Quando la mafia del Brenta era di casa a Modena

La mafia è a Roma, non qua” afferma sicura una brescellese accorsa nel settembre 2014 a una manifestazione di sostegno nei confronti dell’allora sindaco del paese del reggiano, Marcello Coffrini, dopo che le sue sconcertanti dichiarazioni a favore del concittadino Francesco Grande Aracri (imprenditore condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso, descritto dal sindaco come «un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello» nell’intervista registrata dai giovanissimi ragazzi dell’associazione Cortocircuito) hanno acceso i riflettori dei media nazionali sul paese di Peppone e Don Camillo. Un anno e mezzo dopo, il 26 febbraio 2016, Brescello diventa il primo comune emiliano sciolto per mafia. Dal canto suo, l’ex sindaco – dimissionario prima dello scioglimento e mai indagato – ancora oggi difende così le sue affermazioni di allora: “Non è parlando con una persona che si diventa delinquenti. La criminalità non è un virus, una malattia che si prende incontrando qualcuno per strada”. Eppure, come riporta il decreto di scioglimento firmato dal Presidente della Repubblica “l’atteggiamento di acquiescenza degli amministratori comunali che si sono avvicendati alla guida dell’ente nei confronti della locale famiglia malavitosa (…) si è poi trasformato in una condizione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui riguardi l’ente, anche quando avrebbe dovuto, è rimasto, negli anni, sostanzialmente inerte”.

Sempre un anno fa, nel marzo 2016, nell’aula bunker allestita a Reggio Emilia inizia il maxiprocesso legato all’inchiesta denominata Aemilia: un vero e proprio terremoto in una terra forse ancora prigioniera del mito di se stessa che, nell’indagine, vede definitivamente certificato il radicamento mafioso in quella che fu l’Emilia rossa. Il processo è l’approdo di un’inchiesta durata cinque anni. Una lunga indagine che trova un primo passaggio chiave nel giugno 2015, quando il sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia di Bologna Marco Mescolini invia 224 avvisi di fine indagine ad altrettante persone accusate di far parte o di essere fiancheggiatrici della ‘ndrangheta radicata fra Reggio Emilia, Bologna, Modena, Parma e la Romagna. Esclusi gli indagati che hanno optano per il rito abbreviato e i pochissimi proscioglimenti, al momento sono 147 gli imputati nel maxiprocesso – il primo di ‘ndrangheta in terra emiliana – ancora in corso (prossima udienza domani, 21 marzo, alle 9.30).

A qualcuno piace “sparare in bocca”. Ma se Reggio è considerata la capitale della presenza mafiosa in Emilia, anche Modena può vantare – se così si può dire – una lunga storia di prossimità con la criminalità organizzata iniziata forse con l’arrivo a Sassuolo in soggiorno obbligato di Tano Badalamenti (il Tano seduto di Peppino Impastato) 45 anni fa, nel 1972, fino alla recentissima condanna a 26 anni con sentenza di primo grado del boss Nicola Femia, quello che dopo aver minacciato di “sparargli in bocca” costringe ancora oggi il cronista Giovanni Tizian a vivere sotto scorta, passando per la (mai sufficientemente approfondita) attrazione fatale per la nostra città da parte del boss della mala del Brenta, Felice Maniero – “Felicetto”, “Felix”, “Faccia d’angelo” – forse il bandito più mitizzato della storia criminale del nostro Novecento insieme a Renato Vallanzasca, il bel René.

Una foto segnaletica di un giovanissimo Felice Maniero, nato a Campolongo Maggiore (VE) il 2 settembre 1954
Felice Maniero, qui giovanissimo, è nato a Campolongo Maggiore (VE) il 2 settembre 1954

I tentacoli della piovra. Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, Maniero e i suoi (circa 300 affiliati nel momento di maggior crescita della banda) controllano tutte le principali attività illecite del Nordest: traffico di armi, contrabbando, rapine, sequestri, bische, droga… di tutto. Un impero del crimine messo in piedi con l’avvallo della mafia che anzi – come scrive la Questura di Venezia in una relazione del 2003 – è proprio quella che consente “il vero e proprio salto di qualità” ai feroci giovinastri della mala del Brenta “facendogli acquisire tutte le caratteristiche tipiche delle attività mafiose”, grazie agli insegnamenti impartiti da “docenti” esperti come il boss palermitano Salvatore “Totuccio” Contorno, nei primi anni Ottanta in soggiorno obbligato nel Padovano. Di organizzazioni criminali come Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, la mala del Brenta inizia così a riprodurre una delle caratteristiche più significative, ovvero, la capacità di determinare in un territorio “una situazione di sudditanza psicologica così rilevante da precludere un ordinario svolgersi delle comuni attività produttive, commerciali, imprenditoriali, economiche, politiche”.

A Modena, Felicetto è di casa. Il territorio controllato da Maniero e soci ha il proprio centro lungo il corso del fiume Brenta sul quale si affaccia la natia Campolongo Maggiore, si estende quindi al resto del Veneto e Friuli fino a toccare la ex Jugoslavia, e poi scende verso sud, fino a Modena, avamposto della mala veneta in Emilia. Qui Maniero e i suoi gestiscono il giro delle bische clandestine e il traffico di droga in seguito all’accordo con il boss della camorra Giuseppe “Peppinotto” Caterino, dalla metà degli anni Ottanta al confino a Modena, dove, in poco tempo, diventa il referente di zona per il clan del Casalesi. Qui Maniero e i suoi sono degli habitué. Di più: secondo Paolo Baron, cronista del gruppo L’Espresso, la città della Ghirlandina per Felicetto è addirittura la “seconda residenza”,  tanto che il bandito, perfino dopo il “pentimento” a metà degli anni Novanta, “ha continuato fino anche dopo il Duemila a frequentare amici e ristoranti di Modena”.

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A parte le tantissime occasioni di cui non sapremo mai, sono almeno un paio le date che segnano la storia del rapporto tra Maniero e Modena: il 12 maggio 1984 e il 23 gennaio 1992.

Il blitz all’osteria di via Gallucci. E’ un tranquillo sabato sera quel 12 maggio del 1984 quando il trentenne Maniero arriva a Modena accompagnato dalla sua ragazza dell’epoca, Barbara Scarpa “l’unica donna – scrive Maurizio Dianese sul Gazzettino di Venezia – di cui il boss del Brenta si sia realmente innamorato perdutamente”. Lei è una ragazza di buona famiglia che nulla ha a che fare con la malavita se si esclude il particolare, non da poco, di essere a sua volta follemente innamorata di Faccia d’angelo, conosciuto in una famoso locale di Jesolo, il Muretto. La meta della coppia è l’Osteria Toscana di Via Gallucci 21, locale che oggi non esiste più avendo cambiato nome e gestione. Ad attenderli ci sono il padovano Gilberto Sorgato detto Caruso, suo sodale e complice fin dagli inizi della attività criminale, accompagnato dalla entraîneuse inglese Sarah Beatrice Andrews, da Ivana Alpini, contitolare di un night club del centro e da un altro complice, Stefano “Sauna” Carraro, veneziano di Dolo ma domiciliato a Modena che per la mala gestisce il giro delle bische (verrà assassinato due anni più tardi, si dice per ordine dello stesso Maniero, circostanza negata dall’ex cassiere della banda, Mario Artuso).

Criminalpol e Mobile modenese vengono a conoscenza della presenza a Modena del boss latitante (un primo arresto è avvenuto già quattro anni prima, nel 1980) e poco dopo le 21.30 in un rapido blitz vengono arrestati tutti e sei i commensali: i tre malavitosi e le loro compagne. All’epoca Maniero non è ancora assurto agli onori della cronaca nazionale come capo indiscusso della mala del Brenta, e il suo arresto viene ignorato dalla grande stampa che, nella maggior parte dei casi, non presta alcuna attenzione alla notizia o, al più, gli dedica un trafiletto. Come Repubblica del 15 maggio: “Il latitante più temuto del Veneto, Felice Maniero, 29 anni, ricercato da tre, accusato di rapine e sequestri, detto “faccia d’ angelo”, è stato catturato sabato sera a Modena, mentre cenava con due luogotenenti a un tavolo della Trattoria Toscana. Con loro c’erano anche due donne, ora accusate di favoreggiamento. Gli agenti della Criminalpol, che hanno agito in collaborazione con la Mobile modenese, hanno circondato il locale senza lasciare ai tre alcuna possibilità di scampo”.

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Diversa, ovviamente, l’eco che l’episodio ottiene sulla stampa locale. “Boss presi al ristorante” titola il Carlino, pubblicando le foto di tutti gli arrestati con l’esclusione di Barbara Scarpa, nemmeno citata nel pezzo che si limita a segnalare la presenza di una “terza ragazza interrogata a lungo e quindi rilasciata”. Come per Carraro, anche alla Scarpa (rimasta legata a Faccia d’angelo fino all’ultimo) il destino riserva una fine tragica di lì a poco. Impegnata come interprete al summit dei G7 che nel giugno 1987 si tiene a Venezia, muore in un incidente stradale appena ventiquattrenne, ufficialmente a causa di un malore. Maniero invece verrà rinchiuso nel carcere di Fossombrone, in provincia di Pesaro, dal quale evaderà in maniera rocambolesca tre anni dopo insieme al brigatista rosso Giuseppe Di Cecco.

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Cherchez la femme? Piuttosto, follow the money! Ma che ci fanno Maniero e Sorgato a Modena? Il giorno dopo l’articolo sull’arresto (pubblicato martedì 15 maggio 1984), il Carlino riprende la vicenda riducendo tutto a una “questione di donne”: sarebbe “l’amore” il motore della presenza sotto la Ghirlandina dei due malavitosi. Secondo Italo Frigeri, autore del pezzo, Sorgato “si era follemente innamorato di Sarah Beatrice Andrews” mentre il suo amico Felice Maniero “si era legato da affettuosa amicizia con la contitolare di un un locale nottorno” (la Alpini). Un po’ poco per giustificare le continue calate in città dei due che, da un paio d’anni, qui fanno tappa prendendo alloggio presso “amici” o in alberghi di lusso, trascorrendo spesso “le serate con ballerine e entraineuses di qualche locale notturno facendo scorrere champagne a fiumi”.

E infatti, ammette Frigeri, la Squadra mobile di Modena “sta cercando gli agganci che i due avevano con la nostra città”. Che ci facevano qui? Avesse girato qualche pagina di quella stessa edizione del Carlino, avrebbe trovato egli stesso una risposta nel blitz che carabinieri e polizia compiono al terzo piano di un condominio in pieno centro a Sassuolo dove, oltre al proprietario dell’appartamento adibito a bisca clandestina, “sono stati trovati seduti tranquillamente attorno al tappeto verde alcuni commercianti e artigiani di Sassuolo, Modena e Reggio Emilia”. Ma perché proprio Modena affascina così tanto Felicetto? La risposta potrebbe non essere così complicata: negli anni Ottanta, la città ha il reddito pro capite più alto d’Italia insieme a Milano ma, sicuramente, una presenza criminale – mafiosa o meno – non certo del livello di quella milanese. In pratica, un mercato ricchissimo della cui “gestione” si incaricano i veneti.

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Il “ratto” della Galleria Estense. La seconda “puntata” di enorme rilievo per questa liaison dangereux tra la mala veneta e Modena risale invece alle 18.40 di giovedì 23 gennaio 1992 quando un commando composto da quattro banditi, armi in pugno e la faccia coperta da passamontagna, irrompe nella Galleria Estense all’interno del Palazzo dei Musei di piazzale Sant’Agostino, immobilizza i custodi, disattiva il sistema antifurto, e in pochi minuti trafuga cinque capolavori d’arte – opere di Correggio, Velàzquez, El Greco e due Guardi per un valore stimato di 75 miliardi di lire – per poi allontanarsi a gran velocità su un’auto di grossa cilindrata. Del furto, rispetto al quale si ipotizza una richiesta di riscatto che non arriverà mai, parlano i media di tutta Italia. In un fondo sul Carlino, il critico d’arte Vittorio Sgarbi ipotizza il coinvolgimento della mafia per “l’efficienza e la determinazione” con cui è stato compiuto il furto che richiama “la professionalità dei modelli mafiosi”. maniero04Senza saperlo, Sgarbi ci ha visto giusto. A ordinare l’operazione è stato Felice Maniero di cui in seguito, dirà uno dei suoi uomini più fidati, Sergio Baron: “Quello di progettare furti clamorosi di opere d’arte ovvero di oggetti di devozione religiosa era uno dei pallini fissi di Maniero, il quale aveva potuto constatare i vantaggi di siffatte iniziative”.

Ad esempio quando nell’ottobre del ’91 la banda trafuga dalla Basilica di Sant’Antonio da Padova il mento del santo, una reliquia per la cui restituzione ottiene in cambio la liberazione di un cugino di Felicetto, Giulio Rampin, e la temporanea sospensiva dall’obbligo di soggiorno a Campolongo al quale all’epoca il boss è costretto, un provvedimento velocemente ristabilito una volta avuta indietro la reliquia. «Il fine perseguito con il furto di opere d’arte – spiega Maniero durante un interrogatorio nel 1995 – non era quello di ottenere denaro. Si faceva affidamento sullo sconcerto che questi furti clamorosi provocavano sull’opinione pubblica. Questo consentiva di instaurare una trattativa con le forze istituzionali in modo da ottenere sconti di pena, vantaggi carcerari o qualunque altro beneficio possibile a fronte del recupero delle opere d’arte». A ciò si aggiunga, se si vuol dar credito a quanto afferma il suo ex legale Enrico Vandelli (a sua volta condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso) nella puntata dedicata alla mala del Brenta della trasmissione di Carlo Lucarelli su Rai Tre, che Maniero era in possesso di “una profonda cultura, per esempio della pittura italiana. Ma non solo quella contemporanea o moderna che dir si voglia, ma anche di quella antica”.

Il collaboratore di giustizia. Rispetto al “ratto di Modena”, scrivono Paolo Zanetov e Paolo Sidoni nel loro saggio “Pentiti”, la strategia non dà apparentemente i risultati sperati – la revoca del provvedimento restrittivo – ma comunque gli garantisce “un’apertura dei rapporti con lo Stato tornatagli utile all’atto del pentimento”. Arrestato nell’agosto del 1993 a Capri, Maniero permette agli inquirenti di ritrovare i due pezzi minori (uno dei due Guardi e l’opera di El Greco) per poi riconsegnare nel febbraio del 1995, data ufficiale del suo pentimento che gli garantirà lo status di “collaboratore di giustizia”, le tre tele ancora mancanti all’appello: una “Veduta di San Giorgio” di Guardi, il “Francesco I” di Velàzquez e la “Madonna con Bambino” di Correggio. I dipinti, perfettamente conservati, erano nascosti in uno dei covi della mala del Brenta, un casolare abbandonato in provincia di Padova.

Gli “ultimi fuochi” di Faccia d’angelo non vogliono spegnersi. A distanza di venticinque anni esatti dall’ultima “impresa” modenese, l’ex boss non smette di far parlare di sé. Dopo l’inchiesta di Report del 2015 che ha rivelato la nuova attività di Maniero che, con patrocinio del Ministero delle politiche agricole, gestisce sotto falso nome dalla sua Campolongo il business delle casette delle acque che vediamo in moltissime città, l’ultima occasione che l’ha visto salire agli onori della cronaca è stato giusto due mesi fa quando è stato rintracciato e messo sotto sequestro in Toscana un patrimonio pari a 17 milioni di euro, parte dei proventi di un’attività criminale, la sua, lunga almeno vent’anni.

magliettaA lui sono stati dedicati diversi libri, a partire dall’autobiografia (ormai introvabile se non a prezzi assurdi su Ebay) “Una storia criminale“, definita fiabesca dalla giornalista e scrittrice esperta di criminalità organizzata in Veneto Monica Zornetta. A lui ha prestato il volto Elio Germano nella miniserie di Sky del 2012 “Faccia d’angelo”, sconfessata da Maniero che l’ha bollata come “una misera fiction solo per fare cassetta che ha stravolto la verità e il senso del libro (l’autobiografia. Ndr) al quale si è ispirata”. Magliette che ne ritraggono il volto, accompagnate alla scritta in dialetto veneto “Fasso rapine”, si trovano in vendita online per 29 euro nonostante la denuncia di un parente di una delle sue vittime ne abbia fatto modificare la grafica iniziale, troppo esplicita nei riferimenti a Felicetto.

Insomma, pare che bisognerà aspettare ancora prima che cali definitivamente il sipario sulla lunga epopea criminale dell’ex boss veneziano, oggi sessantaduenne. Un delinquente che sotto la “faccia d’angelo” nascondeva una ferocia e una crudeltà bestiali. Un bandito pluriomicida ancora oggi odiato da chi è stato vittima dei suoi innumerevoli crimini, ma anche dai suoi ex sodali, come Silvano Maritan, altro esponente di spicco della mala del Brenta. Paradossalmente ma non troppo, a “rimpiangerne” l’uscita di scena in un’intervista di qualche anno fa è Michele Festa, il poliziotto della Criminalpol di Venezia (oggi pensionato) che riuscì ad arrestarlo per ben due volte, anche se la sua “nostalgia” per l’epoca in cui Maniero era a capo della mala veneta si deve a ragioni – per così dire – tecniche: “Il lavoro per noi poliziotti era più chiaro: quando succedeva qualcosa di grosso si sapeva che c’era lo zampino della mala del Brenta e che bisognava dare la caccia a quel manipolo di personaggi. Oggi, invece, ci sono mille bande senza scrupoli composte da criminali dell’est, nigeriani… Dal punto di vista investigativo è più complicato”.

Settant’anni di Unità

La Festa dell’Unità di Modena che si aprirà tra due giorni a Ponte Alto – il 24 agosto alle 19 – compie quest’anno esattamente settant’anni. L’età giusta per andare in pensione? Assolutamente no. Lo dicono i numeri che testimoniano un successo immutato negli anni, e lo conferma anche Raffaele Caterino, autore del volume “La città nella città. Cronache e storie dalle Feste de l’Unità di Modena 1946-2016“, edito dalla Fondazione Modena cittanellacitta2007 e realizzato proprio per celebrare questi sette decenni di storia di un evento che si intreccia indissolubilmente non solo con quella del partito che da sempre la promuove, ma anche con quella della città che la ospita. Il libro è una ricostruzione puntigliosa e accurata della lunga strada percorsa dal dopoguerra ad oggi, dalle prime feste di una sola giornata che si svolgevano in pieno centro storico fino al gigantismo – temporale e spaziale – che caratterizza l’attuale kermesse di Ponte Alto. Dal canto suo, il giovane ricercatore autore del saggio può essere a buon titolo considerato come uno dei massimi esperti sull’argomento “festa dell’Unità di Modena” per la quale nutre una passione che va al di là dell’interesse culturale e storiografico. Non solo perché a questa aveva già dedicato la propria tesi di laurea, ma anche per i suoi ormai celebri diorami – di cui abbiamo raccontato in passato – riproduzioni in scala, realizzate con colla, forbici e cartoncini colorati della festa che fin da bambino Caterino con pazienza certosina “monta e smonta” ogni anno in concomitanza con l’apertura e la chiusura della festa “vera”. In questa lunga chiacchierata con lui, ci siamo fatti raccontare non solo del passato ampiamente trattato nel suo saggio, ma anche della situazione del presente e delle prospettive future di questo appuntamento che richiama centinaia di migliaia di modenesi, e non solo.

L'archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.
L’archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.

Dai plastici in cartoncino alla copertina cartonata de “La città nella città”. Mi racconti la genesi del tuo lavoro? Ti è stato commissionato o l’idea di partenza è tua e hai successivamente trovato nella Fondazione Modena 2007 l’editore disposto a pubblicarlo?

Allora in primis, io qui, come mi è capitato di dire in altre occasioni, cercherei di slegare il discorso plastici (che ti ringrazio della tua definizione “favolosi”), tant’è che in una prima ipotesi si ventilava un loro inserimento nel libro ma, come vedrà il lettore, non vi è traccia alcuna dei modellini. Questo perché in questi mesi mi si è sempre riconosciuto nella persona che fa i diorami delle feste. Non che mi dispiaccia, ma in questo caso proprio perché questo lavoro ha una genesi di ricerca e di “fatica” abbastanza lunga, lo vedo come un qualcosa che possa distogliere l’attenzione da quello che ritengo un argomento così interessante e molto più complesso di quello che sembra, come appunto la “città rossa”. Da qui avrai già intuito che il lavoro è partito da me, senza una idea precisa di cosa fare dopo, ma semplicemente la voglia di scoprire come erano le feste del passato, quelle di quando ero piccolo e che ricordavo a malapena e poi la curiosità mi ha spinto ad andare indietro fino al 1946.

Questa ricerca parte nel settembre del 2011, e mi ricordo che la prima festa che comincia ad analizzare è stata la nazionale del ’90, per poi andare indietro e consultare l’archivio del PCI di Modena dell’Istituto Storico e poi quello fotografico. Di seguito, con maggiori difficoltà di reperimento sono tornato agli anni ’90 e ho cominciato a ricostruire gli anni post Bolognina. Esiste al momento solo l’archivio del PDS, quindi fino al ’97 (e in più il primo anno dei DS, il ’98), quindi per questi anni è stato facile. Per il dopo è stato più complesso, e mi sono rivolto alla Fondazione Modena 2007 e ad alcuni circoli, o persone, che detenevano appunto materiali più recenti. Per quelli che vanno dal 2004 in poi invece li avevo già tenuti io in un piccolo archivio personale che avevo cominciato a costruire, dove poi ci sono anche molte feste più piccole, altre feste nazionali in Italia e quelle di Reggio e Bologna. Questa ricerca fu poi la base per lavorare alla mia tesi di laurea di due anni fa, che si era incentrata sulla festa in relazione ai cambiamenti politici (PCI- PDS , PDS-DS, DS-PD). Da questa io e l’Istituto storico abbiamo cominciato a pensare prima ad una mostra e poi ad un libro, che potesse uscire quest’anno, appunto per il settantesimo. Qui la fondazione si è mostrata molto interessata e insieme abbiamo messo insieme il progetto che poi abbiamo realizzato, il libro e la mostra allestita nella festa di quest’anno.

Ancora un'immagine dell'archivio di Caterino
Ancora un’immagine dell’archivio di Caterino

Ripercorrendo le suddivisioni contenute nel volume, possiamo sintetizzare le varie tappe evolutive che hanno caratterizzato la festa dal 1946 ad oggi?

Provo a cercare di delineare delle tappe, anche se non è semplicissimo. Le prime feste sono quelle del dopoguerra, piccole, brevi ma molto scenografiche, con le grandi sfilate che coinvolgevano la città, il centro storico, la cittadinanza. Con gli anni ’50 la festa comincia ad assumere un aspetto più simile a quello che conosciamo, sistemandosi in Piazza d’Armi (oggi il Novi Sad) fino al 1978 (eccetto il ’77, festa nazionale all’autodromo). Ed è appunto con l’arrivo all’autodromo, prima col ’77 e poi stabilmente dal ’79 fino al 1987, che la festa “esplode”, cioè diventa gigante, seguendo poi un trend nazionale, e si specializza, cerca temi sempre diversi, originali, nuovi, azzardati, coraggiosi, al contrario degli anni precedenti. Con gli anni ’90 siamo di fronte a un ridimensionamento progressivo (ricordando che dal ’90 al 2002 Modena ospita la festa nazionale 5 volte) fino ad arrivare a quello che vediamo oggi.

A distanza di così tanto tempo dalla sua nascita, la Festa dell’Unità resta un imprescindibile appuntamento di massa per la città, tanto da essere tentati di paragonarla, “come radicamento e tradizione, al Palio di Siena o al Festival di Sanremo”. Se questo è vero dal punto di vista genericamente “culturale”, in che misura oggi la Festa conserva la connotazione politica delle origini?

La festa in qualche modo fa parte del “paesaggio”, dove bene o male quasi tutti ci passano, proprio per il suo carattere popolare. Logicamente non è più la festa dei giardini pubblici del ’46. E’ stata condizionata dalla modernità, dai nuovi bisogni e dalle mode, tendenze, abitudini. Una volta si mangiava nei tavoli all’aperto sull’erba, oggi si cerca di creare condizioni confortevoli, scenografiche, quasi ricreando dei veri e propri locali. Quella di oggi è una versione ingrandita e aggiornata della vecchia festa. Non c’erano i balli latini, non c’era l’autosalone, ma non vuol dire che nelle prime feste non ci fossero zone commerciali, come lo spazio per i giovani o lo svago. Anzi, semplicemente si è rinnovato, adattato quello che c’era, seguendo l’andamento dei tempi e della società, e magari facendo conoscere cose nuove, sapori nuovi, musiche nuove a chi non le conosceva. La festa era ed è anche questo. Contrariamente a quello che si può pensare, lo spazio per il dibattito politico col tempo è aumentato. Nelle prime feste non c’erano certamente tanti dibattiti, anzi spesso c’era solo un comizio di un dirigente nazionale e basta. Con il progressivo allungamento della sua durata il programma politico culturale si è ampliato moltissimo. Sulla partecipazione il discorso è diverso. Le grandi masse (del partito di massa in una società di massa) oggi non ci sono più, il modo di partecipare alla politica è indubbiamente cambiato, quando si partecipa.

La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.
La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.

Anche se nel corso degli ultimi anni si è assistito a una sua progressiva “privatizzazione”, almeno rispetto alla gestione delle varie attività – quelle della ristorazione in testa – il lavoro delle migliaia di volontari che ne permettono la realizzazione è ancora assolutamente imprescindibile. E tuttavia è impossibile negare che queste persone appartengono – per la maggioranza – sia dal punto di vista anagrafico (parliamo per lo più di pensionati) che della cultura politica, a un passato che trova chiaramente le sue radici nella militanza nel PCI. Per quella che è la tua conoscenza, ritieni sia in corso un ricambio generazionale? In che misura? Come vedi il futuro della festa dal punto di vista organizzativo? Davvero possiamo pensare che tra dieci anni sia ancora tutto in mano ai volontari?

In un primo momento (ma anche oggi) l’intervento dei privati era necessario per permettere quell’ampliamento dell’offerta, che prevedeva il coinvolgimento di alcuni ambiti dove i volontari non erano preparati (penso alle cucine estere per esempio). Certo è che il numero dei volontari è progressivamente calato, anche se il problema di trovare persone è sempre esistito. Tra dieci anni farei fatica a immaginare ad una inversione di tendenza: le cose non possono che proseguire su questa strada. Molte delle defezioni attuali derivano da una situazione burrascosa interna nel partito a livello nazionale. Vero è che la festa tende a unire, a superare le divisioni, per il suo radicamento fortissimo, perché è un pezzo di storia con la quale anche un partito che sta cambiando deve fare i conti. Leggo spesso di persone che dicono che questo è sbagliato, c’è chi addirittura ha definito la festa come una casa “propria”. Ecco dire queste cose fa capire che delle feste si sa ancora pochino, le feste non sono una casa di qualcuno, devono essere quel crocevia di confronto, uno spazio aperto come una città che deve accogliere e confrontarsi. Chiudersi e quindi snaturare la vera natura della festa può mettere a rischio qualcosa di grande.

Uno dei favolosi diorami di Caterino
Uno dei favolosi diorami di Caterino

La festa conserva fortissimi gli aspetti legati al divertimento, alla socializzazione, all’intrattenimento. Ma è ancora un appuntamento anche politico? L’impressione netta è che negli ultimi anni, a parte alcune star del mondo della politica – il Renzi del pienone del 2013, un evergreen come Bersani – gli eventi politici siano disertati dal grande pubblico. Quanto incide la crisi generale della politica rispetto alle mutazioni che sta vivendo questo appuntamento storico?

La festa deve rimanere un luogo, oltre che di divertimento, di degustazione, di socialità, anche di cultura e di politica. Modena devo dire che a livello culturale fa sempre un grande lavoro, organizzando ogni anno una serie di rassegne culturali e mostre significative, cosa non scontata e non frequente. La politica, come dicevo prima, ha visto un ridimensionamento della partecipazione notevole. Passiamo dai 700mila di Berlinguer nel ’77, 150 mila di Occhetto nel ’90 alle 10mila di Renzi nel 2013. Se si fa caso anche nei festival nazionali, già da qualche anno i comizi finali non si fanno più nelle grandi arene ma in spazio più piccoli. E questo trend non si può invertire se si diffonde l’idea che la festa deve essere casa esclusivamente “di qualcuno”. Se abbiamo delle sale dibattiti, queste devono ospitare dibattiti, non conferenze. Anche “fisicamente” visto che il libro parla diffusamente di morfologia della festa, lo spazio dedicato alla politica deve essere coraggiosamente evidente, aperto, accessibile dal passaggio dei visitatori, in modo che volendo o no, per i dibattiti ci passi.

Il pannello della Festa di quest'anno
Il pannello della Festa di quest’anno

Parlando di brand, termine usato da Renzi nel 2014 per restituire l’antico nome alla Festa dopo la parentesi “Democratica”, pensi che le persone associno ancora in maniera indissolubile questo evento al partito che la promuove o il marchio “Festa dell’Unità” è ormai più forte del partito stesso tanto da potersene tranquillamente – in linea del tutto teorica – affrancare in futuro annacquando – se non eliminando – sempre più la proposta politica?

La festa de l’unità (io lo scrivo ancora così, anche se mi dicono che è roba da vecchi, io dico che è storia, e chi la ignora sbaglia) è un marchio (brand lo facciamo dire a chi inglesizza tutto, pure le leggi) ben riconoscibile, che ha le proprie gambe e che ha dimostrato di sopravvivere a 4 partiti e al tentativo di cambiare il nome della festa. Il rischio che diventi sempre più una fiera esiste, e in alcune realtà è più che un rischio. In Emilia tutto sommato riesce a mantenere una natura “mista” che conserva ancora la coesistenza di tutto quel mondo che la festa vuole rappresentare. L’impegno deve essere quello, ricordiamoci che la festa è proprio la vetrina del partito e di una certa politica. Se il partito è il negozio, il proprietario cosa fa? La vetrina la cura e la rende attraente mostrando il meglio di sé, o la trascura? Cosa succede se la vetrina non attrae? Il cliente non entra, e se non entra non ti conosce. La festa è questo, mostrare la tua sostanza, politica compresa, affinché chiunque, ripeto chiunque, possa venire e confrontarsi.

Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l'Unità del 1957, tenutosi nell'attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.
Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l’Unità del 1957, tenutosi nell’attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.

La festa di quest’anno arriva in un periodo di grande difficoltà del PD, segnato da profonde divisioni interne – sul referendum costituzionale, sulla figura del premier/segretario, e altro ancora – tanto da invitare la segreteria provinciale a un richiamo unitario: “l’Unità moltiplica (la democrazia, la legalità, i diritti, ecc. ecc.)”. Eppure non è il primo passaggio epocale, come racconti chiaramente nel libro, che viene “assorbito e rielaborato” attraverso la Festa. Pensi che questo appuntamento possa ancora svolgere una simile funzione fondamentale? Quanto la festa riesce ancora a “fare politica” e non solo tortellini?

Come dicevo prima la festa è forse ormai l’unica cosa che tutto sommato unisce sotto un simbolo, che non è detto sia quello del partito, ma il simbolo è l’avvenimento festa in sé e la sua storia. Il Pd è in un momento complicato, il referendum non sta facilitando la situazione e io non sono molto ottimista per il futuro, vedo discussioni e divisioni molto profonde che non mi fanno immaginare delle riconciliazioni così semplici. Ma non sono mai uno molto ottimista. La festa potrebbe e dovrebbe ricoprire questo ruolo ma porsi come festa del sì, aiuta? Torno col pensiero al ’90, l’ultima festa nazionale del PCI che si tiene proprio qui a Modena. Quella festa si poneva proprio come una festa che dovesse essere al di sopra del si o del no alla “cosa”, ma doveva essere il luogo dell’elaborazione politica. E allora perché oggi non fare delle feste un laboratorio di confronto tra il sì e il no? E addirittura, come partito di maggioranza, perché non usare le feste come laboratorio politico, come luogo di incontro con le persone e di confronto con esse, elaborando poi i risultati di questo confronto e farne uso per la propria attività politica e di governo? Un partito che ha un radicamento così capillare, la fortuna di incontrare centinaia di migliaia di persone ogni anno, perché non la sfrutta adeguatamente? La festa come piazza dove poter dire la propria… magari succede che la politica torni ad esser partecipata. Forse varrebbe la pena sperimentare. La storia della festa è piena di esperimenti coraggiosi e anche fortunati.

In generale, sei fiducioso per il futuro? La Festa della “Città nella città” scriverà ancora la storia dell’altra città, di Modena?

La festa non solo costruisce la sua storia (e per fortuna ogni tanto si ferma a rifletterci su, come in questo caso, come nel 2005 o come nel 1985) ma ha fatto anche un pezzo di storia della città di Modena, ha contribuito a ridisegnare alcuni spazi. Grazie alla festa da Modena non sono solo passati i politici ma anche artisti e cantanti di fama internazionale dando vita a concerti memorabili. Non so se nel futuro sarà ancora così, non sarà facile. Ma osare e sperimentare come dicevo prima, aiuterebbe.

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Il libro sarà in vendita dall’apertura della Festa il 24 agosto. Parallelamente, è stata allestita una mostra promossa da Fondazione Modena 2007 e Istituto Storico di Modena, curata da Raffaele Caterino, Metella Montanari e Claudio Silingardi, dedicata ai 70 anni di Festa de l’Unità di Modena, alla storia della sua realizzazione e dello spirito di quanti, negli anni, hanno contribuito a renderla parte integrante del panorama politico e culturale della città. In esposizione, 170 foto suddivise in 5 nuclei tematici di 10 pannelli ciascuno.

In copertina: Festa dell’Unità nell’area industriale di Modena Nord, 1990.

 

All we are saying, is give price a chance

Non è il massimo iniziare il racconto di una bella avventura imprenditoriale tutta digitale, partita da Carpi, col solito lamento sui cronici ritardi del nostro Paese. Ma che ci possiamo fare se giusto qualche giorno fa la Commissione europea ha pubblicato un report sull’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) che posiziona l’Italia in zona retrocessione in Europa, venticinquesima sui ventotto paesi della Ue? Come riporta il Sole24Ore, il fatto è che non ci siamo proprio in termini di competenze digitali: “il 37% dei cittadini italiani, un terzo della popolazione, non usa regolarmente internet e il 63% restante compie poche attività complesse online”.

In un quadro simile, chiaro che anche un settore chiave per lo sviluppo economico come l’e-commerce, ci vede relegati alla voce “mercati immaturi”. Nonostante l’inarrestabile crescita del fatturato (e ci mancherebbe), il confronto percentuale con i nostri competitor più prossimi, Germania e Gran Bretagna, resta impietoso: mentre in Italia la sua quota di mercato sulle vendite totali vale il 2,1%, in UK è pari al 13,5% e in Germania il 10% (dati 2014). Eppure, anche in questo Paese sempre più vecchio dicono le statistiche, qualcosa si muove. Qualcuno ci prova. Veri campioni digitali, non solo a chiacchiere, che testardamente fanno impresa digitale. Contribuendo così a traghettare la nostra economia verso lidi più consoni per un Paese che non si accontenti del ruolo da comparsa nell’economia globale, presente e soprattutto futura.

Fonte immagine: giovannicappellotto.it
Fonte immagine: giovannicappellotto.it

Davide Lugli e Maximilian Lanaro sono due ingegneri carpigiani, entrambi trentanovenni, che nel febbraio 2015 hanno fondato Competitoor, start-up che ha progettato e gestisce un software cloud destinato alle aziende e alle piattaforme di e-commerce per consentire loro di tenere monitorati i prezzi della concorrenza, individuandone immediatamente le variazioni. La sua utilità pratica? Informare l’azienda-cliente ogni volta che un prezzo cambia online in modo che questa possa prontamente reagire, scegliendo di adeguare o meno la propria offerta. A parte i settori già coperti, tipo quello dei prezzi dei voli, i campi di applicazione sono tantissimi: dal cibo ai libri, dall’elettronica ai vestiti, dai cosmetici ai prodotti per la salute. Insomma, tutto ciò che si può vendere online. In pratica: tutto o quasi. Caso mai ci fosse ancora qualche dubbio, Competitoor non è una piattaforma destinata all’uso diretto di noi consumatori – alcuni esempi che ci permettono più o meno bene di confrontare vari prezzi di vendita dei prodotti più svariati sono già presenti online – ma è un cosiddetto prodotto “b to b” (business to business), cioè destinato alle aziende. Nello specifico, quelle che si occupano di commercio elettronico. Dalla cui competizione però, noi consumatori possiamo trarre grandi vantaggi.

Quella del monitoraggio dei prezzi online è in fondo un’idea semplice, ma efficacissima in un mondo in cui un consumatore per scegliere il prodotto più competitivo non deve spostarsi fisicamente tra un negozio e l’altro, ma semplicemente aprire una nuova finestra del browser. Ecco allora che per un operatore commerciale diventa indispensabile monitorare l’offerta della concorrenza, pena un repentino calo delle vendite perché magari, giusto da qualche ora, gli utenti trovano lo stesso prodotto da un’altra parte a 5 euro di meno. E bastano ormai davvero pochissimi euro di differenza per orientare la scelta di dove inserire i dati della propria carta di credito. Proprio per questo, le variazioni di prezzo online sono una vera giungla, mobile e mutevole. Tant’è vero che una delle più grandi aziende di commercio elettronico al mondo, Amazon, racconta Davide Lugli, “modifica sul proprio catalogo 2,5 milioni di prezzi al giorno con punte anche di 8 variazioni quotidiane per singolo prodotto”. Un delirio impossibile da seguire anche schierando, come qualcuno fa ancora, una pletora di impiegati a controllare 24 ore al giorno i movimenti della concorrenza. Per rispondere a queste esigenze in maniera automatizzata è nato Copetitoor.

Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm
Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm, l’11 febbraio di quest’anno.

Prima di decidersi a mettersi in proprio con un primo progetto imprenditoriale e in seguito fondando questa start-up, sia Davide che Maximilian hanno accumulato una notevole esperienza nel loro settore specifico che è quello dell’ingegneria informatica e delle telecomunicazioni. A dar loro una mano in termini di accelerazione e di reperimento delle risorse finanziarie è stata certamente la presa in carico della start-up da parte della trevigiana H-Farm, il più importante incubatore tecnologico che esista nel nostro paese che, nelle ambizioni del suo fondatore Riccardo Donadon, dovrebbe diventare una sorta di Silicon Valley italiana.

Anche se formalmente fondata l’anno scorso, di fatto Competitoor è operativa online da pochissimo. “La vera partenza commerciale – spiega Davide – risale praticamente a un mese fa, con la fine del percorso di incubazione. Riceviamo da potenziali clienti tra una e tre richieste al giorno. Al momento abbiamo 69 utenti registrati di cui 15 paganti”. Può sembrare ancora poca cosa, ma la start-up di Lugli e Lanaro vanta già una valutazione di uscita pari a 1 milione e mezzo di euro. Chiaro che in assenza di un effettivo interesse d’acquisto dell’azienda da parte di un possibile compratore, il significato di questa stima è relativo, ma testimonia comunque la bontà di un’idea e la solidità della struttura sulla quale è stato costruito il progetto.

Fonte immagine: Pixabay
Fonte immagine: Pixabay

Ma quanto viene stimolata e favorita in Italia – gli chiediamo – un’idea come la vostra? Cosa è in grado di offrire all’imprenditoria digitale, il sistema-paese? Anche se la nostra chiacchierata avviene al telefono, dall’altra parte del filo lo sento sento storcere il naso. “Anche se non ci crediamo, secondo me l’Italia non è ancora pronta a sostenere questo tipo di imprese – sentenzia con un filo di amarezza – il nostro mercato di e-commerce non è certo tra i primi d’Europa. Tutt’altra dimensione ha una piazza come quella britannica. Londra è la capitale del commercio elettronico europeo e non a caso io e Maximilian abbiamo deciso di aprire lì la sede della nostra azienda, anche perché convinti che questo tocco di esterofilia possa aiutare lo sviluppo del prodotto anche in Italia”. In effetti, nessun dubbio sul fatto che per una start-up sia molto più cool, per essere appetibile a livello globale, avere sede a Londra o San Francisco piuttosto che a Roma o Milano. Oltre che naturalmente, essere più conveniente da tutti i punti di vista.

“Qui da noi – prosegue – giuridicamente e fiscalmente un’azienda come la nostra non fruisce di alcun tipo di incentivo. Così come manca totalmente una cultura dell’investimento. E del relativo rischio. Sono naturalmente presenti alcuni investitori, ma a latitare, prima che il denaro, è proprio la cultura. Quando sulle start-up fai investimenti, pubblici o privati, con cifre che arrivano per lo più a 50 mila euro, butti via i soldi. Negli Stati Uniti i grandi venture capitalist finanziano con milioni di dollari, rischiando anche molto, dieci start-up, sapendo a priori che magari per otto di queste il loro investimento andrà perduto, ma le due che riescono a piazzare (l’obiettivo di quasi tutte le start-up, la nostra compresa, è essere vendute) permetteranno loro di guadagnare parecchio rispetto all’investimento iniziale. Finendo così per far rientrare abbondantemente anche degli investimenti sulle imprese andate male. Se invece metti sul piatto 50 mila euro per dieci start-up e te ne vanno bene solo due, come fai a rifarti delle cifre impiegate?”.

Messa giù così dura, sembra un tunnel senza uscita. Invece, proprio l’esempio dei due ingegneri carpigiani dimostra che, pur tra mille difficoltà, ce la si può fare. Perché in Italia, individui di straordinario talento con grandi idee non sono mai mancati. Peccato solo che la nostra capitale non sia bagnata dal Tamigi.

Fonte immagine di copertina: Competitoor.

Canone Rai, la sfida impossibile di rendere equo l’iniquo

Dopo circa dieci anni di sperimentazioni, il 3 gennaio 1954 hanno ufficialmente inizio le quotidiane trasmissioni televisive della Rai con il primo celebre annuncio della conduttrice Fulvia Colombo. Non proprio per tutti gli italiani a dire il vero: la ricezione del segnale è possibile solo in Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio e solo nei primi anni Sessanta raggiungerà la quasi totalità del territorio nazionale.

Su L’Unità di quello stesso giorno compare un inserto pubblicitario a mezza pagina che annuncia il grande evento: “Ogni settimana sul vostro schermo oltre 32 ore di trasmissione”. Nell’Italia dei primi anni Cinquanta – un paese ancora profondamente arretrato con poco più di 48 milioni di abitanti di cui 7 milioni e mezzo analfabeti, 13 milioni privi di qualsiasi titolo di studio ma più o meno in grado di leggere, e quasi 25 milioni in possesso della sola licenza elementare – il nuovo eccezionale apparecchio promette di aprire una finestra sul mondo: “Con la televisione ogni giorno un viaggio intorno al mondo dell’arte, della scienza e dell’attualità”.

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Gli abbonati sono subito 24 mila e diventano 88 mila alla fine di quel primo anno di trasmissioni. Come recita la Gazzetta ufficiale del 10 novembre 1954, “ogni abbonamento alle diffusioni televisive costa lire 3000 all’anno solare”. Una cifra alta ma non insostenibile, considerato che lo stipendio medio di un operaio è pari a 40 mila lire. A richiedere invece un investimento importante sono gli apparecchi televisivi. Tra i prodotti più economici presentati nel 1955 a Milano alla “Ventunesima edizione della mostra della radio e della televisione”, fa bella mostra di sé l’apparecchio di 12 valvole e uno schermo di 15 pollici realizzato dalla italiana Irradio, venduto a 119.000 lire. Ma, potendoselo permettere, si può arrivare anche a “gioiellini” da 500 mila lire, tipo il modello “Mammuth” della Antan, “comprendente televisore, radio e giradischi a tre velocità inseriti in un lussuoso mobile”.

Più che nei salotti, il televisore troneggia soprattutto nei bar. Intorno al trespolo sul quale viene solitamente posizionato, ci si trova tutti insieme per vedere celebri trasmissioni dell’epoca: da “Lascia o raddoppia” andata in onda per la prima volta il 26 novembre del 1955, alle partite di calcio, fino al programma che ha alfabetizzato un bel po’ d’italiani, “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi, sul piccolo schermo a partire dal 15 novembre 1960. Con il boom economico tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta, la tv entra progressivamente in moltissime case: gli abbonati passano da 2 a 13 milioni.

A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult "Un due tre"
A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult “Un due tre”

E’ in questo periodo che comincia a porsi il problema dell’evasione del canone. La Stampa di Torino ne dà conto per la prima volta il 12 ottobre 1967 in una breve dal titolo: “Nel ’66 non pagati 155 milioni per i canoni della radio e tv”. Il pezzo segnala che “l’accertamento della morosità e il possesso di apparecchi abusivi sono divenuti, con il costante aumento degli utenti radiotelevisivi, un problema di vaste dimensioni”. Poco più di dieci anni dopo, riporta sempre La Stampa del 14 novembre 1978, “l’evasione ha raggiunto la cifra record di 40 miliardi di lire“. Saltando al decennio successivo, scrive ancora il quotidiano torinese il 1 febbraio 1988, è accertato che “il 25 per cento degli italiani non paga il canone“. Una percentuale cresciuta nel tempo che fa di questa imposta una delle più evase di sempre: nel 2010 il mancato adempimento di questo obbligo da parte delle famiglie si attestava intorno al 41%. A Modena città, in base a dati forniti dalla Rai che però danno per scontato che a una residenza corrisponda automaticamente un apparecchio televisivo – cosa non sempre vera (come ad esempio nel caso dell’autore di questo articolo) – l’evasione sarebbe pari al 25,04 per cento.

Come noto, dopo quasi mezzo secolo di inutili tentativi per contrastarlo, nella legge di Stabilità 2016 è stata inserita dal Governo Renzi una norma che ha il chiaro obiettivo di dare un giro di vite al fenomeno: per costringere tutti a pagarlo, il canone scende da 113 a 100 euro riportandosi ai livelli di una decina d’anni fa, ma sarà inserito nella bolletta della luce in base alla presunzione che a un contratto di fornitura elettrica automaticamente corrisponda il possesso di un apparecchio atto alla ricezione del segnale televisivo (sono esclusi smartphone, tablet e computer privi di apposito decoder). Contrariamente al passato in cui, se “beccati” in possesso di un televisore, non accadeva niente e si cominciava a pagare dall’anno in corso, la legge prevede che l’evasione comporti pesanti sanzioni pecuniarie e anche penali (fino a due anni di reclusione in caso di false dichiarazioni).

I vecchi bollettini per pagare il canone vanno in pensione. Da luglio ce lo troveremo nella bolletta della luce
I vecchi bollettini per pagare il canone vanno in pensione. Da luglio ce lo troveremo nella bolletta della luce

In teoria si tratta di un principio giusto: pagare meno, pagare tutti. Canone Rai a parte, un principio ineccepibile in un paese come il nostro con un’evasione fiscale che raggiunge una cifra stimata intorno ai 180 miliardi di euro. Peccato che, volendo dar credito a questo sondaggio online che al momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 25 mila voti, siano pochissimi gli italiani che considerano il canone Rai qualcosa di diverso da una tassa del tutto iniqua che non avrebbe motivo di esistere. Non solo perché la Rai lottizzata più che un “servizio pubblico” anche lontanamente paragonabile a sanità e scuola, è considerata nulla più che terreno di conquista delle maggioranze politiche di volta in volta al potere, ma anche perché il referendum del 1995 in cui il 55 per cento degli italiani aveva votato a favore della sua privatizzazione, viene sistematicamente eluso da vent’anni. Tralasciando per un attimo il livello complessivo delle produzioni Rai che, se formalmente non hanno nulla a che fare col canone, di certo incidono sulla percezione della qualità del servizio e dunque sulla propensione a pagare per fruirne, esiste anche un problema di concorrenza coi soggetti privati, rispetto ai quali la Rai può vantare oltre agli introiti derivanti dalla pubblicità anche quelli garantiti, appunto, dal canone.

Insomma, se il principio promosso dal governo Renzi è giusto, il terreno sul quale si è scelto di forzarne l’applicazione lo troviamo sbagliato. In considerazione del fatto che tentare di rendere equo l’iniquo è una contraddizione in termini: questa imposta, è ferma opinione di chi scrive, andrebbe semplicemente abolita, la televisione “pubblica” privatizzata rispettando l’esito del referendum, il carrozzone Rai costretto a stare sul mercato esclusivamente in virtù degli introiti che è in grado di generare senza l’attuale “obbligo d’acquisto” da parte del cittadino. Il quale, piuttosto, potrebbe liberamente scegliere di aderire a una Rai trasformata in società ad azionariato diffuso: una public company. Scenari fantascientifici: la politica non ha alcuna intenzione di perdere il controllo diretto su uno strumento così potente per la creazione di consenso.

Fonte: Zuppa d'icone
Immagine tratta dall’articolo: Zuppa d’icone

Rispetto al canone in bolletta, esiste inoltre un altro aspetto che infastidisce particolarmente chi, come il sottoscritto, nemmeno lo dovrà pagare: ed è la presunzione che chiunque disponga di un contratto di fornitura di energia elettrica sia per forza in possesso di un televisore. Chi ha dimestichezza con l’uso della rete, sa benissimo che ormai la tv – con la sua programmazione che per lo più risponde a logiche appartenenti all’era pre-Internet – è uno strumento del tutto superfluo. Non serve più a niente: né per l’intrattenimento né per l’informazione. Perché Internet ormai non è solo “alternativo” alla tv, ma è infinitamente più ricco di contenuti e possibilità di scelta. Ecco allora che quando questa “presunzione di possesso”, che per lo Stato è una “certezza”, si traduce nell’obbligo di una dichiarazione annuale (presumibilmente all’Agenzia delle Entrate, secondo modalità che a distanza di quasi due mesi dall’approvazione della legge non sono state ancora definite) la sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo adempimento burocratico nel paese che ne è campione mondiale, fa letteralmente cadere le braccia.

Anzi, di più e peggio ancora, al momento “l’impressione – scrive Davide Mazzocco su Blogo – è che si voglia spingere a pagare non solo gli evasori, ma anche tutti quelli che la televisione non ce l’hanno. Come? Prendendoli per sfinimento. Non dando informazioni. Ostacolandone i procedimenti per mettersi in regola, perché questo vuol dire dichiarare di non avere il televisore quando non lo si ha: mettersi in regola”. Nella convinzione che tu, per definizione, non lo sia.

Immagine di copertina, Sigla di chiusura RAI 1954.

145 mila euro in raccomandate. Ecco come si spendono i soldi in Italia

Ieri il postino ha suonato al mio campanello: “Lombardi? Può scendere? C’è da firmare”. Pronti. Ovviamente non sono mai contento quando devo “scendere a firmare”. Da Poste Italiane – o da servizi analoghi offerti da altri soggetti – ormai mi arriva solo roba da pagare. Mai una cartolina, un lettera d’amore da una sconosciuta spasimante, niente. Se è una raccomandata con ricevuta di ritorno di solito è anche peggio: una multa, un biglietto d’auguri da Equitalia… Insomma, comunicazioni da archiviare immediatamente alla voce “horror”. Apro la lettera con il solito entusiasmo che un simile evento richiede e invece, toh, posso tirare un sospiro di sollievo. E’ solo l’INPGI che mi comunica che nella settimana tra il 22 e il 28 febbraio tutti i giornalisti italiani iscritti saranno chiamati a votare per il rinnovo degli organi statutari.

La raccomandata con ricevuta di ritorno, spedita tramite una società milanese, Nexive, contiene una gentile lettera del presidente Andrea Camporese che mi fornisce una serie di informazioni su come potrò votare: recandomi alla sede INPGI di Venezia (comodo, abitando a Modena) oppure, grazie presidente!, per via telematica collegandomi al loro sito. Segue elenco dei candidati. 29 nomi per cinque posti nel “Comitato Amministratore della Gestione separata” (sono 236 in tutto, per i vari organismi), quella dei liberi professionisti, categoria della quale faccio parte anch’io. Ovviamente non so chi sia neanche una di queste persone e mi concentro sulla circoscrizione da cui provengono: 11 sono del Lazio, 5 dalla Toscana, 2 dalla Campania, 2 dalla Puglia, 2 Friuli Venezia Giulia e Sicilia, 1 solo rispettivamente per Lombardia Piemonte e Veneto. Insomma, non so chi verrà eletto, io nemmeno voterò, ma è chiaro che in una prospettiva geocentrica, nell’INPGI, Roma è ancora caput mundi. Almeno in termini di candidature. Chissà quanti colleghi giornalisti voteranno per il “rinnovo degli organi statutari”. Secondo quanto riporta il Sole24Ore, gli iscritti nel 2012 erano 52.386, di cui 34.335 nella cosiddetta gestione separata. Dai risultati delle elezioni 2012, con un calcolo a spanne, la percentuale di voto mi pare vada dal 10 al 20%. Non proprio una partecipazione entusiastica.

Per chi non lo sapesse, l’INPGI è l’ente previdenziale degli iscritti all’Ordine dei giornalisti che esercitano la professione (il che non vale per tutti gli iscritti all’Ordine che sono almeno il doppio). Per chi fa questo mestiere, l’iscrizione è obbligatoria: i versamenti vanno fatti lì, non alla disastrata INPS. Che comunque sarebbe come dover scegliere tra festeggiare la notte di capodanno in un’autogrill d’autostrada (c’è chi ci ha provato, per scherzo) o nel bar di una stazione ferroviaria. Nel caso lo si trovasse aperto a mezzanotte. L’INPGI se la passa meglio dell’INPS, ma siccome siamo un Paese di vecchi, le prospettive sono nere. Come riporta Repubblica, l’ente presenta “meno 81,6 milioni nel bilancio 2014, in netto peggioramento rispetto ai 51,6 milioni nel 2013 e ai soli 7,4 milioni nel 2012. Un esercizio, quello 2014, che ha visto i ricavi complessivi diminuire del 6,19% (rispetto all’anno prima) mentre nello stesso periodo i costi complessivi sono cresciuti del 44,8%”.

A proposito di costi – e veniamo al dunque – era proprio necessario inviare a tutti gli oltre 50 mila iscritti una raccomandata con ricevuta di ritorno, 4 pagine in tutto, per comunicare che bisogna votare, l’elenco dei candidati e una specie di certificato elettorale fatto alla bell’e meglio con Word? Da Nexive apprendo che attualmente una raccomandata di questo tipo costa 2,90 euro (+ IVA 22%). Non ho idea se l’INPGI abbia poi stipulato una convenzione particolare con l’azienda che ha sede a Milano. Così non fosse, il costo di questa operazione di “comunicazione istituzionale” è presto fatta: 2,90 x 50 mila (arrotondiamo) fa 145 mila euro + IVA per mandare raccomandate qua e là in giro per l’Italia. Per inciso, qualcosa di perfettamente inutile ai miei occhi, visto che esiste la posta elettronica di cui nessun giornalista è ormai privo per ovvie ragioni di lavoro, così come – volendo proprio fare i pignoli – è ormai d’uso abbastanza comune una cosa che si chiama PEC, posta elettronica certificata. Ma magari no, non è andata così, l’INPGI non ha speso tutti sti soldi per comunicare con i propri iscritti. Siamo convinti che considerata la quantità di raccomandate da inviare, esista una convenzione con Nexive che ha permesso di arrotondare la spesa – che so, ipotizzo – a 100 mila euro. Nel caso, una vera e propria “riduzione dei costi” attuata dall’ente. Per la precisione, una spending review de noantri.

Al gigante del tabacco piace l’Emilia

L’appuntamento era di quelli che contano davvero. Per questo nell’ottobre dello scorso anno si erano scomodati il premier Renzi, ben tre ministri e un grande ex come Romano Prodi. Tutti a Crespellano, provincia di Bologna, per la posa della prima pietra di un nuovo stabilimento della multinazionale del tabacco Philip Morris (oggi Altria Group). Sul piatto, il gigante americano ha piazzato un investimento di oltre 500 milioni di euro per la realizzazione di un sito produttivo nel quale dovranno trovare impiego almeno 600 persone. Il nuovo impianto entrerà in funzione l’anno prossimo. A Crespellano si produrranno le Marlboro iQos, una delle alternative pensate dalla Philip Morris alla sigaretta tradizionale. Un tentativo per fermare l’emorragia che, almeno nei paesi occidentali, vede diminuire di anno in anno il numero dei fumatori. La iQos è una sigaretta elettronica che, invece di utilizzare un liquido più o meno arricchito di nicotina e aromatizzato con i più diversi sapori come nel caso dei normali vaporizzatori, anche detti e-cig, ripropone il tabacco – seppur non combusto ma semplicemente scaldato – come sostanza da inalare.

Marlboro IQos (Fonte immagine)
Marlboro IQos (Fonte immagine)

L’obiettivo è evidente, continuare ad utilizzare le piante del genere Nicotiniane minimizzandone gli effetti negativi ormai indiscutibilmente accertati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità infatti, stima 6 milioni di decessi l’anno causati dal fumo (700 mila nella sola Europa). Un’apocalisse: le sigarette sono la causa del 20% delle morti nei Paesi sviluppati, oltre ad essere causa del 90-95% dei tumori polmonari, l’80-85% delle bronchiti croniche ed enfisema polmonare, il 20-25% degli malanni cardiovascolari. Ma tutti i danni “collaterali”, secondo Eugenio Sidoli, numero uno del gruppo in Italia, sarebbero «dovuti per il 90% alla combustione e a tutte le particelle pericolose che questa manda in giro per l’organismo e l’ambiente». Ecco allora la “nuova sigaretta”, iQos, che – nelle intenzioni del gigante americano – dovrebbe garantirle anche in futuro un livello di fatturato degno di quello attuale (stratosferico: 80 miliardi di dollari l’anno) a costi sociali e sanitari decisamente inferiori. Assunto tutto da dimostrare.

Photo credit: Incessant via photopin (license)
Photo credit: Incessant via photopin (license)

Quel che è certo, come riconosce la stessa Philip Morris (dopo averlo negato in passato), è che “tutti i prodotti a base di tabacco creano dipendenza”. Comprese, immaginiamo, le Marlboro iQos oggi prodotte a Zola Predosa e, a breve, a Crespellano. Perché, va detto chiaramente, il tabagismo non è un “vizio” o una “cattiva abitudine”. E’ una tossicodipendenza a tutti gli effetti classificata dall’OMS alla voce “disturbi fisici e comportamentali associati alle sostanze psicotrope”, sostanze che producono profonde alterazioni fisiche e psichiche oltre che gravi problemi di dipendenza. L’unica differenza è che sono legali e, tutto sommato, ancora socialmente accettate nonostante le restrizioni via via introdotte nel corso degli ultimi quindici/vent’anni.

Tutti questi aspetti, passano in secondo piano di fronte agli importanti investimenti italiani del gigante del tabacco. In Emilia e non solo. E’ di pochi giorni fa la firma dell’accordo con Philip Morris Italia che assicura l’acquisto da parte della multinazionale, fino al 2020, del tabacco prodotto da circa novecento aziende campane. Un “contratto modello”, secondo il presidente della Campania Vincenzo De Luca. Un entusiasmo analogo a quello dimostrato da Matteo Renzi al momento della posa della prima pietra a Crespellano: “Io ho molto apprezzato l’idea che una grande azienda mondiale investa sull’innovazione e non si limiti a mantenere la sua grande nicchia ma innovando. E’ un messaggio bello”. Dimenticando di ricordare che, anche qualora fosse dimostrato da ricercatori indipendenti che effettivamente le Marlboro iQos garantiscono una riduzione del danno del 90%, a provocare la dipendenza dalla sigaretta è la nicotina presente nel tabacco, interagendo “con un’ampia gamma di cammini neurochimici all’interno del cervello per produrre i suoi effetti di ricompensa e di dipendenza”.

Photo credit: Pandhof van de Dom, Utrecht via photopin (license)
Photo credit: Pandhof van de Dom, Utrecht via photopin (license)

Ma cosa spinge un’azienda come Philip Morris a investire così significativamente in Italia, paese notoriamente afflitto da una burocrazia bizantina e da un costo del lavoro tra i più alti al mondo, in una fase storica ormai ultra decennale in cui le aziende più che aprire sedi e stabilimenti in Italia, delocalizzano altrove? La spiegazione l’ha ribadita  qualche giorno fa sempre Sidoli nel corso di una tavola rotonda a Bruxelles, presente anche il presidente della Regione Stefano Bonaccini. «Qui il capitale umano e le infrastrutture sono molto sviluppate – ha spiegato il numero uno di PM Italia – il lavoro costa di più ma questo non è un problema per chi lavora su nuove frontiere, su ricerca e sviluppo, a prodotti con un valore aggiunto potenziale», e per questo la multinazionale ha creato vicino a Bologna «l’impianto più sofisticato che abbiamo al mondo, che è un fiore all’occhiello non solo per noi ma per la città». Fosse davvero solo una questione di “capitale umano e infrastrutture molto sviluppate”, il nostro paese dovrebbe essere il Bengodi (che non è) per ogni impresa che lavori su “nuove frontiere e prodotti con un valore aggiunto potenziale”.

consumo sigarette nel mondo

Ovviamente non si tratta solo di questo. L’Italia è un terreno più fertile di altri per svolgere l’attività di lobbying praticata dalle multinazionali del tabacco che, se oggi hanno in Asia (Cina in particolare) e nel sud d’Europa i principali consumatori di tabacco (qui la mappa), hanno tutto l’interesse a conservare una solida presenza nei paesi più sviluppati. Quelli, cioè, dove maggiore è la consapevolezza sui danni provocati dal tabagismo e, conseguentemente, dove più forti sono le politiche per la prevenzione e la lotta a questa forma di tossicodipendenza. In Italia, paese con un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 40%, gli investimenti industriali e sociali in Emilia e Campania, così come i finanziamenti diretti all’attività politica, qualche guadagno per gli interessi delle industrie del tabacco pare lo producano. Per esempio, è del gennaio scorso l’aumento della tassazione sulle sigarette elettroniche, considerate un serio concorrente (ma senza l’impiego di tabacco) per le tradizionali bionde. Una misura che ha contribuito a tarpare le ali al mercato nostrano, in controtendenza col resto del mondo che vede invece il prodotto in crescita.

Contestualmente, alle Marlboro iQos che verranno prodotte a Crespellano è stata subito riconosciuta la minor nocività rispetto alle sigarette tradizionali in modo tale da permettere al prodotto di godere di una riduzione fiscale del 50% (in Italia la tassazione sui tabacchi incide per il 75.68%), proprio come le sigarette elettroniche. Decisione anche questa contestatissima dai produttori di queste ultime, come riporta la Reuters. Sebbene le e-cig non siano più considerate un prodotto innocuo – la conferma arriva da una recente ricerca realizzata anche in collaborazione con Unimore – non possono nemmeno essere accusate di provocare la quantità di danni alla salute delle classiche bionde. Aumentarne enormemente i costi – sostengono i produttori – significa sfavorirne il consumo a tutto vantaggio delle sigarette tradizionali.

sigarette australia

Sarebbe tuttavia miope ridurre le strategie attuate a livello globale dai giganti del tabacco – di cui gli impianti emiliani o gli accordi con gli agricoltori campani sono solo un piccolo tassello – a uno scontro con i nuovi arrivati, i produttori delle sigarette elettroniche. Fosse solo questo, non ci sarebbe nemmeno partita. La vera sfida è mantenere gli attuali, enormi, livelli di fatturato di fronte alle normative sempre più stringenti che, almeno nei paesi più sviluppati, spingono il consumatore a smettere o a non cominciare nemmeno a fumare.

E’ notizia di oggi il via libera in Francia ad azioni di contrasto al tabagismo come i pacchetti di sigarette neutri, tutti uguali e senza logo dei produttori, una tra le misure più avversate dagli stessi. Sempre in questi giorni, proprio Philip Morris ha subito una prima sconfitta nel tentativo di contrastare l’obbligo che l’Australia, primo paese al mondo, ha imposto ai produttori di inserire su ogni pacchetto di sigarette le immagini degli effetti del fumo sulla salute. Visioni orrende che, se non impediscono al fumatore accanito di accendersi l’ennesima sigaretta, almeno non lo incentivano. Come facevano invece le immagini country & western del “Marlboro Man“, la campagna pubblicitaria di enorme successo, fino agli anni ’70, che ha fatto letteralmente una strage degli attori che nel corso del tempo hanno interpretato il cowboy con la bionda sempre in bocca.

Qui da noi il Consiglio dei ministri, recependo una direttiva europea dell’anno scorso, ha approvato ad ottobre in via preliminare un decreto legislativo che contiene una serie di misure restrittive per la vendita di prodotti a base di nicotina. All’epoca, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin promise che il decreto legislativo sarebbe entrato «in vigore entro Natale». Natale è arrivato, ma per il momento del decreto si conserva traccia solo sulle pagine dei giornali. Restiamo in fiduciosa attesa. Anche perché l’Europa ci obbliga. Ad aver fiducia.

Copertina: remix da boring comfort via photopin (license).

Anatomia di un’assassina. Il processo alla Cianciulli nelle cronache del Carlino

30 novembre 1940. Un freddo sabato d’autunno inoltrato. Da giugno, l’Italia di Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Inghilterra. Da poco più di un mese è iniziata la disastrosa campagna di Grecia ma, grazie alla Germania, l’avanzata dell’Asse è ancora inarrestabile. Per il momento, a Correggio la vita scorre tranquilla come sempre. Quella mattina Virginia Cacioppo, vedova Fanti, ex cantante lirica ormai vicina ai sessanta che da tempo ha smesso di calcare il palcoscenico, si alza presto. E’ emozionata e anche un po’ spaventata.

E’ il gran giorno in cui potrà finalmente lasciarsi alle spalle la malinconia che l’attanaglia da quando la sua carriera d’artista ha conosciuto un triste tramonto, da quando il marito, il violinista correggese Alfredo Fanti sposato nel 1924, è mancato dopo appena due anni di matrimonio a causa di una grave malattia. E senza Alfredo, per una donna a cui la vita ha concesso l’emozione di cantare nei teatri d’Italia, Egitto e perfino Sudamerica (dove, quarantaduenne, ha conosciuto e sposato il Fanti), abituarsi alle giornate tutti uguali di una piccola cittadina agricola come Correggio, non deve essere stata un’impresa facile.

Leonarda Cianciulli, per le amiche, Nardina

Leonarda Cianciulli
Leonarda Cianciulli

Poi una cara amica, Leonarda Cianciulli detta Nardina, nota in tutto il paese come donna gioviale e simpatica (sebbene susciti qualche apprensione la sua passione per pratiche come magia e chiromanzia, anche se non esiste alcuna testimonianza certa che svolgesse effettivamente l’attività di chiromante), commerciante di abiti usati, famosa per le sua abilità nella preparazione di torte strepitose e gustosissimi pasticcini, le offre su un piatto d’argento l’occasione di tornare finalmente alla vita. A Firenze. Dove la Cacioppo, proprio grazie ai buoni contatti dell’amica, avrebbe potuto acquisire la gestione di uno spaccio di generi di monopolio – sali e tabacchi – pagando una cauzione di sessantamila lire. Una cifra eccessiva per l’ex cantante, benestante, ma di certo non in possesso di tutto quel denaro. Ma a Firenze, la Cianciulli racconta di avere una sorella ricchissima in grado di anticipare la somma. Ciliegina sulla torta, afferma anche di essere in contatto con un vedovo milionario che potrebbe fare al caso della ex cantante.

La Cacioppo si lascia convincere. Troppa la sua voglia di cambiar aria, di ricominciare. Nonostante i dubbi e le paure, le inquietudini per la passione di arti magiche della Cianciulli, e per l’improvvisa partenza – nel dicembre del ’39 l’una, nel settembre del ’40 l’altra – di altre due amiche di Leonarda, Faustina Setti e Francesca Soavi, di cui poi non si è più saputo niente. Come già alle altre due, la Cianciulli le consiglia di non rivelare a nessuno della sua partenza che deve essere tempestiva per chiudere immediatamente la faccenda dello spaccio sul quale altri hanno già messo gli occhi. Ma a differenza della Setti e della Soavi – cosa che si rivelerà decisiva per le indagini – l’ex cantante ha dei parenti in paese: i fratelli del marito, Augusto, Ezio e Alberta, maestra elementare che in famiglia viene scherzosamente chiamata “la poliziotta”.

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30 novembre 1940, ore 9.30

Quella mattina, poco prima delle nove e trenta, la Cacioppo esce da casa sua, in via Roma 1, e percorre i trecento metri che la separano dal vecchio edificio di Corso Cavour 11, al terzo piano del quale vive Leonarda Cianciulli. “La mia vita è un romanzo e finirà come un romanzo” aveva confessato la Cacioppo a un’amica qualche giorno prima di quel 30 novembre. Una profezia rivelatasi purtroppo prossima alla realtà: anche lei conclude la sua vita sotto i colpi della mannaia della Cianciulli, per essere poi squartata, bollita nella soda caustica e ridotta a pezzi di sapone, le sue ossa finemente triturate a far da ingrediente ai dolci della Cianciulli tanto apprezzati dai correggesi. Fino a quando Alberta Fanti, il 17 gennaio 1941, non avendo trovato ascolto presso il maresciallo Scagliarini della caserma dei Carabinieri di Correggio, si reca in questura a Reggio e denuncia la Cianciulli al commissario Serrao: troppi i fatti che non tornano, troppi i dubbi e i sospetti che ormai in paese si rincorrono di bocca in bocca. Ad esempio una testimone, tale Santina Secchi, ha visto entrare la Cacioppo all’11 di via Cavour, senza più uscirne. Nonostante in teoria una macchina dovesse venirla a prendere.

Ma soprattutto, la Fanti è in possesso di un elenco di titoli di stato, con numero di serie e importo, che le ha consegnato la cognata prima di sparire. Sarà questa la chiave che permetterà una svolta nelle indagini quando, in seguito, si scoprirà che già il 4 dicembre qualcuno – Don Adelmo Frattini, parroco della frazione di San Prospero – ne ha venduto uno alla succursale del Banco di San Prospero di Reggio. E da lui, si risalirà a un altro complice (per entrambi verrà quasi subito derubricata l’accusa di complicità negli omicidi: saranno invece prima condannati per ricettazione e poi amnistiati), il casaro Abelardo Spinabelli, e da questi alla Cianciulli. Che dal primo marzo 1941 si trova in stato di fermo a Reggio mentre l’indagine prosegue.

Vengono rinvenute le armi dei delitti

giuseppe pansardi
Giuseppe Pansardi

Il 5 aprile viene fermato il maggiore dei suoi quattro figli, Giuseppe Pansardi, detto Peppuccio, perché sospettato di complicità con la madre, anche se prove certe ancora ne sono state trovate. Ma il muro comincia a sgretolarsi. Durante una perquisizione in casa Cianciulli-Pansardi vengono rinvenuti in un solaio un’accetta, una piccola scure, un martello e un seghetto di 48 centimetri. Nonché una pagina della Gazzetta dello Sport datata 2 dicembre 1940 macchiata di sangue. L’allora domestica della Cianciulli, Nella Barigazzi, offre una testimonianza preziosa, Spinabelli e don Adelmo confessano la loro parte, minore, in una vicenda che comprendono sta diventando sempre più pericolosa per loro. Infine, il 17 aprile, il giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, angosciata dal possibile coinvolgimento dell’amatissimo figlio Peppuccio, la Cianciulli confessa tutto. A partire dall’agosto del ’41, viene spedita al manicomio giudiziario di Aversa, nel casertano, in attesa del processo che si terrà solo a guerra conclusa, nel giugno/luglio del 1946.

La mannaia usata dalla Cianciulli
La mannaia usata dalla Cianciulli

“Una donna accusata di tre terrificanti delitti”

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Il trafiletto sulla prima pagina de La Stampa di Torino di sabato 7 febbraio 1942

Nonostante nel corso del Ventennio tutti i giornali fossero sottoposti alla rigida censura del regime che, per creare l’illusione che il fascismo avesse totalmente pacificato il Paese, proibiva si parlasse di omicidi, furti e rapine (i suicidi si trasformavano in “disgrazie da gas” e gli omicidi in “incidenti di lavoro”) il caso della “saponificatrice di Correggio” era talmente eclatante che qualcosa riuscì a filtrare sui giornali. La Stampa di Torino ad esempio, gli dedicò un trafiletto in prima pagina il 7 febbraio 1942, a istruttoria del Pubblico Ministero in corso (si concluderà nel settembre del 1943). “Una donna accusata di tre terrificanti delitti”, recita il titolo:

“Si ha notizia da Correggio che dopo una lunga e difficile istruttoria, l’autorità ha fatto luce sopra una serie di atroci delitti commessi in Correggio negli anni 1939-40 da una donna criminale, certa Leonarda Cianciulli, di anni 40 da Lacedonia (Avellino) (…) Insieme alla Cianciulli è stato arrestato e denunciato, per gravi indizi di complicità, il ventiquattrenne Giuseppe Cianciulli (un errore, in realtà il cognome del ragazzo è Pansardi. Ndr), studente, figlio dell’imputata”.

La cronaca nera accende l’interesse per la lettura dei giornali

A guerra conclusa però, dopo vent’anni a far da passacarte alle veline di regime, i giornali scoprono il piacere della libertà. Già dall’immediato dopoguerra, la lettura dei quotidiani, da passatempo per pochi, si evolve in strumento di informazione di massa. A contribuire a questa svolta epocale è certamente anche la cronaca nera che, attraverso il racconto di grandi delitti e vicende straordinarie come quello di Leonarda Cianciulli, avvicina alla lettura anche chi se ne era tenuto sempre ben lontano.

Come scrive Massimo Polidoro nel suo “Cronaca Nera” (Piemme), quella della Cianciulli “è una storia che da sola racchiude tutti gli ingredienti della nera: una donna dalla vita drammatica e difficilissima che si trasforma in un’assassina, ancora oggi non si sa bene se per follia o per interesse. Una alla volta uccide tre amiche, poi le fa a pezzi e ne cuoce i resti in un pentolone, ricavandone saponette e candele, tra improbabili riti satanici e complici misteriosi. Ogni fase del dibattimento era offerto ai lettori come un giallo a puntate. Per gli editori si rivelò una scelta azzeccatissima a giudicare dagli enormi incrementi delle vendite dei giornali”.

Nascita della repubblica

Il processo si apre a Reggio Emilia il 12 giugno 1946, a pochi giorni dal referendum che ha sancito il passaggio del paese dalla monarchia alla repubblica. Alla sbarra degli imputati, la Cianciulli e il figlio Giuseppe, accusato di complicità negli assassinii delle tre donne. Il Pubblico Ministero è Giulio Laurens. Nevio Magnarini e Giulio Fornaciari difendono quella che per tutti è già la Saponificatrice di Correggio. Piero Fornaciari, Alberto Ferioli e Bartolo Bottazzi gli avvocati delle parti civili. Alessandro Cucchi e Raul Comini, invece, gli avvocati di Giuseppe.

Il caso attira subito l’interesse dei lettori. Il fatto che l’assassina sia una donna, solletica ancora di più la morbosità del pubblico. Scrive il “Nuovo Corriere della Sera” l’11 giugno 1946: “La Cianciulli viene ad aumentare il numero delle donne di cui purtroppo abbondano le cronache criminali per occuparvi un posto di primo piano. Della criminalità femminile essa rivela i caratteri principali: il cinismo, la crudeltà, la depravazione, caratteri che più raramente si riscontrano nella criminalità maschile, meno intensa e meno perversa”.

Ercole Moggi, inviato della Stampa, scrive anche per il Carlino

Dal canto suo, La Nuova Stampa invia sul posto uno dei suoi cronisti più brillanti ed esperti, Ercole Moggi, ferrarese d’origine e torinese d’adozione. Sarà lui per tutti i due mesi della durata del processo a raccontarlo non solo ai lettori torinesi, ma anche sulle pagine de Il Resto del Carlino, lo storico quotidiano bolognese. Che però, dalla fine della guerra – il suo ultimo direttore Giorgio Pini condannato per il passato da dirigente della Repubblica di Salò – prende il nome di “Corriere dell’Emilia” conservandolo fino al 4 novembre 1953, quando tornerà ad assumere il vecchio.

Le cronache di Moggi, a rileggerle anche oggi, sono spettacolari. Capaci di rendere tutta la drammaticità di una vicenda terribile e, al tempo stesso, di cogliere l’involontaria ironia e la palese assurdità di certe dichiarazioni e situazioni verificatesi durante il processo, così come di raccontare l’Italia appena uscita dall’esperienza bellica e ancora preda dei pesanti strascichi della guerra civile.

Ferrara, Reggio e Bologna: il triangolo della morte

La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L'articolo di taglio basso a sinistra titola: "Con le armi dell'Emilia si può fare un arsenale"
La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L’articolo di taglio basso a sinistra titola: “Con le armi dell’Emilia si può fare un arsenale”

Occorre infatti tener presente il quadro complessivo della situazione del dopoguerra lungo l’asse che congiunge Reggio, Modena e Bologna con Ferrara, che proprio il Giornale dell’Emilia per la prima volta in un articolo del 26 maggio 1946 denominerà ‘triangolo della morte’. «Un triangolo tracciato col sangue» di ex fascisti e cattolici, la cui responsabilità viene attribuita ai partigiani comunisti. Come riportato da una relazione – senza data, ma successiva alla proclamazione della Repubblica – compilata dalla “Divisione Affari generali e riservati” della Direzione generale di Pubblica Sicurezza nel Ministero dell’Interno, per l’Emilia si parla di una “situazione esplosiva con rappresaglie sanguinose, pressoché cessate nelle altre regioni, anche verso chi era semplicemente sospettato di essersi compromesso col precedente regime. Tra le vittime anche donne e bambini. Categoria particolarmente presa di mira era quella dei sacerdoti accusati di tendenze fasciste solo perché contrari al comunismo per motivi di ordine morale e religioso”.

Preoccupa anche la delinquenza comune: sono infatti insicure non solo la via Emilia e le altre strade di grande comunicazione nelle quali vengono regolarmente commesse rapine e omicidi, ma anche le città. Si verifica pure il caso di “interi paesi rimasti per molte ore in mano di malviventi che vi avevano commesso – riporta sempre la relazione – efferatezze di ogni genere”.

“La fosca criminalità della Cianciulli”

fosca criminalitaEd è proprio a questa situazione drammatica a cui fa riferimento Ercole Moggi nell’attacco della sua prima corrispondenza da Reggio Emilia, giovedì 13 giugno 1946, in un lungo pezzo dal titolo: “La fosca criminalità della Cianciulli documentata nella prima udienza del processo”.

“Nonostante gravi fattacci di cronaca siano nel reggiano purtroppo all’ordine (o al disordine) del giorno, l’interessamento e l’avida curiosità della popolazione di questa operosa cittadina, sono oggi concentrati su un solo soggetto, su questa Petiot in gonnella, che il popolino chiama anche strega o peggio, secondo i personali giudizi. C’è una morbosa sete di vederla e sentirla: vedere quella faccia che taluni hanno descritto torva e altri insignificante, e sentire ciò che racconterà dei suoi delitti e con quale accento. Ad acuire la curiosità intanto si conferma che in carcere la strega ha tentato di suicidarsi ingoiando alcuni chiodi e cocci di vetro. Questo stomaco di criminale ha digerito chiodi e vetri, e allora tentò di impiccarsi lacerando a strisce una coperta. Ma tutto si ridusse a un danno della Amministrazione carceraria. (…)”

“L’aula della Corte è una delle più belle e più vaste dei palazzi di giustizia. Il pubblico l’ha invasa. Gli imputati, madre e figlio, hanno preso posto nella gabbia di buon’ora. Leonarda Cianciulli, di 55 anni, è di statura al di sotto della media (…) Dalla fronte bassa spiccano due occhi neri, furbeschi talvolta o allucinati, che essa volge in giro come per ambientarsi. Sul labbro superiore mostra una peluria che le dà un’aria di un maschio. Eppure ha avuto ai suoi tempi qualche distrazione sentimentale e poi 17 figli, dei quali soltanto 4 viventi. Non sappiamo se abbia avuto dal regime elogi o un premio durante la battaglia demografica…”

Leonarda Cianciulli nel corso del processo.
Leonarda Cianciulli nel corso del processo.

“Sono una grande italiana”

“Ha mani piccole – continua a scrivere Moggi – ma devono essere robuste se maneggiò nei suoi crimini una grossa scure da spaccalegna e una pesante mazza da marmista. (…) Il Presidente spiega ai giudici popolari le imputazioni mosse alla Cianciulli, cioè di aver ucciso Faustina Setti, Francesca Soavi, maestra d’asilo e Virginia Cacioppo Bassi (in realtà il cognome riportato da Moggi è errato, la Cacioppo è vedova Fanti. Ndr), ex artista lirico, sbarazzandosi dei cadaveri saponificandoli in un calderone preso a prestito da un’amica col pretesto di fare molto sapone. (…) Ora è la volta dell’imputata che dichiara: «Non sono una donna colpevole. Non desidero che mio figlio assista al mio interrogatorio. (…) Racconterò tutto quello che volete; condannatemi anche, però mio figlio è innocente e non voglio che mi ascolti»”. (…)

“«Non sono una colpevole, non ho rubato per lucro. Tutta Correggio ha avuto in regalo da me dei dolci. Sono una grande italiana (ilarità del pubblico) una madre prolifica. Avevo bisogno di danaro per farne dono agli dei, per rendere mio figlio invulnerabile, avendo letto nell’Eneide che Achille era stato reso invulnerabile dai sacrifici resi agli dei da sua madre». (…) Sul conto di questa vittima (si parla della Soavi. Ndr) ha raccontato: «Era una mia cara amica ed era ammalata per un cancro a una mano. Una voce interna mi suggeriva: ammazzala e guarirà. Allora l’abbattei con la scure». (…) L’imputata prosegue: «Soltanto io e Dio possiamo sapere quel che è successo. Dopo due giorni misi la mia amica a pezzi nella caldaia a bollire nella soda caustica. Quando vedevo la carne sciogliersi, esultavo. Io mescolavo il liquido e ci toglievo con un mestolo la schiuma, con la quale ci facevo la cera. Quel mestolo di rame l’ho donato alla Patria» (commenti ostili del pubblico)”.

“Credo nella resurrezione della carne”

scure abbatte la cacioppoIl dibattimento prosegue il giorno dopo con la ricostruzione da parte della Cianciulli dell’assassinio dell’ultima sua vittima. Nell’edizione di venerdì 14 giugno così titola il “Giornale dell’Emilia”: “La scure abbatte la Cacioppo”.

“La saponificatrice la quale si presenta tranquilla, accurata nella persona e nella capigliatura a riccioli, anche oggi vuol parlare senza la presenza del figlio il quale, poverino, non avrebbe nulla da apprendere dalla sua genitrice, anche ammesso che non le abbia tenuto mano, come sostiene l’accusa, o fosse totalmente all’oscuro delle operazioni necroscopiche che tra la cucina e lo stanzino del lavabo si compivano in casa sua. E chissà che non abbia mangiato di quella marmellata che la provvida donna preparava col sangue delle vittime e dava a degustare, nella sua vantata prodigalità, alle amiche di casa. Poiché quasi come un refrain ella non fa che ripetere di aver sempre fatto dono a tutti di tortine, di ciambelle preparate con le sue mani. Il pubblico è tornato in questa seconda udienza più numeroso, e poiché la vasta sala non è sufficiente, a molta gente basta semplicemente di vedere la saponificatrice e le fa ala quando dopo l’udienza costei scende le scale, poiché la Corte è al primo piano, per avviarsi, protetta da un nucleo di carabinieri, due volte al giorno alle carceri. Una volta queste erano in comunicazione col Palazzo di Giustizia ed era una bella comodità di famiglia, ma i bombardamenti hanno devastato questa via di comunicazione tra il luogo dove si distribuiscono le pene e dove si espiano”. (…)

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“Colla solita parlantina, col suo agitare delle mani per dare più forza alle sue risposte, l’imputata ripete che non ha mai chiesto denaro alle sue vittime. Glielo ha tolto; ma con tono di semplicità osserva che denaro e gioielli li ha avuti in deposito. Il denaro l’avrebbe restituito dopo la loro ‘resurrezione’. (…) «Credo nella resurrezione della carne». Ma la resurrezione, secondo la Cianciulli, sarebbe stata effettuata da un processo chimico e meccanico insieme (…). Infatti dichiarava al Presidente: «Se io riuscivo a farle resuscitare, avrei rivoluzionato il mondo. Sarei diventata ricca, io e le mie vittime». Se il Presidente le fa qualche contestazione o chiede spiegazioni, la scaltra donna esclama con tono dispiaciuto: – Non mi ricordo quel che precisamente mi è successo. Posso dirle che una forza oscura, il mio Destino, mi trascinava. Sentivo una forza ignota e misteriosa che mi afferrava il braccio. Già – commenta il Presidente che non crede a siffatti sortilegi – il braccio di muoveva e giù un colpo di scure sulla nuca”.

In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione

deposizioni schiacciantiIl 15 giugno è il giorno della deposizione di una ex domestica, Nella Barigazzi, secondo la quale, riporta Ercole Moggi nel lungo articolo intitolato “Deposizioni schiaccianti contro la Cianciulli e il figlio”, “la Cianciulli lavorava con metodo. Quando le vittime entravano in casa, la tragica caldaia con la soda caustica era già pronta. (…) Il pubblico che oggi nella sala era veramente straboccante si affolla lungo le scale e l’atrio per assistere al passaggio dei due imputati che passano imperterriti, come al solito, fra due ali di curiosi non certo osannanti. Prima di andarcene abbiamo modo di dare una scorsa ai voluminosi incartamenti dell’Istruttoria e leggiamo due precedenti giudiziari della Cianciulli. Con sentenza del tribunale di Lagonegro confermata dalla Corte d’appello di Potenza il 9 giugno 1927 veniva condannata a dieci mesi di reclusione per truffa continuata. Dice la sentenza che l’imputata, «con un diabolico disegno», si era impossessata di due libretti di risparmio di una povera donna cui sottrasse pure biancheria, generi alimentari e grano fino a costringerla a vendere un asino, il cui importo la Cianciulli si trattenne. In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione (…)”.

Entra in azione una macchina da presa cinematografica

regalo la scureIl processo conosce una breve pausa di qualche giorno e riprende il 21 giugno, come viene riportato il 22 nell’articolo “La Cianciulli regalò la scure quando ebbe finito di servirsene”. Il pezzo riporta un paio di episodi, del tutto ininfluenti su quello che sarà il prosieguo del dibattimento, ma che rappresentano un gustoso quadretto, per una volta non così drammatico, dell’Italia del dopoguerra.

“Si è molto parlato nei passati giorni dell’eventualità di un clamoroso colpo di scena che avrebbe forse aumentato il numero degli occupanti la gran gabbia della Corte d’Assise. Niente di fatto per ora, ma tuttavia qualcosa di nuovo c’è. Nella gabbia troviamo, oltre la Cianciulli e il figlio, una terza persona. «Chi è?» si domanda la folla. S’è scovato un complice? Lo sconosciuto che siede accanto al giovane Pansardi con aria visibilmente ritrosa è un semplice teste del processo, tale Luigi Bassi, detenuto in espiazione di una condanna a quattro anni di reclusione per collaborazionismo coi nazifascisti. Insignificante è stata la sua deposizione che fu resa nel solito emiciclo dei testi. (…) Il teste, licenziato, nell’accomiatarsi dalla Corte si è irrigidito – con nostalgie d’un tempo che fu! – nel saluto romano. Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Ridono i giurati, gli avvocati, i carabinieri. (…) Nel pomeriggio sono stati escussi altri testi su circostanze già note. Nella udienza l’aula è stata sotto il fuoco degli obiettivi dei fotografi e oggi è entrata in azione una macchina da presa cinematografica con speciali impianti di luce. Madre e figlio sembrano lusingati da questo apparato (…)”.

Sospetti e pettegolezzi impediscono alla Cianciulli di operare per la resurrezione della Cacioppo

colpo di pazziaIl 23 giugno, domenica, il “Giornale dell’Emilia” pubblica un nuovo pezzo sulla seduta del giorno precedente. Titolo: “Un colpo di pazzia della Cianciulli”. Il sommario riporta una dichiarazione della saponificatrice: “Non riuscii a rifare la Cacioppo per colpa dei pettegolezzi e dei sospetti”.

“Tutti attendono il cosiddetto ‘fatto nuovo’ al processo della Cianciulli. Si spera in qualche lucido intervallo della saponificatrice perché riveli come effettivamente consumò i suoi delitti e chi l’aiutò nel processo di saponificazione dei cadaveri. Settanta chili pesava la povera Soavi ed i 70 chili dovettero essere posti da questa donnetta criminale, dalle mani delicate, nella caldaia famigerata. Il metodo illustrato dalla Cianciulli non convince. Essa ha dichiarato al presidente di essere pronta a dimostrare che in venti minuti può uccidere e squartare una persona; l’eccellentissimo magistrato ha naturalmente lasciato cadere la proposta. (…) Tutte e tre le vittime, prima di partire da Correggio (ed effettivamente per l’altro mondo) salutavano parenti ed amiche, insomma parlavano con amiche e, cosa strana, mantennero un chiuso riserbo circa la loro futura residenza e sistemazione”.

riprodursi in udienza

“La Cianciulli, evidentemente, le aveva ben istruite e suggestionate, sicché, dopo la loro sparizione, le ricerche dell’autorità vagarono senza alcun punto di riferimento né si riusciva a sospettare dove fossero finite le disgraziate. Nessuno immaginava che si fossero dissolte nella macabra caldaia? Lo si seppe perché lo confessò la stessa Cianciulli subito dopo il suo arresto. (…) La Cianciulli, condotta davanti al Presidente dice, fra la grande attenzione del pubblico: «Io lo avevo detto alla teste (Lucia Ferrari, amica della Cacioppo che poco prima ha testimoniato in aula. Ndr): per Natale la sua povera amica sarà di ritorno. Poi avvennero tutti i pettegolezzi, i sospetti che sappiamo e che mi turbavano; quando mi recavo a rimestare nel paiolo cercando di rifare la Cacioppo, non riuscivo a nulla. Ma la colpa non è mia, ma di quelle pettegole, è tutta di quella peste di gente che me lo ha impedito! Sono loro che non mi hanno lasciato ricostruire la Cacioppo». Il Presidente rimanda al suo posto l’imputata”.

“Sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, ma mio figlio è innocente”

Il processo prosegue il 25, il 26, il 27, 28 e 29 giugno. Poi luglio. Saranno in totale 15 le udienze prima della sentenza. La Cianciulli è rea confessa e per lei non si tratta che stabilire l’entità della pena che varierà a seconda che le venga riconosciuta l’assoluta infermità mentale, come chiede la difesa forte anche della perizia dello psichiatra direttore del manicomio di Aversa, Professor Filippo Saporito, o che invece prevalga la tesi del Pm, Giulio Laurens, che vede nell’interesse il movente principale delle azioni criminali della saponificatrice: “non intendo negare – dichiarerà nell’arringa finale – che la mente dell’imputata sia malata: quale persona sana avrebbe potuto compiere simili atrocità? Ciò che crediamo essere riusciti a provare è che nella sua follia questa orrenda donna agì con sorprendente lucidità. Ora vuole far credere di avere ucciso per salvare suo figlio, ma in realtà ha ucciso solo per denaro, il denaro delle sue povere, sfortunate vittime”.

Si tratta inoltre di stabilire l’eventuale complicità di Giuseppe, anch’egli alla sbarra insieme alla madre. Fin dalla sua confessione del 1941, la Cianciulli ha cercato di sottrarlo all’accusa assumendosi ogni responsabilità. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Piero Fornaciari, ha cercato a più riprese di dimostrare invece la complicità di Peppuccio. Nell’udienza del 13 luglio, la Cianciulli sbotta: “«Tengo a dire che in questo processo, in cui io ho detto 99 bugie, la parte civile ne ha dette 1099. Io sono la sola colpevole; sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, la fabbricatrice di cera, ferro e gas. Mio figlio è innocente, è un martire». (…) Minaccia quindi di saltare dalla gabbia e di avventarsi contro l’avvocato. «Diverrei una leonessa come sono sempre stata; salterei da questa gabbia e sbranerei chi accusa mio figlio qui davanti a voi». Il pubblico le grida: «Assassina, delinquente, lazzarona». La donna non si smonta; anzi si indirizza nuovamente all’avvocato Fornaciari compiendo con le mani un espressivo gesto, come di tirare il collo a un pennuto”.

la condanna

Arriva la condanna: 30 anni per la Cianciulli

Si arriva all’epilogo. Il 17 e 18 luglio si tengono le arringhe finali. La Pubblica Accusa chiede una condanna di ventiquattro anni per Giuseppe, l’ergastolo per la madre. Ripete che il fine di lucro della Cianciulli è la prova provata che non è pazza. Che la sua determinazione, la sua freddezza, sono altre prove. Dal canto suo l’avvocato dell’accusata, Giulio Fornaciari chiede invece che sia dichiarata pazza e rinchiusa in manicomio. Comini, uno degli avvocati del figlio, chiede l’assoluzione di Peppuccio e, qualora non venga accolta la richiesta, che sia concesso alla madre di fare l’esperimento più volte invocato – poter squartare una persona in aula in pochi minuti – per dimostrare che agì da sola.

Il 20 luglio arriva la sentenza. “La Cianciulli condannata a 30 anni e il figlio assolto per insufficienza di prove” titola il pezzo di Ercole Moggi. “Finalmente alle ore 13.15 – scrive – la Corte esce e nel profondo silenzio fattosi immediatamente nell’aula, il Presidente legge il dispositivo della sentenza con la quale, concessa alla Cianciulli la seminfermità mentale, essa viene condannata per i reati ascrittile a 30 anni di reclusione con le conseguenze di legge, disponendosi il di lei ricovero in manicomio per la durata minima di tre anni prima dell’inizio dell’espiazione della pena. Il Giuseppe Pansardi viene assolto per insufficienza di prove. Un applauso saluta la sentenza che pare abbia soddisfatto il folto pubblico, ivi compresi numerosi intellettuali e professionisti che avevano assiduamente assistito alle ultime battute dell’importante processo”.

L'abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe
L’abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe

“Durante la lettura della sentenza la Cianciulli è rimasta impassibile, mentre il figlio appariva pallido e vivamente emozionato. Appresa l’assoluzione del figlio, la Cianciulli scatta improvvisamente in una clamorosa manifestazione di ringraziamento ai giudici, invocando perdono da Dio per i suoi misfatti e dal popolo di Correggio indulgenza e comprensione. Indi abbraccia lungamente il figlio e se lo stringe al seno con gesto teatrale, mentre il pubblico non si decide a sfollare dall’aula, impressionato dalla scena con la quale si chiude l’ultimo atto di questa singolare e mostruosa vicenda giudiziaria”.

 

Quaderno di un’anima amareggiata

Ercole Moggi continuerà a lungo a fare il suo mestiere di giornalista fino alla morte, ormai settantaquattrenne, nel 1952. Leonarda Cianciulli rimase rinchiusa fino al giorno del decesso, causato da un ictus, il 15 ottobre 1970. Aveva 76 anni. Nel corso della lunga detenzione cambiò molte carceri, per concludere i suoi giorni nel “Manicomio Giudiziario per Donne” di Pozzuoli. Nei primi anni ’40, durante il periodo trascorso nel manicomio di Aversa, ha scritto un memoriale di 748 pagine dattiloscritte intitolato “Quaderno di un’anima amareggiata”, secondo alcuni saggisti ispiratole dai suoi avvocati allo scopo di dimostrare la sua infermità mentale e ottenere così uno sconto di pena.

sanvitale_mastronardi“Centinaia e centinaia di pagine – riportano Vincenzo Maria Mastronardi e Fabio Sanvitale in quello che ad oggi è il miglior libro scritto sul caso, “Leonarda Cianciulli. La saponificatrice” (Armando editore) – di un linguaggio pseudo religioso; zeppo di esagerazioni, un continuo di disperazioni, spasimi, abbracci, entusiasmi, speranze in Dio. Una telenovela popolare a tinte fosche, dove la vita è un susseguirsi di dolore, ma lei è buona e lavoratrice. È tutto talmente romanzesco e fantasioso che si capisce come, dal 1946 ad oggi, chiunque si sia sentito autorizzato, raccontando la sua storia, a sparare grosso, ad aggiungere altre balle, a inventare dettagli inverosimili, invogliato, autorizzato dalle pagine della Cianciulli, tanto erano già enormi quelli che sparava lei. Ecco, mente in un modo così convincente ed affascinante che riesce difficile non restarne avvinti”. (Interessante anche il fatto che il libro di Mastronardi e Sanvitale smentisca alcune circostanze ritenute assodate sul caso Cianciulli: che la donna possa aver compiuto i delitti da sola, così come il fatto che dal grasso corporeo delle vittime abbia effettivamente fabbricato del sapone).

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là

Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941
Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941

Quattro anni fa, la testata Reggionline ha brevemente intervistato il figlio di Alberta Fanti, noto medico a Correggio, Pier Vittorio Saccozzi. Nel ’60 la Cianciulli aveva inoltrato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. “Io, erede unico, avrei dovuto firmarla – ha raccontato Saccozzi – Il sindaco Rodolfo Zanichelli (sindaco di Correggio dal 1951 al 1962. Ndr), persona proba e giusta, mi mandò a chiamare e mi disse tale e quale, ‘Per carite an ne firma mia, se no lì le la vin fora e nin masa di dagl’etri’ (Per carità, non firmi se no quella lì viene fuori e ne ammazza delle altre). E io non non firmai”.

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là. A parte due vetrine aperte sulla facciata, il palazzo è lo stesso. L’appartamento del terzo piano, però, è stato ristrutturato dagli anni in cui era abitato dai Pansardi-Cianciulli. E’ stato diviso in tre appartamenti più piccoli e “chi ci abita, quando è arrivato, s’è sentito raccontare strane storie sulla cantina, quella dove i Pansardi tenevano le bottiglie di pomodoro e la bicicletta”.

L’uomo dei Balcani

Albania, 1999. Il Paese sta faticosamente uscendo da una situazione di disperazione e caos successiva alla fine del comunismo e al conseguente immediato collasso di tutte le strutture economiche. Tra il 1996 e il 1997, la truffa delle piramidi finanziarie che coinvolge i vertici dello stato e causa la rovina economica di migliaia e migliaia di cittadini albanesi, provoca proteste in tutto il Paese e dà il via a una stagione di completa anarchia. Una vera e propria guerra tra bande rivali che, secondo il quotidiano tedesco Sonntag lascia sul campo 6.500 vittime e un paese completamente distrutto. Nel 1999 infine, la crisi in Kosovo raggiunge il suo culmine e con l’inizio dell’attacco Nato alla Serbia del 24 marzo centinaia di migliaia di profughi si riversano oltre confine in territorio albanese.

Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.
Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.

L’Italia dà il via alla Missione Arcobaleno per prestare soccorso ai profughi in fuga dal conflitto. Si mobilitano anche istituzioni statali decentrate come Regioni e Comuni il cui apporto organizzativo sul campo confluirà nel maggio di quell’anno nel PASARP (Program of Activities in Support of the Albanian and Refugee Population). Un programma nato in risposta alla richiesta di assistenza del governo albanese a quello italiano, allora guidato da Massimo D’Alema, per fronteggiare la crisi. Inizia da qui la lunga storia, durata sedici anni, tra il funzionario regionale Luca De Pietri e i Balcani. Una storia che è poi quella dell’impegno, ininterrotto per anni, di decine di istituzioni emiliano-romagnole – Regione, Provincie e Comuni – per favorire la stabilizzazione e lo sviluppo di un territorio, i Balcani, che storicamente funge da porta d’accesso al nostro Paese e all’intera Europa occidentale, come non mancano di dimostrare i drammatici fatti di oggi.

campo Modena di Scutari
Campo Modena di Scutari

“Partimmo da Modena in una ventina di persone i primi mesi del ’99 – racconta De Pietri – quando ancora non si sapeva se la Nato avrebbe attaccato Milosevic, ma l’afflusso dei profughi dal Kosovo verso l’Albania era già un’emergenza. Dovevamo raggiungere un vecchio capannone a Scutari, nel nord est del Paese, dove i tecnici della Municipalizzata modenese si erano già recati in precedenza per allestire 24 bagni e docce. Allora ero impiegato come istruttore guardiacaccia in Provincia e il mio compito era quello di guidare la colonna e organizzare un campo profughi. Perché scegliere un guardiacaccia? Per la divisa che portavo, molto utile in quelle zone per ottenere rispetto dalla popolazione locale anche se magari non era in grado di capire a quale istituzione facessi capo. Così come fondamentale era la piccola jeep Suzuki con sirena che la Provincia mi aveva dato in dotazione”.

Luca De Pietri
Luca De Pietri

“Profughi kosavari a parte – prosegue – allora l’Albania era un paese ancora in pieno caos. Semidistrutto ovunque, con strade impraticabili, una popolazione poverissima vittima delle violenze di decine di bande armate, compresa probabilmente la polizia ‘rappresentante’ lo Stato. Armi ovunque. Al mercato di Scutari si potevano tranquillamente comprare Kalasnikov di tutti i tipi, dalla versione più economica di fabbricazione cinese a quella de luxe cecoslovacca, poi pistole e bombe a mano in cassetta. In tutta la zona intorno al nostro campo, c’era un solo bar aperto. Più tardi scoprì che il proprietario aveva installato sul tetto una mitragliatrice antiaerea per difesa personale che lo aveva protetto da incursioni criminali”.

“Della situazione avemmo sentore appena arrivati da Bari al porto di Durazzo. Con la nave attraccata alla banchina, restiamo in attesa di essere sdoganati per quattordici lunghissime ore. Nessuno ci dice niente, il tempo sembra sospeso. Finché un camionista decide di rompere gli indugi, sbarca col suo mezzo, sfonda una rete di protezione e ce ne andiamo tutti. Arriva la sicurezza italiana della Missione Arcobaleno e ci scorta fino a Croia, una ventina di chilometri da Durazzo. Da lì, per i 120 chilometri fino a Scutari il viaggio è assurdo. La strada si può definire tale solo per modo di dire. Tutto quel che esisteva intorno è depredato dalle bande scese dalla montagna che frequentemente attaccano anche ai convogli. Cominciamo a capire qual è veramente la situazione e l’adrenalina comincia a salire. Rimarrà altissima, per me, per tutti noi, per l’intero periodo di permanenza in Albania”.

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Dagli iniziali quindici giorni previsti, De Pietri e gli altri – tra tecnici, amministrativi e staff medico – rimarranno a Scutari per tre mesi abbondanti, fino a quando, l’11 giugno si ritirano dal Kosovo i contingenti paramilitari e la polizia serba, e nel giro di pochi giorni si svuota completamente il campo profughi e le famiglie, principalmente donne e bambini, maschi giovanissimi e anziani, rientrano nelle loro case.

“In quei mesi – prosegue De Pietri – siamo arrivati ad ospitare ed assistere quasi 500 profughi in una situazione di altissima tensione. In città era pericoloso girare anche di giorno. Colpi d’arma da fuoco, principalmente d’avvertimento, erano la norma in giro per le strade. Di notte poi, era impossibile uscire: troppo pericoloso. A Scutari c’erano seicento clan in guerra tra loro. Vuol dire che se i maschi uscivano di casa e incrociavano qualcuno di un’altra famiglia finiva a pistolettate e coltellate. Inoltre, i Serbi trattenevano al confine migliaia di persone in fuga per poi rilasciarle di colpo creando così improvvise ondate a cui dovevamo di volta in volta far fronte. All’arrivo, le migliaia di profughi venivano concentrati dagli albanesi in una ex manifattura tabacchi, enorme perché in passato aveva fornito di sigarette e tabacco a tutto il paese. Nei sotterranei avevano messo in piedi una specie di tendopoli. Una situazione terribile. Periodicamente, le autorità albanesi ci fornivano una lista di persone da traslocare nel nostro campo. Gente che li pagava, potendolo fare, per migliorare la propria situazione. Altri andavo a prenderli io di nascosto e li caricavo quattro o cinque alla volta sulla mia piccola Suzuki. Donne e bambini soprattutto che si trovavano in condizioni particolarmente critiche. Fin quando mi hanno beccato e non ho più potuto portar via nessuno da lì”.

Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)
Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)

A giugno, a emergenza conclusa, il gruppo rientra in Italia, a Modena. “Tornato a casa – ricorda oggi De Pietri – non capivo più cosa fosse l’Emilia, questo posto sereno e tranquillo lontano anni luce dall’esperienza drammatica che avevo vissuto. Un’esperienza straordinaria che auguro a molti, oltre che una grande soddisfazione personale per la fiducia che mi ha dato la Regione. Fiducia che penso di aver corrisposto operando in loco ed evitando così un sacco di casini, lì e anche qui”. Una stima confermata anche in seguito, visto che per i quindici anni successivi, fino a quest’anno, De Pietri ha continuato ad operare nei Balcani, tra Scutari, Tirana e Belgrado, per conto della Regione. Per dieci anni vivendo da quelle parti, negli ultimi cinque facendo la spola tra Modena e le varie sedi di progetti coordinati dalla Regione.

Progetti di sviluppo finanziati da varie istituzioni nazionali e internazionali, dall’Onu al Ministero degli Esteri, dalla Banca Mondiale fino a piccole Amministrazioni comunali, per promuovere la governance locale: gestione e pianificazione del territorio, dei servizi sociali e sanitari, sviluppo economico. Insomma, tutto quel che viene dopo l’emergenza in aree di conflitto. Progetti che per tutti questi anni hanno visto coinvolte in prima persona le più diverse istituzioni emiliano-romagnole, ma che oggi la Regione considera conclusi. Con grande rammarico di De Pietri: “Non riesco a trasmettere la necessità strutturale di dotarsi di strumenti oltre che per essere presenti continuativamente, anche per conoscere quel mondo che è praticamente sotto casa. Purtroppo, se funzioniamo alla grande in situazioni di emergenza, siamo impreparati nell’attuare politiche di sviluppo. Al di là dell’Emilia-Romagna, manca una strategia complessiva, una visione politica d’insieme da parte dell’Unione europea che, se offre sicuramente fondamentali valori di riferimento e importanti risorse economiche, non esiste dal punto di vista politico come identità unica in grado di condizionare e realizzare politiche di ampio respiro in un’area come quella balcanica e non solo”.

Che i Balcani in nessun modo possano considerarsi una zona sicuramente pacificata anche negli anni a venire, lo può confermare anche chi scrive, dopo aver aver trascorso qualche giorno a Sarajevo, in Bosnia, e averne tratto un video reportage di cui forse (al di là di averlo realizzato personalmente) sarebbe opportuna la visione. Perché dimostra come “abbassare la guardia” politica sui Balcani può sempre riservare sorprese. Perché essere bravi nel “gestire le emergenze” dovrebbe comportare almeno altrettanta bravura nel prevenirle.

Curiosamente (ma non troppo), di un pomeriggio che dovevamo passare a chiacchierare con De Pietri di quindici anni di esperienze nei Balcani, la maggior parte del tempo è volata via presi entrambi dal racconto della sua “prima volta”: quei tre mesi a diretto contatto con un’immane tragedia come la guerra e le sue vittime. Un’esperienza che chiaramente lo ha segnato in maniera definitiva perché, come scrive Massimo Fini nel suo provocatorio pamphlet “Elogio della guerra”, questa ha il pregio indiscutibile di “ricondurre tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dell’orpello, del superfluo, dell’inutile, ci rende, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un’enorme valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni attimo della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari”.

Riflessioni che non dovremmo mai mancare di fare – anche se la maggioranza di noi in questa pasciuta e tranquilla Emilia non ha mai vissuto simili esperienze – quando giudichiamo con superficiale sufficienza, o addirittura con contrarietà e fastidio, quanto sta accadendo in queste settimane a tante altre vittime in fuga da situazioni e da guerre oggi non meno terribili di quelle di ieri.

In copertina, “Refugees From Kosovo” immagine di Carol Guzy vincitrice del Premio Pultitzer 2000.

A tutto gas verso l’auto elettrica?

“Ma se il limite massimo di velocità consentito sulle nostre strade è di 130 km/h, perché produrre veicoli che fanno i 200?”. A lanciare il sasso all’ampia platea presente ad uno degli incontri in programma alla terza edizione del Motor Valley è uno che ha lavorato una vita per farle andare sempre più veloci, le auto: l’ingegner Mauro Forghieri, una leggenda del motorismo mondiale con i suoi trent’anni in Ferrari da responsabile tecnico delle vetture da corsa. 54 Gran Premi iridati, 4 titoli mondiali piloti e 7 titoli mondiali costruttori portati a casa dalla Rossa sotto la sua direzione.

“Abbiamo un uso esagerato della potenza” sentenzia. Parla di automobili, l’ingegnere modenese, ma a 80 anni suonati – è del 1935 – e alle spalle l’esperienza di uno che un po’ di mondo l’ha visto, si può permettere di allungare lo sguardo fino a sfiorare le fondamenta del nostro modello di sviluppo. “Quali errori ha commesso la nostra società?” si chiede. Per poi concludere: “Non si può accettare tutto, bisogna rifiutare qualcosa”. Insomma, bisogna scegliere. Decidere quale futuro vogliamo. Tanto più oggi che la tecnologia sembra impegnata in una rincorsa frenetica al superamento – pressoché quotidiano – dei propri limiti. Fino a dove? Fino a non averne più, a parte quelli imposti da conoscenze oggi indisponibili ma che potrebbero non esserlo più domani?

I primi dieci gruppi automobilistici al mondo (prima dello scandalo VW)
I primi dieci gruppi automobilistici al mondo (prima dello scandalo VW)

La domanda è più che mai legittima dopo l’esplosione dello scandalo Volkswagen che la tecnologia l’ha usata per barare, installando su milioni di auto centraline truccate che riducono le emissioni ai termini di legge solo nei test, ma poi su strada aumentano 40 volte oltre i limiti previsti. L’ormai ex amministratore delegato Martin Winterkorn, prima di esser liquidato dal gigante tedesco con una buonuscita complessiva di 60 milioni di euro, ha ammesso che sarebbero ben 11 milioni in tutto il mondo i veicoli coinvolti nello sporco affare. Uno scandalo che potrebbe presto allargarsi a dismisura coinvolgendo tutto il nostro “sistema” – di nuovo, il nostro modello di sviluppo e i compromessi sempre più spinti ai quali si è scesi per sostenerlo – se verrà confermato quanto scritto dal Financial Times, secondo il quale “la commissione europea sapeva già dal 2013 del software utilizzato della casa tedesca per manipolare i dati, ma non ha mosso un dito”. In attesa di ulteriori sviluppi, a calcolare i danni prodotti dalla manipolazione targata VW è stato il Guardian: le centraline taroccate hanno comportato lo scarico nell’aria di quasi un milione di tonnellate di sostanze inquinanti l’anno. Un quantitativo pari al totale delle emissioni nocive nella sola Gran Bretagna di industrie, agricoltura auto e impianti energetici, tutti insieme.

Sono quasi venti i modelli incriminati prodotti dal gruppo che fa capo a Volkswagen
Sono quasi venti i modelli incriminati prodotti dal gruppo che fa capo a Volkswagen

A discutere con Forghieri sul piccolo palco allestito all’interno del Motor Valley c’erano l’ingegner Gian Paolo Dallara, fondatore dall’omonima azienda nel parmense produttrice di telai per veicoli da competizione (è fornitore unico di vetture di vari campionati, dall’IndyCar alla Formula E per auto elettriche) e Dario Calzavara, titolare di Terra Modena, società impegnata nella progettazione e realizzazione di supercar. Ma elettriche. Perché, precisa citando Gustav Mahler, “la tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”. E, per lui, la grande tradizione modenese – così come tutta la nostra industria automobilistica – ha solo una strada percorribile per continuare a custodire il fuoco della tradizione (“Milano, Torino e Modena sono la culla mondiale dell’automobile”): quella del motore elettrico. Tanto più oggi che la voragine aperta da Volkswagen impone un cambio di registro ancor più deciso con l’aggravarsi della questione ambientale. Ne avremo qualche riscontro, ci si augura, nel corso della ventunesima conferenza internazionale sul clima che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre prossimi.

La Toyota Prius è la prima auto ibrida mai prodotta. Fino ad ora ne sono state vendute 7 milioni nel mondo.
La Toyota Prius è la prima auto ibrida mai prodotta. Fino ad ora ne sono state vendute 7 milioni nel mondo.

Del futuro elettrico dell’auto è convinto anche Dallara, che però pone una serie di questioni che resteranno sul piatto ancora a lungo. “Le automobili – dice – sono responsabili per un terzo dell’inquinamento globale. Dunque la riduzione delle emissioni deve necessariamente passare anche attraverso una profonda revisione dell’attuale modello”. “Tuttavia – prosegue – non possiamo sottovalutare un problema fondamentale: come produrremo tutta l’energia elettrica necessaria?” Già, come faremo? Inquineremo di più per produrre l’energia elettrica indispensabile per muovere centinaia di milioni di automobili meno inquinanti? “Per quanto riguarda il riciclo delle batterie elettriche – afferma Calzavara aprendo l’ulteriore capitolo dello smaltimento di questo tipo di rifiuti – attualmente queste sono recuperabili per il 97%”.

Il dibattito è aperto e accompagnerà a lungo una rivoluzione, già in corso, che si annuncia epocale. Tanto più se si ragiona nel quadro più ampio della mobilità ecosostenibile, che non riguarda solo la “qualità” dei veicoli, ma anche la loro “quantità”. Da ridurre drasticamente, secondo molti. Una posizione sempre più condivisa e così sintetizzabile: “dobbiamo trasferire la maggior parte dei nostri spostamenti dal mezzo privato a quelli collettivi”.

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Meditare.

Qualora si dovesse trovare la quadratura del cerchio rispetto a questo ampio spettro di problemi, ne resta uno specifico per la nostra industria nazionale. Che così spiega sempre Dallara: “Anche se come italiani, oltre alle grandi qualità che ci sono riconosciute in tutto il mondo, possiamo vantarci di aver realizzato a Parma la prima auto al mondo senza pilota, come sistema paese siamo indietro in termini di investimenti per ricerca e sviluppo. Ad esempio noi della Dallara, per quanto all’avanguardia come azienda, delle auto elettriche produciamo la parte vecchia, quella meccanica. Ma oggi l’automobile è al 50% meccanica e al 50% meccatronica, ingegneria dell’automazione. Invece, per il 90%, nelle nostre università ai futuri ingegneri insegniamo solo meccanica. Siamo in ritardo”.

In mondo in continua e rapidissima evoluzione, per noi italiani, almeno una costante.

In copertina, il veicolo senza pilota progetto da Google. Fonte immagine: Girasolemedia.

Un drago elettrico per la terra dei motori

Pare che a Modena siano già tre le Tesla immatricolate. Di cui una da un tassista, primo in Italia a consentire ai propri clienti di vivere l’esperienza di farsi un giro su quest’auto a propulsione integralmente elettrica. Per i profani di auto & motori, Tesla è un’azienda americana che produce un veicolo elettrico ad alte prestazioni con l’ambizione di conquistare il mercato di massa. Insomma, di arrivare un giorno a rottamare tutto l’immenso parco macchine alimentate a benzina, gasolio e combustibili vari. Nei primi mesi del 2015 Tesla ha piazzato sul mercato mondiale 21.537 il suo “Model S”, una berlina cinque posti con un’autonomia di circa 250/300 km e una velocità massima di 225 km/h. Un incremento di vendite del 52% rispetto allo stesso periodo del 2014 nonostante il costo necessariamente ancora parecchio elevato: tra gli 80 e i 120 mila euro in Italia, a seconda della configurazione. Siamo ancora lontani da numeri (e prezzi) “di massa”, ma certo l’azienda californiana sta dando una bella spinta alla crescita di un prodotto al quale, per altro, stanno lavorando da un pezzo tutte le più grandi case automobilistiche del pianeta. Fiat compresa, nonostante fino a ieri Sergio Marchionne si sia rifiutato di riconoscere che il futuro sarà elettrico.

Tesla Model S
Tesla Model S

Dal cellulare all’automobile

«A sparigliare le carte rispetto al passato anche recente – ci spiega Dario Calzavara, titolare di “Terra Modena Mechatronic” srl – è che oggi gli enormi investimenti sulle batterie dei cellulari hanno permesso alla tecnologia di evolversi enormemente e in tempi rapidissimi: sistemi di ricarica di qualche mese fa non hanno già più niente a che fare con quello che si produce adesso. Ecco, tutto questo ora è a disposizione delle batterie per automobili». Batterie che, da sempre, sono il grande il problema per una vera esplosione sul mercato dell’auto elettrica: per la scarsa autonomia e per i tempi lunghi di ricarica. Ma appunto, l’evoluzione viaggia alla velocità della luce. Proprio a Modena (sud) è disponibile uno dei sei Tesla Supercharger – i caricatori gratuiti – presenti in Italia. Tempi di attesa per “fare il pieno”: una mezz’ora. Una tempistica ormai non troppo distante da quella necessaria per il rifornimento di un motore termico. Insomma, nonostante le perplessità di Marchionne, la rivoluzione che cambierà il nostro modo di viaggiare è già in fase avanzata, più di quel che appaia a un occhio disattento. Elon Musk, miliardario di origine sudafricana cofondatore di PayPal e proprietario di Tesla, è convinto che il futuro sia vicino, vicinissimo, e si dice sicuro che già dal 2017 la sua Tesla diventerà appetibile, come prezzo e prestazioni, anche per il grande pubblico.

Metti una tigre (elettrica) nel motore

Se davvero nei prossimi anni assisteremo a una rivoluzione nell’industria dell’automobile, riuscirà Modena a rivisitare in chiave elettrica una tradizione ormai centenaria che ha prodotto gioielli conosciuti in tutto il mondo come Ferrari e Maserati? Per ora, quello che ci sta lavorando più seriamente è un modenese d’adozione, Dario Calzavara: un passato come team manager in Ferrari Formula 1 e come dirigente del settore “Ricerca e sviluppo” in Pirelli, un presente come titolare di una trading company in Cina che si occupa di importazione di vino italiano, un futuro affidato a un sogno sul quale sta investendo enormi risorse, finanziarie e personali. Nel febbraio di quest’anno ha fondato la “Terra Modena Mechatronic”, una start up che, dopo aver sviluppato un prototipo di una monoposto da competizione a propulsione elettrica, oggi sta puntando alla realizzazione di una vettura da competizione omologabile su strada. Una GT insomma, un’automobile con prestazioni elevate ma da quattro posti. Destinata non solo a chi ama il brivido della velocità da consumare in un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 2 secondi, ma adatta anche a lunghe – e tranquille – percorrenze.

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Terra Modena M34

Guidare un’auto elettrica è un’esperienza unica

Un uomo solo contro colossi come le tedesche o le asiatiche che sono già avanti nella progettazione di vetture di alta fascia? «In realtà – ci spiega – a livello di grandi produttori ormai l’auto elettrica è pensata come vettura da città. Io invece sto puntando su un settore di nicchia, quello delle supercar, semplicemente perché a coprirlo non c’è ancora nessuno. Per questo ho già depositato tutta una serie di brevetti. Inoltre non sono solo, con me c’è una squadra di giovani ingegneri, non solo italiani, consumati dalla stessa passione. Detto questo, so che l’impresa è di quelle da far tremare i polsi, ma nessuno mi vieta di coltivare il mio sogno. Quello che l’Italia, che Modena, culla di tutto ciò che ci invidiano all’estero, tornino ad essere anche nel ventunesimo secolo degni di questa fama. Negli ultimi dieci anni non ho visto grandi cose, né qui né in tutto il resto d’Italia. Noi abbiamo una grande storia, siamo un paese straordinario, dobbiamo essere degni di questa tradizione. Le nuove tecnologie cambieranno la maniera di muoversi: se si prova a guidare un’auto elettrica non si torna più indietro. Per la silenziosità, la flessibilità della guida, la morbidezza: cambia la percezione che abbiamo del nostro modo di guidare. Col grande vantaggio che al motore elettrico non serve manutenzione, è come quello di un frigorifero o una lavatrice: non lo tocchi mai finché continua a funzionare. Il futuro è tutto suo. Il motore termico invece, è alla vigilia della fine. Il nostro paese è stato in retroguardia sull’argomento fino ad ora, bisogna fare un’accelerazione. E io sono convinto che a riguardo Modena abbia molto da dire».

Leggi anche: Siamo nel 2015 e ancora non abbiamo combinato niente.

Lo vedremo. Ce lo auguriamo. Nell’attesa, Calzavara si porta avanti col lavoro. Anche se la sua è un’azienda virtuale, senza una sede fisica e men che meno uno stabilimento. Una start up fondata tutta sul know how, i brevetti depositati – “noi siamo gli unici al mondo a possedere brevetti per auto elettrica da corsa” – e il prototipo di monoposto già realizzato che verrà presentato sabato 26 settembre a Modena Fiere nel corso della terza edizione di Motor Gallery collateralmente a un evento in cui Calzavara, insieme a Gianpalo Dallara titolare dell’omonima casa automobilistica parmense e all’ingegner Mauro Forghieri, parlerà di “futuro, tra Racing elettrico e mobilità ecosostenibile”.

Prototipo della Terra Modena Formula 1 Super Green
Prototipo della Terra Modena Formula 1 Super Green

Dalla California a Modena

«Il mio compito nell’azienda – spiega Calzavara – è quello del “facilitatore”. Registro i brevetti, creo contatti, cerco fornitori e finanziatori, soprattutto all’estero perché in Italia è sempre più difficile fare impresa, avere accesso al credito o trovare semplicemente qualcuno che creda e investa in una start up come la mia. Anche se non mi occupo direttamente delle questioni strettamente tecniche che lascio ai bravissimi giovani ingegneri che condividono il mio stesso sogno, viaggio continuamente per vedere quel che c’è in giro, per tenermi aggiornato sull’evoluzione della componentistica che, come dicevo, nel caso delle batterie è velocissima. Ho visitato lo stabilimento della Tesla in California, sono stato in Cina e Corea dove si producono le batterie, nelle due università che negli Stati Uniti si occupano espressamente della questione auto elettrica: quella di Greenville in North Carolina e la Ohio University. Anche se può sembrare un paradosso rispetto a una sfida di questa portata, oggi essere piccoli e flessibili è un vantaggio. Non devo ammortizzare grandi investimenti per tecnologie che dopo sei mesi sono già obsolete. In un anno cambia tutto».

Perfino le sette sorelle immaginano un futuro lontano dal petrolio

Dario Calzavara
Dario Calzavara

«Vi sono ragioni ambientali, geopolitiche, che rendono ineludibile il passaggio all’elettrico – prosegue – anche se il tipo di mobilità attuale è solo uno dei fattori che incidono sul riscaldamento globale. Tempo un paio d’anni l’elettrico diventerà un’ondata inarrestabile. Anche perché, contrariamente a quanto può essere accaduto in passato, sono proprio le cosiddette “sette sorelle”, le grandi compagnie petrolifere, e i paesi arabi a finanziare la ricerca nel settore. Anche loro hanno capito da che parte sta tirando il vento. Sono convinto che entro 15 anni le auto elettriche saranno un prodotto di massa alla portata di tutti. Se gli altri sono già avanti, è ora che anche in Italia si recuperi terreno. Io ho grande rispetto per Marchionne e sono un suo tifoso: ha tirato su due aziende in crisi e le ha fatte tornare competitive. Però con le sue perplessità nei confronti dell’elettrico ha spento il dibattito nel nostro Paese. E’ ora di invertire la rotta».

Sarà lui, quindi, l’Enzo Ferrari del terzo millennio? Alla domanda non può che scappargli un sorriso: «Ma no, neanche per scherzo ci si paragona a una simile leggenda. Se proprio devo trovare qualcuno che oggi ricordi lontanamente il Drake, mi viene in mente solo Elon Musk, un sognatore che ci crede davvero nella necessità di innovare il mondo dell’automobile. Io voglio solo ritagliarmi una fetta di quel futuro. Per me, per Modena e per il mio Paese».