Cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla

Recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta.

 Fabrizio De André, Smisurata preghiera

luca1La scelta della vita, quella in cui si decide una volta per tutte “cosa fare da grande”, per lui ha una data precisa: novembre 2012. E’ allora che Luca Gherardi decide di non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene. Quelle che lo vorrebbero lanciato nella corsa per la candidatura alle Politiche in un momento in cui il giovane vicesindaco di Camposanto, “grazie” al terremoto, gode di un palcoscenico mediatico che altri si sognano. All’epoca appena ventottenne, è praticamente a fine mandato come assessore e vicesindaco, è brillante, colto, e si è guadagnato sul campo una credibilità indiscutibile (come tanti altri amministratori locali) grazie all’enorme impegno profuso non solo per la sua Camposanto, ma in tutta la Bassa devastata dal sisma del 20 maggio.

Insomma, quando in tanti che lo conoscono e apprezzano cominciano a buttargliela lì, la tentazione si fa sentire. E non importa che i santoni locali del partito dimostrino col silenzio quanto l’ipotesi Gherardi susciti in loro lo stesso entusiasmo di un calcio negli stinchi. Con le primarie aperte a chiunque si voglia candidare purché tesserato, nel momento in cui la montante onda del giovanilismo renziano si fa beffe del cursus honorum considerato un tempo obbligatorio per aspirare a una scranna a Montecitorio, conta relativamente l’appoggio di quelli che di solito decidono dove e quali pedine muovere. Insomma, le condizioni sembrano esserci tutte perché Luca possa aspirare ad anteporre il titolo di Onorevole al dott. Gherardi. E invece, dopo averci pensato un po’ su, arriva il gran rifiuto.

Quel gran rifiuto

luca2“Se sono stato tentato dall’idea? Certo che sì – ammette lui oggi – ma da appena tre settimane avevo avuto un incarico a scuola come insegnante di storia e letteratura, il mio sogno fin da bambino, e mi son detto: non ci vado. Non metto a rischio il mio lavoro. Non mollo subito i ragazzi. Non abbandono il mio percorso per andare a Roma cinque anni. Ok, magari dieci. E poi, per far cosa? Il presidente di qualche partecipata? Per fare il politico uno deve essere libero, avere un suo lavoro, e tenere bene a mente che il riferimento è Cincinnato: esaurito l’impegno politico per la comunità, si torna alla propria attività principale. Senza questa libertà, ti tocca obbedire sempre. Allora ero sotto i riflettori e avessi scelto di provarci, lo avrei fatto per vincere, non per partecipare. Ho preferito fare un’altra scelta, di cui non sono pentito”.

Strana decisione, di questi tempi, rinunciare a priori alle glorie a agli agi romani, al potere e ai soldi, alle comparsate in tv, alla possibilità di moltiplicare i follower su Twitter, in cambio di un posticino precario da professore. Usando vecchi arnesi come Petrarca e Dante, Leopardi e Boccaccio per trasmettere ai ragazzi “valori che considero imprescindibili per essere bravi cittadini”.

Foscolo ai tempi di Facebook

Intervistare Gherardi e accennare alla parola “scuola” è un gran bel rischio. Si rischia di perdersi. Perché lo vedi preso per incantamento. Gli si solca la fronte e gli occhi si fan incavati e intenti. Insomma, si illumina d’immenso. “Ai ragazzi di oggi non frega niente di nulla, sono svogliati, distratti, impegnati solo a sciappinare dalla mattina alla sera sullo smartphone? A me dimostrano tutti i giorni il contrario. Hanno un cuore. Eccome. Bisogna solo educarli a sentirselo.

Parlare ad esempio di Foscolo significa prima di tutto introdurli ai grandi concetti che lui ha espresso. Che sono poi gli stessi di cui abbiamo ancora bisogno: la comunità nazionale, gli affetti, la dignità, lottare per ciò in cui si crede. Ho ragazzi meridionali che quando lo abbiamo studiato si sono sentiti particolarmente toccati dai temi dell’esilio, della lontananza, delle radici. Oggi magari i miei alunni mi contattano su Facebook per chiedermi un chiarimento, per propormi una loro riflessione: scusi se la disturbo prof, ma volevo chiederle… Cambiano i tempi e gli strumenti, ma sempre persone siamo”.

Immancabilmente, galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse

Con Roberto Benigni
Con Roberto Benigni

Irriducibile Gherardi,  che nemmeno quando fa politica riesce a lasciar riposare nei loro tomi ammuffiti i santi del suo personale empireo. Anzi, se nel lontano 2008 si è infilato nel girone dantesco della politica, la colpa, o il merito, si devono proprio a lui: all’Alighieri. “E’ accaduto tutto all’improvviso, nel 2007. Io avevo 23 anni e avevo appena conseguito la triennale con una tesi su Dante. Con degli amici avevo assistito a Firenze ad alcune serate in cui Benigni recitava l’Inferno. Loro, che conoscevano la mia passione per la Divina Commedia, senza dirmi niente andarono dal sindaco di allora, Mila Neri, proponendole di replicare le letture dantesche a Camposanto. Certo io non sono Benigni, ma posso dire di essermela cavata: facemmo dieci serate da maggio a ottobre con un’ottantina di persone sempre presenti. Insomma, un successo.

Alle iniziative, tra i fedelissimi c’era Palma Costi, oggi assessore regionale. Nel corso dell’estate cominciarono le riunioni per le amministrative dell’aprile 2008 alle quali, su invito di Palma, partecipai. Come tanti altri, ho dato una mano fino alle elezioni del sindaco, Antonella Baldini, convinto che la cosa sarebbe finita lì. Invece, una volta eletta, Antonella mi chiama e mi dice: Luca, l’assessore alla cultura lo devi fare tu.

Ci rimango di sasso e mi prendo un paio di giorni per pensarci, facendomi tutti i viaggi possibili e immaginabili che può farsi un ventitreenne a cui viene chiesto di impegnarsi in un ruolo così importante, anche in un comune piccolo come il mio. Alla fine accetto. Solo che siccome Camposanto è un comune di poco più di tremila abitanti, ci sono solo tre o quattro assessori e a me toccano anche le deleghe per scuola e servizi sociali. E lì arriva il colpo finale. Antonella mi dice, visto che sei giovane, la gente ti conosce e apprezza, ti nomino pure vicesindaco. Ecco, è cominciata così”.

Quando ero piccolo, mi emozionavo per tutto

Luca Gherardi con Palma Costi
Luca Gherardi con Palma Costi

Gherardi fa il modesto, ma quello che Costi e Baldini hanno capito benissimo è che il ragazzo, se non buca ancora gli schermi, di certo riempie e sa parlare alle piazze. Ha la loquela facile e l’entusiasmo un po’ suicida di un giovanissimo che vuole scoprire tutto e sapere tutto: “Per me la rappresentanza è una cosa seria, un impegno totale: quando indosso la fascia del Comune mi emoziono ancora come un bambino. Non mi sono mai tirato indietro in niente: partecipavo a qualsiasi cosa, anche a incontri magari lontani dai miei interessi. Anche se avevo appena iniziato la specialistica e da fare ne avevo, in Comune ci andavo il più possibile. Mi furono affidati anche diversi progetti intercomunali, come quello legato alla Giornata della memoria che coinvolge ottocento alunni di un sacco di scuole e di cui sono stato referente dal 2009 fino all’anno scorso”. E’ un treno in corsa Luca Gherardi e tutto sembra indicare che il futuro gli riservi fermate in stazioni ben più importanti della piccola Camposanto.

La vita cambia alle 04:03:52

terremotoInvece poi, accade qualcosa che cambierà tutto. E non solo nella vita di Luca. Il 20 maggio 2012 alle 04:03:52 una scossa di magnitudo 5,9 con epicentro a Finale, appena 15 km da Camposanto, sconvolge l’Emilia. “Pensavo fosse precipitato un aereo – racconta Gherardi – in casa mia è caduto tutto fuorché le pareti: libri, quadri, soprammobili. Siamo volati fuori e per un’ora, con i vicini, siamo andati avanti a ripetere quel che ci era successo, quello che avevamo appena vissuto.

Solo verso le cinque ho realizzato che io ero anche il vicesindaco e avevo altre responsabilità oltre a quelle personali. Sono andato in piazza per vedere cosa era successo e lì ho trovato il parroco. Con una certa incoscienza, siamo entrati in chiesa per una primissima valutazione dei danni. Un gesto che nove giorni dopo sarebbe costato la vita al parroco di Rovereto. Ricordo che tutto era coperto da un impressionante strato di polvere.

Torno a casa dove mi aspetta un messaggio della Costi: fatti trovar pronto che sto venendo a prenderti. Si era già messa d’accordo con la Baldini per dividersi le zone da visitare subito. Con Palma – in vestaglia – abbiamo fatto casa per casa tutte le vie che andavano da Camposanto a Finale: lei aveva intuito che i danni grossi erano nelle case di campagna. E’ stato in quell’occasione che ho capito cosa vuol dire avere delle responsabilità in un contesto di emergenza, cosa vuol dire essere un riferimento: le persone ci accoglievano come fosse arrivato il papa. L’esigenza di vedere qualcuno, di non sentirsi soli e abbandonati dalla propria comunità rappresentata dalle istituzioni, era fortissima. Alle 8 è arrivata la protezione civile. A mezzogiorno Errani con Gabrielli, il capo del Dipartimento della Protezione Civile. Ed è cominciato il dopo”.

Shock in my town

Con una volontaria della Protezione civile
Con una volontaria della Protezione civile

Già, perché per tutti quello che lo hanno vissuto il terremoto rappresenta uno spartiacque temporale: “da noi è cambiato il lessico – spiega Gherardi – quando si usa ‘prima’ si sottintende ‘prima del 20 maggio’. Il ‘dopo’ è segnato sempre dalla stessa data”. Ancora oggi, confessa Luca, il dopo significa vivere con la porta di casa chiusa senza mandate (“tre giri di chiave sono 5 secondi in più per aprirla”) e la giacca sempre appesa lì a fianco, pronta nel caso si dovesse scappare di corsa. Una sensazione di eterna emergenza che ti si incunea dentro, per anni, forse per sempre, come una malattia cronica. Difficile vedere in un evento così drammatico qualcosa di minimamente positivo.

Eppure, commenta oggi Gherardi “siamo finiti tutti insieme in questo caos finendo per riscoprire il senso di cosa vuol dire essere una comunità. Il terremoto è un fenomeno democratico, colpisce tutti allo stesso modo. A livello personale, ha stretto ancora di più il legame con il mio paese. Un’esperienza incredibile 24 ore su 24, sette giorni su sette, quella di condurre una comunità in un momento in cui sembra totalmente inconducibile”.

Pronto per il grande salto?

Tutta la vicenda del terremoto merita ovviamente un lunghissimo approfondimento a parte, che ci riserviamo di fare in altre occasioni. Quel che interessa qui e ora, è il fatto che quell’evento tragico proietta Camposanto, e Luca Gherardi in prima persona, su un palcoscenico nazionale. Non solo perché la Bassa diventa a lungo sede permanente di una quantità di troupe televisive e lui viene spesso chiamato a misurarsi con le telecamere, ma perché per raccogliere fondi e solidarietà Gherardi comincia a girare l’Italia in un tour che quasi sempre si conclude la sera stessa col rientro alla base, perché il territorio ha bisogno sì di qualcuno che si occupi di raccogliere solidarietà tangibile, ma anche di istituzioni che stiano sul campo, costringendo il nostro a sdoppiarsi, letteralmente.

Stacanovismo indubbiamente faticoso, da scoppiare, ma che di fatto permette alla giovane promessa della bassa di cominciare a brillare di luce propria, senza bisogno di alcun padrino politico, altrimenti imprescindibile. A novembre di quell’anno, infatti, come già ricordato, arriva la proposta di tentare la calata su Roma in vista delle imminenti elezioni. Una spinta che arriva dal basso, non dai vertici, a parte l’immancabile sostegno incassato da Palma Costi. Il ragazzo è pronto per il grande salto.

Dal bello al vero

Sindaco e vicesindaco di Camposanto
Sindaco e vicesindaco di Camposanto

Solo che, sempre a causa del terremoto, è cambiato anche qualcos’altro. Le bloccatissime graduatorie scolastiche si aprono improvvisamente: nessun supplente, a meno che non sia della zona, vuole andare a insegnare nelle scuole del cratere sismico. E così per Gherardi arriva la chiamata per un incarico annuale, a Finale. E’ l’evento che precede e condiziona la scelta con cui avevamo iniziato questo racconto. Tra due amori, non è che Gherardi scelga chiaramente a quale rinunciare, ma certo stabilisce delle gerarchie che, probabilmente, segneranno per sempre il suo percorso. Comincia comunque da lì la progressiva ritirata nelle retrovie della (quasi) ex promessa della politica locale. Del tutto indipendentemente dalla sua scelta finale – e anche se lui non lo ammetterebbe mai – il silenzio del partito in quel momento topico della sua vita deve avere in qualche modo inciso sulla rottura dell’idillio col Pd.

Rottura che si consuma in maniera radicale con le bocciature di Marini e Prodi grazie alla “giravolta dei 101”, i dem che impallinano prima l’uno poi l’altro alle elezioni per la presidenza della Repubblica. Gherardi la prende male: “E’ un passaggio che non dimentico, anche perché i 101, o presunti tali, sono ancora lì. Se prima non avevo alcun dubbio a mettere la mia faccia a fianco di quel simbolo, cosa che ho sempre fatto, da lì in poi le cose per me sono cambiate. Prima mi sentivo parte di un sistema, una famiglia a dire il vero, al quale ho cercato di dare tutto. Poi, come diceva Leopardi, ho vissuto il passaggio dal bello al vero, quando ti rendi conto che le persone in gamba all’interno di quella famiglia – che pure ci sono! – non sono la maggioranza. Per me, quell’episodio è stata una nuova scossa, mi sono sentito riterremotato”.

Quando finisce un amore

“Adesso sono un po’ rompiballe – dice – il partito non mi interessa più e non partecipo più a niente. Non ho rinnovato la tessera negli ultimi due anni anche se lo dico con grande tristezza e non rinnego niente. Credo ancora che con le idee si possa ribaltare il mondo, ma non con quelle sparate in un tweet. Renzi non mi piaceva prima e men che meno mi piace adesso, dopo oltre un anno da segretario e presidente del consiglio. Ho sostenuto Civati per la segreteria, ma ora sono deluso anche da lui”.

Difficile pensare che delusione e scoramento siano un problema esclusivo di Gherardi Luca, visto l’andamento delle ultime elezioni regionali con Bonaccini eletto da meno del 40% degli aventi diritto. In Emilia-Romagna! “Subito dopo le elezioni si parlava della necessità imprescindibile di un cambiamento vero di registro, di rinnovamento, di fasciaripensamento. Tutti discorsi che oggi, a pochi mesi di distanza, non fa più nessuno” commenta amaro Luca. Che aggiunge: “Il massimo livello di analisi che sento in giro è che ‘c’è un problema di feeling con la cittadinanza’. Di feeling?!?! Ma di cosa stiamo parlando? Qui c’è una questione grande come una casa di rappresentanza, del suo senso e del suo valore. Altro che feeling! Come mai, mi chiedo da provinciale quale sono, nei piccoli comuni il sindaco è ancora il Sindaco e appena aumenti le dimensioni agli occhi dell’opinione pubblica il politico diventa un perditempo quando non un criminale?

La verità è che più aumentano le distanze e più il politico dovrebbe essere in grado di accorciarle rispetto al territorio. E invece accade l’esatto contrario. I risultati poi si vedono al momento del voto, l’unico momento in cui le persone possono davvero esprimere come la pensano, anche non votando, appunto. Sai quanto materiale ho mandato quando per il progetto renziano sulla ‘buona scuola’ veniva richiesta un’apparente contribuzione? Qualcuno che abbia mai preso minimamente in considerazione i miei contributi così come quelli di altri? Ne dubito. Si blatera continuamente di ‘cambiare verso’, ma io di voglia di cambiare non ne vedo nel Pd. E nemmeno ho capito cosa vogliono cambiare. Cosa vogliono fare del Pd? Un comitato elettorale all’americana guidato da un uomo solo al comando? A me gli ‘uni‘ non interessano, né nella sconfitta né nella vittoria”.

Smisurata preghiera

starNiente da fare, sul carro renziano, Gherardi – che pure è complicato ridurre a un esponente della vecchia guardia, Ds o Margherita che sia, bersaniana, dalemiana, rutelliana o lettiana che sia – non ci vuole salire. Contrariamente a tanti altri critici della prima poi prontamente riconvertitisi al nuovo verbo, rispetto all’imperante neoconformismo lui continua a navigare, dice, “in direzione ostinata e contraria”.

Ancora convinto che la politica non debba esaurirsi negli squilli della fanfara mediatica: “Divento matto quando ci si ferma alla superficialità delle cose, allo spot, all’annuncino, io divento proprio matto. Quando si parla di cose serie, voglio che si approfondisca. I grandi temi della discussione politica richiedono tempo e capacità di analisi, non colpi ad effetto”.

Non sa forse Gherardi, o forse sì ma non lo dice, che in rampa di lancio ormai il suo nome è stato cancellato dal tabellino dei partenti. A voler correre nella sua direzione, quella che cantava De André in “Smisurata preghiera“, il massimo a cui aspirare è la sedia di sindaco di Camposanto. Tremila abitanti e neanche più una tv sul posto. Per tornare in pista, per garantirsi di essere inserito un giorno in una futura serie di articoli sulla “classe dirigente dei prossimi dieci o vent’anni”, il ragazzo deve ‘diventare grande’ e, possibilmente, conformarsi all’andazzo. E soprattutto rendersi conto che frasi come “non ho smesso di desiderare di cambiare il mondo, semplicemente penso che invece di farlo con la politica sia molto più fruttuoso tentare di provarci attraverso la scuola” superano di ben 31 caratteri i 140 consentiti in un tweet.

I precedenti articoli della serie:

Benedetta Brighenti, La Rossa che ha fatto piangere Mario Monti
Andrea Bortolamasi, un papa inglese per il Pd modenese

Immagine di copertina di Dante Farricella. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte dalla pagina personale su Facebook di Luca Gherardi. 

La Rossa che ha fatto piangere Mario Monti

Nella Formula Uno della politica modenese, il suo nome non è certo in pole position. Corre lontana dalle prime posizioni, quelle che fino allo sprint di Vaccari sono state palcoscenico esclusivo del duello Bonaccini-Richetti, ma le va riconosciuto che in pista, a certi livelli, ormai c’è. Anche se, per ora, quando ha provato a spingere sull’acceleratore per strappare al partito una candidatura per le regionali dell’anno scorso in rappresentanza delle sue Terre dei castelli, ha conosciuto il sapore amaro della sconfitta. “Non una esclusione eccellente o roboante” ha infierito all’epoca la Gazzetta, riconoscendo almeno al vicesindaco di Castelnuovo Rangone, Benedetta Brighenti, di essere un “nome che si può dire nuovo e in ascesa”, ma che “non aveva scaldato i cuori al di fuori della sua zona di riferimento”.

benedetta3D’accordo, gara persa, ma la ragazza è giovane e il campionato ancora lungo. E personalmente, fossi nelle attuali prime guide della politica modenese, comincerei a tener d’occhio lo specchietto retrovisore. Perché se è vero che la Rossa di Castelnuovo ancora non riesce a “scaldare i cuori” tipo certi bolidi del consenso che primeggiano nella Terra dei motori, di certo è una che zitta zitta, a modo suo, il motore lo sta scaldando già da un po’, e prima o poi la vedremo rombare in corsia di sorpasso.

After the pink rush

Anche se femmina, genere non certo favorito a occupare le posizioni che contano davvero, perfino nell’epoca del “Pink Rush”, la corsa rosa impressa dal segretario nazionale Matteo Renzi per ritinteggiare la facciata del ‘New Democratic Party’. Anche se Castelnuovo – per lei “il paese più bello del mondo” – non si trova esattamente a metà strada tra Washington e Berlino, ma tra Portile e Solignano. Anche se la “visibilità”, che nell’era di Internet sembra essere condizione sine qua non per garantirsi un posto al sole, per Benedetta è una specie di optional: sue piazzate condensate in un tweet o corpose riflessioni in massimo cinque righe su Facebook non ne troverete perché non ha un profilo aperto né sull’uno né sull’altro social, sui quali impazzano invece praticamente tutti i suoi colleghi.

Invece lei niente. Nonostante sia giovane davvero – è appena trentatreenne – ha una ‘via per il successo’ tutta sua. Chiamiamola “la via di Benedetta”. La politica più glocal che ci sia a Modena: “act locally but think globally”. Un amore sfrenato per la sua Castelnuovo nella quale è nata, vive ed è incollata con il Bostik, e insieme la consapevolezza che per provare a fare buona politica anche a livello locale serve guardare a orizzonti più ampi, come vedremo in seguito.

Tutte le benedizioni di Benedetta

benedetta1La sua storia politica inizia, da zero, nel 2009, quando l’allora neo eletto sindaco di Castelnuovo Maria Laura Reggiani, detta Lalla, la chiama a sorpresa a fare l’assessore alle Opere pubbliche, sicura di trovare in quella giovane ingegnere edile e architetto la persona giusta per il posto giusto. “Non avevo mai fatto né mai pensato di impegnarmi in politica prima di allora – racconta Brighenti – il mio mondo era quello del volontariato e dell’associazionismo, dagli scout alla parrocchia, e Lalla l’avevo conosciuta per la prima volta a una tigellata durante la campagna elettorale.

Chiacchierammo un po’ nel corso della serata, e sicuramente tra di noi si instaurò una simpatia a pelle, ma la cosa finì lì. Mai avrei pensato alla chiamata arrivata qualche mese dopo. All’inizio le dissi di no. Non sapevo davvero se sarei stata capace di ricoprire un simile ruolo. Alla fine lei vinse la mia ritrosia e accettai. Se penso, col senno di poi, che quella di Lalla sia stata una scelta giusta? Sì, credo di sì. Se non altro, in quegli anni è cresciuta dentro di me una passione smisurata per l’amministrare, il governare”.

benedetta6Brighenti una miracolata? No, solo benedetta. Nomen omen. “Quella prima esperienza nata per caso è una delle tante benedizioni che penso di aver ricevuto nella mia vita. Mi piace il mio nome. Mi ci riconosco. Perfino nella sua versione abbreviata ‘Bene’. Quando tutti ti chiamano così è più facile ricordarsi come si possono fare le cose, come si possono cambiare. Bene. Mi sento molto fortunata anche in questa piccola cosa che non ho scelto io ma per la quale devo ringraziare i miei genitori, papà Wilson e mamma Anacleta”.

Nomi che sembrano inventati, ammette ridendo perfino lei, che però sulla sua famiglia ‘da romanzo’ (“da bambine io e le mie tre sorelle Lavinia, Diletta e Eleonora sembravamo le Piccole donne”) continua a poggiare le proprie fondamenta: “Ho una grande famiglia, molto unita, importantissima per me. Quando un nucleo è così stretto, scelte come le mie che sono impegnata dalla mattina alla sera tra la politica e il mio lavoro di ingegnere alla Ducati Energia a Borgo Panigale, finiscono per riverberarsi su tutti. Abito sopra la casa dei miei genitori, facendo finta di vivere come un’adulta.

Torno a casa magari stanchissima o nervosa e trovo chi mi accoglie, trovo da mangiare, trovo chi mi ascolta. Chi vive la politica con molta passione soffre moltissimo. Conosci le necessità del tuo territorio ma, nella situazione in cui siamo, sai già che non riuscirai quasi mai a dare risposte, chiedi cosa non va sapendo che non puoi risolvere quasi niente. È la mia terra e io vorrei darle tutto, ma non posso darle quasi niente. A volte mi prende uno scoramento pazzesco. Poi arrivo a casa e trovo la mia famiglia. Cerco di staccare. Posso solo ringraziarli tutti per come mi sostengono in qualcosa che loro hanno dovuto subire”.

This land is my land (e quella del superzampone)

Può sembrare un po’ retorica questa apologia della famiglia nell’Anno del Signore 2015, e forse lo è anche un po’ – perché certi trucchi della comunicazione politica Benedetta li conosce bene, anche se non sguazza sui media o smanetta su Internet – ma anche lo fosse, senza coglierne la reale portata sulla sua personalità, non si capirebbe nemmeno la sua ossessione per radici che affondano prima in casa Brighenti, poi a Castelnuovo, poi nell’Emilia intera. La sua terra, appunto. Senza dubbio alcuno.

Perché dai, chi sarebbe orgoglioso di citare senza un velo di ironia, ma anzi con malcelato orgoglio, la presenza nel Guinness dei primati di Castelnuovo per il “superzampone”, quel maialone da oltre una tonnellata col quale ogni anno, a dicembre, si celebra la storica rilevanza suina nelle Terre dei castelli? Bella forza, il Guinness, non c’è nessun altro che si diletta in simili acrobazie culinarie. “Che c’entra? – ribatte lei – ho un amico sindaco di un paese entrato nel Guinness grazie alla polenta più grande del mondo, ma l’ha fatta solo una volta. Ripetere questa tradizione invece, per noi è un modo per dimostrare che amiamo e siamo uniti alla nostra terra”.

Il Pd & Me

benedetta4Eccola là un’altra parola chiave del Brighenti-pensiero. L’unità. Che pesca dal proprio repertorio per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno in un partito, il suo, che la lotta fratricida ce l’ha nel sangue. Una tradizione: come il superzampone per i castelnovesi. “Se uno oggi dicesse che il Pd è un partito omogeneo ed equilibrato nel quale ci si possa riconoscere in pieno, direbbe una falsità. Siamo un partito che raccoglie al suo interno posizioni troppo lontane, con le due anime del passato, Margherita e Ds, preoccupate ancora di segnare il territorio, anche se Renzi sta provando a confrontarsi con entrambe.

Tutto vero. Però esiste anche l’altra faccia della medaglia. Anche guardando a quel che di altro c’è in giro, sono fiera di essere nell’unico partito che si interroga incessantemente, che sceglie un approccio alla politica serio, strutturale, cercando di affrontare davvero i temi, evitando di cavalcare umori di pancia, di trovare soluzioni di facile impatto mediatico, come fa la Lega di Salvini o i 5Stelle di Grillo. Da noi si litiga, si alzano anche i toni, però siamo un partito che non solo sta in piedi ma che quando ci sono da prendere decisioni importanti, vedi il caso dell’elezione del Presidente Mattarella, ritroviamo unità. Non è banale”.

benedetta7No, non è banale, ma neanche del tutto vero. Vedi il caso della (mancata) elezione del Presidente Marini o del Presidente Prodi. Vero è che, anche se si parla di fatti di appena l’altro ieri, appartengono comunque all’era pre-renziana. A prima che l’ex sindaco di Firenze calasse la giocata che gli ha permesso di sbancare il tavolo, prendendo partito e governo, tutto. E prima che le Europee e la pochezza degli avversari politici consegnassero nelle mani di un sol uomo le sorti progressive di un Paese un tantinello alla deriva. Cerco di provocare Benedetta per farle tirar fuori qualche battuta cattiva sul comandante in capo, ma niente, missione impossibile.

“Lui ha fatto scelte che ci fanno vincere – ribatte – che ci hanno portato ad essere all’interno del Pse la sinistra più forte d’Europa. E poi io sono una partita Iva, sono cresciuta in un’epoca in cui non ci sono certezze. Quando ho di fronte a me un sistema che mi dà un po’ di spazio, anche con un contentino, cerco di trasformarla in un’opportunità”. Tipo? “Tipo il cambio di passo impresso da Renzi alla presenza delle donne in politica”. Oh no, il pinkwashing di Matteo, quella “spruzzata di rosa” per cui adesso finalmente le donne “contano” in politica purché giovani, carine e (possibilmente poco) occupate.

Women Power

benedetta2“No aspetta – mi blocca – parto ancor prima di Renzi. All’inizio io non abbracciavo proprio per niente il concetto delle ‘quote rosa’. Anzi la ritenevo un’idea abbastanza offensiva, un’operazione quasi sessista. Poi fui scelta da Lalla che fece una giunta 50/50 e cominciai così la mia esperienza amministrativa. Ho capito solo allora che mi era permesso vivere quell’esperienza grazie alle quote rosa che avevo tanto criticato. Quindi ho rivisto la mia posizione. Ho capito anche che dovevo questa possibilità non al fatto che in Italia si stia maturando una vera consapevolezza sull’importanza della presenza femminile in politica, ma grazie al Pd. Per raggiungere una consapevolezza collettiva, ci vuole una forzatura. Altrimenti non ci arriveremo mai. Devo ammettere che Renzi ha impostato il concetto delle quote rosa in maniera molto spinta, chiaramente come una strategia politica. Ma prima di criticarlo dico comunque che quella che ci viene offerta è una possibilità. Poi certo, se le donne si fanno usare come oggetti, non se ne viene fuori. Ma se entriamo in politica con la nostra intelligenza e la nostra forza, dimostreremo tutto il buono che può derivare da questa scelta strategica. Lui ha aperto le porte, ora sta a noi. Se non facciamo il passo giusto, rimarrà una mera strategia. Per l’epoca in cui siamo e per i pochi spazi che ci sono per noi donne, penso bisogna essere comunque felici di quel che c’è”.

La seduzione del potere

E’ arrivata anche lei, la felicità. Addirittura? Ma piano, non bisogna farsi troppo incantare da questi modi da brava ragazza di provincia che Benedetta trasmette nello stile e nelle parole. Brighenti possiede anche due qualità importantissime per chi aspira a combinar qualcosa in politica: l’ambizione e il senso della misura e del peso del potere. “Il potere mi affascina – ammette – ma fortunatamente mi fa anche paura. Quando ho cominciato, pensavo che il rischio più grande che un politico può correre fosse legato alla prossimità col denaro. Invece l’anima del potere è la cosa più pericolosa di tutte perché affascina moltissimo. Per questo tendo ad essere silenziosa, non si sente parlar di me più di tanto. Preferisco concentrarmi sulle cose che faccio, sulla mia attività di vicesindaco e assessore ad esempio, sul patto di sangue che ho stretto con la mia terra, per evitare di farmi prendere troppo da altre ambizioni. Penso che la capacità di saper regolare e controllare il tuo potere, determina dove puoi arrivare. Sono certa che se uno sbaglia le misure, non tiene la giusta distanza dalle sue seduzioni, ne viene irrimediabilmente risucchiato. Già adesso sto cercando di mettere in atto tutti gli strumenti che ho per imparare a riconoscerlo”.

“Benedetta, dammi del tu, io sono Piero”

benedetta5Ad aiutarla in queste riflessioni ha probabilmente contribuito anche la vicinanza con chi il potere – quello con la maiuscola – l’ha conosciuto e lo conosce davvero. Ben oltre i confini di Modena. Big come l’ex ministro ed ex segretario Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino e presidente dell’Anci – l’associazione nazionale comuni d’Italia – che la conosce ed apprezza tanto da averla nominata due mesi fa, per il prossimo quinquennio, membro del “Comitato delle regioni”, assemblea che riunisce a Bruxelles i rappresentanti di tutti gli enti locali d’Europa, il cui compito è elaborare documenti che andranno poi discussi dal parlamento europeo.

“Tutti insieme saremo un migliaio – spiega – dall’Italia siamo in quarantotto. Spero di entrare in commissione cambiamenti climatici, ambiente e reti elettriche perché su quest’asse ho sviluppato tutto il mio percorso. Perché sono stata scelta? Ho lavorato per molti anni a Roma con l’Anci e lì ho conosciuto Fassino che a un certo punto mi ha detto: ‘Benedetta dammi del tu, io sono Piero’. Aveva notato il mio lavoro, umile ma da sgobbona quale sono. La politica è anche fortuna e connubi congiunturali”.

Quella volta che ho fatto piangere Monti

Sicuramente, ma i “connubi” non arrivano dal cielo, anche se ci si chiama Benedetta. Si costruiscono. Come quello con un altro big come Luciano Violante, che Brighenti ammira benedetta8moltissimo. E che ha conosciuto in uno dei tanti corsi di formazione a cui partecipa assiduamente in giro per l’Italia: “Fare politica non è uno scherzo – dice – e io ho deciso di impostare la mia piccola esperienza su una grande formazione. Ho seguito scuole di formazione dappertutto. Da ‘Eunomia’, quella per under 35 di Dario Nardella, a ‘Italia decide’, la migliore d’Italia per me, che Violante tiene due volte l’anno, a Palermo e ad Aosta. Sono tre giorni intensissimi su un argomento specifico che prevede anche l’incontro con un ministro. Il corso si chiude con un documento che riassume il lavoro didattico che Violante poi presenta al governo in carica.

Quando l’ho fatto io, presidente del consiglio era Mario Monti. Tra i quindici partecipanti al corso,Violante scelse me e altri due corsisti per andare a relazionare al premier parte del nostro percorso formativo. Io preparai il mio intervento con molta cura la notte prima. Ricordo che parlai del terremoto che aveva appena colpito la Bassa e altre cose che ritenevo importante dire rispetto a quello che avevo imparato. Erano proprio i giorni in cui grazie all’azione di governo, Monti era riuscito a ridurre quasi della metà l’indice dello spread, portandolo per la prima volta dopo mesi sotto i 300 punti, 292 per la precisione. Così a un certo punto dissi, citando l’ultimo verso dell’Inferno di Dante (‘salimmo su, el primo e io secondo,/ tanto ch’i’ vidi de le cose belle/ che porta ’l ciel, per un pertugio tondo./ E quindi uscimmo a riveder le stelle‘): Presidente, lei non ha scritto questi versi, ma salvandoci dal default, ha permesso al Paese di tornare a ‘riveder le stelle’. Grazie, non ce ne dimenticheremo. Lui, Mario Monti, che certo non si può dire sia uno portato a manifestare in pubblico le proprie emozioni, si commosse fino quasi alle lacrime”.

Così racconta la Rossa della Terra dei motori, una che va veloce, molto più di quanto possa sembrare a tutti quelli convinti di viaggiarle davanti e che invece, un giorno, potrebbero accorgersi di esserle già in coda.

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Un papa inglese per il Pd modenese

Il 2014 per lui è stato un campionato di quelli da ricordare. Un anno che il giovane Andrea Bortolamasi sintetizza non a caso con una metafora calcistica: “come passare da panchinaro in B nel Modena a titolare nel Manchester United”. Una cavalcata davvero a tutto campo: da signor Nessuno a coordinatore del Pd cittadino, vicecapogruppo in consiglio comunale dopo esser stato eletto con un bel pacchetto di preferenze, responsabile della segreteria del neopresidente della Regione Bonaccini, infine accreditato tra i papabili a prendere le redini del Pd locale in caduta libera, e salvare così se non la patria, almeno la prossima partita. Visto come sono andate le ultime.

Dal Braglia all’Old Trafford

Niente male passare dal Braglia all’Old Trafford, leggendario stadio dello United, per uno che fino a ieri giocava in un campetto di periferia come segretario di circolo. Metafore calcistiche che nel suo caso non sono un comodo espediente giornalistico. In primo luogo perché Bortolamasi è davvero tifoso sfegatato del Modena calcio e di calcio in generale, con una predilezione per quello inglese, ma soprattutto perché – come vedremo in seguito – la sua passione per lo sport più popolare al mondo ha contribuito a farlo diventare quel che è oggi: l’astro nascente del Pd locale.

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Al centro dell’immagine, Andrea Bortolamasi

Modenese doc, laureato in Scienze economiche e sociali, renziano della prima ora – con distinguo (“mi pare umiliante associarmi al cognome di un altro, chiunque sia, mi chiamo Bortolamasi, al massimo posso aggiungere il cognome di mia madre, Manni”) – ma non renzista, come la pletora di fan sfegatati del nuovo Líder máximo, Bortolamasi è uno dei pochi nativi dem che giura di avere poco a che fare con l’esercito di ex DS e ex Margherita perennemente l’uno contro l’altro armati. “Vengo da una famiglia di centrosinistra – racconta – ma nessuno che abbia mai fatto politica attiva. Io mi ci sono avvicinato per pura passione prima al liceo, poi all’Università e mi son fatto tutta la trafila del militante: attività di base nei circoli, volontariato alle feste, quei passaggi lì. La prima tessera è del 2008”.

La svolta per lui arriva nel dicembre 2013, con la conquista del partito di Matteo Renzi. Un terremoto per l’ingessato Pd modenese, rimasto bersaniano nel midollo. Anche se al secondo tentativo, quello vincente, la parola rottamazione è cancellata dal vocabolario renziano, il futurismo veloce e giovanilista del neo segretario nazionale entra immediatamente in circolo e Andrea Sirotti, fresco di una stentata riconferma come segretario cittadino, costruisce intorno a sé una squadra di giovani, con Bortolamasi come coordinatore. Nomina rispetto alla quale un qualche peso avrà sicuramente avuto anche il segretario regionale Bonaccini, che con Bortolamasi si scopre in particolare sintonia.

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Grazie al calcio, in primo luogo, di cui anche l’attuale presidente della Regione è appassionatissimo. Al punto da essere una specie di database vivente degli album dei calciatori della Panini. Basta inserire nella sua memoria personale il nome di un calciatore ed è in grado di snocciolarti al volo carriera, ruolo, goal, tutto. Una “malattia” che condivide con Bortolamasi che, a sua volta, si dice dotato di una “memoria autistica” per tutto quanto riguarda lo sport, passione adolescenziale mai rinnegata. Può sembrare poca cosa, ma nelle rare volte in cui non è presente un interesse tattico finalizzato al posizionamento personale, simpatia e sintonia in politica nascono nello stesso modo di qualsiasi altra relazione umana: da piccole o grandi cose che si hanno in comune.

L’annus horribilis del Pd

Peccato però che il 2014, l’anno della svolta per Bortolamasi, coincida con l’annus horribilis del Pd modenese i cui dirigenti sembrano incapaci di far altro che assistere impotenti a una débâcle dietro l’altra. A partire dalla sceneggiata delle primarie tra Muzzarelli, Maletti e Silingardi per la candidatura a sindaco – show che ha dato il suo bel contributo a portare per la prima volta nella storia della città il centrosinistra al ballottaggio – per finire con la vittoria spuntata dello stesso Bonaccini alle regionali, segnata da un astensionismo record in città, in provincia e in tutta la regione. Un terremoto. Che da dentro il partito viene etichettato alla voce “trasformazione in corso”. Ma che a guardarla di fuori, pare più una crisi. Nera.

“Una bella frattura – ammette Bortolamasi – che bisogna provare a ricucire definitivamente o non ce ne sarà più per nessuno. Perché, parafrasando una famosa massima sugli italiani di Winston Churchill: ‘Il Pd va alle primarie come se fossero elezioni, e alle elezioni come fossero primarie’. Amiamo di più farci la guerra tra di noi che farla all’avversario politico. Non se ne può più. O adesso apriamo una fase davvero costituente, una segreteria di decompressione e di mediazione tra le diverse anime, un nuovo inizio in cui ci riconosciamo l’un l’altro al di là delle antiche appartenenze, o rischiamo di strapparci davvero. Nonostante il Pd rimanga l’unico partito strutturato sul territorio che, tutto sommato, un rapporto con la città riesce a tenerlo”.

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Il segretario di “decompressione” che Bortolamasi invoca, potrebbe essere lui stesso, una volta che Sirotti si sarà fatto da parte, quasi sicuramente prima dell’estate. A suo favore gioca, oltre al sicuro appoggio di Bonaccini, il potere acquisito nell’impressionante scalata dell’anno scorso. Carte che però possono tranquillamente rivoltarglisi contro. Il ragazzo ha accumulato in un batter di ciglia un bel po’ di incarichi per guidare una segreteria che avrebbe bisogno di un commander in chief totalmente sul pezzo, se davvero vuole tirar fuori il partito dalle sabbie immobili in cui è sprofondato da troppo tempo. All’obiezione lui risponde che “una buona squadra in cui ciascuno gestisca in autonomia responsabilità e deleghe, può sopperire a una presenza fisica più sporadica del segretario”. Si vedrà.

Alla ricerca dell’identità perduta

A parte ciò, dichiara da candidato in pectore, il “programma è il partito”. Per il quale promette di impegnarsi al massimo per restituirgli orgoglio (“oggi vai fuori in mezzo alla gente e quasi ti vergogni a dire di essere al Pd”), senso di appartenenza e identità perdute (“Se oggi a dieci tesserati chiedi di declinarti altrettante parole chiave che definiscano il partito, ti daranno novanta risposte diverse”). Affermazioni che, con la crisi di rappresentatività di cui soffrono partiti e sindacati di mezzo mondo, potrebbero strappare un sorriso cinico se nei suoi occhi non si leggesse quel desiderio giovanile un po’ ingenuo di voler cambiare, per davvero, il mondo.

Nonché, passione e entusiasmo che paiono sinceri: “Quando mi invitano a parlare in un circolo davanti a dieci persone mi emoziono sempre. Non do nulla per scontato e mi inorgoglisce che qualcuno si prenda la briga di uscire di casa per venire ad ascoltarmi e confrontarsi con me. E’ qualcosa che va al di là dell’aspetto di servizio, della logica da ‘me lo ha chiesto il partito‘. E’ proprio un piacere. Quando sono entrato per la prima volta in Regione mi ha colpito una frase, letta su una parete, dell’ex consigliere regionale Maurizio Cevenini: la politica è provare a dar risposte alla gente. Ecco, se devo citare come esempio un modo di far politica che mi entusiasma, è il suo: stare in mezzo alle persone, riuscire a parlare con tutti, ai piani alti della Regione come in dialetto al bar, al mercato, in piazza, con la curva allo stadio, per provare appunto a dare almeno una risposta concreta a cinque domande. Vorrei riuscire a interpretare in maniera totale la mia modenesità come il Cev era Il bolognese per eccellenza. Lo so, magari tra quindici anni divento come Frank Underwood di House of cards, il cinismo fatto persona ma, al momento, questo sono”.

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Il partito che vorrei? Una start-up italoamericana

Un po’ ingenuo sì, ma non certo privo di consapevolezza. “Il Pd ha ereditato dalle tradizioni politiche che lo compongono strutture e organizzazioni territoriali certamente indebolite ma ancora ben presenti. Elementi che da un lato sono la nostra forza, dall’altro una debolezza. Facendo i conti con la realtà, la soluzione di un partito all’americana, un insieme di comitati elettorali, rischia di essere la più semplice, quella che più facilmente si sposa con lo spirito del tempo. Ma sono altrettanto convinto che il Pd dovrà trovare la propria strada nella via di mezzo tra comitatismo americano e il partitone che è stato”.

D’accordo, ma in pratica? “In pratica bisognerà avere un approccio flessibile, per esempio rispetto ai circoli. In alcune realtà hanno ancora assolutamente senso, in altre meno. Vorrei una segreteria che lavori a testa bassa sul tesseramento, sulle iniziative politiche, sulle manifestazioni ma anche sugli eventi sportivi, tanto per tornare su un campo che gradisco particolarmente. Insomma, l’obiettivo è quello di unire l’alto al basso”. Teoria e prassi. Scienza politica e cultura popolare. Terreno duplice nel quale Bortolamasi si muove con l’occhio insieme appassionato e distaccato di “uno studioso prestato alla politica”. Un intellettuale. Definizione che non gli dispiace affatto, anche perché, per quanto lo riguarda, ritiene assolutamente scevra da certa spocchia aristodem propria di tanti intellettuali di “sinistra”. Molti dei suoi studi e delle sue letture coincidono con un’altra sua passione, quella per il sottoproletariato inglese, pur se con quella erre arrotata e il look un po’ british sì, ma non certo da proletario, sembra più un fighetto di Bloomsbury, il cuore intellettuale di Londra, che un dropout partorito da un quartiere povero e marginale come East End. Ma l’apparenza, come noto, può ingannare.

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«No one likes us and we don’t care»

“Se il mio mito in positivo è Salvador Allende, il male assoluto, politicamente parlando, è Margaret Thatcher. L’opposto di quello che per me significa far politica. Ecco, io amo il mondo che contro la Iron Lady ha combattuto e quasi sempre perso, finendone travolto. Mi emoziono a ripercorrere le lotte dei minatori o degli omosessuali in quegli anni. Mi piace la rivolta antisistema del movimento punk, mi scuotono dentro pezzi come “Police on my back” dei Clash (“sono in fuga con la polizia incollata alle chiappe di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica”) o lo Ska dei Madness (“Sarà meglio tu metta in moto i piedi e faccia un passo avanti verso il beat più rockie e pazzo che possa esistere”), guardo e riguardo i film di Ken Loach o altri come ‘Billy Elliot’. Con mio padre, quando riusciamo, scappiamo in Inghilterra a farci una full immersion di due o tre giorni nel calcio inglese. Andiamo soprattutto a vedere le partite della Football League Championship, la loro serie B, perché il clima che si respira in quegli stadi è ancora da calcio vero, non del tutto in mano al business più sfrenato. Il mio club preferito? Naturalmente i Lions del Millwall, un tempo conosciuti come “The Dockers” (scaricatori di porto), la squadra del proletariato portuale londinese. I tifosi del Millwall sono talmente prolet che non piacciono a nessuno, come cantano loro stessi: «No one likes us, no one likes us and we don’t care». A nessuno a parte me, naturalmente”.

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Amici e nemici

Ma chi, tra i big locali, può appoggiare la corsa di questo curioso “british mudnés” a parte il solito Bonaccini? Non Richetti, che Bortolamasi dice di conoscere appena e stimare il giusto, “Rispetto al rapporto che ha col territorio, ho idee un po’ diverse: sono più per una presenza attiva. A partire dai circoli e dalle feste”. Non Giuditta Pini, l’altra giovane più cool del momento, in pista di lancio per la segreteria regionale, rispetto alla quale il giudizio è lapidario: “una che ha beneficiato dell’effetto Renzi, pur appoggiando un’altra mozione. Se la vedo come segretaria regionale? No”. Dalla sua invece dovrebbe esserci Stefano Vaccari col quale dice di avere un “rapporto più confidenziale: gli ho dato una mano alle parlamentarie appoggiandolo anche se non stava con Renzi. Teto è una persona che stimo, prima come amministratore e oggi come senatore, per il rapporto che ha col territorio”. Di Baruffi invece gli piace molto lo stile: “Ha un approccio corretto al suo ruolo, lo si vede anche dalla comunicazione politica che ha sui social. E’ uno che lavora, ma non se la tira affatto, sembra che si prenda sul serio non più di quel che serve. Come piace fare a me”. Naturalmente per arrivare a una “candidatura unitaria”, auspicio di Bortolamasi come di qualsiasi altro candidato in pectore, non dovrà mancare in primo luogo il nulla osta dei diarchi della macchina comunale, quella che traduce in prassi tangibili per i cittadini qualsiasi velleità politica, i “fratelli in armi” Muzzarelli e Maletti. Con i quali afferma di avere un ottimo rapporto. E stop, troppo presto per andare oltre.

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Vuoi far ridere Dio?

A parte gli appoggi giusti, che per diventare segretario cittadino contano sicuramente per il 99%, in prospettiva bisognerà vedere se Bortolamasi riuscirà a conquistare il popolo dem. Visto che, se non gli mancano idee e intuizioni, difetta forse del carisma pop di cui abbonda invece il segretario nazionale e, a scalare, altri leader grandi e piccoli. Si vedrà, anche se per il momento lui non si preoccupa più di tanto, forte di un piano di quelli che lasciano poco spazio a variabili di minor importanza: cambiare il mondo. Considerata la mission, non se ne avrà a male – lui che ama le citazioni – se chiudiamo rubandone una a Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.

Renato Crotti, l’industriale che mandava i suoi operai a “studiare” l’Unione Sovietica

In una puntata del suo memorabile reportage “Viaggio in Emilia” pubblicato su Il Giorno nel 1962, Giorgio Bocca riporta lo sconcerto della classe dirigente del PCI locale per non aver azzeccato la pianificazione, naturalmente elaborata a partire da “premesse obbiettive”, di quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo industriale della regione: «Anni fa, sulle basi delle premesse obbiettive, avevamo previsto che i centri dell’industrializzazione emiliana, le città pilota, sarebbero state Piacenza, Bologna, Ravenna. Abbiamo indovinato solo Ravenna, abbiamo avuto le sorprese di Carpi, Vignola, Modena, Cento. Cosa vuole, i fattori soggettivi possono modificare e rovesciare le premesse obbiettive».

Chissà la soddisfazione, nel leggere quelle righe, per l’industriale carpigiano Renato Crotti (mancato tre giorni fa, a 93 anni) che all’epoca era nel pieno del suo scontro epocale per dimostrare, “contro l’opinione dominante”, che “socialisti, comunisti e una parte dei democristiani, erano in preda a una follia collettiva: prendendo lo spunto dai pretesi successi dei Paesi dell’Est, volevano attuare la pianificazione nell’ambito delle libertà politiche”. Sono parole tratte dal suo primo libro, scritto nel 1991, “In attesa di un pullman“, in cui racconta dei viaggi in Urss organizzati per giornalisti e sindacalisti – nonché gli operai della sua SILAN (Società di Importazione Lane) fondata nel 1948 e diventata in seguito tra le imprese protagoniste del miracolo carpigiano del tessile – per permettere loro di “constatare in quali condizioni precarie vivesse il popolo russo, a conferma del totale fallimento di quell’economia pianificata”.

Renato Crotti, al centro dell'immagine, "In trincea negli anni delle lotte sindacali".
Renato Crotti, al centro dell’immagine, “In trincea negli anni delle lotte sindacali“.

Una “battaglia per la verità” (sono parole sue) per la quale, nei primi anni ’60, in Emilia ma non solo, in pochi erano disposti ad immolarsi, con gran parte dell’intellighenzia italiana se non proprio prona, certamente scarsamente propensa a descrivere come un vero inferno il leggendario “paradiso dei lavoratori”. Erano gli anni in cui, per esempio, il futuro Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, di ritorno da un viaggio in Romania, pubblicava su L’Europeo un articolo in cui “descriveva con accenti elegiaci la vita dei rumeni, quasi si trovassero in «un’oasi di felicità». Tra l’altro, dichiarava testualmente: «I nostri operatori turistici della Romagna dovrebbero recarsi qui in Romania per imparare il loro mestiere»”.

Dopo un paio di viaggi per suo conto in Urss, di ritorno a Carpi, scrive sempre Crotti, “raccontai naturalmente ad amici e conoscenti quali fossero le effettive condizioni di vita nel cosiddetto «paradiso sovietico». Ben presto, però, mi accorsi di non essere creduto, anche da parte di molti non-comunisti, i quali ritenevano che quanto meno esasperassi il mio dire”. Del resto, commenta lo stesso imprenditore, come potevo pretendere che credessero a me e non ai tanti che, come Quasimodo, allora glorificavano le magnifiche sorti progressive del socialismo? Come poteva “il Paese che era riuscito a mandare per primo in orbita gli Sputnik” avere “un’economia tanto disastrata da costringere il proprio popolo a vivere in condizioni appena sopportabili?”.

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L’anticomunismo del liberale Crotti non era – a suo dire – “viscerale” o pregiudizievole. In fondo, a Carpi, dove “permaneva l’incongruenza di un Partito comunista ostile all’iniziativa privata stessa, ormai localmente stabilizzato sul 56-57 per cento dei voti” la sua SILAN era riuscito a metterla in piedi e a farla prosperare, permettendogli tra l’altro di diventare “uno degli uomini più ricchi d’Italia e un vero magnate internazionale dell’industria tessile“. Al contrario, giurava, “mentre stavo avendo molta fortuna nel campo professionale, sentivo il forte desiderio di restituire alla società quanto essa mi dava cosi generosamente, e ritenevo che un modo per fare questo potesse essere il tentativo di dare un contributo alla verità”.

E ancora: “Vedevo le utopie prevalere pericolosamente sulle certezze, e sentivo (nel mio piccolo) di dover fare qualcosa, investendo quel denaro che altri avrebbero magari destinato all’acquisto di uno yacht o di altri costosi status symbol. So che era difficile credere a un idealismo così fuori del comune. Tanto che un amico imprenditore, col quale mi ero confidato, dopo essermi stato attentamente ad ascoltare, ribattè con fare furbesco, strizzandomi l’occhio: «Va là, Renato, che non me la racconti tutta. Se metti dei soldi lì, vuol dire che il tuo buon tornaconto ce l’avrai». Invece, e il tempo lo ha pienamente dimostrato, ero solo, senza alcun appoggio politico; non avevo ambizioni di carattere personale, né recondite prospettive di tornaconti; non mi prefiggevo assolutamente di convertire (o sconfìggere) chicchessia, ma, se mai, soltanto di contribuire alla riflessione e alla discussione, che rendono sempre l’uomo per lo meno più consapevole”.

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Un impegno civile il suo che, stando a quanto scrive Wikipedia nella biografia, gli procurò non pochi grattacapi. “Attorno al 1975, la SILAN conosce una grossa crisi, a causa sia della situazione economica globale e italiana, sia della durissima opposizione sindacale, in parte motivata dalla volontà di far scontare a Crotti il suo impegno civile e in particolare i famosi viaggi in URSS”. Crisi dalla quale Crotti si riprese faticosamente in seguito, per dedicare infine gran parte della sua “seconda vita”, a partire dagli anni ’90, all’attività di promotore culturale e scrittore (oltre a “In attesa del pullman, pubblicò diversi altri volumi oltre a essere editore, già dagli anni ’60, di due testate locali, Tuttocarpi e Tuttomodena). Togliendosi, con l’esperienza sovietica ormai consegnata alla storia, qualche sassolino dalla scarpa rispetto a chi, come lo stesso Bocca, aveva a suo tempo sbeffeggiato il suo anticomunismo:

“Ricordo, a titolo esemplificativo, ciò che scrisse nel 1973 Giorgio Bocca sul Giorno, in uno dei suoi reportages «Dalla Russia di Breznev»: «Noi non siamo l’industrialotto di Carpi che invitava i suoi operai al viaggio gratuito in Russia: abbiamo meno denaro e più fiducia in chi legge». Non so che cosa volesse dire, visto che negli articoli descriveva, più o meno come avevamo fatto noi, le condizioni di miseria di quelle popolazioni. Che lui era più autorevole di me? Non lo metto certamente in dubbio. Resta il fatto che noi avevamo raccontato quelle realtà nel 1962, undici anni prima”.

L’immagine di copertina e le altre, sono tratte dalla siglia inziale della serie tv “The Americans“.

 

Quando la Borsa fa bene all’ambiente

Andrea Ronchi è un manager modenese appena trentenne. Per esser precisi è un “Business Development Manager”. E fin qui ci siamo. Solo che chiacchierando del suo lavoro per un’azienda milanese, EcoWay, impresa che si occupa di consulenza globale nel settore dei cambiamenti climatici, finisci per porgli la domanda fatidica di chi ci ha capito poco: “Sì, ma in concreto, che lavoro fai?”. Il problema ovviamente non è Andrea, ma il settore per il quale lavora. Quello che banalizzando, si chiama “borsa delle emissioni“.

andrearonchiQualcosa di cui pochi conoscono l’esistenza e, tra questi, ancor meno sono in grado di spiegarne esattamente funzionamento ed utilità. Eppure l’Emission Trading Scheme (ETS) o, semplificando, il “mercato delle emissioni”, è uno degli strumenti più efficaci oggi in attività per tentare di ridurre le emissioni planetarie di anidride carbonica, considerata prima responsabile dell’Effetto serra e del surriscaldamento globale della temperatura del pianeta. Un’apocalisse da tempo annunciata ma che, inspiegabilmente, non spaventa più di tanto. Anche se il 2014 è stato l’anno in cui si sono registrate le temperature medie più alte dal 1880. Tanto che gli scienziati che gestiscono il “Doomsday clock”, l’orologio dell’apocalisse, un orologio virtuale le cui lancette vengono simbolicamente avvicinate alla mezzanotte a seconda di quanto gli studiosi stessi ritengano prossima all’estinzione l’umanità, è stato spostato a tre minuti dall’ora x.

et1Anche se in maniera sicuramente insufficiente, i governi europei (i paesi cosiddetti emergenti e gli Stati Uniti sono decisamente più indietro rispetto a noi) stanno tentando da tempo di adottare delle soluzioni concrete che pongano argine al fenomeno e al tempo stesso favoriscano la riconversione di tutta l’industria continentale verso un modello sostenibile dal punto di vista ambientale. Il mercato delle emissioni è lo strumento individuato dalla UE a seguito della firma nel 1997 del Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale il cui obiettivo è esattamente la riduzione del riscaldamento globale. L’Europa ha fissato anche una data precisa per la svolta: il 2020, quando nel vecchio continente dovranno essere ridotte le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, cresciuta del 20% l’energia ricavata da fonti rinnovabili, ridotti del 20% i consumi di fonti primarie (obiettivo conosciuto come “20-20-20”).

Ma come funziona esattamente il mercato delle emissioni? “Per dirla con uno slogan – mi spiega pazientemente Ronchi – le aziende che inquinano pagano,  quelle che disinquinano vengono pagate“. Detta in maniera un po’ più complessa, l’Emissions Trading Scheme varato dall’Unione Europea regola la compravendita di “crediti di emissioni” come se, appunto, fossero azioni regolarmente scambiate in Borsa (azioni che attualmente, a causa di una serie di fattori, non ultimo la crisi,  vengono scambiate a a 7 euro per tonnellata, mentre il prezzo di equilibrio sarebbe tra i 30 e 40 euro). In pratica, i singoli Governi, sotto il controllo della Commissione europea, stabiliscono un tetto alle emissioni di ogni singola azienda secondo standard comuni. Più un’azienda resta sotto il limite e più crediti può rivendere ad altre società non in grado, per la natura della propria produzione o dei propri impianti magari obsoleti, di restare entro i livelli prescritti. Il sistema così concepito finisce per incentivare meccanismi virtuosi di riduzione dell’inquinamento, perché a essere ecosostenibili ci si guadagna, a inquinare ci si perde. Venendo obbligato o ad acquistare crediti o, nei casi peggiori, a pagare le multe comminate. Perché chi non rispetta i limiti imposti, oltre alla revoca della possibilità di effettuare emissioni, viene multato. Di 100 euro a tonnellata di anidride carbonica emessa. Che detta così, pare poca cosa, “ma che – mi precisa Ronchi – per molte aziende significa dover chiudere”. Meglio “giocare” in borsa, quindi.

et2Il sistema è il migliore tra quelli possibili? Ovviamente no, tutto è perfettibile e migliorabile. E le scelte politiche (e il mercato delle emissioni è un meccanismo nato da una scelta politica) sono sempre, inevitabilmente, frutto di compromessi. “Nell’ETS – dice Ronchi – va sicuramente riconosciuta la lungimiranza della Commissione europea nel dotarsi di uno strumento pragmatico in grado di operare per una effettiva riduzione degli agenti inquinanti ma, al tempo stesso, non va nascosto che questa soluzione nasce anche dall’impossibilità di attivare altri strumenti. Ad esempio la Carbon tax, da alcuni economisti ritenuta uno strumento più performante per raggiungere l’obiettivo. A livello UE se ne è discusso, ma non è possibile imporre tasse agli stati membri. L’emission trading è un compromesso. A suo modo, fa comunicare tra loro ambientalismo e capitalismo. Cosa non da poco, visto che nessuna tra le estremità dei due poli lo vorrebbe. Le aziende perché dicono che il meccanismo, che soggiace a un tasso di burocratizzazione piuttosto alto, appesantisce il loro lavoro. Gli ambientalisti perché contestano la stessa idea di fondo: fare dell’ambiente un oggetto di mercato.  I più intransigenti tra questi ultimi vorrebbero una severa tassazione e stop. All’estremo opposto c’è che non vorrebbe alcuna forma di controllo. In mezzo ci sta il mercato delle emissioni”.

et4Siamo di fronte alla quadratura del cerchio quindi? Non esattamente. “Il meccanismo va sicuramente migliorato – continua Ronchi – e ha ancora diverse criticità. Oltre che ampi margini di ottimizzazione, naturalmente. E’ indubbia ad esempio l’eccessiva burocratizzazione. La modulistica da compilare è impressionante e un’azienda finisce per dover avere al suo interno una persona che si occupi solo di questo. Altro problema: quando nei primi anni del nuovo millennio la Ue ha stabilito il numero di permessi da immettere sul mercato, lo ha fatto tenendo conto di un’Europa in continua crescita. Se oggi siamo dentro gli obiettivi previsti dai vari step, non è perché in pochi anni (lo schema EU-ETS è partito il 1 di gennaio del 2005) abbiamo assistito in Europa a una rivoluzione industriale ecosostenibile, ma perché le  nostre aziende oggi lavorano il 30 per cento in meno e, ovviamente, emettono altrettanta Co2 in meno. Insomma, siamo in linea perché i forni sono spenti”.

La direttiva ETS non copre tutta la produzione industriale europea, ma riguarda quegli impianti con elevati volumi di emissioni che, appunto, non possono funzionare senza l’apposita autorizzazione a rilasciare gas serra. A livello europeo, coinvolge oltre 11.000 impianti, tra termoelettrici e industriali nel campo della produzione di energia e della produzione manifatturiera. L’Italia, paese a forte vocazione industriale (nonostante tutto) si posiziona come numero di soggetti attivi nel trading tra i primi tre in Europa. Ad oggi, sono oltre 1.300 gli impianti italiani coinvolti, di cui il 71% circa nel settore manifatturiero. In Emilia-Romagna, sono 186 (dato 2013), per un totale di emissioni verificate di 10.269 milioni di tonnellate annue. In termini di emissioni, la nostra regione si trova al settimo posto in Italia. In testa troviamo la Puglia, con 31.988 milioni, seguita da Lombardia (21.911) e Sicilia (19.415).

Ma cosa fanno in concreto, il manager Andrea Ronchi e la sua azienda? “Varie cose – risponde – aiutiamo le aziende nelle loro strategie di riduzione e annullamento delle emissioni di CO2, a scambiare permessi sui mercati, a monitorare i livelli di emissione e anche nella gestione burocratica accompagnandoli fino alla verifiche di certificazione in modo da garantire un puntuale e trasparente accesso ai mercati alle migliori condizioni”.

et5E come ci finisce un trentenne in un settore così complicato, tanto importante quanto poco conosciuto dall’opinione pubblica?  “Per caso – sorride Ronchi – dopo l’Università ho cominciato a lavorare in Lufthansa. Quattro anni fa, quando gli operatori aerei hanno dovuto cominciare a preparasi per essere inclusi nel mercato (obbligatorio) mi venne assegnato il compito di elaborare il progetto di entrata. Mi ci sono appassionato. Da lì sono venuto a contatto con la mia attuale azienda e quando ho deciso di fare un salto di qualifica mi si è aperta l’opportunità di lavorare con loro. Oggi sono contento. Sono in un settore d’avanguardia. Stiamo parlando di una nuova frontiera. Trovarmi a trent’anni in prima linea su un tema centrale delle politiche economiche e ambientali del futuro, beh, sì: mi gasa”. Almeno questo, anche in un mondo complicato come quello dell’emission trading, non è difficile da capire.

Il mistero delle foto ritrovate

Al Centro culturale F.L. Ferrari, dove ha sede la redazione di questa testata, è conservato un ricco archivio fotografico. Si tratta per lo più di foto risalenti agli anni ’80 e ’90. Lasciti di una cooperativa di fotografi, l’Ager, che conclusa la sua attività ha deciso di donare il proprio archivio. Un pomeriggio, scartabellando tra quelle immagini di una Modena di 25 anni fa, tanto diversa da quella che mi pare sia oggi (anche se il sottoscritto, all’epoca, veleggiava per altre lande), a colpirmi furono due foto finite chissà come dentro quell’archivio tutto locale. Le uniche due che, chiaramente, nulla avevano a che fare con quella imponente raccolta.  Sono due ritratti corredati, sul retro, da brevi didascalie (uno, a dire, il vero, sembra più la riproduzione di una stampa d’epoca).

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Una rara foto di Celeste a 16 anni. Per la sua bellezza, nel Ghetto di Roma la chiamavano Stella. Divenne Stella Ria quando cominciò a vendere ai tedeschi la propria gente.

Celeste, “Pantera nera”, “Stella Ria”, collaboratrice delle SS, Ghetto ebraico di Roma. Elementi sufficienti per essere subito tentato a una ricerca più approfondita su questa ragazza, Celeste, di cui non avevo mai sentito parlare. Un tempo avrei fatto parecchia fatica a ricostruire la sua storia. Avrei dovuto girare per biblioteche, cercare tra gli schedari partendo probabilmente da parole chiave molto più generiche, tipo “ghetto di Roma”, “deportazioni”, “ebrei in Italia” o “leggi razziali”. Sperando poi di aver la fortuna di incappare in qualche testo storico dotato di un buon indice dei nomi. E forse, venticinque anni fa, alla fine avrei dovuto abbandonare la ricerca.

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Celeste, detta “Pantera nera”, ex collaboratrice delle SS, il giorno in cui nella basilica di San Francesco d’Assisi le fu impartito il Battesimo.

Oggi invece, ci ho messo pochi secondi a scoprire (anche se a dirla tutta le informazioni raccolte sono spesso contraddittorie: leggenda e realtà si confondono facilmente) che “Pantera nera” è uno dei soprannomi che fu dato a Celeste Di Porto. Una giovane ebrea che nel 1943, Roma sotto il controllo nazista, diventò una collaborazionista denunciando durante il periodo d’occupazione decine di ebrei, tra cui, pare, suo cognato e suo cugino. Divenne l’incubo del Ghetto: per far riconoscere alla Gestapo e alla polizia fascista un suo correligionario, lo salutava con un cenno del capo. Il malcapitato veniva così arrestato e deportato nei lager nazisti.

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All’epoca Celeste aveva appena 18 anni, abitava in via della Reginella 2, ed era considerata tra le più belle ragazze del Ghetto: alta, slanciata, capelli e occhi neri, un seno prosperoso, la bocca carnosa, uno sguardo magnetico e ricco di fascino. Quinta di otto figli, in famiglia veniva chiamata Stella, pare per la sua vistosa bellezza. Quando la mattina all’alba del 16 ottobre 1943 – il cosiddetto “sabato nero” – le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia, porta d’ingresso al Ghetto, rastrellando 1024 persone tra cui oltre 200 bambini, i Di Porto riuscirono tutti a scampare miracolosamente alla cattura.

Ma fu proprio in seguito a quell’evento, qualcuno ipotizza a causa dello choc, che Celeste, la stupenda ragazza ebrea, comincia la sua carriera da “Pantera Nera” decidendo di passare al servizio dei tedeschi. Le voci che corsero allora, le ipotesi che sono state fatte in seguito  – chi dice che tradì il suo popolo per soldi, allora la cattura di un ebreo valeva la ricompensa da 5.000 a 50.000 lire a seconda dell’importanza del soggetto; chi per odio nei confronti dell’ambiente in cui viveva che l’aveva sempre considerata una ragazza “facile” forse in virtù della sua bellezza; chi per amore del milite fascista e cacciatore di ebrei Vincenzo Antonelli – non potranno mai avere risposta certa.

Tedeschi e repubblichini in via Rasella subito dopo l'attentato del 23 marzo 1944.
Tedeschi e repubblichini in via Rasella subito dopo l’attentato del 23 marzo 1944.

Antonelli era un agente della banda di repressione (reparti paramilitari costituitisi spontaneamente con la nascita della Repubblica Sociale Italiana) romana che prese il nome dai suoi comandanti Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, agli ordini di Gestapo e SS. “Massacratori all’ingrosso” li definì dopo la guerra Ferruccio Parri. Per lo più ex squadristi così violenti e crudeli che in diverse occasioni perfino gli organi istituzionali della RSI cercarono di scindere le proprie responsabilità dall’operato di queste squadracce. Celeste aveva conosciuto l’Antonelli lavorando come cameriera nel ristorante noto per essere frequentato dai fascisti “Il Fantino” di Piazza Giudìa o Giudea (qui diverse immagini del presente e del passato di quella storica piazza, oggi ridenominata “delle Cinque Scole”), da cui ottenne in seguito il suo secondo soprannome, Stella Ria. Da lì cominciò fattivamente il suo lavoro di delatrice.

La Pantera nera raggiunse il culmine della sua tragica azione nel marzo del ’44 quando, dopo l’attentato di via Rasella ad opera del GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che provocò la morte di 33 poliziotti tedeschi, consegnò alla morte segnalandone i nascondigli 26 ebrei, trucidati alle Fosse Ardeantine nella rappresaglia voluta dal capo della Gestapo di Roma, Herbert Kappler.

Nell’elenco delle persone da fucilare fu inserito all’ultimo momento anche Lazzaro Anticoli, pugile dilettante piuttosto noto a Roma col nome di Bucefalo, che sostituì nella lista di Kappler Angelo Di Porto, fratello di Celeste. Prima di essere portato via dal carcere per essere fucilato, Anticoli riuscì ad incidere sul muro della sua cella a Regina Coeli, la numero 306, la condanna definitiva nei confronti di Celeste: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi“.

Civili rastrellati dopo l'attentato.
Civili rastrellati dopo l’attentato.

Celeste Di Porto, la “Pantera nera”, “Stella Ria”, divenne così il terrore di Roma. Una vergogna insopportabile per il padre Settimio che, distrutto, decise di presentarsi ai tedeschi di sua spontanea volontà, autodenunciandosi come ebreo. Fu spedito nei lager e morì gasato a Mauthausen. Quando Roma fu liberata, inizialmente lei rimase in città, nonostante i rischi altissimi e l’odio nei suoi confronti. Racconta la leggenda che quando la folla dei parenti delle vittime corse sotto casa sua reclamando vendetta, lei si affacciò beffarda alla finestra gridando: “Embe’ , che volete? Ci ho gia’ due alleati in camera, cercate d’ annavvene“. Un episodio che pare poco credibile anche se utile ad accrescere la fama di spietatezza della famigerata “Pantera nera”. Che comunque si trasferì velocemente a Napoli dove, pare, esercitò la professione di prostituta.

Riconosciuta, nel 1947 fu tradotta a Regina Coeli e processata per i suoi crimini. Fu condannata a 12 anni anche se, grazie ad una serie di condoni ed amnistie, ne scontò soltanto tre (secondo altre fonti, sette), nel carcere di Perugia, dal quale uscì nei primi anni Cinquanta “rinata” in seguito a una crisi mistica che la portarono a convertirsi al cattolicesimo. Fu battezzata nel convento delle clarisse di Assisi, dove fu ospite per un anno, prima di venirne cacciata, sembra perché troppo poco “celeste” nonostante il nome. Da lì in poi le notizie su Celeste Di Porto si fanno del tutto confuse. Nel 1958, dovrebbe esser tornata a Roma, a Centocelle, casalinga ignorata e riservata, sposata con un operaio, senza figli. Poi forse a Milano. Wikipedia la dà morta nel 1981, mentre il saggista Silvio Bertoldi, in un articolo sul Corriere del 1994, scriveva: “Oggi, se è ancora viva, dovrebbe avere 69 anni”.

stella2Ancora adesso, a distanza di oltre settant’anni da quegli eventi, resta molto da scoprire e raccontare sulla vicenda della Pantera nera. Verità e leggenda sono assolutamente confuse. Anche perché non risultano rigorosi studi storici sulla sua figura. E’ noto invece il romanzo – assai documentato in realtà – che lo scrittore originario di Finale Emilia, Giuseppe Pederiali, dedicò alla sua controversa figura , “Stella di piazza Giudia” pubblicato nel 1995. Al quale risale probabilmente anche la spiegazione più semplice del piccolo mistero, quello delle foto ritrovate, infinitamente meno interessante dei tanti che ancora ammantano la figura della Pantera nera. Forse all’epoca – non lo sappiamo perché non c’eravamo – Pederiali presentò a Modena il suo romanzo. Forse qualcuno, magari l’autore stesso, tirò fuori dal cilindro queste immagini poi riprodotte da uno dei fotografi della Cooperativa Ager. Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai.

Forse, visti i tanti buchi nella storia di Celeste, visto il continuo intrecciarsi di realtà e leggenda rispetto a quel che sappiamo di lei, vale la pena concludere questa modesta ricerca nello stesso modo in cui Pederiali chiude il libro. Un ultimo capitolo, non romanzato, dedicato alla sua personale indagine per ricostruire la storia di Celeste.

“Era l’ora della merenda, e la mia golosità, insieme alla simpatia delle due proprietarie che lavoravano immerse in una fragranza di focacce e biscotti, prolungarono la visita nel negozio, confortata da assaggi, consigli, notizie sui dolci tradizionali del Ghetto. Uscii con sotto il braccio un pacchetto tiepido, ricamato di nastrini arricciati, e con la bocca e l’animo addolciti. Sulla strada, a pochi passi da Via della Reginella, incrociai una ragazza bruna che mi guardò. Ricambiai lo sguardo e la riconobbi subito, nonostante l’avessi incontrata soltanto in fotografia. Era passata poco oltre, e quando la chiamai, Celeste!, lei si voltò e disse: Mi conosce? Io risposi di sì, senza precisare come. Con reciproca curiosità rimanemmo uno di fronte all’altra senza sapere cosa dire di più. Io cercavo parole che non apparissero come il pretesto per avvicinare una sconosciuta; e intanto il fluire del tempo (il rapido mi aspettava alle ore 20,05 del 9 gennaio 1995) fece sfumare il miracolo. Parlò lei per prima: Dunque? Le risposi: Somiglia a una Celeste che abitava qui, molto tempo fa. Una sua innamorata? No, soltanto il personaggio di un libro; vero, però. Non domandò se l’eroina era buona o cattiva. Domandò: Era bella? Molto, come lei. Grazie. Non ha mai sentito parlare della Pantera Nera? Rise divertita: Era la nonna della Pantera Rosa?, domandò, protetta dalla giovane età e dalla giovane spavalderia”.

L’essenziale? E’ perfettamente visibile

Il Piccolo principe, librettino che non sono mai riuscito a finire trovandolo incredibilmente noioso, contiene una serie di sciocchezze non da poco. A partire dalla massima più citata in assoluto:

Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

A parte il fatto che notoriamente il cuore oltre che cieco, molte volte è anche assolutamente stupido, non è affatto vero che l’essenza delle cose non possa essere catturata dal nostro sguardo. Non abbiamo bisogno di chiudere gli occhi per “vedere meglio” – che è poi il suggerimento a cavallo tra romanticismo e New Age di Saint-Exupéry – semmai abbiamo bisogno di aprirli di più. Molto di più di quanto ci consenta il piccolo orizzonte col qual inevitabilmente siamo abituati a confrontarci. La città, con particolare attenzione al quartiere, l’Italia, per lo più da intendersi come sinonimo di “nazionale di calcio”, l’Europa, ma per finta (l’empatia verso i cugini transalpini durerà lo spazio di un mattino) per chiudere in bellezza con quanto ci propina quotidianamente la bacheca Facebook; per moltissimi, il vero orizzonte socio culturale in questo secondo decennio del terzo millennio.

Invece – lo so, sembra una massima del Piccolo principe – “il mondo è davvero grande” e, di conseguenza, i nostri problemi piccoli, o comunque relativi, in maniera esponenziale. Per rendersene conto basta lasciar perdere il cuore e aprire bene gli occhi. Per esempio per guardare con attenzione una mappa, quella che vedete qui sotto, realizzata pochi mesi fa. Uno sguardo differente che dà un’idea precisa delle vere dimensioni di un continente come l’Africa. Al confronto del quale non solo il nostro Paese è un nano (e tanto più la nostra città e il nostro quartiere e perfino la nazionale di calcio. No, quella no, noi abbiamo pur sempre vinto quattro volte la coppa del mondo e nessun paese africano è mai arrivato nemmeno in finale), ma lo sono anche le più grandi nazioni del mondo, Cina e Stati Uniti compresi. Russia esclusa, quella è davvero bella grossa.

Sia chiaro, non voglio buttarla solo sui chilometri quadrati, e ridurre tutto a “chi ce l’ha più grosso”, ma segnalare che quando discutiamo di Africa e africani dovremmo farlo con la consapevolezza di chi sa che stiamo parlando di un continente enorme, con situazioni politiche, sociali ed economiche enormemente diverse tra loro, popolazioni altrettanto diverse, culture lontanissime una dall’altra. Consapevolezza mai sprecata, se pensiamo che siamo i primi a trovare con una certa difficoltà – ammettiamolo – fortissimi elementi unitari tra, che so, un pugliese e un trentino. Figuriamoci tra un campano, un emiliano e uno scozzese (che messa così, sembra una barzelletta della serie “Ci sono un francese, un tedesco, un inglese e un italiano…“): perché questo facciamo quando parliamo di Africa come tendiamo a fare con scarsa o nulla conoscenza, trattandola come se Napoli o Bologna fossero giusto a un tiro di schioppo da Edimburgo e Glasgow e, italiani e scozzesi, una faccia, una razza. Il che, per quanta simpatia si possa avere per gli amici scozzesi, non è esattamente vero.

Ovviamente la “vera” mappa dell’Africa (qui la potete vedere ad alta risoluzione) è solo una vera metafora. E un invito. Ad alzarsi ogni mattina e ripetersi come un mantra che il nostro sguardo sul mondo è quanto di più limitato possa esistere. E che perciò, qualsiasi nostra opinione, o visione, o pensiero, non può che essere la naturale conseguenza di una simile limitatezza. Se non altro, per ridisegnare ogni giorno almeno le nostre mappe mentali, perché, come disse il Piccolo principe, “quest’uomo sarebbe disprezzato da tutti, dal re, dal vanitoso, dall’ubriacone, dall’uomo d’affari. Tuttavia è il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perché si occupa di altro che non di se stesso“.

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Le balene non restino sedute

Non sono molto ferrato in materia, conosco dei cavalli che lo sono più di me.
(da “Le balene restino sedute” di Alessandro Bergonzoni)

 Fonte immagine: livescience.com
Il salvataggio delle balene a Barrow. Fonte immagine: livescience.com

C’è un evento che ha fatto la storia dell’informazione di cui qui in Italia forse in pochi si ricordano. Nell’ottobre 1988 un eschimese scoprì tre balene grigie intrappolate dal ghiaccio nei pressi di Barrow, un villaggio di 3000 abitanti all’estremo nord dell’Alaska, nella contea di North Slope. Contea che all’epoca vantava un piccolo studio televisivo (collegato a un satellite, Aurora I), mantenuto dai contribuenti stessi.  La piccola tv locale cominciò a trasmettere le immagini delle balene intrappolate sul satellite il cui segnale era visibile anche a Seattle dove avevano propri uffici the Big Three, i tre principali network americani (CBS, NBC, ABC). I quali, facilitati anche dalla copertura fornita dalla tv di North Slope, decisero di “lanciare” la notizia. Quel che ne seguì ha fatto storia. Arrivarono sul posto – mica il campetto dietro casa, ma una landa desolata 515 chilometri a nord del circolo polare artico – 26 reti televisive. Gorbaciov e Reagan si interessarono personalmente al caso e per salvare le balene misero in moto la marina americana e quella sovietica, per un costo totale dell’operazione di quasi 6 milioni di dollari.

«Il caso delle balene – commenta Fabrizio Tonello nel suo breve saggio “Il giornalismo americano” (Carocci) – fu la prima dimostrazione che, non solo “nulla accade” se non ci sono le telecamere ma che, dove ci sono le telecamere, qualsiasi cosa accada è una notizia». Tonello qui parla di televisione, ma l’assioma vale per qualsiasi altro media (la televisione semmai resta ancora oggi il maggior “amplificatore”): una notizia è vera, nel senso che accade, nella misura in cui viene raccontata. Altrimenti, semplicemente non è. Niente di nuovo, in fondo. «Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco» fa dire Orson Welles a Charles F. Kane, protagonista del suo capolavoro del 1941 “Quarto potere”.

La rivoluzione di Internet però, e ancor di più quella specie di reti nella rete che sono i social network (Facebook in primis, Twitter in seconda battuta) stanno brutalmente radicalizzando questo scenario. Oggi, scrive nel suo interessante editoriale “Come i social network sono diventati un potente strumento di distrazione di massa” Germano Milite, “l’informazione esiste solo se viene condivisa“.

«L’utente medio si è disabituato a ricercare i contenuti o a navigare sui portali e sempre più spesso diviene un inconsapevole soggetto passivo che si accorge di accadimenti e notizie importanti se e solo se compaiono sulla sua newsfeed di Facebook, diventano trend topics su Twitter ecc. E lo spazio che occupano certi “fenomeni virali”, come ad esempio la notizia divenuta poi tormentone della “farfallina” della Pausini, è spazio non solo virtuale ma proprio temporale che viene tolto alla lettura ed alla condivisione di altre informazioni ben più importanti. E sì perché, il tempo che milioni di utenti perdono per commentare (inutilmente) determinati accadimenti e nell’esprimere la propria (non necessaria) opinione su determinate vicende, viene inesorabilmente tolto ad altre attività».

Gli italiani che si informano su Internet sono ormai quasi 30 milioni. Ottima notizia se questi milioni di persone usassero Internet per quel che è: una enorme miniera di dati/informazioni che molto spesso permette di rifarsi direttamente alle fonti, confrontare opinioni differenti su uno stesso tema, approfondire ogni genere di argomento (anche se la facilità di accesso a fonti diverse non sempre si coniuga con altrettanta capacità di saper distinguere tra le stesse, cioè “separare il grano dal loglio”). Ma purtroppo, come evidenzia Milite, così non è. Anzi.

Alla crisi dell’informazione (giornali che chiudono, continua perdita di lettori, un’informazione sempre più fast food come se la nostra capacità di attenzione non andasse oltre i due minuti) i media stanno rispondendo con una sempre più decisa virata verso l’infotainment (informazione + intrattenimento rigorosamente mischiati), fenomeno nato negli anni ’80, che oggi sta vivendo, almeno in Italia, la sua apoteosi. Guardate le notizie pubblicate sulla propria pagina Facebook da Repubblica, la quale tra l’altro può vantare una solida tradizione di infotainment però tendenzialmente confinata alla storica “colonna destra”, quella dei gol più spettacolari, i piccoli panda (gattini, cagnolini, topini, uccellini, ecc. ecc.) o le bellezze di ogni latitudine.  Si è spinto ancora più in là un quotidiano con la storia e la tradizione del Corriere della sera. Osservate come è oggi nella sua versione online: un mix tra un social come Pinterest e il campione mondiale di foto di gattini, video virali, gossip e “news”che è Buzzfeed. Quasi cancellata la gerarchia nelle notizie, sommari inesistenti in home sostituiti da immagini più o meno grandi (sul modello di Pinterest, appunto), un pot-pourri – imbarazzante a mio avviso – di notizie serie con gossip da Novella 2000 (testata che per altro è di proprietà del gruppo RCS).

Ecco le notizie in primo piano, in questo momento, su corriere.it.

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Rassegnarsi al fatto che “così va il mondo” non basta perché, spiega sempre Tonello citando il saggio “Sulla televisione” di Pierre Bourdieu (Feltrinelli), trattare l’informazione in grado di offrire ai cittadini maggiore consapevolezza per “decidere sugli affari della comunità” (che è poi il motivo per cui è nata la stampa alle origini) «come parte del mondo dello spettacolo, privilegiando – ad esempio quando si parla di politica – le notizie sulla vita privata dei politici, equivale a una censura delle notizie (assai più complesse e difficili da capire) sullo stato del mondo, sulle guerre, sulla sanità, sulle pensioni, su chi sarà avvantaggiato e chi danneggiato dai tagli fiscali».

Se questo è lo stato dell’arte, bisogna comprendere a fondo l’ulteriore spinta che a questo modello devastante stanno dando i social network. Facebook in particolare. Scrive sempre Milite nel suo editoriale: «Ciò che è radicalmente cambiato, in peggio, rispetto al recentissimo passato, riguarda la differenza di visibilità concessa a determinati contenuti rispetto ad altri. Mi spiego con un esempio per i meno pratici sulla questione inerente il (rovinoso) cambio di algoritmo di Facebook che sta di fatto decretando una censura poderosa nei confronti di tutti coloro che non possono comprare like e visibilità e non producono contenuti trash-virali. Mentre infatti in passato un articolo “tette e culi” sui social collezionava 30.000 click a dispetto dei 5000 totalizzati da un pezzo più impegnato ed utile alla collettività, oggi questa proporzione, a causa del succitato cambiamento di algoritmo, è cresciuta ulteriormente, regalando in media 100.000 visite al primo contenuto e solo 200 al secondo».

A rifletterci un po’, a non dare per scontato l’intreccio indissolubile tra informazione e democrazia, forse le balene da salvare non sono più solo le tre di Barrow (probabilmente ancora in giro per gli oceani, visto che la longevità di questo mammifero varia dai 50 agli 80 anni).

Tutto ciò che sembra vero sono solo bugie inventate per vendere calze

In principio furono gli anni ’60. Anzi, anche un po’ prima: i ’50. Quando gli americani si accorsero che il mondo poteva essere conquistato con mezzi molto meno cruenti, e in fondo più redditizi alla lunga, che mandare i propri ragazzi in giro per il pianeta a farsi ammazzare (un vizietto mai perso fino in fondo, però) in nome della democrazia, della libertà e un po’ anche della Coca Cola. Quando lo zio Sam si accorse che più che un esercito di marines, poteva essere più utile lanciare all’assalto un esercito di pubblicitari.

Esattamente quelli che racconta, gli albori dell’impresa, una serie televisiva Usa di grande successo prodotta dal 2007 e ancora in corso: “Mad men“, i pazzoidi, termine coniato alla fine degli anni ’50 per definire i pubblicitari di Madison Avenue, New York. I protagonisti della serie: quei geni della lampada, pazzi alla guida di balle volanti, che ci hanno fatto credere che bastasse sfregare la carta di credito per ottenere – come spiega Don Draper direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria in cui è ambientata la serie – la felicità. Cioè, “quel sentimento che provi un secondo prima di avere bisogno di più felicità”. Ed è qui che si genera l’alchimia, perché – spiega Don – “la felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok”. Balle, ma di quelle che fan volare, appunto. Una rivisitazione della realtà che si spinge fino al nichilismo più assoluto: vie di fuga non ce ne sono, non qui. Sempre Draper: “Per amore lei intende quel fulmine che ti spacca il cuore, che non ti fa mangiare né lavorare, che ti porta di corsa a sposarti e a fare figli? Il motivo per cui non l’ha provato è che non esiste: quel tipo di amore è stato inventato da quelli come me per vendere calze“.

Ma “Mad men” non è interessante solo perché ci sbatte in faccia il racconto crudo dell’alba di quella società dei consumi che oggi la crisi fa rimpiangere a molti (ma non a tutti), ma anche perché molte delle dinamiche e dei comportamenti sociali rappresentati nella serie, all’apparenza così distanti da quello che siamo oggi, sono in realtà le radici culturali di ciò che siamo e spesso agiscono molto più in profondità di quanto siamo disposti ad ammettere. Si esprimono semplicemente in maniera più edulcorata.

Di primo acchito, l’America anni ’60 di “Mad men” sembra lontanissima dall’Italia di oggi, se non da quella di ieri.

E’ vero, stili e comportamenti più superficiali di quell’epoca, come ad esempio:

  • gli uomini con i capelli incollati al cranio dalla brillantina,
  • con la sigaretta perennemente in bocca, in ufficio ma anche in camera da letto,
  • col whiskey sempre a portata di mano (“La mia generazione beve perché bere è bello; anche più bello di quando ti slacci il colletto. Perché noi ce lo meritiamo; perché tutti gli uomini bevono. Voi, con le vostre angosce e i vostri pensieri tristi, state sempre lì a leccarvi delle ferite immaginarie“),
  • la moglie/madre dei propri figli da tenere come soprammobile perché non disturbi le visite nei salotti delle amanti (“A me piacciono le rosse: le loro bocche sono una goccia di sciroppo alla fragola in un bicchiere di latte“),
  • i capoufficio sempre pronti ad allungare la mano sulle chiappe della segretaria più o meno compiacente,
  • le donne bamboline o pin-up supersexy (a seconda che interpretino il ruolo di mogli o di amanti) a caccia di marito perché “l’anello attrae più del miele” (ma “Mia madre diceva sempre: stai dipingendo un capolavoro. Assicurati di nascondere le pennellate“),
  • le donne ingessate in ruoli stereotipati e sistematicamente sottomesse al potere maschile come la segretaria zerbino che prende cappello e cappotto del capo all’arrivo in ufficio per appenderlo all’attaccapanni,
  • e in generale tutti quei comportamenti sociali che i protagonisti di “Mad men” agiscono come marionette mosse da un invisibile Deus ex machina

non esistono più.

Non in maniera così smaccata almeno. Ma non sono morti, sono solo addormentati. E nemmeno tutti. Insomma, siamo figli e nipoti di quella stagione. Non perché i mad men abbiano necessariamente inventato qualcosa che non esistesse prima di loro, ma perché hanno reso quella visione del mondo cultura di massa, quindi modello e paradigma universale per molti anni a venire. Fino ad oggi, in quest’epoca globale in cui “qualunque sia la decisione, senti di non averla presa tu“. Ma, più probabilmente, qualche Mad man dal suo ufficio in Madison Avenue. 

Zuppa d’icone

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D’accordo, son cambiati i tempi e adesso le icone si creano e si distruggono nell’arco di qualche giorno, ma vi immaginate un presidente del consiglio, Andreotti o Fanfani, Spadolini o anche Monti o Letta come icone pop? Perché Matteo Renzi questo è ormai. Un’icona pop. Che è cosa diversa dal proliferare di meme, tecnicamente “unità auto-propagantesi” a livello cerebrale – all’atto pratico, video e immagini che diventano tormentoni sul web – che riguarda ormai qualsiasi personaggio più o meno famoso che finisce nel tritacarne dello sberleffo su Internet o per averne sparata (anche solo una) grossa, o per le proprie caratteristiche.

Nel primo caso rientra l’attuale sindaco di Torino Piero Fassino ad esempio, che con la sua celebre uscita del 2009 su Grillo, “Se Grillo vuol far  politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni, e vediamo quanti voti prende. Perché non lo fa, eh?”, diede involontariamente vita al tormentone “Le lungimiranti profezie di Fassino” che per un paio di mesi ha impazzato su Facebook.

Nel secondo invece includerei lo scrittore Roberto Saviano che da quando ha aggiornato il suo status da semplice “Esperto di camorra” a “Voce etica e critica dell’Italia contemporanea”, con quel suo stile ieratico che involontariamente scivola nel ridicolo, è diventato un cult. Dando vita a una serie di meme che ne riproducono l’ampollosa retorica in chiave irriverente. C’è da dire che Saviano, contrariamente al povero Fassino, ci mette davvero del suo, come dimostra l’immagine che riproduce un suo tweet sul valore e il senso nella sua vita dei cappelli, “amici solitari”.

Un’Ode al chapeau riprodotta in maniera più estesa sulla sua pagina Facebook, con effetti sinceramente comici (da cui il commento acido: “Brutta cosa le calvizie”): “Sono grato ai cappelli, li sento amici. Solitari, individualisti, coprono e proteggono senza avere l’aria di chi si sta prodigando. Per vento o distrazione, non sono mai loro ad abbandonare, ma vengono costretti a lasciare il proprio compito. Sono grato ai cappelli, mi sento sempre difeso da loro, per la loro presenza, come fosse compagnia costante pronta a intervenire qualora d’intorno minaccia di freddo o di essere umano venga a insidiare serenità. Sotto un cappello ben calzato, riesco sempre a sentirmi invisibile”.

Naturalmente il grande precedente, ciò da cui tutto ebbe origine, si deve al comunicatore per eccellenza, Silvio Berlusconi. Che già nel lontano 2000 fu il primo a esser vittima (immaginiamo, con suo notevole sollazzo e piena consapevolezza dei benefici che gli sarebbero derivati) di una strepitosa campagna parodistica – allora il termine “meme” era semplicemente sconosciuto – che conobbe un enorme successo. Tutto nacque dagli enormi manifesti col faccione di Silvio accompagnati dallo slogan “un impegno concreto”. Partirono le prime parodie sparse qua è là su un Internet in cui la dimensione social era ancora del tutto sconosciuta. In italia, nascevano allora i primi blog, per dire. Il primo a intuirne le potenzialità fu tale Mark Bernardini che creò un sito ad hoc raccogliendone ben presto centinaia e centinaia. La più famosa? Dal berlusconiano “Meno tasse per tutti” – balla epocale, naturalmente – alla leggendaria, “meno tasse per Totti”. Nemmeno questa veritiera, ma ampiamente compensata dall’aumento vertiginoso nei primi anni 2000 degli stipendi dei calciatori (fino alla relativa stretta post crisi del 2008 e all’introduzione del cosiddetto “fair play finanziario” da parte dell’Uefa di Michel Platini).

Ma torniamo a noi, a Matteo “Pop” Renzi. E’ vero che suo grande maestro in termini di comunicazione è stato certamente Berlusconi, ma a differenza dell’ormai anziano leader, Matteo (già che basti il nome per identificarlo, proprio come per Silvio, è un indicatore inequivocabile: oggi in Italia “Matteo” è solo Renzi) è il primo a governare – e sottolineo il verbo – un perfetto crossover comunicativo tra old e new media. Renzi che si fa fotografare sul settimanale popolare “Chi” con giubbotto in pelle nera come l’eroe di “Happy Days”, Fonzie, sa benissimo quel che fa e quel che ne deriverà. Renzi che crea hashtag su Twitter che diventano tormentoni come l’ormai leggendario #staisereno rivolto a Enrico Letta giusto una settimana prima di defenestrarlo per prenderne il posto, sa quel che fa. Renzi che riesce a far diventare la camicia bianca, dalla notte dei tempi icona del macho da spiaggia pronto per le serate in disco, divisa “renziana” per eccellenza, è uno che si muove tra i meandri della cultura pop con perfetta padronanza. Notare anche il risultato finale – per chi scrive, ma in fondo per tutti noi, e c’è un 40% di preferenze raccolte alle ultime elezioni europee lì a dimostrarlo – di questo breve elenco di manipolazioni pop dell’abile Matteo: “Renzi sa quel che fa“. Alé: la zuppa comunicativa, à la Matteò, ormai è pronta. E noi che ingenui crediamo pure di poterla assaggiare a piacere, ne siamo già nulla più che semplici ingredienti. E’ la democrazia che #cambiaverso, bellezza.

(Immagini tratte dal tumblr “In bici con Renzi” e dalla pagina Facebook “Matthew Mr. Renzi“)