Questa volta a partire per l’America sono 2.175 kg di cultura

Forse non tutti sanno che sparsa in giro per il mondo esiste una rete di scuole italiane, istituti statali o paritari che vanno dalla scuola d’infanzia alla secondaria di secondo grado, che insegnano la nostra lingua e cultura soprattutto a figli di emigranti o a quelli di connazionali impegnati per lavoro all’estero. Le paritarie, cioè scuole non statali abilitate però al rilascio di titoli pienamente riconosciuti, sono esattamente 43, la maggior parte delle quali è costituita da istituti onnicomprensivi presenti in Europa, Africa subsahariana, area mediterranea e Medio Oriente, Americhe. Due di queste – il Colegio ‘Agustìn Codazzi e il ‘Bolìvar y Garibaldi’ – si trovano a Caracas, capitale del Venezuela.

Panoramica di Caracas
Panoramica di Caracas

Nel giugno scorso, un gruppo di docenti nominati dal Ministero degli Affari Esteri sono volati a Caracas in qualità di commissari d’esame di maturità presso il Codazzi. Di questa commissione ha fatto parte il prof. Fabio Bertarelli, docente di informatica dell’ITC Barozzi di Modena. «Era l’ultima sera di permanenza in Venezuela – racconta – e, durante una cena informale, i colleghi della scuola di Caracas ci hanno raccontato quanto per loro sia difficile reperire i libri di testo per sé e per gli studenti. Insegnano usando supporti antichi di vent’anni. Pensando a quanti libri i nostri ragazzi ogni anno divorano e poi rivendono per acquistarne di nuovi oppure vengono lasciati sugli scaffali delle librerie, ho proposto di attivarci insieme: noi modenesi avremmo raccolto i libri mentre loro avrebbero organizzato il trasporto navale dall’Italia al Venezuela. Così abbiamo fatto. E la risposta dei modenesi ha superato ogni aspettativa e obiettivo. Abbiamo raccolto una quantità tale di testi da soddisfare l’esigenza di scuola elementare, media e liceo scientifico delle scienze applicate».

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Il professor Bertarelli

In poche settimane, durante le afose giornate di luglio, sono stati portati all’istituto Barozzi oltre 5.500 testi scolastici per un totale 2.175 kg di “cultura aggiornata” destinata agli alunni del “Codazzi”. Così l’abitudine ormai consolidata del riuso dei testi scolastici ha sposato un progetto nato oltreoceano da un’esperienza di routine.

Il primo carico di libri, 440 testi scolastici, arriverà a destinazione a fine settembre e un collegamento via Skype tra gli studenti del Barozzi e del Codazzi farà da ponte virtuale.

Natale al Colegio "Agustin Codazzi".
Natale al Colegio “Agustin Codazzi”

La mobilitazione di Bertarelli trova il suo perché nel quadro socio-economico decisamente delicato del Venezuela. Dal punto di vista economico, il paese sudamericano – la cui principale risorsa è il petrolio – vive una pesantissima fase di recessione dovuta al crollo mondiale del prezzo dell’oro nero. Una crisi aggravata da un’inflazione galoppante che ha ridotto enormemente il potere d’acquisto della popolazione. Inoltre in Venezuela, a causa delle enormi diseguaglianze sociali, la violenza è all’ordine del giorno. Vanta il triste primato di essere il secondo paese al mondo, dopo l’Honduras, con la più alta percentuale di omicidi rispetto alla popolazione. Insomma, una situazione esplosiva che impedisce un clima sociale sereno. Di qui, l’iniziativa di solidarietà partita da Modena.

«I ragazzi del Codazzi – continua Bertarelli – studiano su testi vecchi e, fino ad ora, l’adeguamento e il completamento dei programmi disciplinari si è avuto solo grazie al forte impegno dei professori di Caracas attraverso l’uso di materiale autoprodotto. Credo si debba garantire un degno livello di istruzione agli studenti d’oltreoceano».

Sessantaquattresima cerimonia di consegna diplomi maturità 2014 al Colegio "Agustin Codazzi"
Sessantaquattresima cerimonia di consegna dei diplomi di maturità nel 2014 al Colegio “Agustin Codazzi”

In questa esperienza è stato fondamentale l’aiuto dell’Istituto italiano di cultura di Caracas nella figura dell prof.ssa Erica Berra e della referente del Codazzi prof.ssa Margarita Tullio che hanno subito sposato e accompagnato il progetto in tutte le sue fasi. Ha collaborato Coop Estense che ha fornito i bancali, i cartoni e tutto il materiale utile per l’imballaggio mentre la pesatura dei pallet è stata fatta grazie all’aiuto della officina Masetti di San Damaso con una macchina che ha permesso di pesare i bancali senza spostarli dall’Istituto Barozzi dove erano dislocati.

«Stiamo tenendo i contatti che ci auguriamo possano portare una sinergia tra Modena e Caracas, dandoci una mano per garantire il diritto allo studio a tutti e tenere viva l’istruzione attraverso i libri» conclude Fabio Bertarelli con un gran sorriso sulle labbra.

Se questo è amore

Da un capo del telefono un uomo, dall’altro un centro di ascolto. Sono casi in cui fare una telefonata è fare un passo determinante, a volte molto atteso: è cominciare a rispettare la donna. Nel libro “Non succederà mai più” (Infinito Edizioni – 2015) Rossella Diaz ha raccolto le testimonianze delle vittime di violenza tra le mura domestiche e fa parlare i fautori degli abusi: uomini che hanno deciso di rivolgersi a un centro di ascolto ammettendo di avere bisogno di aiuto, hanno riconosciuto il problema e in comune hanno l’intenzione di elaborarlo. Qualcuno fa il meccanico, qualcun altro l’assicuratore, chi è studente, chi pensionato: l’abuso verso le donne, quello che troppe volte porta al femminicidio, non ha età né mestiere. È un fenomeno culturale che anche il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 15 ottobre 2013, n. 242 vuole contrastare con l’obiettivo di prevenirlo e proteggere le vittime. La giornalista modenese Rossella Diaz, al suo secondo libro (ha pubblicato sullo stesso tema “I labirinti del male”, con Luciano Garofano già capo dei RIS di Parma), per condurre questa indagine sul campo ha incontrato anche 11 parlamentari di tutti gli schieramenti politici per capire come funziona.

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Rossella, lei ha ascoltato i vissuti di uomini e di donne del Nord e del Sud Italia. Ci può fare un ritratto dei fautori degli abusi?
«Abbattendo facili ipocrisie, oggi come oggi, sta emergendo un concetto importante in merito ai fautori delle violenze contro le donne. Non ci riferiamo a stranieri, pazzi o persone poco colte, ma uomini normali, padri affettuosi, amici fedeli, colleghi affidabi­li. Persone perbene. Il fenomeno della violenza sulle donne in Italia, riguarda tutte le classi sociali: imprenditori, studenti, operai, impiegati e l’80 per cento degli autori di tali abusi, sono italiani. Insospettabili. Sparsi per il territorio nazionale abbiamo diverse associazioni che aiutano gli uomini in questo difficile percorso di elaborazione della violenza. Questi importanti centri di ascolto e recupero, cercano di smantellare l’idea, sempre più radicata, che amore e violenza possano andare in parallelo, aiutando gli uomini a prendere coscienza e responsabilità delle proprie azioni, sostenendoli nel cammino che li riporte­rà a vivere serenamente. Il punto di par­tenza è la presa di coscienza della situazione: focalizzare d’avere un problema a rapportarsi con l’altro sesso e so­prattutto con le persone che si amano».

Quali sono i segni di abuso verso una donna che possono portare a una violenza?
«La violenza sulle donne è caratterizzata da alcuni meccanismi che si susseguono e ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave. I primi segnali da non sottovalutare sono violenza verbale, atteggiamenti che sminuiscono la persona, violenza psicologica, economica, sessuale. Questi atteggiamenti degenerano in spintoni, schiaffi, pugni. Alcune donne riescono a uscire da questo tunnel di esasperazione e atrocità, altre purtroppo no. La violenza domestica va declinata nei suoi vari aspet­ti, poiché spesso chi la subisce fa fatica a riconoscerla. Quando si ripete nel tempo, assume connotazioni di mal­trattamento. In questa parola sono racchiuse la violenza psicologica, sotto forma di minacce, ricatti, denigrazioni, svalutazioni; la violenza fisica, che si esprime con botte, ferite, omicidio; la violenza economica, rappresentata dalla privazione di fondi e di risorse; la violenza sessuale, dalle molestie al tentato stupro, fino allo stupro».

fmc3Che cosa sono le case rifugio e chi ha incontrato in questi luoghi?
«La Casa Rifugio è un luogo ad indirizzo segreto, costruita per offrire alle donne un luogo sicuro in cui sottrarsi alla violenza del partner, e provare a ricostruire serenamente la propria vita. Presso queste strutture, da nord a sud Italia, ho incontrato donne e ragazze meravigliose. Si sono aperte con naturalezza e semplicità, hanno scambiato le loro impressioni, hanno condiviso attimi della loro trauma­tica esperienza, si sono confrontate sulla violenza do­mestica all’interno della coppia e della famiglia, grazie all’aiuto di professionisti psicoterapeuti o facilitatori-moderatori degli incontri. I gruppi di aiuto sono un importante strumento in ag­giunta ai percorsi di accoglienza individuale per l’ela­borazione e l’uscita dalle situazioni di violenza. Questi spazi sicuri rappresentano concretamente una possibili­tà di varco nel silenzio. Sono luoghi in cui le donne in­contrano pensieri e parole ascoltandosi senza giudicarsi, sostenendosi nel percorso di rilettura della propria sto­ria. Un’occasione di riscoperta di energie insospettabili, progetti, cambiamenti, trasformazioni».

Lei nella sua inchiesta ha incontrato parlamentari, associazioni e professionisti che lavorano a stretto contatto con le vittime. Tutti questi soggetti hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con la Legge sul femminicidio, n 119. Che idea si è fatta a riguardo?
«Il fenomeno della violenza sulle donne va affrontato in maniera strutturale, non emergenziale. Esaminando le misure adottate dalla Legge, s’avverte la volontà di una decisa e ferma intenzione di invertire la rotta, rispetto a come è stato vissuto l’approc­cio culturale verso la violenza sulle donne sino a oggi. Si rileva tuttavia una grave mancanza in tema di educazio­ne di genere, formazione e sensibilizzazione al problema. Incentrando gli interventi esclusivamente sulla repressione, senza un importante lavoro di prevenzione, i risultati saranno risibili. L’innal­zamento delle pene non rappresenta un deterrente suffi­ciente per gli uomini violenti. Lo è la certezza della pena e la formazione professionale degli operatori giudiziari. È indispensabile e fondamentale la formazione di profes­sionisti per valutare e riconoscere le situazioni a rischio e sviluppare un’adeguata sinergia e reti di collegamento efficaci tra operatori sanitari, forze dell’ordine, procure, centri d’ascolto. Senza un coordinamento adeguato fra tutti gli attori coinvolti non si faranno passi in avanti. I centri antiviolenza, associazioni e volontari che prestano servizio nei luoghi d’ascolto ogni gior­no, lontano dai riflettori, svolgono un lavoro straordi­nario, facendo troppe volte le veci dello Stato. Si trovano a dover operare spesso in condizioni d’im­potenza, senza finanziamenti, facendo i conti con tagli economici sempre più sostanziosi. Nel corso della mia inchiesta sulla violenza di genere ho incontrato alcune Parlamentari di tutti gli schieramenti politici , alla luce delle ac­cuse rivolte al mondo politico da molti volontari attivi a stretto contatto con la disperata quotidianità di chi ha visto distrutta la propria esistenza, secondo cui lo Stato continua a essere ingiustificabilmente assente. Inoltre, ho intervistato alcuni specialisti impegnati in prima linea sul tema della violenza, da un comandante di un corpo di polizia municipale a uno psicoterapeuta, un giudice, un assistente sociale….il loro contributo è fondamentale. È però importante che tutta la società civile si impegni e faccia la propria parte, per contrastare un problema grave, di interesse collettivo».

fmc2In “Non succederà mai più” Rossella Diaz ha esaminato anche il ruolo dell’informazione che tende alla spettacolarizzare e banalizzare vicende drammatiche, riducendole a vuoti “docu-reality”. Che cosa è emerso?
«La violenza di genere deve essere assunta come tema di rilievo istituzionale, mediatico e civile. Il concetto del “giusto linguaggio” da utilizzare, per riportare i fatti e descrivere le vicende che trattano il femminicidio, è di fondamentale importanza se si vuo­le creare una forte consapevolezza collettiva. Non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale una cor­retta sensibilità nell’affrontare un argomento tanto de­licato. I media purtroppo, con leggerezza e superficiali­tà, nel racconto del dramma si riducono a semplificare e a vittimizzare. Mancano codici seri di autoregolamentazione sul corretto gergo da utilizzare. Siamo soliti leggere: “Lui innamoratissimo ha un raptus di gelosia”; “Fidanzatino fa un gesto di follia, la uccide a pugnalate e le dà fuoco”; “Passione impazzita di un uomo tranquillo, ma geloso”… queste alcune delle frasi shock predilette dai media. Questo tipo di giornalismo manca di rispetto e distorce la realtà da quella che invece si deve descrivere come ingiustificabile brutalità, commessa da un soggetto che ha straziato un altro essere umano. Parole come gelo­sia, follia, raptus, sono tanto vaghe quanto inadeguate, come se si volesse giustificare il gesto dell’assassino con la troppa passione o la malattia mentale, volendo oscu­rare invece le cause socio-culturali della violenza. Si deve chiarire che non è corretto definire “fidanzatino” chi toglie la vita barbaramente alla sua ragazza sedicen­ne e poi le dà fuoco senza pietà. Le parole utilizzate sono importanti e allo stesso tempo dannose. Un’informazione che voglia ritenersi seria, rispettosa e coerente deve chiarire che il possesso, il controllo e il dominio non sono amore.

Che ruolo ha l’informazione in questo tema delicatissimo del femminicidio?
«Il femminicidio è l’ultimo atto compiuto dopo numerosi maltrattamenti e azioni violente. L’informazione ha un ruolo fondamentale ed è essen­ziale che i media trattino la violenza contro le donne in modo responsabile, come sostiene la Convenzio­ne No More, ovvero “promuovendo e diffondendo una cultura più consapevole riguardo le questioni di genere, rispettando l’argomento e utilizzando un linguaggio ade­guato e immagini idonee, che non trasformino la vittima in complice della sua stessa morte o violenza, perché così si ridimensiona agli occhi dell’opinione pubblica la gravità del reato, con il rischio di ridimensionare la gravità”».

Immagine di copertina, photo credit: Single Teared Emotion via photopin (license).

Il posto delle macchine nel mondo dell’uomo

«Abbiamo nuove metodologie di produzione e l’automazione sta diventando sempre più intelligente: se attuata nella maniera giusta, può creare un vero e proprio lavoro di squadra tra lavoro e macchina. Stiamo vivendo un periodo “emozionante”». Sono le parole di Don Norman, studioso americano guru dell’antropologia moderna intervenuto di recente a Fiorano Modenese in un seminario organizzato dal CRIT di Vignola, società che supporta le imprese nei processi d’innovazione. Norman ha parlato dell’interazione uomo-macchina nell’era della produzione digitale (digital manufacturing), catturando l’attenzione di una platea di manager d’importanti aziende del territorio modenese (Ferrari, CNH, Tetra Pak e molte altre).

Autore di best seller che incrociano psicologia, usabilità e design, tra cui “La caffetteria del masochista” e Le cose che ci fanno intelligenti. Il posto della tecnologia nel mondo dell’uomo, Norman ha offerto tantissimi spunti di riflessione.

2015 06 16_Foto Don Norman_seminario organizzato dal CRIT4

Qual è il potere dell’automazione? «Stiamo imparando sempre più a costruire macchine che si controllano da sole» ha spiegato Norman. «Negli stabilimenti abbiamo macchine che sono sempre più automatiche: si muovono da sole e movimentano la merce senza un operatore che debba controllarle. Automazione e guida sono aspetti che hanno il primo posto nello stabilimento. L’automazione toglie posti di lavoro e sta cominciando a portare via anche il lavoro anche a designer, avvocati, commercialisti».

Qual è il modo giusto per fare automazione? «Prendiamo una calcolatrice: non porta via il mio lavoro ma lo semplifica. Formulo il problema e poi con la calcolatrice posso fare dei calcoli complessi che prima non ero in grado di fare. Questo è quello che chiamo “il lavoro di squadra tra uomo e macchina”: il mio lavoro non è stato tolto, ma migliorato».

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Tante le domande dalla platea. E anche sulla Quarta Rivoluzione Industriale Don Norman ha detto la sua. «Penso che la rivoluzione industriale di oggi sia la personalizzazione del prodotto per ogni singolo consumatore. Nella ceramica, di cui Sassuolo è un centro d’eccellenza, vengono fatte cose straordinarie. Si disegnano piastrelle come si vuole: con l’immagine dei propri figli o dei propri animali, con cui si arreda poi il salotto o la cucina. Così è anche nel tessile e in moltissimi altri settori».

A portare Norman nel modenese è stato il CRIT, società privata specializzata nella ricerca e analisi di informazioni tecnico-scientifiche e in attività di sviluppo di progetti di ricerca. «Progettare e sviluppare interfacce uomo-macchina secondo i nuovi criteri di usabilità è fondamentale per l’industria del futuro, soprattutto nell’ambito del Digital e Intelligent Manufacturing per le grandi potenzialità che le nuove tecnologie offrono per la gestione delle macchine stesse e per la necessità di rendere la produzione più flessibile e ancor più affidabile» sostiene Federico Corradini, Presidente di CRIT.

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«È necessario però – continua Corradini – approcciarne la progettazione in maniera differente avendo una chiara visione delle funzionalità da garantire, ma, tenendo conto dei comportamenti degli utenti/operatori, è indispensabile assicurare la “comprensibilità” dell’interfaccia per permettere anche la gestione di attività complesse e non solo l’ apparente “semplicità” dei comandi. In sintesi, le interfacce devono essere progettate per l’impiego a cui sono destinate, mantenendo al centro il ruolo dell’uomo».

Quando l’azienda fa formazione e cultura

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia.
Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto?”

Adriano Olivetti

Avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro si può. A dirlo con potere persuasivo è la Federazione Maestri del Lavoro d’ItaliaConsolato provinciale di Modena che ieri mattina ha portato alla System di Fiorano Modenese – azienda leader internazionale nel campo della decorazione e delle automazioni per ceramica – 30 studenti delle classi terze dell’istituto Ferrari di Maranello, indirizzo professionale e tecnico, per una full immersion sul tema sicurezza sul luogo del lavoro«Noi vogliamo avvicinare i ragazzi alle realtà lavorative, due mondi che oggi hanno molta difficoltà ad incontrarsi. E noi ci mettiamo in mezzo per favorirne l’avvicinamento» spiega Sandro Malagoli, componente della Federazione Maestri del Lavoro di Modena. «Organizziamo incontri con gli studenti per portare a scuola la cultura, l’etica, i valori. Siamo un’associazione di persone che hanno già lavorato parecchi anni e vogliamo essere un trait d’union tra le scuole e il mondo del lavoro. Andiamo negli istituti, gratuitamente, con l’intento di sensibilizzare i ragazzi verso quei valori che noi e soprattutto la società ritiene importante nel percorso scolastico, nel lavoro e anche nella vita: la responsabilità, la motivazione, la voglia di fare».

prova massaggio cardiaco istituto Ferrari presso System_1

Che cos’è un infortunio? Come si spegne un principio d’incendio? Qual è la differenza tra rischio e pericolo? Si possono limitare i rischi sul luogo del lavoro? Che cos’è una squadra di soccorso? Sono state queste le domande affrontate nella prima parte della mattinata trascorsa alla System, prima di passare alle “Safety Activity”Divisi in due squadre, hanno affrontato vere esercitazioni guidati dal personale System addestrato per il soccorso. Hanno spento incendi (simulati, naturalmente), hanno capito l’importanza del saper fare tempestivamente un massaggio cardiaco o la disostruzione delle vie aeree a un collega.

System ha una forte vocazione sia nella formazione interna dei propri dipendenti e sia nell’appoggiare progetti come questo che coinvolgono studenti delle scuole di secondo grado. Franco Stefani, presidente System, commenta così l’esperienza offerta ai ragazzi: «Gli studenti devono venire a vedere che cosa facciamo in azienda. Esistono intorno a noi tante realtà che possono essere visitate alla pari di System. Nell’aprire le nostre porte vogliamo concorrere all’insegnamento e aiutare gli allievi ad affermare la propria identità offrendogli degli strumenti. In fondo, sono loro le nostre risorse del futuro: ne siamo consapevoli, per questo vogliamo aiutarli a costruire il loro universo intellettuale e mettiamo volentieri a disposizione i nostri spazi per esperienze di crescita come quella organizzata dai Maestri del Lavoro di Modena». 

visita in System_reparto costruzione macchinari

Il programma sarà ripetuto il venerdì 27 marzo con altri ragazzi dello stesso istituto. In soli tre mesi, da gennaio a marzo di quest’anno, i Maestri del Lavoro di Modena hanno coinvolto 1.200 studenti ed entro maggio saliranno a quota 2.150, ne hanno portati 400 in visita in 8 aziende: B.Braun, Caprari, CNH, EmmeGI, Rossi, Menu, Saima Avandero, e appunto alla System. Tutte realtà multinazionali con export intorno al 70-80% «infatti chiediamo loro di fare anche presentazioni in inglese quando possibile» aggiunge Sauro Malagoli. In 7 anni di attività, l’associazione ha incontrato circa 10.000 studenti, 438 classi di 33 istituti di Modena e provincia.

Solo in un percorso di crescita così concepito i costi spesi dalle aziende per la formazione, l’addestramento, gli aggiornamenti, i sistemi di sicurezza potranno essere vissuti, in età lavorativa, come un investimento che porta un “ritorno”. Nervo ancora scoperto per tante aziende italiane.

prova antincendio istituto Ferrari presso System_1

All’interno del progetto, un concorso sul tema della sicurezza nelle aziende. Classi e studenti vincitori saranno premiati in maggio con una somma in denaro (250/300/400 euro) che sarà convertita in uno strumento utile per la scuola e resterà di proprietà dell’istituto.«Vogliamo insegnargli il valore legato al lavorare in gruppo, li vogliamo abituare a lavorare insieme perché niente si fa da soli. Oggi lavorano per la scuola e il premio rimane alla scuola. Domani lavoreranno per un’azienda e porteranno valore aggiunto ad essa» conclude così, convinto, Sauro Malagoli.

L’alluvione fa 32.760 (euro)

Il 20 gennaio 2014 il disastro causato dall’esondazione del fiume Secchia nella Bassa modenese era sotto gli occhi di tutti, la necessità pure: rialzarsi immediatamente. Sono passati 14 mesi e oggi il teatro comunale di Bomporto è stato il palcoscenico della festa-celebrazione di consegna dei risultati del progetto “Terre Forti”. Sono 32.760 euro e saranno frazionati in parti uguali tra i 52 commercianti di Bastiglia e Bomporto che stanno ancora facendo i conti con quell’acqua. Trentamila volte grazie a chi ha sostenuto economicamente il progetto “Terre Forti” e trentamila volte grazie al Gruppo Culturale Porte Vinciane che lo ha ideato, un gruppo di una decina di persone che ha scelto di aggregarsi poche ore dopo l’accaduto mossi da una motivazione comune: ricostruire il più rapidamente possibile ciò che l’acqua aveva distrutto e portato via.

TERRE_FORTI_COPERTINA_foto©StefanoPuviani

La cifra è “pulita” e le “Porticine” (così si chiamano amichevolmente tra di loro) l’hanno raggiunta grazie a una palpabile tenacia. Il progetto è nato dall’iniziativa diretta del gruppo e soprattutto se lo sono autogestito partendo dalle proprie idee, condividendo competenze professionali e abilità organizzative. Comprende il DVD “Forza!” (prodotto da Indaco Film & More) e il foto-libro “Terre Forti”, con gli scatti di 19 fotografi e le parole di numerosi “alluvionati” che hanno scritto i propri pensieri, le sensazioni di quei momenti, le paure e le speranze verso il futuro (per info clicca qui). Alcuni di queste fotografie fanno parte della mostra fotografica “Questo No! Volti, Affetti, Oggetti”. Decisivo il supporto e la collaborazione degli sponsor, il sostegno di due associazioni che hanno fatto una donazione spontanea.

Giuliano_Rinaldi_Bomporto_foto©STEFANO PUVIANI

Per raggiungere l’obiettivo, il Gruppo Porte Vinciane ha preso parte a 20 manifestazioni tra cui sagre e altri eventi organizzati ad hoc come la festa con i commercianti dell’8 giugno scorso a Bomporto, la mostra fotografica “Questo No! Volti, Affetti, Oggetti” all’Accademia Militare di Modena che in giugno ha fatto il pieno di presenze, e oggi la festa celebrativa al teatro comunale di Bomporto per il report davanti ad autorità e concittadini.

«In questo anno in cui abbiamo realizzato e promosso il libro fotografico Terre Forti e il docufilm “Forza!” ci siamo resi conto che anche il primo obiettivo di documentare ciò che hanno subìto i nostri paesi era stato raggiunto, condiviso e apprezzato» racconta Nicoletta Scoppettuolo, una delle 11 componenti del Gruppo.

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«Chiudiamo il cerchio con un bilancio positivo che devolviamo ai 52 esercizi commerciali di Bastiglia, Bomporto, Gorghetto e Villavara» è questo il desiderio di Manuela Cavallari, delle Porte Vinciane. «Le aziende e i singoli che hanno gratuitamente fornito le loro competenze, gli sponsor, le persone che hanno contribuito alla realizzazione dei progetti e chiunque voglia celebrare questo traguardo, che non è solo materiale, perché questa esperienza ci ha insegnato che nelle difficoltà possiamo tirare fuori una grande forza».

In copertina: uno scatto di Antonio Tomeo tratto dal libro fotografico Terre Forti

Sotto: due scatti di Stefano Puviani e il Gruppo Culturale Porte Vinciane il 15 marzo al momento della consegna dell’assegno ai commercianti di Bastiglia e Bomporto.

Palmiro, l’omino che insegna a cambiare le regole del gioco

Tattiche di sopravvivenza in azienda e addirittura (s)management delle risorse umane: ma non sarà un po’ esagerato? «Per niente!». A rispondere è Arduino Mancini, consulente aziendale e coach specializzato in formazione e gestione del cambiamento, che di recente ha presentato a Sassuolo il libro “Palmiro e lo (s)management delle risorse umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale”. Il protagonista è… Palmiro. Attraverso brevi ed efficaci capitoli, a cui si aggiungono le vignette disegnate dallo stesso autore, parla dei problemi reali legati alla vita in azienda, alla libera professione, al ruolo della risorse umane, e aiuta a tracciare una personale road map di definizione della propria identità professionale. Come farsi aumentare lo stipendio? Come valuti la qualità del tuo lavoro? Ha senso investire nella formazione? Quanto vale l’ignoranza? Come si scrive una lettera di dimissioni? Come si costruisce l’anti-curriculum?

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Nel polo dell’industria ceramica «la gestione delle persone non è troppo diversa da quella che incontriamo in altri distretti» spiega il coach Mancini il cui operato è tendenzialmente richiesto in aziende di medie dimensioni. «A Sassuolo ho trovato spesso persone che potevano essere valorizzate meglio e una predisposizione alla creatività non completamente sfruttata, come il design ceramico» spiega Mancini.

Arduino Mancini, lei cosa intende per “tattiche di sopravvivenza” in azienda?
«Con questo termine ho voluto indicare quelle azioni che Palmiro, il protagonista del libro, mette tutti i giorni in atto per cavarsela, uscire da situazioni difficili e raggiungere i suoi obiettivi. Perché tattiche? Perché Palmiro tenta diverse soluzioni; a volte ce la fa, altre fallisce. Ma si rialza sempre e prova qualcosa di diverso».

Ci dà soluzioni?
«No, Palmiro non offre soluzioni già confezionate. Egli mette a disposizione il suo bagaglio di esperienza, ciò che ha funzionato e ciò che farebbe oggi in modo diverso. Ma lascia sempre il lettore libero di scegliere e di progettare le sue azioni».

Si parla ormai spesso di capitale intellettuale e di capitale umano. Gli HR manager (figure che gestiscono le risorse umane all’interno delle aziende) sono davvero consapevoli del “patrimonio” che gestiscono?
«Il cambiamento è in atto. Cresce il numero di giovani HR manager che ha capito che il business lo fanno le persone e che il capitale umano va coltivato con cura. Tuttavia troppi professionisti credono ancora che gestire il personale significhi amministrare un contratto di lavoro e produrre buste paga».

In poche parole che cos’è l’anti-curriculum a cui lei dedica un approfondimento nel libro?
«Riporta senza riserve la vita professionale, inclusi gli insuccessi e le situazioni in cui la sorte ha avuto un ruolo decisivo (in un senso o nell’altro): insomma, quello che non scriveresti mai in un CV ufficiale per timore di essere escluso dalla selezione. Perché impiegarlo? Perché i selezionatori in gamba non credono al CV di chi non ha mai sbagliato niente e se vuoi distinguerti…».

Il soffitto di cristallo esiste davvero?
«Il soffitto di cristallo è una barriera invisibile che impedisce alle donne e alle minoranze di accedere alle posizioni di responsabilità: le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, ma l’atmosfera che si respira in azienda è paritaria solo in apparenza. Mi domandi se esiste? Certo, ed è solidissimo. Specie in Italia».

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E come colpisce l’economia?
«Profondamente. Nel libro presento studi che mostrano come le donne alla guida delle imprese sappiano fare meglio degli uomini, poiché le aziende con un numero superiore di donne in C.d.A. producono utili significativamente più elevati. Inoltre, hanno livelli di istruzione più elevati e rappresentano un bagaglio di conoscenza enorme che teniamo a margine della produttività».

Che cosa ne pensa della “caccia ai giovani talenti”?
«Che sia dannosa. Essa si basa sulla convinzione che siano le persone più dotate a portare a casa i risultati, non l’organizzazione nella sua interezza. Una volta dichiarato che l’impresa investe sui talenti le altre persone si sentono autorizzate a tirare i remi in barca. Tutti devono avere la sensazione di poter offrire un contributo importante, altrimenti la motivazione finisce sotto i tacchi».

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Accade che professionisti siano al top delle loro energie tra i 30 e i 40 anni. Ma è noto che in Italia i passaggi di carriera importanti arrivano dopo i 40. Lei vede un’evoluzione nel futuro?
«Eurostat ci informa che in Italia solo il 27% dei manager ha meno di 40 anni, la percentuale più bassa in Europa. Si arriva a coprire posizioni di comando molto tardi e si tende e a rimanere ancorati alla mèta raggiunta fino alla pensione; in queste condizioni diminuisce drammaticamente la propensione al rischio e gli obiettivi dell’organizzazione vengono in secondo piano rispetto a quelli personali».

Il sospetto nasce. Dovremo forse aggiungere nel dizionario la parola smanagement (cattiva gestione) come il contrario di management (buona gestione)?
«Quando oltre la metà delle imprese che incontri ha una gestione delle persone improntata all’improvvisazione e quando, nella sua ricerca annuale circa l’impiego della tecnologia nella gestione del personale, il Politecnico di Milano sostiene che “la trasformazione dei processi di gestione rappresenta un percorso in atto che oscilla tra rivoluzioni già compiute per alcune Direzioni, e altre largamente incompiute”, come possiamo parlare di una gestione orientata a creare valore?».
…La domanda rimane aperta e sul blog Tibicon.net – gestito dall’autore – si possono dare le proprie risposte e scambiare esperienze con la community.

Modena alla conquista degli States

La provincia di Modena gode di sana e robusta costituzione quando si parla di export verso gli Stati Uniti. Questo tema insieme a molti dati positivi sono stati presentati da Confindustria Modena e dall’American Chamber of Commerce in Italy durante il convegno “Mech Usa – Meccanica negli Usa – Strategie per l’anno 2015”, svolto il 17 febbraio all’auditorium Giorgio Fini in collaborazione con Confindustria Emilia-Romagna. In platea imprenditori desiderosi di conoscere opportunità e strumenti per crescere oltreoceano. Per conoscere il progetto Mech Usa è necessario partire da alcuni dati positivi che riguardano le aziende della Via Emilia. Quello regionale dell’export verso gli States ha toccato nel 2013 i 4,5 miliari di euro sorpassando di 1 miliardo il livello pre-crisi. Circa i 2/3 di questa cifra è da ricondurre al settore metalmeccanico, di cui la provincia è ricca: packaging, automotive, food processing, macchine utensili, meccanica di precisione, oleodinamica, meccanica agricola, macchine per la costruzione, componentistica. Sia la crescita dell’export totale sia quella dell’export del settore meccanico sono lineari: questa linearità, ovvero prospettiva di ulteriore crescita (il PIL degli Stati Uniti ha segnato un +5% nel terzo trimestre 2014), apre un quadro economico-strategico particolarmente ottimista. Nei primi nove mesi del 2014 (ultimi dati Istat) il manifatturiero “made in Mo” ha esportato verso gli Stati Uniti d’America per circa 1,1 miliardi di euro. Modena è la terza piazza di export dopo Milano e Torino.

Crescita uguale opportunità: il progetto Mech Usa promosso da Confindustria Modena vuole essere uno strumento per sostenere l’internazionalizzazione di aziende emiliano-romagnole che vogliono posizionarsi negli Stati Uniti. Si rivolge potenzialmente, quindi, a un parterre di circa 30.000 imprese del settore metalmeccanico (oltre 200.000 addetti al lavoro) ognuna delle quali può aderire entro il 4 marzo.

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Farrell Mabry, business developer American Chamber of Commerce in Italy, ha evidenziato nel corso del convegno come gli States siano fortemente interessati alla meccanica strumentale, comparto storicamente quasi ignorato (hanno favorito aziende di servizi) ma che dal 2011 al 2012 ha registrato una crescita del 6%. In particolare, l’interesse è verso beni strumentali funzionali al settore della stampa (editoria), il settore tessile, la lavorazione dei metalli, il settore alimentare. «Da non sottovalutare gli incentivi a profilo federale e a profilo statale di cui si può beneficiare, volti a favorire l’occupazione, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, rivolti a far crescere le iniziative imprenditoriali». Tra gli stati più fertili per il metalmeccanico Texas, New Jersey, North Carolina. Ma come scegliere lo stato dove fare investimenti e instaurare una unità produttiva o una filiale? Mech Usa si occupa anche di questo. Premesso che alcuni stati sono così interessati ad accogliere aziende in procinto di fare investimenti (perché creano anche posti di lavoro) al punto da farsi “concorrenza” a vicenda, un primo tool (strumento, come direbbero gli americani) interessante è mappa www.clustermapping.us attivata a livello nazionale, a sostegno dell’economia americana, per la lettura dello stato dell’arte dell’economia, l’individuazione dei cluster, condurre ricerche e consultare dati. Primo lampante esempio di pragmatismo alla “maniera” americana.

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Tornando a Mech Usa, il progetto di Confindustria ha l’obiettivo di sviluppare accordi di collaborazione commerciale, produttiva e tecnologica tra imprese dell’Emilia-Romagna e controparti statunitensi. Per fare questo, il primo passo è il check up: definire i punti di forza e di debolezza dell’azienda candidata (ha risorse e strutture adeguate per approcciare gli USA?), organizzare missioni di business scouting e accompagnare a incontri B2B con il supporto tecnico dell’American Chamber of Commerce in Italy. Sicuramente i casi modenesi come Salami SpA, Bonfiglioli Riduttori SpA, Usco SpA presentati al convegno come success story modenesi – presenti da decenni nel “nuovo” continente – possono essere un riferimento autorevole e a portata di mano per stimolare nuove aziende a traghettarsi oltre l’oceano atlantico.

Informazioni sul progetto Mech Usa
Roeland Slagter – Area Estero di Confindustria Modena
estero@confindustriamodena.it

Welcome to Mount Cimone, Emilia

Mancava solo la neve, che ora finalmente è arrivata. Con i suoi 50 km di discesa e 26 piste collegate fra loro, 21 impianti di risalita accessibili anche con un unico skipass elettronico, defibrillatori in alta quota e sicurezza totale con 15 km di reti e materassi, ampia scelta per i principianti e discese impegnative per i più esperti dove è possibile incontrare qualche campione del mondo, il Cimone non ha nulla da invidiare agli altri comprensori sciistici. Abbiamo chiesto a Luigi Quattrini, direttore del Consorzio stazione invernale del Cimone, come sarà la stagione sciistica ufficialmente partita da poche ore, e lui ci svela una novità: l’Appennino modenese ospiterà quest’anno i maestri di sci inglesi che arriveranno a Duemila metri per allenarsi e proporre corsi. L’Inghilterra non è mai stata così vicina: grazie alla promozione a tutto tondo che Emilia Romagna Turismo sta facendo all’estero, si è infatti innescato un potenziale circolo virtuoso che porterà presenze. Tutto il resto lo faranno i turisti di “casa” se decideranno, una volta lasciato alle spalle questo sfortunato dicembre, di optare per la comodità senza rinunciare a qualità e sicurezza.

Luigi QuattriniQuattrini, ci può tracciare l’identikit del turista del Comprensorio?
«La differenza importante rispetto a 15 anni fa è che oggi il turista viene, in inverno, quando ha la sicurezza del tempo buono e del buon innevamento. Questo è dovuto al fattore “meno rischio” (ci sono meno soldi e le persone li utilizzano quando sono certi di divertirsi). Inoltre, il numero di turisti che si raggiungeva anni fa, oggi anche nelle giornate migliori non si raggiunge più. Il numero degli sciatori non è variato – sia a livello nazionale che regionale – ma vanno meno a sciare. Se prima ci andavano, per esempio, 7 volte, ora ci vanno due volte in meno e questa scelta si ripercuote su tutta la filiera. Nonostante ciò, quando le condizioni sono buone il turista fa presenza. Sono calati notevolmente gli arrivi dalla Toscana regione in cui, a nostro avviso, il problema economico è più consistente che in Emilia-Romagna.
C’è un consistente calo dei gruppi, quelle che si chiamavano “settimane” bianche e duravano 3-4 giorni. Non dobbiamo dimenticare che la vocazione del Cimone è quella di essere una stazione di prossimità alle città, per tanto il grosso del movimento è pendolare, nei fine settimana, durante i “ponti”. È sempre stato così. Chi fa periodi più lunghi, tende a fare scelte diverse e optare per zone come il Trentino Alto-Adige».

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A proposito di Trentino Alto-Adige, a poche centinaia di kilometri dal Cimone, è un paragone reale oppure sono due realtà molto diverse?
«Il confronto è con il più importante comprensorio sciistico al mondo. Noi negli anni abbiamo recuperato sciatori, soprattutto modenesi, che si recavano principalmente nelle stazioni delle Alpi in quanto per un turista che parte dall’Emilia e raggiunte Trentino e Alto-Adige i costi di autostrada, benzina, skipass e altro sono maggiori. Una sciata in Trentino Alto-Adige costa circa il doppio che sul Cimone».

Unire il comprensorio tra Toscana ed Emilia: il progetto è fallito per sempre oppure si può ripescare?
«Alcuni anni fa si era sparsa la voce di unire gli impianti, ma è impensabile e infattibile. Inoltre, ci sono aspetti più importanti: tenere aperti gli impianti. L’unione degli skipass, invece, è possibile e noi siamo pronti. Proprio quest’anno abbiamo migliorato il sistema con una card che ora, una volta acquistata, si può abilitare solo da Passo del Lupo, punto da cui partire per poi girare tutto il comprensorio con la propria personale carta elettronica. È un servizio che abbiamo creato per rendere più comodo l’accesso alle piste e anche per stare al passo coi tempi».

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Il Comprensorio riesce ad attrarre turisti stranieri?
«Abbiamo dei gruppi di stranieri, come belgi e polacchi, che vengono qui dal 20-30 anni, però sono numeri molto limitati rispetto a quelli che ci vorrebbero per parlare veramente di afflusso dall’estero. Quest’anno è stata attivata un’iniziativa con i maestri di sci inglesi e verranno qui ad allenarsi e a fare corsi: in Inghilterra non hanno piste, e l’aeroporto di Bologna dista solo a un’ora e mezza dal Cimone. Siamo molto vicini. Da questa iniziativa si potrà partire per sviluppare dei progetti».

Quali aspetti possono essere migliorati secondo lei?
«Il 90% della potenzialità degli impianti e delle piste è sfruttata e abbiamo un impianto di innevamento da grandi prestazioni. C’è comunque molto da fare come la promozione, appunto, verso l’estero. Un aspetto cruciale sono i servizi attorno alle piste: necessitano di cure e di novità. Per esempio non abbiamo rifugi in quota e le scelte di province e comuni non hanno mostrato la volontà di sviluppare questo aspetto nonostante gli investitori potenziali ci siano. Gli alberghi possono fare un salto qualitativo e in generale serve – ripeto – tanta promozione».

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Com’è la sicurezza sulle piste?
«Ci sono grandi potenzialità per i principianti che possono divertirsi in diversi chilometri senza annoiarsi e senza rimanere nel classico e noioso “campetto”. Poi si sale di livello fino ad arrivare alle piste più impegnative. Come protezione abbiamo circa 12 km di reti e materassi. La sicurezza è totale. L’anno scorso, per esempio, non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di danni. È un indice significativo per noi, la sicurezza si misura anche così. Penso che la sicurezza sia uno dei nostri fiori all’occhiello a livello nazionale, insieme al soccorso in pista al momento dell’incidente. Abbiamo un’organizzazione per il soccorso invidiata da tutta Italia. Siamo stati i primi ad avere il defibrillatore in pista, adottato 10 anni fa. Lo sciatore, però, deve fare la sua parte. Lo sci e la tavola da snow vanno vissuti con attenzione, mentre per il fuoripista il discorso è diverso perché per definizione si fa nelle aree dove reti e protezioni non esistono. Quindi serve ancora più attenzione».

Tutte le immagini di questo articolo sono di Rosso 78 via photopin cc.

L’alba del Cimone

Il 6 dicembre riaprono gli impianti del comprensorio del Cimone. La stagione scorsa, gli arrivi e i soggiorni invernali sull’Appennino modenese sono stati ben al di sotto delle aspettative. Complici il meteo, la poca neve, la crisi che non incoraggia di certo a spostarsi per un’attività abbastanza costosa come lo sci. Nel corso degli anni c’è stato anche un cambiamento di ciò che le persone cercano in montagna: dall’esperienza lunga, magari in gruppo, a soggiorni brevi e rilassanti per ricaricare le batterie. Anche il ruolo del maestro di sci è mutato: oggi è a pieno titolo un punto di riferimento strategico del territorio, una sorta di operatore turistico.

magnaniLuciano Magnani, sestolese, è amministratore delegato del Consorzio Cimone e anche presidente da 12 anni del collegio nazionale maestri di sci e nel consiglio direttivo dell’Emilia-Romagna. Tiene le fila di 18 realtà regionali, è al vertice dei 14.600 maestri di sci italiani in servizio in 380 scuole sul territorio nazionale. «E una delle primissime cose che il turista fa quando arriva in una località sciistica – dice – è rivolgersi alla scuola di sci».  A pochi giorni dall’inaugurazione della nuova stagione, speriamo più fortuna della precedente, abbiamo voluto capire quanto e come incide l’attività della squadra dei 110 maestri modenesi nelle 6 scuole del Comprensorio del Cimone (“Sestola”, “Cimoncino”, “Io penso”, “Riolunato”, “Deep Ice”, “Valcava Cimone”).

Magnani, com’è cambiato il ruolo dei maestri di sci negli ultimi vent’anni?
«Qualche decennio fa, coloro che insegnavano a stare sugli sci erano i genitori o gli amici, adesso ci si appoggia ai maestri per essere più liberi e godersi la vacanza. L’80% della nostra clientela è formata da bambini: siamo il loro primo contatto con la montagna. Il primo approccio – si sa – incide molto sul loro ritorno. Il maestro è diventato un operatore turistico a 360 gradi. Deve sapere di tutto, temi legati all’ambiente, dove andare a mangiare, a divertirsi, deve saper spiegare le tracce degli animali e le caratteristiche della fauna…».

Che cosa cerca oggi il turista?
«A differenza di anni fa, al posto di una vacanza di gruppo, magari una settimana bianca, adesso vuole più che altro uscire dalla caotica routine della città. Vuole trovarsi in un campo di neve senza auto e città».

Che cosa vuol dire, per un comprensorio, ospitare eventi agonistici importanti? in Trentino ne vengono organizzati tanti e arrivano quindi alle orecchie non solo del pubblico appassionato ma anche del pubblico generalista…
«Il Comprensorio deve organizzare degli eventi. Abbiamo in calendario il campionato italiano architetti e ingegneri a metà marzo, il campionato italiano sacerdoti, e tutte le gare delle regionali di sci alpino. Questi eventi oltre a portare le presenze di atleti e turisti per 3-4 giorni fanno conoscere a tante persone la stazione sciistica del Cimone.

Il modello emiliano ha qualcosa da invidiare al modello trentino? 
«Non è un paragone facile. Il Trentino è una regione autonoma e ha ottenuto grossi finanziamenti per ristrutturare alberghi. Chiaramente queste strutture hanno alle spalle le Dolomiti, riconosciuto come uno dei più bei comprensori al mondo. Il Cimone è perfetto per chi vuole fare una giornata sulla neve e parte dalle provincie limitrofe… alla peggio in un’ora e un quarto è sulle nostre piste, spende meno di skipass, di autostrada, di gasolio. Da non dimenticare che, osservando bene nel sottobosco, abbiamo un ambiente che è da valorizzare. Abbiamo colori incantevoli che in Trentino, per la morfologia del territorio, non ci sono».

Com’è la presenza di stranieri, significativa? 
«Siamo l’unico comprensorio sciistico così vicino a un aeroporto internazionale. Da Londra al Cimone ci vogliono circa quattro ore. È una grande opportunità che va sfruttata e il marketing è una leva fondamentale. Siamo stati di recente a una fiera del turismo molto importante a Londra per farci conoscere insieme ad altri prodotti ed eccellenze dell’Emilia-Romagna. Dobbiamo abbinare l’Appennino a prodotti come Ferrari, aceto balsamico, Grana Padano, nomi che suscitano l’interesse delle persone e creare sinergia».

A proposito, c’è sinergia tra gli attori che promuovo il territorio?
«Si tratta di un processo che è all’inizio. Il territorio ha bisogno di tutti. Non possiamo limitarci al nostro campicello».

Che cosa manca secondo lei per far funzionare il comprensorio a pieno regime?
«Dobbiamo entrare nelle scuole. Bisogna partire dalla trasmissione della cultura della montagna ai bambini piccoli. Bisogna sforzarsi e entrare nelle scuole perché se la passione viene trasmessa e ascoltata, poi loro la trasmetteranno ai loro figli».

Quali campioni scelgono il Cimone come ambiente di allenamento?
«In Emilia-Romagna abbiamo due olimpionici, in passato Alberto Tomba e oggi Giuliano Razzoli che viene spesso ad allenarsi sul Cimone. È un ambiente adatto agli allenamenti. La struttura morfologica del terreno fa sì che ci siano piste per famiglie e bambini, ma poi abbiamo piste come la n°21 delle Polle che è una delle più impegnative d’Italia. Per il futuro ci sono due o tre sedicenni interessanti che hanno la possibilità di arrivare in nazionale».