Fin che Gigetto va, lascialo andare

Non c’è italiano che non si sia mai lamentato di Trenitalia. Ed a ragione. Per quanto immorale e deleterio per la natura umana, il sentimento di puro odio che si può sviluppare per Trenitalia è davvero (quasi) sempre giustificato. Le biglietterie non funzionano, il treno è in ritardo, è sovraffollato, l’aria condizionata è impiantata, le finestre sono rotte, hai bisogno di andare in bagno? Quello nel tuo scompartimento non funziona. Poco male, mi sposto nell’altra carrozza e ne cerco un altro. Non funziona neanche quello. Li passo tutti, uno è un lago di piscio, un altro è intasato, allora vado fino a fondo treno, ormai con la vescica in fiamme, arrivo finalmente nell’ultimo bagno del convoglio, sono a qualche centimetro dalla maniglia, allungo la mano, alzo gli occhi gonfi di speranza e gratitudine e vedo uno sgualcito foglio A4 attaccato con qualche pezzetto di scotch alla superficie ruvida della porta ingrigita dallo sporco con scritto sopra “guasto”.

Sì, Trenitalia è una realtà distopica che merita tutto l’odio de-umanizzante che una persona possa provare verso un’azienda che dovrebbe fornire un servizio pubblico ed efficiente. Anche la creatura più virtuosa di fronte a certe manifestazioni di mal funzionamento si abbandona ai sentimenti più degradanti e degradati che possa sperimentare e che forse nemmeno sapeva di avere. E non si tratta di qualunquismo o di grillismo, ma di osservazioni figlie di una navigata esperienza sul campo, di anni e anni di treni in ritardo, dove di fronte a tante delusioni non c’è nemmeno più lo spazio per l’ironia, per l’umorismo, per la pacca tra amici (quando si viaggia in compagnia) in cui ci si dice, ma va beh, prenderemo il prossimo. E nemmeno un serafico atteggiamento zen è quasi più possibile, anche se forse, ad oggi, sembra essere l’unica cosa da fare per rimanere in pace con se stessi.

Anche Modena è al centro di una piccola bufera per le vicende legate ad un treno. Non si tratta di Trenitalia, ma di TPER e FER, l’azienda trasporti che opera sul territorio regionale dell’Emilia Romagna. Che c’entrava Trenitalia quindi, direte voi. Poco o niente, ma non importa, era comunque un’occasione buona per parlarne male, e sarebbe stato da fessi lasciarsela sfuggire.

Tornando a noi, lo storico treno Gigetto, treno TPER tratta Modena-Sassuolo, è stato da domenica scorsa rinnovato con un convoglio che ha l’accattivante nome di Flirt, emilianizzato da ETR 350, un mezzo dalla linea sensuale e all’avanguardia, dotato di un impianto di aria condizionata funzionante, di sedili confortevoli, di schermi con l’infografica del viaggio, di bagni pronti per l’uso, di wi-fi (funzionante: lo abbiamo testato). Un segno di speranza, forse. Qualcosa che offre una valida alternativa ai servizi macilenti di, lasciatecelo dire di nuovo, Trenitalia. Potenzialmente, vista la quantità di fermate ravvicinate le une alle altre, una metropolitana di superficie a tutti gli effetti lungo una tratta storica (è attiva dal 1883) come la Modena-Sassuolo.

Nella gallery qui sotto: Gigetto 1 e 2.0:

Anche se sono ancora molte le cose che non funzionano, come ad esempio le biglietterie inesistenti a Baggiovara (ma i titolari dell’edicola dell’ospedale smentiscono: “i biglietti da noi ci sono sempre“) e non solo, il nuovo Gigetto non è assolutamente paragonabile ai disservizi di…. Tuttavia, sembra che il popolo non sia comunque contento. O almeno non tutto il popolo. Facebook, come al solito, fa da megafono alle istanze di gruppi di persone più o meno numerosi. E anche riguardo a Gigetto, molti sentono il bisogno di dire la loro. Molto democraticamente, esistono quindi due pagine che toccano la questione, quella pro e quella contro. Quella pro, “SalviamoGigetto” dall’atteggiamento piuttosto misurato, si spende decisamente a favore di Gigetto, del suo recente rinnovo, ma ne evidenzia allo stesso tempo i difetti. “Un miraggio?????…no…per fortuna è reale…silenzioso, moderno, con display e avvisi vocali…solo una pecca: sovradimensionato. Con due o tre carrozze sarebbe più che sufficiente…ma si vede che la gestione certi calcoli non li fa, visti i precedenti anche, si procede per tentativi…mah…speriamo inizino a guardarci meglio…”. Oppure ancora, ecco un intervento con una frase piuttosto concisa ma eloquente: “Lo risolviamo subito il problema dei biglietti o aspettiamo 10 anni?”.

La pagina contro, “Odio Gigetto”, nonostante il nome poco moderato, è anch’essa abbastanza misurata, e anche un pelo più ironica. E’ nata dalla volontà di alcuni automobilisti di sopprimere il povero Gigetto per via delle soste ai passaggi a livello, e da chi ritiene che Gigetto sia un treno completamente inutile, costoso e sempre vuoto, insomma uno spreco in tutti i sensi, che per di più da ora correrà anche la domenica, diventando così “vuoto 7 giorni su 7”. Il gruppo “Odio Gigetto” ha dichiarato guerra al gruppo “Salviamo Gigetto”, come commenta il signor Giuseppe Russo: “Stare a commentare su questo gruppi è sicuramente divertente ma non aiuta a cambiare le cose. Commentate anche sul gruppo “Salviamo Gigetto…”. Ridiamo, ma senza esagerare. Le cose importanti vanno cambiate per davvero! La partecipazione è una cosa seria. Non mancano i dissidenti, che commentano “Basterebbe togliere qualche corriera e il treno sarebbe pieno, se il problema è quello, la verità è che ci tira il culo stare fermi al passaggio a livello.” Forse sì, forse no.

Certo è che i modenesi amano la loro automobile con cui, se potessero, si sposterebbero anche dal bagno alla cucina. Pur non trattandosi di Trenitalia, Gigetto risveglia comunque un arcobaleno di sentimenti interessanti “Un treno politico che serve a trasportare gente che non lavora e non paga tra la stazione di Formigine Modena e Sassuolo. ….affare sicuram è quello che commerciano fuori da queste… un argomento delicato che apre le vene a noi e chiude sempre di più gli occhi a chi non vuol vedere…….meglio parlare di belle serate. ……” oppure “Mi sembra una tratta MORTA i poli scolastici sono da tutt’altra parte di Modena i tunka non pagano ecc a qualcuno GIOVERÀ. …”.

Certo, se ci dovessimo trovarci su Gigetto insieme a questi commentatori che, per fortuna, Gigetto non lo prenderanno mai, saremmo comunque costretti a preferire un qualsiasi mezzo Trenitalia, e a portarci dietro anche i nostri amici “tunka” (come “simpaticamente” qualcuno nei commenti su Facebook definisce i nordafricani), ovviamente tutti senza pagare il biglietto. E comunque, niente, anche i convogli Trenitalia costringono gli automobilisti a fermarsi ai passaggi a livello. Non c’è verso: la soluzione migliore potrebbe essere solo quella del teletrasporto, che, non perdiamo la speranza, prima o poi arriverà.

L’inquinamento dell’aria non è un’emergenza, è una costante

Stephen King, in uno dei suoi tanti romanzi, racconta la storia di un gruppo di persone che rimane rinchiuso nel supermercato della sua città, Bridgton nel Maine, perché circondato da un’improvvisa ed inspiegabile nebbia. “Ah, e che c’è di strano”, direbbe un emiliano, che alla nebbia è abituato da secoli. Nel libro di King però – che si intitola appunta “La nebbia”- nella brumosa cortina che avvolge l’intero paese cominciano a succedere cose singolari: tentacoli assassini sfondano le porte del supermercato, ammazzando a caso gli essere umani che capitano loro a tiro.

La Ghirlandina immersa nella nebbia
La Ghirlandina immersa nella nebbia

Anche Modena ha iniziato il 2017 immersa per diversi giorni in una fitta coltre di nebbia. I primi giorni dell’anno, i modenesi si sono già respirati una quantità di polveri sottili ben al di sopra della soglia in cui tali polveri sono considerate nocive per l’organismo. Il primo febbraio i microgrammi di pm10 (materia particolata costituita da fumo e polveri, come spiega per i non esperti Wikipedia) erano 207, un numero di quattro volte superiore ai limiti di legge. Le ordinanze d’emergenza emanate dal sindaco nel tentativo di tenere sotto controllo la situazione, sono le solite: obbligo di abbassare il termostato, che non deve superare i 19 gradi nelle case e i 17 negli spazi di lavoro artigianali e industriali, divieto di circolazione per le automobili in diverse date del mese, e un’ordinanza anche per chi lavora in campagna, cui è stato vietato di bruciare sterpaglie. Imposizioni dall’esito pratico assolutamente nullo, buone al più per dare un segnale all’opinione pubblica: “stiamo lavorando per voi”. Di fronte all’emergenza, come al solito.

La notizia, in ogni caso, non fa molto scalpore: la pianura padana è notoriamente l’area più inquinata d’Italia e tra le più inquinate d’Europa. Come ricorda Linkiesta, ben più della Terra dei fuochi, quella zona della Campania tra Napoli e Caserta famosa per la quantità di rifiuti tossici presenti sul territorio. Eppure gli invisibili tentacoli con cui quel mostro che è l’inquinamento uccide le persone, non sembrano preoccupare più di tanto: in Italia, le politiche ambientali sono sempre figlie dell’emergenza. Difficilmente si ragiona in prospettiva, a largo raggio, secondo logiche strutturali. Col risultato, ovviamente, di non ottenere alcun risultato. In questa prima settimana di febbraio, un paio di giorni di vento e pioggia hanno già fatto scivolare nel dimenticatoio “l’emergenza”.

Concentrazione di particolato fine (Pm 2,5) nel territorio italiano (2005 e previsione 2020). Fonte: Linkiesta.
Concentrazione di particolato fine (Pm 2,5) nel territorio italiano (2005 e previsione 2020). Fonte: Linkiesta.

Eppure, affrontare e risolvere – almeno in parte – il problema dell’inquinamento è davvero possibile. Ci sono alcuni esempi virtuosi, come segnala l’Organizzazione Mondiale della Sanità. A Curitiba, in Brasile, i governanti hanno trovato il metodo di rendere la città più eco-sostenibile, riducendo le emissioni di gas inquinanti e lavorando ad una reale campagna di sensibilizzazione della popolazione che, grazie ad alcuni interessanti accordi tra istituzioni e cittadini – come ad esempio la possibilità di scambiare la propria spazzatura con biglietti dell’autobus -, si è mostrata molto ricettiva.

Il trasporto pubblico è stato enormemente valorizzato, proprio per incentivare la gente di Curitiba a servirsi dei mezzi pubblici invece che dell’automobile, e ancora investendo sulle aree verdi. Anche se Modena, per quanto riguarda la green zone, si difende bene, basta fare una passeggiata in centro per vedere la spropositata quantità di SUV che intasa le vie della città. Sebbene molte di queste siano sicuramente meno inquinanti di una vecchia Cinquecento, è chiaro come il sole che ai modenesi il servizio pubblico non piaccia molto. Eppure intervenire sulla mobilità in maniera ben più incisiva dei blocchi auto una tantum, è una delle chiavi di volta della questione, visto che – come ricorda sempre l’OMS – incide per il 50% sulle cause di inquinamento dell’aria. Eppure, almeno da noi, il trasporto pubblico viene ancora concepito come un “welfare per poveretti“: chi può si muove col proprio mezzo privato, grande o piccolo che sia.

Veduta di Freiburg
Veduta di Freiburg

Ma se Curitiba può essere snobbato come un esempio troppo lontano da noi geograficamente e culturalmente, basta guardare più vicino: Freiburg, in Germania, è diventata una dei punti di riferimento per quanto riguarda il trasporto eco-sostenibile. Nonostante l’incremento demografico che si è registrato negli ultimi anni, Freiburg continua ad essere una città pulita, e i livelli di CO2 nell’aria diminuiscono sempre di più. Gli abitanti l’autobus lo usano eccome: questo mezzo ha una percentuale d’uso del 68%, contro il 32% delle automobili. I modi per prendersi cura di questa “casa comune”, come la chiama Papa Bergoglio nella sua famosa enciclica “Laudato si’“, quindi ci sono, senza troppe scuse, perché qualcuno che c’è riuscito in effetti esiste.

A Modena, nonostante i provvedimenti del Comune, ogni anno il problema si ripresenta come quello precedente. Nel romanzo breve di Stephen King, il fatto che i protagonisti della storia si ritrovino chiusi in un supermercato, luogo simbolo per eccellenza all’attitudine dell’uomo dell’Occidente ricco al consumo, può essere uno spunto interessante. Forse siamo troppo presi a consumare e consumare, a comprare una macchina nuova, a passare il sabato pomeriggio chiusi nei centri commerciali, appunto, ad acquistare cose che dopo qualche giorno gettiamo nel cestino intonse, senza accorgerci che intanto, intorno a noi, in mezzo alla nebbia che tanto conosciamo, qualcosa di misterioso e invisibile ci minaccia. E, a meno che non capiti nulla di eccezionale e straordinario come una visita dagli abitanti dei pianeti vicini (o lontani), non si tratterà di tentacoli alieni.

Fonte immagine di copertina in Licenza CC: cwillbounds.

180 mila bombe da 623 chili l’una

“Non ti alzi da tavola finché non hai finito tutto quello che hai nel piatto!”. A chi, da bambino, non è capitato di sentirsi ripetere con tono severo una frase come questa dalla propria nonna o dal nonno, da mamma o papà? Per le passate generazioni, soprattutto per quelle che hanno vissuto la guerra (che ci sembra lontanissima, ma in verità è cosa di soli settanta anni fa), il concetto di “spreco” era semplicemente inammissibile. Gettare qualcosa che il cielo, o chi per lui, ci aveva generosamente offerto era un vero e proprio scempio. E non solo per quanto riguarda il cibo, ma anche per i vestiti, la bicicletta, la macchina, gli oggetti per la casa. Insomma, le cose duravano anni prima di finire nella spazzatura. Chi aveva sperimentato la povertà, la fame e le ristrettezze dovute al conflitto dava un valore agli oggetti (a torto o a ragione) molto diverso da quello attuale. L’individuo, anche se la causa non è da ricercarsi nella preoccupazione per le sorti della salute del pianeta quanto invece in motivi di natura culturale e economica, era molto più attento alla propria e personale produzione di rifiuti.

Oggi, l’individuo è sì più consapevole, perché lo Stato si preoccupa molto di più di trattare i rifiuti in modo ecosostenibile, ma in generale si consuma e spreca molto di più e il nostro rapporto con “le cose” è molto cambiato. Nonostante quindi negli ultimi anni si sia molto diffusa una coscienza ecologista che ha portato interi Stati dell’Occidente ricco ad adottare misure legate allo smaltimento dei rifiuti che, per fortuna, si sono enormemente evolute rispetto alle pratiche in uso nel passato che consistevano sostanzialmente nell’abbandonare i rifiuti urbani fuori dalle città aspettandosi che la natura le eliminasse naturalmente, produciamo spazzatura in quantità industriale.

Il 30 gennaio scorso, Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europa, ha reso pubblici i dati relativi ai rifiuti urbani nei vari paesi della UE. Come si è detto, oggi ci sono molti organismi che operano sul territorio per favorire il riciclaggio e la diminuzione di materiale di scarto, e in effetti i dati registrati dimostrano che gli europei, in questi ultimi dieci anni, tendono a produrre meno rifiuti rispetto al picco raggiunto all’inizio del nuovo millennio (anche se si registra un leggero aumento rispetto al 2007, anno in cui i numeri sono iniziati a risalire. Siamo infatti passati dai 474 kg a persona del 2014 a 527 kg nel 2015). E inoltre, riciclano molto: il 46% dei rifiuti urbani (RU), nel 2015, è stato riciclato o compostato. Eurostat ha inoltre rilevato che i Paesi a superare i 600 kg a persona di media, quindi a produrre più spazzatura, sono la Danimarca, Cipro, Germania, mentre quelli a produrne meno sono generalmente i Paesi dell’est Europa, con meno di 300 kg a rapportorifiutipersona. L’Italia è giusto a metà, mentre – secondo quanto riporta l’ultimo rapporto dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale –  l’Emilia Romagna in particolare non va troppo bene, producendo una media annua di 642 kg di rifiuti urbani ad abitante. Modena nel 2015 è arrivata a 623,5 kg per abitante, ma si dimostra abbastanza reattiva alle tendenze attuali legate ai processi di recupero e riciclaggio dei rifiuti vantando, nel 2015, una percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti pari al 61,5 %, seconda solo a Reggio Emilia e a Parma. La nostra città, tra il 2011 e il 2015, è rimasta tendenzialmente stabile con una produzione di spazzatura che si aggira intorno alle 437.000 tonnellate, ma è stata capace di aumentare la raccolta differenziata passando dalle 230.000 tonnellate circa di rifiuti differenziati del 2011 alle 268.000 tonnellate circa del 2015.

E’ un buon risultato, considerando anche che l’Emilia Romagna è stata una delle prime regioni che negli anni ’70 si è preoccupata di uno smaltimento più ecosostenibile dei rifiuti. Ma è davvero abbastanza? La ricchezza ha le sue controindicazioni: si acquista molto di più ogni genere di prodotto e, conseguentemente, si produce molta più spazzatura. Intorno al settembre 2016, Modena si è trovata ad ospitare una nuova apertura di uno dei brand di moda low-cost più gettonati del momento, Stradivarius. Il marchio spagnolo fondato nel 1994 è solo l’ultimo dei tanti negozi di cosiddetta “fast fashion” che hanno aperto i battenti nella via Emilia modenese, dopo H&M e Zara nel 2014. L’industria della moda – come spiega bene il documentario del giovane regista Andrew Morgan, The True Cost – è una delle più inquinanti in assoluto per il pianeta, e ancora oggi, generalmente si disinteressa delle condizioni lavorative degli operai dei propri fornitori: quasi tutti gli abiti “low cost” che indossiamo sono prodotti nei Paesi più poveri del mondo, dove certo non esistono i sindacati. Nel suo viaggio alla scoperta del vero costo di questo tipo di prodotti, Morgan è stato in Bangladesh, in India, in Cambogia, “per spiegarci il prezzo umano di quella maglietta che costa 5 euro da H&M, oppure quei jeans di Zara che vengono prodotto da donne che guadagnano meno di 2 dollari al giorno. Ma anche il prezzo sull’ambiente di un’industria che non ci pensa due volte a buttare agenti chimici nell’acqua dei contadini che producono il cotone”.

[Il trailer in inglese di “The true cost”, il documentario è visionabile sulla piattaforma di streaming Netflix sottotitolato in italiano. La versione integrale, ma in inglese, è disponibile invece su YouTube].
Il problema della fast fashion è solo uno dei tanti esempi in cui dimostriamo che, seppur gran parte di noi si impegni a fare la raccolta differenziata e simili, siamo ancora molto disattenti alle piccole cose, come ad esempio acquistare un prodotto che si deteriora dopo pochi mesi e quindi viene gettato, o ancora usare la macchina per fare pochi chilometri, o svuotare nel cestino un piatto con del cibo che semplicemente non ci va più. Andrea Segré, che insegna all’Università di Bologna nella facoltà di Scienze e tecnologie agroalimentari, ha diffuso e commentato recentemente i dati registrati dalla più importante iniziativa istituzionale dell’Unione Europea che si occupa dello spreco alimentare, il Progetto Fusions. Secondo il progetto, ogni cittadino europeo spreca in media quasi due quintali di cibo all’anno. E le maggiori responsabili, secondo questa ricerca, sono le famiglie, che sprecano all’anno 47 milioni di tonnellate di cibo.

In un sistema contraddittorio e complesso come il nostro, sempre più attento alle questioni ecologiche da un lato ma contemporaneamente alimenta un meccanismo distruttivo per il pianeta, non sorprende che l’individuo si senta schiacciato e di fronte alla possibilità di agire risponda con una scrollata di spalle, pensando “Ma perché devo farlo io? Tanto non cambierà nulla”. Probabilmente è così, e fra qualche decennio, se le cose non muteranno in modo profondo e significativo, non è inverosimile l’idea di raggruppare la spazzatura in una gigantesca palla compressa e di spararla nello spazio, per poi vederla intercettata dallo “sniffoscopio” delle generazioni del futuro che, per non morire, dovranno evitarne la collisione con la terra, come succede nella famosa puntata di Futurama “Palla di immondizia” andata in onda nel 1999.

La palla di immondizia lanciata nello spazio in "Futurama"
La palla di immondizia lanciata nello spazio in “Futurama”

Anche se pensiamo che il cambiamento debba avvenire prima di tutto da chi ha il potere, consoliamoci almeno pensando che una piccola azione quotidiana, seppur non cambi nulla o quasi a livello globale, potrebbe egoisticamente farci sentire un po’ più a posto con la nostra coscienza. Le cose da fare non sono molte, sono piccoli accorgimenti che, anche se all’inizio possono sembrare un fastidio, alla fine, con un po’ di volontà, ci sembreranno naturali .

La settimana europea per la riduzione dei rifiuti, realizzata con il supporto dalla Commissione Europea, propone qualche idea pratica e funzionale. Dalle più classiche “Bevi acqua dal rubinetto” e “Usa pile ricaricabili” a “Depilatevi con i rasoi e non con le lamette”. E, soprattutto, non alzatevi da tavola se non avete finito tutto quello che avete nel piatto.

Fonte immagine di copertina: “Nuova società“. 

Una modenese da riscoprire: la soprano Maria Pia Pagliarini

Tra gli sconosciuti talentuosi personaggi di cui Modena ha abbondato per secoli e secoli, ad inizio Novecento compare un nome femminile che, prima di Pavarotti, prima della Freni, ha calcato i palcoscenici dei teatri d’opera italiani raccogliendo una discreta quantità di successi, per poi però, a differenza dei due famosi cantanti, venire dimenticata. Il soprano Maria Pia Pagliarini nacque appunto a Modena nel 1902. Il debutto sulle scene della cantante avviene all’età di 19 anni nel ruolo di Nedda ne Pagliacci di Ruggero Leoncavallo al Teatro Paganini di Genova. Per capirci, Pagliacci è l’opera che per molti non significa altro che le riconoscibilissima frase in cui il tenore intona un accorato “Riiiiiiidi pagliaaaaaccio”, tratta dall’aria Vesti la giubba, che proprio il Pavarotti ha cantato superbamente in innumerevoli occasioni.

Quest’opera, oltre al personaggio di Canio, il pagliaccio appunto, prevede anche un ruolo femminile, quello della moglie del protagonista, ovvero Nedda. Maria Pia Pagliarini debuttava in questo ruolo nel 1921, cui seguirono poi altri importanti debutti nel repertorio verista, tra cui Leonora in Trovatore di Verdi, Maddalena in Andrea Chénier di Giordano, Santuzza in Cavalleria Rusticana di Mascagni, Cio-Cio San in Madama Butterfly di Puccini. Registrò per l’importante casa discografica Columbia Records, e affiancò in scena nomi come Alessandro Bonci, grande tenore di Cesena, che all’epoca era considerato un degnissimo rivale dell’altrettanto grande (e più celebre) Enrico Caruso. La Pagliarini si ritirò dalle scene dopo essersi sposata con un direttore d’orchestra, tale Antonio Fugazzola (1890-1932) e morì a soli 33 anni nel 1935.

La sua carriera si articola in un decennio circa di recite e concerti, che la videro primadonna nei teatri di Firenze, Napoli, Mantova e anche allo Storchi di Modena. Di cantanti d’opera che hanno fatto una buona (o anche pessima) seppur breve carriera ce ne sono stati tanti. In passato, a volte, proprio come la Pagliarini, qualche donna ha rinunciato alle luci della ribalta dopo il matrimonio, per potersi dedicare (si suppone) alla vita di famiglia. Un esempio, oltre alla modenese, è stata l’algida contralto Eula Beal che, dopo un periodo di notorietà, si ritirò per “fare la mamma”.

Tutto ciò che ci rimane della Pagliarini, di cui esiste pochissimo in giro, è, come dicevamo, una registrazione della Columbia Records del 1926, in cui la cantante duetta nel ruolo di Amelia con “Teco io sto!… Non sai tu… O qual soave brivido” tratto da Il ballo in maschera di Verdi insieme a Alessandro Bonci nel ruolo di Riccardo. La voce della Pagliarini asseconda i parametri del gusto musicale dei primi decenni del secolo ventesimo, e dimostra indubbiamente di avere buona tecnica ed espressività.

serafin_verdi_un_ballo_in_maschera_1943romaSe non ci fidiamo troppo del nostro giudizio, ciò che attesta che la Pagliarini sia stata un soprano degno di nota è il sito di critica musicale il Corriere della Grisi, che in effetti la propone come ascolto. Il Corriere della Grisi è un blog di melomani nato diversi anni fa che, oltre ad occuparsi di criticare ferocemente quasi tutte le produzione della contemporaneità, si impegna in un lodabilissimo recupero di tutte le voce pregevoli provenienti dall’oltretomba, tra nomi famosi e completamente sconosciuti. Chiunque nutra un minimo di interesse per l’opera lirica dovrebbe sfogliare virtualmente ogni pagina del sito, perché la Grisi (si chiama così in onore del soprano milanese Giulia Grisi, nata nel 1811 e morta nel 1869) offre sempre spunti interessanti e giudizi puntuali su praticamente qualsiasi cantante esistito. L’attitudine al recupero di voci che non appartengono più al presente è una tendenza generale diffusa anche oltralpe, e addirittura oltreoceano. Su Youtube esistono decine di canali di appassionati che postano giornalmente registrazioni d’epoca, a volte perle rare e introvabili, come ad esempio fa il misterioso e molto seguito user Addiobelpassato oppure il più schivo Liederoperagreats, solo per nominarne qualcuno.

A prendersi la briga di postare su Youtube la Pagliarini è stato tal Vicmanu, anche lui (o lei) proprietario di un canale che merita attenzioni. La stessa registrazione è quella che compare anche sulla Grisi. Nonostante i grisini siano antipatici a molti per le loro critiche e per il loro estremismo (non stentiamo a credere che fossero seri quando hanno dichiarato che di fronte alla presunta crisi dell’opera, tutto ciò che rimane loro da fare è scegliere tra “il suicidio collettivo o la rivoluzione a mano armata”), a differenza dei canali di Youtube che si limitano a postare, la loro missione è quella di fare un confronto con il presente, cercando di dare in mano a lettore degli strumenti critici. In un ambito specifico qual è quello legato all’assurdo mondo dell’opera lirica – una forma artistica che ormai appartiene ad un’altra epoca storica, ma che allo stesso tempo è viva perché rinasce ogni volta sul palcoscenico, con nuovi cantanti, nuovi direttori, nuove orchestre – ripescare le voci del passato, alcune maestose, altre modeste ma associate a cantanti di indubbie qualità artistiche, e un ottimo se non indispensabile esercizio per poter godere appieno di questo tipo di musica, che si sia d’accordo con loro oppure no. Per quanto dai toni generalmente molto severi, riservano note positive a cantanti di solito giovani e con carriere minori, che secondo loro non sono ancora stati traviati dal male peggiore, ovvero “le case discografiche e le agenzie”.

L’operato del Corriere della Grisi, oltre “a tutelar l’antica arte del canto”, solleva un’altra questione importante, che può interessare non solo gli appassionati d’opera, ma in generale chiunque ami la musica e l’arte, ovvero una riflessione più generica sulla fruibilità dell’opera artistica. Una delle pratiche più in voga nel sito è quello di offrire i cosiddetti “ascolti comparati”, un’abitudine che di fatto risulta un po’ crudele e consiste nel mettere a confronto una registrazione di un’aria di un cantante di adesso con la registrazione di un grande cantante del passato (ovviamente i grisini sono molto severi anche sui cantanti “vecchi”. A volte, come nel caso di Mario Del Monaco, salvano solo una fase della carriera). Ovviamente dalla sfida si può indovinare quale sia il vincitore. Ma per quanto crudele, e a tratti addirittura un zinzino disumana, dopo quest’esperienza a qualsiasi ascoltatore si aprono decisamente le orecchie. Insomma, arriva l’illuminazione su cosa debba essere veramente il canto, e un video non basta, quindi si comincia a cercarne un altro, poi un altro, poi un altro ancora, finendo per diventare dei miserabili passatisti, per cui tutto ciò che si sente nei teatri oggi, per quanto qualcosa si salvi, è nulla in confronto a quando la scuola del canto lirico brillava fieramente in tutta la sua lucentezza.

Ciononostante molti, moltissimi, continuano ad amare e ad apprezzare le grandi star della lirica del momento. Anche se i grisini non sarebbero d’accordo, alcuni sono davvero bravi. Ma quando messi a confronto con qualche nome storico, il confronto comunque regge a fatica.

carl_wilsonCome spiega il brillante critico musicale canadese Carl Wilson, nel suo libro “Musica di merda”, esistono alcuni fenomeni artistici e musicali (al di là dell’opera e della musica “colta”) che, anche se di dubbio gusto, conquistano i cuori di milioni di persone. In particolare, si sofferma ad analizzare la storia di una delle cantanti più “schmaltz” (termine di origine ebraica utilizzato per definire della musica mielosa e sentimentale) della storia, la tanto ridicolizzata quanto adorata Céline Dion. Negli ambienti musicali, Dion è nota perché non fa altro che musica “brutta”. Le sue canzoni, per le orecchie educate di appassionati di musica, sono un supplizio infinito. Questo però non le ha impedito di conquistare mezzo mondo. Wilson cerca di darsi una spiegazione e, per semplificare molto, ragiona sul fatto che proprio sulla sincerità del personaggio, sulla sua immediatezza comunicativa, sull’abilità di essersi saputa collocare in uno spazio ben preciso e molto richiesto della musica tradizionale nordamericana creando un legame indissolubile tra brulicanti masse di persone, risiede la natura del suo successo. E lo stesso Wilson, come racconta nel suo saggio, si ritroverà a commuoversi ascoltando dal vivo “My heart will go on” a Las Vegas.

Il discorso si potrebbe traslare anche all’opera lirica. Per quanto la musica in sé rimanga immutabile, la responsabilità di interpreti, direttori e registi è enorme. A differenza della musica leggera, che è di per sé continuamente mutevole, l’opera costituisce una voce unica perché è una forma artistica statica ma in movimento, come una sfera che non cambia mai forma ma che rotola senza fermarsi. E per la Grisi evidentemente rotola verso il basso. Come gli show a Las Vegas di Céline Dion, a volte anche gli spettacoli d’opera sono un coacervo di situazioni di incredibile cattivo gusto che però “piace”. Dunque si parla di spettacolo formidabile e di bravissimi tenori e soprani, anche quando lo spettacolo non è per niente formidabile e i cantanti non sono stati proprio bravissimi.

A differenza della Dion però, che è un vero e proprio personaggio che la gente ama perché è “lei”, nel caso dell’opera si tratta più che altro di diseducazione dell’orecchio. Questo non vuol dire che uno spettacolo non possa essere apprezzato anche senza conoscere attentamente tutto ciò che l’ha preceduto. La musica è pura, e dice qualcosa anche ai sordi. Ma è sicuro che, avendo in mano determinati strumenti, si potrebbe apprezzare di più (o anche di meno). La missione della Grisi non è un semplice passatismo o elitarismo spinto, ma ha una chiara volontà pedagogica, animata da una forte e contagiosa passione per la musica, che ha il merito di aprire l’orecchio e la mente dell’ascoltatore a nuovi mondi. E quindi ben vengano Boccelli e la Dion (che, non a caso, hanno duettato insieme) ma anche Maria Pia Pagliarini.

Immagine di copertina: messa in scena de “Un ballo in maschera” dal blog Musicamore

Della fama e dell’oblio. Il caso Orazio Vecchi

“Tra gli uomini grandi vissuti nella seconda metà del secolo decimosesto e nella prima del susseguente periodo che a buon diritto può chiamarsi de’ giganti della musica, figura non ultimo il modenese Orazio Vecchi. Oltre che egli si distinse tra numerosissimi suoi confratelli nell’arte per l’abbondanza e la popolarità de’ componimenti, in universale grido si mantenne e, sotto un certo rapporto, tuttora si mantiene, essendosi comunemente a lui attribuito il vanto di aver inventato un nuovo genere di musica; quello precisamente del melodramma buffo.” Così descrive Angelo Catelani, nel suo libro Vita e Opere di Orazio Vecchi, il compositore e musicista modenese vissuto a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.

Ma pochi sanno chi sia questo personaggio. I contemporanei lo consideravano, come dice Catelani, un gigante, eppure il suo nome non dice nulla a quasi nessuno. Sebbene Orazio Vecchi appartenga ad un mondo considerato di nicchia, ovvero quello della, chiamiamola così, musica “colta”, nemmeno tra la gente del mestiere è molto conosciuto, anche se negli ultimi decenni il processo di recupero della musica antica ha portato alla luce diverse sue opere, che compaiono ogni tanto in qualche programma di sala. Ma quand’era in vita, a celebrarlo erano in molti. Quali teste decide di tagliare e quali no l’impietosa ghigliottina della storia? Perché alcuni sono sulla bocca di tutti per secoli e altri si disperdono come polvere nell’aria in un battito di ciglia?

Chi era Orazio Vecchi?

fetisTutto ciò che sappiamo della vita di Orazio Vecchi, nato a Modena proprio il 6 dicembre di 466 anni fa, si deve ai documenti firmati da Giambattista Spaccini, che nella sua Cronaca, che racconta in ben 9 volumi le vicende del capoluogo per circa un secolo, racconta anche la storia del Vecchi. Tramite lui si può risalire a qualche dato rispetto all’esistenza del compositore, su cui poi il critico musicale e a sua volta compositore Angelo Catelani realizza un libro, pubblicato a Milano nel 1858, appunto il Vita e Opere di Orazio Vecchi.

Sull’anno di nascita di Orazio Vecchi i pareri sono discordanti, ma l’ipotesi più accreditata, conoscendo la data di morte che è il 1605, è quella che sia scomparso ad un’età piuttosto veneranda, come testimoniano ad esempio il vignolese Ludovico Antonio Muratori, e François-Joseph Fétis, nella sua Biographie universelle des musiciens et bibliographie générale de la musique. Entrambi collocano la venuta al mondo del compositore nel 1550, se non prima. Delle sue origini si sa poco, anche se si può intuire che, considerato che il Vecchi si dedicò alla vita ecclesiastica, provenisse da una famiglia sufficientemente agiata.

Nel 1586, presumibilmente a poco più di trent’anni, Vecchi divenne canonico di Correggio e successivamente la sua vita venne costellata da spostamenti continui, che lo videro prima a Brescia, a Bergamo e poi anche a Venezia. Dopo una serie di pellegrinaggi, decise di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali, ovvero Modena, dove presentò supplica al Comune per avere una sovvenzione che gli permettesse di vivere nella sua città. Vecchi in quel periodo non navigava nell’oro, e il comune assentì elargendogli un sussidio di dieci lire mensili, che il musicista doveva ripagare lavorando come maestro di musica.

Destinato a un futuro brillante

amfiparnasoPrima di insegnare, anche lui era stato allievo, e fin da piccolissimo estremamente promettente. A insegnar la musica al giovane Orazio era stato un frate, Salvatore Essenga Servita da Modena, che in diversi documenti si prodiga in lodi del giovane musicista, annunciandolo come destinato ad un brillante ed eccellente futuro. Fra Salvatore c’aveva visto giusto, e proprio in una delle sue pubblicazioni, nel 1566 riservò uno spazio al primo madrigale del Vecchi, Volgi cor lasso i piensieri nostri altrove, promuovendo così il lavoro del giovane allievo.

Orazio era eccezionale sotto molti aspetti. Non musicava e basta, ad esclusione di qualche verso che verosimilmente fu opera di Alessandro Tassoni, autore della Secchia Rapita (ora simbolo illustre della cittadinanza modenese), ma scriveva le parole dei suoi madrigali, cosa piuttosto inconsueta, seppur tenendo il suo nome sempre celato. Anche ne L’Amfiparnaso, sua opera più importante, l’autore delle parole era infatti lui stesso.

Un poeta? Forse. Di sicuro un grande musicista

tiraboschiSull’ars poetica del Vecchi i pareri sono divisi. Girolamo Tiraboschi, erudito bergamasco morto a Modena, la definiva debole, mentre l’autoctono Muratori più che ottima. L’ars musicale del compositore invece metteva d’accordo tutti. Pubblicò mottetti, canzonette di grandissimo successo, madrigali (composizioni polifoniche talvolta anche con accompagnamento strumentale tipiche dell’epoca rinascimentale e barocca) a Venezia l’importante Amfiparnaso, primo lavoro che coniugava il madrigale e il melodramma, e il Convito (precisamente nel 1597). Dopo l’esecuzione di una messa, nel 1598 venne nominato dall’allora duca modenese Maestro della musica di corte ed istruttore de’ piccoli prìncipi, percependo così un buon salario annuale.

Nel 1600, tornando da Roma, ebbe occasione di ascoltare la composizione che segna l’inizio di un nuovo genere musicale. L’Euridice di Jacopo Peri fa da spartiacque tra l’era della polifonia e quella all’insegna della monodia accompagnata inserita in una drammaturgia ben precisa, con tanto di personaggi e contenuti mitologici, ovvero, nella sua forma primigenia, quella che chiamiamo opera. Tornato a Modena, nel 1603, il Comune della città decise di assegnare al Vecchi un salario di cinquecento lire, dopo una raccomandazione di un ambasciatore cesareo che si rivolse al comune spendendo per Vecchi parole di gran lode e merito. Dopo aver guadagnato tanta stima, Orazio venne chiamato alla Corte Imperiale.

Nonostante la sua occupazione sacerdotale, il Vecchi era di carattere sanguigno e gioviale, questo spiega come i suoi interessi musicali vertessero non solo su argomenti sacri, ma anche su quelli profani. Nonostante i successi, la vita del Vecchi non mancò di dispiaceri. Catelani ci racconta che in prossimità della sua morte, il Vescovo di Modena lo sollevò dalla sua mansione di maestro di cappella proprio del Duomo, e non meno dolorosa fu per Vecchi la scoperta dell’infingardaggine del suo allievo preferito, tale Capilupi, che fece le scarpe al suo maestro congiurando contro di lui anni prima per ottenere il suo posto. Vecchi muore nel 1605, lasciando musica e oggetti preziosi ad un nipote, e viene portato al sepolcro senza nemmeno accompagnamento musicale. Non esistono effigi che lo ritraggano. Solo un’epigrafe all’entrata del Teatro comunale di Modena, che così recita: Orazio Vecchi divide col Rinuccini la gloria d’inventare l’opera in musica.

 

Messa in scena dell'Amfiparnaso (Foto Warren Stewart).
Messa in scena dell’Amfiparnaso (Foto Warren Stewart).

Le composizioni del Vecchi ebbero un enorme favore tra il pubblico dell’epoca, sia per originalità che per abbondanza. Vecchi veniva apprezzato anche da figure di spicco, come l’arciduca Ferdinando d’Austria, e da altri nomi illustri. Seppur a posteriori molti gli attribuiscano il merito di aver inventato il melodramma buffo, non è così, come giustamente osserva Catelani. Ma certo al Vecchi si deve riconoscere l’assoluta unicità e soprattutto il fatto che per primo “aveva adattata l’armonia ad intere lunghe scene dialogizzate sotto una cotal forma di burle e di farsette, quasi ad un vero dramma appartenessero.” Prima di tutti quindi, “a cosa trovata od esistente diede una estesa e non praticata applicazione.” Nonostante il titolo altisonante che oggi gli attribuisce il Teatro modenese e gli innumerevoli trionfi collezionati all’epoca, “tanto fu legittima la rinomanza ch’egli godette in vita qual compositore di musica sacra e profana, quanto ingiusta la dimenticanza in cui fu lasciata cader dopo la morte la memoria di lui”, dice Catelani.

Perché tutti si sono dimenticati di Orazio Vecchi?

banvardA parte un istituto musicale che porta il suo nome e i revivalisti della musica antica, tutti sembrano essersi dimenticati di Orazio Vecchi. Riformuliamo quindi la domanda dell’inizio: perché qualcuno passa alla storia e qualcun altro no? Se lo sono chiesto in molti. Lo scrittore statunitense Paul Collins ha deciso di scrivere un libro, La follia di Banvard, proprio sull’argomento, decidendo di raccontare le vicende fantasmagoriche di tredici sconosciuti che, per un motivo o per l’altro, nonostante le loro prodezze in vita, sono finiti nel dimenticatoio della storia. Come ad esempio il francese François Sudre, che si illuse di creare una lingua comprensibile a tutti, ciechi e sordi compresi, con la sua Langue musicale universelle. Basandosi sulle sette note si inventò il Solresol, lingua musicale che promosse in tutto il globo. O ancora, la tragica storia di Ephraim Bull, che realizzò la vite da cui ancora oggi si ricava l’uva Concord, usatissima in tutta l’America, senza però mai guadagnarci un soldo e arricchendo invece altri al posto suo. O la clamorosa vicenda di John Banvard, che dà il titolo al libro, primo pittore milionario che dipinse il fiume Mississipi in tutta la sua lunghezza, diventando tanto famoso in vita quanto dimenticato dopo la morte. Proprio come Orazio Vecchi.

E allora cos’è successo di così tremendo per confinare questi personaggi nell’oscurità? La tendenza generale è attribuire il successo di una persona alla persona stessa. In gioco ci sono molti elementi legati all’etica dell’hard work di impronta statunitense, che contribuiscono nella buona riuscita di un progetto. D’altronde, Edison diceva “Il genio è per l’un per cento ispirazione e per il novantanove percento traspirazione.” Secondo questa lettura, le responsabilità dell’individuo nell’ottenimento del successo nella vita è davvero fondamentale. Parimenti, per ogni fallimento la causa siamo noi stessi. Orazio Vecchi non è passato alla storia? In molti risponderebbero: non era abbastanza bravo. Forse. Certo Catelani e molti altri contemporanei non sarebbero di questo parere. E infatti aggiunge:

“Accade di molti nobilissimi ingegni che vivuti oscuramente e morti senza fama per difetto di occasioni opportune a segnalarsi, o per contrarietà di accidenti, han ricevuto da’ posteri tarda riparazione ad ingiustizie contemporanee, sono risorti nella meritata stima ed hanno fruito di postumi entusiastici onori pe’ capolavori lasciati: ad altri avviene che venuti meno ad una vita di lieti successi, dopo lasso di tempo sono caduti nella più assoluta oblivione, non ostante che un non cieco favore gli abbia costantemente sostenuti nel corso di loro brillante carriera. L’ultimo caso si verificava in Orazio Vecchi.”

Collins ci spiega: “Dimenticati nelle note a margine della storia, vi sono pensatori tanto brillanti quanto inesorabilmente destinati al fallimento, che si sono alzati sino alle più alte vette dell’intelletto e, a volte, della notorietà, solo per poi precipitare verso il disastro e il ridicolo o, più semplicemente, per ricadere nel silenzio assoluto dell’oblio”.

Dal Prologo dell'Amfiparnaso
Dal Prologo dell’Amfiparnaso

La differenza tra il successo e il fallimento

La retorica del successo imperversa su tutte le comunità del benessere. I “falliti” sono tali, in fin dei conti, perché se lo meritano. Questo non significa che chi è passato alla storia ed ha avuto successo nella vita non fosse meritevole delle sue conquiste. Per moltissimi si trattava, e si tratta, di eccezionale talento. Ma un talento eccezionale non vuol dire unico. “Dietro a ogni individuo che realizza un’innovazione vincente, vi sono i perdenti che si sono incamminati lungo una strada analoga ma destinata al fallimento, perché proprio non hanno saputo cogliere il momento propizio, oppure mancavano della spietata determinazione che consegna i vincitori alla storia”, continua Collins.

Lo stesso è successo al nostro Orazio Vecchi, un talento valentissimo, relegato però in qualche pertugio umido e buio della memoria collettiva, nonostante il suo straordinario contributo alla musica, e quindi, in qualche modo, all’umanità tutta. Inutile indagare le motivazioni, ma certo è che Vecchi non è stato meno meritevole di altri che invece sono passati alla storia. Però, nonostante sappiamo che sia così, sia nei successi che nei fallimenti di ciascun individuo l’atteggiamento comune è quello di incensarsi gridando al genio (e in alcuni casi è così davvero) di fronte a una vittoria, e al pusillanime senza talento di fronte ad un fallimento. Diamo troppa importanza a noi stessi? Sì. Che ci piaccia o no, le nostre volontà sono davvero miserrime di fronte alla vastità del cosmo, che opera con leggi tutte sue. E’ vero, è innegabile che spesso si tratti di talento, ma dobbiamo ricordarci che sempre si tratta di fortuna.

L’uomo, come al solito, è convinto di avere un potere che in realtà non ha, o almeno non del tutto. Su questo pianeta siamo all’oggi sette miliardi di persone. Centinaia di milioni di individui ci hanno preceduti. Davvero, in questo riciclarsi continuo di gente, è esistito un solo Verdi, dei soli Beatles, un solo Bill Gates? Senza nulla togliere a questi geni, non si può non pensare che forse qualcun altro altrettanto brillante ha calpestato il suolo del nostro pianeta, ma non ha avuto abbastanza fortuna. E forse, nemmeno di Hitler ne è esistito solo uno.

Meglio aver talento o fortuna?

Anche Woody Allen, in uno dei suoi film più riusciti, riflette sulla questione. In Match Point, il giovane tennista di talento Chris riesce in una rapida scalata sociale, ritrovandosi sposato con una donna ricca e dividendosi tra gite in barca e fine settimana fuori porta in tenute meravigliose. Il suo successo viene però minacciato da una relazione pericolosa. Ma Chris se la cava, e proprio grazie ad uno spettacolare colpo di culo. Il film si apre con una pallina da tennis che balza da un campo all’altro, con la voce di Chris che recita: “Chi disse: Preferisco avere fortuna che talento, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.”.

E forse anche per Orazio Vecchi è andata così. La pallina, nel suo caso, non è riuscita ad andare oltre la barriera della storia. O quasi.

In copertina: messa in scena dell’Amfiparnaso di Orazio Vecchi (Foto Warren Stewart). 

Quella sporca prima meta

Il primo dicembre Il festival dei Popoli di Firenze, uno delle più importanti manifestazioni d’Italia sul documentario sociale, proietterà il lungometraggio di Enza Negroni, “La prima meta”, sulla squadra di Rugby Giallo Dozza di Bologna, fondata in seno al progetto educativo “Tornare in campo”. Composta da 40 detenuti della casa circondariale di Bologna, tutti i membri della squadra si sono avvicinati al gioco del rugby per la prima volta proprio in occasione dell’avvio di questo straordinario progetto.

La prima meta (First try) – Trailer

I Giallo Dozza, attualmente in C2, sono iscritti alla Federazione Italiana di Rugby, e proprio nel 2014 hanno partecipato al loro primo campionato. Il film di Negroni non testimonia solo le loro prodezze sportive, ma mette soprattutto in evidenza come lo sport in generale, e quello di squadra in particolare, costituisca uno strumento potente per dare sostanza a valori indispensabili per la convivenza civile – dentro o fuori da un carcere – come il rispetto dell’altro, la capacità di condividere obiettivi comuni, di instaurare dinamiche di gruppo positive, di saper affrontare con serenità sia le sconfitte che le vittorie.

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

“Sì, il Rugby può…!! Può risvegliare sentimenti e unire le persone rendendole migliori!”. Così scrivono i Giallo Dozza sulla loro pagina Facebook, rimarcando lo spirito che ha guidato l’intero progetto dalla sua nascita. “Tornare in campo” è nato proprio con l’intento di favorire il riscatto sia morale che sociale dei carcerati, che nella dimensione del gioco hanno la possibilità di recuperare un’identità personale al di là delle motivazioni che li hanno portati alla punizione del carcere, con la “colpevolezza” come unico tratto comune e distintivo di persone altrimenti diversissime tra loro. Non a caso la squadra è costituita da giocatori provenienti da paesi diversi – una vera multinazionale – per cui giocare insieme diventa anche un’occasione per conoscersi e confrontarsi nelle proprie differenze. E non solo sul campo: la squadra cena insieme ogni sabato sera dopo la partita, a volte per festeggiare una vittoria o superare l’amarezza di una sconfitta.

Quest’anno il torneo è iniziato i primi di ottobre e attualmente, dopo sei giornate, il team bolognese occupa il terz’ultimo posto. Ma gli insuccessi non demoralizzano i Giallo Dozza, che sono mossi da vera passione, come non mancano di ricordare in un altro dei loro post, all’indomani di una partita persa a tavolino con il Romagna RFC: “Per i giocatori del Rugby Giallo Dozza è molto più importante giocare, anche se sconfitti, per fare esperienza ma soprattutto per vivere e respirare aria di rugby.”.

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

Non è una novità quella di voler seguire i carcerati nei progetti rieducativi proposti dalle associazioni o dalle direzioni illuminate di qualche istituto di pena. Già i fratelli Taviani, nel 2012 hanno realizzato un docu-film – “Cesare deve morire” sulla messa in scena di Giulio Cesare di Shakespeare recitata dai detenuti del carcere di Rebibbia. Il film, pluripremiato, ha deciso di raccontare l’umanità usando il pretesto del teatro, per vivere insieme ai carcerati il percorso di crescita che proprio grazie a un capolavoro come quello di Shakespeare sono riusciti a fare, riconoscendo se stessi nelle storie dei personaggi dotati di una profonda quanto complessa umanità tratteggiati dal grande drammaturgo inglese. Anche a Modena per altro, lo scorso aprile è andato in scena all’interno della locale casa circondariale “Antigone. Variazioni sul mito” che ha visto salire sul palco detenuti e attori della compagnia del Teatro dei venti per interpretare il classico di Sofocle che affronta il contrasto tra la legge e la “pietas” umana, tra l’autorità maschile e la sensibilità femminile.

Non il teatro, ma lo sport diventa nel caso del film di Enza Negroni, un modo di raccontare l’attitudine naturale di ogni essere umano a trascendere gli istinti più bassi presenti in ognuno di noi quando c’è di mezzo qualcosa – che si tratti dell’arte o del gioco – che ne valorizzi le virtù, oltre le imperfezioni e debolezze. Friedrich Schiller, grande filosofo e poeta tedesco, proprio nel gioco vede l’opportunità dell’uomo di avvicinarsi alla bellezza. “L’uomo è completamente uomo soltanto quando gioca.”

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

Così i Giallo Dozza di Bologna diventano un esempio virtuoso da emulare. Ma siamo ancora lontanissimi dal raggiungere in Italia una dimensione realmente civile anche per un’esperienza drammatica come quella carceraria che, come riporta l’articolo 27 della nostra Costituzione, deve essere volta non solo alla punizione ma anche al recupero sociale dell’individuo. Nonostante qualche miglioramento negli ultimi anni, segnalato in “Galere d’Italia, XII Rapporto sulle condizioni di detenzione“ realizzato dall’Associazione Antigone impegnata “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, le prigioni affollate, l’alto numero di suicidi, la difficile convivenza tra persone provenienti da varie parti del mondo, restano gravissimi i problemi che attendono ancora una risoluzione degna di questo nome.

Se quindi la realtà del carcere bolognese con i Giallo Dozza sembra dare un segnale positivo, non è abbastanza equiparato alla complessa situazione delle carceri in tutta Italia, troppe volte gestita male. Come dimostrano i Giallo Dozza, insieme al loro coach Massimiliano Zancuoghi, il modo di di realizzare questi progetti esiste. Si tratta solo di iniziare a farlo.

Note da quel piccolissimo palco nella vasta arena cosmica

Secondo il calendario cosmico del grande astronomo Carl Sagan, con cui in un anno terrestre viene misurata tutta la cronologia dell’universo, il momento che occupiamo noi coincide con l’ultimo secondo dell’ultimo giorno dell’anno, ovvero il 31 dicembre. In questo secondo è compresa tutta la storia moderna, e verosimilmente, in qualche nano o picosecondo, ci siamo pure noi. Nei 12 mesi del calendario cosmico, che corrispondono ai 14 miliardi di anni circa dell’universo, noi facciamo parte dell’ultimo istante (insieme ad altri 5 secoli di storia). In questo tempo infinitesimale, in qualche punto dello spazio, precisamente a Modena, in un anno, il 2016, che non è nulla comparato ai 444 anni terrestri che corrispondono a un solo secondo del calendario cosmico, precisamente il 17 e il 24 novembre alle ore 21, il Planetario F. Martini di Modena propone due conferenze divulgative. Su cosa? Proprio sull’universo.

Il 17 novembre l’ingegnere Pier Paolo Lugli terrà una conferenza sulle costellazioni viste dai diversi continenti, “Giro del mondo con le stelle”, mentre il 24, il professor Vittorio Mascellani, parlerà della poesia dell’universo, con la conferenza “M’illumino d’immenso”, una citazione della celebre poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti. Per assistere a questi due eventi è sufficiente prenotare tramite il sito del Planetario qualche ora prima dell’inizio. I biglietti interi costano 5 euro, mentre quelli ridotti 3. Entrambi gli oratori tratteranno argomenti di astronomia generale proprio nella cupola emisferica, in una chiave chiara e semplice, tanto che entrambe le conferenze possono essere seguite anche da bambini sopra i 12 anni.

Il Planetario modenese è una struttura di poco più di 40 anni, fondata da due fisici che avevano a cuore l’insegnamento dell’astronomia. Proprio con l’intento di creare un luogo “in cui potessero trovare stimolo ed alimento le didattiche di tutte quelle discipline che all’astronomia in qualche modo sono correlate” nasce il F.Martino, che prende il nome proprio in onore di uno dei suoi due fondatori, Francesco Martino. Modena, come abbiamo già dimostrato, ama guardare verso il cielo. D’altronde, lo sguardo aperto sull’universo che sta sopra, sotto (anche se sopra e sotto nello spazio non esistono) di noi, spesso muove l’animo umano e, dagli albori della civiltà lo induce a porsi delle domande, indagando il perché e percome ci troviamo su questa terra.

Fonte immagine: Moriah Hayes. 
Fonte immagine: Moriah Hayes

Nella nostra epoca, in cui internet e la tecnologia, per quanto gloriosi, danno un potere sempre maggiore alla specie umana, la cui prossima tappa è quella di sbarcare su Marte (Elon Musk, cofondatore di PayPal, amministratore delegato di Tesla Motors, e famoso per essere proprietario della società SpaceX – spacex.com – , che anche in questo momento sta cercando la maniera di rendere possibili i viaggi spaziali e studia un modo di ormeggiare l’uomo sul quarto pianeta del sistema solare, appunto), forse è tornato il momento di guardare alle stelle con uno spirito diverso, non solo con la volontà di conquistarle, ma anche di sentirci di nuovo piccoli di fronte all’immensità del cosmo.

Di nuovo Carl Sagan, uomo che ha dedicato tutta la propria vita allo studio dello spazio, infatti diceva: “Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro a un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.”

Se torniamo al nostro calendario cosmico, l’uomo e tutte le sue aspirazioni, incluso andare su Marte, sembrano ridicolmente piccole di fronte all’incommensurabilità dell’universo. Solo il 14 settembre del calendario è nato il nostro pianeta, il 2 ottobre nasce la vita, il 24 dicembre i dinosauri, il 29 dicembre il primo primate, il 31 dicembre, alle 23:59:59, l’Europa viveva il Rinascimento. Ma è proprio grazie all’universo che possiamo capire la materia di cui siamo fatti che, sempre per citare Carl Sagan, non è altro che “polvere di stelle”.

Nonostante i tempi del cosmo siano immensamente lunghi, le conferenze al Planetario modenese però hanno entrambe una data e un orario precisi, quindi siate puntuali.

Fonte immagine di copertina

Mia Martini, tu che sei diversa

Nella parabola musicale di una grande artista come Mia (Mimì) Martini, Modena segna una tappa importante. Non perché lei fosse legata in maniera particolare alla nostra città, ma perché qui – all’Umbi Studios di Montale, all’epoca tra i più importanti studi d’Europa – registrò nell’estate del 1994 il suo ultimo album prima di morire. Un disco, il diciassettesimo della sua lunga carriera, che involontariamente è anche il suo testamento spirituale. L’album uscì poi il 5 dicembre, si intitola “La musica che mi gira intorno“, e contiene le sue personalissime interpretazioni di brani di cantautori italiani come De Andrè, Dalla, Fossati, De Gregori, Vasco Rossi e altri. Grandi autori, ma “per niente facili, uomini sempre poco allineati“. Del genere che piaceva tanto alla Martini, a sua volta per una vita, una donna poco allineata. Il titolo è ovviamente un omaggio al grande amore della sua vita, Ivano Fossati, ma costituisce anche la summa del suo ideale artistico di tanti anni di carriera: “Cantare la musica che gira intorno a ognuno di noi in tutti i momenti della vita, cioè la musica che ciascuno ama veramente (…). Per me, cantare è un modo di raccontare una storia, di donare un’emozione che in quel momento io, come intrerprete, devo vivere in prima persona“.

Mia Martini fu una donna tormentata, con un’infanzia difficile e un padre che in seguito la sorella Loredana Berté accusò di ogni possibile nefandezza, rapporti complicati con le case discografiche e, in generale, con il mondo dello spettacolo che – a parte amici come Renato Zero e pochi altri – su di lei fece circolare voci frutto di ignoranza, stupidità e superstizione. Vizi di una certa Italia di ieri, così come di quella di oggi, che la costrinsero per anni a ritirarsi dalle scene fino al grande ritorno del 1989 a Sanremo con un gioiello come “Almeno tu nell’universo“. A distanza di quarantacinque anni esatti dal suo debutto con l’abum “Oltre la collina“, questo omaggio a quella che venne definita la Edith Piaf o la Billie Holiday italiana, comincia dalla fine, da questo servizio del TG1 del 14 maggio 1995.

Una giovanissima Mia Martini
Una giovanissima Mia Martini

Cardano, vent’anni dopo. Un paio d’anni fa, per motivi di lavoro, mi è capitato di soggiornare per una notte in un uno dei tipici paesini del profondo Nord, in provincia di Varese: Cardano al Campo, comune di circa 14.000 abitanti posto tra Gallarate e Busto Arsizio. Arrivare a Cardano è una di quelle imprese “per niente facili” ma ben poche epiche dei tempi moderni. Dopo ore infinite di coda sulla tangenziale di Milano, con gente che usciva per strada dalla propria macchina a prendere aria, il traffico ha lentamente ripreso ritmo e il lungo biscione di auto ha cominciato a muoversi, di nuovo fluido. La tangenziale passa per Rho, in mezzo al grande tappeto grigio di fabbriche e capannoni, per poi uscire a Busto Arsizio e virare a ovest, direzione Malpensa. Una distesa di casette in mezzo ad una natura pressoché inesistente. Un intreccio di strade che si dirama tra i soffocanti paesini lombardi che finiscono tutti in “-ate”, in mezzo a industrie, aria pesante, inquietudine. Alla fine eccomi a destinazione. Mi ritrovo in una stanza d’hotel grande e bianca, con i cuscini immacolati e la tv anche in bagno. Intorno, il silenzio interrotto solo dal rombare dei motori degli aerei in arrivo e in partenza dall’aeroporto di Malpensa, a pochi passi da Cardano.

Cardano al Campo, come per la maggior parte delle persone credo, a me non diceva assolutamente niente. Così, per curiosità, quella sera sono andata a leggere la relativa pagina di Wikipedia, per sapere qualcosa su quel minuscolo paese in cui mi ero ritrovata. Alla voce “Persone legate a Cardano al Campo” spuntano due nomi: quello di uno dei grandi del Rinascimento italiano, il medico e matematico Gerolamo Cardano e un altro: Mia Martini. La cantante italiana è legata a Cardano al Campo perché proprio nel comune lombardo, il 12 maggio 1995, è morta all’età di 47 anni, ritrovata nella sua abitazione in cui si era da poco trasferita per essere più vicina al padre al quale, dopo non essersi né visti né sentiti per anni, si era riavvicinata. Un contrasto stridente, quello della sua fine nella fredda e nebbiosa pianura lombarda, con le sue origini calabresi. Nata nel profondo Sud, a Bagnara Calabra, di cui Domenica Berté (il suo vero nome) andava fierissima, si trasferisce con i genitori e le sorelle a Porto Recanati. Solo 18 giorni passati nel comune di Reggio Calabria, ma la Martini si è sempre sentita una calabrese doc, come ha più volte dichiarato. Dalla caciara calda e rumorosa di Bagnara, alla nebbia fredda e inospitale di Cardano. Una parabola che ha attraversato tutt’Italia, la sua vita.

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Più Billie o più Edith? Semplicemente Mia. Mia Martini è stata una delle più grandi interpreti della canzone italiana, nonché cantautrice, paragonata più volte dalla critica (non solo italiana) a due leggende come Billie Holiday e Edith Piaf. Tra le cantanti italiane, ho sempre ascoltato di più Mina, ma Mia Martini è stata una scoperta più intensa e anche in qualche maniera dolorosa. YouTube è piena dei suo video. Ce ne sono tantissimi, a partire dai suoi grandi successi come “Minuetto“, “Almeno tu nell’Universo“, “La nevicata del ’56“, “La Costruzione di un amore“, “E non finisce mica il cielo“. Tutti brani meravigliosi. Uno però mi impressiona particolarmente. Mia Martini a 28 anni che canta una canzone di Cocciante, “Quando finisce un amore“. I capelli ribelli le incorniciano il viso, la telecamera si muove sapientemente dall’alto, prima con un mezzo busto per poi riprenderla da sotto stringendo sul viso, con un movimento da cinema espressionista tedesco. Lei canta (in playback) e sembra che si rivolga ad un Cocciante pensieroso, rapito dalla sua voce. Parla di un amore che non si può dimenticare. Lo sguardo è fisso e l’espressione dolce e tranquilla, la bocca sembra masticare le parole, la voce è graffiante e viscerale, e lei è bellissima, sincera, autentica. L’immagine è vitale, presente, quasi vigorosa. Nello struggimento con cui canta, Mia Martini esprime anche una nota tragica che, volente o nolente, ha caratterizzato il suo personaggio negli anni e che proprio per questa drammaticità si è reso affascinante, e allo stesso tempo temuto. I lati bui attirano molte persone più di quelli di luce, e la capacità di Mia Martini di cantare la sofferenza in modo sincero e profondo, l’hanno resa allo stesso tempo bersaglio d’amore e anche di odio, o paura. Negli anni il timbro si è arrochito, anche lo sguardo è cambiato, nelle interviste sembra più sorridente, ma meno calma.

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Una vita difficile. La vicende di Mia Martini sono conosciute più o meno da tutti. Un padre difficile (addirittura violento, come già ricordato, secondo quanto affermato da Loredana), quattro mesi di carcere in Sardegna appena ventenne per possesso di hashish (di quella drammatica esperienza, parla in questa intervista), una storia d’amore straziante, quella con Ivano Fossati, un ritiro dalle scene forzato. “Per me la felicità è dormire otto ore nel mio letto, svegliarmi la mattina con mia madre che mi porta il caffè, andare al cinema alla sera, alle 10, 10 e 30, con i miei amici. E quando piove guardare la pioggia attraverso i vetri della finestra, sempre nella tua casa, con la tua famiglia, fra le tue cose, i tuoi oggetti cari.” A Mimì piacevano, per usare le parole della omonima protagonista della Boheme di Puccini, “quelle cose che han sì dolce malia, che parlano d’amore”. Ma la realtà cui era costretta, per un motivo o per l’altro, era diversa. In un’intervista del ’74 spiegava: “Invece io non dormo quasi mai, sono sempre in macchina e quando piove sono sempre in macchina con il terrore che succeda qualche cosa. Sono sull’autostrada e magari sto andando in un paese qualunque a quattrocento chilometri dall’ultimo paese dove sono stata a cantare, a fare una serata. E devo essere sempre in forma, sempre bella, per quanto mi è possibile, sorridente, con la voce sempre a posto. Magari se ho la bronchite rischio di trovare tremila persone inferocite che protestano perché non sono completamente a posto.”

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Una diva che non se la tirava neanche un po’. Adorava cantare, si comportava in modo professionale, generosa e senza divismi, nonostante il successo. Ma la sua enorme personalità artistica non amava il ritmo imposto dal mondo dello spettacolo italiano, con molte pressioni e anche imposizioni. La Martini era famosa per essere una che faceva di testa propria, anche per questo forse ad un certo punto ha iniziato, come si sa, ad essere estromessa dal mondo artistico e a guadagnarsi una lunga lista di detrattori, tanto che nei primi anni ’80 decide di ritirarsi. Nel mondo dello spettacolo, superstizioso e infame, qualcuno aveva iniziato a mettere in giro la voce che Mimì Martini portasse sfortuna. Leggo che alcuni colleghi si rifiutavano di andare a cena fuori dopo i concerti se la Martini era presente, e cominciarono ad escluderla dai festival. Dopo che è morta in tanti si sono indignati e hanno gridato allo scandalo; ma mentre era viva e veniva isolata, a gridare e a difenderla erano molti meno.

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La musica che le girava intorno. L’ultimo album, “La musica che mi gira intorno“, viene registrato a Modena un anno prima della sua morte. In quest’album Martini omaggia grandi autori della musica italiana, che erano suoi amici, le persone che negli anni difficili hanno dimostrato umanità e amore nei suoi confronti. De André e Dori Ghezzi la raggiungono proprio qui, agli Umbi Studios, in una villa a due piani nella campagna di Montale con camere confortevoli, cucina, sala giochi e tutto quanto serviva per concentrarsi e lavorare in relax: si poteva passare dalla camera alla regia direttamente in pigiama. Oltre a Fabrizio, che ammirava tantissimo la Martini, Dori Ghezzi convince a venire a Modena anche Fossati, facendo una sorpresa a Mia. I due se la raccontano, a dieci anni della separazione, e la cantante ne è felice. Di Fossati, nell’album Mia Martini decide di interpretare “La musica che gira intorno“, “I treni a vapore” e “La canzone popolare“. Un anno dopo, con tanti progetti in testa, tra cui anche un album insieme a Mina, Mimì si ritrova a Cardano al Campo. In un’intervista del ’74 in una trasmissione condotta da Enzo Tortora, parla del padre, con cui già all’epoca si dichiarava riappacificata. Proprio per stargli vicino infatti si trasferisce in Lombardia, dove lui abitava all’epoca. Una scelta che, ancora la sorella Loredana, giudicherà esserle stata fatale, lanciando nuove terrificanti accuse al padre Giuseppe: “Lui le ha dato un appartamento del cazzo, dove non c’era niente. C’era un materasso steso per terra e basta. Mimì si lamentava, diceva che quel posto faceva schifo e che non ci sarebbe rimasta. C’è stata in tutto tre giorni: uno da viva e due da morta, ma in quell’appartamento ce l’ha messa il padre, poteva tenersela lui… poi quando l’ho vista dentro la bara, era massacrata, piena di lividi”. Non si sa se le accuse di Loredana Bertè corrispondano a verità o siano dettate da un livore atavico, l’unica cosa certa è che il 14 maggio 1994 (due giorni dopo l’arresto cardiaco che ne decretò la fine, come rilevò la successiva autopsia) Mimì viene trovata morta nel proprio letto, tra le sue cose, con le cuffie del walkman infilate nelle orecchie. Un finale triste e solitario, con la sola consolazione della sua musica che, di sicuro anche adesso – dovunque si trovi – ancora le gira intorno.

L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina

Ventisei anni fa, proprio oggi, a Roma moriva Ugo Tognazzi, uno dei grandi interpreti – anzi dei “mostri” – della commedia all’italiana. Il protagonista di innumerevoli capolavori come “Il federale” o “La voglia matta” di Salce, “I mostri” di Risi, “Amici miei” di Monicelli o “Il Petomane” di Festa Campanile, il maestro della supercazzola, attore in più di 100 film e in più di 30 piéce teatrali, nonché regista di 6 lungometraggi e pure cantante con il singolo Risotto amaro, aveva un rapporto particolare con la Bassa padana, con quel triangolo oblungo che congiunge la sua Cremona con Piacenza e Modena, passando per Parma. Naturalmente, a renderlo assiduo frequentatore della bell’Emilia (ricordiamolo, l’unica regione che è anche un nome femminile) sono state due cose che notoriamente occupavano gran parte della sua vita, oltre al cinema s’intende: il cibo e le donne. Come sintetizzato da lui stesso in una celebre frase: “L’uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina”. Carina come la cantante e soubrette modenese Carmen Bastiglia che proprio insieme a Tognazzi mosse i suoi primi passi nel mondo dell’avanspettacolo. Fedele alla propria nomea di impenitente sciupafemmine, prima di un spettacolo, il grande Ugo fece delle avance alla cantante che fu in seguito amatissima dallo Scià di Persia, profferte che la bella modenese rifiutò. Così una volta sul palco a mo’ di scherzosa vendetta, lui la presentò così: “Buonasera a tutti questa sera vorrei presentarvi la mia amica Carmen che poco fa ha respinto una mia avance”.

A testimoniare il suo particolare attaccamento all’Emilia, Modena in testa (alla lettera, come scopriremo tra poco) è uno scatto del 1953 che lo vede contornarsi, col suo solito sguardo marpione tra il gaudente e il (finto) spaventato, da due bellone tra cui una made in Emilia, Sandra Nipoti, miss Emilia, e Marcella Mariani, Miss Italia di quell’anno. Una celebre foto scattata proprio a Modena, con Tognazzi a fare da testimonial d’eccezione alla nostra città grazie a un buffo copricapo riproducente la Ghirlandina, circondato dalle due giovani ragazze con in testa le due torri bolognesi. Nell’occasione, al grande attore originario di Cremona era stato affidato il compito di fare da plenipotenziario a un simbolico trattato di pace tra le due città storicamente rivali.

Ugo Tognazzi

Dell’Emilia e di Modena naturalmente amava moltissimo la cucina. Un’associazione quasi naturale quello tra lui e il buon cibo, tanto da farne un leit motiv presente in moltissimi dei suoi film, da “La grande abbuffata” fino a “La Donna Scimmia” sempre di Marco Ferreri – giusto per fare qualche esempio – in cui proprio una cucina diventava il set per l’incontro tra il personaggio di Tognazzi, il trafficone Antonio Setola, e quello della co-protagonista, Annie Girardot nei panni di Maria, la donna scimmia. Mentre si aggira tra le rezdore che trafficano con i piatti della mensa di un convento di monache, Antonio si accorge che una di queste intenta a pelare patate rifiuta di farsi vedere in viso. Incuriosito, finisce per scoprirne la diversità che capisce subito di poter sfruttare a proprio vantaggio. Ne “La grande abbuffata” è un grande chef parigino deciso a suicidarsi mangiando fino alla morte. In uno dei suoi ultimi capolavori, “Il vizietto” è alle prese con i fornelli, ai quali dedica ore per preparare i suoi “intruglietti” per Michel Serrault. Una passione, quella per la cucina, nella quale in Tognazzi si intrecciano indissolubilmente arte e vita. “Ho la cucina nel sangue – era solito ripetere – il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro. Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite.” La spaghettite – a quanto affermava – lo tormentava dalla nascita, ma Tognazzi era un tipo generoso, amava soprattutto condividere la sua passione con gli amici.

Ogni venerdì sera infatti dava una cena a casa sua nella quale radunava una combriccola degna di “Amici miei”. A darcene testimonianza è Paolo Villaggio: “Lui la chiamava la cena dei dodici apostoli, l’ultima cena dove Monicelli tra l’altro faceva Giuda”. E chissà cosa serviva ai suoi ospiti, che si dice rabbrividissero appena varcata la soglia, memori delle precedenti esperienze tutt’altro che piacevoli. “La roba era proprio cattiva!” confessò in seguito Monicelli. Tognazzi infatti amava sì cucinare, ma pare non fosse esageratamente talentuoso. Un creativo un po’ troppo sperimentale forse, e ogni tanto i piatti gli venivano proprio male. Qualcuno ricorda disgustato il maial tonné, e qualche altra diavoleria forse indigesta per il palato, ma perfettamente in linea con la sua verve un po’ folle. Del resto le critiche non lo hanno mai scoraggiato, e ogni venerdì rimaneva fedele a se stesso, impegnandosi a far fiorire da pentole e tegami il meglio di sé. Dopo la cena, chiedeva agli amici di scrivere una valutazione su dei bigliettini che dovevano mettere in un recipiente d’argento. “Straordinario”, “niente male”, “malino”, “maluccio”, “cagata” e “grandissima cagata”, era questa la gamma delle valutazioni che proponeva ai suoi ospiti. Generalmente, vista la presenza di canaglie come Villaggio e Monicelli, i giudizi erano negativi a prescindere. Loro erano stronzi, e lui non era bravo. Quindi gli esiti delle serate erano tanto divertenti quanto disastrosi.

A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult "Un due tre"

Tognazzi, interprete coraggioso, uomo impavido, quando veniva offeso sulla cucina, ci rimaneva male, malissimo. Da uno che non aveva paura di fare scelte artistiche davvero eccezionali, che sceglieva registi scomodi, ruoli che facevano discutere nonostante la sua enorme popolarità, proprio non te lo aspetteresti. Ma la cucina per Tognazzi il tallone d’Achille: ci teneva tantissimo, ma il suo coraggio non era tanto apprezzato quanto lo era nel mondo dello spettacolo.

L’attore ha ricevuto numerosi premi e onorificenze da diverse importanti associazioni culinarie in Italia e all’estero. In Emilia fu insignito di ben tre titoli a lui particolarmente cari: quello di Maestro generale della Sovrana Confraternita del Prosciutto di Parma, quello di Socio Emerito del Club dell’amicizia gastronomica di Bologna e infine era anche confratello della Dotta Confraternita dei Tortellini. La dotta confraternita dei tortellini è strategicamente situata a metà tra Modena e Bologna, ovvero a Castelfranco Emilia, per non privare nessuna delle due città del merito di questo golosissimo piatto. Esagerando un po’, si può così azzardare (giusto da poter vantare anche noi qualche simbolica reliquia di questo grande artista) che Tognazzi sia stato confratello di tutta la cittadinanza modenese, tanto che nel suo ricettario non solo compariva una rivisitazione dei tortellini stessi, i Tortellini Cantarelli, ma anche quella di un’altra pietanza cara ai modenesi, lo stinco, che Tognazzi aveva ribattezzato “Stinco di santo”, naturalmente perché frutto di una ricetta tutta sua.

Ma, come già segnalato, non ai soli tortellini era legata la sua passione per Modena e l’Emilia. Un aneddoto molto divertente, surreale almeno quanto tanti dei suoi personaggi cinematografici, fa in qualche modo da sintesi perfetta tra le sue due grandi passioni, donne e cucina. A riportarlo è sempre Villaggio. D’accordo, per sua stessa ammissione, un ballista di professione, ma poco importa accertare la veridicità di un simile aneddoto: con Tognazzi ci sta tutto.
Partito in tarda serata da Bologna con la sua spider rossa insieme a Villaggio stesso e una bella sconosciuta, tutto infighettato per far colpo sulla fanciulla, ha la brutta idea di fermarsi a Sasso Marconi e consumare uno yogurt. Alimento che, per qualche misterioso motivo, gli provoca tremendi dolori di stomaco. Tanto da costringerlo a fermarsi all’autogrill successivo e volare dritto dritto in toilette. E lì, rimanerci chiuso talmente a lungo da far preoccupare Villaggio e la ragazza. I due bussano nella porta del cesso, per sentire Tognazzi disperato confessare di essersela fatta addosso, e che perciò da lì non si sarebbe più mosso. Anzi, che lì ci sarebbe morto.

Alla luce di questa bella esperienza, come negare il legame indissolubile tra l’Emilia e Tognazzi? Niente di più profondo di una “grandissima cagata”, appunto, per dirla con il suo metro. E pure in compagnia di una signora.

In copertina, una scena di “Venga a prendere il caffè da noi”, di Alberto Lattuada.

Da Guccini a Benji e Fede, i grandi talenti musicali modenesi

Modena, fucina di talenti, non si tradisce neanche nel 2016. Già un anno fa il sindaco Muzzarelli aveva dichiarato fieramente: “Modena è una città ricca di talenti e di creatività. Anche per questo siamo noti in Italia e nel mondo”. All’epoca parlava del poliedrico Francesco Sole, che dopo una brillante carriera di vlogger è ora passato alla televisione, e delle Donatella, duo modenese di giovanissime diventato celebre grazie all’Isola dei Famosi.

Nell’era delle webstar il sole del successo sorge e tramonta velocemente e oggi a vivere il loro momento di gloria, sono altri: il duo musicale Benji e Fede, al secolo Benjiamin Mascolo e Federico Rossi, campioni di YouTube con i loro video da milioni di visualizzazioni, un libro – “Vietato smettere di sognare” – in cui si raccontano edito Rizzoli, e un nuovo album, 0+ (è il titolo), con cui verranno lanciati sul mercato sudamericano, e Marco Filadelfia, vlogger, cantante e rapper e ora anche autore di un romanzo.

Filadelfia, diciannovenne modenese diplomato all’Istituto Venturi, bazzica il mondo dei social da parecchio tempo. Proprio come Francesco Sole, è proprio grazie ai social e a youtube che ha raggiunto visibilità. Ben presto ha capito però che, una volta famoso, per ottenere un successo più completo bisogna diversificare il prodotto. Parlare di scuola, di amori e di se stesso in camera, nonostante i suoi centinaia di migliaia di follower (309.425), non era sufficiente. Allora ecco arrivare i video musicali, dove si mette alla prova con canzoni neomelodiche e con un rap piuttosto sentimentale, e un debutto nel mondo letterario con il romanzo “Con il cuore tra le nuvole”. Edito da Mondadori, si sospetta che anche dietro a questo progetto ci sia lo zampino dell’ex creativo di Comix e ora editor Mondadori, il modenesissimo Beppe Cottafavi. Cottafavi è noto per avere un occhio infallibile nel sapere individuare succulenti progetti editoriali. Così ha fatto in passato con Il libro delle Barzellette di Totti, i libri di Sofia Viscardi e anche con Francesco Sole. Uno scopritore di talenti che non sbaglia un colpo, purtroppo. E che ci sia dietro Cottafavi o no, Filadelfia da solo ha comunque dato prova di avere delle buonissime cartucce in canna. Con il suo libro racconta l’amore per una ragazza, tra umori adolescenziali e social network in un misto di realtà e fantasia. Nel booktrailer, l’autore guarda in camera accompagnato dalle note di un piano un po’ piagnucolante, e racconta:

Dopo una serata al solito club dove lavoravo, a un certo punto mi girai verso di lei e mi trovai davanti alla creatura più perfetta che avessi mai visto. E russava, dio come russava! Se tutti i suoi follower avessero potuto vederla e sentirla! Risi fin quasi alle lacrime, risi così tanto che la svegliai. Mi chiese cos’avessi da ridere tanto, e le risposi semplicemente che mi ero accorto di essermi innamorato. Mi tirò un calcio. “Cazzo mi tiri un calcio!”, borbottai. Ma era vero, mi ero innamorato.

Una scoperta eccitante, quella del primo amore. E Filadelfia la descrive con delicatezza, anche se in prima battuta qualche maligno potrebbe pensare il contrario. L’amore è di certo uno degli argomenti prediletti del giovane autore, visto che l’età dell’adolescenza è fatta proprio di questo, di emozioni baluginanti, di impulsi misteriosi, di domande senza risposta. Quando il Resto del Carlino chiede al cantante cosa sia per lui l’adolescenza, risponde menzionando una maestra davvero importante, evidentemente influente per la sua opera: “Come mi disse Maria De Filippi, è un periodo fantastico. Possiamo crescere sbagliando, e rendercene conto. Entro certi limiti, ogni errore si può riparare!” E un libro probabilmente non è abbastanza per raccontarla, perché Filadelfia, come Benji e Fede, per parlare di sé, delle sue esperienza nell’età più burrascosa della vita ha puntato soprattutto sulla musica.

Ma chiunque decida di fare musica a Modena, deve sapere di avere alle spalle degli antesignani di discreto spessore. In qualche modo, non è azzardato affermare che i talenti di cui parla Muzzarelli sono i giovani eredi di cantautori che hanno fatto la storia della musica italiana, e che proprio da Modena sono partiti. Per dirne un paio, Vasco Rossi e Francesco Guccini sono di queste parti. E anche per loro, l’amore è un tema importante.

Guccini, ad esempio, in uno dei suoi brani più famosi, riflette sull’innamoramento proprio come fa Filadelfia nel passo del suo romanzo che abbiamo letto. La dichiarazione d’amore di Guccini è certo più poetica, ma forse manca di quell’immediatezza che consente a Filadelfia di arrivare con così tanta facilità al suo pubblico. Infatti Guccini si dilunga a parlare del cosmo, perdendosi in un esistenzialismo un po’ criptico, nella sua “Canzone quasi d’amore”:

“(…) Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno.

(…) Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale…

D’ altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’ aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare… grattarsi!”

Filadelfia è dotato di una buona presenza, di un aspetto gradevole, e soprattutto di una volontà ferrea. Come i suoi coetanei Benji e Fede, ma forse in modo ancora più consapevole, più che rispondere ad un’esigenza espressiva autentica nel creare i suoi prodotti, ha capito che oggi, “vendere” se stesso è il modo più rapido e conveniente per raggiungere il successo. I prodotti su cui mette la firma sono sì indispensabili per arrivare ancora più in alto, ma è il personaggio Marco Filadelfia il centro di tutto, in un’ottica davvero manageriale e molto al passo con tempi che vedono l’inversione del rapporto tra opera e autore. Oggi i dettami del mondo dello spettacolo, almeno quello che nasce da Internet, invitano a “creare il personaggio” e “essere imprenditori di se stessi”, ovvero “diventare famosi” e solo poi, come naturale conseguenza, “vendere un libro o un disco”. Filadelfia l’ha intuito alla perfezione, e con un certo distacco racconta il suo tempo, interpreta la sua età, ben conoscendo i meccanismi che funzionano quando si tratta di trovare un ponte tra la sua storia e quelle di altre migliaia di adolescenti e dimostrando, in questo, una precocità davvero stupefacente. L’unico appunto che si potrebbe forse fare, utilizzando una metafora un po’ splatter, è che insieme a Benji e Fede, più che “incarnare” veramente il suo tempo, Filadelfia sembra scuoiarlo e poi indossarne la pelle a mo’ di vestito, tagliato su misura per il suo target, come faceva il killer de “Il silenzio degli innocenti”. Ma poco male. Meglio parlare di cosa serie. Ecco come in una delle sue hit, scritta insieme a Marco Palladino, parla di un amore “Senza limiti”.

“Vorresti amare lui e sai che c’è un perché
Sfidiamo anche la fisica, stasera vieni da me
Se vuoi menarmi lo sai che puoi sfogarti,
Se andiamo nel mio letto finirai per abbracciarmi
Ti bacio sull’orecchio poi ti prendo per un fianco,
Tu ami queste cose non tentare di negarlo
Siamo senza limiti
Come l’universo!
L’amore si trasforma in odio e questo non ha senso!
Siamo senza limiti… Come l’universo!
Scriviamo la nostra favola
Senza lieto fine
Perché l’inizio di una storia scrive anche la sua fine
E in un battibaleno sei sparita come un lampo
Io ti ho detto ti amo ma non ti ho mai detto quanto!”

Questa volta, anche i testi di Filadelfia hanno un respiro cosmico, visto che tira in ballo l’universo. Dopo una notte di emozioni estreme però, l’amata decide di abbandonarlo, ma lui conclude dichiarando che, lo stesso, il suo amore è inossidabile e, appunto, infinito. Vediamo ora come Guccini descrive il complesso legame che si instaura quando due persone iniziano una storia nel brano “Vorrei”:

“Vorrei conoscer l’odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…”

Ma non solo amore. Filadelfia nei suoi brani rappati vira su una testualità più cruda, come vuole la vera tradizione rap. Nel brano “Ricordi” racconta storie di un’infanzia cupa, di una realtà dura e piena di sofferenza. Così parla del suo vissuto:

“Ricordi il 10 giugno quando tutto è cominciato,
la mamma che sorride: il suo trofeo è nato.
Crescermi sembrava un’impresa ma ci siete riusciti,
sono il peggiore figlio di due miti.
Adesso guardami ho preso gli occhi di mio padre
ma la bocca e di mia madre non mi serve per gridare,
rette parallele sono il punto di incontro
di due persone unite ma in comune separate.
E mi perdo nei ricordi, nella scuse dei miei sbagli
di quegli attimi sfuggenti di un bambino e dei suoi mille pianti.
Penso di partire, perché è stupido restare,
la vita tra le mura è ormai una tortura.”

D’accordo non è esattamente roba da Afrika Bambaataa, il famosissimo rapper che nei suoi pezzi racconta di un’infanzia tra le gang del Bronx, ma il brano funziona. Anche Guccini riflette, come sempre malinconico, sugli anni che se ne vanno, sulla poesia e il dolore che si nascondono dietro i ricordi. A differenza di Filadelfia, che decide di raccontare la realtà con toni pungenti e icastici, Guccini opta per la riflessione tra il lirico e il filosofico con “Radici”:

“(…) Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te,
come il fiume che ti passa attorno,
tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei,
lentamente, giorno dopo giorno
ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me
qualche segno, qualche traccia di ogni vita
o se solamente io ricerco in te
risposta ad ogni cosa non capita,
risposta ad ogni cosa non capita…

Ma è inutile cercare le parole,
la pietra antica non emette suono
o parla come il mondo e come il sole,
parole troppo grandi per un uomo,
parole troppo grandi per un uomo…

E te li senti dentro quei legami,
i riti antichi e i miti del passato
e te li senti dentro come mani,
ma non comprendi più il significato,
ma non comprendi più il significato… (…)

(…) La casa è come un punto di memoria,
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza,
e provi un grande senso di dolcezza…”

Chiusa la parentesi dolorosa legata alla famiglia, Filadelfia decide di passare a toni più leggeri. Lo fa con la canzone “Questa estate”, scritta insieme a Marco Palladino, Matteo Becucci e Marco Cavaliere. Quattro persone hanno quindi generato questo:

“Arriva l’estate, esplode la voglia di lasciarsi andare,
arriva l’estate per stare a guardare, per partecipare.
Svegliàti dal sole e fare l’amore una volta ancora, un’estate nuova.
Dov’è che andate questa estate?

Stasera si fa fiesta, ma prima la siesta.
se non avessi il collo giuro perderei la testa.
La gente che balla, buttiamoci in mezzo, tequila bum bum fino all’ultimo pezzo.
Partiamo per il mare, ma senza wi fi,
buttiamoci di testa in un mare di guai,
e togli quella maglia urlando contro il cielo quant’è bella quest’Italia.”

Anche Guccini – da solo – parla d’estate, con meno fiesta e più nostalgia, ambientando il suo brano in una delle città più vitali di questo “benedetto, assurdo Bel Paese”, Bologna, che proprio in estate si trasforma da centro brulicante a luogo fatto di mistero e sospensione:

“(…) Giorno d’estate, giorno fatto di niente,
grappoli d’ozio danzan piano con me,
il sole è un sogno d’oro, ma evanescente,
guardi un istante e non sai quasi se c’è.

(…) Giorno d’estate senza un solo pensiero,
giorno in cui credi di non essere vivo,
gioco visivo che non credi sia vero
che può svanire svelto come un sorriso.”

Filadelfia, da bravo imprenditore di se stesso e figlio del nostro tempo, a suo modo interpreta perfettamente il limaccioso fango di decadenza che riveste lo stivale dalla punta alla fine del gambale. Il suo eclettismo sembra rievocare anche l’artista-artigiano del passato, che doveva saper fare tutto, dal canto, alla recitazione, finanche alla scrittura, anche se un tempo bisognava saper fare tutto bene. Ma non è solo: le giovanissime star Benji e Fede, seppur meno versatili, hanno in comune con Filadelfia l’immediatezza del linguaggio e la ricerca di immagini semplici e dirette. Così cantano l’amore e la fuga nella celebre canzone “New York”:

“In un attimo, ho capito che eri tu…Il mio angelo, la luce che mi sveglia la mattina!
Il giorno che ti ho vista eri lì…Eri all’angolo, seduta in quel caffè,
in fondo al tavolo un posto libero per me!
Gli anni passano, i ricordi rimangono.
Se il mondo lo sapesse quanto ti ho cercata,
fermerebbe il tempo per vederti un giorno in più!
Amore vieni con me,scappiamo a New York!
Se stiamo insieme, di paura non ne avrò.”

Anche Vasco, il pajaro libre modenese, parla di libertà in una delle sue canzoni. In “Liberi, liberi”, cinguetta:

“Liberi, liberi siamo noi
Però liberi da che cosa
Chissà cos’è? Chissà cos’è!
Finché eravamo giovani
Era tutta un’altra cosa
Chissà perché? Chissà perché!
Forse eravamo stupidi
Però adesso siamo cosa
Che cosa se? Che cosa se!?
Quella voglia, la voglia di vivere
Quella voglia che c’era allora
Chissà dov’è! Chissà dov’è!”

Per la struccata ragazza della canzone “Lettera”, il duo modenese sembra ispirarsi alla corrucciata protagonista di Albachiara. Ecco i versi di Benji e Fede:

“E voglio scriverti una lettera
Che parli di me
Che sia inconfondibile
E tu una busta da lettere
Aprirla sai che effetto fa
Una di quelle sensazioni che
Si perdono alla nostra età
E quando struccata scenderai le scale
E timida la prenderai
Vorrei guardare i tuoi occhi
Tanto lo so che un po’ sorriderai
E chissà quanto poi mi penserai.”

Vasco infatti usa quasi le stesse immagini di dolcezza per descrivere la bellezza naturale e autentica della sua diletta, appunto:

“Respiri piano per non far rumore
Ti addormenti di sera
Ti risvegli con il sole
Sei chiara come un’alba
Sei fresca come l’aria
Diventi rossa se qualcuno ti guarda
E sei fantastica quando sei assorta
Nei tuoi problemi
Nei tuoi pensieri.
Ti vesti svogliatamente
Non metti mai niente
Che possa attirare attenzione
Un particolare
Solo per farti guardare”

La mancanza di senso, il male di vivere, sono invece cantati così nel brano “Lunedì” di Benji e Fede:

“Se adesso mi chiedi perché
In pochi sorridono
Perché sono tutti così seri
Perché, perché
Risucchiati in mezzo a un vortice
Questo posto non è fatto per me, per me
Vorrei sognare come se non ci fosse nessuno
Dormire in mezzo ad un fiume di mani fino a domani
Vorrei sognare come se non ci fosse nessuno
Pensiero numero uno mandare la sveglia affanculo.

Se domani sarà forse un giorno migliore
Da domani vedrai il mio lato migliore
Ma oggi no, oggi no
Telefono e cuscino metto tutto in off

Oggi è lunedì, lunedì
Sai che odio il lunedì, lunedì
Non chiamarmi il lunedì, lunedì
E non svegliarmi, non svegliarmi”

Anche Vasco l’ha fatto proprio in uno dei suoi pezzi più famosi:

“Voglio trovare un senso a questa sera
Anche se questa sera un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha
Voglio trovare un senso a questa voglia
Anche se questa voglia un senso non ce l’ha
Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà…
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani è un altro giorno arriverà…”

Riferimenti all’attualità e alla tecnologie invece per la metafora davvero calzante dell’amore come wi-fi (simbolo dei nostri tempi colpevolmente ignorato invece da due vecchi poeti come Guccini e Vasco), che i due musicisti intonano nel loro recentissimo brano “Amore wi-fi”, appunto:

“Ti avevo tenuto un posto a sedere
In prima fila nei meandri del cuore
Sul tetto del mondo a guardare sotto
Vedi che questo non sarà mai nostro

Ma poco ci importa, avevamo di meglio
L’amore wi-fi, stavo connesso
Ma poco ci importa, avevamo di meglio
L’amore wi-fi, stavo connesso”

Un po’ meno di attualità per Guccini (che magari su in montagna dove vive, nemmeno ce l’ha il wi-fi), che invece si perde a parlare di uccelli e di barche ne “La canzone della colomba e del fiore”, con tanto di omaggio ad anticaglie come Cecco Angiolieri:

“Amore, s’io fossi aria, le tue rondini vorrei,
per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei,
quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto:
tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto.

Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele,
quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ;
quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata,
guizzan pesci tra i tuoi due fiori, rivive l’anima mia assetata.”

Insomma, con le nuove leve della classe canora modenese, prosegue la tradizione del “talento e della creatività” locali. E nell’antologia di emozioni filtrate dall’occhio e dal cuore di giovani uomini alle prese con la vita, si può trovare lo Zeitgeist del nostro tempo. Ragazzi che, citando i versi callimachei della loro ultima canzone, si trovano “sul tetto del mondo a guardare sotto” giusto per accorgersi che questo non sarà mai loro. Ma poco importa, una qualche soluzione si trova sempre: un amore wi fi, stanno connessi!