Tenete fuori i ragazzini dalla vostra guerra

Questa immagine di Olesya Zhukovska, la giovanissima infermiera volontaria ucraina ferita il 20 febbraio scorso negli scontri di Kiev, ha fatto il giro del mondo insieme al famoso tweet da lei stessa postato subito dopo essere stata colpita: “sto morendo” (fortunatamente non è andata così. Soccorsa, è stata operata d’urgenza e si è salvata). Tweet replicato in automatico anche sul suo profilo di VKontakte, la versione russa di Facebook. E che insomma, senza voler fare del complottismo che qualcuno – come vedremo in seguito – sta già facendo, porta quantomeno a qualche riflessione, se una giovane che ritiene di essere in punto di morte, la prima cosa che fa è lanciare un tweet.


Come sia stato possibile, lo ha spiegato ieri lei stessa su un altro social network a cui è iscritta, ask.fm (assurto da noi agli onori della cronaca in questi giorni dopo il suicidio di una adolescente padovana vittima di bullismo su quel social): “In quel momento, ho davvero pensato che stessi morendo e, sanguinante in ambulanza, ho preso il telefono e sono riuscita a inviare un messaggio in bacheca, che si è diffuso in automatico su tutti i social network“.

La ragazza è diventata subito un simbolo della rivolta in Ucraina del movimento cosiddetto EuroMajdan che, dopo mesi di scontri, ha portato alla destituzione dell’ormai ex presidente Viktor Yanukovich. I media di tutto l’occidente hanno subito esaltato la figura della giovane infermiera Olesya, colpita quasi a morte da un cecchino (o, più probabilmente, da una pallottola vagante) nonostante la vistosa pettorina con la croce rossa, infilandola d’ufficio dalla parte dei “buoni”  contro la malvagità della crudele repressione tentata da Yanokuvich.  Le rivoluzioni, si sa, hanno bisogno di simboli, ruolo che – suo malgrado – è stato assegnato a questa ventunenne originaria della regione di Ternopil, ad ovest del Paese, area considerata filo-occidentale.

Naturalmente, in questa ennesima variante balcanica della nuova guerra fredda – sottotraccia per il momento – tra Russia e Stati Uniti, la distinzione tra buoni e cattivi è sempre piuttosto labile. E’ difficile infatti, considerare simili a dei cavalieri Jedi i militanti di Pravy Sektor, Settore Destro, movimento estremista che ha avuto parte molto attiva nella rivolta di questi ultimi mesi. Movimento di cui farebbe parte, titola il Manifesto di ieri, anche la giovane Olesya.

manifesto

Secondo il quotidiano comunista, Olesya avrebbe raccontato ieri su Vkon­takte “la sua sto­ria e la sua mili­tanza. Pro­viene dalle regioni occi­den­tali, le più anti russe, ser­ba­toio delle forze in piazza a Kiev. E non solo. Per­ché Ole­sya ha sot­to­li­neato di fare parte di Pra­viy Sek­tor (Set­tore Destro), gruppo non solo di destra, ma pro­pria­mente neo­na­zi­sta e tra i più anti­se­miti e vio­lenti nella piazza di Kiev. Sì, è il sim­bolo della «rivolta» ucraina“.

In realtà, sul profilo Vkon­takte della ragazza non si trova nulla della “sua storia e della sua militanza”, certamente non in un post di ieri, visto che mi sono preso la briga di tradurli tutti (grazie al traduttore di Google, naturalmente, non sono così poliglotta) dagli ultimi fino a qualche settimana fa. Più probabilmente la fonte dell’articolo del Manifesto è questo pezzo pubblicato il 21 febbraio su New Republic, storica rivista statunitense recentemente acquistata da Chris Hughes, il ventottenne co-fondatore di Facebook insieme a Zuckerberg.

L’autrice, Julia Ioffe, oltre a portare una serie di argomentazioni imbarazzanti e velatamente complottiste sul ruolo della ragazza, cita a su volta la pagina di VKontakte di Olesya, in cui effettivamente sono presenti diversi link al Pravy Sektor. Il che è sufficiente per il Manifesto, come ovvio, per annichilire la ragazza-simbolo. E convincere molti che insomma, il simbolo non è poi tanto simbolico, visto che sarebbe una neo-nazi. A tanti, in Italia, la cosa piace, come dimostra questo pezzo dal titolo emblematico: Chi è  la giovane ucraina per fortuna salva dopo aver twittato “Muoio”. Sottinteso, secondo me, “chi è davvero” la giovane ucraina. La domanda che si pone il titolo è molto interessante. Chi è davvero Olesya Zhukovska?

A scorrere i contenuti del suo profilo del Facebook russo l’immagine dell’eroina (right wing) prontamente riciclata nel ruolo di truce neo-nazi (left wing), ne esce un po’ sbiadita. Nella sua “pagina pubblica” di VKontakte (tipo le pagine ufficiali di Facebook, diverse dalle pagine personali) spiega di averla voluta aprire per “tenere tutte le mie poesie, citazioni, immagini, e così via, in un unico posto, piuttosto che sparse in pagine diverse“.

Poesie, se possiamo così definirle, tipo questa:

Sarò banale, ma io amo le rose
Naturalmente, non è di moda
ma io amo le rose : rosse, bianche, rosa.
Io non voglio che tu me ne compri,
possiamo solo camminare attraverso i mercati dei fiori
e tra gli scaffali, dirti quanto ti amo, e tu mi compri il cioccolato…

O post come quest’altro: “Ancora una volta voglio viaggiare, ho un nuovo tatuaggio, vestiti alla moda, del piercing non dico nulla. Tutto è andato come avrebbe dovuto. Dimenticavo: io sono felice“.

O, ancora, immagini come queste, sempre tratte dal suo profilo.

Insomma, a me,  la fulgida eroina (o, alternativamente, la feroce militante neo-nazi) sembra una ragazzina come tante, incappata suo malgrado in eventi più grandi di lei. Una ventenne che cerca di interpretare come può e come è capace quel che di enorme le accade intorno. Forse non sarà un simbolo e, certamente, viene strumentalizzata. Un po’ da tutti, mi pare. Cosa che magari le farà anche piacere, non diversamente da milioni di adolescenti che bazzicano i social, perché comunque quel tragico evento le ha regalato enorme notorietà.

 Olesya probabilmente non lo sa, ma le guerre, calde e fredde, si combattono anche a chiacchiere. Che miscelate in un unico calderone, da una parte o dall’altra, prendono il nome di propaganda. Che qualcuno, in questo caso, avrebbe la pretesa di farci credere essere utile per capire “chi è Olesya Zhukovska”. La stessa ragazzina che due giorni fa ha postato questo tweet, la chiacchiera più seria che dovremmo fare su di lei:

Io vivo! Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto e hanno pregato per me! Sono ancora stabile!

 

 

La rivoluzione dei nuovi proletari del web. Forse…

Proletari fa rima con rivoluzionari?

Pagati per cliccare “Mi piace” su Facebook. Un clic, un centesimo. Roba da poveracci che però dicono che con questo sistema sottraggono un po’ di profitti ai grandi del web. E’ davvero così? Chi sono questi operai della rete? Sono i nuovi proletari tecnologici o dei tech-rivoluzionari che cercano di erodere almeno le briciole dagli enormi fatturati dei grandi player che oggi controllano il mercato pubblicitario online, Facebook e YouTube (ovvero Google) su tutti? E’ questa la domanda che bisogna porsi di fronte a una piattaforma come Clinkomatic, un servizio per aziende che intendono promuovere le loro campagne sul web pagando per aumentare i like sulla propria pagina Facebook, le views ai propri video, o semplicemente creare massa critica attraverso condivisioni sul social creato da Mark Zuckerberg o Twitter.

Il sistema è semplice: un’azienda aderisce a Clinkomatic per lanciare una campagna e a quel punto vengono sguinzagliati i clinkers, gli utenti attivi (pochi al momento, visto che sono 2664 quelli dichiarati)  che, attraverso i propri profili Facebook, Twitter ecc. cominciano a rilanciarla. Naturalmente in base alla profilazione richiesta dal cliente che spesso (provate a lanciare una campagna su Facebook per capire come funziona) è molto dettagliata per età, sesso, residenza, gusti. Il perché è semplice: condivisioni e like acquistati devono risultare realistici, provenienti da gente che ha effettivamente dei profili attivi, non dei fake che servono solo a far numeri. Vi immaginate una campagna per un prodotto intimo femminile, in italiano, con 10.000 mi piace tutti cliccati da utenti pakistani magari pure di sesso maschile?

Una marea di “mi piace”.  Tutti a pagamento.

Al momento Clinkomatic dichiara sul proprio sito 194 campagne attive e 2852 già eseguite. Da uno screenshot postato da un clinker sulla pagina Facebook della piattaforma si possono vedere alcuni dei soggetti che hanno realizzato le loro campagne di promozione attraverso questo sistema:

clink

Quanto guadagnano i clinkers attraverso la loro partecipazione attiva al sistema? Tutto è spiegato nelle FAQ: “Ogni link ha un valore ben preciso: da 1 centesimo fino a 5 dollari per ogni singola azione svolta. La quantità di azioni che un clinker è in grado di eseguire sono calcolate in base alle caratteristiche della propria profilazione (età, sesso, luogo di residenza, ecc.) e possono variare ogni giorno”.  In pratica ogni giorno un clinker si trova una serie di azioni, a guadagno variabile, da eseguire sui vari social. Parte così la sua giornata di lavoro: comincia a cliccare e condividere. E zac, il gioco è fatto. In maniera perfettamente legale, anche se nient’affatto gradito ai social stessi. Vedremo dopo il perché.

Stiamo dando fastidio ai grandi social?

dgDa questo punto di vista un simile lavoro non si può altrimenti definire che una versione contemporanea di una tipica attività da catena di montaggio. Puro proletariato del terzo millennio. Clic, clic, clic col mouse o con lo smartphone: 3 centesimi guadagnati. Clinkomatic però cerca di far passare il proprio progetto come una specie di lotta di tanti piccoli Davide contro i Golia del web. Per essere validata infatti, l’attività dei clinker deve essere tracciata. Dunque Clinkomatic ha realizzato delle app che interagiscono con i vari social. Facebook l’ha recentemente bloccata perché di fatto è concorrenziale ai metodi di promozione utilizzati dallo stesso social e quindi gli sottrae una parte – seppur minima al momento – di profitti. Ed ecco cosa scrive nel luglio scorso Clinkomatic a riguardo sulla propria pagina Facebook: “In questi giorni dal sito Clinkomatic non è possibile eseguire i clic sulle pagine Facebook dei nostri partner pubblicitari. A quanto pare, grazie alle vostre numerose adesioni, siamo cresciuti in fretta, siamo stati notati e STIAMO PROCURANDO QUALCHE FASTIDIO al GRANDE SOCIAL! Per ringraziare tutti i nostri clinkers per il vostro entusiasmo e sostegno, Clinkomatic ha deciso di opporsi al blocco imposto da FACEBOOK. Porteremo avanti fino in fondo il progetto di redistribuire i guadagni dei grandi Social Network a tutti gli Utenti“. La guerra continua a quanto pare, leggendo gli ultimi post i problemi di interazione con FB non sono ancora completamente risolti.

Naturalmente per farsi un’idea più chiara di quanto di “rivoluzionario” ci sia in una simile attività bisognerebbe confrontare una serie di dati: il rapporto tra prestazioni erogate e guadagno effettivo dei clinker (a quanto si legge sulla pagina Fb, c’è ben poco da entusiasmarsi. Cifre ridicole, da veri e propri prolet: guarda 1 – 2)  e il costo di una campagna per le aziende, fatto salvo il giusto margine di profitto per chi ha creato la piattaforma.

Ma davvero serve a qualcosa tutto questo?

Resta un’ultima questione: serve davvero alle aziende “gonfiare” le proprie campagne attraverso visualizzazioni di video che in effetti non sono guardati, “mi piace” su pagine di cui non frega niente a nessuno una volta adempiuto al proprio “compito”, o tweet che servono solo a far massa? La risposta è ni.

Sì perché questa delle pagine gonfiate è una delle tante bolle del web: avere 100.000 follower fa sembrare importanti, dà l’idea di una cosa che “funziona”, anche se nella realtà poi di quei 100 mila sulla propria pagina Facebook sono effettivamente attivi magari solo l’1%. Funziona perché anche l’informazione (stampa, tv, web) vive su questa bolla: vince e ha qualche eco chi ce “l’ha più grosso”, chi fa più numeri, anche se magari sotto il vestito non c’è niente. Ma se il battage mediatico parte, quel niente può cominciare a diventare qualcosa. Insomma, si viaggia su mondi di pura apparenza, ma se in quell’universo ci abitano tutti, tipo Matrix, finisce per diventare reale.

No perché è ormai ampiamente dimostrato che sono molto più utili 50 influencer, gente che condivide sui propri profili le informazioni e fa effettivamente “tendenza”, che 100 mila mi piace cliccati a pagamento. Questi si, sono utili, creano davvero consenso intorno a un brand o a un prodotto. Gli danno credibilità perché sono loro credibili. E ascoltati. E infatti da anni le aziende cercano di lisciarsi i blogger più influenti, mandando loro ad esempio i prodotti in anteprima per farseli “recensire”, o cercando di pagarli direttamente (pratica che però può trasformarsi in un boomerang sia per il blogger che per l’azienda).

Conclusioni provvisorie

Le mie. Che posso tranquillamente esprimere  in questa pagina, che è una pagina d’opinione. Molto semplicemente: nel web si stanno riproponendo gli stessi meccanismi e le stesse diseguaglianze che troviamo nella “realtà” (ammesso che ne esista ancora una sganciata dai nostri continui incroci con il web), gli stessi rapporti di potere, gli stessi meccanismi di mainstream e le nicchie che invece vengono lasciate sopravvivere nella misura in cui non danno fastidio a nessuno. Checché ne dicano gli amici di Clinkomatic, rivoluzioni, al momento, non se ne vedono proprio all’orizzonte.

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E se invece abolissimo le Regioni?

Le Regioni? Da abolire tutte. Comprese, naturalmente, quelle a statuto speciale. E’ questa la proposta lanciata qualche mese fa dalla Società geografica italiana, ente fondato nel lontano 1867 per promuovere la ricerca nel settore. Proposta in assoluta controtendenza e perciò immediatamente consegnata all’oblio. Quando si parla di riordino territoriale dello stato infatti, la politica tutta si scaglia indistintamente, almeno a parole, contro le vituperate province. Ma le Regioni, chi le mette in discussione? Giusto la Società geografica secondo la quale, le Regioni non sarebbero altro che soggetti artificiali, definite geograficamente a fine ottocento e nate amministrativamente una quarantina d’anni fa. Al contrario, l’Italia è terra di comuni: un mosaico di città e paesi che sono il vero nucleo storico del Belpaese. Da questo dato innegabile, la proposta dei geografi: eliminare le Regioni come enti di intermediazione politica e amministrativa con lo Stato e sostituirle con delle macro-province (36 contro le oltre 100 attuali) ridisegnate a partire dalle reti infrastrutturali – legate alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni – presenti sui vari territori.

Ipotesi choc? Nemmeno tanto. Proprio a partire dall’Emilia-Romagna, unica regione a rappresentare anche nominalmente, un aggregato di soggetti parecchio lontani tra loro nonostante lo storico legame della via Emilia. Che c’entra infatti Piacenza con Rimini, tanto per citare i due estremi? A parte la distanza fisica di quasi 300 chilometri, è evidente che le due città presentano problematiche totalmente differenti l’una dall’altra ben al di là di banali logiche di campanile. Bisogna anche aggiungere un dato economico tutt’altro che irrilevante: le Regioni pesano sul bilanci dello Stato ben più delle Province: più di 100 miliardi l’anno (cifra che comprende però l’esosa voce “spese sanitarie”) contro 11. Anche se è chiaro che qualsiasi riassetto amministrativo non cancellerebbe la ripartizione delle competenze. Nel qual caso, l’unico risparmio garantito sarebbe quello legato ai 1.070 seggi complessivi oggi occupati dai vari consiglieri regionali. Poca cosa dal punto di vista economico, anche se giova segnalare che in questa stagione di totale sfiducia nei confronti della politica, la prossimità territoriale facilita (o dovrebbe facilitare) l’esercizio di controllo dei cittadini rispetto alle scelte degli amministratori. Se non altro perché è più facile reagire in positivo o negativo a ciò che tocca sulla pelle viva.

Insomma, un punto a favore delle Province. In questa logica, Bologna non è solo distante da Rimini o Piacenza, ma perfino da Modena. Ma soprattutto, meriterebbe una valutazione ben più puntuale il rapporto costi/benefici per tenere in piedi le complesse strutture regionali. Perfino in una Regione considerata tra le più virtuose come l’Emilia-Romagna. Che comunque costa parecchio. In termini di consumi intermedi per svolgere le proprie attività (cancelleria, affitti, bollette…) nel 2011 sono stati spesi nelle torri d’avorio bolognesi disegnate da Kenzo Tange 162,4 milioni di euro, una cifra pari a 36,6 euro spesi per abitante e a quasi 55 mila per ogni dipendente. E’ quest’ultimo il dato da tener maggiormente presente come parametro per l’efficienza della gestione, perché legato alla dimensione della struttura amministrativa. E seppure, lo ripetiamo ancora una volta, la nostra Regione resta tra le più virtuose, spicca la differenza con i 40 mila euro spesi dal Veneto per dipendente. Anche se possono consolare le cifre folli di Lombardia (oltre 233 mila euro spesi per dipendente) e Piemonte (133 mila).

Disparità incredibili, occorre sottolinearlo, che costituiscono un ulteriore indicatore della totale assenza di omogeneità di gestione tra le diverse regioni a parità di competenze. Insomma, il federalismo in chiave regionale è il solito pasticcio all’italiana. Come dimostra anche il costo medio per dipendente. In questo caso l’Emilia-Romagna spende più di Veneto e Lombardia (sempre prendendo a parametro le principali regioni del Nord), 51 mila euro a persona contro i 27 mila del Veneto e i 50 mila della Lombardia. Fuori quota il solo Piemonte con un costo medio per dipendente di oltre 68 mila euro. Complessivamente i 2976 dipendenti della Regione (67 per ogni 100.000 abitanti, dati 2011) incidono sul bilancio per 151,5 milioni di euro l’anno, con un costo per abitante di 34,2 euro (Lombardia 17,3; Veneto 29,2; Piemonte 45,5). Ma bearsi di una situazione emiliana che fa la sua bella figura in un panorama complessivo da paura, nonostante in tempi recenti più d’uno scandalo abbia notevolmente ridimensionato il mito dell'(ex) Emilia rossa, non elimina la questione di fondo posta indirettamente dalla società geografica: le regioni sono un pateracchio non solo dal punto di vista storico e culturale ma, così come è oggi, soprattutto dal punto di vista amministrativo. E valutarne la reale opportunità in prospettiva, evitando il facile (e spesso pretestuoso) coro del “Dagli addosso alla provincia”, potrebbe aprire scenari interessanti. Forse pure troppo per il livello tanto dogmatico quanto poco pragmatico in cui si discute da anni e anni, con risultati prossimi allo zero quando non del tutto negativi, sul riassetto dello Stato.  

Giovane è la notte

filippoL’appuntamento per l’intervista è alle nove e mezza di mattina. Un orario d’ufficio assolutamente normale per quasi tutte le persone. Meno, per chi è abituato ad invertire il ritmo notte/giorno: ad esempio per un “imprenditore nato all’interno del mondo della notte“. E’ così che si definisce Filippo Bottura, ventitreenne modenese. Deejay con un curriculum ormai sostanzioso alle spalle ma, soprattutto, titolare di un locale molto “trendy” delle notti cittadine. E ancora: promoter di eventi musicali e socio di un’agenzia di import-export di energy drink. Basta? “Non esattamente” sorride lui, “sto anche laureandomi in Giurisprudenza“. Un’anomalia nell’Italia  in piena recessione con una disoccupazione giovanile che arriva a sfiorare il 39%. Un caso, che merita di essere approfondito. E non solo per le indubbie capacità imprenditoriali di Filippo.

Ho voluto conoscerlo dopo aver assistito – anzi, resistito – per una mezz’ora alla serata in fiera dell’8 giugno scorso Modena Music Village. Una notte dance organizzata da Filippo che ha visto protagonista il deejay internazionale Steve Aoki, famoso perché ama lanciare torte in faccia al pubblico in estasi. Pubblico composto da migliaia e migliaia di ragazzi tra i 16 e i 25 anni. Si parla 4/5 mila per l’evento del Modena Music Village. Qualcuno con indosso la maglietta con una bella scritta in evidenza: CAKE ME! Insomma: “sbattimela addosso quella torta, Steve“. Dall’alto di un palco sovrastante la folla di tre o quattro metri, i deejay che si sono succeduti (uno di questi, Filippo) per fare da apripista ad Aoki, sparavano a volume altissimo la loro musica chiamata progressive house,  un genere dalle ” forti influenze techno e trance, con impronte tribal” spiega Wikipedia. E, in effetti, sotto il palco, la moltitudine sembrava in trance: una massa informe che si muoveva in sincrono seguendo i beat sempre uguali della progressive  con gli occhi incollati su un grande display piazzato tra pista e palco dove i nomi dei deejay si alternavano a dei frattali. Ai miei occhi, uno scenario da inferno dantesco. Per le migliaia assiepati sulla pista, un divertimento pazzesco. Immagino.

E’ proprio per comprendere – e forse assottigliare – questa distanza apparentemente abissale tra me e loro che ho voluto incontrare Filippo. Uno che la notte, quel genere di notte, la vive come i migliaia di ragazzi che vi prendono parte, a Modena e in tutto il mondo, ma che insieme, la governa.  Se per ragioni anagrafiche e culturali il mio sguardo è incapace di andare oltre una visione dantesca, avevo bisogno di trovare il mio Virgilio: Filippo. Una guida esperta per condurmi in un mondo che, da solo, sarei incapace di comprendere. E che, invece, richiede tutta l’attenzione possibile. Se non altro per ragioni quantitative: migliaia, centinaia di migliaia, di ragazzi chiamano “svago e divertimento” questo modo di stare insieme, di passare così lunghe notti che terminano solo all’alba del giorno dopo. Meritano qualcosa di più, molto di più, di un atteggiamento di compassata sufficienza.

Qualcosa di più anche dei facili luoghi comuni in cui giornali e giornalisti amano sguazzare per incasellare certi fenomeni nei binari tranquilli del conosciuto, quand’anche questo sia del tutto deprecabile. Ad esempio, riguardo a quell’automatismo: il binomio tra dance & droga. Che, naturalmente, girerebbe a pacchi  in simili serate. Filippo nega decisamente: “Non che il problema non esista – afferma – ma è chiaro che come promoter e gestore di locali è mio assoluto interesse stroncare alla radice la questione. Per questo, nella serata del Modena Music Village, ho chiesto la totale collaborazione delle forze dell’ordine per bloccare all’ingresso chiunque cercasse di introdurre all’interno della fiera sostanze proibite. Credo di esserci riuscito. O comunque, ho fatto tutto quello che era in mio potere“. Non esito a credergli. Il ragazzo sa bene che lo spaccio fa di certo l’interesse di qualcuno, ma non il suo. Così come, mi pare, da osservatore disincantato, che un contesto come quello – una specie di rito tribale con la musica che picchia ossessiva e i corpi sudati che si muovono incollati l’uno all’altro come un’onda – sia più che sufficiente per raggiungere uno stato di estraneazione dalla realtà senza l’aiuto di ulteriori additivi chimici. Infine, perché buttarla sempre sul facile binomio di cui sopra, e liquidare così la questione, significa guardare il dito e non la luna.

Una luna che, secondo Filippo, racconta di una gioventù che vuole dimenticare, perdendosi nella notte, una realtà fatta di crisi, di disoccupazione, di sfiducia assoluta nel futuro. Di disinteresse totale per forme tradizionali di aggregazione come la politica (“Non interessa, il massimo dell’informazione la ricevono guardando la sera a cena coi genitori il telegiornale. E bevendosi tutto perché altre forme di approfondimento non le hanno“) o la parrocchia (“La Chiesa? non esiste...”). Un distacco abissale, esponenziale rispetto a quello che viene già universalmente riconosciuto tra “politica e società”. “La politica – mi spiega Filippo – tende a stare molto lontano da questo mondo, forse perché ritiene che possa danneggiarla in qualche modo, invece, dovrebbe capire che i ragazzi hanno bisogno di svago“. Ed ecco il nodo: “Io credo che sfogare la propria rabbia con cose sane come il divertimento, il ballo, l’unione tra ragazzi della stessa età, sia sicuramente meglio che creare problematiche alle città…“.  Un ribaltamento di 180 gradi. Gioventù bruciata? Tutt’altro: bravi ragazzi. Che a parte le serate in disco, studiano, lavorano (o almeno ci provano), amano (“il 90 per cento delle coppie che conosco si sono incontrate la prima volta in discoteca“) , tentano di divertirsi, cercano un futuro che non si vede. Bravi ragazzi, appunto. Anche troppo. E ascoltandolo, mi son fatto una domanda per il momento senza risposta: e se invece di incanalare la loro rabbia in questo modo un giorno si trasformassero in “cattivi ragazzi”, quelli che fan casino non nel chiuso di una discoteca, ma fuori, dove qualcuno può e deve ascoltarli e cambiare le regole di un gioco che li vede vittime di colpe non loro, protagonisti di un presente che è quello che è, rispetto al quale è sano e giusto essere incazzati? Una domanda che non ho fatto a Filippo mentre lo intervistavo. Gliela faccio adesso, qui.

L’appuntamento per l’intervista è alle nove e mezza di mattina. Cinque minuti prima ricevo un sms da Filippo: “Sto volando lì. Scusami, ho avuto un problema con la nonna. Tra dieci minuti son lì”. Un messaggio che mi strappa un sorriso: forse, anche un “imprenditore nato all’interno del mondo della notte“, se fa troppo tardi, capace che si becchi una tirata d’orecchi dalla nonna.

 

Modena si affaccia sul Bosforo

Sarebbe un incredibile errore prospettico considerare qualcosa di lontano da noi ciò che sta avvenendo in questi giorni in Turchia. Per diversi motivi. Il primo è che purtroppo in Italia abbiamo fatto scuola in tutto il mondo in quanto a capacità di repressione poliziesca. Genova 2001 è una ferita ancora aperta che probabilmente un giorno i libri di storia riporteranno così come oggi si studia il massacro di Bava Beccaris.

Poi, ancora, perché non ci possiamo certo considerare un Paese dove il rapporto tra Cesare e Dio, tra Stato laico e la principale confessione praticata, assume contorni netti e ben distinti tra loro. Non tanto per la Chiesa, che ho sempre ritenuto impegnata a fare il proprio mestiere, ma per la complessiva ignavia di una classe dirigente tendenzialmente prona a ogni potere, compreso evidentemente quello che esercita a suo modo il Vaticano. Ecco allora che guardare dall’alto in basso la progressiva islamizzazione della Turchia perseguita dal governo di Recep Tayyip Erdogan, mi sembra un atteggiamento che non possiamo permetterci di assumere con la sufficienza di chi certe questioni non le ha mai dovute affrontare o, al limite, se le è lasciate alle spalle.

Infine, perché nel pianeta globale, al di là delle differenze culturali tra nord e sud, est e ovest del mondo, vi è una tendenza comune da parte delle varie oligarchie (trans)nazionali a cercare di mantenere il proprio potere con ogni mezzo, in un’epoca di cambiamenti epocali di cui ancora facciamo fatica a comprendere appieno la portata. Ancora una volta, una questione chiave da cui in Italia siamo tutt’altro che esentati. Enrico Letta avrà tutto il tempo per dimostrare di essere qualcos’altro dalla punta di diamante del gattopardismo all’italiana, quello che tutto cambia, tutto riforma, per non riformare né cambiare niente. Per ora, come riportava  l’altro ieri su Repubblica Barbara Spinelli a proposito del finanziamento pubblico ai partiti, i segnali sono scoraggianti. E non poco.

Ecco allora che il reportage (lo si può leggere qui o scaricare in epub o pdf) di Giuse Sapienza, giovane mirandolese in trasferta per un anno a Istanbul con l’Erasmus, assume tutt’altro spessore dal semplice racconto esotico di ciò che sta accadendo sul Bosforo. Ci tocca da vicino. Del suo lungo racconto,  mi ha colpito soprattutto lo scoppio del tutto improvviso della protesta che, fino a poco prima, era sopita, carsica. Ma che evidentemente covava sottotraccia e aspettava solo l’occasione giusta per esprimersi. La scintilla.  Forse che da noi non potrebbe accadere lo stesso?

Ciò che aspettavano era una scintilla, un evento che richiamasse tutti ad un collettivo coinvolgimento, l’ultima goccia che facesse traboccare il vaso. Quest’ultima goccia si è concretizzata lo scorso venerdì negli avvenimenti legati alla manifestazione nel parco di Gezi. Come è iniziato il tutto? Martedì 28 maggio un centinaio di attivisti si erano accampati nel parco di Gezi, situato vicino alla piazza di Taksim, uno dei punti più frequentati e trafficati della città, per impedire la demolizione da parte delle autorità di una delle poche aree verdi rimaste, al cui posto è stata prevista la costruzione di un centro commerciale. Al mattino di giovedì 30 maggio la polizia ha represso la manifestazione pacifica tramite gas lacrimogeni e bruciando tende e zaini dei manifestanti. Un incredibile passaparola ha diffuso la notizia tramite i social network ed ha richiamato centinaia di persone, soprattutto studenti, a ritrovarsi in quel punto venerdì notte per riguadagnare il controllo della piazza.

Io mi trovavo nel mio appartamento a Kadikoy, nella parte asiatica, a seguire incredula le sporadiche notizie provenienti da Taksim, che si facevano sempre più preoccupanti: uso pesante di lacrimogeni, getti d’acqua sulla folla, una donna uccisa, molti I feriti. Evidentemente non solo io, ma tutta la Turchia stava seguendo con il fiato sospeso le notizie della repressione da parte della polizia. E infatti, improvvisamente, verso le 2 di notte, sento dalla finestra la versione turca di “Bella Ciao” suonata per le strade e un crescendo di ciocchi metallici: forchette e cucchiai sbattuti sulle grate delle finestre da tutti gli appartamenti della zona.

Ci affacciamo alla finestra e il mio coinquilino australiano D. esprime a parole una domanda di cui sapevamo già entrambi la risposta: “Cosa stanno facendo?”, “Si stanno svegliando!! Stanno suonando come possono un richiamo per incitare tutti a svegliarsi!”.

Giuse partecipa direttamente alla protesta, convinta com’è che non si tratti semplicemente di una questione “turca”. Perché si sente parte di quel flusso e non una straniera garantita dalla sua condizione di “occidentale” e perciò protetta e immune da tutto ciò che le accade intorno. Sia a Modena che nel mondo intero. Conosco Giuse da qualche anno, da quando è diventata una delle migliori amiche di una delle mie figlie. Dopo le superiori, ha fatto un anno di volontariato nelle Filippine, poi si è iscritta all’Università a Bologna. Posso dire senza alcun timore di smentita che Giuse rappresenta a suo modo la nostra meglio gioventù. La più sana e più bella. Quella che un giorno spero prenda in mano questo Paese disastrato e lo renda un po’ migliore. Adesso Giuse è a Istanbul. Aspettiamo che ritorni per raccontarci direttamente i suoi giorni in Turchia. Per raccontarci che in fondo, italiani e turchi non sono altro che una faccia, una razza.

Benvenuti nell’era della fattibilità

ferraSiccome ormai siamo abituati a ingoiare tutto, ma proprio tutto, limitandoci al massimo ad un rigurgitino saltuario d’indignazione o a un “mi piace” su pagine Facebook tipo “Siamo la gente, il Potere ci temono“, non mi stupisce affatto che tal Walter Ferrazza, trentanovenne trentino, sia stato catapultato dal suo paesino di 415 abitanti in Val Rendena di cui è sindaco dal maggio 2010, alla poltrona di sottosegretario agli Affari Regionali e Autonomie, ministero guidato da Graziano Delrio, renziano (quasi ex) sindaco di Reggio Emilia.

Non mi stupisce nemmeno che Ferrazza, a titolo di merito possa vantare – oltre alla suddetta esperienza ormai quasi triennale di sindaco di Bocenago – i prestigiosi incarichi di Assessore supplente nella Giunta del Parco Naturale Adamello-Brenta, delegato in seno al Consorzio per il Servizio di Vigilanza Boschiva Brenta – C.C. Magno, Presidente del Consorzio per il Servizio di Vigilanza Boschiva Val Rendena, membro titolare in seno all’Assemblea della seziono (sic!) Cacciatori di Pinzolo – Bocenago – Carisolo, come spiega puntigliosamente il sottosegretario sul proprio sito.

Per concludere con lo stupore (mio), mi lascia piuttosto indifferente anche che il nostro sia casualmente fidanzato con Benedetta, nipote del modenese Prof. Avv. Gianpiero Samorì, leader indiscusso del MIR (Moderati Italiani in Rivoluzione), dimenticabile partititino capace di raccogliere lo 0,2o per cento alle ultime elezioni, ma alleato del PDL di Silvio Berlusconi. Il che, diciamolo, è l’unico motivo per cui l’ingegner Ferrazza si trova oggi a Roma: è il compenso (in natura) che Silvio Nostro paga all’Avv. Prof. Samorì per cotanto apporto elettorale.

Ma insisto, niente di tutto questo mi colpisce più di tanto, nemmeno la sospetta benedizione caduta dal cielo su Ferrazza. A lasciarmi perplesso invece sono le caratteristiche personali che, in un’intervista a Repubblica, Ferrazza ritiene siano state motivo per individuare in lui, tra milioni e milioni, il giusto “esponente della società civile” da portare al governo a fianco di Delrio: pragmatismo e fattibilità. Passi il pragmatismo, ma la fattibilità? Ma che vuol dire?

Mi immagino un dialogo di questo tipo tra lui e la fidanzata:
Lui: “Amore, cos’è che ti piace davvero di me?”
Lei: “Amore, la tua fattibilità!”
Lui: “E del mio pragmatismo, che mi dici?”
Lei: “Mi piace anche quello, naturalmente, ma preferisco di gran lunga la tua fattibilità”.

Confesso: la prima volta che ho letto l’intervista a Repubblica (che si può leggere più sotto), mi sono piegato in due dalle risate per la fattibilità del sottosegretario. Poi invece ho capito che c’è poco da ridere e il nostro ingegnere dimostra gran fiuto politico e capacità di interpretare lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Ho capito infatti, solo dopo, che siamo piombati dritti dritti nell’era della fattibilità.  Anzi, bisognerebbe istituire un nuovo Ministero: quello dalla Fattibilità. Ferrazza, naturalmente, ministro ad honorem. La fattibilità oggi è tutto, e il resto non esiste. Le prove? Eccone alcune.

Ricordate quando Stefano Fassina (tanto per citare uno tra i più noti esponenti del PD), oggi viceministro dell’Economia e delle Finanze, giurava e spergiurava che mai si sarebbe fatto un governo col PDL?
Una presa di posizione la sua, di appena un mese e mezzo fa, che ritengo assolutamente sincera.
Solo che poi qualcuno deve avergli sussurrato all’orecchio: “Ma no, Stefano, guarda che è fattibile“. E lui: “Ah sì, è fattibile? Allora dai, sì, facciamolo”. E via, fatta! approverebbe Ferrazza, massimo esperto del settore.

Un’altra prova? Il continuo richiamo al “senso di responsabilità” da parte della politica, da Silvio Berlusconi a Enrico Letta, passando dal “via” del Presidente Napolitano. E’ che in pochi, tra i quali ovviamente il nostro Ferrazza, hanno veramente compreso che, nella nuova era, “responsabilità” è solo un sinonimo di “fattibilità”.  Responsabile è qualcosa che si può fare. Oppure all’inverso: è fattibile? Ma allora è responsabile! E via così.

Basta rileggersi la cronaca degli ultimi mesi per capire che alla politica, la fattibilità la imploravano a gran voce sia l’Europa che gli italiani tutti. Ed ecco qua: accontentati tutti. Sia l’Europa che gli italiani. Alla svolta epocale mancava solo l’imprimatur della società civile. Grazie a Ferrazza e al suo mentore Samorì, adesso non ci manca più neppure quello.

Intervista di Ferrazza a Repubblica

 

 

Umanità cercasi. E qualche volta trovasi…

La rivista francese Rue89 segnala questo video virale titolando il breve post che l’accompagna: “Il video che restituisce fede nell’umanità (e nei russi)“. Come già segnalato nel febbraio scorso per la pioggia meteoritica negli Urali, moltissimi russi (pare un milione circa) girano con una telecamerina sempre accesa sul cruscotto dell’auto, rivolta verso la strada , in modo che tutto quello che avviene davanti sia registrato. Questo perché “le strade del paese sono piene di buche, ghiaccio, guidatori ubriachi e psicopatici  e una videocamera sul cruscotto è un buon modo di difendersi da ognuna di queste minacce. Un video, ad esempio, è un buon modo per portare in tribunale qualcuno che, dopo un sorpasso che non gli è piaciuto, decide di buttarvi fuori strada”. Allegria… Infatti sono moltissimi i video che girano su YouTube con tutto il peggio immaginabile (in auto).

Il video proposto da Rue89 invece, racconta tutt’altra storia: quella di una serie di buone & belle azioni, sempre registrate dalle famose telecamerine portatili da cruscotto, che dimostrano che insomma, siamo quel che siamo (mica solo i russi), ma da qualche parte dentro di noi una scintilla di umanità si può sempre accendere. Perfino – da non credersi anche riguardo noi italiani – quando guidiamo la macchina.

 

Se il futuro non abita più qui

Quando mi imbatto in storie come quella del barbiere marocchino Nabil capace di affrontare ogni genere di avversità pur di offrire al proprio futuro opportunità migliori, quello che mi colpisce sempre è la feroce determinazione di queste persone. Persone capaci di privazioni indicibili pur di raggiungere il proprio obiettivo. Ma se il desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà o addirittura la fame sono, da sempre, motori formidabili per affrontare enormi difficoltà, dal crollo del muro di Berlino in poi bisogna aggiungere quella che si potrebbe chiamare “Variante d’Occidente“. Se con la fine della guerra fredda il modello capitalista ha conquistato il mondo, a spingere il resto del pianeta a omologarsi a noi, non è più solamente il comprensibile desiderio di sottrarsi a condizioni d’indigenza, ma piuttosto quello di potersi permettere esattamente il nostro stile di vita. A quanto pare, una benzina altrettanto potente almeno per qualche miliardo di persone (per chi non lo sapesse, dal 2011 sulla terra siamo oltre 7 miliardi).

Niente di nuovo, d’accordo. Lo si sa. Ma questa crisi la cui fine ancora non si intravede, potrebbe essere il punto di svolta di un cambiamento epocale.

Ogni volta che mi capita l’occasione cito un articolo di quasi dieci anni fa pubblicato su Internazionale (n.560 dell’8/14 ottobre 2004): “Quando i cinesi fanno shopping“. Un reportage che racconta lo smantellamento di una fabbrica tedesca ormai dismessa per la lavorazione del carbone. Per compiere l’operazione di smontaggio, impacchettamento e spedizione pezzo per pezzo nella madrepatria dove la Kaiserstuhl (questo il nome del complesso industriale) verrà ricostruita identica e rimessa in funzione, per quasi due anni centinaia di operai cinesi si trasferiscono a Dortmund. Direttore dei lavori, un manager – tal Mo Lishi – di un’impresa di chimica carbonifera della Cina orientale con 28.000 dipendenti. Insomma, uno che nel suo Paese, anche dieci anni fa, non se la cavava di sicuro malaccio. A lasciarmi a bocca aperta, mentre da noi quando si parla di manager si finisce inevitabilmente per discutere di stipendi da favola, è la descrizione dello stile di vita di Mo Lishi durante la lunghissima trasferta tedesca: “In ufficio, Mo sistema un letto, sopra il quale fissa una zanzariera. Trascina nella stanza la sua rigida valigia blu e pensa dove sistemare le sue cose. Armadi fuori uso e polverosi, un tavolo impiallacciato tutto coperto di graffi, una scopa logora, un paio di grucce, un rotolo di carta igienica: ecco la camera da letto e il salotto di Mo per il prossimo anno e mezzo. Intanto sua moglie abita da sola in uno spazioso appartamento accanto alla piscina pubblica di Zoucheng, in Cina“.

Ad un certo punto a trovare Mo Lishi arriva la figlia Ziwei. Perfino lei rimane di sasso. E il dialogo tra i due è indimenticabile: “Quando Mo fa vedere alla figlia il suo alloggio, compreso l’ufficio, Ziwei si spaventa: ‘Papà, ma perché ti fai questo?’. A una finestra penzolano delle mutande che Mo ha steso ad asciugare. ‘Ma papà, tu sei un uomo potente: in Cina hai tanti amici, hai un bell’appartamento!’. Mo ascolta in silenzio. ‘A casa hai un ufficio con poltrone costose. Hai sette segretarie. Hai donne delle pulizie che vengono ogni giorno a mettere ordine. E poi, non sei più giovanissimo. Ma perché non te ne torni a casa?’. ‘Non sono mica vecchio’, replica dolcemente Mo. ‘Ho ancora da fare. Se fossi vecchio, non avrei più niente da fare’. ‘È una vita che lavori’, ribatte la figlia, ‘perché hai accettato questo incarico?’. La Kaiserstuhl  è tecnica moderna’, risponde Mo, ‘e io voglio portare questa fabbrica a casa, perché ne sono orgoglioso’.

Chissà se oggi, dieci anni dopo, nella Cina ormai divenuta la grande “fabbrica del mondo”, si troveranno ancora dei Mo Lishi disposti a simili sacrifici. Nel suo caso poi, nemmeno per un interesse personale diretto, ma in nome di quello che lui ritiene essere il progresso di un’intero Paese. Di sicuro nel mondo ormai globalizzato di Mo ce ne sono ancora parecchi, tutti determinatissimi a far propria la “Variante d’Occidente”. A confermarlo è un bellissimo reportage da Davos, la località svizzera che ogni anno riunisce capi di stato e grandi manager di tutto il mondo, scritto da Emmanuel Carrère, autore di uno dei più interessanti libri usciti l’anno scorso, Limonov, pubblicato originariamente sulla rivista francese Revue21 (e tradotto su Internazionale n. 983 del 18/24 gennaio 2013).

Abbiamo un’idea sbagliata del dibattito: quello che succede oggi (…) gli occidentali lo definiscono in termini di crisi e di disastro, ma per i paesi emergenti il discorso è completamente diverso, il nostro disastro è il loro trionfo. In altre parole, se nel tempo in cui cinque cinesi o indiani passano dalla povertà alla classe media, due europei o statunitensi fanno la strada inversa, ebbene non è un cattivo affare. L’unico problema è che questo non ci farà piacere. Noi eravamo i ricchi e loro i poveri, ma la situazione sta cambiando. E Davos è così appassionante proprio perché si assiste a questa mutazione come in laboratorio. Le star non sono più i responsabili delle grandi aziende quotate alla borsa di Parigi né i banchieri statunitensi né i capi di stato occidentali. Le star sono i cinesi, gli indiani, gli indonesiani, gli africani. Questo forum, che voi vedete (…) come la roccaforte di un’oligarchia sazia e assediata, è di fatto l’evoluzione di quello che un tempo era chiamato terzomondismo. Siete voi i pavidi, i retrogradi, le vostre facce spaventate da lettori di Le Monde Diplomatique sono solo le maschere del vostro panico. Sì, i vostri paesi stanno diventato il nuovo terzo mondo. Sì, i vostri piccoli risparmi si stanno volatilizzando. E se ci sarà una nuova rivoluzione del 1789, non sarà quella del 99 per cento di occidentali medi contro l’1 per cento di occidentali ricchi, ma quella degli ex dannati della Terra contro i loro ex padroni coloniali, cioè voi“.

Messaggio chiaro, no? Al di là delle motivazioni della crisi (tutte vere, per altro) che di solito ci vengono fornite – le speculazioni finanziarie, la crisi dei titoli subprime del 2006, la debolezza strutturale dei paesi mediterranei, il declino delle democrazie, ecc. ecc. – la questione fondamentale è che la torta è sempre quella, solo che a volere la propria fetta ci sono e ci saranno sempre più persone. Un punto di vista che rende gli scenari futuri, almeno per quel che ci riguarda, inquietanti. Al punto che – spero solo provocatoriamente – mi viene da concludere con un breve brano tratto dal già citato “Limonov” di Carrère:

In due ore di guerra, pensa Eduard (Limonov), si impara sulla vita e sugli uomini più che in quattro decenni di pace. La guerra è sporca, è vero, la guerra non ha senso, ma, cazzo!, neanche la vita civile ha senso, per quanto è tetra e ragionevole a forza di frenare gli istinti. La verità che nessuno osa dire è che la guerra è un piacere, il più grande dei piaceri, altrimenti finirebbe subito. (…)  Il piacere della guerra, della guerra vera, è innato negli uomini come quello della pace, ed è un’idiozia volerli mutilare di questo piacere ripetendo virtuosamente: la pace è buona, la guerra è cattiva. In realtà, pace e guerra sono come l’uomo e la donna, lo yin e lo yang: sono necessarie entrambe.

Pensieri e opere di Leonardo da Carpi

leonardotondelliIl suo primo post porta la data del 25 gennaio 2001. Si parla di lingue che vivono e muoiono. Che, inevitabilmente, si perdono nel tempo. “Una lingua che comincia a difendersi, ad arroccarsi nei dizionari, nelle grammatiche, è già una lingua in procinto di morire. La lingua viva è quella che si inventa tutti i giorni”. Comincia così l’avventura online del modenese Leonardo Tondelli, autore ancora oggi di Leonardo.blogspot.it, blog tra i primi a prendere vita nel momento in cui si diffonde anche da noi questa forma di “diario sul webdestinato a rivoluzionare Internet. Con la nascita delle varie piattaforme per blogging infatti, postare contenuti di qualsiasi tipo sul web diventa di una semplicità elementare. Non serve più conoscere linguaggi complicati come l’html, basta scrivere, cliccare sul tasto pubblica e si è online. E’ subito un’esplosione: ne nascono a decine di migliaia, riversando sulla rete miliardi e miliardi di parole, non necessariamente incrociate tra loro a formare un pensiero compiuto.

Dodici anni dopo, il Professor Tondelli, insegnante di italiano a Carpi, è ancora lì, con i suoi lunghissimi post su Leonardo.blogspot, al quale, probabilmente inappagato dalla quantità torrentizia di parole, ha aggiunto un altro paio di blog su Il Post e L’Unità. Affluenti di un fiume, insomma. Nonostante la “rivoluzione dei blog” sia conclusa da un pezzo, soppiantata dal fascino seducente, ancora più easy e smart, allegramente comunitario, dei social network, come spiega Leonardo stesso: “Una volta qui era tutta blogosfera: chi la usava per incontrarsi e stare con gli amici oggi è passato a Facebook, chi voleva mandare brevi messaggi all’umanità usa Twitter. Adesso la blogosfera è soltanto una cittadina periferica, ci passa ancora un po’ di traffico dalle strade importanti perché ha la fama di essere un posto dove le cose si approfondiscono un po’. Altrove non c’è spazio e non c’è tempo”.

Lui però, che è un pezzo di storia dell’Internet italiano, quello popolare perché nato e cresciuto rigorosamente dal basso facendosi strada a colpi di intelligenza e tenacia nella mission impossible di ritagliarsi seguito e credibilità (obiettivi di chiunque scriva non solo per se stesso, ammesso che esista qualcuno che scrive “solo per se stesso”) non ama particolarmente il superduo dei social Tw&Fb: “Ci passo sempre più tempo, però cerco sempre di usarli per rendere interessante il blog, non viceversa. Spero. È chiaro che negli ultimi anni lo sport è diventato ‘inventa dei contenuti twittabili’. Non basta scrivere un post, bisogna anche cercare di farlo twittare. Prima bisognava farlo tumblerabile, perché c’era Tumblr. Prima ancora qualcos’altro che non mi ricordo”. Insomma, le mode passano, ma Leonardo resta.

O forse il Prof. Tondelli, rivoluzionario della prima ora, ha finito per rimanere legato a un’altra epoca, mentre a una rivoluzione ne seguiva un’altra, e poi un’altra ancora, non più sue. “Più che fedele a me stesso – ammette – forse sono incapace di assorbire le nuove tendenze”. Tendenze che vogliono contenuti sempre più brevi che sennò la gente non legge, tonnellate di fotografie più che di parole, gare di velocità tra chi arriva primo a dare una tweet-notizia invece che fermarsi un attimo e cercare di capire (e spiegare). Le famose cinque w anglosassoni del giornalismo ma, alla fin fine, di qualsiasi intervento argomentato, perfino di un blogger. In italiano: “chi, cosa, come, quando, perché”.

Il parallelo tra giornalista e blogger non è una mia forzatura. Se ne è discusso e se ne discute da anni, di come le due attività si intreccino grazie alla piattaforma offerta da web. Leonardo Tondelli potrebbe esserne proprio l’esempio perfetto. Da sconosciuto blogger pieno di buona volontà a collaboratore de L’Unità e del Post. Una strada da consigliare a chi volesse oggi intraprendere la carriera sempre più complicata di giornalista? “Mi sento di sconsigliare a tutti di seguire la mia ‘parabola’. Io sono convinto di aver comunque goduto di un’attenzione, nei primi anni, anche immeritata, perché ero il primo a fare una certa cosa. Chi ha cominciato 2-3 anni più tardi ed era magari più bravo di me, non ha avuto la stessa fortuna. Ma in ogni caso non sono diventato un giornalista, non sono riuscito a trasformarlo in un lavoro, ci ho investito tantissimo tempo e molta energia, non credo che nessuno dovrebbe fare come ho fatto io. Io ho fatto così perché non sarei riuscito a fare diversamente, scrivere era un’esigenza che veniva prima di quella di far carriera”.

C’è un sacco di gente che arriva sul blog e mi dà del giornalista, non so da cosa lo capiscano, forse dalla punteggiatura. C’è molta confusione. In realtà c’è stato un equivoco sin dall’inizio, nel contrapporre ‘giornalista’ e ‘blogger’: il blogger è chiunque tenga un blog, compresi i giornalisti, che all’inizio avevano per il mezzo una diffidenza esagerata”. Ma la strada per fare il giornalista facendo bella mostra di sé attraverso un blog, secondo Leonardo, è sempre più complicata. Anche per quelli molto bravi. Oggi molti siti d’informazione ospitano dei blog anche di chi non fa il giornalista di professione, ad esempio l’Huffington Post, che però non paga un centesimo ai suoi blogger: “C’è un’offerta di contenuti – le opinioni dei blogger – ipersproporzionata rispetto alla domanda, quindi queste opinioni vengono pagate zero. Ciononostante, se abbiamo un minimo di rispetto nei confronti di noi stessi, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per farci pagare. Io preferisco scrivere per un sito sconosciuto che mi paga regolarmente – anche una miseria – piuttosto che per un sito importante a costo zero”.

Pagato o meno, giornalista o no, Leonardo continua a riempire Internet di parole  & pensieri. Pensieri nei quali però sembra trovare poco spazio la sua terra, le sue città, Carpi e Modena. “In realtà ne parlo – spiega – è che per molti anni ho scritto nella clandestinità, senza fornire cognome e indirizzo, e tuttora vivo con disagio l’idea che mi leggano i colleghi o gli amici, per cui tendo a evitare gli argomenti che ho più in comune con loro. Ho ovviamente un rapporto di odio e amore con Modena, Carpi e tutta la provincia, tranne Ravarino che mi annoia e basta. In generale mi sembra che i modenesi e gli emiliani tentino di mascherare dietro un’apparente bonarietà un carattere più complesso e molto più stronzo. Per quanto posso cerco di rimediare, di gettare luce su questa complessità e su questa stronzaggine. Anche se dopo il terremoto faccio più fatica a prendermela con quelli della Bassa, che hanno dimostrato una tempra notevole”.

Al terremoto del maggio dell’anno scorso, Tondelli ha dedicato la sua opera prima, il libro “La scossa”, i cui proventi saranno devoluti alla ricostruzione di Cavezzo: “L’ho fatto solo perché me l’hanno chiesto – racconta – non avrei mai avuto una simile sfacciataggine. Una settimana prima della scossa forte quelli di Chiarelettere mi avevano già proposto di scrivere un e-book, io avevo fatto un paio di proposte, loro mi avevano detto ‘le faremo sapere’, ecc. Qualche giorno dopo, mentre tornavo a Carpi in treno per vedere com’era messa la casa, mi telefonarono chiedendomi di scrivere una cosa sul terremoto e sul momento mi sembrò una sfida che non potevo rifiutare. Poi mi sono pentito un centinaio di volte, ma penso che se avessi detto di no mi sarei pentito di più. È ovviamente un libro molto imperfetto, scritto in un mese mentre la terra ballava ancora e tutte le informazioni a disposizione non erano definitive. Ma sono contento di averlo fatto”.

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La serie di interviste a blogger modenesi: Marlene, confessioni impudiche di una blogger.

Frammenti rituali

Proprio perché laico convinto, ho sempre guardato con un rispetto almeno pari alla curiosità, a tutto ciò che riguarda la dimensione confessionale che mi è più vicina. Una scelta consapevole e non scontata, quella di indagare, e forse cercare risposte, nel cattolicesimo invece che in altre fedi. Merito di Gandhi, convinto che “se un uomo afferra il nocciolo della propria religione, ha afferrato anche il nocciolo delle altre”. E visto che, sempre secondo il Mahatma, “tutte le religioni sono vere; tutte le religioni contengono qualche errore”, ma “tutte sono state date da Dio e sono necessarie al popolo al quale furono rivelate”, tanto vale rivolgersi a quella della chiesa accanto.

In realtà, non ho mai avuto dubbi sul significato della fede. Sono rimasto a Søren Kierkegaard fin dai tempi del liceo, senza mai smuovermi da lì. Per aver fede bisogna compiere quel “salto” oltre l’io cartesiano, la ragione insomma, e abbandonarsi alla relazione con Dio, all’assoluto. Unica possibilità – secondo il filosofo danese – per ricongiungere finito ed infinito e perciò superare l’angoscia esistenziale propria della condizione umana. Non sono d’accordo ovviamente che questa sia l’unica chance concessaci, ma la spiegazione sul “come e perché” della fede mi soddisfa del tutto.

Su altri temi invece non ho ancora trovato risposte convincenti. Ad esempio sul valore e il significato della ritualità nella religione. Non ho mai capito, ad esempio, come possa risultare interessante la ripetizione all’infinito delle formule della messa. Capisco benissimo riti nei quali si incappa una volta nella vita: quasi tutti i sette sacramenti. Perfino la confessione mi è chiara. Anche perché tendenzialmente del tutto irrituale, almeno nei suoi contenuti: la quantità di miserie che siamo capaci di inventarci come esseri umani costituisce un campionario sempre aggiornabile da migliaia di anni. Ma la messa… La messa no. Non mi entra in testa il suo senso e valore come mediazione del rapporto con Dio.

Ogni volta che me ne viene offerta l’occasione, di questo e di altri temi simili discuto, da poco meno di trent’anni ormai, col mio amico cattolico Paolo Rossi, professore reggiano. Parliamo e parliamo, ma alla fine non mi muovo dalle mie posizioni (e lui dalle sue). Tanto che col passare del tempo, mi sembra sempre più di assomigliare a Frankie Dunn – il protagonista di “Million dollar baby”, film da Oscar di Clint Eastwood – nei suoi dialoghi con Padre Horvak.


Original Video – More videos at TinyPic

Circa la questione della messa, ad esempio, Paolo sostiene esattamente il valore di ciò che io invece trovo, all’opposto, del tutto inefficace : la ripetitività. “E’ vero – ammette – potrebbe indurre alla routine, ma è invece proprio la ripetizione che apre a una dimensione “altra”, ascendente rispetto alla quotidianità di tutti i giorni, che accompagna fino al momento più alto della messa, che non è certo l’omelia (come ero convinto io nella mia indolenza spirituale. Nda), ma la comunione”. Una specie di mantra, quindi? Gli ho chiesto. “E’ del tutto improprio il termine per quanto riguarda il cattolicesimo – mi ha risposto – ma in qualche modo può rendere l’idea. Senza dimenticare però la fondamentale dimensione comunitaria del rito”.

Devo dire però che questa volta, Paolo non mi ha persuaso, e dopo tanti anni e discussioni sto ancora cercando qualcuno che mi dia una risposta che mi convinca del tutto.

Questa lunga premessa per arrivare al video di questa domenica. Spinto da curiosità e desiderio di capire, sono andato ad assistere per la prima volta nell’ottobre scorso, a Reggio, alla professione solenne di due suore della casa della Carità, suor Francesca e suor Paola Lucia. C’erano più di mille persone presenti all’evento, un palazzetto praticamente pieno. Non avevo mai assistito a un rito così lungo e articolato. Diciamo pure eccezionale anche per un credente, vista la particolarità. Il video che segue è perciò il breve racconto di come ho vissuto io, come laico curioso e dubbioso, quella giornata così particolare. Un racconto del tutto personale che tenta di rendere le mie emozioni, più che riportare in maniera cronachistica i “fatti”. Il risultato lo potete vedere qui sotto.

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