ragazze musulmane di seconda generazione che hanno ricevuto tutte più o meno la stessa richiesta da parte di un noto programma della TV commerciale. “Mi hanno chiesto di interpretare una musulmana maltrattata dal marito barbuto violento, o in alternativa di inscenare la protesta di una petulante fondamentalista musulmana in burqa che litiga con il preside della scuola del figlio perché in classe c’è un crocifisso o un presepe”, dice Sara Ahmed, 25enne, egiziana, studentessa in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma.

Una messa in scena pretesa dalla redazione del programma che ha semplicemente spulciato fra i profili personali dei gruppi Facebook dei musulmani in Italia per trovare contatti e soggetti che si prestassero a confermare i più biechi cliché sui musulmani. “Non sono stata la sola ad essere stata contattata – continua Sara – nei media italiani prolifera la tendenza a giocare al massacro sulla pelle dei musulmani cavalcando le paure popolari intossicate da una propaganda anti-islamica” che si è intensificata nell’ultimo biennio a causa degli attentati in Europa attribuiti all’Isis.

“Non siamo un format televisivo, siamo stufi di essere dipinti come macchiette o fenomeni da baraccone quando non apertamente come terroristi”, dice un’altra ragazza che desidera mantenere l’anonimato e che è stata contattata per lo stesso programma. Sara Ahmed aggiunge: ”è scorretto ed è pura disinformazione: non conosco musulmane di seconda generazione maltrattate e in condizione di subalternità, la realtà delle seconde generazioni in Italia è molto più complessa e articolata: oggi queste ragazze studiano, si laureano e partecipano alla vita civile; e poi è ora di finirla con la questione del burqa perché questo tipo di velo si porta solo in Afghanistan ed è un retaggio culturale locale e non una prescrizione religiosa”.

La facile stigmatizzazione televisiva della diversità non è un fatto nuovo in Italia. Basti ricordare il recente caso del falso rom polivalente che spiegava poco più di un anno fa davanti alle telecamere di un programma Mediaset i dettagli del suo lavoro di ladro e truffatore incallito. Il “rom” era un attore amatoriale ed è finita che il giornalista incaricato del servizio, Fulvio Benelli, è stato licenziato.

“Sono colpevoli di aizzare gli istinti più bassi del pubblico. L’intento è di soffiare sul fuoco quando si parla di Islam mostrando i musulmani come incompatibili con le società occidentali, si tratta di vera denigrazione a sfondo religioso. I media sono responsabili di amplificare situazioni che nella realtà sono molto rare, gli uomini dispotici esistono in ogni latitudine e orizzonte religioso ”, conclude Sara Ahmed.

Anche a Modena è successo un episodio analogo. Un tentativo di reclutamento e di riproduzione “di un’idea di donna musulmana”. Un episodio rivelatore delle difficoltà di fare informazione, anche in buona fede, sull’Islam senza rimestare nel fango, evitando di utilizzare le due macro-categorie pret-à-porter maggiormente in voga: da una parte i musulmani estremisti e luttuosi che rifiutano l’integrazione e odiano gli europei e dall’altra abbiamo, al contrario, i musulmani troppo moderni, occidentalizzati, immemori delle loro origini, quelli che riempiono le pagine di cronaca nera dei rotocalchi, ma non solo ,quando succede qualche dramma famigliare del tipo: “Fatima è stata uccisa dal padre perché voleva vivere all’Occidentale: andava in discoteca e portava la minigonna”.

L’autunno scorso una trasmissione più blasonata e progressista del servizio pubblico ha incassato un secco ma educato “niet” da parte di alcune ragazze modenesi di famiglia musulmana.

In questo caso l’idea preconcetta da confermare era quella della musulmana moderna, indipendente, emancipata. Come dire: l’Islam è una religione di oppressione e liberticida e le ragazze di seconda generazione che non si velano o che reinventano il loro modo di portare il velo sono le nuove femministe, le eroine di una guerra per la libertà individuale, interpretata con i canoni occidentali.

Hayette Chiekh, modenese di origini marocchine, cresciuta in Emilia, musulmana velata e praticante nonché studentessa universitaria è una delle ragazze che ha rifiutato. “Non mi sono fidata, non sapevo quale messaggi volevano veicolare e in questi tempi è sempre meglio mantenere un profilo basso, se si è musulmani praticanti come me”, dice la ragazza, cofondatrice di Verde Jennah una start up di Modena attiva nel campo della moda islamica applicata all’Occidente.

“Credo che sia anche molto poco professionale contattare a casaccio delle musulmane setacciando sui social network i profili di musulmane plausibili, lo considero una bassezza e un’intrusione: la religione è una cosa talmente personale che le vere credenti non si prestano a questo massacro mediatico”, dice Hayette. “Il risultato finale di queste trasmissioni, siano esse in buona o in cattiva fede, è quello di lasciare giudicare ad un pubblico fortemente prevenuto nei confronti dell’Islam, la vita di noi giovani musulmane. Non ci trovo niente di positivo, inoltre molte di noi rivendicano solo il diritto di non apparire, di non partecipare a dibattiti viziati e intossicati in cui veniamo passate sotto i raggi X da persone non necessariamente qualificate a farlo: no, grazie”, chiosa la studentessa.

All’opposto estremo troviamo un’altra ragazza di origini marocchine, non velata e vestita in modo casual, che preferisce rimanere anonima. Anche lei è stata contattata. Anche lei ha declinato l’offerta. “Per me si trattava di una trappola, dovevo incarnare la ragazza musulmana non velata, ribelle e anti-conformista ma io sono solo una ragazza come tante altre, studio, lavoro e vivo il mio tempo”. In questo caso si trattava di affibbiare a certe musulmane una caratteristica individualista liberatrice dalle catene delle prescrizioni dell’Islam. “Ma io non mi sento rappresentativa di nessuna categoria e soprattutto non voglio passare per una rinnegata, per una ragazza che ha abbandonato le sue radici”.

Queste testimonianze ci parlano della percezione e delle forzature che colpiscono le seconde generazioni di famiglia musulmana, specialmente di genere femminile poiché un velo in testa oggi non passa inosservato ed è confuso come simbolo politico, di chiusura comunitaria, di autoghettizazione. Queste ragazze che si rifiutano di partecipare appartengono a un mondo, quello islamico, che non è un monolite e nel quale esiste una via di mezzo fra gli estremi rappresentati dai media, una realtà più equilibrata che non trova spazio nei mainstream sospeso nell’idea di una musulmana in burqa maltrattata e di una musulmana in minigonna, donnaccia dell’Occidente.

Il Natale degli ortodossi a Modena, una “comunità in via d’estinzione”

Erano in centinaia, soprattutto di origine slava, ad assistere alle celebrazioni del Natale cristiano-ortodosso. Una religione di migranti che coinvolge circa 12mila cittadini di origine est-europea residenti nel territorio modenese. La liturgia si è tenuta presso la Chiesa di Tutti i Santi in piazza della Liberazione sabato 7 gennaio. “Uno sfasamento di 13 giorni rispetto al calendario gregoriano in uso fra i cattolici”, spiega Padre Giorgio Arletti, prete ortodosso e parroco della Chiesa di Tutti i Santi, una delle tre strutture religiose ortodosse presenti in città.

La comunità ortodossa modenese è frammentata come lo sono le stesse chiese suddivise in chiese nazionali con un proprio apparato ecclesiastico al cui vertice c’è un patriarca. “Pur essendo ortodossi, i greci, i rumeni e i bulgari seguono il calendario gregoriano mentre la maggioranza degli osservanti, georgiani, serbi, moldavi, ucraini e russi hanno mantenuto quello giuliano”, dice Giorgio Arletti.

Affiliata al Patriarcato di Mosca e fondata nel 1984, la chiesa di Tutti i Santi è la più antica struttura di rito ortodosso della città. Dal 2006, in città sorge anche una chiesa rumena guidata dal religioso Costantino Totolici di Bucarest. Ha sede presso la chiesa di San Bartolomeo ed è la più frequentata della città. Dal 2015 si è aggiunto anche un gruppo moldavo al panorama ortodosso locale che si riunisce ogni domenica presso la Polisportiva di via Panni. Infine, da non confondere con le chiese ortodosse, c’è la chiesa cattolica di rito bizantino in via Cavour.

La liturgia del Natale ortodosso non prevede nessuna cerimonia particolare. Si celebra messa la notte del 6 e alla mattina del 7 gennaio. Di solito dopo la funzione la comunità si ritrova per cena o per pranzo. “Sono ricchissime le tradizioni legate al Natale nel mondo ortodosso – dice padre Arletti – come per esempio quella dei bambini che vanno per le case a cantare le canzoni natalizie e a reclamare dolci particolari simili al panettone. La tradizione forse più bella è quella del taglio della torta in onore di San Basilio il Grande all’interno della quale si cela una moneta: fortunato colui che la trova!”.

Dentro alla chiesa dove le statue sono proscritte a favore delle icone, c’è un albero di Natale. “Non è uso fra gli ortodossi esporre il presepe. Questa tradizione risale infatti a Francesco d’Assisi che non è riconosciuto come santo dai patriarcati ortodossi”, ricorda padre Arletti.

Giorgio Arletti è nato a Modena nel 1951. E’ un insegnante di lettere in pensione . Si è avvicinato al cristianesimo ortodosso nel 1974 quando entra a fare parte del coro della prima chiesa ortodossa d’Emilia Romagna, in via Sant’Isaia a Bologna. E’ ordinato prete ortodosso dal Patriacato di Mosca nel 1984, anno in cui entra in funzione la Chiesa di Tutti i Santi a Modena.

In questa immagine e in quella di copertina: Padre Arletti.
In questa immagine e in quella di copertina: Padre Arletti.

“Dalla sua fondazione la nostra chiesa ha celebrato 1960 battesimi, 90 funerali, 300 matrimoni, oltre 1000 benedizioni di case”, riepiloga padre Arletti. Il boom demografico della comunità ortodossa si verifica nel 1994-’95, qualche anno dopo la caduta del comunismo. “Il culmine si raggiunge nei primi anni del 2000: secondo alcune stime il cristianesimo ortodosso conta circa 2 milioni di fedeli in tutta Italia ed è oggi la seconda religione del paese, dietro al cattolicesimo e prima dell’Islam. La maggioranza sono cittadini di nazionalità rumena che da soli compongono il 50% dell’intera comunità ortodossa italiana con 240 chiese legate al Patriarcato di Romania sparse sul territorio nazionale”, specifica il prelato. Sono 67 le chiese in Italia che dipendono, invece, dal Patriarcato di Mosca come quella di Tutti i Santi a Modena, “una chiesa multietnica aperta a tutti i praticanti”, ricorda don Arletti che da 23 anni è anche il cappellano ortodosso deputato alle visite ai detenuti in carcere.

I fedeli della Chiesa di Tutti i Santi sono in maggioranza di nazionalità ucraina, moldava, rumena e serba. Non mancano gli italiani spesso in compagnia delle mogli o fidanzate dell’est Europa. “Ci sono tante coppie miste a Modena, ogni anno registriamo una decina di conversioni, si tratta soprattutto di uomini italiani che seguono la religione della coniuge”, osserva il religioso.

Fra ì membri della comunità ortodossa modenese troviamo tutte le professioni e le situazioni sociali: dal medico al manovale. “Il cristianesimo ortodosso resta una religione di migranti, il 90% sono stranieri”, indica don Arletti. “Ma vi prego – aggiunge – di non svalutare la nostra comunità: non si tratta di una religione di badanti e muratori. E soprattutto non trattateci come una settuncola evangelica americana nata ieri: siamo depositari di una tradizione religiosa antichissima”.

Don Arletti racconta delle frizioni interne alla comunità dovute a motivi politici: ”Le tensioni più forti arrivano dai migranti ucraini, molto divisi anche a Modena. Rendiamoci conto che nel paese è in corso una guerra civile e che questa lacerante situazione si riflette all’interno della comunità ucraina”, afferma il prelato. Quest’ultima localmente si divide fra la chiesa di Tutti i Santi e quella greco-cattolica ucraina, ovvero cattolici di rito orientale fedeli alla Chiesa romana. “Ogni anno organizziamo preghiere per la pace in Ucraina, e i manifesti che apponiamo vicino alla Chiesa di via Cavour vengono puntualmente strappati: la divisione nel paese è anche confessionale, gli ucraini che frequentano la nostra chiesa sono di origini russe, la struttura è affiliata al Patriarcato di Mosca e quindi non mancano i simpatizzanti della Russia di Putin mentre quelli di via Cavour sono ucraini cattolici di destra che desiderano entrare nella sfera di influenza occidentale”, dice padre Arletti.

Situazione diversa per i serbi di Modena:”Vengono spesso a pregare portando i loro amici croati e bosniaci, festeggiano insieme le feste religiose e quelle nazionali, ma i serbi soffrono ancora per il Kosovo, culla della civiltà e del cristianesimo nazionale: è come se all’Italia avessero strappato la Toscana”, chiosa don Arletti.

La chiesa ortodossa a Modena perde fedeli. “Dei 12mila ortodossi residenti in città solo il 5% frequenta regolarmente la parrocchia. Siamo una comunità destinata a estinguerci, le famiglie smettono di praticare, i bambini di famiglia ortodossa seguono la religione cattolica a scuola. In generale la religione di maggioranza, il cattolicesimo, come spesso accade, tende a fagocitare quelle di minoranza: la comunità ebraica di Modena si è ridotta drasticamente non tanto a causa delle persecuzioni ma a causa dei matrimoni misti e per l’abbandono delle tradizioni ebraiche da parte delle famiglie ebree. Ecco, a noi, entro una generazione, capiterà la stessa cosa”, conclude Giorgio Arletti.

Il dramma siriano raccontato da una giovane immigrata a Modena

“E’ una rivoluzione tradita, la fine di ogni speranza di democrazia e libertà, ora il paese è da ricostruire mentre per rifare la rivoluzione bisognerà aspettare almeno una generazione”. Parla Diana Kassem, studentessa 23enne di origine siriana ma nata e cresciuta a Modena. E’ di Homs, altra città prima ribelle e poi martire, rasa al suolo al 90% nel 2012-2013. E’ da Homs infatti che la ribellione è diventata lotta armata, che la rivolta è degenerata in guerra civile.

Diana Kassem
Diana Kassem

Dal 2010 sul campo sono morti almeno un milione di persone e il precipitare della situazione ha costretto alla fuga centinaia di migliaia di siriani poco abituati ad espatriare. I siriani non sono come gli altri immigrati arabi che varcano il Mediterraneo, è un popolo molto istruito che parla il “fussa”, cioè l’arabo classico incontaminato dai dialetti regionali. In confronto all’immigrazione marocchina o tunisina quella siriana è sempre stato molto minoritaria. Risultato di un paese che aveva raggiunto importanti conquiste sociali, un certo benessere economico grazie a un sistema di welfare molto evoluto per il Medio Oriente.

Il rovescio della medaglia è l’assenza dei diritti politici, delle libertà personali e di espressione. Una dittatura instaurata negli anni ’70 dal padre dell’attuale presidente, l’ufficiale dell’aeronautica siriana Hafez al Assad, di confessione sciita-alawita, che prese il potere con un colpo di stato sostenuto dal partito da allora egemone nel paese, il Baath.

Con il Baath nascono una miriade di servizi di sicurezza interna, come il famigerato Mukhabarat, responsabile di migliaia di sparizioni e esecuzioni sommarie: ”Il figlio è peggio del padre, la sua è una vendetta contro intere città che nelle varie fasi della guerra civile si sono sollevate contro di lui”, spiega. Aleppo non si è schierata subito: è il cuore economico del paese, dei bazaar e dei suq, dei lucrosi commerci d’oro, di sapone e di cotone. “La sorte di Aleppo è quella della distruzione quasi completa di una città millenaria come è accaduto prima con Homs”, afferma Diana.

Aleppo, prima della guerra. Fonte immagine: Watchsmart.
Aleppo, prima della guerra. Fonte immagine: Watchsmart.

Le informazioni che riceve questa giovane italo-siriana sono fonti dirette: famigliari e amici bloccati nell’inferno siriano. Alcuni sono riusciti a fuggire: chi in Arabia Saudita o in Turchia, altri in Scandinavia o in Germania. “E’ un disastro umanitario anche sotto il profilo della diaspora, famiglie intere separate, affetti abbandonati, un popolo distrutto”, dice Diana con il cuore pesante. L’universitaria parla spesso con lo zio per telefono grazie all’applicazione Viber. Lui è rimasto intrappolato a Homs “ma vuole scappare dal paese e raggiungere il Libano”.

Altri amici di famiglia sono rimasti ad Aleppo e raccontano di una realtà allucinante: ”I più deboli non sono riusciti a scappare, cioè gli anziani e gli orfani. Ed è partita la caccia al dissidente, al ribelle, e per catturarli e ucciderli tutti Bashar si è accanito contro la popolazione civile superstite, ovvero circa 150mila persone”, dice Diana. Un tempo la città era una metropoli di 3 milioni di abitanti. “Le strade di Aleppo sono irriconoscibili, coperte di macerie, gli edifici polverizzati dall’aviazione russa, in giro c’è un clima di terrore e di regolamento di conti, le persone vengono giustiziate nelle piazze, le teste rotolano per le strade, gli orfani si contano a migliaia; inoltre i miliziani sciiti rastrellano le case e obbligano la popolazione sunnita a convertirsi o a morire, le persone non escono dalle loro abitazioni se non con la forza: con la guerra civile si è scatenato un odio confessionale che il paese non aveva mai attraversato, sospeso da tre generazioni nell’utopia del socialismo arabo e del culto della personalità degli al Assad”, dice la giovane.

Prima della guerra in Siria vigeva un clima di paura e di delazione. Un detto damasceno dice che “la metà della popolazione lavora per il Mukhabarat, e l’altra metà collabora con esso”, cioè fa la spia. Secondo Diana Kassem i prodromi della rivolta diventata guerra civile sono da ricercare nello stato di polizia e nella repressione di un regime dittatoriale gestito in maniera quasi clanica dalla minoranza sciita-alawita del paese, circa il 10%, quanto quella cristiana prima della guerra.

Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.
Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.

Una repressione verso qualsiasi tipo di opposizione al regime. “Bastava poco per farsi arrestare e torturare, magari solo una parola critica nei confronti del presidente le cui immagini tappezzavano ogni strada del paese; mio zio è stato incarcerato per 6 mesi per aver espresso giubilo alla notizia della morte di Hafez al Assad, padre dell’attuale presidente: è uscito dal carcere con la gamba e il braccio fratturato, livido in corpo, l’anima rotta”, rievoca Diana. “Sin da bambina ricordo gli avvertimenti di mia madre appena seduta sull’aereo in volo per Damasco. Mi ripeteva di non parlare mai di politica, di non menzionare mai il presidente e la sua famiglia, di non lamentarsi mai in pubblico”.

Diana e la sua famiglia non possono tornare nel paese se non rischiando il carcere:”C’è una lista nera governativa dei siriani all’estero in cui la mia famiglia, da sempre critica verso il regime degli al Assad, è sicuramente inserita”. Secondo Diana i metodi degli interrogatori siriani sono medievali:”Il regime usa le scariche elettriche, strappano le unghie una ad una”.

Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.
Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.

Quello che più fa soffrire questa giovane italo-siriana che veste in maniera sobria e non porta il velo, benché si dichiari musulmana sunnita, è il fallimento di una rivoluzione democratica, corrotta da troppi attori e interessi: ”E’ dura ammettere che ci hanno abbandonati: i ribelli in Siria non erano tutti tagliagole dell’Isis o di al Nusra, ad Aleppo c’erano i ribelli della prima ora, quelli che rivendicavano un’estensione dei diritti civili e la transizione democratica. Ora il mio paese è tornato all’età della pietra, è un ammasso di rovine su cui incombe la rappresaglia totale di quel macellaio di Bashar al Assad che sta sterminando il suo stesso popolo. E’ ancora più triste osservare che la società è dilaniata dall’odio religioso, un fenomeno che rimarrà nella memoria collettiva: proprio la Siria, un paese multiconfessionale che contava il 10% di cristiani, un’importante comunità ebraica proprio ad Aleppo, e tante minoranze etniche. Ora questo mosaico è esploso in mille pezzi”, dice Diana.

E dire che a un certo punto Diana e la sua famiglia hanno pensato di tornare a vivere in Siria:”Era il 2009, un anno prima della rivoluzione, ci abbiamo pensato seriamente: in Siria se stavi alle regole si stava bene, c’era lavoro, noi avevamo una casa di proprietà mentre in Europa la crisi cominciava a mordere. Ma fossi rimasta avrei aderito alla lotta contro Bashar al Assad”.

In copertina: una piccola rifugiata siriana (Foto in Licenza CC di Bengin Ahmad).

Café wars: quando curdi e turchi se le davano nei bar di Modena

“Se sconfiggeremo l’Isis avremo più forza negoziale per arrivare a un accordo e ottenere l’autonomia del popolo curdo, Assad non può permettersi un’altra guerra”. Parla Kenan Gorgulu, portavoce di Azad, un’associazione informale, senza sede, di cittadini curdi impiantata da oltre 20 anni in Emilia Romagna e legata alla rete Kurdistan, un network con ramificazioni internazionali.

Il nostro appuntamento si svolge in un bar di infimo ordine nella zona della stazione delle corriere: fra slot machine, un paio di prostitute e gli immancabili spacciatori sorvegliati a vista dal barista cinese. Kenan arriva puntuale con un altro uomo. Entrambi vestono di scuro, portano giacche di pelle. Entrambi, fisicamente, sono massicci, alti e robusti, con il viso severo e lo sguardo fiero. Il portavoce dei curdi d’Emilia si siede di fronte a me e mi fissa negli occhi, mentre il secondo uomo prende posto al tavolino accanto e con aria vigile scruta le persone che entrano nel locale. Gli chiedo se l’uomo sia la sua guardia del corpo ma Kenan scoppia in una risata e dice: ”No, macché guardia del corpo, è un amico, siamo in Italia e ci è permesso di fare politica per la nostra causa”. Il dubbio rimane, Kenan prima di cominciare l’intervista pone come condizione di non essere registrato e anche per le foto è molto reticente: ”Quando le scattiamo in manifestazione le cancelliamo subito dopo averle fatte circolare fra i compagni”, mi spiega.

Kenan Gorgulu
Kenan Gorgulu

Nazione senza Stato, è difficile quantificare la presenza dei curdi a Modena e provincia. I censimenti ufficiali in base alla nazionalità del residente li annoverano come turchi. “Fino agli anni ’90 c’erano oltre un migliaio di curdi nel territorio, oggi a causa delle migrazioni verso la Germania e il nord Europa ne sono rimasti circa la metà”. La maggior parte di loro è originaria del Kurdistan turco, Kenan è di Konya, la città santa situata nel cuore dell’Anatolia. Arrivato a Carpi 15 anni fa, Kenan è sposato e ha due figli, di lavoro fa il commerciante di tessuti.”Quasi tutti i curdi di Modena e provincia vengono dalla Turchia, molti fanno lavori manuali, sono operai, muratori e ristoratori, la maggior parte dei ristoranti di kebab è infatti gestita da curdi e non da turchi”, dichiara il portavoce di Azad.

I curdi, come nazione, lottano per la loro indipendenza sin dalla disgregazione dell’Impero ottomano. Popolo dall’identità forte, non araba, sono la nazione più numerosa al mondo senza uno Stato. 40 milioni di abitanti con una loro lingua e una terra, il Kurdistan, un territorio grande quanto la Francia che si estende dalle pianure dell’Anatolia fino ai monti Zagros in Persia. La Storia è stata inclemente con i curdi: ”In nessuno stato in cui siamo minoranza etnica ci concedono quei diritti indispensabili a proteggere la nostra identità: la nostra è una storia di persecuzioni, di lotte per la sopravvivenza e di esperimenti politici come il confederalismo democratico in Rojavà (ndr: Kurdistan siriano)”, spiega Kenan.

 

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Il portavoce di Azad rivela che l’obiettivo politico primario per i curdi è ottenere un’autonomia politica all’interno degli stati dove essi vivono: ”Vogliamo che la Turchia cambi la sua costituzione e riconosca i diritti alla minoranza curda”, dichiara Kenan. Secondo Azad la maggioranza dei curdi residenti sul nostro territorio è simpatizzante del partito di sinistra filo-curdo HDP e considera ancora Abdullah Ocalan il proprio leader. Quest’ultimo è il fondatore del PKK, organizzazione armata sorta negli anni ’80 considerata dagli Stati Uniti e dall’Ue una banda terrorista. Nel 1999 il governo di Massimo D’Alema sembrava garantirgli lo status di rifugiato politico, invece fece una figura di merda cosmica. Il resto è storia nota, Ocalan è espulso dall’Italia e sequestrato dai servizi servizi segreti turchi sostenuti da Cia e Mossad, a Nairobi in Kenya. Un angolo da favola con le spiagge bianche.

“E’ stato un vero tradimento; per noi curdi è stato duro riconoscere che Ocalan era stato infamato dall’Italia. Ma non ci consideriamo terroristi, siamo un’associazione non violenta che lotta per i diritti umani”, ripete Kenan.
In Italia come nel mondo la causa curda attrae e affascina una nuova generazioni di militanti della sinistra radicale, foreign fighters per la causa curda come Davide Grasso, il giovane torinese studioso di filosofia e Karim Franceschi, un attivista marchigiano legato ai centri sociali:”Non facciamo proselitismo armato né reclutamento ma siamo orgogliosi dei nostri compagni stranieri che combattono al nostro fianco: questi militanti sono sempre esistiti, dalle brigate internazionali attive in Spagna nella guerra civile ai militanti internazionalisti in Chiapas”, ricorda Gorgulu.

Kenan narra dei rapporti con i turchi e spiega che un certo livello di violenza politica è sempre esistito a Modena. Anche la comunità turca è molto politicizzata, e l’affaire Milad ne è una dimostrazione. La stragrande maggioranza di essi è affiliata all’AKP, il partito del presidente Erdogan. Kenan ricorda le “guerre dei café” a Modena del 2006-2007 con gruppi di turchi organizzati che tentavano dei raid contro bar e locali di proprietà di cittadini curdi: ”Hanno tentato di assaltare più volte un bar nei pressi del teatro Storchi ma ci siamo difesi: noi curdi non nutriamo nessuna animosità nei confronti dei turchi, per secoli abbiamo condiviso la stessa terra, la nostra ostilità riguarda il sistema politico turco che non esitiamo a definire fascista”. Ed è questo anti-fascismo dichiarato il collante con le realtà della sinistra più dura: ”Ci consideriamo anti-capitalisti e anti-imperialisti, la guerra contro i curdi è una guerra sporca per la terra ma anche di interessi economici contrapposti e di un business sulle armi molto lucrativo. Ci identifichiamo con la sinistra perché tradizionalmente è la realtà politica che si è sempre distinta per la difesa dei popoli oppressi”.

Per questo stesso motivo i curdi simpatizzano con i palestinesi, altro popolo senza patria al centro di giochi politici mondiali. “In generale andiamo d’accordo con tutti, turchi inclusi, siamo lavoratori immigrati sarebbe ridicolo farsi la guerra qui in Italia, certo se fossi rimasto in Turchia probabilmente oggi sarei un guerrigliero”, ammette Kenan che è scappato dalla Turchia da disertore, come molti suoi connazionali: ”Dovevo fare il servizio militare obbligatorio ma non sopportavo l’idea di sparare contro il mio popolo, così sono fuggito”.

Nella complessa identità di questo popolo trova spazio anche l’Islam. Kenan è musulmano praticante e come lui quasi tutti i curdi di Modena. D’altra parte lo stesso Saladino, comandante di origine curde, era musulmano e difensore dell’Islam. “Noi crediamo in un Islam moderato, moderno e democratico, quelli dell’Isis sono degli eretici assassini, ma l’Islam è una religione di pace e fratellanza”, conclude il portavoce di Azad.