Settant’anni di Unità

La Festa dell’Unità di Modena che si aprirà tra due giorni a Ponte Alto – il 24 agosto alle 19 – compie quest’anno esattamente settant’anni. L’età giusta per andare in pensione? Assolutamente no. Lo dicono i numeri che testimoniano un successo immutato negli anni, e lo conferma anche Raffaele Caterino, autore del volume “La città nella città. Cronache e storie dalle Feste de l’Unità di Modena 1946-2016“, edito dalla Fondazione Modena cittanellacitta2007 e realizzato proprio per celebrare questi sette decenni di storia di un evento che si intreccia indissolubilmente non solo con quella del partito che da sempre la promuove, ma anche con quella della città che la ospita. Il libro è una ricostruzione puntigliosa e accurata della lunga strada percorsa dal dopoguerra ad oggi, dalle prime feste di una sola giornata che si svolgevano in pieno centro storico fino al gigantismo – temporale e spaziale – che caratterizza l’attuale kermesse di Ponte Alto. Dal canto suo, il giovane ricercatore autore del saggio può essere a buon titolo considerato come uno dei massimi esperti sull’argomento “festa dell’Unità di Modena” per la quale nutre una passione che va al di là dell’interesse culturale e storiografico. Non solo perché a questa aveva già dedicato la propria tesi di laurea, ma anche per i suoi ormai celebri diorami – di cui abbiamo raccontato in passato – riproduzioni in scala, realizzate con colla, forbici e cartoncini colorati della festa che fin da bambino Caterino con pazienza certosina “monta e smonta” ogni anno in concomitanza con l’apertura e la chiusura della festa “vera”. In questa lunga chiacchierata con lui, ci siamo fatti raccontare non solo del passato ampiamente trattato nel suo saggio, ma anche della situazione del presente e delle prospettive future di questo appuntamento che richiama centinaia di migliaia di modenesi, e non solo.

L'archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.
L’archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.

Dai plastici in cartoncino alla copertina cartonata de “La città nella città”. Mi racconti la genesi del tuo lavoro? Ti è stato commissionato o l’idea di partenza è tua e hai successivamente trovato nella Fondazione Modena 2007 l’editore disposto a pubblicarlo?

Allora in primis, io qui, come mi è capitato di dire in altre occasioni, cercherei di slegare il discorso plastici (che ti ringrazio della tua definizione “favolosi”), tant’è che in una prima ipotesi si ventilava un loro inserimento nel libro ma, come vedrà il lettore, non vi è traccia alcuna dei modellini. Questo perché in questi mesi mi si è sempre riconosciuto nella persona che fa i diorami delle feste. Non che mi dispiaccia, ma in questo caso proprio perché questo lavoro ha una genesi di ricerca e di “fatica” abbastanza lunga, lo vedo come un qualcosa che possa distogliere l’attenzione da quello che ritengo un argomento così interessante e molto più complesso di quello che sembra, come appunto la “città rossa”. Da qui avrai già intuito che il lavoro è partito da me, senza una idea precisa di cosa fare dopo, ma semplicemente la voglia di scoprire come erano le feste del passato, quelle di quando ero piccolo e che ricordavo a malapena e poi la curiosità mi ha spinto ad andare indietro fino al 1946.

Questa ricerca parte nel settembre del 2011, e mi ricordo che la prima festa che comincia ad analizzare è stata la nazionale del ’90, per poi andare indietro e consultare l’archivio del PCI di Modena dell’Istituto Storico e poi quello fotografico. Di seguito, con maggiori difficoltà di reperimento sono tornato agli anni ’90 e ho cominciato a ricostruire gli anni post Bolognina. Esiste al momento solo l’archivio del PDS, quindi fino al ’97 (e in più il primo anno dei DS, il ’98), quindi per questi anni è stato facile. Per il dopo è stato più complesso, e mi sono rivolto alla Fondazione Modena 2007 e ad alcuni circoli, o persone, che detenevano appunto materiali più recenti. Per quelli che vanno dal 2004 in poi invece li avevo già tenuti io in un piccolo archivio personale che avevo cominciato a costruire, dove poi ci sono anche molte feste più piccole, altre feste nazionali in Italia e quelle di Reggio e Bologna. Questa ricerca fu poi la base per lavorare alla mia tesi di laurea di due anni fa, che si era incentrata sulla festa in relazione ai cambiamenti politici (PCI- PDS , PDS-DS, DS-PD). Da questa io e l’Istituto storico abbiamo cominciato a pensare prima ad una mostra e poi ad un libro, che potesse uscire quest’anno, appunto per il settantesimo. Qui la fondazione si è mostrata molto interessata e insieme abbiamo messo insieme il progetto che poi abbiamo realizzato, il libro e la mostra allestita nella festa di quest’anno.

Ancora un'immagine dell'archivio di Caterino
Ancora un’immagine dell’archivio di Caterino

Ripercorrendo le suddivisioni contenute nel volume, possiamo sintetizzare le varie tappe evolutive che hanno caratterizzato la festa dal 1946 ad oggi?

Provo a cercare di delineare delle tappe, anche se non è semplicissimo. Le prime feste sono quelle del dopoguerra, piccole, brevi ma molto scenografiche, con le grandi sfilate che coinvolgevano la città, il centro storico, la cittadinanza. Con gli anni ’50 la festa comincia ad assumere un aspetto più simile a quello che conosciamo, sistemandosi in Piazza d’Armi (oggi il Novi Sad) fino al 1978 (eccetto il ’77, festa nazionale all’autodromo). Ed è appunto con l’arrivo all’autodromo, prima col ’77 e poi stabilmente dal ’79 fino al 1987, che la festa “esplode”, cioè diventa gigante, seguendo poi un trend nazionale, e si specializza, cerca temi sempre diversi, originali, nuovi, azzardati, coraggiosi, al contrario degli anni precedenti. Con gli anni ’90 siamo di fronte a un ridimensionamento progressivo (ricordando che dal ’90 al 2002 Modena ospita la festa nazionale 5 volte) fino ad arrivare a quello che vediamo oggi.

A distanza di così tanto tempo dalla sua nascita, la Festa dell’Unità resta un imprescindibile appuntamento di massa per la città, tanto da essere tentati di paragonarla, “come radicamento e tradizione, al Palio di Siena o al Festival di Sanremo”. Se questo è vero dal punto di vista genericamente “culturale”, in che misura oggi la Festa conserva la connotazione politica delle origini?

La festa in qualche modo fa parte del “paesaggio”, dove bene o male quasi tutti ci passano, proprio per il suo carattere popolare. Logicamente non è più la festa dei giardini pubblici del ’46. E’ stata condizionata dalla modernità, dai nuovi bisogni e dalle mode, tendenze, abitudini. Una volta si mangiava nei tavoli all’aperto sull’erba, oggi si cerca di creare condizioni confortevoli, scenografiche, quasi ricreando dei veri e propri locali. Quella di oggi è una versione ingrandita e aggiornata della vecchia festa. Non c’erano i balli latini, non c’era l’autosalone, ma non vuol dire che nelle prime feste non ci fossero zone commerciali, come lo spazio per i giovani o lo svago. Anzi, semplicemente si è rinnovato, adattato quello che c’era, seguendo l’andamento dei tempi e della società, e magari facendo conoscere cose nuove, sapori nuovi, musiche nuove a chi non le conosceva. La festa era ed è anche questo. Contrariamente a quello che si può pensare, lo spazio per il dibattito politico col tempo è aumentato. Nelle prime feste non c’erano certamente tanti dibattiti, anzi spesso c’era solo un comizio di un dirigente nazionale e basta. Con il progressivo allungamento della sua durata il programma politico culturale si è ampliato moltissimo. Sulla partecipazione il discorso è diverso. Le grandi masse (del partito di massa in una società di massa) oggi non ci sono più, il modo di partecipare alla politica è indubbiamente cambiato, quando si partecipa.

La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.
La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.

Anche se nel corso degli ultimi anni si è assistito a una sua progressiva “privatizzazione”, almeno rispetto alla gestione delle varie attività – quelle della ristorazione in testa – il lavoro delle migliaia di volontari che ne permettono la realizzazione è ancora assolutamente imprescindibile. E tuttavia è impossibile negare che queste persone appartengono – per la maggioranza – sia dal punto di vista anagrafico (parliamo per lo più di pensionati) che della cultura politica, a un passato che trova chiaramente le sue radici nella militanza nel PCI. Per quella che è la tua conoscenza, ritieni sia in corso un ricambio generazionale? In che misura? Come vedi il futuro della festa dal punto di vista organizzativo? Davvero possiamo pensare che tra dieci anni sia ancora tutto in mano ai volontari?

In un primo momento (ma anche oggi) l’intervento dei privati era necessario per permettere quell’ampliamento dell’offerta, che prevedeva il coinvolgimento di alcuni ambiti dove i volontari non erano preparati (penso alle cucine estere per esempio). Certo è che il numero dei volontari è progressivamente calato, anche se il problema di trovare persone è sempre esistito. Tra dieci anni farei fatica a immaginare ad una inversione di tendenza: le cose non possono che proseguire su questa strada. Molte delle defezioni attuali derivano da una situazione burrascosa interna nel partito a livello nazionale. Vero è che la festa tende a unire, a superare le divisioni, per il suo radicamento fortissimo, perché è un pezzo di storia con la quale anche un partito che sta cambiando deve fare i conti. Leggo spesso di persone che dicono che questo è sbagliato, c’è chi addirittura ha definito la festa come una casa “propria”. Ecco dire queste cose fa capire che delle feste si sa ancora pochino, le feste non sono una casa di qualcuno, devono essere quel crocevia di confronto, uno spazio aperto come una città che deve accogliere e confrontarsi. Chiudersi e quindi snaturare la vera natura della festa può mettere a rischio qualcosa di grande.

Uno dei favolosi diorami di Caterino
Uno dei favolosi diorami di Caterino

La festa conserva fortissimi gli aspetti legati al divertimento, alla socializzazione, all’intrattenimento. Ma è ancora un appuntamento anche politico? L’impressione netta è che negli ultimi anni, a parte alcune star del mondo della politica – il Renzi del pienone del 2013, un evergreen come Bersani – gli eventi politici siano disertati dal grande pubblico. Quanto incide la crisi generale della politica rispetto alle mutazioni che sta vivendo questo appuntamento storico?

La festa deve rimanere un luogo, oltre che di divertimento, di degustazione, di socialità, anche di cultura e di politica. Modena devo dire che a livello culturale fa sempre un grande lavoro, organizzando ogni anno una serie di rassegne culturali e mostre significative, cosa non scontata e non frequente. La politica, come dicevo prima, ha visto un ridimensionamento della partecipazione notevole. Passiamo dai 700mila di Berlinguer nel ’77, 150 mila di Occhetto nel ’90 alle 10mila di Renzi nel 2013. Se si fa caso anche nei festival nazionali, già da qualche anno i comizi finali non si fanno più nelle grandi arene ma in spazio più piccoli. E questo trend non si può invertire se si diffonde l’idea che la festa deve essere casa esclusivamente “di qualcuno”. Se abbiamo delle sale dibattiti, queste devono ospitare dibattiti, non conferenze. Anche “fisicamente” visto che il libro parla diffusamente di morfologia della festa, lo spazio dedicato alla politica deve essere coraggiosamente evidente, aperto, accessibile dal passaggio dei visitatori, in modo che volendo o no, per i dibattiti ci passi.

Il pannello della Festa di quest'anno
Il pannello della Festa di quest’anno

Parlando di brand, termine usato da Renzi nel 2014 per restituire l’antico nome alla Festa dopo la parentesi “Democratica”, pensi che le persone associno ancora in maniera indissolubile questo evento al partito che la promuove o il marchio “Festa dell’Unità” è ormai più forte del partito stesso tanto da potersene tranquillamente – in linea del tutto teorica – affrancare in futuro annacquando – se non eliminando – sempre più la proposta politica?

La festa de l’unità (io lo scrivo ancora così, anche se mi dicono che è roba da vecchi, io dico che è storia, e chi la ignora sbaglia) è un marchio (brand lo facciamo dire a chi inglesizza tutto, pure le leggi) ben riconoscibile, che ha le proprie gambe e che ha dimostrato di sopravvivere a 4 partiti e al tentativo di cambiare il nome della festa. Il rischio che diventi sempre più una fiera esiste, e in alcune realtà è più che un rischio. In Emilia tutto sommato riesce a mantenere una natura “mista” che conserva ancora la coesistenza di tutto quel mondo che la festa vuole rappresentare. L’impegno deve essere quello, ricordiamoci che la festa è proprio la vetrina del partito e di una certa politica. Se il partito è il negozio, il proprietario cosa fa? La vetrina la cura e la rende attraente mostrando il meglio di sé, o la trascura? Cosa succede se la vetrina non attrae? Il cliente non entra, e se non entra non ti conosce. La festa è questo, mostrare la tua sostanza, politica compresa, affinché chiunque, ripeto chiunque, possa venire e confrontarsi.

Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l'Unità del 1957, tenutosi nell'attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.
Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l’Unità del 1957, tenutosi nell’attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.

La festa di quest’anno arriva in un periodo di grande difficoltà del PD, segnato da profonde divisioni interne – sul referendum costituzionale, sulla figura del premier/segretario, e altro ancora – tanto da invitare la segreteria provinciale a un richiamo unitario: “l’Unità moltiplica (la democrazia, la legalità, i diritti, ecc. ecc.)”. Eppure non è il primo passaggio epocale, come racconti chiaramente nel libro, che viene “assorbito e rielaborato” attraverso la Festa. Pensi che questo appuntamento possa ancora svolgere una simile funzione fondamentale? Quanto la festa riesce ancora a “fare politica” e non solo tortellini?

Come dicevo prima la festa è forse ormai l’unica cosa che tutto sommato unisce sotto un simbolo, che non è detto sia quello del partito, ma il simbolo è l’avvenimento festa in sé e la sua storia. Il Pd è in un momento complicato, il referendum non sta facilitando la situazione e io non sono molto ottimista per il futuro, vedo discussioni e divisioni molto profonde che non mi fanno immaginare delle riconciliazioni così semplici. Ma non sono mai uno molto ottimista. La festa potrebbe e dovrebbe ricoprire questo ruolo ma porsi come festa del sì, aiuta? Torno col pensiero al ’90, l’ultima festa nazionale del PCI che si tiene proprio qui a Modena. Quella festa si poneva proprio come una festa che dovesse essere al di sopra del si o del no alla “cosa”, ma doveva essere il luogo dell’elaborazione politica. E allora perché oggi non fare delle feste un laboratorio di confronto tra il sì e il no? E addirittura, come partito di maggioranza, perché non usare le feste come laboratorio politico, come luogo di incontro con le persone e di confronto con esse, elaborando poi i risultati di questo confronto e farne uso per la propria attività politica e di governo? Un partito che ha un radicamento così capillare, la fortuna di incontrare centinaia di migliaia di persone ogni anno, perché non la sfrutta adeguatamente? La festa come piazza dove poter dire la propria… magari succede che la politica torni ad esser partecipata. Forse varrebbe la pena sperimentare. La storia della festa è piena di esperimenti coraggiosi e anche fortunati.

In generale, sei fiducioso per il futuro? La Festa della “Città nella città” scriverà ancora la storia dell’altra città, di Modena?

La festa non solo costruisce la sua storia (e per fortuna ogni tanto si ferma a rifletterci su, come in questo caso, come nel 2005 o come nel 1985) ma ha fatto anche un pezzo di storia della città di Modena, ha contribuito a ridisegnare alcuni spazi. Grazie alla festa da Modena non sono solo passati i politici ma anche artisti e cantanti di fama internazionale dando vita a concerti memorabili. Non so se nel futuro sarà ancora così, non sarà facile. Ma osare e sperimentare come dicevo prima, aiuterebbe.

mostra_citta

Il libro sarà in vendita dall’apertura della Festa il 24 agosto. Parallelamente, è stata allestita una mostra promossa da Fondazione Modena 2007 e Istituto Storico di Modena, curata da Raffaele Caterino, Metella Montanari e Claudio Silingardi, dedicata ai 70 anni di Festa de l’Unità di Modena, alla storia della sua realizzazione e dello spirito di quanti, negli anni, hanno contribuito a renderla parte integrante del panorama politico e culturale della città. In esposizione, 170 foto suddivise in 5 nuclei tematici di 10 pannelli ciascuno.

In copertina: Festa dell’Unità nell’area industriale di Modena Nord, 1990.

 

All we are saying, is give price a chance

Non è il massimo iniziare il racconto di una bella avventura imprenditoriale tutta digitale, partita da Carpi, col solito lamento sui cronici ritardi del nostro Paese. Ma che ci possiamo fare se giusto qualche giorno fa la Commissione europea ha pubblicato un report sull’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) che posiziona l’Italia in zona retrocessione in Europa, venticinquesima sui ventotto paesi della Ue? Come riporta il Sole24Ore, il fatto è che non ci siamo proprio in termini di competenze digitali: “il 37% dei cittadini italiani, un terzo della popolazione, non usa regolarmente internet e il 63% restante compie poche attività complesse online”.

In un quadro simile, chiaro che anche un settore chiave per lo sviluppo economico come l’e-commerce, ci vede relegati alla voce “mercati immaturi”. Nonostante l’inarrestabile crescita del fatturato (e ci mancherebbe), il confronto percentuale con i nostri competitor più prossimi, Germania e Gran Bretagna, resta impietoso: mentre in Italia la sua quota di mercato sulle vendite totali vale il 2,1%, in UK è pari al 13,5% e in Germania il 10% (dati 2014). Eppure, anche in questo Paese sempre più vecchio dicono le statistiche, qualcosa si muove. Qualcuno ci prova. Veri campioni digitali, non solo a chiacchiere, che testardamente fanno impresa digitale. Contribuendo così a traghettare la nostra economia verso lidi più consoni per un Paese che non si accontenti del ruolo da comparsa nell’economia globale, presente e soprattutto futura.

Fonte immagine: giovannicappellotto.it
Fonte immagine: giovannicappellotto.it

Davide Lugli e Maximilian Lanaro sono due ingegneri carpigiani, entrambi trentanovenni, che nel febbraio 2015 hanno fondato Competitoor, start-up che ha progettato e gestisce un software cloud destinato alle aziende e alle piattaforme di e-commerce per consentire loro di tenere monitorati i prezzi della concorrenza, individuandone immediatamente le variazioni. La sua utilità pratica? Informare l’azienda-cliente ogni volta che un prezzo cambia online in modo che questa possa prontamente reagire, scegliendo di adeguare o meno la propria offerta. A parte i settori già coperti, tipo quello dei prezzi dei voli, i campi di applicazione sono tantissimi: dal cibo ai libri, dall’elettronica ai vestiti, dai cosmetici ai prodotti per la salute. Insomma, tutto ciò che si può vendere online. In pratica: tutto o quasi. Caso mai ci fosse ancora qualche dubbio, Competitoor non è una piattaforma destinata all’uso diretto di noi consumatori – alcuni esempi che ci permettono più o meno bene di confrontare vari prezzi di vendita dei prodotti più svariati sono già presenti online – ma è un cosiddetto prodotto “b to b” (business to business), cioè destinato alle aziende. Nello specifico, quelle che si occupano di commercio elettronico. Dalla cui competizione però, noi consumatori possiamo trarre grandi vantaggi.

Quella del monitoraggio dei prezzi online è in fondo un’idea semplice, ma efficacissima in un mondo in cui un consumatore per scegliere il prodotto più competitivo non deve spostarsi fisicamente tra un negozio e l’altro, ma semplicemente aprire una nuova finestra del browser. Ecco allora che per un operatore commerciale diventa indispensabile monitorare l’offerta della concorrenza, pena un repentino calo delle vendite perché magari, giusto da qualche ora, gli utenti trovano lo stesso prodotto da un’altra parte a 5 euro di meno. E bastano ormai davvero pochissimi euro di differenza per orientare la scelta di dove inserire i dati della propria carta di credito. Proprio per questo, le variazioni di prezzo online sono una vera giungla, mobile e mutevole. Tant’è vero che una delle più grandi aziende di commercio elettronico al mondo, Amazon, racconta Davide Lugli, “modifica sul proprio catalogo 2,5 milioni di prezzi al giorno con punte anche di 8 variazioni quotidiane per singolo prodotto”. Un delirio impossibile da seguire anche schierando, come qualcuno fa ancora, una pletora di impiegati a controllare 24 ore al giorno i movimenti della concorrenza. Per rispondere a queste esigenze in maniera automatizzata è nato Copetitoor.

Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm
Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm, l’11 febbraio di quest’anno.

Prima di decidersi a mettersi in proprio con un primo progetto imprenditoriale e in seguito fondando questa start-up, sia Davide che Maximilian hanno accumulato una notevole esperienza nel loro settore specifico che è quello dell’ingegneria informatica e delle telecomunicazioni. A dar loro una mano in termini di accelerazione e di reperimento delle risorse finanziarie è stata certamente la presa in carico della start-up da parte della trevigiana H-Farm, il più importante incubatore tecnologico che esista nel nostro paese che, nelle ambizioni del suo fondatore Riccardo Donadon, dovrebbe diventare una sorta di Silicon Valley italiana.

Anche se formalmente fondata l’anno scorso, di fatto Competitoor è operativa online da pochissimo. “La vera partenza commerciale – spiega Davide – risale praticamente a un mese fa, con la fine del percorso di incubazione. Riceviamo da potenziali clienti tra una e tre richieste al giorno. Al momento abbiamo 69 utenti registrati di cui 15 paganti”. Può sembrare ancora poca cosa, ma la start-up di Lugli e Lanaro vanta già una valutazione di uscita pari a 1 milione e mezzo di euro. Chiaro che in assenza di un effettivo interesse d’acquisto dell’azienda da parte di un possibile compratore, il significato di questa stima è relativo, ma testimonia comunque la bontà di un’idea e la solidità della struttura sulla quale è stato costruito il progetto.

Fonte immagine: Pixabay
Fonte immagine: Pixabay

Ma quanto viene stimolata e favorita in Italia – gli chiediamo – un’idea come la vostra? Cosa è in grado di offrire all’imprenditoria digitale, il sistema-paese? Anche se la nostra chiacchierata avviene al telefono, dall’altra parte del filo lo sento sento storcere il naso. “Anche se non ci crediamo, secondo me l’Italia non è ancora pronta a sostenere questo tipo di imprese – sentenzia con un filo di amarezza – il nostro mercato di e-commerce non è certo tra i primi d’Europa. Tutt’altra dimensione ha una piazza come quella britannica. Londra è la capitale del commercio elettronico europeo e non a caso io e Maximilian abbiamo deciso di aprire lì la sede della nostra azienda, anche perché convinti che questo tocco di esterofilia possa aiutare lo sviluppo del prodotto anche in Italia”. In effetti, nessun dubbio sul fatto che per una start-up sia molto più cool, per essere appetibile a livello globale, avere sede a Londra o San Francisco piuttosto che a Roma o Milano. Oltre che naturalmente, essere più conveniente da tutti i punti di vista.

“Qui da noi – prosegue – giuridicamente e fiscalmente un’azienda come la nostra non fruisce di alcun tipo di incentivo. Così come manca totalmente una cultura dell’investimento. E del relativo rischio. Sono naturalmente presenti alcuni investitori, ma a latitare, prima che il denaro, è proprio la cultura. Quando sulle start-up fai investimenti, pubblici o privati, con cifre che arrivano per lo più a 50 mila euro, butti via i soldi. Negli Stati Uniti i grandi venture capitalist finanziano con milioni di dollari, rischiando anche molto, dieci start-up, sapendo a priori che magari per otto di queste il loro investimento andrà perduto, ma le due che riescono a piazzare (l’obiettivo di quasi tutte le start-up, la nostra compresa, è essere vendute) permetteranno loro di guadagnare parecchio rispetto all’investimento iniziale. Finendo così per far rientrare abbondantemente anche degli investimenti sulle imprese andate male. Se invece metti sul piatto 50 mila euro per dieci start-up e te ne vanno bene solo due, come fai a rifarti delle cifre impiegate?”.

Messa giù così dura, sembra un tunnel senza uscita. Invece, proprio l’esempio dei due ingegneri carpigiani dimostra che, pur tra mille difficoltà, ce la si può fare. Perché in Italia, individui di straordinario talento con grandi idee non sono mai mancati. Peccato solo che la nostra capitale non sia bagnata dal Tamigi.

Fonte immagine di copertina: Competitoor.

Anatomia di un’assassina. Il processo alla Cianciulli nelle cronache del Carlino

30 novembre 1940. Un freddo sabato d’autunno inoltrato. Da giugno, l’Italia di Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Inghilterra. Da poco più di un mese è iniziata la disastrosa campagna di Grecia ma, grazie alla Germania, l’avanzata dell’Asse è ancora inarrestabile. Per il momento, a Correggio la vita scorre tranquilla come sempre. Quella mattina Virginia Cacioppo, vedova Fanti, ex cantante lirica ormai vicina ai sessanta che da tempo ha smesso di calcare il palcoscenico, si alza presto. E’ emozionata e anche un po’ spaventata.

E’ il gran giorno in cui potrà finalmente lasciarsi alle spalle la malinconia che l’attanaglia da quando la sua carriera d’artista ha conosciuto un triste tramonto, da quando il marito, il violinista correggese Alfredo Fanti sposato nel 1924, è mancato dopo appena due anni di matrimonio a causa di una grave malattia. E senza Alfredo, per una donna a cui la vita ha concesso l’emozione di cantare nei teatri d’Italia, Egitto e perfino Sudamerica (dove, quarantaduenne, ha conosciuto e sposato il Fanti), abituarsi alle giornate tutti uguali di una piccola cittadina agricola come Correggio, non deve essere stata un’impresa facile.

Leonarda Cianciulli, per le amiche, Nardina

Leonarda Cianciulli
Leonarda Cianciulli

Poi una cara amica, Leonarda Cianciulli detta Nardina, nota in tutto il paese come donna gioviale e simpatica (sebbene susciti qualche apprensione la sua passione per pratiche come magia e chiromanzia, anche se non esiste alcuna testimonianza certa che svolgesse effettivamente l’attività di chiromante), commerciante di abiti usati, famosa per le sua abilità nella preparazione di torte strepitose e gustosissimi pasticcini, le offre su un piatto d’argento l’occasione di tornare finalmente alla vita. A Firenze. Dove la Cacioppo, proprio grazie ai buoni contatti dell’amica, avrebbe potuto acquisire la gestione di uno spaccio di generi di monopolio – sali e tabacchi – pagando una cauzione di sessantamila lire. Una cifra eccessiva per l’ex cantante, benestante, ma di certo non in possesso di tutto quel denaro. Ma a Firenze, la Cianciulli racconta di avere una sorella ricchissima in grado di anticipare la somma. Ciliegina sulla torta, afferma anche di essere in contatto con un vedovo milionario che potrebbe fare al caso della ex cantante.

La Cacioppo si lascia convincere. Troppa la sua voglia di cambiar aria, di ricominciare. Nonostante i dubbi e le paure, le inquietudini per la passione di arti magiche della Cianciulli, e per l’improvvisa partenza – nel dicembre del ’39 l’una, nel settembre del ’40 l’altra – di altre due amiche di Leonarda, Faustina Setti e Francesca Soavi, di cui poi non si è più saputo niente. Come già alle altre due, la Cianciulli le consiglia di non rivelare a nessuno della sua partenza che deve essere tempestiva per chiudere immediatamente la faccenda dello spaccio sul quale altri hanno già messo gli occhi. Ma a differenza della Setti e della Soavi – cosa che si rivelerà decisiva per le indagini – l’ex cantante ha dei parenti in paese: i fratelli del marito, Augusto, Ezio e Alberta, maestra elementare che in famiglia viene scherzosamente chiamata “la poliziotta”.

vittime3

30 novembre 1940, ore 9.30

Quella mattina, poco prima delle nove e trenta, la Cacioppo esce da casa sua, in via Roma 1, e percorre i trecento metri che la separano dal vecchio edificio di Corso Cavour 11, al terzo piano del quale vive Leonarda Cianciulli. “La mia vita è un romanzo e finirà come un romanzo” aveva confessato la Cacioppo a un’amica qualche giorno prima di quel 30 novembre. Una profezia rivelatasi purtroppo prossima alla realtà: anche lei conclude la sua vita sotto i colpi della mannaia della Cianciulli, per essere poi squartata, bollita nella soda caustica e ridotta a pezzi di sapone, le sue ossa finemente triturate a far da ingrediente ai dolci della Cianciulli tanto apprezzati dai correggesi. Fino a quando Alberta Fanti, il 17 gennaio 1941, non avendo trovato ascolto presso il maresciallo Scagliarini della caserma dei Carabinieri di Correggio, si reca in questura a Reggio e denuncia la Cianciulli al commissario Serrao: troppi i fatti che non tornano, troppi i dubbi e i sospetti che ormai in paese si rincorrono di bocca in bocca. Ad esempio una testimone, tale Santina Secchi, ha visto entrare la Cacioppo all’11 di via Cavour, senza più uscirne. Nonostante in teoria una macchina dovesse venirla a prendere.

Ma soprattutto, la Fanti è in possesso di un elenco di titoli di stato, con numero di serie e importo, che le ha consegnato la cognata prima di sparire. Sarà questa la chiave che permetterà una svolta nelle indagini quando, in seguito, si scoprirà che già il 4 dicembre qualcuno – Don Adelmo Frattini, parroco della frazione di San Prospero – ne ha venduto uno alla succursale del Banco di San Prospero di Reggio. E da lui, si risalirà a un altro complice (per entrambi verrà quasi subito derubricata l’accusa di complicità negli omicidi: saranno invece prima condannati per ricettazione e poi amnistiati), il casaro Abelardo Spinabelli, e da questi alla Cianciulli. Che dal primo marzo 1941 si trova in stato di fermo a Reggio mentre l’indagine prosegue.

Vengono rinvenute le armi dei delitti

giuseppe pansardi
Giuseppe Pansardi

Il 5 aprile viene fermato il maggiore dei suoi quattro figli, Giuseppe Pansardi, detto Peppuccio, perché sospettato di complicità con la madre, anche se prove certe ancora ne sono state trovate. Ma il muro comincia a sgretolarsi. Durante una perquisizione in casa Cianciulli-Pansardi vengono rinvenuti in un solaio un’accetta, una piccola scure, un martello e un seghetto di 48 centimetri. Nonché una pagina della Gazzetta dello Sport datata 2 dicembre 1940 macchiata di sangue. L’allora domestica della Cianciulli, Nella Barigazzi, offre una testimonianza preziosa, Spinabelli e don Adelmo confessano la loro parte, minore, in una vicenda che comprendono sta diventando sempre più pericolosa per loro. Infine, il 17 aprile, il giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, angosciata dal possibile coinvolgimento dell’amatissimo figlio Peppuccio, la Cianciulli confessa tutto. A partire dall’agosto del ’41, viene spedita al manicomio giudiziario di Aversa, nel casertano, in attesa del processo che si terrà solo a guerra conclusa, nel giugno/luglio del 1946.

La mannaia usata dalla Cianciulli
La mannaia usata dalla Cianciulli

“Una donna accusata di tre terrificanti delitti”

PDF
Il trafiletto sulla prima pagina de La Stampa di Torino di sabato 7 febbraio 1942

Nonostante nel corso del Ventennio tutti i giornali fossero sottoposti alla rigida censura del regime che, per creare l’illusione che il fascismo avesse totalmente pacificato il Paese, proibiva si parlasse di omicidi, furti e rapine (i suicidi si trasformavano in “disgrazie da gas” e gli omicidi in “incidenti di lavoro”) il caso della “saponificatrice di Correggio” era talmente eclatante che qualcosa riuscì a filtrare sui giornali. La Stampa di Torino ad esempio, gli dedicò un trafiletto in prima pagina il 7 febbraio 1942, a istruttoria del Pubblico Ministero in corso (si concluderà nel settembre del 1943). “Una donna accusata di tre terrificanti delitti”, recita il titolo:

“Si ha notizia da Correggio che dopo una lunga e difficile istruttoria, l’autorità ha fatto luce sopra una serie di atroci delitti commessi in Correggio negli anni 1939-40 da una donna criminale, certa Leonarda Cianciulli, di anni 40 da Lacedonia (Avellino) (…) Insieme alla Cianciulli è stato arrestato e denunciato, per gravi indizi di complicità, il ventiquattrenne Giuseppe Cianciulli (un errore, in realtà il cognome del ragazzo è Pansardi. Ndr), studente, figlio dell’imputata”.

La cronaca nera accende l’interesse per la lettura dei giornali

A guerra conclusa però, dopo vent’anni a far da passacarte alle veline di regime, i giornali scoprono il piacere della libertà. Già dall’immediato dopoguerra, la lettura dei quotidiani, da passatempo per pochi, si evolve in strumento di informazione di massa. A contribuire a questa svolta epocale è certamente anche la cronaca nera che, attraverso il racconto di grandi delitti e vicende straordinarie come quello di Leonarda Cianciulli, avvicina alla lettura anche chi se ne era tenuto sempre ben lontano.

Come scrive Massimo Polidoro nel suo “Cronaca Nera” (Piemme), quella della Cianciulli “è una storia che da sola racchiude tutti gli ingredienti della nera: una donna dalla vita drammatica e difficilissima che si trasforma in un’assassina, ancora oggi non si sa bene se per follia o per interesse. Una alla volta uccide tre amiche, poi le fa a pezzi e ne cuoce i resti in un pentolone, ricavandone saponette e candele, tra improbabili riti satanici e complici misteriosi. Ogni fase del dibattimento era offerto ai lettori come un giallo a puntate. Per gli editori si rivelò una scelta azzeccatissima a giudicare dagli enormi incrementi delle vendite dei giornali”.

Nascita della repubblica

Il processo si apre a Reggio Emilia il 12 giugno 1946, a pochi giorni dal referendum che ha sancito il passaggio del paese dalla monarchia alla repubblica. Alla sbarra degli imputati, la Cianciulli e il figlio Giuseppe, accusato di complicità negli assassinii delle tre donne. Il Pubblico Ministero è Giulio Laurens. Nevio Magnarini e Giulio Fornaciari difendono quella che per tutti è già la Saponificatrice di Correggio. Piero Fornaciari, Alberto Ferioli e Bartolo Bottazzi gli avvocati delle parti civili. Alessandro Cucchi e Raul Comini, invece, gli avvocati di Giuseppe.

Il caso attira subito l’interesse dei lettori. Il fatto che l’assassina sia una donna, solletica ancora di più la morbosità del pubblico. Scrive il “Nuovo Corriere della Sera” l’11 giugno 1946: “La Cianciulli viene ad aumentare il numero delle donne di cui purtroppo abbondano le cronache criminali per occuparvi un posto di primo piano. Della criminalità femminile essa rivela i caratteri principali: il cinismo, la crudeltà, la depravazione, caratteri che più raramente si riscontrano nella criminalità maschile, meno intensa e meno perversa”.

Ercole Moggi, inviato della Stampa, scrive anche per il Carlino

Dal canto suo, La Nuova Stampa invia sul posto uno dei suoi cronisti più brillanti ed esperti, Ercole Moggi, ferrarese d’origine e torinese d’adozione. Sarà lui per tutti i due mesi della durata del processo a raccontarlo non solo ai lettori torinesi, ma anche sulle pagine de Il Resto del Carlino, lo storico quotidiano bolognese. Che però, dalla fine della guerra – il suo ultimo direttore Giorgio Pini condannato per il passato da dirigente della Repubblica di Salò – prende il nome di “Corriere dell’Emilia” conservandolo fino al 4 novembre 1953, quando tornerà ad assumere il vecchio.

Le cronache di Moggi, a rileggerle anche oggi, sono spettacolari. Capaci di rendere tutta la drammaticità di una vicenda terribile e, al tempo stesso, di cogliere l’involontaria ironia e la palese assurdità di certe dichiarazioni e situazioni verificatesi durante il processo, così come di raccontare l’Italia appena uscita dall’esperienza bellica e ancora preda dei pesanti strascichi della guerra civile.

Ferrara, Reggio e Bologna: il triangolo della morte

La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L'articolo di taglio basso a sinistra titola: "Con le armi dell'Emilia si può fare un arsenale"
La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L’articolo di taglio basso a sinistra titola: “Con le armi dell’Emilia si può fare un arsenale”

Occorre infatti tener presente il quadro complessivo della situazione del dopoguerra lungo l’asse che congiunge Reggio, Modena e Bologna con Ferrara, che proprio il Giornale dell’Emilia per la prima volta in un articolo del 26 maggio 1946 denominerà ‘triangolo della morte’. «Un triangolo tracciato col sangue» di ex fascisti e cattolici, la cui responsabilità viene attribuita ai partigiani comunisti. Come riportato da una relazione – senza data, ma successiva alla proclamazione della Repubblica – compilata dalla “Divisione Affari generali e riservati” della Direzione generale di Pubblica Sicurezza nel Ministero dell’Interno, per l’Emilia si parla di una “situazione esplosiva con rappresaglie sanguinose, pressoché cessate nelle altre regioni, anche verso chi era semplicemente sospettato di essersi compromesso col precedente regime. Tra le vittime anche donne e bambini. Categoria particolarmente presa di mira era quella dei sacerdoti accusati di tendenze fasciste solo perché contrari al comunismo per motivi di ordine morale e religioso”.

Preoccupa anche la delinquenza comune: sono infatti insicure non solo la via Emilia e le altre strade di grande comunicazione nelle quali vengono regolarmente commesse rapine e omicidi, ma anche le città. Si verifica pure il caso di “interi paesi rimasti per molte ore in mano di malviventi che vi avevano commesso – riporta sempre la relazione – efferatezze di ogni genere”.

“La fosca criminalità della Cianciulli”

fosca criminalitaEd è proprio a questa situazione drammatica a cui fa riferimento Ercole Moggi nell’attacco della sua prima corrispondenza da Reggio Emilia, giovedì 13 giugno 1946, in un lungo pezzo dal titolo: “La fosca criminalità della Cianciulli documentata nella prima udienza del processo”.

“Nonostante gravi fattacci di cronaca siano nel reggiano purtroppo all’ordine (o al disordine) del giorno, l’interessamento e l’avida curiosità della popolazione di questa operosa cittadina, sono oggi concentrati su un solo soggetto, su questa Petiot in gonnella, che il popolino chiama anche strega o peggio, secondo i personali giudizi. C’è una morbosa sete di vederla e sentirla: vedere quella faccia che taluni hanno descritto torva e altri insignificante, e sentire ciò che racconterà dei suoi delitti e con quale accento. Ad acuire la curiosità intanto si conferma che in carcere la strega ha tentato di suicidarsi ingoiando alcuni chiodi e cocci di vetro. Questo stomaco di criminale ha digerito chiodi e vetri, e allora tentò di impiccarsi lacerando a strisce una coperta. Ma tutto si ridusse a un danno della Amministrazione carceraria. (…)”

“L’aula della Corte è una delle più belle e più vaste dei palazzi di giustizia. Il pubblico l’ha invasa. Gli imputati, madre e figlio, hanno preso posto nella gabbia di buon’ora. Leonarda Cianciulli, di 55 anni, è di statura al di sotto della media (…) Dalla fronte bassa spiccano due occhi neri, furbeschi talvolta o allucinati, che essa volge in giro come per ambientarsi. Sul labbro superiore mostra una peluria che le dà un’aria di un maschio. Eppure ha avuto ai suoi tempi qualche distrazione sentimentale e poi 17 figli, dei quali soltanto 4 viventi. Non sappiamo se abbia avuto dal regime elogi o un premio durante la battaglia demografica…”

Leonarda Cianciulli nel corso del processo.
Leonarda Cianciulli nel corso del processo.

“Sono una grande italiana”

“Ha mani piccole – continua a scrivere Moggi – ma devono essere robuste se maneggiò nei suoi crimini una grossa scure da spaccalegna e una pesante mazza da marmista. (…) Il Presidente spiega ai giudici popolari le imputazioni mosse alla Cianciulli, cioè di aver ucciso Faustina Setti, Francesca Soavi, maestra d’asilo e Virginia Cacioppo Bassi (in realtà il cognome riportato da Moggi è errato, la Cacioppo è vedova Fanti. Ndr), ex artista lirico, sbarazzandosi dei cadaveri saponificandoli in un calderone preso a prestito da un’amica col pretesto di fare molto sapone. (…) Ora è la volta dell’imputata che dichiara: «Non sono una donna colpevole. Non desidero che mio figlio assista al mio interrogatorio. (…) Racconterò tutto quello che volete; condannatemi anche, però mio figlio è innocente e non voglio che mi ascolti»”. (…)

“«Non sono una colpevole, non ho rubato per lucro. Tutta Correggio ha avuto in regalo da me dei dolci. Sono una grande italiana (ilarità del pubblico) una madre prolifica. Avevo bisogno di danaro per farne dono agli dei, per rendere mio figlio invulnerabile, avendo letto nell’Eneide che Achille era stato reso invulnerabile dai sacrifici resi agli dei da sua madre». (…) Sul conto di questa vittima (si parla della Soavi. Ndr) ha raccontato: «Era una mia cara amica ed era ammalata per un cancro a una mano. Una voce interna mi suggeriva: ammazzala e guarirà. Allora l’abbattei con la scure». (…) L’imputata prosegue: «Soltanto io e Dio possiamo sapere quel che è successo. Dopo due giorni misi la mia amica a pezzi nella caldaia a bollire nella soda caustica. Quando vedevo la carne sciogliersi, esultavo. Io mescolavo il liquido e ci toglievo con un mestolo la schiuma, con la quale ci facevo la cera. Quel mestolo di rame l’ho donato alla Patria» (commenti ostili del pubblico)”.

“Credo nella resurrezione della carne”

scure abbatte la cacioppoIl dibattimento prosegue il giorno dopo con la ricostruzione da parte della Cianciulli dell’assassinio dell’ultima sua vittima. Nell’edizione di venerdì 14 giugno così titola il “Giornale dell’Emilia”: “La scure abbatte la Cacioppo”.

“La saponificatrice la quale si presenta tranquilla, accurata nella persona e nella capigliatura a riccioli, anche oggi vuol parlare senza la presenza del figlio il quale, poverino, non avrebbe nulla da apprendere dalla sua genitrice, anche ammesso che non le abbia tenuto mano, come sostiene l’accusa, o fosse totalmente all’oscuro delle operazioni necroscopiche che tra la cucina e lo stanzino del lavabo si compivano in casa sua. E chissà che non abbia mangiato di quella marmellata che la provvida donna preparava col sangue delle vittime e dava a degustare, nella sua vantata prodigalità, alle amiche di casa. Poiché quasi come un refrain ella non fa che ripetere di aver sempre fatto dono a tutti di tortine, di ciambelle preparate con le sue mani. Il pubblico è tornato in questa seconda udienza più numeroso, e poiché la vasta sala non è sufficiente, a molta gente basta semplicemente di vedere la saponificatrice e le fa ala quando dopo l’udienza costei scende le scale, poiché la Corte è al primo piano, per avviarsi, protetta da un nucleo di carabinieri, due volte al giorno alle carceri. Una volta queste erano in comunicazione col Palazzo di Giustizia ed era una bella comodità di famiglia, ma i bombardamenti hanno devastato questa via di comunicazione tra il luogo dove si distribuiscono le pene e dove si espiano”. (…)

cianciulli2

“Colla solita parlantina, col suo agitare delle mani per dare più forza alle sue risposte, l’imputata ripete che non ha mai chiesto denaro alle sue vittime. Glielo ha tolto; ma con tono di semplicità osserva che denaro e gioielli li ha avuti in deposito. Il denaro l’avrebbe restituito dopo la loro ‘resurrezione’. (…) «Credo nella resurrezione della carne». Ma la resurrezione, secondo la Cianciulli, sarebbe stata effettuata da un processo chimico e meccanico insieme (…). Infatti dichiarava al Presidente: «Se io riuscivo a farle resuscitare, avrei rivoluzionato il mondo. Sarei diventata ricca, io e le mie vittime». Se il Presidente le fa qualche contestazione o chiede spiegazioni, la scaltra donna esclama con tono dispiaciuto: – Non mi ricordo quel che precisamente mi è successo. Posso dirle che una forza oscura, il mio Destino, mi trascinava. Sentivo una forza ignota e misteriosa che mi afferrava il braccio. Già – commenta il Presidente che non crede a siffatti sortilegi – il braccio di muoveva e giù un colpo di scure sulla nuca”.

In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione

deposizioni schiacciantiIl 15 giugno è il giorno della deposizione di una ex domestica, Nella Barigazzi, secondo la quale, riporta Ercole Moggi nel lungo articolo intitolato “Deposizioni schiaccianti contro la Cianciulli e il figlio”, “la Cianciulli lavorava con metodo. Quando le vittime entravano in casa, la tragica caldaia con la soda caustica era già pronta. (…) Il pubblico che oggi nella sala era veramente straboccante si affolla lungo le scale e l’atrio per assistere al passaggio dei due imputati che passano imperterriti, come al solito, fra due ali di curiosi non certo osannanti. Prima di andarcene abbiamo modo di dare una scorsa ai voluminosi incartamenti dell’Istruttoria e leggiamo due precedenti giudiziari della Cianciulli. Con sentenza del tribunale di Lagonegro confermata dalla Corte d’appello di Potenza il 9 giugno 1927 veniva condannata a dieci mesi di reclusione per truffa continuata. Dice la sentenza che l’imputata, «con un diabolico disegno», si era impossessata di due libretti di risparmio di una povera donna cui sottrasse pure biancheria, generi alimentari e grano fino a costringerla a vendere un asino, il cui importo la Cianciulli si trattenne. In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione (…)”.

Entra in azione una macchina da presa cinematografica

regalo la scureIl processo conosce una breve pausa di qualche giorno e riprende il 21 giugno, come viene riportato il 22 nell’articolo “La Cianciulli regalò la scure quando ebbe finito di servirsene”. Il pezzo riporta un paio di episodi, del tutto ininfluenti su quello che sarà il prosieguo del dibattimento, ma che rappresentano un gustoso quadretto, per una volta non così drammatico, dell’Italia del dopoguerra.

“Si è molto parlato nei passati giorni dell’eventualità di un clamoroso colpo di scena che avrebbe forse aumentato il numero degli occupanti la gran gabbia della Corte d’Assise. Niente di fatto per ora, ma tuttavia qualcosa di nuovo c’è. Nella gabbia troviamo, oltre la Cianciulli e il figlio, una terza persona. «Chi è?» si domanda la folla. S’è scovato un complice? Lo sconosciuto che siede accanto al giovane Pansardi con aria visibilmente ritrosa è un semplice teste del processo, tale Luigi Bassi, detenuto in espiazione di una condanna a quattro anni di reclusione per collaborazionismo coi nazifascisti. Insignificante è stata la sua deposizione che fu resa nel solito emiciclo dei testi. (…) Il teste, licenziato, nell’accomiatarsi dalla Corte si è irrigidito – con nostalgie d’un tempo che fu! – nel saluto romano. Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Ridono i giurati, gli avvocati, i carabinieri. (…) Nel pomeriggio sono stati escussi altri testi su circostanze già note. Nella udienza l’aula è stata sotto il fuoco degli obiettivi dei fotografi e oggi è entrata in azione una macchina da presa cinematografica con speciali impianti di luce. Madre e figlio sembrano lusingati da questo apparato (…)”.

Sospetti e pettegolezzi impediscono alla Cianciulli di operare per la resurrezione della Cacioppo

colpo di pazziaIl 23 giugno, domenica, il “Giornale dell’Emilia” pubblica un nuovo pezzo sulla seduta del giorno precedente. Titolo: “Un colpo di pazzia della Cianciulli”. Il sommario riporta una dichiarazione della saponificatrice: “Non riuscii a rifare la Cacioppo per colpa dei pettegolezzi e dei sospetti”.

“Tutti attendono il cosiddetto ‘fatto nuovo’ al processo della Cianciulli. Si spera in qualche lucido intervallo della saponificatrice perché riveli come effettivamente consumò i suoi delitti e chi l’aiutò nel processo di saponificazione dei cadaveri. Settanta chili pesava la povera Soavi ed i 70 chili dovettero essere posti da questa donnetta criminale, dalle mani delicate, nella caldaia famigerata. Il metodo illustrato dalla Cianciulli non convince. Essa ha dichiarato al presidente di essere pronta a dimostrare che in venti minuti può uccidere e squartare una persona; l’eccellentissimo magistrato ha naturalmente lasciato cadere la proposta. (…) Tutte e tre le vittime, prima di partire da Correggio (ed effettivamente per l’altro mondo) salutavano parenti ed amiche, insomma parlavano con amiche e, cosa strana, mantennero un chiuso riserbo circa la loro futura residenza e sistemazione”.

riprodursi in udienza

“La Cianciulli, evidentemente, le aveva ben istruite e suggestionate, sicché, dopo la loro sparizione, le ricerche dell’autorità vagarono senza alcun punto di riferimento né si riusciva a sospettare dove fossero finite le disgraziate. Nessuno immaginava che si fossero dissolte nella macabra caldaia? Lo si seppe perché lo confessò la stessa Cianciulli subito dopo il suo arresto. (…) La Cianciulli, condotta davanti al Presidente dice, fra la grande attenzione del pubblico: «Io lo avevo detto alla teste (Lucia Ferrari, amica della Cacioppo che poco prima ha testimoniato in aula. Ndr): per Natale la sua povera amica sarà di ritorno. Poi avvennero tutti i pettegolezzi, i sospetti che sappiamo e che mi turbavano; quando mi recavo a rimestare nel paiolo cercando di rifare la Cacioppo, non riuscivo a nulla. Ma la colpa non è mia, ma di quelle pettegole, è tutta di quella peste di gente che me lo ha impedito! Sono loro che non mi hanno lasciato ricostruire la Cacioppo». Il Presidente rimanda al suo posto l’imputata”.

“Sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, ma mio figlio è innocente”

Il processo prosegue il 25, il 26, il 27, 28 e 29 giugno. Poi luglio. Saranno in totale 15 le udienze prima della sentenza. La Cianciulli è rea confessa e per lei non si tratta che stabilire l’entità della pena che varierà a seconda che le venga riconosciuta l’assoluta infermità mentale, come chiede la difesa forte anche della perizia dello psichiatra direttore del manicomio di Aversa, Professor Filippo Saporito, o che invece prevalga la tesi del Pm, Giulio Laurens, che vede nell’interesse il movente principale delle azioni criminali della saponificatrice: “non intendo negare – dichiarerà nell’arringa finale – che la mente dell’imputata sia malata: quale persona sana avrebbe potuto compiere simili atrocità? Ciò che crediamo essere riusciti a provare è che nella sua follia questa orrenda donna agì con sorprendente lucidità. Ora vuole far credere di avere ucciso per salvare suo figlio, ma in realtà ha ucciso solo per denaro, il denaro delle sue povere, sfortunate vittime”.

Si tratta inoltre di stabilire l’eventuale complicità di Giuseppe, anch’egli alla sbarra insieme alla madre. Fin dalla sua confessione del 1941, la Cianciulli ha cercato di sottrarlo all’accusa assumendosi ogni responsabilità. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Piero Fornaciari, ha cercato a più riprese di dimostrare invece la complicità di Peppuccio. Nell’udienza del 13 luglio, la Cianciulli sbotta: “«Tengo a dire che in questo processo, in cui io ho detto 99 bugie, la parte civile ne ha dette 1099. Io sono la sola colpevole; sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, la fabbricatrice di cera, ferro e gas. Mio figlio è innocente, è un martire». (…) Minaccia quindi di saltare dalla gabbia e di avventarsi contro l’avvocato. «Diverrei una leonessa come sono sempre stata; salterei da questa gabbia e sbranerei chi accusa mio figlio qui davanti a voi». Il pubblico le grida: «Assassina, delinquente, lazzarona». La donna non si smonta; anzi si indirizza nuovamente all’avvocato Fornaciari compiendo con le mani un espressivo gesto, come di tirare il collo a un pennuto”.

la condanna

Arriva la condanna: 30 anni per la Cianciulli

Si arriva all’epilogo. Il 17 e 18 luglio si tengono le arringhe finali. La Pubblica Accusa chiede una condanna di ventiquattro anni per Giuseppe, l’ergastolo per la madre. Ripete che il fine di lucro della Cianciulli è la prova provata che non è pazza. Che la sua determinazione, la sua freddezza, sono altre prove. Dal canto suo l’avvocato dell’accusata, Giulio Fornaciari chiede invece che sia dichiarata pazza e rinchiusa in manicomio. Comini, uno degli avvocati del figlio, chiede l’assoluzione di Peppuccio e, qualora non venga accolta la richiesta, che sia concesso alla madre di fare l’esperimento più volte invocato – poter squartare una persona in aula in pochi minuti – per dimostrare che agì da sola.

Il 20 luglio arriva la sentenza. “La Cianciulli condannata a 30 anni e il figlio assolto per insufficienza di prove” titola il pezzo di Ercole Moggi. “Finalmente alle ore 13.15 – scrive – la Corte esce e nel profondo silenzio fattosi immediatamente nell’aula, il Presidente legge il dispositivo della sentenza con la quale, concessa alla Cianciulli la seminfermità mentale, essa viene condannata per i reati ascrittile a 30 anni di reclusione con le conseguenze di legge, disponendosi il di lei ricovero in manicomio per la durata minima di tre anni prima dell’inizio dell’espiazione della pena. Il Giuseppe Pansardi viene assolto per insufficienza di prove. Un applauso saluta la sentenza che pare abbia soddisfatto il folto pubblico, ivi compresi numerosi intellettuali e professionisti che avevano assiduamente assistito alle ultime battute dell’importante processo”.

L'abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe
L’abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe

“Durante la lettura della sentenza la Cianciulli è rimasta impassibile, mentre il figlio appariva pallido e vivamente emozionato. Appresa l’assoluzione del figlio, la Cianciulli scatta improvvisamente in una clamorosa manifestazione di ringraziamento ai giudici, invocando perdono da Dio per i suoi misfatti e dal popolo di Correggio indulgenza e comprensione. Indi abbraccia lungamente il figlio e se lo stringe al seno con gesto teatrale, mentre il pubblico non si decide a sfollare dall’aula, impressionato dalla scena con la quale si chiude l’ultimo atto di questa singolare e mostruosa vicenda giudiziaria”.

 

Quaderno di un’anima amareggiata

Ercole Moggi continuerà a lungo a fare il suo mestiere di giornalista fino alla morte, ormai settantaquattrenne, nel 1952. Leonarda Cianciulli rimase rinchiusa fino al giorno del decesso, causato da un ictus, il 15 ottobre 1970. Aveva 76 anni. Nel corso della lunga detenzione cambiò molte carceri, per concludere i suoi giorni nel “Manicomio Giudiziario per Donne” di Pozzuoli. Nei primi anni ’40, durante il periodo trascorso nel manicomio di Aversa, ha scritto un memoriale di 748 pagine dattiloscritte intitolato “Quaderno di un’anima amareggiata”, secondo alcuni saggisti ispiratole dai suoi avvocati allo scopo di dimostrare la sua infermità mentale e ottenere così uno sconto di pena.

sanvitale_mastronardi“Centinaia e centinaia di pagine – riportano Vincenzo Maria Mastronardi e Fabio Sanvitale in quello che ad oggi è il miglior libro scritto sul caso, “Leonarda Cianciulli. La saponificatrice” (Armando editore) – di un linguaggio pseudo religioso; zeppo di esagerazioni, un continuo di disperazioni, spasimi, abbracci, entusiasmi, speranze in Dio. Una telenovela popolare a tinte fosche, dove la vita è un susseguirsi di dolore, ma lei è buona e lavoratrice. È tutto talmente romanzesco e fantasioso che si capisce come, dal 1946 ad oggi, chiunque si sia sentito autorizzato, raccontando la sua storia, a sparare grosso, ad aggiungere altre balle, a inventare dettagli inverosimili, invogliato, autorizzato dalle pagine della Cianciulli, tanto erano già enormi quelli che sparava lei. Ecco, mente in un modo così convincente ed affascinante che riesce difficile non restarne avvinti”. (Interessante anche il fatto che il libro di Mastronardi e Sanvitale smentisca alcune circostanze ritenute assodate sul caso Cianciulli: che la donna possa aver compiuto i delitti da sola, così come il fatto che dal grasso corporeo delle vittime abbia effettivamente fabbricato del sapone).

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là

Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941
Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941

Quattro anni fa, la testata Reggionline ha brevemente intervistato il figlio di Alberta Fanti, noto medico a Correggio, Pier Vittorio Saccozzi. Nel ’60 la Cianciulli aveva inoltrato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. “Io, erede unico, avrei dovuto firmarla – ha raccontato Saccozzi – Il sindaco Rodolfo Zanichelli (sindaco di Correggio dal 1951 al 1962. Ndr), persona proba e giusta, mi mandò a chiamare e mi disse tale e quale, ‘Per carite an ne firma mia, se no lì le la vin fora e nin masa di dagl’etri’ (Per carità, non firmi se no quella lì viene fuori e ne ammazza delle altre). E io non non firmai”.

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là. A parte due vetrine aperte sulla facciata, il palazzo è lo stesso. L’appartamento del terzo piano, però, è stato ristrutturato dagli anni in cui era abitato dai Pansardi-Cianciulli. E’ stato diviso in tre appartamenti più piccoli e “chi ci abita, quando è arrivato, s’è sentito raccontare strane storie sulla cantina, quella dove i Pansardi tenevano le bottiglie di pomodoro e la bicicletta”.

L’uomo dei Balcani

Albania, 1999. Il Paese sta faticosamente uscendo da una situazione di disperazione e caos successiva alla fine del comunismo e al conseguente immediato collasso di tutte le strutture economiche. Tra il 1996 e il 1997, la truffa delle piramidi finanziarie che coinvolge i vertici dello stato e causa la rovina economica di migliaia e migliaia di cittadini albanesi, provoca proteste in tutto il Paese e dà il via a una stagione di completa anarchia. Una vera e propria guerra tra bande rivali che, secondo il quotidiano tedesco Sonntag lascia sul campo 6.500 vittime e un paese completamente distrutto. Nel 1999 infine, la crisi in Kosovo raggiunge il suo culmine e con l’inizio dell’attacco Nato alla Serbia del 24 marzo centinaia di migliaia di profughi si riversano oltre confine in territorio albanese.

Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.
Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.

L’Italia dà il via alla Missione Arcobaleno per prestare soccorso ai profughi in fuga dal conflitto. Si mobilitano anche istituzioni statali decentrate come Regioni e Comuni il cui apporto organizzativo sul campo confluirà nel maggio di quell’anno nel PASARP (Program of Activities in Support of the Albanian and Refugee Population). Un programma nato in risposta alla richiesta di assistenza del governo albanese a quello italiano, allora guidato da Massimo D’Alema, per fronteggiare la crisi. Inizia da qui la lunga storia, durata sedici anni, tra il funzionario regionale Luca De Pietri e i Balcani. Una storia che è poi quella dell’impegno, ininterrotto per anni, di decine di istituzioni emiliano-romagnole – Regione, Provincie e Comuni – per favorire la stabilizzazione e lo sviluppo di un territorio, i Balcani, che storicamente funge da porta d’accesso al nostro Paese e all’intera Europa occidentale, come non mancano di dimostrare i drammatici fatti di oggi.

campo Modena di Scutari
Campo Modena di Scutari

“Partimmo da Modena in una ventina di persone i primi mesi del ’99 – racconta De Pietri – quando ancora non si sapeva se la Nato avrebbe attaccato Milosevic, ma l’afflusso dei profughi dal Kosovo verso l’Albania era già un’emergenza. Dovevamo raggiungere un vecchio capannone a Scutari, nel nord est del Paese, dove i tecnici della Municipalizzata modenese si erano già recati in precedenza per allestire 24 bagni e docce. Allora ero impiegato come istruttore guardiacaccia in Provincia e il mio compito era quello di guidare la colonna e organizzare un campo profughi. Perché scegliere un guardiacaccia? Per la divisa che portavo, molto utile in quelle zone per ottenere rispetto dalla popolazione locale anche se magari non era in grado di capire a quale istituzione facessi capo. Così come fondamentale era la piccola jeep Suzuki con sirena che la Provincia mi aveva dato in dotazione”.

Luca De Pietri
Luca De Pietri

“Profughi kosavari a parte – prosegue – allora l’Albania era un paese ancora in pieno caos. Semidistrutto ovunque, con strade impraticabili, una popolazione poverissima vittima delle violenze di decine di bande armate, compresa probabilmente la polizia ‘rappresentante’ lo Stato. Armi ovunque. Al mercato di Scutari si potevano tranquillamente comprare Kalasnikov di tutti i tipi, dalla versione più economica di fabbricazione cinese a quella de luxe cecoslovacca, poi pistole e bombe a mano in cassetta. In tutta la zona intorno al nostro campo, c’era un solo bar aperto. Più tardi scoprì che il proprietario aveva installato sul tetto una mitragliatrice antiaerea per difesa personale che lo aveva protetto da incursioni criminali”.

“Della situazione avemmo sentore appena arrivati da Bari al porto di Durazzo. Con la nave attraccata alla banchina, restiamo in attesa di essere sdoganati per quattordici lunghissime ore. Nessuno ci dice niente, il tempo sembra sospeso. Finché un camionista decide di rompere gli indugi, sbarca col suo mezzo, sfonda una rete di protezione e ce ne andiamo tutti. Arriva la sicurezza italiana della Missione Arcobaleno e ci scorta fino a Croia, una ventina di chilometri da Durazzo. Da lì, per i 120 chilometri fino a Scutari il viaggio è assurdo. La strada si può definire tale solo per modo di dire. Tutto quel che esisteva intorno è depredato dalle bande scese dalla montagna che frequentemente attaccano anche ai convogli. Cominciamo a capire qual è veramente la situazione e l’adrenalina comincia a salire. Rimarrà altissima, per me, per tutti noi, per l’intero periodo di permanenza in Albania”.

mappa_viaggio2

Dagli iniziali quindici giorni previsti, De Pietri e gli altri – tra tecnici, amministrativi e staff medico – rimarranno a Scutari per tre mesi abbondanti, fino a quando, l’11 giugno si ritirano dal Kosovo i contingenti paramilitari e la polizia serba, e nel giro di pochi giorni si svuota completamente il campo profughi e le famiglie, principalmente donne e bambini, maschi giovanissimi e anziani, rientrano nelle loro case.

“In quei mesi – prosegue De Pietri – siamo arrivati ad ospitare ed assistere quasi 500 profughi in una situazione di altissima tensione. In città era pericoloso girare anche di giorno. Colpi d’arma da fuoco, principalmente d’avvertimento, erano la norma in giro per le strade. Di notte poi, era impossibile uscire: troppo pericoloso. A Scutari c’erano seicento clan in guerra tra loro. Vuol dire che se i maschi uscivano di casa e incrociavano qualcuno di un’altra famiglia finiva a pistolettate e coltellate. Inoltre, i Serbi trattenevano al confine migliaia di persone in fuga per poi rilasciarle di colpo creando così improvvise ondate a cui dovevamo di volta in volta far fronte. All’arrivo, le migliaia di profughi venivano concentrati dagli albanesi in una ex manifattura tabacchi, enorme perché in passato aveva fornito di sigarette e tabacco a tutto il paese. Nei sotterranei avevano messo in piedi una specie di tendopoli. Una situazione terribile. Periodicamente, le autorità albanesi ci fornivano una lista di persone da traslocare nel nostro campo. Gente che li pagava, potendolo fare, per migliorare la propria situazione. Altri andavo a prenderli io di nascosto e li caricavo quattro o cinque alla volta sulla mia piccola Suzuki. Donne e bambini soprattutto che si trovavano in condizioni particolarmente critiche. Fin quando mi hanno beccato e non ho più potuto portar via nessuno da lì”.

Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)
Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)

A giugno, a emergenza conclusa, il gruppo rientra in Italia, a Modena. “Tornato a casa – ricorda oggi De Pietri – non capivo più cosa fosse l’Emilia, questo posto sereno e tranquillo lontano anni luce dall’esperienza drammatica che avevo vissuto. Un’esperienza straordinaria che auguro a molti, oltre che una grande soddisfazione personale per la fiducia che mi ha dato la Regione. Fiducia che penso di aver corrisposto operando in loco ed evitando così un sacco di casini, lì e anche qui”. Una stima confermata anche in seguito, visto che per i quindici anni successivi, fino a quest’anno, De Pietri ha continuato ad operare nei Balcani, tra Scutari, Tirana e Belgrado, per conto della Regione. Per dieci anni vivendo da quelle parti, negli ultimi cinque facendo la spola tra Modena e le varie sedi di progetti coordinati dalla Regione.

Progetti di sviluppo finanziati da varie istituzioni nazionali e internazionali, dall’Onu al Ministero degli Esteri, dalla Banca Mondiale fino a piccole Amministrazioni comunali, per promuovere la governance locale: gestione e pianificazione del territorio, dei servizi sociali e sanitari, sviluppo economico. Insomma, tutto quel che viene dopo l’emergenza in aree di conflitto. Progetti che per tutti questi anni hanno visto coinvolte in prima persona le più diverse istituzioni emiliano-romagnole, ma che oggi la Regione considera conclusi. Con grande rammarico di De Pietri: “Non riesco a trasmettere la necessità strutturale di dotarsi di strumenti oltre che per essere presenti continuativamente, anche per conoscere quel mondo che è praticamente sotto casa. Purtroppo, se funzioniamo alla grande in situazioni di emergenza, siamo impreparati nell’attuare politiche di sviluppo. Al di là dell’Emilia-Romagna, manca una strategia complessiva, una visione politica d’insieme da parte dell’Unione europea che, se offre sicuramente fondamentali valori di riferimento e importanti risorse economiche, non esiste dal punto di vista politico come identità unica in grado di condizionare e realizzare politiche di ampio respiro in un’area come quella balcanica e non solo”.

Che i Balcani in nessun modo possano considerarsi una zona sicuramente pacificata anche negli anni a venire, lo può confermare anche chi scrive, dopo aver aver trascorso qualche giorno a Sarajevo, in Bosnia, e averne tratto un video reportage di cui forse (al di là di averlo realizzato personalmente) sarebbe opportuna la visione. Perché dimostra come “abbassare la guardia” politica sui Balcani può sempre riservare sorprese. Perché essere bravi nel “gestire le emergenze” dovrebbe comportare almeno altrettanta bravura nel prevenirle.

Curiosamente (ma non troppo), di un pomeriggio che dovevamo passare a chiacchierare con De Pietri di quindici anni di esperienze nei Balcani, la maggior parte del tempo è volata via presi entrambi dal racconto della sua “prima volta”: quei tre mesi a diretto contatto con un’immane tragedia come la guerra e le sue vittime. Un’esperienza che chiaramente lo ha segnato in maniera definitiva perché, come scrive Massimo Fini nel suo provocatorio pamphlet “Elogio della guerra”, questa ha il pregio indiscutibile di “ricondurre tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dell’orpello, del superfluo, dell’inutile, ci rende, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un’enorme valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni attimo della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari”.

Riflessioni che non dovremmo mai mancare di fare – anche se la maggioranza di noi in questa pasciuta e tranquilla Emilia non ha mai vissuto simili esperienze – quando giudichiamo con superficiale sufficienza, o addirittura con contrarietà e fastidio, quanto sta accadendo in queste settimane a tante altre vittime in fuga da situazioni e da guerre oggi non meno terribili di quelle di ieri.

In copertina, “Refugees From Kosovo” immagine di Carol Guzy vincitrice del Premio Pultitzer 2000.

A tutto gas verso l’auto elettrica?

“Ma se il limite massimo di velocità consentito sulle nostre strade è di 130 km/h, perché produrre veicoli che fanno i 200?”. A lanciare il sasso all’ampia platea presente ad uno degli incontri in programma alla terza edizione del Motor Valley è uno che ha lavorato una vita per farle andare sempre più veloci, le auto: l’ingegner Mauro Forghieri, una leggenda del motorismo mondiale con i suoi trent’anni in Ferrari da responsabile tecnico delle vetture da corsa. 54 Gran Premi iridati, 4 titoli mondiali piloti e 7 titoli mondiali costruttori portati a casa dalla Rossa sotto la sua direzione.

“Abbiamo un uso esagerato della potenza” sentenzia. Parla di automobili, l’ingegnere modenese, ma a 80 anni suonati – è del 1935 – e alle spalle l’esperienza di uno che un po’ di mondo l’ha visto, si può permettere di allungare lo sguardo fino a sfiorare le fondamenta del nostro modello di sviluppo. “Quali errori ha commesso la nostra società?” si chiede. Per poi concludere: “Non si può accettare tutto, bisogna rifiutare qualcosa”. Insomma, bisogna scegliere. Decidere quale futuro vogliamo. Tanto più oggi che la tecnologia sembra impegnata in una rincorsa frenetica al superamento – pressoché quotidiano – dei propri limiti. Fino a dove? Fino a non averne più, a parte quelli imposti da conoscenze oggi indisponibili ma che potrebbero non esserlo più domani?

I primi dieci gruppi automobilistici al mondo (prima dello scandalo VW)
I primi dieci gruppi automobilistici al mondo (prima dello scandalo VW)

La domanda è più che mai legittima dopo l’esplosione dello scandalo Volkswagen che la tecnologia l’ha usata per barare, installando su milioni di auto centraline truccate che riducono le emissioni ai termini di legge solo nei test, ma poi su strada aumentano 40 volte oltre i limiti previsti. L’ormai ex amministratore delegato Martin Winterkorn, prima di esser liquidato dal gigante tedesco con una buonuscita complessiva di 60 milioni di euro, ha ammesso che sarebbero ben 11 milioni in tutto il mondo i veicoli coinvolti nello sporco affare. Uno scandalo che potrebbe presto allargarsi a dismisura coinvolgendo tutto il nostro “sistema” – di nuovo, il nostro modello di sviluppo e i compromessi sempre più spinti ai quali si è scesi per sostenerlo – se verrà confermato quanto scritto dal Financial Times, secondo il quale “la commissione europea sapeva già dal 2013 del software utilizzato della casa tedesca per manipolare i dati, ma non ha mosso un dito”. In attesa di ulteriori sviluppi, a calcolare i danni prodotti dalla manipolazione targata VW è stato il Guardian: le centraline taroccate hanno comportato lo scarico nell’aria di quasi un milione di tonnellate di sostanze inquinanti l’anno. Un quantitativo pari al totale delle emissioni nocive nella sola Gran Bretagna di industrie, agricoltura auto e impianti energetici, tutti insieme.

Sono quasi venti i modelli incriminati prodotti dal gruppo che fa capo a Volkswagen
Sono quasi venti i modelli incriminati prodotti dal gruppo che fa capo a Volkswagen

A discutere con Forghieri sul piccolo palco allestito all’interno del Motor Valley c’erano l’ingegner Gian Paolo Dallara, fondatore dall’omonima azienda nel parmense produttrice di telai per veicoli da competizione (è fornitore unico di vetture di vari campionati, dall’IndyCar alla Formula E per auto elettriche) e Dario Calzavara, titolare di Terra Modena, società impegnata nella progettazione e realizzazione di supercar. Ma elettriche. Perché, precisa citando Gustav Mahler, “la tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”. E, per lui, la grande tradizione modenese – così come tutta la nostra industria automobilistica – ha solo una strada percorribile per continuare a custodire il fuoco della tradizione (“Milano, Torino e Modena sono la culla mondiale dell’automobile”): quella del motore elettrico. Tanto più oggi che la voragine aperta da Volkswagen impone un cambio di registro ancor più deciso con l’aggravarsi della questione ambientale. Ne avremo qualche riscontro, ci si augura, nel corso della ventunesima conferenza internazionale sul clima che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre prossimi.

La Toyota Prius è la prima auto ibrida mai prodotta. Fino ad ora ne sono state vendute 7 milioni nel mondo.
La Toyota Prius è la prima auto ibrida mai prodotta. Fino ad ora ne sono state vendute 7 milioni nel mondo.

Del futuro elettrico dell’auto è convinto anche Dallara, che però pone una serie di questioni che resteranno sul piatto ancora a lungo. “Le automobili – dice – sono responsabili per un terzo dell’inquinamento globale. Dunque la riduzione delle emissioni deve necessariamente passare anche attraverso una profonda revisione dell’attuale modello”. “Tuttavia – prosegue – non possiamo sottovalutare un problema fondamentale: come produrremo tutta l’energia elettrica necessaria?” Già, come faremo? Inquineremo di più per produrre l’energia elettrica indispensabile per muovere centinaia di milioni di automobili meno inquinanti? “Per quanto riguarda il riciclo delle batterie elettriche – afferma Calzavara aprendo l’ulteriore capitolo dello smaltimento di questo tipo di rifiuti – attualmente queste sono recuperabili per il 97%”.

Il dibattito è aperto e accompagnerà a lungo una rivoluzione, già in corso, che si annuncia epocale. Tanto più se si ragiona nel quadro più ampio della mobilità ecosostenibile, che non riguarda solo la “qualità” dei veicoli, ma anche la loro “quantità”. Da ridurre drasticamente, secondo molti. Una posizione sempre più condivisa e così sintetizzabile: “dobbiamo trasferire la maggior parte dei nostri spostamenti dal mezzo privato a quelli collettivi”.

29187-m4oqnr
Meditare.

Qualora si dovesse trovare la quadratura del cerchio rispetto a questo ampio spettro di problemi, ne resta uno specifico per la nostra industria nazionale. Che così spiega sempre Dallara: “Anche se come italiani, oltre alle grandi qualità che ci sono riconosciute in tutto il mondo, possiamo vantarci di aver realizzato a Parma la prima auto al mondo senza pilota, come sistema paese siamo indietro in termini di investimenti per ricerca e sviluppo. Ad esempio noi della Dallara, per quanto all’avanguardia come azienda, delle auto elettriche produciamo la parte vecchia, quella meccanica. Ma oggi l’automobile è al 50% meccanica e al 50% meccatronica, ingegneria dell’automazione. Invece, per il 90%, nelle nostre università ai futuri ingegneri insegniamo solo meccanica. Siamo in ritardo”.

In mondo in continua e rapidissima evoluzione, per noi italiani, almeno una costante.

In copertina, il veicolo senza pilota progetto da Google. Fonte immagine: Girasolemedia.

Un drago elettrico per la terra dei motori

Pare che a Modena siano già tre le Tesla immatricolate. Di cui una da un tassista, primo in Italia a consentire ai propri clienti di vivere l’esperienza di farsi un giro su quest’auto a propulsione integralmente elettrica. Per i profani di auto & motori, Tesla è un’azienda americana che produce un veicolo elettrico ad alte prestazioni con l’ambizione di conquistare il mercato di massa. Insomma, di arrivare un giorno a rottamare tutto l’immenso parco macchine alimentate a benzina, gasolio e combustibili vari. Nei primi mesi del 2015 Tesla ha piazzato sul mercato mondiale 21.537 il suo “Model S”, una berlina cinque posti con un’autonomia di circa 250/300 km e una velocità massima di 225 km/h. Un incremento di vendite del 52% rispetto allo stesso periodo del 2014 nonostante il costo necessariamente ancora parecchio elevato: tra gli 80 e i 120 mila euro in Italia, a seconda della configurazione. Siamo ancora lontani da numeri (e prezzi) “di massa”, ma certo l’azienda californiana sta dando una bella spinta alla crescita di un prodotto al quale, per altro, stanno lavorando da un pezzo tutte le più grandi case automobilistiche del pianeta. Fiat compresa, nonostante fino a ieri Sergio Marchionne si sia rifiutato di riconoscere che il futuro sarà elettrico.

Tesla Model S
Tesla Model S

Dal cellulare all’automobile

«A sparigliare le carte rispetto al passato anche recente – ci spiega Dario Calzavara, titolare di “Terra Modena Mechatronic” srl – è che oggi gli enormi investimenti sulle batterie dei cellulari hanno permesso alla tecnologia di evolversi enormemente e in tempi rapidissimi: sistemi di ricarica di qualche mese fa non hanno già più niente a che fare con quello che si produce adesso. Ecco, tutto questo ora è a disposizione delle batterie per automobili». Batterie che, da sempre, sono il grande il problema per una vera esplosione sul mercato dell’auto elettrica: per la scarsa autonomia e per i tempi lunghi di ricarica. Ma appunto, l’evoluzione viaggia alla velocità della luce. Proprio a Modena (sud) è disponibile uno dei sei Tesla Supercharger – i caricatori gratuiti – presenti in Italia. Tempi di attesa per “fare il pieno”: una mezz’ora. Una tempistica ormai non troppo distante da quella necessaria per il rifornimento di un motore termico. Insomma, nonostante le perplessità di Marchionne, la rivoluzione che cambierà il nostro modo di viaggiare è già in fase avanzata, più di quel che appaia a un occhio disattento. Elon Musk, miliardario di origine sudafricana cofondatore di PayPal e proprietario di Tesla, è convinto che il futuro sia vicino, vicinissimo, e si dice sicuro che già dal 2017 la sua Tesla diventerà appetibile, come prezzo e prestazioni, anche per il grande pubblico.

Metti una tigre (elettrica) nel motore

Se davvero nei prossimi anni assisteremo a una rivoluzione nell’industria dell’automobile, riuscirà Modena a rivisitare in chiave elettrica una tradizione ormai centenaria che ha prodotto gioielli conosciuti in tutto il mondo come Ferrari e Maserati? Per ora, quello che ci sta lavorando più seriamente è un modenese d’adozione, Dario Calzavara: un passato come team manager in Ferrari Formula 1 e come dirigente del settore “Ricerca e sviluppo” in Pirelli, un presente come titolare di una trading company in Cina che si occupa di importazione di vino italiano, un futuro affidato a un sogno sul quale sta investendo enormi risorse, finanziarie e personali. Nel febbraio di quest’anno ha fondato la “Terra Modena Mechatronic”, una start up che, dopo aver sviluppato un prototipo di una monoposto da competizione a propulsione elettrica, oggi sta puntando alla realizzazione di una vettura da competizione omologabile su strada. Una GT insomma, un’automobile con prestazioni elevate ma da quattro posti. Destinata non solo a chi ama il brivido della velocità da consumare in un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 2 secondi, ma adatta anche a lunghe – e tranquille – percorrenze.

TM01
Terra Modena M34

Guidare un’auto elettrica è un’esperienza unica

Un uomo solo contro colossi come le tedesche o le asiatiche che sono già avanti nella progettazione di vetture di alta fascia? «In realtà – ci spiega – a livello di grandi produttori ormai l’auto elettrica è pensata come vettura da città. Io invece sto puntando su un settore di nicchia, quello delle supercar, semplicemente perché a coprirlo non c’è ancora nessuno. Per questo ho già depositato tutta una serie di brevetti. Inoltre non sono solo, con me c’è una squadra di giovani ingegneri, non solo italiani, consumati dalla stessa passione. Detto questo, so che l’impresa è di quelle da far tremare i polsi, ma nessuno mi vieta di coltivare il mio sogno. Quello che l’Italia, che Modena, culla di tutto ciò che ci invidiano all’estero, tornino ad essere anche nel ventunesimo secolo degni di questa fama. Negli ultimi dieci anni non ho visto grandi cose, né qui né in tutto il resto d’Italia. Noi abbiamo una grande storia, siamo un paese straordinario, dobbiamo essere degni di questa tradizione. Le nuove tecnologie cambieranno la maniera di muoversi: se si prova a guidare un’auto elettrica non si torna più indietro. Per la silenziosità, la flessibilità della guida, la morbidezza: cambia la percezione che abbiamo del nostro modo di guidare. Col grande vantaggio che al motore elettrico non serve manutenzione, è come quello di un frigorifero o una lavatrice: non lo tocchi mai finché continua a funzionare. Il futuro è tutto suo. Il motore termico invece, è alla vigilia della fine. Il nostro paese è stato in retroguardia sull’argomento fino ad ora, bisogna fare un’accelerazione. E io sono convinto che a riguardo Modena abbia molto da dire».

Leggi anche: Siamo nel 2015 e ancora non abbiamo combinato niente.

Lo vedremo. Ce lo auguriamo. Nell’attesa, Calzavara si porta avanti col lavoro. Anche se la sua è un’azienda virtuale, senza una sede fisica e men che meno uno stabilimento. Una start up fondata tutta sul know how, i brevetti depositati – “noi siamo gli unici al mondo a possedere brevetti per auto elettrica da corsa” – e il prototipo di monoposto già realizzato che verrà presentato sabato 26 settembre a Modena Fiere nel corso della terza edizione di Motor Gallery collateralmente a un evento in cui Calzavara, insieme a Gianpalo Dallara titolare dell’omonima casa automobilistica parmense e all’ingegner Mauro Forghieri, parlerà di “futuro, tra Racing elettrico e mobilità ecosostenibile”.

Prototipo della Terra Modena Formula 1 Super Green
Prototipo della Terra Modena Formula 1 Super Green

Dalla California a Modena

«Il mio compito nell’azienda – spiega Calzavara – è quello del “facilitatore”. Registro i brevetti, creo contatti, cerco fornitori e finanziatori, soprattutto all’estero perché in Italia è sempre più difficile fare impresa, avere accesso al credito o trovare semplicemente qualcuno che creda e investa in una start up come la mia. Anche se non mi occupo direttamente delle questioni strettamente tecniche che lascio ai bravissimi giovani ingegneri che condividono il mio stesso sogno, viaggio continuamente per vedere quel che c’è in giro, per tenermi aggiornato sull’evoluzione della componentistica che, come dicevo, nel caso delle batterie è velocissima. Ho visitato lo stabilimento della Tesla in California, sono stato in Cina e Corea dove si producono le batterie, nelle due università che negli Stati Uniti si occupano espressamente della questione auto elettrica: quella di Greenville in North Carolina e la Ohio University. Anche se può sembrare un paradosso rispetto a una sfida di questa portata, oggi essere piccoli e flessibili è un vantaggio. Non devo ammortizzare grandi investimenti per tecnologie che dopo sei mesi sono già obsolete. In un anno cambia tutto».

Perfino le sette sorelle immaginano un futuro lontano dal petrolio

Dario Calzavara
Dario Calzavara

«Vi sono ragioni ambientali, geopolitiche, che rendono ineludibile il passaggio all’elettrico – prosegue – anche se il tipo di mobilità attuale è solo uno dei fattori che incidono sul riscaldamento globale. Tempo un paio d’anni l’elettrico diventerà un’ondata inarrestabile. Anche perché, contrariamente a quanto può essere accaduto in passato, sono proprio le cosiddette “sette sorelle”, le grandi compagnie petrolifere, e i paesi arabi a finanziare la ricerca nel settore. Anche loro hanno capito da che parte sta tirando il vento. Sono convinto che entro 15 anni le auto elettriche saranno un prodotto di massa alla portata di tutti. Se gli altri sono già avanti, è ora che anche in Italia si recuperi terreno. Io ho grande rispetto per Marchionne e sono un suo tifoso: ha tirato su due aziende in crisi e le ha fatte tornare competitive. Però con le sue perplessità nei confronti dell’elettrico ha spento il dibattito nel nostro Paese. E’ ora di invertire la rotta».

Sarà lui, quindi, l’Enzo Ferrari del terzo millennio? Alla domanda non può che scappargli un sorriso: «Ma no, neanche per scherzo ci si paragona a una simile leggenda. Se proprio devo trovare qualcuno che oggi ricordi lontanamente il Drake, mi viene in mente solo Elon Musk, un sognatore che ci crede davvero nella necessità di innovare il mondo dell’automobile. Io voglio solo ritagliarmi una fetta di quel futuro. Per me, per Modena e per il mio Paese».

Per le biblioteche modenesi un futuro digitale. Anzi no

Curioso che, da noi in Italia, nessun genio del marketing si sia inventato ancora una narrazione adeguata per rendere l’editoria digitale – gli e-book o libri elettronici – merce di consumo appetibile e imperdibile per il pubblico dei lettori. Vero è che il consumo di questo tipo di libri, rispetto al calo di vendite dell’editoria in generale, è in costante aumento (nel 2014, da noi il settore specifico è cresciuto a doppia cifra e nel 2015 probabilmente arriverà al 5% del totale), ma complessivamente si tratta ancora di un mercato di nicchia, lontanissimo dalle percentuali raggiunte da un paese come gli Stati Uniti che quest’anno ha registrato vendite nel mercato trade (il mercato librario della narrativa, della saggistica e della varia che non include la scolastica e i professionali) pari al 22%.

Quell’irresistibile feticismo per il libro di carta

E’ che da un capo all’altro del Belpaese il lettore “forte” – quello seriale, divoratore di parole e killer del proprio portafoglio per l’irresistibile attrazione verso la lettura compulsiva – resta fortemente ancorato alla “mitologia del cartaceo”. Secondo la quale un libro è davvero tale se pesa tra le mani, ha un suo preciso volume, odora di carta, fa bella mostra di sé nella libreria di casa, conserva tra le pagine traccia del nostro passaggio: un fiore appassito, un appunto, una dedica o un’orecchia a fissare per l’eternità le parole di una pagina “indimenticabile”. Insomma, il libro di carta garantisce la conservazione di quel surplus emotivo che ognuno aggiunge al contenuto di un testo. Un sovrappiù che è poi l’origine del feticismo proprio di molti lettori che, oltre a leggerlo, un libro lo devono anche possedere.

Per il libro digitale invece, sembra valere la classica locuzione latina “verba volant, scripta manent”, dove l’immaterialità priva di volume di un file – difficilmente distinguibile nella libreria fatta di icone tutte uguali associate all’estensione, .mobi o .epub nel caso degli e-book – ai nostri occhi, finisce per rendere volatili anche le parole che contiene. Anche se – bel paradosso! – è vero l’esatto contrario: se ritrovare un paragrafo amato all’interno di un libro di carta è impresa affidata quasi sempre alla nostra memoria, narrativa o fotografica (“ricordo che si trovava più o meno in quel punto del libro, più o meno a metà della pagina, appena prima che il protagonista…”), con gli e-book funziona a meraviglia il motore di ricerca interno in grado di recuperare in pochi secondi il testo ricercato a partire dalle parole chiave.

Fonte grafico: Corriere.it
Fonte grafico: Corriere.it

Siamo in piena rivoluzione digitale. Ma non per i libri

E questo è solo una tra le tante prerogative che si potrebbero elencare, se non per prediligere, almeno per affiancare alla lettura del libro cartaceo anche il digitale, a seconda delle circostanze e delle opportunità. Mai provato, ad esempio, a verificare di persona la differenza di lettura che si prova tra un “libretto” di qualche chilo come “Le mille e una notte” e la sua versione digitale caricata su tablet, e-reader o smartphone, per altro insieme a qualche centinaia di altri volumi? Ma non si tratta di elaborare un mero elenco di vantaggi dell’editoria digitale – esercizio inutile perché destinato ad essere immediatamente annullato da un controelenco elaborato dai tenacissimi fan del supporto per la lettura inaugurato industrialmente da Johannes Gutenberg poco meno di sei secoli fa – quanto piuttosto di elaborare una narrazione credibile per questo specifico segmento della rivoluzione digitale che, per altri versi, ci ha investito come un treno in corsa. Se solo pensiamo a come ha cambiato il nostro modo di vivere la socialità e l’aggregazione una piattaforma come Facebook, con il suo miliardo e rotti di utenti, più di un settimo della popolazione mondiale, e tutti i social in generale, ormai utilizzati quotidianamente da 28 milioni di italiani, il 46% dell’intera popolazione.

Per aumentare le vendite di libri digitali occorre inventare una nuova storia

Facciamocene una ragione: nella società in cui viviamo, se perfino amicizie e relazioni, pensieri e opinioni, altro non sono che “merci” in qualche modo automatizzate, codificate e programmate secondo i criteri definiti dall’algoritmo introdotto e di volta in volta modificato da Mark Zuckerberg e da tutti quelli come lui, rendere appetibile al consumatore e quindi “vendere” qualsiasi prodotto – compresa quella merce che è il “libro” (e l’universo di senso ad esso collegato) o la “cultura” che dir si voglia – è essenzialmente una questione di marketing. E l’ultima frontiera del marketing, come insegna un testo del 2007 ma ancora oggi fondamentale come “Storytelling, la fabbrica delle storie” di Christian Salmon (uscito in versione digitale l’anno scorso) è appunto lo storytelling, perché “di fronte al proliferare dei segni (…) i consumatori sarebbero alla ricerca di racconti che permettano loro di ricostituire universi coerenti. Si calcola che oggi i consumatori, nei paesi industrializzati, siano esposti a qualcosa come 3000 messaggi commerciali al giorno. Le marche che vogliono stare a galla in questa inondazione di pubblicità devono necessariamente distinguersi”.

E’ esattamente questo che manca all’editoria digitale per consentirle di sfondare nel nostro mercato: l’invenzione narrativa di un universo coerente che disancori i consumatori da abitudini vecchie di secoli. Ed è proprio ciò che sta tentando di fare, con la sua “biblioteca di Babele”, potenzialmente infinita quanto materialmente sfuggente come quella del famoso racconto di Jorge Luis Borges, l’imprenditore di stanza a Bologna Giulio Blasi con la sua piattaforma MediaLibraryOnLine (MLOL), pioniera italiana dell’e-lending, il prestito dei libri elettronici, capace di mettere in rete tra loro oltre 4000 biblioteche italiane da un capo all’altro del Paese e rendere così disponibile a qualsiasi cittadino su tutto il territorio nazionale l’intero patrimonio digitale posseduto da ogni singola biblioteca, attraverso quello che si chiama “prestito interbibliotecario digitale” o PID.

I libri digitali in biblioteca? A Modena sono solo il 0,017% del totale

Patrimonio che, va detto, se ripartito per singole biblioteche, quasi sempre è molto meno che scarso. Per dare un ordine di grandezza, l’intera collezione di libri cartacei del sistema bibliotecario modenese è pari a 2.915.906 volumi, mentre le copie digitali acquistate e rese disponibili per il prestito online sono appena 496, pari al 0,017% del totale. Un numero talmente irrisorio da scoraggiare qualsiasi entusiasmo anche da parte del più fanatico cultore della lettura digitale, non fosse appunto per l’adesione di molte biblioteche – comprese quelle modenesi – al sistema interbibliotecario digitale che, nel suo insieme, mette a disposizione dell’utenza la somma ragguardevole di 12.586 volumi.

E’ questo – la scarsa propensione da parte del Pubblico a investire su un prodotto come il digitale considerato ancora meramente “accessorio” – il primo ostacolo al sogno di Blasi, alla “narrazione” che sta tentando di mettere in piedi al di là del più che legittimo obiettivo imprenditoriale: quella di permettere a ciascuno di noi di fruire – liberamente, gratuitamente, facilmente (come solo un prodotto immateriale può consentire) – di un patrimonio culturale potenzialmente infinito, fatto non solo di libri digitali, ma anche di audiolibri, giornali e riviste di tutto il mondo, video, musica, banche dati e altro ancora. Insomma, una vera e propria biblioteca di Babele capace di colmare il gap che ci separa da altri paesi molto più evoluti in termini di trasmissione della cultura, che – non fosse chiaro per qualcuno – significa in concreto accrescere esponenzialmente competenze, opportunità e abilità indispensabili per non finire nel limbo degli esclusi nel pianeta globale. Come individui, ma anche e soprattutto come sistema-Paese.

Tutti i pregiudizi nei confronti del libro elettronico

Ci piaccia o meno, viviamo in un mondo dove le informazioni si trasmettono e sempre di più lo faranno in futuro, in formato digitale. E che il sistema bibliotecario nazionale – cioè lo Stato – debba necessariamente investire sempre più risorse nel settore specifico, non significa solo far contento l’imprenditore Giulio Blasi o i concorrenti che dopo di lui si sono affacciati sul mercato con iniziative analoghe, ma è semplicemente un percorso ineludibile per consegnare un futuro di benessere a questo Paese. Tanto più in un momento di crisi come questo. Crisi che in Italia non è solo economica ma anche sociale, e che dunque tanto più richiederebbe maggiori investimenti in cultura. Quella digitale in testa. Che invece, sia a livello di classe dirigente che di molta parte del tessuto sociale, continua a esser limitata dal filtro di una buona dose di pregiudizi, quando non di aperta ostilità. Particolarmente significativa in questo senso, è proprio la storia di MLOL e del suo inventore.

La home di MLOL
La home di MLOL

Storia di MediaLibraryOnline, la principale piattaforma italiana di e-lending

Blasi, napoletano d’origini, si è laureato in filosofia a Bologna per poi conseguire il dottorato in Semiotica con Umberto Eco. Sotto la sua direzione ha collaborato nei primi anni ’90 alla realizzazione del primo progetto di grande enciclopedia multimediale su cd rom, Encyclomedia. Un’iniziativa all’epoca molto innovativa che però patisce quasi subito il tramonto irreversibile di un supporto, il cd, destinato unicamente ad una fruizione in locale, mentre l’esplosione di Internet indirizza subito verso il web lo spazio destinato ad ospitare qualsiasi contenuto, grazie alla possibilità infinita di condividere materiali tra milioni di computer connessi tra di loro. Internet è la nuova frontiera. Ed è lì che Blasi, conclusa l’esperienza Encyclomedia, si rivolge insieme ad altri allievi di Eco coi quali ha fondato una società, la Horizon Unlimited.

“Attorno al 2005, 2006 – racconta – scoprimmo che negli Usa esisteva un intero mercato del tutto sconosciuto in Italia, quello dell’e-lending, il prestito di contenuti digitali. I primi abbozzi di quella che più tardi diventerà la MediaLibraryOnLine, sostanzialmente una piattaforma estremamente flessibile che permette alle varie biblioteche aderenti di condividere e mettere a disposizione del pubblico i propri contenuti digitali, iniziano allora. In principio, con ben scarsa fortuna. Gli interlocutori principali, i bibliotecari, si dimostrano nell’insieme piuttosto restii, in alcuni casi decisamente contrari, a sperimentare un’innovazione allora del tutto sconosciuta da queste parti. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, i nostri primi clienti arrivano da alcune biblioteche lombarde, nell’area di Milano e provincia, un territorio con una fortissima vocazione a fare sistema.

Un’inclinazione decisiva quando si parla di digitale, perché appena si entra nell’ottica di condividere quel tipo di contenuti ci si rende immediatamente conto delle opportunità pazzesche di realizzare economie di scala. Negli Stati Uniti, che pure sono la nostra principale fonte d’ispirazione, il mercato è rigorosamente atomico. Gli operatori vendono alle singole biblioteche. Da noi questo modello sarebbe semplicemente insostenibile. Per cui abbiamo puntato subito su un meccanismo di cooperazione. Già nel 2009 siamo riusciti a mettere in rete qualche decina di biblioteche, anche se all’epoca il prestito non riguardava gli e-book, un settore ancora inesistente in Italia, ma quotidiani, banche date o libri stranieri”.

“Una curiosità che voglio raccontare a distanza di qualche anno: nel giugno 2009 otteniamo un incontro con l’AIE, l’Associazione italiana editori, per presentare il nostro progetto. La loro reazione me la ricordo ancora benissimo perché fu impressionante: un muro. Un disinteresse radicale. Fortunatamente per noi, la situazione si ribalterà completamente un anno dopo”.

Un libro elettronico su IPad. La differenza tra tablet, smartphone ed e-reader dal punto di vista della lettura, è che questi ultimi sono dotati del sistema così detto di e-ink, una tecnologia di display progettata per imitare l'aspetto dell'inchiostro su un normale foglio.
Un libro elettronico su IPad. La differenza tra tablet, smartphone ed e-reader dal punto di vista della lettura, è che solo quest’ultimo è dotato del sistema così detto di e-ink, una tecnologia di display progettata per imitare l’aspetto dell’inchiostro su un dispositivo elettronico.

Dall’e-reader allo smartphone

Un buon contributo ad abbattere quel muro – anche in un Paese cronicamente in ritardo come il nostro rispetto alla rivoluzione digitale – è certamente il lancio nel 2009 sul mercato mondiale (ma in Italia arriverà solo a fine 2011) di Kindle, l’e-reader per libri elettronici realizzato da Amazon, colosso planetario della vendita di libri online. Kindle, nato nel 2007 negli Usa, non è il primo lettore prodotto – precedenti modelli di e-reader risalgono addirittura al 1998 – ma l’enorme successo del prodotto di Amazon apre definitivamente la porta del mercato mondiale all’editoria digitale. Alla quale darà un’ulteriore spinta l’IPad, il dispositivo multimediale realizzato da Apple, presentato nel gennaio 2010, e anch’esso baciato da un successo di vendite stratosferico. A distanza di un lustro da quella svolta cruciale, va segnalato che oggi a livello globale le vendite di e-reader rallentano e qualcuno ne parla già come di una tecnologia di transizione, destinata a cedere il passo alla multifunzionalità dei tablet e, ancor di più, degli smartphone, dispositivi dai quali ormai siamo abituati a non separarci mai.

Italia primo Paese occidentale per percentuale di smartphone. Ma di usarli per la lettura non se ne parla

Come ha spiegato Alessandro F. Magno su Il Libraio, il problema è che “con l’e-reader si possono leggere solo gli e-book”. Tablet e smartphone invece permettono mille altre cose: “gli e-book rappresentano solo una piccola parte dell’offerta, e devono competere per il tempo dell’utente con video e film, musica, news, giochi, social media e molte altre tipologie di app.”. La questione del device – “dispositivo” in inglese – utilizzato per leggere libri elettronici, non è puramente accademica, ma risulta invece piuttosto interessante per fotografare la particolarità della situazione italiana.

Siamo infatti il primo Paese tra le economie occidentali per penetrazione (da intendersi come numero di abbonati rispetto alla popolazione totale) della telefonia mobile. Su 61,2 milioni di abitanti, in Italia sono registrati ben 97 milioni di abbonamenti mobile attivi, il 58% in più rispetto al totale dei residenti, ossia una persona su due ha due SIM. E probabilmente altrettanti telefoni cellulari di ultima generazione. Noi però, contrariamente agli Stati Uniti – maggior mercato al mondo per la vendita e il prestito di libri digitali, nonostante le persone non possiedano più di un abbonamento telefonico a testa – gli smartphone li usiamo per far tutto fuorché leggere.

Fonte grafico: AllBrain

In meno di dieci anni, investimenti in cultura: – 52%

Secondo i dati Istat riportati nel recentissimo XI Rapporto annuale di Federculture, è in crescita il numero di persone che non legge assolutamente niente, né su carta né tanto meno su formato elettronico. Nel 2014 infatti, gli italiani sopra i sei anni a non aver letto neanche un libro sono stati il 56,5% del totale (nel 2010 erano il 50,8%). Ancora più drammatico il calo di lettori dei quotidiani che nel 2010 erano snobbati dal 42,9% della popolazione, percentuale salita al 51,3% nel 2014. Se a questo aggiungiamo che le biblioteche nel nostro Paese hanno un’incidenza molta bassa – i numeri dell’Istat parlano chiaro: solo l’11 per cento della popolazione le frequenta con regolarità, contro una media nazionale che negli Stati Uniti sfiora il 70 per cento – il quadro si fa sempre più nitido. Anzi, fosco. Si tratta di problemi che evidentemente trascendono la questione “editoria digitale/cartacea” e che gettano, piuttosto, inquietanti scenari sul futuro di un Paese in cui, giusto a titolo di esempio, dal 2006 al 2013, la spesa complessiva delle Province (istituzione a cui fa capo il sistema bibliotecario modenese di cui tratteremo in seguito) per la cultura è diminuita del 52%.

spese province per la cultura

E’ in un simile panorama, non propriamente entusiasmante, che la piattaforma di Giulio Blasi cerca faticosamente di diffondere sempre di più un modello che, pur con tutti i limiti attuali, favorisce e facilita senza ombra di dubbio la fruizione e la trasmissione di cultura.

Come funziona la MediaLibraryOnLine

“Per aderire a MediaLibraryOnLine – spiega Blasi – le biblioteche pagano un abbonamento annuale in base alle loro dimensioni. Dunque si tratta di un servizio calibrato su qualsiasi tipo di utenza, comprese le biblioteche scolastiche, quasi sempre dotate di pochissime risorse, che attraverso il PID – Prestito interbibliotecario digitale, unico al mondo e reso possibile grazie a un accordo tra biblioteche, editori e noi – possono accedere a contenuti altrimenti al di fuori della loro portata. In pratica è come entrare in una grandissima libreria il cui meccanismo funziona così: ogni singola biblioteca acquista un libro dall’editore ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto all’edizione cartacea. Di quel singolo volume, una volta inserito sulla piattaforma, è possibile per l’utenza effettuare fino a 60 download. Dopo di che la biblioteca deve riacquistarlo. Invece, per coloro che aderisco al PID mettendo a disposizione di tutta la rete i propri volumi, si è individuato un sistema di debiti e di crediti. Se gli utenti di altre biblioteche scaricano libri acquistati per esempio dal sistema modenese, da questo vengono accumulati dei crediti, viceversa si generano debiti”.

Il prestito digitale a Modena

Ovvio che se da un lato questo meccanismo favorisce l’accesso a una gran varietà di contenuti anche da parte di una piccola biblioteca, dall’altro avvantaggia quelle che investono di più sul digitale, perché mettere a disposizione più materiali significa raccogliere più download anche da parte di lettori provenienti da altre biblioteche, e dunque di accumulare crediti. Cioè soldi, incassati dalle altre biblioteche andate invece a debito. Condizione quest’ultima che condivide anche un polo teoricamente “avanzato” per storia e tradizione come quello modenese, forte di quasi 3 milioni di volumi su carta, ma – come già ricordato – di appena 496 e-book. Un numero talmente esiguo, non fosse per l’adesione al PID che porta l’offerta complessiva a oltre 12 mila volumi, da rendere illusoria la possibilità di suscitare interesse per l’e-lending da parte dei suoi 373.710 iscritti in tutta la Provincia (in realtà nel 2014 sono 109.530 gli utenti attivi, cioè coloro che hanno preso in prestito almeno un documento nel corso dell’anno. Tra questi, 3.980 hanno creato un account su MLOL). La scarsità dell’offerta modenese fa sì che il budget complessivo per questa voce di spesa (per i contenuti digitali ospitati il polo investe 23.000 euro – Iva inclusa – più altri 10.500 come quota di partecipazione all’acquisto di banche dati digitali dell’Università di Modena e Reggio Emilia) sia rapidamente eroso dai debiti accumulati, cioè dai prestiti effettuati dagli utenti modenesi di materiali acquistati e messi a disposizione da altre biblioteche.

Interno della Biblioteca Delfini. Fonte immagine: Comune di Modena
Interno della Biblioteca Delfini. Fonte immagine: Comune di Modena

“Il nostro sistema – spiega Raffaella Manelli, responsabile della rete bibliotecaria provinciale modenese – ha aderito alla piattaforma realizzata da Blasi e il suo team, nel maggio 2012. Da quel momento, il numero di download complessivi, riferito ai soli e-book ed audiolibri – è stato pari a 5.318, di cui 3.998 e-book direttamente acquistati da noi, 21 audiolibri e 1.299 libri elettronici provenienti dal PID. Con l’adesione al prestito interbibliotecario nel dicembre dello scorso anno, abbiamo assistito con stupore ad un aumento esponenziale dei prestiti. Attualmente il numero di download mensili è mediamente pari a 300 volumi, di cui 192 scaricati attraverso il PID, 98 dal nostro patrimonio e 10 audiolibri. Molto più alto invece il numero di consultazioni dell’edicola, che mette a disposizione centinaia di quotidiani e riviste italiane e straniere – oltre a audiolibri in streaming e a e-book open – che vanta un trend di crescita assai significativo: nel 2012 sono state 12.640; nel 2013, 29.679; nel 2014, 56.374 e ben 47.970 nel 2015, dato relativo al 30 giugno scorso”.

La crescita del prestito dei soli libri elettronici acquistati dal polo modenese e scaricati dai lettori è invece pari 1.423 per il 2013, 1.704 per il 2014 e 1.769 fino al 30 giugno di quest’anno. E dunque, se la partecipazione al PID aumenta enormemente l’offerta (e conseguentemente il numero di download) stimolando l’affiliazione di nuovi lettori e dando così vita a un circolo virtuoso di potenziale crescita dell’intero sistema di prestito digitale, dall’altro – con un bilancio per Modena sistematicamente a debito, tra l’altro in quantità non prevedibile (dipende da quanto i modenesi “pescano” da altre biblioteche) – prosciuga le (pochissime) risorse a disposizione. Tanto che per evitare di sforare il budget, da un paio di mesi, le possibilità di scaricare e-book in prestito (per quattordici giorni, dopo di che il libro diventa illeggibile) da parte dei modenesi iscritti a MLOL, è passato da due al mese – numero già assolutamente esiguo per un lettore “forte” – a uno appena. Niente, in pratica.

Ma, di nuovo, questo torna a impoverire l’offerta, scoraggiando la crescita del sistema: a cosa serve per me lettore avere a disposizione in linea teorica oltre 12 mila volumi se poi, effettivamente, il massimo di prestiti che mi sono consentiti è di 12 all’anno?

Negli Usa, 122 milioni di prestiti digitali all’anno, in Italia solo 300 mila

Insomma, è un cane che si morde la coda. L’esempio modenese mostra tutti i limiti di un mercato che se negli Stati Uniti genera un volume di prestiti pari a 122 milioni di libri l’anno – con tutto quello che può significare non solo in termini economici, ma anche a livello di trasmissione della cultura – per l’Italia non raggiunge quota 300 mila. Uno scarto talmente enorme – certamente non compensato dalla fruizione di libri cartacei o dalla frequentazione delle biblioteche – da indurre a più di una preoccupazione rispetto al futuro. E il fatto che, per una volta, la scarsità dei nostri numeri sia in perfetta media col resto d’Europa – Germania a parte, l’unica in Occidente a vantare numeri competitivi rispetto agli Usa per quanto riguarda l’e-lending – non deve essere di consolazione: le locomotive economiche sono tali anche perché, all’origine, sono prima di tutto locomotive culturali.

Il prestito digitale è fantastico. Ma soldi non ne investiamo

“Certamente all’inizio – continua Manelli – come polo bibliotecario abbiamo vissuto un problema di promozione di una novità tanto importante, nonché quello di formare i nostri operatori alla gestione di un servizio non proprio alla portata di tutti, utenti in testa, che per poter prendere a prestito e utilizzare un libro elettronico devono avere una serie di abilità e competenze al momento abbastanza complesse, tanto che la percentuale di coloro che accedono a queste risorse resta ancora molto bassa. Il servizio più utilizzato rimane ancora oggi quello della lettura dei giornali online ospitati nella sezione Edicola della piattaforma”.

“In generale – prosegue – il modello individuato mi sembra bellissimo. La cooperazione a livello nazionale funziona a meraviglia: noi da soli non potremmo mai acquistare una simile quantità di libri digitali. Il problema, dal nostro punto di vista, è poter individuare un modello meno imprevedibile di quello attuale dei debiti e crediti. Dovremmo trovare il modo di adottare un meccanismo di spesa ‘flat’, fisso, in modo da poter ottimizzare l’utilizzo del budget. Se penso che il prestito digitale abbia un futuro? Sinceramente non so rispondere: come Provincia abbiamo un’incertezza tale su tutto, che non mi è consentito fare alcuna ipotesi a riguardo. Si figuri che deve essere ancora approvato il bilancio 2015 e non è detto che si riesca a farlo entro questo mese. Nel qual caso, l’Ente andrà in dissesto finanziario: facile immaginare in questo contesto quale priorità possa avere l’acquisto di ebook”.

Il Palazzo dei Musei, attuale sede della Biblioteca estense in attesa della sua ricollocazione.
Il Palazzo dei Musei, attuale sede della Biblioteca estense in attesa della sua ricollocazione.

Il futuro? Le biblioteche ibride

“Siamo un periodo di recessione in cui tutto è molto difficile – ammette Blasi – e inoltre, anche se rispetto a qualche anno fa oggi la situazione è decisamente migliorata, non sempre è possibile trovare piena comprensione e collaborazione da parte degli operatori di un sistema come quello bibliotecario italiano strutturato in un certo modo da anni e anni. All’inizio molti bibliotecari ci dicevano: ‘Non c’è richiesta da parte degli utenti’. Eh, per forza, se non conosci e non promuovi un servizio innovativo, come fai a raccogliere richieste da parte dell’utenza?

Oggi, i bibliotecari più avveduti hanno capito che questo è un canale aggiuntivo. Se guardiamo al futuro, a ciò di cui discute su una piazza molto più avanti rispetto a noi come gli Stati Uniti, il tema è quello di come costruire biblioteche ibride. La carta continuerà ad esistere a lungo. In Italia abbiamo 500 mila titoli in commercio, mentre sono 80 mila quelli digitali che, va segnalato, generalmente costano il 40% in meno. Teniamo conto inoltre che, come noto in letteratura, mediamente nelle biblioteche italiane ad entrare nel circolo dei prestiti è circa il 20% dei volumi disponibili, il rimanente 80% per lo più rimane sugli scaffali a prendere polvere”.

Ripensare in toto il sistema di fruizione e prestito dei libri

“Insomma – continua Blasi – gli spazi per ripensare in toto il nostro sistema di fruizione e prestito di libri, di cultura, sono veramente enormi. Anche in una congiuntura difficile come quella attuale. Personalmente sono proattivo e ottimista sulla diffusione futura di questo servizio. Penso però che sia necessario adottare delle misure molto forti per stimolarne la crescita. Va costruito un sistema di supporto pubblico. Serve scardinare la logica legata alla fissità dei budget. Infine, bisogna trovare il modo per permettere alle persone che intendono avvalersi dell’e-lending – teoricamente sempre di più – di far sentire alla biblioteca la propria presenza.

Continuando a comparare la nostra situazione con quella americana, rileviamo che a noi manca un pezzo: le biblioteche scolastiche sono sottofinanziate in maniera indecente. Sono circa 50 mila in tutta Italia e le risorse a loro destinate non superano i 7 milioni di euro di spesa pubblica. Cioè, l’equivalente da quanto spende la sola università di Bologna per le risorse digitali. Uno dei pochi modi per rivitalizzare questi piccoli ma fondamentali nodi dell’intera rete, sarebbe proprio il prestito digitale che permette fantastiche economie di scala e dunque enormi risparmi. Qualcuno mi spieghi, altrimenti, quale potrebbe essere l’alternativa”.

Ecco che si torna sempre lì: alla formazione, alla scuola, spina dorsale di un Paese. Luogo dove tutto ha inizio. Oppure, quando per anni e anni gli unici investimenti ammontano al più a un mare di chiacchiere, tutto si conclude.

Il segreto di Giovanni

Chi lo conosce, quando lo incontra lo abbraccia, lo coccola, lo tocca come si fa con un portafortuna, e poi fa partire l’immancabile domanda: “Giovanni, lei me lo deve rivelare il segreto, eh…”. Lui – Giovanni Goldoni da San Felice sul Panaro, cento anni esatti da compiere il prossimo 9 luglio – si fa una risata e non risponde. E mica perché non voglia. Ma no, è perché la risposta non ce l’ha nemmeno lui. Già, come si arriva a festeggiare il proprio centenario – la mente brillante e reattiva e un corpo che gli permette ancora di farsi tranquillamente una passeggiata da casa, in viale Monte Kosica, fino in centro – dopo esser passato nel tritacarne della Storia di un secolo come il Novecento? Quale il suo segreto, se ne esiste uno?

Lui preferisce festeggiare il compleanno il 24 giugno, giorno in cui si celebra San Giovanni Battista, ma è il 9 luglio 1915 quando sua mamma Regina lo mette al mondo nel loro casolare di San Felice – “frazione di San Biagio” come ci tiene a precisare – che papà Cesare possiede circondato da un podere di venti biolche (un’unità di misura agraria utilizzata solo in Emilia e corrispondente a 2.836 metri quadri). Sono brutti tempi. Da nemmeno due mesi l’Italia è entrata in guerra a fianco della Triplice Intesa contro gli imperi di Germania e Austria. Da queste parti però, la vita in campagna scorre tranquilla, segnata come sempre dai ritmi delle stagioni, della semina e della raccolta, della mungitura, della macellazione del maiale. La follia degli uomini resta fuori da una quotidianità che si ripete sempre uguale a se stessa da secoli.

Il signor Giovanni in Duomo in occasione della messa per celebrare San Giovanni Battista, 24 giugno 2015.
Il signor Giovanni in Duomo in occasione della messa per celebrare San Giovanni Battista, 24 giugno 2015.

“Ho cominciato a lavorare la terra con mio padre, i miei due fratelli e le mie due sorelle fin da piccolo – ricorda oggi Giovanni – come si usava allora per tutti i figli di contadini”. Il primo ricordo nitido di quell’epoca risale alla scuola elementare che, allora, per un bambino di campagna doveva essere un’emozione fortissima: unico modo per scoprire l’esistenza, seppur virtuale, di un altro mondo. Diverso dal ristretto orizzonte della vita campagnola i cui confini superavano rarissimamente i limiti geografici del paese più vicino: “Fino alla partenza per il militare, a 21 anni, non ero mai stato nemmeno a Bologna. Di quei cinque anni di scuola (Giovanni beneficiò della riforma Gentile del 1923 in cui la scuola elementare fu portata a 5 anni per tutti) ricordo il maestro Luigi Cotti e il mio grande amico Arturo Cavallini, che purtroppo la seconda guerra mondiale si portò via”. Da ragazzi, con Arturo e altri amici, il massimo delle distrazioni per Giovanni è la domenica, quando in bicicletta parte la mattina per andare a San Felice alla messa. Maschi e femmine rigorosamente separati nei banchi opposti, e sguardi timidi che ogni tanto si cercano e si incrociano tra una navata e l’altra, fino a che il prete pronuncia la fatidica formula, allora in latino, “Ite, Missa est”.

“Conclusa la messa – racconta Giovanni – sul sagrato, si poteva osare un pochino di più. Qualche chiacchiera innocente: ‘Come sta signorina?’, ‘Io bene, e lei?’. I più audaci si lanciavano in una breve passeggiata nel viale antistante la chiesa, naturalmente con la mamma di lei al seguito. Ma il vero divertimento cominciava di pomeriggio quando noi ragazzi ci riversavamo in massa a un circolo locale che organizzava balli gratuiti. C’era anche il cinema a San Felice, ma io ci andavo raramente. Preferivo il circolo dove si poteva passare un po’ di tempo con le ragazze. Loro stavano sedute sulle sedie ai margini della pista, la mamma sempre a fianco, in attesa che noi le invitassimo. Un ballo solo, sempre sotto stretto controllo, e poi tornavano a sedersi al loro posto, fino al giro successivo. Allora ci si poteva conoscere solo così. La sera? Come se non esistesse. Si andava a letto e basta. Durante la settimana, certo, ma anche il sabato e la domenica. Non c’erano differenze. L’unico giorno buono per socializzare era la domenica. Al massimo, fino al tardo pomeriggio. Poi, tutti a casa”.

Dopo la messa, grande festa in Arcivescovado per i 100 anni del signor Giovanni
Dopo la messa, grande festa in Arcivescovado per i 100 anni del signor Giovanni

Nel 1936, 21 anni appena compiuti, arriva la chiamata per il servizio di leva. Partenza dalla stazione di Modena con destinazione Lecce. Arrivati a Rimini, per la prima volta Giovanni e tanti altri ragazzi come lui vedono il mare, “questa cosa immensa di cui fino ad allora avevo solo sentito parlare. Per l’emozione, mi misi a piangere”. A Lecce, dopo un breve periodo di assegnazione all’Ufficio matricola, quello incaricato di redigere e aggiornare i documenti relativi allo stato di servizio di ciascun militare, Goldoni diventa attendente di un maggiore. Tra i suoi compiti, oltre a lucidare ogni giorno le scarpe dell’ufficiale, vi è anche quello di essere dalla mattina al tardo pomeriggio a disposizione della moglie per eventuali suoi bisogni, come ad esempio fare la spesa, incombenza di cui si incarica appunto Giovanni. Il servizio di leva dura 24 mesi, periodo durante il quale il giovane soldato non tornerà mai a Modena. Due anni senza sentire praticamente mai la sua famiglia: “Io ogni tanto scrivevo, ma loro non rispondevano quasi mai perché in famiglia non è che se la cavassero benissimo con la scrittura. Però ho un bel ricordo di quegli anni. La signora, allora sulla sessantina, era gentile, e quando per qualche motivo non potevo recarmi da lei, mi faceva chiamare per darmi qualche incarico. Mi sentivo come a casa”.

Una sensazione che probabilmente deriva proprio dalla forte presenza femminile della “signora”. Proprio come a casa, anzi in casa, dove mamma Regina – “angelo del focolare”, come si diceva una volta – comanda tutti a bacchetta, perfino il patriarca, il marito. Oltre che naturalmente i figli e, quando verranno a vivere con loro, anche le nuore. “Siamo arrivati ad essere in 17 a vivere del casolare – spiega Giovanni – e la mamma era a capo di tutto, quindi non c’erano grandi problemi. Le nostre donne chiedevano alla suocera. Mia mamma dava gli ordini e stabiliva i turni di lavoro in casa e in cucina. Ogni domenica una coppia non poteva uscire per i vari lavori che dovevano esser fatti anche nel giorno di festa, ad esempio la mungitura, gli altri erano liberi di andare dove volevano”.

Dopo la festa, il vicesindaco Gianpietro Cavazza consegna a Giovanni Goldoni una medaglia commemorativa del Comune di Modena
Durante la festa, il vicesindaco Gianpietro Cavazza consegna a Giovanni Goldoni una medaglia commemorativa del Comune di Modena

Nel 1940, quando scoppia la guerra, Giovanni ha 25 anni e naturalmente viene richiamato in servizio, abile a arruolato. Ma grazie all’intercessione di un ufficiale medico riesce ad evitare il fronte, e viene assegnato all’Ufficio matricola del distretto di Modena. Fino al 1942 quando arriva l’ordine di trasferimento a Verona in un comando che si occupa della logistica a supporto del CSIR, il Corpo di spedizione italiano in Russia (nel giugno del 1942 confluito nell’ARMIR, Armata italiana in Russia), formatosi nel luglio del 1941 dopo il via di Hitler all’operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica. Un’assegnazione che gli permetterà di evitare la tragedia delle ritirate del ’42 e ’43 nelle quali perirono oltre 70 mila uomini.

“Il mio unico contatto con la Russia – ricorda – avvenne all’inizio del ’43 quando insieme ad un ufficiale e altri tre soldati, partimmo su una tradotta carica di vettovaglie per le truppe impegnate su quel fronte. Arrivammo velocemente fino a Kiev, oltre non si poteva procedere, dove dei camion ritirarono il nostro carico. Il ritorno fu un incubo. Ci vollero quaranta giorni per tornare a Verona perché il nostro treno non aveva più la priorità e spesso ci fermavano anche tre o quattro giorni in qualche binario morto per dare la precedenza ad altri treni”.

Quando arriva l’8 settembre, Giovanni è sempre a Verona. Dopo i primi attimi di felicità per il proclama di Badoglio che annuncia l’armistizio con gli Alleati, è il caos. Non arrivano ordini e nessuno sa bene cosa fare. In tanti si danno alla fuga. Anche Giovanni insieme a quattro commilitoni. Prioritario è recuperare abiti civili, perché in caso di cattura da parte dei tedeschi con ancora addosso la divisa, si può essere accusati di diserzione. Appena fuori Verona, un contadino impietosito regala loro pantaloni e camicie, e anche arnesi da lavoro – una zappa, una vanga, perfino una scopa – “in modo che se ci avessero fermati, potevamo provare a raccontare di essere contadini diretti verso i campi”. Per tornare a casa, il problema è superare il Po. Il grande fiume è un ostacolo insormontabile e certo non si possono attraversare i pochi ponti rimasti, sorvegliati dai tedeschi.

In Arcivescovado
In Arcivescovado

“A sera, arriviamo a casa di un contadino vicinissima alla riva del fiume, nei pressi di Ostiglia. Chiediamo aiuto, ma lui è terrorizzato di eventuali rappresaglie, dovessimo esser scoperti, e vuole mandarci via. E’ solo grazie alle insistenze della moglie che accetta di ospitarci per la notte, nascosti nel pollaio. Una notte infernale, con le galline in continuo movimento per la presenza di ospiti alquanto indesiderati. La mattina presto, l’uomo ci chiama. La strada sembra libera e si può tentare la traversata. Ci fa salire su una specie di chiatta che però, ricordo bene, più che altro era un portone galleggiante. Sufficiente però per portarci sulla riva opposta e poi, da lì, a piedi fino a casa”. Dove, per quasi due anni, fino al giorno della liberazione, Giovanni non si muove di un passo, nemmeno un salto in paese, al massimo qualche puntata nei campi per dare una mano.

Finita la guerra, si torna alla vita di sempre. Non diversa dalla precedente. I soldi sono pochi, ma la terra dà da vivere a sufficienza per tutta la famiglia. Che comincia ad allargarsi. I due fratelli di Giovanni si sposano. Toccherebbe a lui a dire il vero, che da quattro anni “fa l’amore” – espressione che all’epoca significava semplicemente una timida frequentazione che più casta non si potrebbe – con Alves Bortoli, figlia di un mezzadro e di professione babysitter, conosciuta al paese di lei, Cividale, frazione di Mirandola, sempre nel solito modo: su una pista da ballo. Solo che il fratello minore Elvino e la fidanzata sono andati un po’ oltre. Lei è rimasta incinta e la loro situazione va sistemata. Soldi per due matrimoni quasi in contemporanea non ci sono, sentenzia papà Cesare, e siccome la priorità va data a Elvino, Giovanni ed Alves dovranno aspettare. Fino al febbraio del 1952 quando, lui ormai trentasettenne – “un po’ anzianotto” ammette – la coppia può convolare a giuste nozze. Per poi trasferirsi in casa Goldoni, sempre diretta con pugno di ferro da mamma Regina, insieme ai fratelli, alle mogli e ai loro figli.

Un regalo in ricordo dei 37 anni passati come portinaio  in Curia a Modena
Un regalo in ricordo dei 37 anni passati come portinaio in Curia a Modena

La famiglia si allarga, anche se non con il contributo di Alves e Giovanni che figli non ne avranno mai, e vivere tutti insieme nel casolare diventa sempre più complicato. “Intorno al 1960 Alves cominciava ad essere un po’ stanca dopo otto anni di vita in comune – ricorda Giovanni – oltre a sentire il peso della presenza dominante di Regina. ‘Voglio una vita un po’ migliore per noi’, continuava a ripetermi. Così una domenica prendiamo la bicicletta – mai avuto né patente né macchina in vita mia – e andiamo a trovare sua sorella che sta in città, a Modena. Dove per altro lavorano già due figli di mio fratello Mario, uno in un’azienda metalmeccanica, l’altro in Fiat. Mia cognata conosce una gran signora, la signora Machelli, alla quale chiede aiuto: ‘Ci trova mica un posticino di lavoro a mia sorella e suo marito?’. La Machelli si dà da fare. Chiama un sacerdote di San Cataldo che mi mette in contatto con la Fonderia Valdevit. Mi presento al direttore che è disposto ad assumermi già dal giorno dopo. Anche allora, per posti simili si faceva fatica a trovar gente disposta a lavorarci. Troppa fatica, troppo caldo, e poi gas e fumi di ogni tipo. Io invece accetto e insieme ad Alves, con il benestare delle nostre famiglie, ci trasferiamo in un bel posto, un minuscolo appartamento – una camera, un bagno e un buchino che faceva da cucina – al piano terra della villa della Machelli, dove Alves prende servizio come babysitter e cameriera. Siamo rimasti lì fino al 1973, quando ci siamo trasferiti nella casa di viale Monte Kosica che avevamo comprato coi nostri risparmi fin dal 1970, senza poterla abitare però perché non avevamo i soldi per i mobili. Così la affittammo per tre anni, fino al ’73 appunto, anno in cui ci trasferimmo definitivamente. Anche se la Machelli non voleva, eravamo come una famiglia. A volte si mangiava insieme e spesso la domenica si andava a passeggio tutti quanti. Ma io avevo ormai quasi sessant’anni ed era venuto il momento di andare ad abitare finalmente da soli io e la mia signora. Entrare finalmente nel nuovo appartamento fu bellissimo. Un sogno”.

Insieme alla badante Daria.
Insieme alla badante Daria.

Poco dopo Giovanni va in pensione, ma i soldi dopo una vita di lavoro son pochini e c’è da rimboccarsi ancora le maniche. In fonderia ha conosciuto un prete, Don Gibellini, col quale è rimasto in contatto e al quale chiede aiuto. “Io faccio tutto – gli precisa – cameriere, spazzino, qualsiasi cosa”. Una sera del 1976 in casa Goldoni squilla il telefono. E’ Don Gibellini.
“Io avrei un posto di lavoro”.
“Che posto è?”
“C’e da andare in portineria in vescovado. Domani puoi cominciare”.
“Io ero felice come una Pasqua. Non mi sembrava vero. Ma la Alves non era del parere: ‘Non è un posto per te – mi diceva – te sei uno dalla campagna, vieni dalla terra e il vescovado non è il tuo posto. Poi magari succede che vai lì e fai ridere’. Mi sa che si sbagliava, visto che lì ci sono rimasto per 37 anni, fino al 2013 quando, ormai novantottenne, abbiamo deciso che forse era tempo di andare definitivamente in pensione. Sono stato il portinaio di cinque vescovi, da Monsignor Amici che a dire il vero ho conosciuto appena, fino a Monsignor Lanfranchi, passando per quelli con cui forse ho legato di più, Monsignor Foresti, oggi vescovo di Brescia, e Monsignor Quadri, anche grazie alla presenza della sorella Rina, una persona fantastica che comandava a bacchetta anche il fratello” dice ridendo. Prima di concludere con orgoglio: “Quando nel giugno dell’88 Papa Wojtyla venne in visita pastorale a Modena fui il primo ad accoglierlo aprendo la porta dell’Arcivescovado”.

La scrivania che per 37 anni  ha fatto da postazione di lavoro per Giovanni Goldoni
La scrivania con vista su Corso Duomo che per 37 anni ha fatto da postazione di lavoro per Giovanni Goldoni

Eccolo qui, nell’orgoglio che Giovanni lascia trasparire in questa frase, il segreto della sua longevità. Che risiede, forse, nell’aver attraversato la storia – personale e quella con la maiuscola, tra due guerre mondiali, l’Emilia contadina del primo Novecento, poi il boom economico con le sue fabbriche insalubri, l’inquinamento, e tanto altro ancora – con la semplicità assoluta, disarmante, di chi riesce a provare grandissima emozione e immenso orgoglio professionale solo nell’aprire una porta – sia pure, in questo caso, per fare entrare un uomo che ha fatto la storia – così come nell’accogliere quotidianamente tante persone, accompagnarle nell’ufficio del “capo”, recapitare una lettera o svolgere qualche altro incarico che molti di noi, figli di un altro tempo, considererebbero “minore”. Un atteggiamento che lo ha caratterizzato, indipendentemente dal contesto, per una vita intera.

Programmi per il futuro, signor Giovanni? “Ah niente di che – risponde serio – passeggiare avanti e indietro insieme alla mia badante, Daria, di cui oggi non potrei fare a meno”. E mi par giusto, dopo quasi cento anni di lavoro, essere “un po’ stanchini” e riposarsi. Giusto un po’.

In copertina: Giovanni Goldoni con la sua badante, la signora Daria.

Le tre vite di Spyros

A leggere superficialmente la sua storia di questi ultimi quattro anni, vengono in mente pensieri maliziosi, e pure un po’ invidiosi: “Eccolo lì, il solito Gastone a cui un colpo di fortuna ha cambiato la vita”. O anche: “Potenza della televisione, che regala il suo quarto d’ora di gloria al Signor Nessuno di turno, rendendolo una celebrità”. Invece, a chiacchierarci un po’ con Spyros Theodoridis, greco d’origine ma modenese d’adozione, vincitore della prima edizione del programma televisivo di Sky “Masterchef” e da qualche mese titolare del ristorante “1495” a Scandiano, capisci che la fortuna a volte riesce ad essere meritocratica. A premiare quelli bravi e talentuosi. Quelli che rischiano e, last but not least, si impegnano al limite per raggiungere i propri obiettivi.

“La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione” è un aforisma attribuito a un latino, Lucio Anneo Seneca, ma lo possiamo tener buono anche per il greco Theodoridis. La cui passione per la cucina risale all’infanzia, quando, spiega, “ero attratto dagli odori che arrivavano da lì. Allora come oggi, mi è sempre piaciuto scoprire un piatto dall’odore che emana: se è buono, lo è anche il cibo. L’odore, l’assaggio: in cucina è fondamentale la memoria del palato. E dell’olfatto. Possono passare anche dieci anni, ma se assapori un piatto, ti ricordi cos’è anche molto tempo dopo. Il mio amore per la cucina è nato così. Lo capisci subito se qualcosa ti può interessare per un po’, giusto per riempire un momento di noia, o diventare la passione di una vita. Non sei tu che cerchi lei, è lei che chiama te. A me almeno è successo così”.

05

La passione per la cucina per il quarantaduenne Spyros è antica, ma la sua vita da chef professionista è recentissima. A dimostrazione che la vita può cambiare – ma davvero – anche a quarant’anni. Quando molti cominciano a pensare che la strada intrapresa, giusta o sbagliata, sia ormai a senso unico. E che i sogni, se ancora ci sono, è meglio chiuderli in un cassetto.

Vero è che ci vuole una certa attitudine alla sperimentazione, al cambiamento, che di certo a Spyros non manca. Ai fornelli come nella vita. Oggi come vent’anni fa, quando, per amore, ha mollato la famiglia ad Atene per venire ad abitare a Modena. In Italia, “con la quale – dice – non avevo alcun legame particolare se si escludono le tre sorelle di mia nonna, tutte sposate con italiani durante la guerra. Ma a parte questo, non conoscevo niente di questo paese, men che meno la lingua”. Eppure a parlarci oggi non si percepisce alcun accento straniero nella sua parlata. Cosa nient’affatto scontata.

“Avevo così tanta voglia di vivere la nuova esperienza che mi sono perfettamente integrato: oggi sono cittadino italiano. Se vuoi vivere davvero in un altro paese devi fare così. Immergerti. Tanti emigranti, anche dopo che nel nuovo paese ci stanno da una vita, non lo considerano mai come la propria casa. Con il corpo abitano qui, ma con la testa non riescono a staccarsi dalle proprie origini. Io no. Mi sento totalmente italiano ormai. Il mio rapporto con la Grecia? Non la sento più mia. A volte mi manca un po’, nel senso che come tutti ho i ricordi di una vita. Ogni tanto, certo, sento anche un po’ di nostalgia. Ma tornare a vivere lì, no. La grave crisi di oggi, Tsipras? Governare la Grecia e molto difficile per chiunque. Lui è lì perché ha proposto alcune cose che hanno dato un po’ di speranza a gente disperata, ma poi quanto possa riuscire a realizzarle, non saprei dire. Oggi ad Atene si vede la fame, la depressione della gente. Come tutte le grandi città europee, la capitale era un posto molto vivace, in cui non si dormiva mai. Adesso invece, si dorme eccome. Non è mai stato un paese ricco, ma quando ero ragazzo io, con quel che c’era, si poteva vivere anche bene. Oggi è tutto cambiato”.

1495-Restaurant-2

Arrivato a Modena, Spyros comincia subito a lavorare, facendo un po’ di tutto. Prima l’educatore, poi l’impiegato, il postino e altro ancora. Quel che capita. Prima della vittoria a Masterchef nel 2011, per sei anni lavora con un contratto rinnovato di anno in anno in Hera. Poi, viene a sapere che anche in Italia si farà la prima edizione di Masterchef, un format internazionale nato nella sua prima versione in Gran Bretagna nel 1990. “Avevo visto varie puntate dell’edizione americana su Internet – racconta Spyros – e mi aveva affascinato parecchio questa cosa di dover fare piatti spettacolari in un tempo molto limitato. E’ incredibile, mi dicevo, come fanno? Mi sono buttato e ho deciso di partecipare alla prima selezione alla quale partecipano migliaia di persone. Si prepara un piatto a casa e lo si porta in studio, dove lo si assembla e riscalda per farlo assaggiare a due giudici. Io avevo preparato un tortino di spinaci con scampi, calamari, fagioli a occhio nero e una riduzione di verdure arrosto. Promosso! Se passi questa primissima fase cucini davanti ai tre giudici veri e propri, grandi cuochi come Bruno Barbieri, Joe Bastianich e Carlo Cracco. Per un appassionato come me, una bella emozione. Sono figure importanti nell’ambito della cucina gourmet, insomma la cucina per intenditori, non per tutti i palati.

Al trio ho proposto miglio risottato con agnello scottato e zucchine. Li ha colpiti il fatto di realizzare un piatto gourmet col miglio, che alla fine è un cibo per uccelli. E’ molto difficile da cuocere perché tende a diventare stopposo se non è preparato in maniera perfetta. Quando sperimenti un piatto del genere vuol dire che sei uno che tenta quel qualcosa in più che, se funziona, può fare la differenza. E l’ha fatta nel mio caso, perché sono entrato nel gruppone degli ultimi cento in gara. Poi siamo rimasti in quaranta. Da quel momento in poi, non scegli più tu cosa cucinare, ti danno loro il compito. Il vero gioco inizia con gli ultimi dodici selezionati, tra i quali ovviamente c’ero anch’io. Era la prima edizione, non c’erano precedenti e non sapevamo assolutamente nulla. Come tutti i miei concorrenti e compagni ero felice e spaventato di essere lì.

1495-Restaurant-3

Da metà a aprile a metà luglio siamo rimasti tre mesi a Milano per registrare il programma che poi sarebbe andato in onda in settembre. Con Hera i rapporti erano buoni, ma da dipendente a tempo determinato, dopo avermi dato un primo mese di ferie, non potevo chiedere aspettativa per altri due. E dunque, pur non sapendo come sarebbe finita, ho mollato tutto rimanendo disoccupato. Ma non avevo paura. Ero in corsa e volevo provarci anche se gli altri concorrenti erano di valore e c’era molta competizione tra di noi”.

Masterchef, come programma, è stato oggetto anche di parecchie critiche. Come quella, pesante, di uno dei primi divulgatori italiani di arte culinaria, Gianfranco Vissani, secondo il quale “Masterchef è un bene, perché fa avvicinare tutti questi giovani alla cucina, che noi abbiamo dimenticato. Detto questo, la cucina non è Masterchef, la cucina è sacrificio. Non è spettacolo, la cucina è mangiare. E che se lo possano permettere tutti quanti, dal più piccolo operaio al grande signore”. Niente cucina-spettacolo quindi, secondo Vissani.

1495-restaurant-piatto1

“Sì, ho letto certe critiche sulla trasmissione – conferma Theodoridis – e questa cosa di ridurre l’arte culinaria a puro spettacolo. Ma la televisione è spettacolo e immagine. Immagine per altro oggi molto dinamica e veloce. E’ inutile essere bravi in cucina e poi stare zitti e muti mentre si è in tv. Bisogna far combaciare le due componenti. Insomma, non basta tagliar bene una cipolla. Si mette davanti allo schermo uno che deve saper spiegare bene anche come si taglia la cipolla. Non è facile. Sulla cucina gourmet che posso dire? A me non interessa la cucina tradizionale, solo carne o pesce. Mi appassiona la cucina creativa che ti permette di sperimentare e innovare. Ho avuto la mia occasione e ho cercato di sfruttarla”.

“Di carattere sono un timido, ma in cucina divento un altro. E’ il mio mondo. In tv poi, non ti accorgi che sei davanti a milioni di persone. A Masterchef sono andato per imparare e provare ad entrare a far parte di quel mondo. Ho giocato e mi sono divertito tantissimo. Più mi avvicinavo alla finalissima e più pensavo di potercela fare. Non mi sono mai illuso né mai sottovaluto. Quando mi hanno proclamato vincitore, il cuore batteva a mille. E’ stata un’emozione unica. Una di quelle cose che ti succedono una sola volta nella vita. Passata la sbornia della vittoria, mi son detto: e adesso? All’inizio non capisci quanto la tua vita possa cambiare”.

1495-Restaurant-Scuola

Invece quella di Spyros Theodoridis è cambiata tantissimo. Oltre a 100 mila euro in gettoni d’oro per la vittoria, arriva per contratto il primo libro “Cuoco per emozione” con le sue ricette originali. Spyros non se ne sta con le mani in mano e comincia una serie di stage presso vari ristoranti stellati, per concludere il proprio percorso formativo. Arriva anche la fama, gente che ti ferma per la strada per fare due chiacchiere e una foto, corsi di cucina, eventi, un paio di trasmissione tv condotte da lui, la presentazione del libro in tutta Italia.

“Fin da subito – spiega – avevo idea di crearmi uno spazio tutto mio. Ma non ho voluto affrettare i tempi sull’onda dell’entusiasmo. Aprire un ristorante non è uno scherzo, devi avere esperienza, ci vuole tempo. Inoltre, se lo fai subito cavalcando la fama derivata dalla televisione, è quasi scontato fare il pieno all’inizio. E poi? Passata la curiosità non viene più nessuno. No, grazie. Meglio farlo in un momento inaspettato, quando uno si sente pronto”.

Spyros si è preparato per quasi tre anni e infine ha aperto a Scandiano nel dicembre scorso il proprio ristorante: il “1495”. “E’ semplicemente la data in cui la moglie di Matteo Maria Boiardo, nato qui e morto un anno prima, ha fatto pubblicare la prima versione completa de ‘L’Orlando innamorato’. A Scandiano è tutto dedicato a Boiardo”.

“Sono contento di come stanno andando questi primi mesi. I clienti che arrivano da me sono persone molto curiose che vogliono provare qualcosa di diverso. Oppure clienti già abituati a questo tipo di cucina. Non esiste un piatto ‘della casa’. Sono tutti piatti della casa. Il ristoratore che propone un piatto specifico, il suo ‘pezzo forte’, è come se affermasse che tutto il resto fa schifo. Non ci siamo. Tutti i piatti devono essere piatti forti, devono nascere da un’idea e questa idea deve essere perfettamente riuscita. Un’idea nuova può nascere da un assaggio, da qualcosa che vedi, da un odore. Insomma, da tutti e cinque i sensi, non solo il palato. Dopo di che, inizi a pensare a cosa può essere abbinato quello spunto iniziale. In Sicilia ho mangiato un frutto di mare buonissimo che pochi conoscono chiamato occhio di bue. Mentre tornavo in Emilia cercavo di capire come assemblarlo coi sapori locali. Ecco, i miei piatti nascono così, da suggestioni diverse”.

02

Quanto c’è nella cucina creativa di Spyros Theodoridis di una tradizione importante come quella emiliana? Non troppo, a quanto pare. Perché in realtà Spyros si ispira alle infinite varietà di opportunità offerte dalla cultura dell’Italia intera: “Giro tutto lo stivale per cercare sempre nuovi prodotti – che acquisto sempre personalmente – e per sperimentare le varie cucine locali. In tutte le regioni si dice comprensibilmente la stessa cosa: ‘la nostra è la tradizione migliore’. Per me tutta l’Italia ha una cucina stupenda e tutti hanno da insegnare qualcosa. Per quanto mi riguarda, cerco di farmi un bagaglio culturale gastronomico importante e poi invento quel che mi pare. Poi chiaro che anch’io uso i prodotti tipici della cucina modenese, dall’aceto al prosciutto, perché sono alimenti che incontro tutti i giorni nella mia quotidianità e che perciò so valutare bene. E soprattutto so dove trovarli davvero buoni. Si tratta quasi di un contributo istintivo, naturale, perché sono sapori che conosci molto bene, vivendo qui”.

Del massimo talento culinario locale, Massimo Bottura, Spyros parla benissimo, anche se i due sono potenzialmente concorrenti. Se non ora, in futuro. Si conoscono, ma non hanno mai fatto nulla insieme. “Arrivare al secondo posto al mondo confrontandosi con grandissimi chef – dice – non è un giochino. A volte sento qualche modenese criticarlo. Ma Bottura è un genio, grazie a lui viene gente dall’America e dal Giappone. E francamente, non è che Modena abbondi di motivi per far scomodare arrivando fin qui un giapponese. E lo dico da modenese, perché ormai mi sento tale e qui sto benissimo. Io prendo l’aereo per andare a assaggiare piatti di ristoranti che richiedono la prenotazione un anno prima. Capisco che degli stranieri lo possano fare per l’Osteria Francescana. Massimo è uno che mette della genialità nel piatto, sa come trasformarlo ed esaltarlo e conosce ogni dettaglio della tradizione locale. Bottura va capito. Inutile andare a vedere Shakespeare se non lo conosci e non sai niente di lui”.

Un complimento non da poco da uno che nella sua prima vita, quella ateniese, ha frequentato l’accademia d’arte drammatica, irresistibilmente attratto dalla sua seconda passione oltre la cucina: il teatro. Tutto, ma quello classico in particolare. Dai tragici greci a Shakespeare. Che, naturalmente, da poeta immenso, ha in serbo una citazione buona anche per il signor Theodoridis: “Ero io, ma ora non lo sono più. Né tanto meno ho timore di dirvi quel che ero, dal momento che il mio cambiamento ha un sapore assai grato”.

Tutte le immagini sono tratte dal sito del ristorante “1495“.

AGGIORNAMENTO GENNAIO 2016
Chef Spyros, addio amaro al ristorante 1495. E ora da Modena lancia un blog” (da La Gazzetta di Modena).

Com’erano belle le nostre nonne

C’entrerà forse la crisi economica e quella convinzione che si porta dietro che la stagione delle vacche grasse (per tutti, non solo per qualcuno) non tornerà mai più. Forse la disillusione derivata dal fatto che venticinque anni dopo l’ingresso trionfale nel mondo post-ideologico nessuno pare più avere uno straccio di idea di futuro – giusta o sbagliata che sia –  che non sia sfangarsela alla bell’e meglio su quel treno in corsa verso una destinazione sconosciuta – anzi, senza alcuna destinazione – raccontata così bene in un bel film di fantascienza di un paio d’anni fa, Snowpiercer (da vedere). E ancora, forse, la stanchezza, in questo caso tutta nostrana, per un Paese che sembra non voler cambiare mai: per citare il famoso dialogo tra il professore universitario e il giovane Nicola Carati tratto da “La meglio gioventù” di Giordana, “un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire“. C’entrerà appunto tutto questo, e forse altro ancora, ma è innegabile che nell’aria giri nostalgia del Novecento. Insomma, di “come eravamo”. Magari non noi, ma i nostri genitori, o addirittura i nostri nonni.

Ho riflettuto sul fatto che potrebbe essere una sensazione del tutto personale. Ma poi no, primo perché se c’è uno che rifiuta la nostalgia (dal greco νόστος – ritorno – e άλγος -dolore, quindi : “dolore del ritorno”) come condizione primaria di uno spirito affetto da melanconia (per qualcosa che non c’è più), è il sottoscritto. Lo giuro. Secondo perché i segnali di un nuovo millennio segnato da un’estetica vintage, tutta novecentesca, sono diversi. A partire dal social attualmente di maggior successo tra giovani e giovanissimi: Instagram. Che coi suoi filtri e le sue cornici anni ’50 e ’60 (quelli del boom, un caso?), rende vecchi fin dalla nascita scatti realizzati appena un secondo fa, magari con l’ultimissimo smartphone supertecnologico lanciato sul mercato. Dai, bel paradosso, no?

Perché invecchiare, farne già “storia” un secondo dopo, qualcosa che dovrebbe catturare il presente e storicizzarlo nell’arco temporale minimo di, boh, dieci o vent’anni? Non faranno confusione le generazioni future quando dovranno datare una foto di una giovane mamma del 2015, visto che ieri era la loro festa, con una di questo bellissimo progetto, Savefamilyphotos, che proprio su Instagram – guarda il caso – raccoglie immagini del tempo che fu, vintage per davvero, delle nostre mamme e delle nostre nonne? Beh, non proprio nostre, il progetto è americano, ma ci arriveremo anche noi. Seppure un po’ in ritardo, come al solito.

Immagini oggettivamente fascinose accompagnate da brevi didascalie. Di nonne e nonni, zii e zie, mamme e papà. Ne sono arrivate a migliaia da tutto il mondo da persone che hanno aderito al progetto lanciato dalla fotografa Rachel Lacour Niesen, come racconta Il Post . Immagini come questa: “Mia nonna e le sue amiche in uno scatto del 1940, stupefacente ai miei occhi. Anche se sembra molto regale e contemporanea, loro erano semplici operaie”.

Una foto pubblicata da New Yorker Photo (@newyorkerphoto) in data:

 

O questa: “Recentemente ho fatto visita alla mia prozia e festeggiato con lei il suo ottantaseiesimo compleanno. Dall’anno scorso è affetta dal morbo di Alzheimer e ora vive in una residenza assistita insieme al marito con quale vive da oltre 60 anni”.

Una foto pubblicata da New Yorker Photo (@newyorkerphoto) in data:

Ma dai, davvero questa bella ragazza oggi ha quasi novant’anni? Dio, come passa il tempo. Maledetta nostalgia!

Oppure, a volergli dare un senso, a non fermarsi solo alle emozioni, queste immagini di belle ragazze che oggi non ci sono più, in un modo o nell’altro, così come allargando l’orizzonte a tutta l’imperante estetica vintage, questa malinconia novecentesca (perfino artificiale come negli scatti Instagram invecchiati anzitempo) si può cercare di virarla come ha fatto Lacour Niesen «vedevo facce piene di speranze e di sogni ben prima della mia esistenza. La mia storia è iniziata prima di me». Un po’ come tornare alle radici. Anche per finta. Perché banalmente, se facciamo una gran fatica a capire dove andiamo, almeno possiamo cercare di non dimenticare da dove veniamo.