La realtà batte la finzione

La realtà batte la finzione. Per dirlo basta dare uno sguardo agli ultimi grandi Festival del Cinema, dove i documentari sono stati il vero grande trionfo: dai lavori di Zhao Liang, Amos Gitai, Laurie Anderson e Aleksander Sokurov, fino al successo nelle sale di “Janis” della regista americana Amy J.Berg sulla vita di Janis Joplin. “È il segnale che la fiction ha saturato il pubblico”, spiegano Fabrizio Grosoli e Roberto Roversi, curatori artistici del Modena ViaEmili@DocFest: “La stessa serialità televisiva, la vera novità dirompente degli ultimi anni, sta cominciando a mostrare segni di stanchezza per ripetitività e mancanza di coraggio. Ecco allora la necessità di un appuntamento come il ViaEmili@DocFest”. Un festival che giunto alla sua sesta edizione può dire di aver vinto una scommessa perché “non era così scontato anni fa scegliere di occuparsi di documentario” e così il Modena ViaEmili@DocFest si presenta al pubblico, da giovedì 5 a domenica 8 novembre al Teatro dei Segni, via San Giovanni Bosco 150, con un ricco programma di visioni gratuite dedicate al reale, all’analisi della società contemporanea attraverso lo sguardo di registi e maestri del cinema.

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Con queste premesse, non poteva mancare un doppio omaggio a due importanti figure: Pier Paolo Pasolini nel quarantesimo anniversario della morte e una retrospettiva sulle opere di Claudio Caligari, scomparso pochi mesi fa, che con il suo ultimo film “Non essere cattivo”, rappresenterà l’Italia agli Oscar 2016. Due registi che hanno sviluppato percorsi differenti ma che sono legati dalla volontà di analizzare e in un qualche modo scardinare le convinzioni della società contemporanea. Sarà proprio Pasolini a chiudere il festival, domenica 8 novembre a partire dalle 20.30, con due lungometraggi che raccontano il poeta e regista, ucciso nella notte del 2 novembre del 1975, attraverso lo sguardo di un altro grande maestro, Giuseppe Bertolucci, che gli ha dedicato due opere: “Pasolini prossimo nostro”, una lunga intervista raccolta da Bertolucci che integra le tematiche dell’ultimo film di Pasolini, “Salò e le 120 giornate di Sodoma” – che girò alcune scene a Villa Sorra, Castelfranco Emilia, con comparse scelte tra i giovani del luogo – con il pensiero dello stesso autore, attraverso un lungo dialogo sulla fine delle ideologie o la loro trasformazione. A seguire, “La rabbia di Pasolini”, dove Bertolucci ha riorganizzato a distanza di oltre quarantacinque anni, in maniera filologica, il film pasoliniano “La rabbia”, aggiungendovi la ricostruzione dei sedici minuti mancanti. In questo modo Bertolucci ha rieditato un film di cui i più giovani difficilmente avranno sentito parlare. Pier Paolo Pasolini, bolognese, è considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Attento osservatore dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi critici contro la borghesia, la società dei consumi e il movimento del Sessantotto.

Valerio Mastandrea con Claudio Caligari (a sinistra)
Valerio Mastandrea con Claudio Caligari (a sinistra)

A Claudio Caligari, regista recentemente scomparso che, con il suo testamento estetico ed esistenziale “Non essere cattivo”, rappresenterà l’Italia agli Oscar, viene invece dedicata una retrospettiva con tre delle sue opere principali e anche le uniche di cui sembra essere disponibile il materiale, come spiega Fabrizio Grosoli: “Valerio Mastandrea, che ha fortemente voluto e anche prodotto il suo ultimo film, mi ha assicurato che cercherà nella casa di Caligari il materiale delle sue produzioni per renderlo disponibile al pubblico”. Le riprese di “Non essere cattivo” iniziarono a febbraio 2015 su una sceneggiatura scritta a sei mani. Girato a Ostia, il film è un’ideale continuazione di “Amore tossico”: storia di amicizia e caduta negli inferi, nella periferia romana degli anni Novanta, tra rapine, droghe sintetiche e l’illusione di poter cambiare vita. Il regista muore il 26 maggio, appena finito il montaggio dell’opera, dopo una lunga malattia. Il film, presentato fuori concorso alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia, ha ottenuto il premio Pasinetti al miglior film e al miglior attore: Luca Marinelli. “Amore tossico” (1983) e “L’odore della notte” (1998) verranno proiettati venerdì 6 novembre a partire dalle 14.30, mentre “Non essere cattivo” è in programma sabato 7 novembre alle 10. I film saranno presentati da Leonardo Gandini, docente di Storia del Cinema all’Università di Modena e Reggio Emilia. Nato come documentarista, Claudio Caligari inizia a farsi conoscere negli ambienti del cinema indipendente e di ricerca sociale, intorno alla metà degli anni settanta. Sin dall’inizio il suo lavoro prende spunto dalle problematiche delle realtà giovanili disagiate e dall’impegno politico negli anni del nascente Movimento del ’77.

La rassegna quest’anno presterà particolare attenzione al documentario femminile con la presentazione di sette opere realizzate da altrettante registe, tra cui molte modenesi, che affronteranno alcune tematiche importanti: immigrazione, donne che non vogliono essere madri, la follia, il fine vita e il terremoto che nel 2012 ha colpito la provincia di Modena. Attesissimo ospite Gianfranco Pannone, che racconterà le barricate di Parma nel 1922 (“Trid cme’ la bula”) e tre storie di vita ai piedi del Vesuvio (“Sul vulcano”). In programma anche l’anteprima di “Napolislam” di Ernesto Pagano, fulminante affresco sul vissuto quotidiano dei convertiti all’Islam nella cattolica Napoli di oggi e due opere per ricordare i 70anni della Liberazione: “Sabotatori” di Nico Guidetti e Matthias Durchfeld sul significato contemporaneo dell’essere antifascisti e “Crocevia Fossoli” di Federico Baracchi e Roberto Zampa, che raccoglie le testimonianze di coloro che furono internati nel campo di Fossoli, anticamera dei lager nazisti in Europa dove passò anche Primo Levi.

Da sinistra: Fabrizio Grosoli (direttore artistico festival), Massimo Mezzetti (assessore regionale Cultura), Giampiero Cavazza (assessore comunale cultura), Anna Lisa Lamazzi (pres. Arci Modena), Roberto Roversi (direttore artistico festival e pres. UCCA) e Federico Amico (pres. Arci Emilia Romagna)
Da sinistra: Fabrizio Grosoli (direttore artistico festival), Massimo Mezzetti (assessore regionale Cultura), Giampiero Cavazza (assessore comunale cultura), Anna Lisa Lamazzi (pres. Arci Modena), Roberto Roversi (direttore artistico festival e pres. UCCA) e Federico Amico (pres. Arci Emilia Romagna)

Infine, spazio al concorso web con votazione del migliore documentario tra quelli in concorso e un premio assegnato da una giuria selezionata. Per seguire il festival, promosso da Comune di Modena, Regione Emilia Romagna, Arci Regionale Emilia Romagna, Arci Modena, Ucca, Kaleidoscope Factory, Pulsmedia. Realizzato con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e in collaborazione con il Dipartimento di Studi Linguistici e culturali dell’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Istituto Storico di Modena, Voice Off, D.E-R, Sequence, si potrà consultare il sito www.modenaviaemiliadocfest.it, la pagina Facebook Modena ViaEmiliaDocFest e usare l’hashtag su Twitter #vedf15.

Carpi continua a sognare, ma un pezzo della sua favola se ne è andato

In città non ci potevano credere e continuavano a dire “non succede, ma se succede…”. Poi è successo. Il Carpi è volato in serie A, a calcare per la prima volta nella sua storia il palcoscenico più importante, tanto che in giro si gridava al miracolo. Un sogno bellissimo, una cavalcata impressionante iniziata nel 2010 dalla Seconda Divisione (la vecchia C2) e conclusasi nell’aprile scorso con la vittoria del campionato cadetto con quattro giornate di anticipo. Eroe dell’ultimo miglio – il passaggio dalla B alla A – di questa epica impresa, è il marchigiano Fabrizio Castori, allenatore di lungo corso con un passato in giro per tutta Italia tra serie minori e la B, senza mai conoscere, nemmeno lui, i fasti della categoria più importante. Fino ad incrociare nel suo girovagare per il Belpaese la Cenerentola Carpi che, nelle sue mani, si trasforma in una bellissima principessa. Quello doveva essere l’happy end, quel momento sospeso nel tempo che ci dice che la favola è finita ma tranquilli, dopo andrà tutto bene. La vita invece non concede mai troppo tempo per sognare. La magia di un’intera città innamorata della sua squadra e del suo novello Dorando Petri giunto al traguardo 100 anni dopo senza cedere a un passo dall’arrivo, dura giusto lo spazio di una lunga estate davvero calda. Le prime sei giornate nella nuova categoria sono un disastro. Carpi ultimo in classifica con appena due pareggi e quattro sconfitte. Per Castori arriva l’esonero. Si conclude così la parabola dell’eroe al quale si doveva tutto. La sua favola, e quella di un’intera città, finisce lì. L’eccezionalità torna alla normalità.

La scelta di sostituire il mister Fabrizio Castori con Giuseppe Sannino, altro allenatore d’esperienza ma con diversi passaggi in A, dal Palermo al Chievo, è stata presa con filosofia dai tifosi: la mattina dopo la notizia a pochi metri dalla stazione dei treni c’era uno striscione di quattro metri per uno con scritto “Castori immortale” a caratteri cubitali. La stessa scritta è stata avvistata in altri luoghi chiave di una città riconoscente nei confronti dell’uomo che ha scritto una delle sue pagine sportive più belle. Eppure, di fronte alla crudezza della nuova realtà, un segnale in un qualche modo bisognava lanciarlo. A esserne convinto è stato il presidente Claudio Caliumi che, davanti a una platea di giornalisti assetati di sangue, ha sussurrato con un filo di voce la più banale delle verità: “per restare in Serie A bisogna iniziare a far punti”. Poche parole che han fatto da pietra tombale a una favola che, come spesso accade, va ben oltre lo sport, per diventare simbolo della rinascita e del riscatto di un’intera comunità.

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Quello di cui Carpi e i carpigiani avevano assolutamente bisogno. Il direttore della Gazzetta di Modena, Enrico Grazioli, racconta che quando nel marzo 2012 arrivò a dirigere il giornale gli dissero di non preoccuparsi delle pagine su Carpi perché tanto non le leggeva nessuno. Qui sono interessati ai dati dell’export, mica alla lettura dei giornali. Nella terra del tessile, dove hanno fiorito aziende di carattere nazionale come Jucca, Blumarine, Manila Grace, Twin Set e Gaudì, una certa idea di isolazionismo sembra fare parte del dna collettivo. Il tessuto sociale si è costruito in questo modo, qui interessa solo quello che accede nei 300km quadri di territorio e anche con il resto della provincia il rapporto è sfumato e spesso sfocia nella competizione. Guai a dire che Sassuolo, in un certo qual modo, ha una storia simile di rivincita sportiva ed economica.

Se diamo uno sguardo alla storia di Carpi vediamo che il comune, che oggi conta più di 70.500 abitanti ed è quindi secondo per grandezza dopo il capoluogo, nel secondo dopoguerra esplode economicamente con la maglieria. Per decenni le cose vanno piuttosto bene finché piano piano non inizia una crisi economica che sfocia nella stagnazione, con conseguente forte riduzione dei posti di lavoro e delle vendite. Poi, come se non bastasse, arriva il terremoto del maggio 2012 e Carpi crolla letteralmente a pezzi. Tra difficoltà e duro lavoro – è il caso di dire che l’intera comunità si è tirata su le maniche per contribuire e colmare l’evidente latitanza governativa – il paese si riprende, il centro storico torna agibile, molti (non tutti) riescono a tornare nelle proprie case e anche l’economia sembra rifiorire, riportando Carpi nell’Olimpo del tessile. A questo punto manca solo una squadra di calcio, sport che da sempre appassiona la popolazione.

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Al Carpi calcio nel frattempo è arrivato Stefano Bonacini, che diventa amministratore delegato. Uno che non molla mai. Imprenditore che si è fatto da solo, ha lavorato nel tessile fino a inventare un marchio di successo, Gaudì. Nel giro di poco inizia la magia: non si rimugina sulla mancata promozione in serie B nel 2011/2012 e l’anno successivo non sbagliano il colpo, così nel 2013/2014 arriva il debutto nella serie cadetta dove ci trascorrono solo due anni. Nella primavera 2015 arriva la tanto sognata promozione in A, precisamente il 15 giugno, lo stesso giorno della beatificazione di Odoardo Focherini, carpigiano amatissimo dai suoi concittadini per il soccorso prestato a tanti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, prima di essere arrestato e trovare la morte in un campo di concentramento nazista. In città smettono tutti di dire “non succede, ma se succede…” e per la prima volta da anni quella che si respira per le strade e le piazze è vera euforia. Addirittura Arrigo Sacchi nella sua autobiografia pubblicata nel marzo scorso cita il Carpi come esempio di “calcio totale” per passione e appartenenza territoriale. Giusto per capirci, alla promozione in A il Carpi calcio ci arriva con ingaggi che vanno dai 30mila ai 150mila euro, niente nomi stellari né grandi capitali. Qualcosa che in precedenza si è visto solo col Chievo Verona che la sua favola la vive ormai da 15 anni. “Se uno se la fosse inventata, non l’avrebbe costruita così bene questa storia” spiega Beppe Boni, vice direttore de Il Resto del Carlino Bologna.

Adesso Carpi ha tutto: la ripresa economica, una squadra in Serie A, concerti nella cattedrale ancora distrutta con violinisti che indossano il caschetto protettivo, le luci della ribalta. Poi arriva l’esonero dell’allenatore che ha restituito orgoglio all’intera città portando la squadra di calcio fino alla vetta più importante d’Italia, sostituito con uno che alla prima intervista ha dichiarato “Castori ha fatto la storia, io penso solo alla classifica”. E, almeno alla sua première, ci riesce pure, battendo sabato scorso una squadra in gran spolvero come il Torino e regalando la prima vittoria della stagione al Carpi. Anche se è ancora troppo presto per dirlo, in città si torna a sognare la salvezza e forse la rabbia per l’esonero di Castori passerà presto. Perché così è la vita. Così è la normalità del presente che col suo incedere incessante tritura tutto quello che è stato, eroi compresi. Per quanto sia bella la favola che hanno saputo scrivere.

 

Quel che resta dell’arte

Il curatore Richard Milazzo ci indica il titolo della mostra scritto in stampatello minuscolo nero su un pannello bianco all’inizio del percorso: “Il manichino della storia – l’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura” e parlando con quel suo accento americano e gli occhi spalancati che a malapena si nascondono dietro gli occhiali dice: “Un titolo catastrofico per una mostra brutale. Io non volevo farla. Quando sono arrivato qui sembrava tutto un minestrone”.

Arrivare all’inaugurazione di questa mattina non è stato facile: conosciuta da tutti come la mostra di Mazzoli e Bottura, il primo storico gallerista e collezionista modenese che per primo portò in Europa, precisamente a Modena, quel giovanissimo Basquiat che ora è presente proprio in questa mostra e il secondo lo chef pluristellato che ha portato il suo ristorante, la Francescana, al secondo posto tra i migliori al mondo e che ha ospitato proprio ieri l’incontro di stato tra il premier Matteo Renzi e il presidente francese Francois Hollande. Una coppia piuttosto strana la cui idea – diciamocelo pure: costosissima – ha colorito la cronaca locale durante la torrida estate. L’esposizione, ospitata dall’ex Manifattura Tabacchi in spazi ristrutturati per l’occasione, sembra aver preso questa forma provocatoria anche in risposta a tutto ciò che si è detto in questi mesi. A partire da quel titolo, “Il manichino della storia” che richiama l’opera di Francisco Goya “El Pelele” che rappresenta un fantoccio di paglia lanciato in aria da alcune giovani celebranti. Se l’arte è il manichino, viene da chiedersi chi siano coloro che lo lanciano in aria e forse nessuno dovrebbe sentirsi veramente escluso.

cavallo Paladino

Ad accoglierci, in mezzo alla piazza con una suggestiva torre sullo sfondo dai colori tendenti al rosso mattone, è il “Cavallo di Modena” di Mimmo Paladino, un cavallo di Troia contemporaneo che per un attimo ci fa sentire come in un quadro di De Chirico: un’opera nell’opera che ci accoglie e accompagna. Una volta varcata la soglia, la prima cosa che vediamo è la fotografia perché, come ci spiega Milazzo, “è il modo primario di fare arte oggi”. Qui troviamo Wolfgang Tillmans, Cindy Sherman, Luigi Ontani, Richard Prince e Robert Longo che ci mostrano immagini costruite e studiate per essere immortalate. Un po’ come il “Don Quixote in his study” di Vik Muniz, un’enorme opera costruita – sembra – con quei giochini di plastica che si trovano negli ovetti Kinder che l’artista ha faticosamente assemblato per poi fotografarla e successivamente distruggerla: “Poteva tenere la scultura e invece ha scelto di fotografarla, questo ci mostra l’importanza di questa forma espressiva”.

“Don Quixote in his study” di Vik Muniz
“Don Quixote in his study” di Vik Muniz

Qualche passo più in là veniamo catapultati in quella che viene definita la fenomenologia della rappresentazione, in poche parole, spiega sempre il curatore, “l’arte che fa finta di essere arte”. Un esempio su tutti l’installazione di Allan McCullumTwenty Plaster Surrogates”, una serie di quadri vuoti e totalmente finti costruiti in ceramica e dipinti perché “senza l’immagine quel che resta è il vuoto. L’obiettivo non è rappresentare qualcosa ma mostrare il processo di rappresentazione e svelare così la fabbricazione che c’è dietro qualsiasi rappresentazione del nostro mondo”. Esattamente dal lato opposto troviamo Haim Steinbach con i suoi oggetti inutili e bellissimi che ci sbattono in faccia, senza troppi giri di parole, quel mostro che è il consumismo.

HaimSteinbach
Haim Steinbach

Mentre riempiamo occhi e cuore della meraviglia che è l’arte finiamo davanti a una parete bianca dove due fili elettrici attorcigliati partono dal pavimento e salgono abbracciati fino a diventare due lampadine che si sfiorano quasi per darsi un bacio. “Mi viene da piangere quando lo guardo” dice Milazzo mentre ci spiega l’opera di Felix Gonzalez-Torres: “Il suo partner morì di Hiv e lui lo seguì qualche anno dopo. Qui vengono rappresentate due persone, poco importa se uomo e donna o uomo e uomo o donna e donna, sono due persone che si baciano. La luce accesa rappresenta la vita e quando si spegne, è finita. Quando fece quest’opera, nonostante tutto, non era arrabbiato”.

Ci spostiamo di qualche metro e troviamo una serie di quadri che apparentemente non hanno nulla da spartire ma che grazie alla visione di Richard Milazzo finiscono per raccontare un’unica storia, quella del razzismo e delle discriminazioni. Al centro, prorompente e ingombrante, c’è Anselm Kiefer che ci propone un lavoro sulla Seconda Guerra Mondiale con un’enorme pianta del mare o del cielo, dove i numeri sono le stelle con un non troppo sottile riferimento a quelli marchiati sulla pelle degli ebrei durante le deportazioni. Accanto, sulla sinistra, due piccoli quadri: in uno compare solo la scritta “the jews” ed è firmato da William Anastasi perché – spiega Milazzo – “volevo fosse chiaro il confronto tra lo spazio che i due artisti utilizzano per esprimere lo stesso concetto” e sotto c’è un’opera di Basquiat che, insieme a quella piazzata alla destra di Kiefer, è la vera provocazione della parete pensata da Milazzo.

J.M. Basquiat "NewYork"
J.M. Basquiat “NewYork”

Basquiat e il suo “black soap” e Shirin Neshat con “Birthmark” rappresentano infatti il razzismo più contemporaneo: le discriminazioni verso i neri denunciate dall’artista afroamericano e che partono da lontano con la segregazione razziale e dall’altra parte la paura verso il mondo islamico che sempre più spesso viene equiparato al terrorismo. Nella sua opera, Shirin Neshat, ci mostra una donna velata con la mano davanti alla bocca, quasi a dirci che non può parlare, se non fosse per le parole che ha disegnate sulle dita. Di fronte, in una piccola stanza, Robert Longo ci mostra ciò che vedevano i deportati nei campi di concentramento poco prima di terminare il loro viaggio in treno, una foresta al tramonto che diventa un riquadro nero perché “quello che succedeva dopo è stato un orrore talmente grande che non si può rappresentare”.

Shirin Neshat
Shirin Neshat

Gino De Dominicis ci accompagna in un mondo di metamorfosi dove le forme appaiono strane perché rappresentative della trasformazione dell’umanità: a volte in meglio e altre in peggio. Ed è impossibile, qui, non rimanere incantati davanti al “Ritratto di Alessandra J.” Poco più in là c’è quella che Milazzo definisce arte dell’appropriazione, ben rappresentata da Ross Bleckner con il suo “Black Monet” dove l’artista “ha preso i famosi fiori di Monet modificandoli per esprimere la mortalità, dove il buio è più importante della luce” e da Philippe Taaffe con il suo “Twisted Covenant” che riproduce un’opera di Barnett Newman trasformando le linee verticali in corde arrotolate e tonde, in un qualche modo sensuali, che sono allo stesso tempo un omaggio e un gesto d’amore.

Kiefer Basquiat Anastasi
Kiefer Basquiat Anastasi

Non poteva mancare la Transavanguardia: Mimmo Paladino, Mario Schifano, Sandro Chia in una sfilata di capolavori che lasciano senza fiato per bellezza e dimensioni. In mezzo a loro, il giapponese Takashi Murakami con la sua coloratissima foresta. Apriamo quelle che sembrano le pesanti tende in velluto rosso di una sala di teatro per entrare nella stanza “vietata”: qui troviamo la “Fuckface” – e mai titolo fu più azzeccato – di Jake and Dinos Chapman, che ci mostra come il sesso sia in qualunque posto.

Alla parete la grande fotografia di Andres Serrano con in primo piano il piede di un morto per avvelenamento, dall’altro lato lo splendido tavolo anatomico di Chen Zhen che rende visibile ciò che è invisibile: gli organi interni, qui realizzati in cristallo. Infine la coraggiosissima opera di Annette LemieuxSun Gods” che rappresenta ciò che si vedeva in un caleidoscopio del 1900: il terribile spettacolo dei corpi e dei volti degli schiavi neri usati come figurine di cui ridere.

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Fausto Ferri e Richard Milazzo

Ci richiudiamo alle spalle le tende rosse e Milazzo ci porta davanti a quella che definisce “un’opera piena di speranza”: un Jean-Michel Basquiat che qui ci racconta la sua New York: siamo negli anni Settanta e i colori sono il bianco e il nero. Al centro del quadro una testa grigia, sintesi perfetta dell’idea di contaminare e mischiare. Il bianco e il nero, risoluzione estetica delle battaglie tra bianchi e neri, appunto, trova al suo centro la perfetta fusione con una figura grigia, frutto della mescolanza tra i due non-colori. “Rappresenta la speranza di umanità”, ci dice Richard Milazzo con gli occhi pieni di sincera emozione. Forse è questo che resta dopo tutto: un ritorno alle origini, la pura emozione di un’opera d’arte.

In copertina, un dettaglio dell’opera di Julian Schnabel ‘Untitled (View of the Dawn in the Tropic)’.

Non solo scalzi per i migranti. Ecco cosa possiamo fare per aiutarli

“E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare”, scrive Andrea Segre nel suo appello per una mobilitazione che chieda a gran voce un’Europa che accoglie e non respinge quelle migliaia di uomini, donne e bambini che fuggono da guerre, dittature e miserie alla ricerca di un posto sicuro dove vivere, affrontando viaggi che molto spesso finiscono nella tragedia. Abbiamo ancora tutti negli occhi l’immagine del piccolo Aylan, disteso senza vita sul lungomare. L’appello per la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi ha fatto il giro d’Italia e venerdì 11 settembre in contemporanea con quella nazionale, nella Venezia tirata a lucido della Mostra del Cinema, ce ne saranno in tante città, Modena compresa. “La Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi inizia un lungo cammino di civiltà – continua l’appello -. E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano”. Parole che pesano come pietre in un’Europa spaccata in mille pezzi, dove ci sono stati che costruiscono muri di filo spinato, militari che bloccano treni, leader politici che lanciano appelli all’accoglienza e altri che chiudono le proprie frontiere, mettendo annunci sul giornale dove chiedono di non andare lì. In mezzo, ci sono loro: uomini, donne e bambini che camminano per giorni sulle strade, dormono dove capita, corrono ferendosi tra il filo spinato e urlano il loro diritto alla dignità.

La cameraman di un'emittente ungherese vicina a un partito di estrema destra è stata licenziata dopo che delle immagini l'hanno mostrata mentre dà calci ai migranti, compresi alcuni bambini.
La cameraman di un’emittente ungherese vicina a un partito di estrema destra è stata licenziata dopo che delle immagini l’hanno mostrata mentre dà calci ai migranti, compresi alcuni bambini.

L’appuntamento a Modena è venerdì 11 settembre, alle 17.30, in piazza Roma dove prenderà il via una camminata che attraversando il centro storico arriverà nel piazzale della stazione dei treni, individuato – spiegano gli organizzatori – “come luogo simbolico del transito e degli spostamenti, oltre che di speranza, per le persone migranti in molte città d’Europa”. Il corteo partirà alle 18 per e attraverserà le vie III Febbraio, Corso Cavour, corso Vittorio Emanuele, via Adeodato Bonasi, Viale Monte Kosica e fino al piazzale Dante Alighieri antistante la stazione dei treni. Tantissime le adesioni alla manifestazione, che aumentano ogni ora: dall’Arci all’Anpi, le Acli, Amenesty International, Emergency, Cgil, Cisl e Uil, partiti politici e associazioni come la Casa delle Donne, la Casa delle Culture e quelle che coinvolgono i giovani delle Seconde Generazioni di Modena, tutti chiedono l’attuazione di quattro punti fondamentali: la certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerra, catastrofi e dittature; accoglienza degna e rispettosa per tutti; chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti e infine la creazione di un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino. Insieme si sono dati appuntamento per togliersi le scarpe e marciare a piedi nudi, in segno di solidarietà e supporto a chi è costretto a farlo per sopravvivere. L’emergenza profughi non è una cosa lontana da noi: ci camminano accanto, attraversano le nostre città e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Come ha scritto il giornalista e scrittore Vittorio Zucconi in un tweet, tra trent’anni quando si parlerà di questa drammatica storia non potremo dire che non lo sapevamo.

Fonte immagine.
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L’emergenza è accanto a noi e tutti possono fare qualcosa. A Modena Porta Aperta ha lanciato un appello chiedendo ai cittadini di portare alcune cose di prima necessità: biancheria intima da uomo (mutande, canottiere, calze), scarpe, il necessario per l’igiene personale (sapone, bagnoschiuma, shampoo, lamette, schiuma da barba, spazzolini da denti, dentifricio), vestiti, coperte e sacchi a pelo perché, spiegano, “ora si riesce ancora a dormire all’aperto ma presto verrà il freddo”. Servono anche cibo in scatola o a lunga conservazione (niente che contenga maiale) perché la mensa sta lavorando a regime straordinario. Porta Aperta offre pasti caldi e la possibilità di lavarsi, purtroppo per i letti non c’è più posto perché quelli disponibili sono già tutti assegnati. “Ci sono una cinquantina di persone che sono arrivate e dormono in giro, tra parco Novi Sad, San Cataldo e altri luoghi”, spiega Franco Messora, direttore di Porta Aperta: “Ma la situazione non può che peggiorare”. Donne e bambini? “Per il momento non ce ne sono, restano le famiglie storiche di cui ci prendiamo cura. Non escludo però che possano arrivare”.

Sul sito di Porta Aperta si trovano anche le modalità per contribuire economicamente oppure per diventare un volontario e spendere un po’ del proprio tempo per aiutare gli altri. A livello nazionale sono tante le realtà che storicamente si impegnano per l’accoglienza e il primo soccorso, qui ne citiamo alcune delle principali alle quali è possibile fare una donazione tramite il loro sito web: UNCHR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite; Medici senza frontiere; IOM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; Save the Children; Amnesty International; CIR – Consiglio italiano per i rifugiati; Emergency; Croce Rossa e MEDU – Medici per i diritti umani.

Pasolini a Villa Sorra, memoria plastiche da un set

Quando varchi il cancello che separa la villa dal giardino te lo ritrovi lì, sulla destra, seduto su una panchina con l’aria assorta, esattamente come nella primavera del 1975 quando Pier Paolo Pasolini si trovava a Villa Sorra, a Castelfranco Emilia, per girare alcune scene del suo ultimo e più discusso film “ Salò e le 120 giornate di Sodoma”, trasposizione del famoso romanzo di De Sade al tempo della Repubblica di Salò. Sono passati quarant’anni da quello che fu l’ultimo set di Pasolini, prima della sua drammatica morte pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno. Le riprese del film erano avvolte nel mistero, perché, come spiega lo stesso regista in una delle sue ultime interviste, “è stato girato con tanto mistero perché così si opera bene, nel mistero” e perché “più delle altre volte c’erano dei pericoli immediati, incombenti: l’apparire di un qualche moralista che rifiuta il piacere di essere scandalizzato”. La villa infatti era blindata: nessuno sapeva cosa stesse succedendo dentro. A lasciare una traccia di quei giorni è stata la fotografa di scena Deborah Beer che scatta immagini intime e rigorose degli attori e della scena, le stesse che oggi ritroviamo a grandezza naturale: sagome fotografiche che quarant’anni dopo occupano gli stessi luoghi, raccontando con quello che è un ricordo plastico i giorni in cui Pasolini, il suo staff e tanti ragazzi del luogo girarono le scene del capitolo dal titolo “La selezione”.

A Villa Sorra con al centro una delle sagome di Pasolini a grandezza naturale: da sinistra Giuseppe Modena, dell'associazione XVS Per Villa Sorra; Fausto Ferri, autore del progetto visivo; Stefano Reggianini, sindaco di Castelfranco Emilia; Gianpietro Cavazza, vicesindaco di Modena e assessore alla Cultura. Foto: Serena Campanini.
A Villa Sorra con al centro una delle sagome di Pasolini a grandezza naturale: da sinistra Giuseppe Modena, dell’associazione XVS Per Villa Sorra; Fausto Ferri, autore del progetto visivo; Stefano Reggianini, sindaco di Castelfranco Emilia; Gianpietro Cavazza, vicesindaco di Modena e assessore alla Cultura. Foto: Serena Campanini.

Se lo si chiede in giro saranno in molti a dire che “Salò e le 120 giornate di Sodoma” non sono riusciti a finirlo perché troppo duro, violento e a tratti disgustoso. Il film in effetti è un riuscito mix di politica, poesia, potere, violenza e umiliazioni inferte a un gruppo di giovani da alcuni uomini che esercitano quel potere che uccide e schiavizza, togliendo la dignità alla proprie vittime. Quelle che ritroviamo qui non sono le scene del film ma piuttosto quello che c’è stato dietro la sua creazione: tre Pasolini a pochi metri uno dell’altro ci mostrano il regista intento a dare indicazioni a cameraman e attori, mentre passeggia con le mani infilate nelle tasche dei jeans verso la Limonaia e infine assorto nei suoi pensieri sulla panchina del giardino. Dentro la villa, nella sala centrale, un girotondo di attori ci regala una tridimensionalità molto scenica, mentre raggiungendo la Limonaia possiamo entrare davvero sul set, con le sagome degli attori e delle comparse in posa per le riprese e in fondo, quasi in disparte, il regista che dà istruzioni a due protagonisti. Nella stanza, un lungo rettangolo con tante finestre, entrano lame di luce tale da rendere più vere le immagini, quasi a voler sottolineare e un po’ giocare con la magia del cinema. In fondo al lato sinistro, dietro le sagome, rivediamo gli stessi oggetti che si vedono nella fotografia di Deborah Beer. La bellezza senza tempo di Villa Sorra e del suo giardino fanno il resto.

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Son passati quarant’anni dalle riprese del film e dalla morte di Pier Paolo Pasolini: “Salò e le 120 giornate di Sodoma” oggi è considerato un capolavoro ma allora fu osteggiato quando non censurato e ci vollero quasi due decenni prima che gli venne riconosciuta piena dignità artistica. Le riprese furono lunghe e difficili, il susseguirsi di scene di violenza e umiliazioni richiedettero tutta la pazienza e la professionalità del regista e si narra anche di casi di danni fisici agli attori durante quelle che vengono definite, all’interno della storia, “le punizioni”. Tutto questo, unito alla morte prematura del regista che fu ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975, contribuiscono a fare dell’opera un vero e proprio cult. Oggi possiamo dire che una piccola parte del mistero che avvolge il film è stato svelato e varcando la soglia di Villa Sorra si ha la sensazione di viaggiare nel tempo, seguendo le tracce lasciate da Pasolini. Il mistero che avvolse le riprese fu custodito – e in parte lo è ancora – da un’intera comunità: furono tanti i giovani del luogo, selezionati come comparse, che parteciparono al film e ancora oggi c’è chi ne parla e ne racconta, con la consapevolezza di aver avuto il privilegio di contribuire a qualcosa di grande e bello. A un pezzo di storia del cinema e della secolare Villa Sorra.

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La mostra nasce proprio per questo: svelare le memorie di un set, quello del film “Salò e le 120 giornate di Sodoma”, proponendo un ricordo non celebrativo del regista e poeta nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa. Curata e realizzata da Fausto Ferri, con il supporto organizzativo di Giuseppe Modena, l’evento è promosso dalla Fondazione Cineteca di Bologna con il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini e l’associazione Villa Sorra, patrocinata dai comuni di Modena, Castelfranco Emilia, Nonantola e S. Cesario e con la collaborazione di Cinemazero di Pordenone che ha messo a disposizione le immagini del fondo Bachmann-Beer. Villa Sorra, scelta da Pasolini per realizzare alcune riprese di interni oltre al set principale, Villa Gonzaga-Zani a Villimpenta, è una delle più importanti ville storiche del territorio modenese. Realizzata dal 1699, ha un parco considerato tra gli esempi più rappresentativi di giardino “romantico” dell’Ottocento estense ed è ritenuto tra i più importanti tra quelli informali presenti in regione. Il suo resistere immobile nei secoli e affascinare con i suoi spazi e le sue luci ne fanno un luogo magico, che oggi come allora continua a incantare coloro che ne varcano la soglia.

Where Bottura is simply Massimo

Wander along a quiet backstreet in Modena’s old town centre and you might just stumble upon the second-best restaurant in the world. That’s right, not just in Italy, or indeed Europe, but on planet Earth! But if you do happen to stroll along that little street in a city centre that oozes history, look out for the street number as otherwise you might easily saunter on past, unsuspecting: the only clue that awaiting you beyond the door is a truly special place can be gleaned from a few unassuming plaques affixed to the exterior, an elegant marble facade and the stunning floral compositions that greet you. The name ‘Osteria Francescana’ is tastefully engraved gold on gold, so that in certain light conditions you have to peer closely in order to read it. When you walk along via Stella, look out for number twenty-two and dare to press the little gold knob of a doorbell in search of magic: as the door opens, remind yourself than you’re stepping into the world’s second-best restaurant. Having crossed the threshold, you may feel slightly bewildered and wonder if you’ve come to the right place to eat and drink, or if you’ve inadvertently stumbled into an art gallery, given the number of beautiful artworks adorning the walls. The residents of via Stella and the surrounding area are well accustomed to seeing Massimo Bottura pop out onto the street in his chef’s whites, mobile phone pressed to his ear. Yet even when he’s engrossed in conversation on the phone, often with very important people, he’ll always raise his hand in greeting when he sees you, giving you a thumbs-up and a flash of his smile. On occasion he’ll be ranting on the phone, clearly irate, making you glad you’re not on the receiving end of the call, but even then that famous smile is never far from his lips.

Photo courtesy: Foodlabstory
Photo courtesy: Foodlabstory

All around him, his staff scurry in and out of four or five different spaces that serve as storerooms, offices, the wine cellar and pantries crammed full of exquisite and precious ingredients. In via Stella, young men and women in chef’s whites bustle about, carrying trays and boxes, or occasionally you’ll see them leaning against the wall as they chat on their phones during a coffee break, or play football in the side street, via delle Rose, that gives access to the kitchen. You hear them laughing so hard, you’d kind of like to go and join them for a kick-about with the ball. Then there are days when the street is abuzz with TV cameras, and it’s like being on a film set: film troupes from every corner of the world come to interview the revered chef and if you happen to be passing by, perhaps having popped out quickly for some fresh bread, still wearing that shabby old t-shirt you use to do the chores about the house, or maybe you’re coming home from work and the make-up you immaculately applied that morning has just surrendered and slid off your face, you quicken your pace, hoping to avoid being inadvertently caught on film by one of the countless cameras. Sometimes, on the other hand, as you walk along the street you’ll run into his wife, Lara Gilmore, a New Yorker born and bred who’s now happy to call Modena home. She’s the epitome of style and kindness itself, and you find yourself asking inane questions, like who cooks at home, because when you live with a 3-Michelin starred chef, incidentally number 2 in the whole world, you can hardly get away with a plate of spaghetti with a knob of butter, or else, does even such a glamorous couple occasionally end up sweeping tell-tale crumbs off the couch at the end of the day?

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Photo courtesy: Fine Dining Lovers

For the residents of these sleepy streets in Modena, living a stone’s throw from the main square of piazza Grande with its impressive cathedral, and virtually right next to Osteria Francescana, Massimo Bottura is not the great celebrity of the day, but simply Massimo, so sometimes it’s easy to forget just how famous and brilliant he actually is. Perhaps because they run into him all the time, or perhaps because we tend to undervalue talented individuals who are part of our circle of friends and acquaintances. In any case it seems bizarre when some tourist, unwittingly murdering the Italian language, asks you for directions to Osteria Francescana and you say that’s it right there, and then he pulls out a smartphone and takes a selfie in front of the door. So you stop and think for a moment, wondering if all the neighbours of great stars end up forgetting that they’re actually the neighbours of great stars, or if that only happens to those who’re regularly greeted with a friendly wave and a smile. Another lovely thing about Massimo Bottura is that when he’s talking to you, and you scrutinize his gaze for a moment, you realise that while he’s telling you all about whatever it is, in actual fact he’s seeing it clearly in his mind’s eye. A bit like when you read a fantastic book and instead of seeing the words, your brain paints pictures for you. It’s like an unstoppable stream of creativity and invention, gushing from that man with the sparkling eyes with every beat of his heart, every word, every germ of an idea.

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Photo Courtesy: Le soste

I’ve been in the kitchen at Osteria Francescana once: there was a big charity cooking competition and I ended up on the restaurant’s team. I realised straight away that when you’re part of Massimo’s team, no matter how small your role, losing is not an option. I confessed in a rather shaky voice that cooking wasn’t exactly one of my talents, in fact cooking and I were barely on nodding terms. Not for a split second did he panic. Looking me straight in the eye, he reassured me that it wasn’t a problem: his team would teach me how to make one dish, and one dish only, which would clinch victory for us. And so it was that one day, entering by the staff door, I came face to face with the real world of Massimo Bottura. One of his team had already been instructed and guided me step-by-step through the preparation of the dish in question, confidently assuring me that it was a walk in the park and that I could do it myself in five minutes, despite my rather lost look and furious note-scribbling. In the end the dish was a thing to die for, with a name I’ve long forgotten, and I was even sent home with the ingredients so that I could practise making it again. I made it the very next day and the look of apprehension and dread on my parents’ faces is something I shall never forget. I fired off an e-mail to Massimo that was very to the point: I can’t do this. So he asked me what I could cook and I said erbazzone, a traditional Italian vegetable pie. The evening of the competition, he gave my dish some thought for two minutes and, adding a creamed Parmigiano Reggiano sauce, totally transformed it. The result was a draw. Only as the final result was being announced did I realise that that had always been the logical outcome, but such was the enthusiasm of our team captain, we had all believed it was a serious competition. Later on I sneaked a look at the marks awarded to the individual dishes and mine was the lowest scoring. Bottura, of course, had known all along. That was three years ago and in all this time, he’s kept on smiling at me regardless.

Traduzione di Karen Inglis.

Italian version: Quando Bottura è solo il Massimo

Quando Bottura è solo il Massimo

In una piccola strada del centro storico di Modena si trova il secondo migliore ristorante al mondo. Non d’Italia, non dell’Europa ma di tutto il pianeta terra. Quando ci cammini, in quella piccola strada del centro storico, devi prestare molta attenzione al numero civico perché uno potrebbe anche superare la porta senza rendersene conto: a farti capire che quel posto è speciale sono solo una serie di targhe abbastanza piccole appese, l’eleganza del marmo e i vasi di fiori sempre bellissimi che ti accolgono. La scritta Osteria Francescana è oro su oro e per leggerla in certi giorni devi proprio essere vicinissimo. Quando cammini per via Stella devi cercare il numero ventidue e appoggiare il dito su una pallina dorata che sarebbe poi il campanello e a quel punto magia: la porta si apre e si entra nel secondo migliore ristorante del mondo. Anche quando entri per un attimo ti senti confuso e ti chiedi se sei nel posto giusto per mangiare e bere oppure se per caso sei entrato in una galleria d’arte visto il numero di opere bellissime appese alle pareti. Per chi ci vive, lì nella zona di via Stella, veder saltellare in strada Massimo Bottura con la giacca bianca da chef e il cellulare schiacciato contro l’orecchio è una cosa normalissima. Bottura, anche se sta parlando, magari con qualcuno di molto importante, se ti conosce alza sempre il braccio facendoti ciao con la mano o il segno di “ok” e un grande sorriso. A volte lo senti parlare con un tono concitato e un po’ arrabbiato e speri di non finirci mai tu dall’altra parte del telefono, però anche in quei casi il sorriso arriva sempre.

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Fonte immagine: Foodlabstory

Intorno a lui i suoi collaboratori entrano ed escono da almeno quattro o cinque spazi che sarebbero poi magazzini, uffici, cantina del vino e dispense varie piene di cose buonissime e preziose. In via Stella ci sono ragazzi e ragazze con giacca bianca che si muovono veloci con vassoi e scatole mentre altre volte li vedi schiena al muro a fare una telefonata nella pausa oppure a giocare a pallone nella strada laterale che dà diretta sulla cucina e che si chiama via delle Rose. Li senti ridere talmente forte che ti verrebbe voglia di andarci anche te a giocare lì a pallone con loro. Poi ci sono i giorni delle telecamere che sembra di stare in un set cinematografico: troupe da tutto il mondo arrivano per intervistarlo e se tu stai passando e magari sei uscita di casa di corsa per prendere il pane e hai quella vecchia maglietta che usi per fare le pulizie oppure stai tornando dal lavoro con il trucco che eroicamente ha retto fino ad ora e proprio ora sta crollando sulla tua faccia, aumenti il passo sperando che nessuna delle mille telecamere ti inquadri per sbaglio. Altre volte, invece, per la strada vedi camminare sua moglie, Lara Gilmore, newyorkese trapiantata a Modena molto ma molto elegante e sempre gentile, e ti trovi a farti domande un po’ sciocchine tipo chi cucinerà in casa perché quando vivi con uno chef che è tre stelle Michelin e secondo al mondo non è che puoi cavartela con un piatto di spaghetti al burro, oppure se anche una coppia così bella alla fine deve fare i conti con le briciole sul divano.

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Fonte immagine: Fine Dining Lovers

Per chi vive in queste strade di Modena, a due passi da piazza Grande e dal Duomo e quasi attaccati all’Osteria Francescana, Massimo Bottura non è la grande star del momento ma solo Massimo e a volte sbagliando manco ci si rende conto di quanto sia famoso e bravo. Forse perché lo si incontra tutti i giorni o forse semplicemente perché i talenti vicini a te si tende a darli un po’ per scontati, e un po’ ti stupisci quando un turista smangiucchiando le parole ti chiede dov’è l’Osteria Francescana e tu dici è quella lì e lui tira fuori uno smartphone e si fa subito un selfie davanti alla porta. Allora ti fermi a pensare un secondo e ti chiedi se tutti i vicini di casa delle grandi star alla fine si dimentichino di essere i vicini di casa delle grandi star oppure capita solo a quelli che vengono salutati con la mano e un sorriso. Un’altra cosa bella di Massimo Bottura è che quando ti parla, e ti capita di fissare i suoi occhi per un momento, ti rendi conto che mentre lui ti sta raccontando la tal cosa in realtà la sta come vedendo davanti a sé. Come quando leggi un bellissimo libro e invece di vedere le parole il tuo cervello costruisce immagini. Come se quell’uomo con gli occhi che brillano sprigionasse immaginazione a ogni battito del cuore, a ogni parola pronunciata, a ogni pensiero formulato.

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Fonte immagine: Lesoste.it

Una volta ci sono stata nella cucina dell’Osteria Francescana: c’era una gara di cucina organizzata per solidarietà e io ero finita nella sua squadra. E’ stato subito chiarissimo che quando fai parte del team di Massimo, non importa a che livello, il fallimento non è contemplato. Con la voce un po’ tremolante ho confessato che io proprio no, la cucina non è nelle mie corde. In lui non c’è stato neanche un secondo di panico. Mi ha guardata e mi ha detto che non c’era problema: i suoi ragazzi mi avrebbero insegnato a preparare un piatto, uno solo, che ci avrebbe garantito la vittoria. Così un giorno sono entrata per la porta laterale e mi sono trovata davanti il vero mondo di Massimo Bottura. Uno dei suoi collaboratori era stato istruito e mi ha accompagnato nella preparazione di tutte le fasi del piatto dicendo che era facilissimo e che potevo farlo da sola in cinque minuti, senza mai scoraggiarsi nonostante il mio sguardo perso nel vuoto e il continuo appuntare passaggi su un quadernino. Alla fine era una cosa buonissima di cui non ricordo il nome e mi diede anche gli ingredienti per riprovarci a casa. Lo feci il giorno dopo e lo sguardo di sconforto e orrore sul viso dei miei genitori non lo scorderò mai. Scrissi a Massimo una mail molto sintetica: non ce la posso fare. Allora lui mi chiese cosa sapevo fare e io dissi erbazzone. La sera della gara lui ci mise le mani tre minuti tre, aggiungendo una crema di Parmigiano Reggiano, e il piatto non sembrava più quello che avevo fatto io. La gara andò in pareggio. Solo all’annuncio del risultato mi resi conto che era sempre stata quella la soluzione più logica ma la carica del nostro capitano era talmente grande che tutti noi ci avevamo creduto davvero che fosse una gara reale. Di nascosto sono andata a vedere i voti dei piatti e il mio era quello andato peggio. Bottura l’aveva sempre saputo. Sono passati tre anni e in tutto questo tempo mi ha comunque sempre sorriso.

Fonte immagine di copertina: Wikipedia.

Un tocco femminile di grande attualità

Il prezzo è scritto a penna su un foglio a righe, di quelli che si strappano dai quaderni di scuola, ed è attaccato al vestito con uno spillo. Su alcuni è aggiunto un commento, scritto in corsivo, come “colore moda” o “comodo ed elegante”, come a voler raccontare qualcosa di più di quel pezzo di stoffa. Apriamo la porta di questo piccolo negozio a due passi da piazza Grande e ci chiediamo come ci possano stare tutte quelle maglie, camice, cardigan e abiti, senza che scoppi. Alle pareti, in alto, sono appese pagine di modelli strappate dai giornali di moda, “ce ne sono alcune vecchie di trent’anni”, ci spiega la signora che spunta da dietro una montagna di vestiti: una folta testa di ricci biondi e due occhi truccati di azzurro che brillano dietro gli occhiali.

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Li fa lei questi cartellini, chiediamo in un soffio: “Da cinquant’anni” e hanno successo? “Si”. La signora bionda che gestisce questo piccolo negozio di vestiti da donna non è una che ama raccontare le sue cose, anche se ammette che stare dietro il bancone è un po’ come essere psicologi: le persone entrano e hanno voglia di parlare e confidarsi e lei non può fare altro che ascoltare e commentare. Ci proviamo anche noi, sperando di carpire il segreto di un piccolo negozio che resiste da cinquant’anni nonostante la crisi e l’esodo di tutti gli esercizi storici, che lentamente ma inesorabilmente stanno lasciando il posto alle grandi catene. Qui, invece, la globalizzazione non è ancora arrivata.

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Mentre parliamo guardiamo le maglie appese, con la gruccia, a una catena sospesa a mezz’aria davanti a noi, sono tutte in scala di blu – che scopriamo essere il colore moda del mese di marzo – e tra loro spunta una pagina di giornale dove c’è scritto che il blu è il colore della donna eterea e poco importa se le modelle delle foto indossano splendidi abiti firmati perché a volte un sogno può costare anche solo 9,99 euro, come una di quelle maglie appese in fila davanti a noi.

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Tra una chiacchiera e l’altra scopriamo che la signora bionda con gli occhi truccati di azzurro – che è poi il colore moda del mese – è una ballerina. O meglio, lo è stata per vent’anni quando partecipava alle danze storiche in città e insegnava ai cadetti dell’Accademia Militare di Modena a ballare valzer e quadriglie in occasione del favoloso ballo delle debuttanti. Una cosa che non era proprio semplicissima, ci spiega, perché i cadetti sono “molto rigidi e per ballare non va bene”. Sorridiamo pensando che oggi, i cadetti dell’Accademia di Modena, sono i più gettonati per partecipare ai balli storici in giro per l’Italia. Tutti li vogliono perché evidentemente non è così semplice trovare uomini che sappiano ballare valzer e quadriglie e forse dopo tanto duro allenamento anche la rigidità tipica di un militare si scioglie sulle note della musica. Mentre parliamo entrano due donne, madre e figlia, che hanno adocchiato una maglia in vetrina e una volta dentro restano un po’ spaesate dalla montagna di abiti e faticano a vedere la signora, che è nascosta dietro una pila di vestiti.

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Alla fine comprano la maglia bianca e anche una camicia di un bel turchese, che però – specifica la mamma – proverò a casa e se non va bene la riporto. Nessun problema dice la signora, che infila tutto in una busta di plastica e chiede se fa comodo avere una gruccia. Quando le due donne escono afferriamo una maglia nera e ci avviciniamo alla cassa: “Di crisi economiche ne ho passate tante – ci spiega – ma questa forse è la più dura soprattutto per voi giovani”. Sceglie lei le pagine di giornale alle quali ispirarsi? “Si. Lì alle pareti ci sono pagine anche di trent’anni fa”. Le guardiamo per un attimo, scolorite e ingiallite, e quasi non notiamo differenza con quelle di oggi. La moda è ciclica, pensiamo. Sui cartellini appesi alle maglie ci sono le sue scritte a penna: “Elegantissimo”, “Molto bello”, “Sotto giacca con pizzo”. Come le è venuta questa idea? “Lo faccio da cinquant’anni, non mi ricordo più” poi ci guarda un po’ accigliata e ci chiede: “Perché così tante domande?” e noi niente, non abbiamo il coraggio di dirle che vorremmo raccontare la sua storia e allora mettiamo sul bancone la maglia nera che abbiamo scelto e lei la prende, la piega e ci dice: “Semplice ed elegante”, come se lo stesse scrivendo su uno dei suoi cartellini.

Il Portico del Collegio, primo “social network” di Modena

Questo inverno a Modena è successa una cosa strana: una piccola mostra, nella chiesa di San Carlo, nella via omonima, ha fatto talmente tanti visitatori che ha doppiato le esposizioni di istituzioni ben più grandi. Quella piccola e bellissima mostra ha praticamente fatto due giri della pista mentre le altre arrancavano per finire il primo: è riuscita, in un solo mese, a fare circa 14mila visitatori. Non che la chiesa di San Carlo faccia capo a un’istituzione piccola, visto che la Fondazione Collegio San Carlo è conosciuta in tutto il mondo per i centro di studi filosofici, però non è che organizzi mostre per mestiere. Un piccolo caso, che nella Modena divisa tra lo spirito natalizio e il terrore che lo zampone uscisse dalla zamponiera per occupare musei e gallerie, dovrebbe far riflettere.

La mostra della quale stiamo parlando è dedicata al portico più bello ed elegante di Modena, quello del Collegio, che è ovviamente legato al Collegio San Carlo. Il titolo completo è “Il Portico del Collegio: una città in vetrina” e la cosa bella è che quando entri dentro la chiesa dove è allestita trovi qualcosa che non ti aspetti: un pezzo del portico, realizzato con una ricostruzione architettonica in scala talmente realistica da avere anche due piccioni – finti, ci teniamo a specificarlo – che ci osservano dall’alto. Osservare è il verbo chiave di questa mostra che vuole raccontare la storia del portico attraverso le immagini che nel tempo lo hanno raffigurato: incisioni, fotografie, caricature umoristiche, documenti d’archivio, progetti architettonici e ornamentali che raccontano come è cambiato il look del Portico e come sono cambiate le abitudini dei modenesi che nel corso dei secoli hanno passeggiato sotto le sue arcate. La storia inizia nella prima metà del Seicento quando il collegio si trasferisce nel nuovo fabbricato lasciato dal conte Camillo Molza.

 

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Da allora e fino ad oggi si può dire che il Portico del Collegio sia stato un “social network deambulante”, come scrive il giornalista Michele Smargiassi nel catalogo della mostra edito da Franco Cosimo Panini:

“Il Portico è essenzialmente un corridoio teatrale, un palcoscenico in lunghezza su cui si spendono gli spiccioli e soldi bussi dell’ego”.

Molti anni prima di Facebook e dell’idea del social network, un altro giornalista, Dario Zanasi, scriveva in “Modena il mio paese” (1968) che

“Il Portico del Collegio è il foyer del grande teatro all’aperto modenese. Rappresenta, specie nelle giornate festive e in certe ore del giorno, un frusciante salotto in cui si respira quasi sempre un’aria galante e allusiva”.

Se ci pensiamo, oggi è ancora così. Il sabato pomeriggio ci si trova in centro per fare le vasche, termine non molto tecnico ma che ben definisce l’idea della passeggiata avanti e indietro simili a quelle dei pesci in un acquario, come spiega sempre Michele Smargiassi: “Il Portico, non si sa come prenderlo. Solo con le gambe, forse. Il Portico è una vasca (non la chiamammo proprio così, “la vasca”?) da passeggiare a moto bustrofedico, avantindré avantindré che bel divertimento. E’ uno spazio della mobilità, non della contemplazione. Meglio: della contemplazione in mobilità. Perché andare avantidré è uno stratagemma sociale atto ad aumentare le occasioni di sguardo sugli altri e di esposizione agli sguardi altrui”.

 

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Il Portico come luogo di passaggio e salotto delle chiacchiere culturali e politiche ha così attraversato i secoli. Non solo una vetrina per le persone e in particolare le signorine in età da marito, ma anche per i commercianti che sotto le sue volte avevano e continuano ad avere i negozi più eleganti e innovativi. Se si vuole capire bene cosa si intende, basta entrare nella Farmacia Baraldini che, come scrive Chiara Zucchellini nel catalogo della mostra, è la bottega più longeva del Portico: “Già a fine del Seicento, al tempo della costruzione delle prime dodici colonne del Portico, è presente una spezieria in corrispondenza della Croce di Pietra. Questa assume l’appellativo di Spezieria dei Quattro Ladri, dal nome di un particolare miscuglio di erbe e aceto definito nell’ottocentesco Dizionario dei Medicamenti come antipestilenziale, antisettico o armatico, usato nel tifo e nelle altre febbri maligne”. La Spezieria era frequentata dai filo-duchisti che portavano ancora la cappellina bassa a tesa larga e la cravatta altissima. Oggi la troviamo ancora più o meno intatta, lo stesso non si può dire per l’abbigliamento degli avventori.

 

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Poi, alla fine dell’Ottocento, inizia a soffiare il vento parigino dei Grandi Magazzini che porta con sé “un notevole cambiamento nella formula produttivo-distributiva delle merci e nelle abitudini di acquisto dei cittadini”. A Modena arrivano negli anni Venti del Novecento con “La Casa” dove si trovano articoli da regalo e arredo che però non devono essere, per regolamento, “né uguali né in concorrenza con quelli trattati dagli altri negozi del Portico”. Nel 1956, sulla scia del boom economico, arriva la Standa (il cui nome originale, Standard, fu italianizzato da Mussolini negli anni Trenta del Novecento) che segna il giro di boa della modernità sia per le dinamiche lavorative, il numero di donne assunte e l’ampliamento della clientela. Nel 1994 la Standa di Modena fu l’obiettivo di uno dei sei attentati incendiari verso la catena e fu quella che riportò più danni. Poco dopo chiuse. Il suo modello, però, lasciò il segno per sempre.

 

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La mostra nasce da un’idea di Roberto Franchini, presidente della Fondazione San Carlo, e vuole essere un omaggio al Portico “spazio pubblico non meno importante delle piazze almeno fino alla seconda guerra mondiale” e anche un modo per ricordare ai modenesi che quel “collegio” al quale si fa riferimento esiste ancora, anche se forse in molti non lo sanno o non se lo sono mai domandato. A curarla è Antonella Battilani, illustratrice grafica e docente dell’Istituto d’Arte Venturi, mentre la ricerca storica e i testi di corredo sono di Chiara Zucchellini, storica dell’arte.

Il progetto espositivo, infine, è di Fausto Ferri in collaborazione con Giorgio Tavernari. ll materiale esposto, per la maggior parte in riproduzione, è molto vario e copre un periodo che va dal Seicento alla seconda metà del Novecento: sono presenti fotografie, documenti d’archivio, disegni architettonici, progetti di vetrine e carte intestate delle botteghe, illustrazioni di settimanali umoristici come La Settimana Modenese, Il Duca Borso, Il Gatto Bigio, Il Marchese Colombi. Oltre all’Archivio del Collegio San Carlo, che ha fornito sia materiali cartacei sia oggetti legati alla storia del Collegio (tra cui uniformi originali e costumi d’epoca), hanno messo a disposizione il loro materiale la Biblioteca civica d’arte Luigi Poletti, la Biblioteca Estense Universitaria, l’Archivio Storico Comunale di Modena, l’Archivio della Deputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi, il Museo Civico di Modena, il Fotomuseo Panini presso la Fondazione Fotografia Modena, Beppe Zagaglia e i privati Paolo Bongiorno e Marco Mucchi.

La mostra è aperta fino al 31 gennaio 2015 ed è a ingresso libero.

Con il cibo che butti via (forse) potresti salvare il mondo

Più di 8 miliardi di euro di cibo all’anno vengono gettati nella spazzatura. Il dato, inquietante, arriva dal Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo presentato da Andrea Segré, presidente di Last Minute Market e dal presidente di SWG Maurizio Pessato che lanciano un appello contro lo spreco di cibo: “Se è vero che dobbiamo ‘Nutrire il Pianeta’ e se è vero che, con l’aumento della popolazione, la produzione dovrà aumentare del 60% (come dicono i dati FAO) e che sprechiamo un terzo di questa produzione, allora dobbiamo ripartire dalla prevenzione e dall’attenzione agli sprechi”. Un discorso che sembra chiarissimo finché l’occhio non cade sull’8° Rapporto su Innovazione e sostenibilità della produzione agricola realizzato dall’Osservatorio Innovazione Impresa Agricola, promosso da Agri2000, che dice che bisogna produrre di più. Adesso cosa si fa? Chi ha ragione? Probabilmente entrambi.

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Partiamo dall’agricoltura: dati alla mano, con 50 miliardi annui di produzione agricola, dei quali circa il 9% realizzati in Emilia-Romagna, e 740mila imprese iscritte alla Camera di Commercio (l’8% sono emiliano-romagnole) l’agricoltura italiana è al 12° posto nel mondo (con solo lo 0,3% della superficie agricola mondiale), ma deve fare i conti con un saldo negativo di 7 miliardi di euro: questo significa che importiamo più di quanto produciamo, mentre ci sarebbe spazio per un incremento della produzione di ben il 20%. A questo punto sorge un dubbio: produrre di più o sprecare meno? Se consideriamo che in media si spreca un terzo della produzione, anche arrivando all’utopico risultato di rifiuti (alimentari) zero quello che rimane non sarebbe sufficiente e quindi dovremmo comunque produrre di più. Però meno di quello che si crede. Ed è già qualcosa. Mettere d’accordo modello economico ed etica però non è così semplice, perché se da una parte per chi produce e vende non è certo un problema che poi chi compra butti via, visto che comprando comunque paga il prodotto creando quindi un ritorno economico, dall’altra parte l’idea che tutto quel cibo finisca nella spazzatura non piace a nessuno: alla nostra salute, alla nostra coscienza e al nostro pianeta.

Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall'intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu
Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall’intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu

Analizzando però i dati del rapporto forse una via d’uscita sembra esserci: produrre di più – considerando però la fetta che viene sprecata -, su meno ettari coltivati (negli ultimi due decenni c’è stato un calo del 18%) e in maniera più sostenibile. La soluzione è quella di fare rete e in Emilia-Romagna i numeri delle aziende agricole che scelgono questa strada sono già importanti: il 31% nel settore dell’ortofrutta e il 30,4% in quello dei seminativi. Cosa fanno concretamente? Si aggregano in primis per abbattere i costi dei mezzi tecnici attraverso gruppi di acquisto, ma anche per acquistare e scambiare mezzi meccanici o manodopera e gestire in maniera associata il processo produttivo. Lavorare in gruppo consente di aumentare il fatturato e avere un budget che permetta di investire sull’ambiente. Un esempio è il versante dell’acqua, uno dei temi più sentiti dai produttori agricoli che nel 75,5% dei casi utilizzano sistemi di irrigazione nella propria azienda. Tecnologia e innovazione possono aiutare gli agricoltori a migliorare la produzione limitando però i danni all’ambiente e riducendo lo spreco di materie prime (proprio come l’acqua), le emissioni di Co2 e il consumo di terreno.

La classifica dello spreco. L'Europa è al terzo posto.
La classifica dello spreco. L’Europa è al terzo posto.

Torniamo al cibo. Secondo il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali nella sola Unione europea vanno sprecati ogni anno 89 milioni di tonnellate di cibo – 179 chili pro capite – e senza l’adozione di opportune misure si calcola che si arriverà a sfiorare le 126 milioni di tonnellate nel 2020. Uno schiaffo alla dignità umana, considerando che nell’Unione Europea vivono ancora 79 milioni di persone al di sotto del livello di povertà, vale a dire oltre il 15% dei cittadini, e di questi solo 16 milioni ricevono aiuti alimentari. Per non parlare delle cifre allarmanti divulgate dalla FAO, secondo le quali oggi nel mondo ci sono 925 milioni di persone che soffrono la fame. Che cosa fare, dunque? Intanto avviare buone pratiche e questa è una cosa che riguarda tutti: stare attenti alle date di scadenza, non accumulare cibo in frigorifero, non scartare un alimento solo perché ha una confezione rovinata o un ortaggio perché ha un difetto. Usare di più fornelli e cucina e considerare che quello che non si butta via è anche un risparmio in denaro. Che in tempo di crisi economica non fa mai male. Poi ci sono le iniziative di raccolta di generi alimentari, ma su questo punto si deve stare molto attenti, perché donare cibo è una cosa molto complicata, come spiega Andrea Segrè: “L’idea del foodsharing è molto bella ma con le donazioni private si deve prestare attenzione perché ci sono rischi per la salute. Noi con Last Minute Market abbiamo studiato anni per capire come fare e coinvolto le Usl per certificare la qualità dei prodotti e garantire sicurezza alimentare. Il recupero non è uno scherzo”.