Se la ricostruzione passa dall’integrazione

Sono arrivati nei giorni scorsi a Novi i primi quattro richiedenti asilo, in un’area che ancora porta, molto evidenti, i segni del terremoto del 2012. Prima tutta la zona del cratere era esclusa da quello che si può definire “l’obbligo dell’accoglienza”, proprio per la difficoltà di reperire alloggi e di farsi carico di situazioni che sarebbero diventate una vera e propria emergenza nell’emergenza. Oggi non è più così anche se popolazioni e amministrazioni comunali non hanno accolto ovunque e di buon grado la notizia. A Finale Emilia, ad esempio, il sindaco ha chiuso all’arrivo dei profughi, mentre a Novi di Modena la questione ha rischiato di far impantanare il nuovo primo cittadino, eletto solo pochi giorni fa.
Dove vengano accolti, da chi e soprattutto in che modo è al centro delle cronache di questi giorni. A occuparsene sul comune della Bassa Modenese il cui centro storico è ancora fermo a cinque anni fa, è la cooperativa Sociale Il Mantello. Cercando al telefono il presidente Andrea Maccari, ha risposto, in un italiano incerto, l’immigrato Alfred: il confronto è immediato con quella che è ormai una realtà, vale a dire la presenza di persone straniere nei nostri contesti di vita e di lavoro (a dirla proprio tutta, Alfred altri non è che lo stesso Maccari che, ormai stufo delle strumentalizzazioni sulla questione, boicotta così i rompiscatole).

Problema sovrastimato
“Noi abbiamo individuato un appartamento e, in quanto accreditati, ci siamo resi disponibili ad accogliere le quattro persone”, precisa Maccari. Già perché non è che i profughi vengono sbattuti lì a casaccio e in questo caso il prefetto ha garantito al nuovo sindaco massima collaborazione. E se da una parte sono evidenti le fatiche, dall’altra possono esserci opportunità nuove per risollevare un territorio che a quanto pare, contando solo sulle sue forze, non ce l’ha ancora fatta.

L’arrivo di quattro persone nel piccolissimo centro di Sant’Antonio in Mercadello – vivono qui solo 900 persone delle 10mila sull’intero comune – epicentro di una delle scosse del 20-29 maggio ha allarmato tutti: la comunità è piccola e si sta spopolando. La provincia di Modena ha ormai raggiunto la quota limite di 2100 ospiti, pari al 3 per mille dei residenti, ma lì quel minuscolo numero 4 ha un peso percepito enorme. La realtà dei fatti è che, dall’anno del sisma, si è passati sul comune da una media del 18 (con picchi del 21% a Novi) a una del 15% di stranieri, quindi come al solito e soprattutto grazie ai social, la dimensione fenomeno è sovrastimata.

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La fatica dell’accompagnamento
L’arrivo dei profughi, chiarisce comunque il presidente della cooperativa, può essere “gestito”. La sfida, qui più che altrove, è tenere insieme ricostruzione e integrazione. “Faremo il possibile, e l’impossibile, per inserire queste persone e condividere il progetto con la gente della frazione – afferma Maccari – siamo già in contatto con la Caritas e ci impegniamo a incontrare la comunità, gli amministratori, la parrocchia, per trasformare quello che viene immediatamente percepito come un problema, e lo dico senza retorica, in opportunità di rilancio e sostegno al territorio”. I ragazzi, se arriveranno, potranno svolgere quei lavori non sostitutivi di manodopera retribuita che sono di pubblica utilità, dando un contributo alla comunità: pulire il circolo, la chiesa, sistemare gli spazi comuni per limitare lo stato di abbandono e incuria in cui, quando mancano volontari che se ne occupano, rischiano di cadere alcuni ambienti.

Ma anche aiutare nell’organizzazione di feste e sagre: “si tratta – chiarisce il responsabile de Il Mantello – di trovare il giusto equilibrio con politiche intelligenti, né troppo buoniste, né oppositive (e oggi la legge che abbiamo in Italia è oppositiva) per costruire qualcosa insieme. La fatica è sempre quella dell’accompagnamento, ma avremo qualcuno che li affiancherà nel primo periodo mentre si inseriscono e svolgono le loro occupazioni. Non mancheremo di comunicare tutto quando si inizierà, allo stesso modo chiediamo a chi fa informazione coerenza e correttezza: qui giochiamo sulla pelle delle persone”. E quando si parla di pelle, si parla anche di soldi. 33 euro o poco più quelli che percepisce la cooperativa al giorno per ciascun ragazzo: qui ci sta dentro tutto, dai generi di prima necessità ai vestiti – che vengono dalla raccolta abiti usati – all’alloggio: stipulato l’affitto di un appartamento a Sant’Antonio (in centro e non un casolare di campagna come dicono i giornali) grazie al progetto di affitto casa garantito che permette di tutelare il proprietario rispetto al bene messo a disposizione.

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La forza della rete
Se l’accoglienza è organizzata a partire dalle direttive statali, la rete che si crea intorno a loro può fare la differenza nella qualità del percorso e nelle relazioni. Si tratta di tenere insieme i legittimi timori degli “autoctoni” senza sottrarsi alla responsabilità verso chi è nel bisogno, la sfida è non cadere nell’allarmismo fatto da chi cerca di spostare i consensi – i profughi non sono clandestini – e lavorare invece per creare ponti tra persone, dialogo.
Una delle esperienze riuscite è a pochi km da Sant’Antonio e nella stessa Diocesi e si chiama “Protetti. Un rifugiato a casa mia”. Il percorso è quello proposto da Caritas nazionale anche in risposta alle inqualificabili azioni che hanno preso di mira diverse Caritas diocesane nel Nord Italia per il loro impegno accanto ai migranti. Oltre 170 famiglie, 150 parrocchie e 30 istituti religiosi in tutta Italia hanno messo a disposizione circa 1.000 posti rispondendo all’esortazione di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi. Uomini e donne hanno così trascorso almeno 6 mesi in un contesto familiare protetto che scommettesse su di loro, dando fiducia e possibilità concrete di integrazione. Il tutto nella totale gratuità visto che i costi sono stati sostenuti dai soggetti coinvolti con una spesa finale che è stimata essere circa 6 volte inferiore a quelli ordinariamente sostenuti dalle istituzioni per la sola accoglienza.

La casa che accoglie, a misura di persona
Anche a Carpi si è fatto così, coinvolgendo ben cinque parrocchie e diverse famiglie nell’accoglienze di due persone. “Abbiamo trovato chi li ospitava per pranzo e cena – spiega Roberta Della Sala di Caritas diocesana – perché non fossero soli, chi li accompagnava in giro, a una partita di calcio, a una sagra, chi ha fatto con loro il curriculum e chi li ha aiutati a migliorare nella lingua. In questo modo si sono create piccole occasioni in cui, anche solo attraverso due chiacchiere, si sono ridotte le barriere culturali e le paure sono pian piano sfumate”. “La casa che accoglie diventa segno tangibile di integrazioni possibili e a misura di ogni persona: non si tratta di offrire solo un tetto e pasti – precisano i promotori – ma di accompagnare le persone accolte in casa a diventare autonome e a inserirsi gradualmente nel contesto sociale”.

Indice del buon risultato di questo metodo è che i soggetti coinvolti hanno voluto proseguire, hanno trovato una nuova casa sostenendo in parte l’affitto finché i ragazzi non sono riusciti a contribuire autonomamente. E allora anche nelle zone del cratere, dove la casa ha un valore diverso, questo può rappresentare un percorso possibile. Si tratta di aprire la propria fragilità – quella delle mura – e un’altra fragilità – quella del corpo – per costruire relazioni nuove. “Oggi i ‘nostri ragazzi’ si sono trasferiti a Modena ma le amicizie continuano, ci si incontra, ci si scambiano notizie – conclude Roberta Della Sala –; vivere insieme è davvero possibile”.

Schiave del sesso: il difficile è uscirne

“Le incontriamo maggiorenni e solo dopo tornano minorenni. Arrivano con una storia già fatta da raccontare a chi le approccia per tirarle via dalla strada. Solo con il tempo acquisiscono fiducia negli operatori e, forse, riescono a dire la verità sulla loro età e sul loro vissuto. Ma è un percorso lungo e complesso”. Carmen Andoni è responsabile dell’Associazione Marta e Maria, legata al Ceis di Modena, e presso la quale sono accolte diverse ragazze vittime della prostituzione. Conferma il boom di ragazze nigeriane e le situazioni che anche altre associazioni hanno osservato a Modena, come pure a Reggio Emilia e Bologna. Le nigeriane sono tante – solo nel 2015 ne sono sbarcate quasi seimila – costano meno, 10 euro a prestazione contro i 30 di quelle dell’Est. E con la crisi risparmiare fa comodo. Inserirle è semplicissimo, ci sono reti di criminalità organizzata diffuse e importanti numericamente, oggetto di studio su tutto il territorio nazionale.

Si tratta di ragazzine e donne che hanno subito traumi già nella loro terra d’origine: “i padri che le vendono agli sfruttatori, mentre loro pensano di andare a fare le parrucchiere, la frustrazione di non potersi ribellare a questa situazione per il pensiero di figli o intere famiglie da mantenere. Poi il viaggio ‘della speranza’ con le violenze fisiche, sessuali, nelle ‘connection house’ in Libia soprattutto, raccontate dalle stesse ragazze ben consapevoli di ciò che avevano vissuto: le violenze di gruppo, le minacce di rivalersi sui loro cari, il debito da saldare che arriva fino a 20mila euro”. E, oltre le parole, un pensiero tremendo: “che ai loro occhi l’epilogo che stanno affrontando – la prostituzione forzata in strada – sia in un certo senso la parte meno dolorosa di tutto il percorso”. La condizione di tratta, grave sfruttamento, è spesso consapevole, come rilevano gli operatori di strada che le incontrano.

Leggi anche: “I due volti della tratta del sesso”. 

È anche per questo che scattano meccanismi psicologici di accettazione della propria situazione e una sorta di difesa dei propri sfruttatori: “ci vuole un anno perché si rendano conto che la strada invece è parte integrante di questa violenza”. E uscire è davvero, davvero, difficile: se rispetto alle costrizioni religiose, ai riti wudu, il dialogo con altre ragazze le aiuta a liberarsi dallo stato di sudditanza, in filigrana rimane sempre la paura di essere rimandate a casa. Il difficile, poi, è prospettare loro un’alternativa credibile, praticabile, per una vita oltre la strada. Le parole accoglienza e sostegno, recupero e reinserimento sociale vogliono dire, concretamente, relazioni finalmente libere dalla violenza, un po’ di denaro per le spese, un tirocinio che permetta di trovare un vero lavoro per mantenersi, nella speranza di un futuro diverso per sé e i propri figli e familiari lontani.

Photo credit: Joanna Coccarelli
Photo credit: Joana Coccarelli

I percorsi ci sono ma non risolvono tutto, e ovviamente è impossibile garantire un lieto fine, una integrazione piena. “Una buona percentuale riesce ad avere una vita normale: la rete di aiuto presente sul territorio è un’isola felice, i progetti sono lunghi, uno, due, anche quattro anni, perché situazioni così complesse e dure richiedono una presa in carico totale. Ma prima o poi queste ragazze lasciano l’ambiente di protezione e cosa possono trovare a livello di opportunità per loro? Occorrerebbe una maggiore apertura del territorio, della gente, dei datori di lavoro”, osserva Andoni.

Perché c’è sempre un’ambiguità di fronte a questi fenomeni: chi è più aperto e chi non vuole essere toccato, chi s’ingegna con tavoli e reti per trovare soluzioni e chi non vuole vedere quanto accade sotto i suoi occhi, nella sua zona. A volte, addirittura, c’è una rassegnata accettazione di una realtà: quella del “mestiere più vecchio del mondo”. Che questa sia la forma della schiavitù per il XXI secolo, per alcuni, è solo un dettaglio.

Immagine di copertina, photo credit: ono-send@i P1100240 via photopin (license).

I due volti della tratta del sesso

“Andiamo sia in strada che al chiuso, per rintracciare anche la prostituzione invisibile. Stimiamo, per difetto, circa 120 donne in provincia tra appartamenti e centri massaggi. Il doppio rispetto alle ragazze che stanno per le strade”. Da qualche anno a questa parte, probabilmente a seguito di una maggior repressione di quella visibile, la compravendita del sesso è arrivata nelle case: più nascosta, ma non meno diffusa.

Quando si parla di prevenzione e contrasto del fenomeno della tratta e del grave sfruttamento, a Modena, si parla dunque di un’attività molto più complessa del semplice monitoraggio degli assi viari ormai famosi per la presenza delle prostitute. Il Comune è titolare del progetto, istituito nell’ambito del programma regionale “Oltre la strada-oltre lo sfruttamento“, e volto a intercettare le vittime di grave sfruttamento, riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani. Oltre alla prostituzione, ci sono infatti lavoro forzato, accattonaggio, matrimoni forzati e altre attività illegali (ma delle molte facce della tratta parleremo un’altra volta). “Per quanto riguarda la prostituzione, da vent’anni svolgiamo un intervento a bassa soglia di monitoraggio, riduzione del danno e prevenzione sanitaria”, chiarisce il coordinatore del progetto Franco Boldini.

Accanto all’unità di strada, indispensabile è la rete che accanto al Centro stranieri vede la presenza di Servizio Minori, Centro Antiviolenza e Associazione Marta e Maria in un tavolo di lavoro che mira ad accompagnare chi, dopo il primo incontro, accede al servizio di sportello o trova il coraggio di chiedere aiuto. Nel 2016 sono state viste dagli operatori circa 180-190 persone, per un terzo di esse è stato possibile attivare un programma di protezione, nell’ambito dell’inquadramento normativo offerto dall’articolo 18 del decreto legislativo 286/1998 (Testo Unico sull’immigrazione). Al servizio di sportello del Comune presso il Centro stranieri si contano tra i 120 e i 140 gli accessi ogni anno, come punto di arrivo di un percorso che per gli operatori comincia molto prima, nell’obiettivo di capire dove sono le donne, e dove si nascondono quando non sono sulla strada.

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Monitorare gli annunci su siti e giornali, contattare i numeri di telefono per mezzo di mediatori culturali, entrare nei forum dei clienti – con tanto di valutazioni tecniche sulle prestazioni –, osservare l’evolversi della prostituzione maschile: sono queste le azioni “sperimentali” con le quali si cerca di rincorrere un fenomeno che, per l’incredibile redditività – nel mondo è la terza industria illegale per fatturato: si stima che i trafficanti di persone guadagnino oltre 150 miliardi di dollari ogni anno –, sembra essere sempre un passo avanti. Con le dovute distinzioni, precisa il responsabile: “non dobbiamo dimenticare che negli stessi ambiti esistono forme e condizioni differenti per le persone che si prostituiscono, in strada e al chiuso. Si va da situazioni di gravissimo sfruttamento alla libera scelta. Non si può attribuire un’unica etichetta a un panorama molto eterogeneo”.

Leggi anche: “Il viaggio nell’orrore di Blessing“. 

Qualcuno diceva di occuparsi prima di tutte le schiave, poi di vedere quante ne rimangono, e noi sulle schiave vogliamo concentrarci: “Il fenomeno della tratta delle ragazze nigeriane è reale ed attualissimo – conferma Boldini – e interessa la metà o forse più delle donne incontrate, con due terzi di esse che sono costrette a farlo sulla strada”. E il trend della prostituzione è in crescita: “nel periodo 2005-2009 vedevamo circa 70-90 donne al giorno, negli anni 2010-2012 la stima era tra le 80 e le 100. In quegli anni fu smantellata dalle forze dell’ordine un’organizzazione che portava sul territorio prostitute dall’Ungheria. Poi, dopo una decrescita nel triennio 2013-2015, forse dovuta al maggior presidio del territorio e alla modifica dei flussi migratori, dal 2016 a questa parte il fenomeno è di nuovo in aumento, soprattutto per la presenza delle nigeriane”. Fino al 2015 queste si equivalevano alle prostitute dell’Est; oggi sono il triplo delle rumene, con un’alta presenza di minorenni. Niente più che una stima, perché la storia che raccontano, ben istruite dai loro aguzzini, è sempre la stessa: hanno tutte 18, 21, 23 anni. Ne incontri una, ci parli, e il giorno dopo ce n’è già un’altra: ne sono sbarcate quasi seimila nel 2015 (il flusso di profughi da quel paese è aumentato del 300%), e a garantire il turnover ci pensano le organizzazione criminali – persino in Italia secondo il Ministero dell’interno la tratta è la terza fonte di reddito dopo il traffico di armi e droga – attraverso le loro “madame” e ora anche diversi uomini (novità degli ultimi tempi).

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Su Modena i risultati ci sono, ma è ovvio che non sia mai abbastanza: gli stessi operatori e volontari delle associazioni coinvolte chiedono che si prenda in mano decisamente la questione. Nei primi anni duemila il progetto era all’apice, si lavorava molto insieme. Nel tempo si modificano le dinamiche della prostituzione e dunque gli ordini dati sul tipo di intervento da effettuare, lo stile di lavoro, le stesse associazioni ed i loro referenti cambiano per cui occorre grande impegno per continuare ad avanzare. Ci si divide sulle priorità, sulle visioni del fenomeno e sulle prospettive da attuare, ma sull’esigenza di intervenire per arrestarlo l’opinione è unanime. “Ci siamo confrontati con le forze dell’ordine, che parallelamente svolgono un’intensa attività investigativa, per andare alla radice. Serve oggi un monitoraggio più intenso delle dinamiche strutturali – conclude Boldini – accanto al coinvolgimento sempre più forte delle associazioni, del privato sociale; occorre investire in formazione, in figure professionali qualificate e mediatori culturali, intensificando l’attenzione su certe etnie; bisogna inoltre garantire sempre la continuità dell’intervento. Perché solo così queste donne possono arrivare a fidarsi di noi quando le incontriamo”.

Il viaggio nell’orrore di Blessing

Blessing non ha ancora 20 anni. E’ nata nel 1998 a Benin City, sud della Nigeria, centro dell’industria della gomma e dell’olio di palma. E di quella del sesso: infatti in città il fenomeno della prostituzione, così come la tratta delle donne per fini sessuali verso l’Italia, è rilevante. Tanto da fare di questa città distante poco più di 300 chilometri da Lagos uno dei luoghi da cui proviene il maggior numero di ragazze coinvolte nel traffico internazionale.

Il viaggio nell’orrore di Blessing è stato relativamente breve. È durato in tutto 3 mesi; meta finale, una rotonda del parcheggio del Grandemilia. La zona dei centri commerciali, la Bruciata, via Emilia Ovest, ancora Modena Nord e viale delle Nazioni, via Emilia Est e via Giardini, le sottostrade delle numerose microaree industriali della città: ogni sera ci sono almeno un’ottantina di ragazze che si prostituiscono per i loro clienti modenesi. Con la crisi le tariffe si sono abbassate, le prestazioni partono da 5-10 euro. Più della metà ormai vengono dalla Nigeria, percentuale più che raddoppiata negli ultimi anni (il flusso di profughi da quel paese è cresciuto del 300%).

Blessing ha attraversato il deserto a bordo di un pick-up; è arrivata in Libia con un gruppo di uomini e donne coinvolti nello smuggling, la tratta degli esseri umani, verso l’Europa. Qui è stata rinchiusa per un mese in una connection house e costretta a prostituirsi per tanti uomini crudeli e violenti. Chi si ribellava veniva uccisa con colpi di fucile o sgozzata. Una sorta di “preparazione” al lavoro, di cui ancora non era a conoscenza.
Si è imbarcata con un gommone e a settembre 2016 è arrivata a Lampedusa, poi in un centro di accoglienza per richiedenti asilo nelle Marche. Dove ha incontrato Nancy, una nigeriana come lei che l’ha condotta in un appartamento di Castelfranco Emilia da cui ogni giorno veniva prelevata da un altro nigeriano, Kevin, per prostituirsi a Modena, dalle 8 di sera alle 2 del mattino. Tutti i soldi, oltre a 150 euro mensili per l’affitto, andavano a Nancy, la sua madame. Il suo debito era di 30mila euro e non doveva raccontare la sua storia né alla polizia né alle associazioni italiane.

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Come spesso accade, i trafficanti sono molto competenti sulle leggi vigenti e sui percorsi di liberazione. E infatti, la paura che attanaglia queste ragazze è legata alle violenze indicibili subite ogni giorno ancor prima di arrivare nel nostro Paese, e ai riti voodoo con i quali sono state sottomesse ai loro sfruttatori tramite una promessa di lealtà e di restituzione del denaro: “sono controllate a vista in ogni momento, la loro condizione psicologica è una totale passività e assoggettamento ai loro schiavisti, addirittura depressione” spiegano dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII dove Blessing è stata accolta. In strada c’è un immenso turn-over: a occhio, un terzo di quelle che si incontrano ogni sera sono sempre “nuove”. Molte sono già passate per uno sportello istituzionale; magari abitano in provincia come Blessing e fanno le pendolari, o sono in un centro di accoglienza e non hanno vincoli se non l’ingresso e l’uscita.
“Le Nigeriane hanno tutte vent’anni”, dicono gli operatori. In realtà sono più giovani e molto spaesate. Mentendo sulla loro età rendono difficile l’intervento delle forze dell’ordine a tutela dei minori.

Niente è attendibile di ciò che dicono, è evidente che c’è qualcuno che le istruisce. Sono tutte ben addestrate a richiedere asilo politico anche se le città di provenienza non sono mai quelle del nord, martoriate da Boko Haram: “queste ragazze non parleranno mai – raccontano -: richiederanno asilo come è stato loro insegnato”. Dopo un anno il loro caso arriverà in commissione, verrà respinto o magari anche accolto, e il problema reale non verrà nemmeno sfiorato. Così rimangono sulle strade modenesi: vittime ma formalmente libere.

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Blessing è stata incontrata dall’Unità di strada dell’Associazione Papa Giovanni XXIII. Essendo cristiana si è fidata delle operatrici che hanno la stessa religione: in inglese le hanno spiegato che poteva dire la verità e scappare. “Spesso fare questa scelta significa abbandonare al suo destino la propria famiglia d’origine, perché difficilmente il percorso di liberazione potrà farsi carico di tutto il peso economico e psicologico che queste ragazze si portano dietro”. Lei ad esempio è la primogenita, diplomata in economics studies appena prima di intraprendere il suo viaggio. Il papà ha un lavoro precario e non riesce a mantenere tutta la famiglia e gli studi dei più piccoli; la madre ha 38 anni, ed è incinta del quinto figlio. Le chiede di aiutarla dall’Italia, e non sa nulla della sua condizione di schiavitù.

Dopo due giorni di pronta accoglienza presso una famiglia affidataria modenese, Blessing è stata trasferita per motivi di sicurezza fuori dalla Provincia, in una struttura per vittime di tratta della Comunità. Nel nostro Paese esiste infatti un programma (art. 18 Dlg 286/98) di recupero e integrazione sociale per chi denuncia i suoi sfruttatori alle forze dell’ordine e lei coraggiosamente ha accettato: solo per questo oggi conosciamo la sua storia e possiamo raccontarla.

Info

Un giro d’affari di 4 miliardi di euro l’anno
L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che negli anni ha accolto più di 200 donne e liberato più di 7000 vittime di sfruttamento sessuale e di accattonaggio forzato (1/4 del totale), stima che le ragazze che si prostituiscono siano in Italia tra le 75mila e le 120mila, di cui il 37% minorenni. Provengono da Nigeria (36%) Romania (22 %) Albania (10,5%) Bulgaria (9%) Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’est. Circa 9 milioni i clienti, per un mercato che frutta 90 milioni di euro al mese. Secondo il Centro studi Codacons, dal 2007 al 2014 il fatturato della prostituzione è cresciuto del 25,8%, arrivando a un giro d’affari di 3,6 miliardi di euro all’anno.

La legge italiana
La normativa italiana per il contrasto alla tratta di esseri umani intreccia la legge n. 228 dell’11 agosto 2003, intitolata “Misure contro la tratta di persone” e l’articolo 18 del decreto legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione). Principale caratteristica è che la protezione offerta non è vincolata alla collaborazione della vittima nel procedimento penale contro i trafficanti o gli sfruttatori. I principi guida sono quelli riconosciuti a livello internazionale: l’autonomia della vittima, che passa attraverso un programma di assistenza e di sviluppo individualizzato, l’integrazione, e infine il principio di sussidiarietà, per cui la dimensione territoriale diviene il punto di riferimento su cui strutturare l’intervento.

Quando il Papa mi ha detto “ho deciso di venire a Carpi”

“In cinque anni due pontefici in visita. È una bella responsabilità”. Mancano poche settimane alla riapertura della Cattedrale ripristinata dopo il sisma, nella Diocesi di Carpi di monsignor Francesco Cavina, e all’incontro con Papa Francesco, che si fermerà nella città dei Pio e poi farà tappa a Mirandola e San Giacomo Roncole il prossimo 2 aprile. Una richiesta esplicita del Vescovo al Papa, quella che visitasse anche la parte nord della Diocesi, perché possa incontrare la gente che ancora è terremotata e osservare le ferite del sisma.

La visita di due Pontefici – Benedetto XVI arrivò a Rovereto il 26 giugno 2012 – in un tempo così ravvicinato è un fatto più unico che raro per una Chiesa così piccola e storicamente recente. “Spero che la nostra gente sappia accogliere con spirito di fede le parole di Francesco e le traduca in comportamenti di vita e gesti concreti”, osserva il Vescovo Cavina. In quell’occasione saranno benedette tre pietre che, nel suo progetto pastorale, toccano tre aspetti fondativi per la sua Diocesi: “un nuovo luogo di culto, una nuova Chiesa, che è la presenza di Dio tra gli uomini ma anche l’invito agli uomini ad essere tempio di Dio; poi una casa di spiritualità che qui mancava, con l’invito all’ascolto e alla contemplazione”. Sarà costruita a Sant’Antonio in Mercadello, frazione piccolissima del Comune di Novi, luogo certamente marginale nella geografia socio-economica della Bassa Modenese ma centrale nella logica di Papa Francesco che vede nelle periferie i luoghi privilegiati per incontrare e annunciare Cristo. Il terzo luogo è invece un segno dei tempi, una cittadella della Carità che conterrà anche una casa in cui i padri separati (e che tra affitti e alimenti non arrivano a fine mese), potranno alloggiare e passare del tempo con i loro figli.

E mentre viene diffuso il programma ufficiale della visita di Francesco, nella mente del Francesco Vescovo della Chiesa di Carpi c’è la riapertura della chiesa madre della Diocesi, momento culminante di un percorso sulla ricostruzione lungo e difficile – il 90% degli edifici religiosi erano stati danneggiati dal sisma – alla presenza del numero due Vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

Papa Francesco con Monsignor Cavina
Papa Francesco con Monsignor Cavina

Voltandosi indietro, quali tappe fondamentali la sua Chiesa ha percorso in questi cinque anni?
In questi anni, oltre agli aspetti materiali, la preoccupazione è stata come sostenere la vera vocazione della Chiesa, che è annunciare la salvezza in tutti gli ambiti di vita. Dunque occorreva creare luoghi e iniziative in cui la comunità cristiana potesse prendere consapevolezza e proseguire la propria missione: vanno in questo senso le iniziative sui giovani, il sostegno alle vocazioni religiose soprattutto femminili. Infine uno degli aspetti più importanti, che ho maturato personalmente, è che a costruire la casa è solo il Signore; siamo strumenti nelle sue mani.

Quali le fatiche, nel portare avanti un progetto pastorale in un contesto disgregato da una così grande calamità naturale?
A livello personale c’è certamente il dover seguire un enorme lavoro ulteriore rispetto alle normali incombenze di un Vescovo, e devo ringraziare il Signore per aver retto anche a livello fisico. Dal punto di vista ecclesiale ho incontrato molte resistenze ad accettare i cambiamenti, le indicazioni di rotta diverse rispetto al passato. C’era una forma di abitudinarietà che rischiava di diventare un rifugio in cui sentirsi protetti, ma come ricorda il Papa, è un ripiegamento sterile. Oggi questo mi sembra superato: c’è una nuova consapevolezza, soprattutto nei sacerdoti più giovani, che bisogna essere sempre disponibili, per andare dovunque ci sia bisogno. Oggi non si può pensare che un prete rimanga per 30, 40, 50 anni in una parrocchia.

Il lavoro è un tema che è spesso stato al centro delle sue attenzioni. Quando è arrivato il territorio Carpi-Mirandola era in piena crisi, poi c’è stato il terremoto, secondo lei e in base alle visite che fa alle aziende com’è lo stato di salute del tessuto produttivo?
La situazione è a macchia di leopardo, ancora precaria in molti casi, come vediamo anche a livello nazionale e internazionale. Credo che ci sia stata una maturazione da parte degli imprenditori, che hanno compreso e accettato che la situazione non sarà mai più quella di prima in cui il profitto si dava quasi per scontato. Oggi c’è da rimboccarsi le maniche: bisogna guadagnarselo con impegno, professionalità, innovazione e ci sono imprenditori che lo fanno. Ho visto persone disponibili verso la Chiesa e il suo magistero: il lavoro è parte importante della Dottrina sociale e ho trovato ascolto sul territorio.

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Unità, comunione, solidarietà, parole contenute nella sua ultima lettera, hanno un forte significato sociale oltre che ecclesiale. Come vede Carpi? Pensa che sia un territorio unito e solidale, cosa manca secondo lei?
Vedo una buona collaborazione, una dialettica costruttiva tra le istituzioni e una città coesa nonostante le inevitabili fatiche che la convivenza civile sempre comporta. Questo grazie soprattutto al volontariato, da vedere non come un sostituto del ruolo pubblico ma come complementare e sussidiario. Forse si fa fatica a trovare strade nuove per i giovani, vedo tante realtà che segnano il passo, senza un adeguato apporto delle nuove generazioni.

Veniamo alla visita del Papa, una sorpresa per tutti…
Anche per me è stata una sorpresa: è vero, gli avevo scritto ovviamente, per invitarlo alla riapertura. Poi il 18 febbraio mi ha telefonato, chiedendomi di recarmi subito a Roma. Una volta là, abbiamo avuto un lungo colloquio in cui abbiamo parlato di moltissime cose. Dopo quasi un’ora e mezza sorridendo mi ha detto: “ho deciso di venire a Carpi prima di Pasqua”. Per fortuna ero seduto, temevo che il calendario della riapertura della Cattedrale sarebbe stato annullato ma lui ha specificato di non voler venire per quello, bensì per incontrare la gente. Una visita pastorale insomma, in cui manifestare personalmente la stima e l’apprezzamento per quanto realizzato in questi anni non facili.

Tu non sai quel che in rete si sa di te

Quella digitale è una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo: nuovi pensieri, nuove relazioni, nuovi stili di vita. E soprattutto un io sempre più protagonista e sempre connesso, che ogni giorno genera da 2,5 a 5 milioni di gigabyte di dati su di sé. I nostri mi piace, gli itinerari che percorriamo, le transazioni con la carta di credito, le ricerche su Google lasciano in giro briciole di noi. Briciole che non sappiamo nemmeno di aver disperso per la rete, e che restano lì, in attesa di essere raccolte e utilizzate. Accessibili a chiunque sappia cosa e dove cercare.

Negli States, alcune società hanno imparato a utilizzare i dati di credito personali, ad analizzare tutti i messaggi inviati sui social alla ricerca di parole come “al verde” oppure “povero”, per stabilire il rischio di insolvenza dei loro clienti o addirittura se siano o meno dei potenziali delinquenti. Per alcune l’etica è importante, ma non per tutte. Avete presente il film Minority report? Quante decisioni potrebbero essere prese su di noi sulla base di dati che nemmeno sappiamo di condividere? Arriveranno a decidere a partire dai nostri like se stiamo per commettere un crimine?

Creando la piattaforma “predictiveworld”, il Centro psicometrico dell’Università di Cambridge ha realizzato un esempio facilmente sperimentabile, “per gioco”, di come sia possibile profilare gli utenti proprio a partire dalle loro identità social. Ovvero: Facebook non è solo uno strumento dove pubblichiamo le nostre interazioni con i nostri amici, ma uno spazio di infinita raccolta dati sulla nostra vita. A muoversi in questo spazio pieno di questioni aperte hanno provato i giornalisti Paolo Tomassone, presidente del Centro culturale Ferrari, e Davide Lombardi, videomaker e a suo tempo ideatore di Zooppa, piattaforma social per la creazione contenuti pubblicitari realizzati dagli utenti, in un incontro organizzato presso lo stesso Centro Ferrari e rivolto in particolar modo a educatori e docenti. I modelli previsionali, spiegano, non sono sempre negativi e vengono usati da tempo in pubblicità così come nelle campagne politiche: attraverso degli algoritmi sempre più precisi è possibile prevedere e interpretare i nostri gusti e ovviamente anche il nostro voto. Sempre con degli algoritmi, Facebook ci ricorda da quanto tempo siamo amici dei nostri amici e che cosa abbiamo fatto lo scorso anno, ci chiede “che cosa stai pensando” e ci suggerisce di comunicare al mondo “di che umore sei”. Condizionando la vita di oltre un miliardo e mezzo di persone.

I dipendenti di Facebook dalla fondazione della società ad oggi.
I dipendenti di Facebook dalla fondazione della società ad oggi.

Prima di lui esistevano già dei social network, allora perché questo successo? Tutto nasce con Facemash. Mark lo inventa in una sola notte, nel 2003: prende delle foto di ragazzi e ragazze di Harward e li mette a confronto per scegliere i migliori, con un classico “hot or not” game. Il server va in crash per il gran numero di contatti. Da lì a Facebook il passo è breve, il progetto si allarga alle altre università Usa, affinché gli studenti possano socializzare tra loro. Nel 2004 “The Facebook” è online, ci lavorano sette persone compreso Mark. Tredici anni dopo i dipendenti sono 17mila in tutto il mondo.

dentro-facebookEd eccoli, i numeri: quasi 2 miliardi di utenti, 1,09 miliardi le persone che lo utilizzano ogni giorno; 28 milioni gli italiani iscritti (21 milioni lo usano ogni giorno); 40 minuti il tempo che l’utente medio vi trascorre, 10 miliardi i like giornalieri.
“Per la prima volta si era creata una comunità virtuale che riprendeva le dinamiche normali delle comunità offline”, spiega così Davide Lombardi l’attrattività di Facebook. Zuckerberg, scrive nel suo libro “Dentro Facebook” la sua ex dipendente e ghostwriter Katherine Losse, usa spesso le parole dominazione e rivoluzione: ci ha infilati nel suo ecosistema e ci porta dove vuole, la nostra identità è ormai un I-tech e i confini del sé sono in costante ridefinizione tra l’online e l’offline.

E intanto Zuckerberg possiede un patrimonio personale di 60 miliardi di dollari e una vera e propria galassia social che ruota intorno a Facebook, grazie anche all’acquisizione di Instagram e Whatsapp. Non male per un’infrastruttura che, di fatto, non ha contenuti. Quelli li produciamo noi, creando giorno dopo giorno una nostra identità virtuale che è sempre più importante ed osservata. Con conseguenze spesso drammatiche. Le storie le raccontano film come “Il Sospetto” oppure “Audrie e Daisy”, uscito qualche mese fa sulla piattaforma Netflix a firma di Bonni Cohen e Jon Shenk, che ricostruisce la storia di due adolescenti violentate da ragazzi che ritenevano amici, perseguitate dalla comunità attraverso il passaparola e umiliate su Internet. “Cominci a credere che le cose brutte che dicono di te siano vere”, dice una delle due. La cosiddetta web reputation per i giovani non è un gioco, e nemmeno per gli adulti, come mostrano i casi di Tiziana Cantone, Laura Boldrini e Bebe Vio, riempite di offese “digitali” in una piazza virtuale in cui ogni persona si sente autorizzata di dire qualsiasi cosa.

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Tutta colpa dei social, allora? “Di certo hanno moltiplicato gli istinti moralizzatori della gente – chiarisce Paolo Tomassone – e la rabbia. Che è già lì fuori, ma si manifesta, amplificata, online”. Agli educatori il compito di non farsi spaventare, e tirar fuori qualcosa di buono da uno strumento tra i più rivoluzionari della storia e in continuo e veloce mutamento. Ci sono anche esempi positivi. Fare media education, disciplina che si sta pian piano consolidando anche in alcune delle scuole del territorio modenese, è proprio questo. Evitare di osservare questi strumenti come generatori di male, conoscerli più che criticarli, limitarli più che spegnerli, ricordando che la rete è rete di relazioni tra persone. E allora non ci si può chiudere del tutto. Perché niente mi arriverà dagli altri, se non condivido niente con gli altri.

Religioni: con Francesco un nuovo stile per il dialogo

L’incontro nella chiesa romana di All Saints, domenica 26 febbraio, è stata un’ennesima “prima volta” per un Francesco. Mai un Pontefice aveva incontrato la comunità anglicana di Roma. È lui il primo, a conferma della sua “linea strategica sull’ecumenismo”: c’è un passato da lasciare alle spalle e un futuro da costruire insieme, «liberi dai rispettivi pregiudizi», come «amici e pellegrini» – «desideriamo camminare insieme», operando con «umiltà» per le sfide del nostro tempo.

Brunetto Salvarani
Brunetto Salvarani

A sottolineare il cambiamento in atto è Brunetto Salvarani, teologo e scrittore modenese, docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna. Da coautore dei due più significativi – perché unici – rapporti sulle religioni in Italia, Salvarani osserva che con Francesco c’è un nuovo approccio al dialogo ecumenico e interreligioso. “La Chiesa cattolica, dal Concilio (con Nostra Aetate) in poi, sul piano ufficiale ha sempre scelto la via del dialogo. Ma nell’ultima stagione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si è puntato soprattutto al piano culturale, in particolare con l’Islam – grande punto interrogativo ancora oggi, in quanto non lo capiamo e non riusciamo a investire ecclesialmente. Con Francesco invece la logica diventa il ‘camminare insieme’. Un’espressione che ritorna spesso in Evangelii Gaudium così come nei molti e ravvicinanti incontri con leader o esponenti delle diverse religioni”.

Con Francesco c’è qualcosa di sostanzialmente nuovo in tema di dialogo?
Sì. È diversa la sensibilità di questo Papa, la sua storia personale, non europea ma latinoamericana, è radicata in una tradizione che punta molto alla prassi. Scherzando, ha detto che i teologi delle diverse chiese andrebbero portati su un’isola deserta a discutere tra loro. Lui parla a tutti, come vediamo nella Laudato si’: senza eliminare le differenze, ci esorta a sforzarci di vivere insieme, cogliendo così ciò che ci unisce, la dimensione umana della vita, lo sforzo di umanizzare il mondo, la terra come casa comune da salvaguardare.

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A margine dell’incontro con la chiesa anglicana il Papa ha parlato di un prossimo viaggio in Sud Sudan. Che significato ha?
È un viaggio ecumenico simile a quello che nell’aprile 2016 lo ha portato insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo nell’isola greca di Lesbo per visitare un campo profughi. Francesco stava parlando delle «giovani Chiese», che hanno da insegnare molto. E ha raccontato: «Le Chiese giovani hanno più vitalità e anche hanno il bisogno di collaborare, un bisogno forte; sono venuti i vescovi, l’anglicano, il presbiteriano e il cattolico, tre insieme a dirmi: Per favore, venga in Sud Sudan, soltanto una giornata, ma non venga solo, venga con Justin Welby, cioè con l’arcivescovo di Canterbury. Da loro, Chiesa giovane, è venuta questa creatività. E stiamo pensando se si può fare, se la situazione è troppo brutta laggiù… Ma dobbiamo fare perché loro, i tre, insieme vogliono la pace, e loro lavorano insieme per la pace…». Il Papa si affida sempre a gesti e parole molto concreti quando parla di dialogo interreligioso, e sottolinea spesso il prezioso contributo delle religioni a edificare la cultura dell’incontro e della pace.

Veniamo al nostro paese. All’inizio degli anni duemila nel suo rapporto parlava di “muro di vetro” – ci si guardava ma senza toccarsi mai –, dieci anni dopo tale barriera non era ancora infranta, ma si era “in mezzo a un cantiere delle fedi nello spazio pubblico”. Nel 2017 com’è la situazione?
È aumentata la consapevolezza che non c’è più una religione degli italiani, ma un’Italia delle religioni. Qualcuno pensa ancora che sia una stagione passeggera, in realtà siamo di fronte a un cambiamento di lungo periodo. La risposta a questa situazione è però ancora bipolare: c’è chi l’accetta e investe in buone prassi, rivolgendosi al popolo delle parrocchie, delle associazioni, impostando cammini di normalizzazione delle relazioni tra le diverse religioni presenti sul territorio; altri invece si lasciano muovere da paure e pregiudizi, complici la tv e i social network che amplificano queste dinamiche. A creare questo clima c’entrano altri fenomeni come le migrazioni o il terrorismo internazionale, la sicurezza, gli zingari: ci sono parti politiche che giocano su questo e nemmeno le comunità religiose riescono a mostrarsi all’altezza della situazione nel riportare il dialogo sui giusti binari.

Papa Francesco abbraccia i suoi due amici argentini, il rabbino Skorka e l’imam Abboud, presso il Muro Occidentale di Gerusalemme (26 maggio 2014)
Papa Francesco abbraccia i suoi due amici argentini, il rabbino Skorka e l’imam Abboud, presso il Muro Occidentale di Gerusalemme (26 maggio 2014)

Quali sono i passi più significativi in tema di relazioni?
Tra tutti, segnalo il Patto nazionale per l’Islam italiano, firmato il 1 febbraio al Viminale dal ministro dell’Interno Marco Minniti e dai rappresentanti delle comunità islamiche italiane: per la prima volta la maggioranza dei musulmani del nostro paese si è resa conto che è difficile restare uniti ma si deve. Parliamo di 11 soggetti, vale a dire il 70% delle associazioni islamiche del territorio, complessivamente 1,6 milioni di fedeli. Si tratta dunque di una relazione istituzionale di alto livello, su impegni specifici e rilevanti come i sermoni in italiano, la formazione degli imam, i giovani, le sedi e ovviamente la presa di posizione rispetto a situazioni in cui i confratelli stessi sono perseguitati. Un quadro insomma, che prefigura una intesa con lo Stato.

Il pluralismo è una sfida per tutte le religioni, diceva anche il Cardinale Martini. Secondo lei quali sono le sfide di oggi?
La prima è sicuramente conoscere il fenomeno, interrogarsi sulla situazione. C’è un immaginario collettivo che ingigantisce i numeri della presenza musulmana, molti in questi anni si sono finti islamologi insistendo su luoghi comuni che non hanno fatto bene, a partire dall’idea che ci sia una realtà monolitica sempre uguale a se stessa anche sul piano storico (siamo fermi a Lepanto ed è un problema molto serio). Per uscirne bisogna decostruire l’immaginario collettivo, e costruire invece una dinamica relazionale. Anche qui abbiamo sbagliato. Serve più disponibilità e attenzione, a partire dalla narrazione di sé e dall’ascolto delle narrazioni altrui più che da grandi discorsi: riconoscersi vicendevolmente fratelli e sorelle sulla terra, come ci chiede il Papa, sarebbe un bel punto di partenza.

Immagine di copertina: selfie interreligioso in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate” sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane (28 ottobre 2015).

Che ne sarà di me, dopo di voi?

“Chissà perché alcuni parlano sempre di ragazzi: ho quarantadue anni e sono un uomo anche se abito ancora coi miei”. Andrea non è un italiano bamboccione, è un italiano disabile e vive con i suoi genitori ultrasessantenni. Carlo e Maria, un amore incondizionato per il figlio e una preoccupazione che bussa insistente: che cosa, e chi, ci sarà dopo di noi?

Secondo l’ultima indagine Istat – i dati sono del 2013 – dei più di 3 milioni di disabili, ce ne sono circa 540mila con un’età inferiore a 65 anni e con disabilità grave non associata al naturale invecchiamento o a patologie connesse con la senilità. Circa 270mila vivono con uno o entrambi i genitori: loro vedranno aumentare in futuro il rischio di esclusione ed emarginazione, se la società non sarà in grado di fornire le cure e l’autonomia economica assicurata attualmente dalla rete familiare. Tra questi, ci sono quelli come Andrea e sono circa 90mila: i figli già adulti che vivono con genitori anziani. 192mila disabili vivono con il partner e/o con i figli, mentre 52mila vivono soli e di essi il 73% – parliamo di 38mila individui – non ha più i genitori.

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Eccola la realtà del dopo di noi, che poi è un adesso che interpella tutti a livello sociale. La risposta in Italia è la Legge del 22 giugno 2016 n. 112 fortemente voluta e seguita nei suoi sviluppi dal deputato modenese Edoardo Patriarca. Qui finalmente “si riconosce un’esigenza di tutela di fondo delle famiglie con persone disabili, non solo per il dopo, ma per il durante”, chiarisce Flavia Fiocchi, presidente del Consiglio notarile di Modena e del Comitato regionale dei Consigli notarili. Era il 2005 quando un gruppo di genitori iniziò a muoversi in tal senso, un percorso sofferto anche dal punto di vista fiscale e oggi finalmente normato secondo i principi sanciti dalla Costituzione italiana e dall’Europa.

Il frutto più significativo dell’impegno di tante famiglie, nella Legge, è l’idea portante di costruire un progetto individualizzato per la persona disabile e il suo nucleo familiare, con il coinvolgimento di un’équipe multi-professionale che, attraverso un vero e proprio case manager, accompagna all’autonomia e alla più adeguata soluzione abitativa. I percorsi, la de-istituzionalizzazione, ovvero l’uscita dalle strutture pubbliche, il supporto alla domiciliarità, l’innovazione tecnologica, le risorse: tutto è entrato in questa legge che, a partire dal diritto e superiore interesse della persona disabile, mette in campo enti e strumenti. Come i trust, le agevolazioni fiscali, e anche un “Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, 38 milioni già finanziati sul 2017 e 56 dal 2018 in poi.

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Vicinanza alle famiglie, riconoscimento della possibilità di un loro coinvolgimento al fine di garantire al disabile la vita ricca, piena, autonoma cui egli ha diritto. Per fare ciò, tra gli strumenti di diritto privatistico, il trust è sicuramente il più significativo: con esso un soggetto – immaginiamo un genitore – mette a disposizione i beni e li trasferisce a un altro soggetto per la realizzazione di un obiettivo definito che il disponente ha in mente, ovvero il bene del figlio. Questi beni vengono così protetti giuridicamente da aggressioni verso il patrimonio e il vincolo è reso praticamente inespugnabile proprio in virtù della destinazione d’uso.

Formazione, informazione, sollievo, autonomia e residenzialità sono le parole chiave quando si parla del bene superiore di un figlio disabile. Ma anche coraggio: “si tratta infatti di persone che non hanno più famiglia e che oggi vengono normalmente destinate in centri residenziali. Per fortuna da noi non sono così inadeguati, ma comunque non sono di certo corrispondenti alle volontà dei genitori quando erano in vita”, spiega Sergio Saltini, presidente della Fondazione Progetto per la vita, nata nel 2013 per occuparsi di questo tema.

Oggi occorre offrire possibilità di scelta diverse, che consentano la costruzione di relazioni significative dal punto di vista psicologico, affettivo, sessuale. Uno dei sogni nel cassetto è il cohousing: “ad esempio il condominio solidale che abbiamo progettato di realizzare a Carpi – osserva Saltini –. Qui potranno andare vivere i disabili con i propri genitori anziani e rimanere anche dopo, in una logica di continuità e progressiva autonomia, e anche coppie di fidanzati o amici, sempre con disabilità. Abbiamo fatto i nostri calcoli, ma tutto sta in come le amministrazioni e la Regione risponderanno, in linea con i decreti attuativi della Legge sul dopo di noi. Ci saranno tre anni di tempo: noi siamo fiduciosi”.
Perché il diritto del disabile è lo stesso di tutti noi: spendere la propria capacità di autodeterminazione, decidendo che orientamento dare alla propria vita, e soprattutto vivere relazioni, realizzando i propri sogni e progetti.

Anche i disabili si ammalano

La Cooperativa sociale Nazareno di Carpi non è solo un luogo che ospita la disabilità. Qui la disabilità vive e pensa se stessa, in una quotidianità lavorativa e relazionale che dà forma, giorno dopo giorno, a una idea, a un progetto. Ed esso cresce e si modifica per far fronte a vecchie e nuove sfide. “Sul nostro territorio c’è una grande vivacità di iniziative, sia per quanto riguarda la nostra Cooperativa, sia in riferimento a diverse associazioni attive – osserva il presidente Sergio Zini -. Vedo una grande sensibilità: l’obiettivo attuale è far capire alla gente che le persone disabili sono risorse, non sono solo soggetti che hanno bisogno”.

Ma c’è di più. A destare oggi maggiore interesse in questo senso – e soprattutto preoccupazione – è il diritto del disabile “a essere malato”. Non solo disabile, ma anche malato. Ad avere cioè patologie a livello organico e psichico che non sono legate alla disabilità, ma che comunque esistono. Semplici indisposizioni o difficoltà di funzionamento di organi interni, ma anche tumori, malattie degenerative o psichiche, depressioni e tutto ciò che affligge l’intera società, possono allo stesso modo colpire anche chi ha un handicap.
C’è insomma la diagnosi di disabilità, ma non una diagnosi sul disabile. Il diritto alla malattia non viene quasi mai riconosciuto, poiché oggi, nonostante i grandi progressi in campo medico, capita che le difficoltà della persona vengano ricondotte alla sua disabilità, anche quando i sintomi, a volte veramente difficili da interpretare, indirizzano verso altre patologie.

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Così, la condizione di handicap diventa una sorta di stanza che isola e imprigiona l’intera persona, impedendo un riconoscimento autentico della sua identità ma anche dei disturbi di cui soffre. È evidente che vi sia più di una giustificazione a non approfondire bisogni e malesseri: “si fa molta fatica a capire cosa vogliano esprimere persone con alcune situazioni di disabilità gravi – ammette Zini -. Un po’ per la difficoltà a comunicare verbalmente i sintomi, dov’è localizzato il loro malessere o cosa provoca in loro un disagio psicologico”. Non sempre sanno comunicare i loro pensieri – e quindi anche gli eventuali problemi a livello del pensiero – e i loro mali. Ma non è solo questo: pare che non esistano purtroppo dei protocolli sufficientemente efficaci per una diagnosi puntuale in queste condizioni. “Credo che sia necessario approfondire questo tema: patologie psichiche che colpiscono tutta la popolazione, colpiscono anche i disabili indipendentemente dalla loro disabilità, e bisogna curarle adeguatamente”. Ancor più questo vale per le patologie organiche: “è molto importante creare sistemi di prevenzione e valutazione oggettivi che permettano di cogliere, di fronte alla povertà di comunicazione delle persone disabili, la malattia al suo inizio, senza aspettare che diventi eclatante”. Perché nel 2017 non si può più dire “tanto è disabile”.

Il tema dell’integrazione acquisisce così uno spessore diverso. Eppure, per l’adeguato riconoscimento a livello istituzionale c’è ancora tanta strada da fare. C’è un problema ineliminabile, osserva Zini: la burocrazia crea ostacoli e distanze tra i progetti e la loro realizzazione. “Bisogna aprire di più, lasciare più capacità di muoversi ai soggetti. E intendo non solo associazioni e cooperative, ma anche i ragazzi stessi. Infatti, come anche su questo tema, sono le persone disabili che, tante volte, indicano a noi la strada dello sviluppo che serve per loro”. Se iniziamo ad ascoltare.

Il dipinto in copertina è di Cesare Paltrinieri, disabile. Copyright ©2014 Irregular Talents – NAZARENO Soc.Coop.Soc.

Balle solidali

L’episodio è di quelli che spaventano. Alle 3,15 della notte tra lunedì 9 e martedì 10 novembre, il capannone adibito a fienile della Società Agricola Fratelli Chiletti di Albareto ha preso fuoco e in poche ore sono state ridotte in cenere 5mila balle di fieno del peso di 5 quintali l’una e 4mila balle di paglia, necessarie a sfamare più di 500 capi di bestiame. Come si può immaginare il danno è ingente: circa 450mila euro andati letteralmente in fumo e una spesa prevista di 800mila euro per abbattere, smaltire e ricostruire il capannone. Le cifre saranno solo in parte recuperate tramite la copertura assicurativa e gravano ora sulle spalle di due fratelli coraggiosi, Antonio e Gabriele, rispettivamente di 42 e 35 anni, che negli ultimi anni hanno investito denaro ed energie per ammodernare ed ampliare l’azienda agricola di famiglia. Un’attività che prosegue da generazioni, con 400 ettari coltivati a fieno e cereali necessari ad alimentare 300 vacche e 280 capi giovani da rimonta.

Nel 2009 l’idea di investire sul recupero delle tradizioni contadine e sulla filiera corta, avviando un piccolo caseificio per la vendita diretta, mentre solo nel 2014, con grande sforzo economico, erano stati ampliati gli spazi per la raccolta e lo stoccaggio del fieno e la sistemazione dei mezzi agricoli. Portati fortunatamente al sicuro, insieme a tutti gli animali, prima che le fiamme raggiungessero altri capannoni. Il modo in cui l’incendio è divampato sembra confermare l’origine dolosa del rogo e i carabinieri hanno aperto un’indagine. Difficile intuire se si tratta di un atto vandalico o di qualche forma di ritorsione; rimane il fatto che dall’oggi al domani i due fratelli e le loro famiglie si sono ritrovati senza poter nutrire il bestiame che garantisce loro la produzione dei 25 mila quintali di latte l’anno destinati alla realizzazione del Parmigiano Reggiano e in piccola parte alla produzione interna.

Hanno però subito trovato il sostegno di parenti e amici che, da Albareto a Soliera, da Carpi a Cavezzo, hanno attivato una catena di solidarietà lanciata attraverso il web con l’hashtag #Balle solidali e una pagina Facebook.

Diverse le possibilità per contribuire all’approvvigionamento di fieno e acquistare i prodotti del caseificio grazie anche alla collaborazione di alcune cooperative locali che si sono impegnate nella comunicazione e nella distribuzione su un territorio che copre quasi tutta la Provincia. “Abbiamo voluto metterci accanto a due giovani imprenditori che via via sono subentrati ai genitori nella conduzione dell’azienda, coadiuvati oggi da 10 dipendenti, investendo sul rispetto per l’ambiente e sulla qualità – chiariscono alcuni amici della famiglia -. Sono vittime di un gesto premeditato che ancora non trova spiegazioni”.

Sarà per questo che subito i social si sono mobilitati, nella speranza di avviare ancora una volta quel circolo virtuoso che da nord a sud ha permesso di sostenere diverse aziende colpite da questi atti, o sempre più spesso da calamità naturali, e che proprio grazie al web hanno ritrovato la forza e le risorse per rialzarsi.

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Come aiutare

  • donazione tramite bonifico intestato a “Balle solidali – Sosteniamo Soc. Agr. F.lli Chiletti” Codice Iban  IT26 J 05034 66720 000000101115
  • prodotti agricoli dell’azienda e ceste di Natale direttamente presso lo spaccio Chiletti in Via Albareto 792 – Albareto (Modena)
  • se sei anche tu un’azienda agricola e puoi donare qualche balla di fieno l’indirizzo dell’azienda agricola è Via Albareto 792 – Albareto (Modena)
  • se abiti a Soliera, Carpi o Cavezzo, da oggi fino al 23 dicembre 2015 puoi ordinare in azienda i tuoi prodotti preferiti e riceverli direttamente a casa. Chiama in azienda al numero 059 842315, prenota i tuoi prodotti ed entro pochi giorni con un ordine minimo di 20 euro li riceverai tutti a casa con pagamento alla consegna.

Fonte immagine di copertina: ModenaToday.