Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.

L’algoritmo diventa arte, e si chiama A.N.N.A.

Il 20 aprile alle 18:00 inaugura presso la Sala dei Cardinali della Fondazione San Carlo l’installazione A.N.N.A, un’opera immersiva che dialoga in modo del tutto nuovo con lo spazio in cui è allestita, gli affreschi dipinti sul soffitto e lo spettatore. Chi salirà lo Scalone sotto lo sguardo vigile dei ritratti di collegiali illustri, al termine della Galleria d’Onore si troverà davanti uno spettacolo inedito. E forse, all’inizio, avrà un po’ di vertigini.

L’installazione è curata da Antonella Battilani e realizzata dal collettivo modenese Delumen. Formatosi nel 2013, è composto da una squadra di programmatori, musicisti, tecnici ed esperti in comunicazione, e ha all’attivo lavori in Italia e all’estero, dalla Germania a Dubai. Menti creative ed eterogenee che lavorano a braccetto con le nuove tecnologie, i membri di Delumen sono specializzati nell’intrattenimento artistico audiovisivo. Per questo motivo, A.N.N.A si inserisce in modo naturale all’interno dell’ultimo tema trattato nel ciclo di conferenze della Fondazione San Carlo: la presenza della tecnica nel mondo contemporaneo. (Ne avevamo parlato anche noi nell’articolo dedicato all’automa F.A.C.E, oggetto di uno degli incontri presso la Fondazione).

FSC Modena - Sala dei Cardinali
FSC Modena – Sala dei Cardinali

Con A.N.N.A vanno in scena le implicazioni che la tecnica può avere nel mondo dell’arte. E’ sufficiente dimenticare quell’iniziale senso di vertigine e avventurarsi nel mezzo della Sala dei Cardinali, sopra la pedana-specchio posta sul pavimento. A quel punto, ci si trova dentro l’installazione e si può guardare in basso o in alto. La sensazione è quella di essere immersi in un fluttuare di fili luminosi, macchie d’inchiostro, bolle di colore e nidi fosforescenti. E ancora, impulsi intermittenti che si muovono a branchi come acciughe dalla pancia brillante, sinapsi che diventano vortici viola, abissi accelerati. L’affresco spunta a tratti, si ricompone, si frantuma, si modella e rifà capolino. A ritmo di musica.

Lumiscenze di uno spazio dilatato nello spazio di un soffitto

Raoul Battilani
Raoul Battilani

Il segreto di A.N.N.A si chiama mapping procedurale. Ce lo spiega Raoul Battilani, art director di Delumen: “Abbiamo campionato l’affresco, i suoi colori e i suoi contrasti fra chiari e scuri grazie a un algoritmo che abbiamo scritto. Lo abbiamo ricostruito con la stessa tecnologia del mapping per le proiezioni architetturali. Però, quando si fa un mapping architetturale la struttura è passiva: siamo noi che decidiamo cosa dire, creando i contenuti in base all’architettura della struttura. Con il mapping procedurale, invece, l’affresco è attivo: ci ha dato lui le tonalità del suono, il tema, i colori, le cromie e tutto il resto”.

Fra le pieghe delle vesti che sbucano dalle architetture dipinte, fra le nuvole, il cielo e la prospettiva scorciata, l’affresco ci parla e rivela un sé nascosto, la sua rete neurale artificiale. Che fra l’altro dà il nome all’installazione: A.N.N.A significa infatti Artificial Neural Netwok. Continua Raoul Battilani: “Abbiamo creato l’algoritmo basandoci sulle connessioni della rete neurale, cioè il nostro processo legato a un’idea. La prima fase è l’input, quindi i recettori e le sinapsi che si attivano nel momento in cui abbiamo un impulso. Poi c’è la fase nascosta di creazione. Infine l’output, il risultato”. Queste fasi corrispondono anche alle tre parti in cui si articola A.N.N.A: la prima molto astratta, la seconda in cui l’affresco comincia a emergere e l’ultima in cui il colore diventa protagonista.

E l’ultima “A” di A.N.N.A? È il tocco finale, la pedana-specchio. Riflettendo il soffitto affrescato della Sala dei Cardinali, riflette anche il turbine delle sue immagini segrete dilatando lo spazio in modo ancor più illusionistico. Ovviamente, sullo specchio si può camminare. Anzi, si deve. “Non è stato facile trovare il vetro adatto, resistente e temprato al punto giusto, – conclude Raoul Battilani – ma il risultato permette allo spettatore di essere attivo”. E di immergersi testa e piedi dentro una magica sinestesia.

FSC Modena - Sala dei Cardinali

Per conoscere A.N.N.A

L’installazione A.N.N.A sarà visitabile fino al 5 maggio, dal lunedì al venerdì, dalle 16:00 alle 19:00.
Si prevedono aperture speciali secondo gli stessi orari il 22 aprile (con visita guidata a cura di Patrizia Curti alle 17:00) e il 29 aprile (con incontro con Raoul Battilani alle 17:00). L’installazione rimane chiusa il 25 aprile e il 1 maggio.

Tutte le immagini sono di Studio 129.

Blue Hour Ghosts, confessioni di una band metal

Blue Hour Ghosts significa “i pensieri, la rabbia, i dubbi e i rimpianti che invadono il momento di maggiore intimità durante il giorno”. Ma significa anche “alternative metal made in Modena” essendo il nome di una band emergente del territorio. Formatisi nel 2013, la lineup attuale conta sei elementi, tutti fra i 30 e i 35 anni: Alessandro Guidi (voce), Diego Angeli (chitarra e testi), Francesco Poggi (chitarra), Matteo Malmusi (basso), Simone Pedrazzi (tastiere) e Sergio Perna (batteria).

Incontro Diego, Francesco, Simone e Matteo al Ristretto di Vicolo Coccapani, dopo l’orario di lavoro. Perché, come mi dicono, “Troviamo da campare in altro modo, poi vediamo cosa succede”. A parte qualche capello lungo d’ordinanza, non hanno quel tipico mix di elementi che fa individuare al volo i musicisti metal. Del resto, quanto più il metal sembra incline agli stereotipi, tanto più si rivela un mondo sfaccettato. Davanti a birre e gnocchini fritti, con un brusio di sottofondo stile “cocktail party” e l’abbaio di un cane come intermezzo regolare, mi portano dietro le quinte di questo mondo. Prima di tutto, raccontandomi di loro.

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Nonostante la band sia di recente formazione, i componenti sono tutti musicisti di lungo corso. Diego, per esempio, suona con Francesco dal 1999 e racconta: “Avevamo una band che faceva metal molto più estremo, gli Oblivion 999. Abbiamo suonato insieme per dieci anni con un paio di dischi autoprodotti, poi ci siamo sciolti a causa di un continuo cambio di formazione. Più cresci, più vuoi fare le cose seriamente e meno trovi persone disposte ad aderire alla causa di una band che fa musica originale. Avevamo in mente un progetto metal che fosse godibile da un’audience più ampia, varcando i confini del genere: una musica dura, potente, ma anche eclettica e melodica. Così abbiamo tirato fuori dal cassetto le idee incompiute aggiungendone altre man mano che si aggiungevano anche i membri della band.”

L’album d’esordio, l’omonimo “Blue Hour Ghosts”, ha visto la luce a novembre 2016 e adesso la priorità è promuoverlo. “Vogliamo organizzare un tour in alcune città europee. – Continua Diego – La ricezione del nostro genere in Germania, Olanda e paesi limitrofi di solito è molto diversa. Non vedi persone a braccia conserte che stanno a tre metri dal palco e ti guardano, ma gente pronta a far festa.”

“Blue Hour Ghosts” è un disco professionale nato dalla collaborazione con un produttore, benché oggi sia facile dare vita a un prodotto credibile anche con i propri mezzi. “Sì, ma rimane comunque un gap di qualità sonora, di concezione della musica, di come il produttore può plasmarla” spiega Diego, e continua Simone: “Siamo arrivati da Giuseppe Bassi della Dysfunction Production con 60 minuti di musica piena e intensa, registrata fra 2013 e 2014 coi nostri migliori mezzi. Lui ha saputo alleggerire le nostre idee, dettagliarle, renderle fluide e meno complesse da sentire. Ha reso l’album più moderno rispetto a ciò che avevamo concepito. Noi veniamo tutti dal metal “old school” che tende ad avere certi cliché, certi passaggi riconoscibili… ma oggi sono troppo riconoscibili, bisogna fare qualcosa che non suoni come già sentito.”

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Oltre alla musica in sé, “Blue Hour Ghosts” nasconde anche una certa cura per i testi, tutti scritti da Diego. “Se volessimo racchiuderli in un termine direi che sono “esistenzialisti” – Dice -. Le tematiche partono da esperienze personali: quando sei di fronte a una scelta forte, quando affronti la limitatezza delle relazioni o ti interroghi sull’esistenza. Abbiamo anche due testi a sfondo letterario. Il primo è il singolo apripista, “Dreadful Faces and Fiery Arms“. Nonostante sia una canzone molto immediata dal punto di vista musicale, dal punto di vista lirico (e questa è stata un’idea del cantante) prende spunto da “Confessioni di un mangiatore d’oppio” di Thomas de Quincey. Il titolo è l’ultima frase del libro, che a sua volta richiama il “Paradiso Perduto” di Milton. L’altro è “Death and the Lover”: è stata la prima traduzione in inglese del titolo di “Narciso e Boccadoro“. E’ un romanzo da adolescenti, ma mi è sempre piaciuto. Presenta questo dualismo fra chi rappresenta la vita e chi la vive. E la domanda è: è possibile riunire queste due realtà in un’unica anima, un unico cuore, un’unica carne?”

Fra Milton, Hesse e de Quincey, mi viene in mente che anche gli Iron Maiden hanno usato spesso citazioni letterarie: Huxley, Coleridge, Allan Poe… “Sì, gli Iron Maiden hanno un bel po’ di colpe! – racconta Diego – E anche i Metallica, i Black Sabbath… Purtroppo nell’era di Spotify il testo ha perso valore, ma mi piacerebbe che le persone leggessero quelli che scrivo. Noi siamo cresciuti con il booklet, ci sono cd che ho imparato a memoria così.”

Oltre ad avere “un bel po’ di colpe”, Iron Maiden e colleghi sono ancora i veri headliners del metal, gli unici che in questo genere riempiono gli stadi anche dopo 30 o 40 anni di carriera. Forse nel metal non c’è mai stato un vero cambio generazionale? “Hanno inventato un genere i cui confini sono molto stretti per chi è ortodosso. – Risponde Diego – La maggior parte del pubblico metal è molto conservativa. Se ti differenzi e provi a sperimentare scavi nicchie ristrette, quindi ti segue meno gente. Se non sperimenti, sei comunque arrivato dopo. Questo accade nel metal, mentre il rock è più vario: nell’ultimo decennio sono venuti fuori i Muse, i Foo Fighters, gli Alter Bridge che comunque arrivano a riempire gli stadi. Nel metal il pubblico è già selezionato e molto esigente. L’ascoltatore medio distratto è meno incline ad ascoltarlo, e se ti differenzi ancor di più.”

Tutto questo parlare di gruppi storici e di booklet (ovviamente presente anche nel cd dei Blue Hour Ghosts) risveglia un’atmosfera da “tempi andati”. Prima di Napster, di Youtube, di Spotify, prima della musica accessibile con un click, della connessione h24 e della sovraesposizione agli stimoli in cui viviamo. A riguardo, Matteo non ha dubbi. “Credo che oggi la difficoltà più grossa sia per chi deve iniziare, cimentarsi da ragazzo trovando qualcuno che offra la possibilità di potersi esprimere”.

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Continua Francesco: “Quand’ero ragazzino mettevo da parte la paghetta per comprare i cd e giravo con le cuffie cambiando le pile. Adesso i canali sono diversi, ci sono molti più stimoli e per chi fa musica la differenza si sente. A fine anni ’90 le proposte metal a Modena si contavano sulle dita di una mano, adesso c’è più offerta, ma poca possibilità di proporsi. Inoltre, 15 o 20 anni fa l’idea dell’agenzia come mediatore non c’era, invece adesso è un canale preferenziale. Da soli è un lavoro faticoso, bisogna andare nel locale (salve, buonasera), rovinarsi il fegato dieci sere di fila, farsi vedere, convincere il gestore che di solito risponde Voi non mi portate valore aggiunto… L’offerta potenziale è maggiore della domanda reale: non c’è un interesse così grande nell’andare ad ascoltare musica originale.”

E quindi, qual è il ruolo delle agenzie in un mondo dominato dalla “sovraesposizione” e dalla scarsa domanda di pubblico? “Se uno vuole esporsi, paga. – Continua Francesco – Hai mai suonato davanti a 10.000 persone per diverse sere di fila, sempre pronto senza sbagliare niente? No. E allora vedilo come un investimento su di te. Tempo fa esisteva qualcuno che ti diceva: Mi piaci, ti pago il disco. Adesso dicono: Mi piaci, dammi questi soldi che ti produco il disco. Gli intermediari hanno valore nei confronti del mercato perché sono un filtro.”

Quando inizia ad avvicinarsi l’ora di concludere, dopo aver viaggiato nello spazio e nel tempo, torniamo nel nostro piccolo mondo modenese. Modena è un buon palco per il metal? Risponde Simone. “Ci sono palchi belli e grandi come il Vox, altri più piccoli ma interessanti come lo Stone di Vignola, e poi una serie di circoli nella Bassa come la Fermata 23, l’Ekidna o lo Zazza Bar dove abbiamo fatto il nostro release party. A Modena, però, il circuito è abbastanza spostato sull’indie rock quindi posti come l’Off e il Vibra. Fino a qualche anno fa avevamo il Borderline, ma purtroppo non c’è più e abbiamo perso qualcosa di interessante per il nostro genere. L’unico posto valido per una band che fa metal, anche più estremo del nostro, è la Tenda. Propone band di livello, sia italiane sia straniere, è ben curato e non ha nulla da invidiare ad altri posti in giro per l’Italia.”

Ormai sono le otto di sera, il Ristretto si è riempito e anche la città è piuttosto animata pur essendo un giovedì. Sarà perché è quasi primavera. Di lì a poco, i Blue Hour Ghosts devono partire per andare in saletta. Nel futuro immediato ci sono le prove (e la promozione del disco). E nel futuro prossimo? “Tutto è molto legato alle opportunità. Torniamo al problema della sovraesposizione e dei troppi stimoli. Cosa devi fare per emergere? Ti devi vestire in modo strano, devi fare qualcosa di eclatante, devi stupire, devi shockare… e la musica dove sta? – Conclude Diego – Forse noi siamo già troppo vecchi per capire queste dinamiche, ma il discorso che ci siamo fatti è: a noi interessa la musica. Prima cosa, la musica. Seconda cosa, la musica. Terza, la musica. Poi, forse, viene tutto il resto”.

Diventare lettori consapevoli nella società della digestione veloce

Il 18 febbraio è stato presentato a Modena nell’ambito di BUK Festival il libro di Sandra TassiCome si legge un romanzo. Diventare lettori consapevoli”, edizioni Giubilei Regnani.

tassi01Sandra Tassi, modenese, ha lavorato nella scuola dal 1986 al 2011, prima come insegnante di lettere alle medie, poi come formatrice all’interno delle biblioteche dell’ ITC Barozzi e del Liceo Classico San Carlo. Una professione, quest’ultima, bandita a concorso dal Ministero come una novità, ma poi decaduta con il cambio di bandiera nel giro di qualche anno.

Nelle scuole Sandra Tassi si occupava di selezionare i libri in uscita adatti agli studenti, coordinando progetti sulla lettura in collaborazione con i professori: proposte che uscivano dalla comfort zone del programma, ma pur sempre realizzate nell’ambiente scuola. Il tutto unito a un’opera di valorizzazione della biblioteca scolastica e di formazione per gli insegnanti.

Questo bagaglio di esperienze è confluito nell’Associazione Il Leggio, fondata da Sandra Tassi nel 2015 per portare all’attenzione autori e libri attraverso il reading e altre attività satellite. “Come si legge un romanzo” è dunque il filo naturale di una vita dedicata agli scrittori, alla lettura, ma anche ai lettori. E Sandra Tassi ci spiega perché.

LETTURE PER DIGERIRE E LETTURE PER CAPIRE

“Credo che l’interesse del mio libro sia nel sottotitolo, cioè diventare lettori consapevoli. – Racconta Sandra -. Un romanzo si legge come si vuole, per cercare emozioni, risposte, consolazioni, divertimento, erudizione o desiderio di ampliare la cultura. Ma il romanzo contemporaneo è molto diverso e lontano rispetto al romanzo classico del secolo scorso, è difficile capirlo a fondo. Molti autori vengono lasciati da parte, etichettati come “difficili” a favore di letture più semplici ma meno significative. Il lettore consapevole dovrebbe essere quello che oggi riesce a leggere scrittori difficili mettendosi in sintonia con loro.”

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Sandra Tassi

E chi sono, oggi, gli scrittori difficili? Nel suo libro Sandra Tassi ne cita alcuni: Erri De Luca, per esempio. “C’è difficoltà nello scindere il personaggio politico da quello letterario, – Spiega – ma oggi è uno degli scrittori più importanti perché ha focalizzato l’interesse sul gusto della parola, qualcosa che stiamo perdendo. L’italiano è ricco di sinonimi che non si sovrappongono, ma che si accostano, e l’ultima generazione tende a usare un bagaglio lessicale molto stretto. La cura della parola, la sua ricerca, la sua apposizione all’interno della frase e la musicalità che ne consegue sono la cifra unica di De Luca, e per questo fa fatica a entrare in tutti i lettori. Come lui anche Murakami o Pamuk, grandi scrittori che vengono accostati con diffidenza, se non con scarsa capacità critica… Murakami è molto più che “fantascienza giapponese”!”

LE DIFFICOLTÀ DEGLI ADULTI

D’altro canto c’è un problema: l’Italia legge poco. I dati ISTAT indicano che la metà degli italiani non legge più di tre libri l’anno. Inoltre, anche chi legge, lo fa poco dato che lo “zoccolo duro” di lettori si attesta sul 13,7% della popolazione. Secondo Sandra Tassi le cause sono molte. “Siamo abituati a ritenere che il libro sia un bene di consumo come gli altri, ma la lettura ha bisogno di tempo, di volontà, di concentrazione, di capacità di dialogare con se stessi e con l’autore. Oggi però si legge per digerire. Ci sono anche libri fatti per questo, ma non tutti.”

“In più, il pubblico degli adulti attempati non ha capito il rapporto tra l’evoluzione socio-culturale e la scrittura. – Continua Sandra – Il finale aperto, per esempio. Per quanto Eco l’avesse già spiegato, questo pubblico non lo accetta ancora volentieri. Sono persone che nel romanzo cercano risposte, vogliono che il protagonista spieghi loro come affrontare la morte, il divorzio, il rapporto con un figlio o con una morosa. Oggi invece il romanzo è interlocutorio: pone problemi, non dà soluzioni, e il finale aperto lascia al lettore la libertà di far finire la storia come crede.”

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E I PIU’ GIOVANI, SAPRANNO DIVENTARE LETTORI CONSAPEVOLI?

I soliti dati ISTAT ci dicono anche che i ragazzi fra gli 11 e i 19 anni leggono più degli adulti, soprattutto nella fascia 15 – 17. Sandra Tassi si rivolge anche a questo target: uno dei progetti in corso con Il Leggio, infatti, è il laboratorio “Dalla lettura emozionale alla lettura per il reading” assieme a un gruppo spontaneo di sei adolescenti. Il focus è il libro “Bianca Neve” pubblicato dal loro coetaneo Andrea De Carlo. La scrittura per il reading comporta una piena immersione nel romanzo e nella sua struttura, significa entrare in connessione profonda con l’autore e ridare al tutto una forma adatta per la lettura teatrale. Anche questo è un modo per diventare lettori consapevoli.

“Fra la lettura emozionale e la lettura teatrale c’è il non-detto. – Spiega Sandra – Non è un corso di lettura e discussione, ma una ricerca sulle strade possibili che certe situazioni avrebbero potuto prendere: le varianti possibili della vita. E questo li entusiasma. Sono portati a fare qualcosa che in genere non fanno, cioè problematizzare.”

In definitiva, è possibile che i giovani millenials, sottoposti a mille stimoli in una società dalla “digestione veloce”, trovino il tempo per diventare lettori consapevoli? Sandra Tassi non ha dubbi. “Nei ragazzi ci sono due cose che gli adulti devono sollecitare: la curiosità e l’entusiasmo. Non è vero che i ragazzi di oggi non sono curiosi. Si dà per scontato che siano indifferenti a tutto piuttosto che guardare davvero come sono. Hanno bisogno di adulti affidabili, che dimostrino che anche se c’è la crisi e il mondo va a rotoli esiste ancora la passione per qualcosa. E credo che in questo la lettura sia uno strumento molto efficace.”

In copertina: un’immagine di Marketa in Licenza CC. 

I lavoratori freelance sono alieni. Anzi, no.

Il lavoratore freelance non fa notizia, fa più notizia il pensionato. Ma intanto con i soldi della Gestione Separata si stanno pagando tutte le pensioni baby per ripianare i debiti INPDAP. Se le persone che hanno smesso di lavorare presto prendono la pensione è perché i lavoratori autonomi versano.”

Sono le parole di Irene Bortolotti, referente per l’Emilia-Romagna di ACTA, l’associazione italiana dei freelance. Si tratta di una forza-lavoro ormai ben presente, lavoratori autonomi non iscritti a ordini professionali che svolgono la loro professione con regolare partita IVA, pagando le tasse e versando i contributi previdenziali alla Gestione Separata dell’INPS. Non imprenditori, né dipendenti, né tanto meno commercianti, artigiani o professionisti ordinisti.

Irene Bortolotti
Irene Bortolotti

“Quelli con cui abbiamo avuto contatti noi – spiega Irene Bortolotti – lavorano soprattutto nel settore digitale, nel web, nell’intelligenza artificiale, nelle traduzioni e nell’interpretariato, ma anche nel settore creativo quindi fotografi, illustratori, disegnatori, o nel campo editoriale.” Ma non è tutto, ci sono anche professioni più “tradizionali” come la guida turistica o il tour leader, e professioni nuove ma non necessariamente digitali, come il mediatore culturale che non ha neanche un codice ATECO chiaro di riferimento.

Un esercito vario, insomma, la cui portata è difficile da stimare con precisione, spesso viziata dal problema delle “false partite iva” e da pregiudizi strutturali più o meno radicati. “Gli approcci al lavoro freelance sono i più disparati. – Racconta Irene Bortolotti– Abbiamo persone di tutte le età. C’è chi ha fatto questa scelta da tempo, chi invece è uscito da un’azienda e si è creato un’alternativa mettendo a frutto la sua professionalità. I giovani sono i meno preparati a questa condizione, pochi vengono da un contesto famigliare con esperienza di lavoro autonomo. Danno per scontato che la sicurezza del lavoro a tempo indeterminato non ci sia più, e alcuni lo accettano volentieri vedendo il lavoro impiegatizio come un ripiegarsi su se stessi.”

Quello che pochi sanno di questa situazione, è che sta prendendo forma lo Statuto dei Lavoratori Autonomi: un secondo Jobs Act a cui è stata riservata ben poca attenzione rispetto al discusso “parente” per i lavoratori dipendenti. Eppure lo Statuto dei Lavoratori Autonomi parla di diritti, in alcuni casi per la prima volta. È stato proposto dal Governo al Senato, dove ha già fatto il primo passaggio nel burrascoso periodo del referendum costituzionale. “Non era neanche scontato che con il cambio del Governo l’iter sarebbe continuato. – Continua Irene Bortolotti -. La legge sarebbe potuta finire in un cassetto come tante altre.”

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

Irene, come mai il lavoro autonomo viene spesso considerato solo come condizione precaria giovanile?
Perché abbiamo una classe dirigente politica e amministrativa in parte culturalmente vecchia, con un’idea novecentesca del lavoro. Vede questi nuovi sviluppi e non riesce a capirli, quindi è facile mettere etichette. Ormai le professioni diventano sempre più sfumate, il lavoro è più fluido e diversificato, mentre nel ‘900 era tutto più semplice da incasellare, tutto molto più netto. L’idea di imparare un lavoro entro i primi 25 anni della propria vita e poi continuare a farlo fino alla pensione è un concetto superato. La società sta cambiando velocemente e continuamente. In certi contesti questo è acquisito, ma è difficile da capire per chi sta nelle stanze dei bottoni.

A cosa porta questa difficoltà di comprensione?
Porta a compiere errori in scelte che riguardano grosse quantità di persone. Molti errori a livello istituzionale sono fatti perché non si è capita a fondo la problematica. È più facile parlare di diritti e doveri in termini astratti, ma nel concreto bisogna fare uno sforzo considerevole. A livello di ricerca universitaria in Italia ci sono pochi giuslavoristi, tutti concentrati sul lavoro industriale, non in un contesto fluido. In più, avendo una classe politica che non è preparata su queste cose, si permette a chi vuole fare un lavoro di lobbying di insinuarsi e cercare di far passare determinate norme. Sta succedendo adesso con lo Statuto del Lavoro Autonomo.

Che cosa sta succedendo?
Il testo proposto al Senato dal Governo andava abbastanza bene. È sopravvissuto al passaggio del Senato, adesso è in Commissione Lavoro alla Camera e sono stati proposti molti emendamenti. Alcuni tirano l’acqua al mulino di specifici interessi di associazioni e categorie, volendo vincolare i diritti che i freelance potrebbero ottenere sul fronte della copertura sanitaria all’adesione ad associazioni che rientrano nella L. 4/2013. Sarebbe come dire che un dipendente ha diritto alla malattia o maternità solo se è iscritto a un sindacato. Non è costituzionale, stiamo parlando dei diritti della persona sanciti dalla Costituzione: il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Si può dire che l’aver pensato a uno statuto dei lavoratori autonomi sia comunque l’inizio di una presa di coscienza anche nelle stanze dei bottoni? 
È stato importante, nell’ultimo anno e mezzo si è cominciato a ragionare sui problemi dei lavoratori autonomi. Prima di tutto viene risolto un equivoco, riconoscendo che i freelance sono lavoratori e non imprenditori, i quali hanno alle spalle un certo tipo di struttura, dei dipendenti, dei locali. Poi, il diritto alla maternità e alla copertura sanitaria in caso di malattia grave. In questo momento non è riconosciuta la malattia se non per il periodo di ricovero in ospedale. L’unica battaglia davvero vinta, passata definitivamente con l’ultima Legge di Stabilità, è stata l’aliquota della Gestione Separata al 25%. Tutti parlano degli esodati, ma nessuno si è accorto che la legge Fornero avrebbe portato i contributi dei freelance al 33%.

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

C’è anche un altro equivoco, ossia il freelance che viene considerato un evasore: come mai?
Il lavoratore autonomo con cui l’uomo della strada ha a che fare normalmente è l’idraulico, l’elettricista o il medico privato. Chi lavora con il privato ha possibilità di evadere, e alcuni l’hanno fatto per anni, ma gran parte delle partite IVA non ha rapporto con il privato. Uno che fa i siti web non li fa per il pensionato. Uno che fa le traduzioni non le fa per la casalinga. È facile per i sindacati fare slogan e dire che si va avanti con le tasse dei dipendenti, ma i freelance lavorano per aziende o Università, soggetti interessati ad avere la fattura. Se un lavoratore autonomo versa in un certo anno meno tasse, in linea di massima è perché guadagna meno di un dipendente. Per i più giovani che vengono al nostro sportello siamo nell’ordine di 10.000-11.000 euro l’anno, meno di molti dipendenti part-time.

E il problema delle “false partite Iva”, il lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo?
Sicuramente c’è una quota forzata. Lo Stato non è esente da questo: Province, enti, o Università che non possono dare borse di studio o assegni di ricerca ingaggiano così. È molto difficile delimitare questa quota ed è molto facile dire che questi sono solo precari che un giorno vorrebbero qualcos’altro. Nemmeno Istat è capace di fare un distinguo.

Per finire, come possiamo dire dell’Emilia-Romagna su questo tema? 
L’Emilia-Romagna è indietro. Come regione con potere legislativo, per esempio, non si è adeguata alle normative europee sui bandi. Questi dicono chiaramente che anche i freelance possono accedere ai bandi europei, ma in Emilia-Romagna – come in molte regioni – non si può, mentre in Lombardia e in Toscana sì. Ci si aspetterebbe che in una regione come la nostra, considerata un modello per molti aspetti, ci fosse più sensibilità su certi temi. L’Assemblea regionale ha commissionato all’Università di Bologna una ricerca sui lavoratori autonomi, forse se ne stanno rendendo conto e vogliono cominciare a capirci qualcosa.

Il giorno dopo l’intervista, Acta ha pubblicato un punto della situazione aggiornato circa i 300 emendamenti presentati allo Statuto dei Lavoratori Autonomi, sottolineando come in mezzo alle citate proposte corporative vi siano anche “piacevoli sorprese” quali un contrasto al calo dei compensi e ulteriori tutele in caso di forte riduzione del reddito. Forse misure non facilmente attuabili da subito, ma uno spiraglio aperto…: eppur si muove?

Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

In italiano la parola “magone” significa “ventriglio di pollo”. È un lascito longobardo, viene dal tedesco “Magen” che, guardacaso, vuol dire “stomaco”. A Modena, invece, il magone è soprattutto una specie di spleen. È un nodo alla gola che diventa – appunto – peso sullo stomaco, provocato da disparati agenti esterni, fortemente soggettivi, spesso associati alla nostalgia. Non che Treccani sottovaluti questo significato: accanto ai ventrigli sfoggia infatti la seconda definizione di “accoramento, dispiacere”, una versione edulcorata che però non rende a pieno l’idea.

Tutti i modenesi hanno sperimentato il magone. A me, per esempio, fanno venire il magone quei posti che sono cresciuti con me e adesso non ci sono più.

Negli accaldati pomeriggi estivi dei 16 anni, passati a lasciar correre le ore sulle panchine di Sant’Agnese, a un certo punto veniva voglia di un gelato. Ed era molto gustoso dire a quel punto “Andiamo da Mattioli”. La frase scorreva, aveva un suo ritmo, scivolava su piccole allitterazioni. Ma Mattioli non è più Mattioli, pur essendo rimasta una gelateria. È Slurp, e “Andiamo da Slurp” risulta ostico, mi fa incespicare sull’ultima lettera perché mi viene in mente lo Slurm di Futurama. (Fra l’altro, programma cult di quegli stessi pomeriggi prima che venisse l’ora di andare a Santa e poi da Mattioli.)

Più avanti c’era Blockbuster, miniera di film in prestito e lenta morte degli stoici videonoleggi del centro. Nella fase dei 15 era la tappa obbligata del tardo pomeriggio, quella che avrebbe decretato il mood della serata. Non ho idea di cosa ci sia adesso, ma so che posso ricreare nella testa l’intera topografia del negozio, con quella bella parata di copertine horror sulla destra e una distesa di moquette a ovattare i passi.

Prima di entrare in centro, in Largo Garibaldi c’era il Pellini. Bar più che anonimo, con l’unico tocco chic riassunto in un angolo di soffitto dipinto a trompe l’oeil, nell’era dei 17 era stato eletto come bar dei pomeriggi d’autunno. Chissà poi perché. Grossi cappuccini con cioccolato e panna passavano sui tavoli, mentre MTV mandava a ripetizione i video del momento: “Per me è importante” dei Tiromancino, dove ci sono gli omini dei segnali stradali che prendono vita, e “Feel” di Robbie Williams, dove c’è lui a cavallo da qualche parte, in bianco e nero. E sulle tazze dei cappuccini c’era scritto da una parte “Dreams” e dall’altra “Conflicts”, in un maiuscolo bianco su sfondo pastello, ed era un riassunto perfetto di tutto.

Sui viali c’erano i chioschi dei viali. Il Lido Park era la scelta pop, siamo d’accordo, ma vogliamo mettere il coordinato bianco e rosso che gli dava quell’aria da gigantesco lecca-lecca vintage? Cosa mi significa El Paseo, la cui grafica tonda e verde fa a botte coi lampioncini bianchi fin de siècle? (Certo, sempre meglio del pendant coi pilastri transennati in cemento armato, questo è poco ma sicuro.)

Per sfangare la serata, la scelta ricadeva spesso sulla Vecchia Scarpa, chiusa qualche anno fa tra manifestazioni unanimi di cordoglio. Andare alla Vecchia Scarpa era un’esperienza a sé, significava mettersi in uno stato d’animo ben preciso. Per esempio, accettare di buon grado che le mani si attaccassero alla superficie appiccicosa dei tavoli in legno. Subire la zaffata di affumicato che ti rivestiva come un guanto appena varcata la soglia. Avere a disposizione una serie infinita di birre (ma poi andava a finire che sceglieva il Vecchio della Vecchia – in canotta e braghette bianche d’ordinanza – così in certi periodi ti beccavi solo la Lasko). Non chiedere mai (mai!) di abbassare la musica, perché “La musica va e viene”, e poi del resto era bella musica. Non chiedere mai (mai e poi mai!) la selezione di infusi, pena l’ira funesta: la scelta doveva avvenire a scatola chiusa fidandosi delle sibilline 3 F, “Fiori, Foglie o Frutti”. E ancora, ordinare in estate la brocca di sangria con la selezione di polentine e pop corn fiappi, in inverno il vino novello con le castagne di San Martino, e la sera della Vigilia un cocktail anni ’70, in barba alla Messa di mezzanotte. Infine, andare a fare la pipì e accettare il fatto che sul soffitto sopra di te pendessero due chiappe modellate in cartapesta come una spada di Damocle. Un minuto di silenzio per la Vecchia, soppiantata da un moderno “Bar à Vin” di prossima apertura.

A un certo punto, per molti di noi il sabato pomeriggio ha significato La Tenda in Piazza Matteotti. A partire dalle ore 16:00, schitarrate e colpi di batteria prendevano a pulsare dentro al grande tendone da circo. Si stava bene seduti a terra ad ascoltare “rock alternativo” un po’ stonato, eppure live – dal vivo, e vivo – suonato dalle band under 18 che vivevano il loro quarto d’ora di celebrità. Fuori, intanto, c’era chi imparava a fare il giocoliere con tre palline plasticose e piene di sabbia.

Sul vestiario, due tappe fondamentali si sono vaporizzate nel nulla. Gli alternativi che sognavano la Montagnola di Bologna andavano a comprare le borchie da Marengo in Piazza Mazzini, che aveva i bracciali in pelle con gli spunzoni, le collane con le sfere argentate (come Dexter Holland degli Offspring) e una certa varietà di piercing e toppe e articoli di giornale su Renato Zero appesi al muro. Poi, seguiva la tappa da Seta Cotta, in Corso Canalchiaro, il cui proprietario sembrava un Apache e vendeva roba figa che sapeva un po’ di scalmito, regno di jeans vintage, felpone dai colori sgargianti, magliette demodé e camicioni hippie.

Piccola concessione al tempo delle scuole medie, per fare un salto ancora più indietro nei secoli verso la fine dei grandiosi anni ’90: il negozio della Onyx poco prima di Largo Sant’Agostino. C’è stato un tempo terribile in cui andavano di moda accessori allucinanti come le zeppe, le borsone a tracolla, le magliette attillate con le maniche scure e un personaggio un po’ gangsta disegnato sul davanti, i pantaloni di acetato… Dalla Onyx c’era senz’altro la risposta a tutti i possibili desideri tamarri e a tutti i regali con budget ristretto.

Infine, che riposino in pace i negozi i musica in successione cadenzata sulla Via Emilia. Freetime, da dove provengono le mie prime cassette. Ricordi Media Store, che aveva una marcia in più: le colonnine con le cuffie per ascoltare i dischi in uscita. (Anche qui potrei ritrovare la sezione hard rock a occhi chiusi, facendo lo slalom fra i profumi e i rossetti di Sephora). E poi Fangareggi, l’ultimo pilastro a crollare sotto l’incedere dei negozi di telefonia mobile, prezioso rivenditore di biglietti per concerti e magliette di gruppi. Qui, il mio primo acquisto dopo il pensionamento della lira: “Elettrodomestico” dei Punkreas per la modica cifra di 7,50 euro.

Il tempo passa, Modena cambia, ma il magone resta. Lunga vita ai ventrigli di pollo, lunga vita al magone!

Remida band, fra le ombre della musica e la “Luce delle stelle”.

I Remida sono fra le band modenesi emergenti che più di tutte hanno calcato i palchi italiani. Della prima formazione restano oggi solo Davide Ognibene (voce, chitarra, testi) e Alessandro Bosi (batteria), entrambi modenesi. Il progetto nasce fra i banchi di scuola con la volontà di comporre fin da subito pezzi propri, e nel 2008 arriva il primo album, “Sentimenti Fragili”, registrato nello studio storico di Ligabue. “Eravamo alla classica soglia dei 22, 23 anni, – racconta Davide – dove chi vuole fare il musicista di professione va avanti, mentre chi ha giocato si ferma”.

Dopo l’esordio in studio, la line up cambia e metà formazione prende altre strade. A Davide e ad Alessandro si aggiungono dalla Bassa modenese Mattia La Maida al basso, Giulio Saltini alle tastiere, ed Elia Garutti alla chitarra, delineando così il sound Remida: un pop influenzato dall’indie e dall’elettronica, in continua evoluzione. A un lungo tour seguono l’album “Vita” nel 2012 e l’EP “Equilibrio Stabile” nel 2014, poi ristampato nel 2015, che permette ai Remida di entrare nei network radiofonici.

Remida live a Grezzana (VR)

Abbiamo parlato con Davide Ognibene che ci ha raccontato il percorso dei Remida nel settore musicale, nel bene e nel male. Le logiche radiofoniche, i palchi importanti, le insidie del “web generalista”, le richieste del mercato e lo “snobismo da musicisti”. Ma anche la grande passione che muove tutto, quel brivido che si prova a cantare le proprie storie davanti al calore del pubblico. E il nuovo progetto in cantiere, dove Lucio Dalla incontra i Coldplay e i Depeche Mode.

Davide, dalla sala prove ai primi concerti, adesso suonate in giro per l’Italia e siete nelle classifiche: come è successo?
Il primo salto l’abbiamo fatto nel 2008 con il primo disco. Lì si è mosso un ingranaggio, abbiamo imparato la dimensione professionale del lavoro. Per il resto, succede tutto per caso. Da dentro non te ne rendi conto, ma ci metti impegno, a un certo punto capisci che quello che stai facendo è giusto e le cose arrivano, così ti ritrovi in giro a suonare. Non mollando mai, gli obiettivi pian piano si raggiungono e le cose si concretizzano. Poi l’asticella si alza sempre di più, io dico che si diventa sempre più ossessionati. È un labirinto da cui non esci.

Quali sono i tre pezzi dei Remida che meglio rappresentano il vostro percoso?
In primis “Luce delle stelle”, l’ultimo singolo uscito questa estate e apripista del nuovo disco. Ha segnato un cambio nel modo di scrivere, di affrontare la canzone e il sound. Tornando indietro sicuramente c’è “Fotografia”, a cui sono legato perché ci ha permesso di suonare a Radio Bruno Estate in piazza a Carpi davanti a 35.000 persone, di entrare nelle radio e in classifica per mesi. Il terzo è “Tasche”. Sono rimasto molto triste quando è stato deciso di lasciarlo fuori dalla ristampa di “Equilibrio Stabile” per l’etichetta Irma Records. È una ballad non radiofonica, non sfruttabile come singolo, ma è anche il brano dove non mi sono nascosto dietro una storia altrui e non ho avuto paura di descrivermi. Non sempre per un autore è facile parlare di sé ed è bello pensare che quando suoni un brano ti faccia venire la pelle d’oca: non è così scontato, si cade nell’abitudine, ma “Tasche” è uno di quelli che, quando lo suono, muove sempre un po’ lo stomaco.

Che novità ci saranno nel nuovo disco?
Le novità sono nel concetto stesso del disco, una specie di anti-social. Non parleremo di quanto è bello il mondo, come fanno molti adesso, ma toccheremo punti che non abbiamo mai toccato prima. L’infelicità che si nasconde dietro un sorriso su Instagram. La fuga di cervelli dall’Italia. Chi vorrebbe permettersi una famiglia, ma non ci riesce per il lavoro. A livello artistico e sonoro i punti di riferimento sono un po’ Lucio Dalla, un po’ Coldplay e un po’ Depeche Mode. Che, messi insieme, uno non ha idea di cosa possa venir fuori, ma noi siamo convinti di ciò che stiamo facendo!

In un’intervista a Bits Rebel hai detto che “lo snobismo da musicisti andrebbe cancellato”. Spiegaci un po’ che cosa intendevi.
Mi riferivo a Pechino Express e al brano che abbiamo fatto per Tina Cipollari e Simone Di Matteo. Quando mi arrivò il testo dal mio co-autore lo lasciai inizialmente da parte, perché lo snobismo da musicisti ti fa pensare che tanto è una cosa legata alla televisione, non di alto livello culturale e quindi chi se ne frega. In realtà questo è l’aspetto più logorante della musica in Italia. Se credi di appartenere a un genere, difficilmente ti apri ad altro oppure vedi ciò che fanno gli altri come qualcosa di sbagliato rispetto al tuo pensiero. Il settore musicale è ottuso e non gli fa bene il calderone derivante negli ultimi tempi dai talent, dal web che butta fuori artisti con la “a” minuscola, probabilmente. Ecco, sto già cadendo anche io nello snobismo, vedi? Ma la linea fra snobismo e realismo è molto sottile. Bisogna dare atto a chi riesce a fare il fenomeno di marketing, a chi è capace di suonare e a chi sa fare entrambi. Lo snobismo è misto a frustrazione, bisogna dirla come va detta: la musica ultimamente è un settore degradato, non ci sono più i nuclei di scena come negli anni ’70 e ’80, e sta diventando una guerra fra poveri. Questo non crea rete, ma forme di invidia.

Remida live

Voi siete stati snobbati?
Con il pezzo di Pechino Express ci siamo ritrovati a perdere locali dove abbiamo sempre fatto il nostro live tranquillamente, perché lo ritenevano una marchetta. Io sono il primo a dirlo, ma ciò non toglie che il pezzo sia stato suonato bene, arrangiato bene, prodotto bene e si sia cercato un tipo di serietà al suo interno. Poi si può non essere d’accordo sul contesto, ma a una certa età bisogna anche capire che un musicista non suona solo per la gloria. Se vuoi catalizzare gli ascolti e guadagnare due soldi è anche giusto così, ma vieni etichettato come “traditore della patria”. Eppure fai il tuo mestiere, come tutti.

Secondo te fino a che punto bisogna assecondare il mercato?
Partiamo dal presupposto che noi abbiamo assecondato molto. Forse è stato un errore, forse no, ma ormai quel che è fatto è fatto. Noi ci siamo sempre chiesti quello che il pubblico volesse da noi, per tutti questi anni, e ora stiamo lavorando per la prima volta in modo diverso. Assecondare troppo il mercato non è del tutto un bene, perché il mercato tende a schiacchiarti e a risucchiarti. Ci sono meccanismi perversi a partire dalle radio, dalla promozione… a starci dentro, la musica non è un ambiente sano e a volte bisogna avere coraggio. Se dovessi fare da produttore a qualcuno gli direi di avere molto più coraggio di quello che ho avuto io, su questo sono sincero.

Prima hai definito il web “un calderone”: i social nascondono solo insidie o in qualche modo riescono anche ad aiutare la musica?
Da un lato il social è ottimo per divulgare informazioni. Dall’altro, i numeri che contano ormai sono solo quelli e credo sia un po’ la disfatta dell’aspetto artistico e musicale. Oggi il popolo generalista – quindi quello del web – incide molto sulle scelte di un artista, mentre non dovrebbe essere così. Tu dovresti proporre qualcosa: se alla gente piace, ti segue, se alla gente non piace, non ti segue, senza farsi continuamente influenzare da quanti like ha una fotografia. Per non parlare dell’apparire… L’altro giorno guardavamo il video di un live di Lucio Battisti, e sul suo modo di fare ci è uscita la frase: “Ti è andata veramente bene!”. E stiamo parlando di Lucio Battisti, uno dei più grandi di sempre, ma chi se lo vede a farsi un selfie? Noi a Modena la storia dei selfie la conosciamo meglio di tutti, ma purtroppo di qualità artistica non c’è nulla, mi dispiace essere così sincero. Come non è musica Rovazzi: credo che lo sappia anche lui e sfido chiunque a smentire la cosa. Il web è questo, è generalista all’inverosimile, non c’è più un filtro, e anche il talent alla fine è un test: se funzioni già, bene, se no addio. Ma la musica non funziona così.

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Per finire, un piccolo confronto fra i palchi modenesi e quelli fuori città che avete calcato?
Modena è molto attiva come live anche se ha una scena molto provinciale, dove si cerca lo show che salva la serata. Non ci sono più punti fortemente aggregativi, come poteva essere la Tenda di una volta dove andavi lì con la tua chitarrina e suonavi. Comunque credo che sia una delle città più avanti in Emilia-Romagna, per quanto riguarda noi a Bologna e a Reggio abbiamo fatto ancora meno. Fuori dalla nostra regione i luoghi dove ci siamo trovati meglio sono stati il Veneto e il Friuli. Per dire, la scena di Milano è bella ma è fredda, sono abbastanza ingessati, mentre lassù probabilmente hanno la potenza delle grappe e ti trattano subito come un amico. C’è un gran divertimento. L’unica rottura è dover tornare a casa, quindi a un certo punto tirare giù il gomito e fermarsi, ma loro continuano a far festa stile Capodanno. Ogni volta che siamo andati è stato così, quindi direi che come accoglienza e calore è il massimo. Non siamo mai stati più giù di Roma, ma ci è stato detto che il Sud abbia un calore umano ancora diverso. Speriamo di provare questa esperienza la prossima estate con un tour che ci dovrebbe portare in Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.

I primi dieci anni del Museo della Figurina

Lo scorso 15 dicembre il Museo della Figurina ha spento le candeline festeggiando i primi dieci anni di attività. Aperto grazie ai materiali donati nel 1992 da Giuseppe Panini, oggi conta 500.000 pezzi, 29 mostre temporanee realizzate dall’apertura – quasi tutte con pubblicazione – e un totale di 140.000 visitatori di cui 12.000 studenti, per una media di 15.000 ingressi l’anno.

La mostra organizzata per il decennale, “I migliori album della nostra vita: storie in figurina di miti, campioni e bidoni dello sport” è aperta già da settembre presso il Mata e visitabile fino al 27 febbraio 2017. Curata da Leo Turrini, è dedicata al tema che più di tutti incarna la figurina nell’immaginario popolare. Eppure, proprio grazie alle attività del museo, abbiamo scoperto che la figurina portata da Panini in tutte le case ha radici molto lontane. Oltre alle figurine propriamente dette, infatti, il museo espone materiali affini per tecnica e funzione, risalenti anche ai secoli scorsi, come calendarietti, bolli chiudilettera, cigarette cards, pubblicità in miniatura di tempi lontani. In pratica, un compendio unico nel suo genere di storia della piccola immagine a colori.

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All’indomani dei festeggiamenti, abbiamo parlato con Paola Basile, curatrice responsabile del Museo della Figurina, di questi primi dieci anni di attività e del futuro del museo, proprio adesso al centro di un progetto di cambiamento piuttosto consistente.

Dieci anni di Museo della Figurina: qual è il bilancio che vi sentite di fare?
Penso che il bilancio sia positivo. Va tenuto in conto un aspetto molto rilevante: il Museo della Figurina è l’unico museo pubblico totalmente dedicato a questo tipo di materiali. Quindi non si è trattato semplicemente di aprire un museo e farlo funzionare, ma di aprire un museo su tipologie di materiali totalmente nuovi nell’ambito della museologia pubblica. Esistono collezioni analoghe, ma non sono esposte: una grossa collezione di “cigarette cards” al British Museum, una piccola sezione al Metropolitan Museum, alcuni fondi a Parigi. Il nostro compito è stato soprattutto quello di fare uscire questi materiali dall’ambito prettamente collezionistico, agendo su un doppio binario. Da una parte, cercare contatto con i centri universitari facendo loro conoscere e valorizzare le nostre collezioni. Dall’altra, tramite mostre su diversi soggetti per coinvolgere più pubblico possibile. Non abbiamo mai voluto fare mostre che parlassero delle figurine in sé, ma parlare di altri temi attraverso le figurine.

figurina02Oggi avete modo di sapere chi sono i visitatori più interessati al museo?
Abbiamo diverse fasce d’età. Dipende molto dalla tipologia di mostra, spesso le persone vengono attratte dal tema che noi affrontiamo, quindi non sempre il pubblico è omogeneo. Ad esempio la mostra sulla fantascienza ha attirato anche molti giovani. Negli ultimi anni riproponiamo la mostra sugli anni ’80 e ’90, ogni volta con dei focus differenti, e continua ad attrarre. Anche quella attira tanti giovani, e devo dire anche persone di diverse generazioni: vengono i più piccoli, gli adolescenti, quelli che adesso hanno 30 anni, i nonni che guardavano i cartoni animati coi loro nipoti… ha attirato abbastanza la tipologia “famiglia”. Queste due mostre, assieme a “L’amore è una cosa meravigliosa”, sono quelle che hanno avuto più successo.

figurina04A livello universitario, invece, con chi avete collaborato?
Abbiamo collaborato diverse volte con Roberto Farné, di Scienze dell’Educazione, che ha curato per noi una mostra all’inizio in occasione del Festival della Filosofia sul Sapere. In occasione di Expo abbiamo collaborato con Alberto Capatti, ex Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche. Con la mostra “Figurine di gusto ha estremamente valorizzato i nostri materiali dal punto di vista della storia dei prodotti alimentari industriali che venivano pubblicizzati attraverso le figurine.

Cosa riserva il futuro per il Museo della Figurina?
Al momento è in corso un progetto per la trasformazione del museo in fondazione. Sarà costituito questo Polo dell’Immagine insieme a Galleria Civica e Fondazione Fotografia, e dovrà essere trasferito al Sant’Agostino. Sono in corso adesso le selezioni per il nuovo direttore, che sarà direttore della fondazione. Quello che possiamo dire è che il progetto va nella direzione di un ampliamento, un allargamento, nella nuova sede. Quali saranno gli orientamenti, dipenderà dal direttore. Speriamo che andranno nella direzione della valorizzazione e dell’integrazione con le nuove tecnologie.