L’eredità di Don Milani diventa uno spettacolo

“Zia? Tu li picchi i tuoi allievi? Io da grande se faccio la maestra non picchio nessuno”. A parlare è un’immaginaria bambina di 10 anni – Alice – che nel 1967 si trova tra le mani “Lettera ad una professoressa“, il manifesto educativo di don Lorenzo Milani, rimanendone profondamente e intimamente segnata. La domanda è di quelle che lasciano inorriditi; non era così fino a non molto tempo fa, quando in una scuola ancora impregnata di un’ottica classista e autoritaria, punizioni corporali e maltrattamenti erano parte integrante di un metodo formativo accettato senza troppe discussioni. La bambina curiosa è la protagonista di “I care. L’eredità ignorata”, un inedito spettacolo musicale che proprio oggi, nel giorno del cinquantesimo anniversario della scomparsa del religioso, si presenta come un viaggio di andata e ritorno dai nostri giorni al 1967 nel corso del quale la sua più importante eredità viene assimilata, elaborata e rilanciata oltre la soglia degli anni 2000.

In questo arco di tempo la musica, la materia che Alice, divenuta a sua volta insegnante, ha scelto come mezzo per mettere in pratica concretamente un nuovo modello di scuola e di didattica, accompagna una crescita personale e umana che si snoda per cinque decenni e scorre sulle note immortali di 29 Settembre dell’Equipe 84, passando per i King Crimson fino ad arrivare al rap di Eminem. Perché la musica è aggregazione e si configura come una palestra educativa: dal coro di paese alle più elaborate sinfonie, il mettersi a disposizione l’uno dell’altro rappresenta la base essenziale per la buona riuscita. Così in “I care”, dove ben oltre al classico saggio di fine anno, i ragazzi dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi-Tonelli di Modena e Carpi, dell’Accademia “Il Flauto Magico” di Formigine e del Liceo Musicale “Carlo Sigonio” di Modena sono essi stessi al centro di un esperimento meta-teatrale: protagonisti sulla scena, ma protagonisti e attori di come collaborazione, autonomia, reciprocità – alcune delle parole chiave della dottrina di Don Milani – siano in tutti i campi dell’educazione e della convivenza dei principi dai quali non è possibile prescindere.

Interessante anche la scelta di riproporre un “oratorio”, un genere musicale antico, di ispirazione religiosa senza però attingere alla liturgia; recitativo, ma senza rappresentazione scenica, mimica o personaggi in costume: protagonisti, come detto, un gruppo di giovanissimi di età compresa tra i 12 e i 20 anni, ottimamente diretti dal maestro Antonio Giacometti e guidati dalla regista Alice Melloni, abili a mettere in scena uno spettacolo di ragazzi con la profondità tematica necessaria per far riflettere i più grandi.

I CARE

Al di là, infatti, della curiosità per un’esibizione incentrata su una figura che ha fatto discutere fino al gesto decisivo di papa Francesco, che nei giorni scorsi si è recato a pregare sulla tomba di Don Milani (“era trasparente e puro come il cristallo”, ha detto con animo commosso), questa rappresentazione costringe a tornare a fare i conti con un programma educativo forse mai completamente recepito dalla scuola italiana. Concepito in un’epoca nella quale le percosse facevano parte della vita scolastica, nella quale nelle classi erano rimarcate – se non addirittura enfatizzate – le diseguaglianze sociali, esso promuoveva un approccio diverso e sicuramente avveniristico prima ancora che moderno: fondato sull’inclusione, sulla partecipazione, sulla benevolenza, sull’assistenza reciproca, esso si poneva in netta discontinuità con un’istituzione che tra i banchi di scuola favoriva ed esacerbava differenze e disparità, in un contesto nel quale il “figlio del dottore” arrivava alle elementari già in grado di leggere a fronte dell’analfabetismo dilagante.

In un certo senso la scuola di oggi è figlia di questi principi: essa non umilia chi sbaglia, non punisce a nerbate chi rimane indietro; ad essa è demandato l’arduo – ma essenziale – compito di favorire l’integrazione in una società sempre più diversificata e al tempo stessa diversa da quella che don Milani voleva contribuire a cambiare. Perché se è vero che le basi della Lettera ad una professoressa rimangono universalmente valide, è altrettanto inevitabile che esse debbano rapportarsi a una società mutata, più articolata e con esigenze diverse, dove il tempo rappresenta un fattore sempre più stringente e vincolante e dove, del resto, il titolo di studio elevato non costituisce più una garanzia di avanzamento sociale.

Lavorare assieme, far sì che nessuno rimanga indietro e che chi è più avanti aiuti chi ha delle lacune non devono rappresentare proclami che, dal politico al dirigente, rimangono il più delle volte lettera morta; al contempo non devono essere trascurati tanto l’aspetto formativo, quanto una sana selezione: essa non dovrebbe “marchiare a fuoco” chi non ce la fa, ma indirizzare verso la giusta via ciascuno a seconda delle proprie inclinazioni. Non trascurare nessuno non dovrebbe essere l’alibi per il più grande svilimento dell’istituzione scolastica: appiattire la qualità verso il basso rappresenterebbe infatti il più grande travisamento del pensiero di don Milani, che tanto voleva una scuola capace di formare persone in grado di fare la differenza.

Anatomia di un matrimonio, ieri, oggi e domani

I decisi raggi di sole di un caldissimo maggio si affacciano sul porticato interno del Palazzo dei Musei di Modena, illuminando i già candidi marmi del lapidario e riaccendendo in essi una vita che l’ombra altrimenti sembra voler sottrarre. Parlare di vita in quelli che dovevano essere monumenti deputati alla conservazione del ricordo e alla memoria di chi lasciava questo mondo può sembrare quasi una contraddizione logica, ma se si fa lo sforzo di superare in prima battuta gli ostacoli della barriera linguistica che ci separano dal latino delle iscrizioni e, in secondo luogo, la diffidenza che ci allontana da quella che è considerata un’età remota, troppo distante per poter ancora comunicare con i giorni nostri, ecco quindi che è possibile percepire tutta l’energia di un mondo di passioni e sentimenti sostanzialmente molto simile al nostro. In essi vi è il dolore per una perdita, l’orgoglio per una carriera illustre o la voluta ostentazione di uno status sociale di rilievo; in essi vi è la sensazione che dietro moduli vecchi duemila anni vi siano gli stessi uomini e donne di oggi, alle prese con gli stessi problemi, le stesse preoccupazioni e con le stesse ansie. In essi, ovviamente, sono presentati gli affetti e i legami e l’elemento familiare, con le relazioni di parentela alla sua base, non può che avere un ruolo centrale. Una passeggiata nel chiostro – una visita che potrebbe rivelarsi stimolante anche in considerazione della ricorrenza dell’anniversario della fondazione di Mutina-Modena – non mancherà, infatti, di mettere in luce quanto numerose siano le testimonianze che offrono uno spaccato sulla vita coniugale, una delle tematiche più presenti tra le iscrizioni del Lapidario estense: dietro a formulari inevitabilmente ricorrenti e alle consuete indicazioni biometriche, emergeranno storie di uomini e donne modenesi, di diverse età e classe sociale.

Entrando da Largo porta sant’Agostino, una volta superato l’atrio, nel porticato di fronte all’ingresso, il visitatore si imbatterà in una serie di monumenti, tra i quali spicca un sarcofago – in termini tecnici può essere definito “a cassapanca”, secondo un percorso analogico di non difficile comprensione – che presenta un tale Lucius Nonius Verus nell’atto di dedicare alla defunta moglie Lucia Peducea Giuliana il sepolcro ne avrebbe accolto le spoglie mortali. Siamo nella prima metà del IV sec. d.C. e Lucio, nel pieno rispetto di quelle che erano le norme e la consuetudine, aveva preso in moglie una giovane fanciulla, una bambina secondo i nostri parametri, in quanto non ancora tredicenne.

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“Lucio Nonio Vero (pose questo monumento) alla memoria della clarissima foemina Lucia Peducea Giuliana, confrontabile agli illustri modelli di virtù delle matrone antiche per natali e per decoro; visse 13 anni e 47 giorni e fu sposata con il marito per 5 mesi e 20 giorni”.

Peducea appare allineata in virtù ai modelli delle illustri donne romane, ma Lucio Nonio tenne a sottolineare anche la sua appartenenza alla gens Peducea, una famiglia importante e attestata in diversi monumenti nell’area di Modena, grazie alla quale poteva presentarsi come clarissima foemina. Questo appellativo segnava un solco tra le donne comuni e quelle dell’alta, altissima, classe senatoria: esso caratterizzava un’élite che poteva vantare un ruolo nella direzione dello stato stesso. Un buon partito quindi per il nostro Lucio Nonio Vero, ma per lui il destino aveva evidentemente altri piani: l’unione tra i due infatti fu molto breve, menses V, dies XX, cinque mesi e venti giorni, e la sposa venne meno all’età di tredici anni e quarantasette giorni.
Per capire cosa fu dello sfortunato vedovo basta fare quale passo a sinistra e imbattersi in un’altra iscrizione, molto interessante seppur non curata quanto il rango dei personaggi di cui parla richiederebbe.

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Lucio Nonio Vero, ex console e per due volte commissario straordinario dell’Apulia e della Calabria, comes delle Venezie e dell’Istria, patrono dei modenesi, degli aquileiensi e di tutte le città della Puglia e della Calabria, pose questo monumento alla memoria di Vinicia Marciana, clarissima foemina e moglie integerrima e dolcissima, visse riconosciuta per impegno e virtù a tal punto da superare per giudizio di tutti in contegno le antiche matrone ed essere celebrata per questo pubblicamente. Essa fu figlia di Ceciliano, membro dell’ordine senatorio, due volte amministratore della città di Roma e della provincia d’Africa, governatore della Lusitania, co-reggente della Puglia e della Calabria, vice prefetto per l’Italia”.

A qualche anno di distanza Lucio Nonio Vero aveva percorso a grandi passi le tappe della politica del tempo ed aveva trovato una nuova compagna, Vinicia Marciana; alla fortuna della vita pubblica non si era mai accompagnata un altrettanto buona riuscita della vita familiare, perché anche in questa occasione Lucio si era ritrovato nella triste situazione di perdere la compagna. Che fosse trascorso diverso tempo lo si può intuire proprio dalla sfavillante carriera politica del personaggio: se, infatti, nella precedente testimonianza non vi è traccia di alcuna delle cariche ricoperte, in questa occasione Lucio presenta orgogliosamente, come si può leggere nel testo tradotto, una carriera di tutto rispetto, con incarichi di prestigio e tali da inserirlo nella cerchia dei più alti alti funzionati di tutto l’impero. Che fosse una figura in netta ascesa lo prova anche il profilo della nuova compagna, Vinicia, anch’essa clarissima foemina, ma figlia di Ceciliano, un uomo che poteva vantare un curriculum da far impallidire anche quello del suo pur illustre genero. Bollare questo legame come un matrimonio di comodo è troppo severo; certamente si trattava dell’unione tra membri dello stesso gruppo sociale e sicuramente un avanzamento – dal punto di vista politico – rispetto alla situazione precedente.

Perché, tra tanti, si è risvegliato questo Lucio Nonio Vero dal sonno delle bianche epigrafi? L’occhio attento dello studioso metterà in evidenza la rilevanza di colui che fu un altissimo esponente della politica romana, con incarichi di prestigio e soprattutto vicino, in qualità di alto ufficiale, niente meno che all’imperatore Costantino (274-337). Con lo stesso occhio meticoloso si potrà constatare che le due unioni di cui si è parlato non erano le prime per il nostro Lucio: a Canossa, presso il locale Museo Campanini, un frammento di un altro sarcofago di provenienza modenese, lo ricorda nell’atto di celebrare le esequie dei suoceri assieme alla moglie del momento, Sulpicia Triaria.

C(aio) Sulpicio Agatangelo et Vibiae Vibianae parentibus Sulpicia Triaria fil(ia) et L. Nonius Verus Gener
(Nel ricordo dei) genitori Caio Sulpicio Agatangelo e di Vibia Vibiana la figlia Sulpicia Triaria e il genero Lucio Nonio Vero (posero)

Non ci sono elementi per pensare che questo primo connubio sia terminato a causa della scomparsa della moglie; anzi, è altamente probabile che, al fine di contrarre un’unione più vantaggiosa, questo legame sia stato rotto e si sia arrivati al divorzio tra i due contraenti. Sulpicia Triaria, a differenza della seconda e della terza moglie, non è presentata con nessun titolo che possa distinguerla; i suoi parenti non la connotano come una delle eredi dell’élite locale: l’ipotesi che Lucio abbia voluto fare qualcosa per la propria ascesa unendosi in matrimonio a una donna dai più nobili natali prende decisamente corpo.

La sua storia, per quanto ci riguarda, termina sostanzialmente qui: tanti elementi che potrebbero essere risolutivi mancano all’appello e tanto è lasciato al campo delle ipotesi. È stato però stimolante ripercorrere la parabola di questo personaggio la cui esperienza ha offerto la possibilità di osservare uno spaccato di una realtà di vita comune a molti seppur, con le dovute differenze di ceto e classe sociale, in età romana, nell’epoca in cui il matrimonio ha conosciuto nel campo del diritto la prima vera codificazione. Si noti bene: non siamo in presenza di un organico diritto matrimoniale, ma nel vasto mare dell’immenso Corpus Iuris Civilis – la raccolta di materiale normativo di diritto romano voluta dall’imperatore Giustiniano I (527-565) per riordinare l’ormai caotico sistema giuridico dell’impero – diversi sono i richiami volti a regolamentare gli aspetti più delicati del vincolo coniugale. Per richiamare di nuovo Lucio (o Sulpicia) e le procedure per terminare un matrimonio, allora come oggi la richiesta di rottura del connubio poteva essere unilaterale o consensuale: in entrambi i casi era necessario che vi fosse una comunicazione formale ed ufficiale dell’intenzione di recedere dal vincolo da parte del partner interessato. Essa poteva avvenire oralmente o in forma scritta, ma era necessario che la richiesta fosse ratificata da sette testimoni, numero nel quale non era incluso colui – spesso un ex schiavo – che recava il messaggio e che doveva essere raggiunto tramite cittadini romani adulti (Digesto, 24, 2, 9: Nullum divortium ratum est nisi septem civibus Romanis puberibus adhibitis prater libertum eius qui divortium faciet; nessun divorzio può essere ratificato se non ci si avvale di sette testimoni romani adulti oltre al liberto di colui che fa richiesta di divorzio).

Frammento di sarcofago romano con scena di matrimonio, 150-200 dc
Frammento di sarcofago romano con scena di matrimonio, 150-200 dc

Qualora la richiesta di rottura venisse da solo uno dei coniugi era necessario vi fosse una cosiddetta giusta causa: la donna aveva infatti la facoltà di richiedere lo scioglimento del vincolo nel caso il consorte si fosse reso colpevole di rapporti con prostitute nell’abitazione comune, violenze e furto di bestiame; il marito aveva facoltà di divorziare se la donna avesse preso parte a giochi o spettacoli teatrali o avesse trascorso la notte lontana dal focolare senza il suo permesso; per entrambi, infine, l’incapacità di adempiere ai propri doveri coniugali o di procreare rappresentava un fattore fortemente penalizzante e ovviamente il matrimonio poteva essere sciolto nel caso uno dei due coniugi indistintamente si macchiasse di adulterio, crimini deprecabili come la violazioni di sepolcri, furti in luoghi sacri e nell’eventualità venisse a mancare per decesso o lontananza forzata perdurante (prigionia, incarichi esteri…). Non erano invece considerati elementi quali l’incompatibilità caratteriale al fine di una risoluzione unilaterale: che i coniugi potessero non andare d’accordo era del tutto plausibile, ma difficilmente si sarebbe potuto richiedere di annullare il connubio a causa di ciò.

Ne è un esempio un passo del Satyricon di Petronio, nel quale il celebre Trimalchione – per quanto modello perpetuo del parvenu – dichiara di preferire di gran lunga le sfuriate della sua esasperante moglie piuttosto che mostrarsi frivolo e poco responsabile nel chiedere il divorzio per il suo caratteraccio (parlando della propria moglie, al capitolo 74, paragrafo 16: At ego dum bonatus ago et nolo videri levis, ipse mihi asciam in crus impegi, Ma io sono stato un bonaccione e per non sembrare una persona frivola ho preferito tirarmi la zappa sui piedi). Sarebbe del resto andata ancora peggio nel V secolo, quando una separazione senza motivi certificati avrebbe portato all’impossibilità per legge di contrarre un nuovo matrimonio.

Per tornare a un contesto più vicino a quello del nostro personaggio, se da un lato un divorzio consensuale si risolveva senza sanzioni o risarcimenti, la situazione era più intricata in caso di richiesta unilaterale e l’elemento economico-patrimoniale rappresentava spesso un ostico tema di confronto. Molto raramente si era in una situazione che oggi definiremmo di comunione dei beni e tutto ruotava intorno a dote e doni: chi si trovava dalla parte della ragione poteva trattenerli o richiederne la restituzione totale o parziale. Non vi era riguardo per la situazione economica post-divorzio, che anzi poteva essere particolarmente sfavorevole per una donna: nel caso il giudizio non l’avesse vista uscire vincitrice, essa avrebbe visto la sua dote diminuita e, di conseguenza, sarebbe stata meno appetibile per un nuovo connubio. Un risarcimento contribuiva solitamente ad accomodare le parti, com’è evidente dal caso illustre di Nerone al momento del suo divorzio dalla prima moglie Ottavia: Tacito (Annali, 14, 60, 4-5) racconta che l’imperatore aveva avanzato il pretesto della sterilità della moglie, ma che comunque le avesse offerto beni, mobili e immobili, al fine di arrivare a un accordo condiviso. Nel caso il matrimonio avesse generato dei figli, essi, contrariamente a quanto accade oggigiorno, sarebbero rimasti di preferenza sotto la tutela del padre, che ne avrebbe curato la crescita e il mantenimento: questa prassi appare facilmente comprensibile se si sposta l’attenzione al versante delle relazioni e si pensa al fatto che i figli rappresentassero un mezzo essenziale per contrarre alleanze e trasmettere il nome della famiglia. La madre, invece, avrebbe potuto contribuire di sua spontanea volontà al loro mantenimento oppure sarebbe stata chiamata a farlo in caso di necessità o incapacità da parte della famiglia del padre.

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Che la fine dell’unione matrimoniale fosse serena o burrascosa, l’elemento finanziario rappresenta dunque un fattore di totale continuità con il passato e mantiene, oggi come allora, una centralità assoluta nelle trattative e nell’analisi giuridica: segno di vicinanza e attualità, dopo 1700 anni i temi sul tavolo rimangono sostanzialmente gli stessi. Anche i meno attenti a questo punto non possono non aver ripensato all’attualità e in particolare alla recente sentenza della Corte di Cassazione che ha rivisto il diritto all’assegno di divorzio subordinandolo alla situazione economica del richiedente e rovesciando le sentenze precedenti.

La Suprema Corte, superando, in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica sicché, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970.

Nel 1970, infatti, la Corte aveva stabilito che uno dei due coniugi fosse tenuto al versamento dell’assegno di divorzio nel caso il richiedente non disponesse dei “mezzi adeguati” o comunque nell’impossibilità dello stesso di “procurarseli per ragioni oggettive”. È facile immaginare, già a prima vista, come la voce “mezzi adeguati” sia stata fin dal primo momento al centro di intense dispute legali: qual era, infatti, il metro attraverso il quale valutare l’adeguatezza delle risorse del partner economicamente più debole della coppia? Si arriva così al 1990, al primo tentativo di soluzione del dibattito: come parametro di riferimento per la determinazione degli ormai famosi mezzi adeguati fu scelto il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio. Al di là di ogni riflessione o considerazione di carattere ideologico o religioso, la linea guida seguita allora dai giudici della Corte è chiara oltre ogni dubbio: l’orientamento prevalente era quello secondo il quale un matrimonio poteva anche cessare, ma non tutti gli impegni si sarebbero esauriti assieme alla fine del legame. Altrettanto evidenti le conseguenze di questa impostazione: la permanenza di un impegno, più o meno gravoso che fosse e a tempo sostanzialmente e potenzialmente indeterminato, rappresenta un forte fardello per chi intenda intraprendere una nuova relazione matrimoniale nel momento in cui l’assegno deve mantenere uno standard economico spesso ben superiore alla soglia dell’autosufficienza. È a questa situazione, quindi, che la Cassazione ha voluto opporsi decretando con la recente sentenza l’estinzione del rapporto matrimoniale oltre che sul piano personale su quello economico, restituendo il tema dei “mezzi adeguati” alla dimensione del puro mantenimento essenziale.

Diversi sono i punti di contatto tra l’istituzione di ieri e quella di oggi e altrettante le dissonanze tra un rito che inevitabilmente ha cambiato fisionomia e modo di essere sentito e vissuto nel tempo. La sostanziale analogia risiede nell’attenzione verso le questioni legali e patrimoniali quando un matrimonio andava esaurendosi, ma, in particolar modo, nel fatto che a seguito dei recenti sviluppi un’unione conclusa sia da considerarsi una parentesi di vita altrettanto chiusa, senza strascichi e continuazioni dal punto di vista patrimoniale. Le differenze più evidenti risiedono nel già osservato ribaltamento dei ruoli nella gestione degli interessi dei figli al momento della rottura del vincolo, che rimanevano per lo più sotto la tutela del padre; ma un campo, tanto caro a noi moderni, nel quale le difformità possono essere solamente percepite dal momento che non è possibile avere dati certi è quello dell’analisi quantitativa e statistica del fenomeno. Se, infatti, è difficile stabilire, in assenza di dati ufficiali, l’incidenza della rottura delle unioni per l’antichità, già una prima e fugace analisi ci può restituire un quadro nel quale la fine dei matrimoni rappresentava un evento certamente non inconsueto per quanto riguarda le classi elevate: basti pensare all’imperatore Claudio, che tra il 15 e il 54 d.C., anno della sua morte, ebbe addirittura quattro mogli. Del resto era normale che fosse così in un contesto nel quale i legami familiari – e il matrimonio su tutti – costituiva il sigillo di un’alleanza politica: la rottura del sodalizio non poteva che portare anche al naufragio di un legame appositamente creato. Questo tipo di dinamica valeva a differenti livelli, ma è ipotizzabile che scendendo di classe il fenomeno andasse attenuandosi e, venendo gradualmente meno motivazioni di carattere opportunistico, vi fossero meno matrimoni di interesse e conseguentemente meno rotture di essi. Oggi questo trend sembra essere se non ribaltato, quanto meno cambiato, con numeri che rivelano un andamento contrario: a fronte, infatti, di un calo drastico delle unioni (11.925 i matrimoni in Emilia Romagna nel 2014, in calo del 20% rispetto al 2008; Modena peraltro maglia nera in regione con soli 2.5 matrimoni ogni mille abitanti a fronte della media del 2.7/1000 e del 3,0 registrato da Ravenna), il numero delle separazioni e dei divorzi ha subito un’impennata notevole se, rispetto alla metà degli anni ’90, si può parlare rispettivamente di uno sconfortante + 43% e + 61%. È chiaro che dietro a questi numeri, che tra l’altro ci dicono che l’Emilia Romagna si collochi al settimo posto a livello nazionale e ci rivelino come in alcune regioni ci si separi ancora di più, si nasconda un aumento alla propensione alla rottura del vincolo che ormai interessa qualsiasi classe in maniera sostanzialmente omogenea.

Questi numeri ci dicono tanto, suggeriscono altrettanto, ma soprattutto aprono il campo alla possibilità di svariate analisi e considerazioni; si può riflettere sull’aumento dell’età media degli sposi, sulla durata del matrimonio o sul rito con cui esso viene celebrato, ma probabilmente si rischia di entrare in un labirinto dal quale è difficile uscire. Il richiamo a Lucio Nonio Vero e al suo caso e il confronto con il presente, invece, non sono stati solamente un divertissement o un passatempo erudito; allo stesso modo non si è inteso tessere una lode del passato, operazione antistorica e sostanzialmente inutile, come del resto lo sono tutte le laudationes temporis acti. Dare giudizi è un gioco dal senso limitato; molto più interessante è invece capire che tipo di società vi sia dietro l’istituzione matrimonio e come anche i modi di intendere la sua rottura siano uno specchio del mondo che in essa, al pari di tutte le altre attività sociali, si esprime. La recente sentenza della Corte di Cassazione e la progressiva attenzione normativa della Roma del IV secolo dopo Cristo hanno in comune il fatto di rappresentare due momenti di passaggio di una società in cambiamento. L’universo romano aveva visto con il tempo attenuarsi la preponderanza del paterfamilias, il capofamiglia che nell’età delle origini poteva addirittura disporre della vita dei suoi congiunti, fino ad arrivare – almeno tra le mura domestiche – a una sorta di parità tra i coniugi; come si è visto sia marito che moglie potevano richiedere il divorzio e i loro diritti erano ugualmente e progressivamente riconosciuti, in un contesto nel quale se da un lato rompere il vincolo matrimoniale poteva essere più facile di quanto non lo sia oggigiorno, il connubio rimaneva un affare sul quale sicuramente non si poteva scherzare.

Il 10 maggio del 2017 una sentenza di tribunale non ha fatto altro che sancire un altro cambiamento sociale in atto, mettendo in evidenza la crisi dell’idea tradizionale del matrimonio e riconoscendo anche in questo caso il superamento di un rapporto non paritetico tra i due coniugi. I due cardini di questa sentenza – l’estinzione totale del rapporto e la valutazione dell’ex coniuge come persona singola e non più come parte di un legame ormai non più esistente – segnano la fine di un’idea “patrimonialistica” secondo la quale il matrimonio si configurava come una sistemazione definitiva, come un vincolo che nasceva per certi aspetti come teoricamente indissolubile. Una volta riconosciuta legittimamente l’unione matrimoniale esclusivamente come luogo degli affetti (e in quanto tale dissolubile) e soprattutto l’importanza alla libertà per il coniuge di costituire una nuova famiglia, diritto che verrebbe se non leso, quanto meno intaccato dall’obbligo di corrispondere potenzialmente a tempo indeterminato un assegno divorzile, ecco che lo scarto rispetto al passato prima che essere patrimoniale è in primo luogo socio-culturale.

Dire che con questa svolta siano incentivati i divorzi e le seconde (o terze, o quarte…) nozze è sicuramente semplicistico prima ancora che inesatto: come percepito dalla stessa Cassazione, è in corso un’evoluzione del costume sociale, un cambiamento che in certo senso riporta indietro le lancette della storia – senza con questo voler esprimere un giudizio, positivo o negativo che sia – a una fase in cui un’unione matrimoniale rimaneva in vigore fintanto che rimaneva viva la fiamma dell’interesse o degli affetti, non un secondo in più.

In copertina: Corteggiamento tra due innamorati in epoca romana, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1906).