Il fu Quintino Fanucci, colui che lo si crede

Quintino Fanucci era un incisore e acquafortista marchigiano emigrato in America e se l’erano dimenticato tutti. Da Fermignano, piccolo paese nelle Marche, era sbarcato oltreoceano, insieme a tanti altri, negli assolati campi di cotone del Mississippi. Esiste anche una pagina Wikipedia dedicata a lui, grazie a un gruppo di ragazzi che lo ha riscoperto, gli ha dedicato una pagina Facebook, una mostra, un progetto intitolato “Fermignano-Greenville”. Così si chiamava la contea dove Quintino Fanucci lavorava, in America insieme ad altri mille di cui si è persa la memoria. Il tempo, si sa, è un acido che corrode lo smalto luminoso del passato. Ma oggi, la rete mette a disposizione tutti gli strumenti che servono per ricostruirlo. È quello di cui si sono serviti Veronica Gardinali, Marco Tomassoli, Michela Zotti e Mario Makhoul, un gruppo di studenti dell’ISIA di Urbino, l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche. “Il nostro progetto era inserito nel quadro più ampio di una mostra nel Comune di Fermignano: – spiega Veronica Gardinali, ex studentessa modenese del Venturi e ora tra i venticinque ammessi ogni anno all’ISIA – si intitolava Telmèz, che nel dialetto del luogo significa ‘al centro dell’attenzione’. Sottotitolo: Purché se ne parli”.

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Jonathan Pierini, che insegna Tecniche della Produzione Grafica all’ISIA e si occupa della parte grafica del Comune di Fermignano, ha organizzato la mostra dividendo i suoi studenti in gruppi. “Il tema – spiega Veronica – era l’essere celebre, naturalmente legato al luogo: c’è chi si è occupato di architettura, chi di famosi locali del passato fermignanese ora fuori uso, chi di personaggi del luogo alla ricorsa della fama televisiva a tutti i costi: c’era la storia di un ragazzo di Fermignano che partecipa a tutti i talent show possibili e immaginabili pur di diventare famoso”. Il progetto del gruppo di cui fa parte Veronica, invece, era intitolato “Fermignano-Greenville”, ed era dedicato alla figura dimenticata di Quintino Fanucci, nato a Fermignano nel 1903 e morto a Greenville nel 1954. Perfetto, Quintino Fanucci, col suo nome così da “postcard from Italy”, per cavalcare la retorica, quasi trita ormai, delle eccellenze italiane di stampo renziano. E infatti, Quintino ha entusiasmato tutti. Ci hanno creduto tutti. Anche se Quintino Fanucci, in realtà, non esiste e non è mai esistito. Le incisioni spacciate per sue sono di Luigi Bertolini, incisore marchigiano realmente esistito e anche considerevolmente famoso. Eppure…

Il progetto “Fermignano-Greenville” ha dimostrato come la verità, ai tempi delle retoriche, degli entusiasmi emozionali diffusi a macchia d’olio sulla superficie sempre inclinata dei social network, la verità dicevo, è “colei che la si crede”. Il primo link che trovate su internet non è il più vero, ma il più cliccato. Se una cosa è su Wikipedia, non è detto che sia esatta, anche se esistono verifiche, controlli e un’invisibile squadra di nerd a gestire quel mezzo meraviglioso.  “Fermignano-Greenville”, insomma, è stato un esperimento. Ideato, costruito, guidato e compiuto interamente con mezzi digitali. A dirla tutta, come ci ha spiegato Veronica, gli indizi per capirlo c’erano tutti. Perché la verità esiste anche ai tempi liquidi delle piattaforme digitali, per chi ha voglia di approfondire, di andare fino in fondo. Così è nato il progetto, che ha calcato la mano sulla linea sottile che divide fiction e realtà nel mondo digitale. “Concentrandosi sull’iter che eleva un soggetto qualunque allo status di uomo illustre, – ha spiegato Veronica – l’obiettivo è stato quello di verificare se la fama digitale ha un effettivo contrappeso sulla notorietà reale”.

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Su internet, insomma, si diventa famosi anche quando si è inesistenti. Come Luther Blissett, personaggio fittizio dietro cui si nascondeva un gruppo di artisti (e da cui è nato anche il collettivo Wu Ming). Come Santiago Swallow, celebre e avvenente pensatore dei tempi social del tutto inesistente. Ma inesistente con una raffinatezza tale da aggirare anche i controlli di Wikipedia. Fin qui, come vedremo, Quintino non ci sarebbe arrivato, non fosse stato per un contributo di un ragazzo dell’entourage di Wikipedia che ha deciso di dare il tocco finale all’esperimento già galoppante e pieno di followers del fu Quintino Fanucci. Esperimento svoltosi interamente su internet, dal nulla alla fama, come segue.

Passo primo: creazione del nome. Esiste un sito, Fake Name Generator, dove basta inserire sesso e nazionalità. Un secondo dopo, appare una dettagliatissima identità, con tanto di nome, cognome, indirizzo, segno zodiacale, numero di documento, colore preferito, dettagli della carta di credito, mestiere, descrizione fisica, eccetera. Ovviamente, per quanto riguarda Quintino ci si è serviti solo del nome.

Passo secondo: la storia. “Sapevamo che negli anni Venti e Trenta le Marche avevano assistito a una massiccia emigrazione negli States”, spiega Veronica. Esiste un altro sito, Liberty Ellis Foundation, dove sono digitalizzati tutti i registri con i nomi di chi è sbarcato negli Stati Uniti (Ellis Island e il porto di New York) tra il 1892 e il 1957. “Quintino non c’era – dice Veronica – ma era pieno di Fanucci”.

Passo terzo: la piattaforma del social network. Una volta creata un’identità e una storia, si è trattato di capire se, come, in quanto tempo, e perché Quintino Fanucci potesse diventare famoso. Lo è diventato, in pochissimo tempo. È bastato rivolgersi alla giusta fascia di utenza, saper giocare un po’ con le logiche che governano i social network. Sono bastati pochi euro e qualche post ben studiato.

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“Abbiamo creato un profilo Gmail, poi un profilo Facebook, – spiega Veronica – e abbiamo stabilito quale dovesse essere la fascia d’utenza che ci interessava: tra i quaranta e i cinquant’anni, quelli che usano i social network senza conoscerli proprio fino in fondo”. I potenziali creduloni, insomma, anche se la mostra ha rivelato che creduloni sono stati anche i più giovani. E che l’unico a voler approfondire la questione, sin quasi a scoprire che Quintino Fanucci non è mai esistito, è stato un signore abbondantemente oltre la sessantina. “Quando sponsorizzi un profilo – ha spiegato Veronica – scegli anche le aree d’interesse del pubblico cui ti rivolgi: abbiamo inserito parole chiave come arte, acquaforte, Marche, Fermignano, incisioni”.

Eppure, tra i marchigiani di mezza età interessati all’acquaforte e alle incisioni, nessuno ha riconosciuto i disegni di Luigi Bertolini. “Abbiamo scelto di proposito un artista relativamente famoso proprio in quelle zone, e i segnali per capire che le immagini erano false c’erano tutti: erano tagliate, decentrate, fotografate insieme a pezzi di schermo del computer”. La rete, infatti, permette anche di svelarla, la verità: “Google immagini avrebbe immediatamente riconosciuto le opere di Bertolini, se le avessimo inserite complete e pulite e qualcuno avesse voluto verificare”. I like aumentano, arriva anche quello del sindaco, probabilmente informato dell’esperimento. Facebook propone agli amministratori di promuovere ulteriormente la pagina a un passo dai 500 like.

“La gestione della pagina è stato il capitolo più interessante: – dice Veronica – dopo il primo post, che consisteva in una sorta di dichiarazione d’intenti – anch’essa retoricamente studiata, recitava ‘la nostra è una sfida aperta alla storiografia, nell’intento comune di riscoprire e avvalorare la produzione artistica del Fanucci’ – abbiamo avuto modo di giocare con vere e proprie strategie”. Pubblicando, ad esempio, post in cui si colpiva l’ego dei locali con un “avete dimenticato Fanucci!” non troppo tra le righe. Scoprendo che fotografie o immagini antiche di luoghi esistenti fanno fioccare decine e decine di like. “Si chiamano post emozionali, quelli che rispondono al Social Engagement Emozionale e suscitano immediatamente la partecipazione dell’utente: è roba che gli esperti studiano e conoscono meglio di noi, che noi abbiamo sperimentato”. E ha funzionato: il record di mi piace è toccato a una foto in bianco e nero della filanda di Fermignano, dove Quintino avrebbe lavorato. Oltre ai like, i commenti di chi ricorda parenti impiegati alla filanda nel passato, di chi rispondendo ai commenti cerca di riallacciare reti comuni di conoscenza partendo proprio da quella foto.

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E Quintino, catalizzatore di passati comuni e orgoglio culturale locale, viene man mano raccontato nella sua pagina Facebook. Modello morale, anche, quando declinando la proposta del Sindacato Fascista delle Belle Arti rifiuta di porre la sua arte al servizio della propaganda, memore degli ideali socialisti della sua famiglia e influenzato dalle lotte operaie del Biennio Rosso. Così arriva l’emigrazione di Quintino, incorniciata dal quadro storico di una realmente avvenuta grande migrazione marchigiana negli States. Migrazione che si riflette anche nel suo stile: quella di Fanucci è una storia umana e artistica, che tutti seguono con estremo interesse. Viene notato anche in America, quando il proprietario di una piantagione e appassionato d’arte lo presenta alla Mississippi Art Association. Anche questa esiste davvero, e contribuisce a costruire una storia cui è difficile non credere.

Sarebbe risultato persino un po’ complottista, in fondo, andare a verificare se quelle immagini erano davvero di Quintino Fanucci, andare a verificare sui registri digitalizzati di New York se davvero un certo Quintino Fanucci era sbarcato da quelle parti. Una di quelle manie da insopportabili “loro vogliono farci credere”. Loro chi? E vogliono perché? Beh, in questo caso, un gruppo di studenti. Per vedere fino a che punto la rete ha rimescolato, pasticciato e ridefinito i contorni dei nostri punti fermi. Come quello del confine tra vero e falso. Eppure, non riesco a cadere in un altro ritornello trito e ritrito come quello dell’”ormai oggi”. Ormai oggi non esiste più nulla di vero, ormai oggi con la rete puoi fare tutto, ormai oggi ogni imbecille può dire la sua e raggiungere una piattaforma d’imbecilli ancora più grande. Tutto vero, tutto vero. Ma la cosa non riesce a non affascinarmi. Fino a quando è ancora possibile scoprire cosa è vero e cosa no, non è il caso di allarmarsi. Piuttosto, tutto questo ha saldato ancora di più il legame tra vero e profondo. Per sapere cosa è vero, sei obbligato a essere più vigile, ad andare più a fondo.
Più tutto è falso, più il vero si radicalizza, e va cercato.

Ci sono voluti 9 euro per far diventare famoso Quintino Fanucci, con un totale di quattro post sponsorizzati e oculatamente studiati in quanto a retorica e contenuti. Basta conoscere un po’ i social network, sapere che se vuoi promuovere un contenuto a Fermignano la tua pagina va sponsorizzata su “Sei di Fermignano se…”. Piccoli accorgimenti. Il tocco finale è arrivato con Wikipedia, però. “E’ arrivata la notizia del nostro progetto a un ragazzo che ci lavora: – ha spiegato Veronica – la sua ragazza era di Fermignano e l’aveva informato dell’esperimento”. Ecco, qui il gioco sarebbe finito. All’apertura di una pagina Wikipedia, il sistema ha subito attivato i verificatori, che hanno prontamente scritto all’autore chiedendo ragione della pagina. Eppure, il progetto ha convinto anche loro: la chiusura della pagina è stata rinviata fino alla mostra che il gruppo stava organizzando. Obiettivo: spiegare tutto, svelare il segreto.

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È stato creato e condiviso l’evento su Facebook: la mostra su Quintino Fanucci alla Sala Bramante del Comune di Fermignano. Mercoledì 21 dicembre, alle 17, nella sala del Comune la mostra era tutta lì: un cartello stradale indicante viale Quintino Fanucci, e un fascicolone enorme appoggiato di fianco. Io sono colei che mi si scopre, se si vuole.
Nel faldone, tutta la storia. Da Fake Name Generator alla pagina Wikipedia. “Viale Quintino Fanucci è davvero uno dei nostri obiettivi: – spiega Veronica – abbiamo iniziato le pratiche per farlo, sarebbe rivoluzionario”. Ma ci vuole un motivo di interesse pubblico. “Crediamo che questo processo lo sia, e sia rappresentativo di un nuovo ordine di idee che caratterizza fortemente il nostro tempo: – continua Veronica – mai in passato ci si è posti il problema del confine tra vero e falso in questo modo”.

I social network e la rete, comunque la si metta, hanno completamente ridefinito il mondo attuale. E Quintino Fanucci è un paradigma di tutto ciò che quest’universo comporta. Il faldone di fianco al cartello, insomma, ha documentato tutti i passaggi dell’iter che ha portato Fanucci alla celebrità. “Quando abbiamo detto che Quintino non è mai esistito – racconta Veronica – la risposta è stata un brusio incerto”. Solo uno ha preso la parola per dire che, in effetti, qualcosa non quadrava. Il vecchio del paese, la memoria storica di Fermignano che conosce tutti e le storie di tutti. Quella specie di collante che tiene insieme le comunità, insomma. Era andato all’anagrafe per chiedere conferma dell’esistenza di questo Quintino Fanucci di cui lui, stranamente, non sapeva nulla. All’anagrafe, per far funzionare tutto fino in fondo, hanno temporeggiato con qualche scusa burocratica. Così il signore è arrivato alla mostra e ridendo forte ha raccontato a tutti, senza manco sapere cos’è un social, che il social è solo una rappresentazione.

A Gerusalemme, dove tutto è sacro

È difficile scrivere di Gerusalemme senza precipitare nel gorgo dell’immaginario del sacro. È difficile raggiungerla e non ricondurre i muri e le lunghe scalinate di pietra lucida e bianca d’un bianco antico senza proiettarvi anni di religione a scuola, Calvari e processioni, simboli di fede, sandali di pelle logora e la patina di un Oriente in cui s’incrociano le culture del monoteismo. Gerusalemme, a volerla vedere con occhi puliti, è un limbo che confonde chi ci si perde. Ha aperto e chiuso il cerchio del nostro viaggio per conto di una piccola ong modenese. È stato il nostro primo sguardo sulla terra santa, la notte in cui siamo arrivati, e l’ultimo (per nessuno di noi, forse) saluto prima della partenza, quando i nostri occhi si erano ormai riempiti di tutto ciò che c’è oltre, dopo la stazione degli sherut – i taxi collettivi – che partono da Damascus Gate e portano altrove, in terra palestinese.

Abbiamo dormito su un tetto, a Gerusalemme, la prima notte. Non abbiamo visto altro che la città vecchia dall’alto, una trapunta di luci e gesso antico. Gerusalemme, di notte, è silenziosissima. Il vento è un giro di tromba che soffia su piccoli terrazzi di ferro battuto e cupole di chiese, tetti di sinagoghe, minareti di moschee. Per le strade, la notte, tutte le botteghe sono chiuse e la città vecchia è un dedalo di vie strette coperte da bassi portici di pietra chiara. È inutile dire che quel silenzio illuminato di luce fioca amplifica il rumore dei tuoi passi sino a darti l’impressione di camminare dentro un segreto, in una ruga d’espressione del mondo. È un enigma, Gerusalemme, che rimbalza come un respiro contro la limitatezza del tuo sguardo. In quel limbo, puoi solo assorbire un immenso mistero senza contenerlo, e continuare a seguirlo senza capirlo. Una seduzione perfetta.

L’ostello che ospita i viaggiatori sul tetto è nel centro della città vecchia, dove si diramano i quattro quartieri: cristiano, ebraico, musulmano e armeno. Durante il giorno, quel silenzio si riempie di voci, botteghe, mercati del sacro. Ci sono crocefissi e natività in ogni materiale, rosari per tutti i gusti. Anche di gomma e coi colori della Jamaica. Sandali di pelle fatti a mano, talmente tanti che ti chiedi dove li nascondano, tutti quegli artigiani di sandali. Stoffe, botteghe di spezie, portachiavi e calamite da frigo. È strano, che Gerusalemme riesca a essere nello stesso istante un pizzico inaspettato in corde che non pensavi neanche di possedere, nell’esatto confine tra le costole e i polmoni, e un immenso mercato del sacro. Gran parte della città vecchia è un enorme suq che ribolle sul fondo di quel che la notte tace. Da lì, si diramano lunghe dita di pietra, in salita, che arrivano sui confini più alti. Il Monte Sion, la cima del quartiere armeno, le quattro sinagoghe ebraiche. Lì, il fresco del suq coi suoi profumi dolci e speziati sparisce, e il sole ricomincia a bruciare.

Il primo giorno Gerusalemme ci ha accolto e stordito nel giro di una notte, e della mattina dopo, il tempo di vedere il sole luccicare sulla cupola della Moschea di Al Aqsa, sulla spianata. Quella al centro di molte polemiche, in questi giorni, dovute alla decisione dell’Unesco di utilizzare solo il nome arabo per riferirsi alla spianata, poiché situata a Gerusalemme Est, e negandone quindi il legame della comunità ebraica, che però vi riconosce il luogo dove nel decimo secolo avanti Cristo sorgeva il tempo di re Salomone. Il sito più sacro della religione ebraica da un lato, il terzo per l’Islam dopo La Mecca e Medina dall’altro. Lo status internazionale di Gerusalemme è perfettamente comprensibile, basta una camminata nel suq o intorno ai luoghi sacri, tutto è sacro a Gerusalemme, ed è fonte di polemiche dalla guerra dei sei giorni del ’67.

Quella mattina, dirigendoci verso la stazione degli sherut, una signora israeliana cui abbiamo chiesto indicazioni ci ha domandato dove fossimo diretti. Quando le abbiamo detto che andavamo a Betlemme, sembrava che le avessimo detto che andavamo in Siria. L’immaginario israeliano di quel che c’è oltre la Linea Verde, spesso, è fonte di propaganda. La Palestina, per l’israeliano medio, è terra di terrorismo, sempre e solo.
Quando siamo tornati, un paio di giorni prima di tornare a casa, Gerusalemme ci è riapparsa in tutta quella sua confusione che non assomiglia a nessun’altra confusione. Non è solo un grande suq il suo mercato, non è solo folla la sua folla, non è solo odore di spezie il suo profumo. È impossibile, dire cos’è Gerusalemme. Si può solo camminarla, assorbirla, ricevere le sue voci di giorno e il suo silenzio di notte. Continuare a sentirsi, appunto, dentro un segreto e sospendere la presunzione di svelarlo. In qualsiasi modo, Gerusalemme è un’esperienza di per sé. E non è, ancora una volta, una questione d’immaginario. Arriva troppo netta, quella sensazione, per essere solo figlia di un racconto.

Personalmente, quel che ha lasciato questo viaggio è il desiderio di farlo al contrario, un viaggio solo in Israele, parlando solo con israeliani, foss’anche per la volontà di confermare tutto quel che la Palestina ha significato. Alcune cose a prova di bomba, a prova di viaggio al contrario. Gli unici israeliani con cui abbiamo parlato li abbiamo incontrati a Gerusalemme. Sul Monte Sion, la nostra penultima mattina. Un’altura a sud-est della città, la città di David. Un assolatissimo borgo silenzioso sulla cima della città. C’è la Basilica della Dormizione, con la tomba di Maria. Un sepolcro coperto da una statua di legno e avorio di una donna che dorme composta. Contornata di candele e colonne che sorreggono una cupola di mosaico dorato. Al centro, Gesù che sembra chiamarla, contornato da sei donne dell’Antico Testamento. Poco lontano, c’è il Cenacolo. Poco più su, la tomba di David: luogo di preghiera ebraica, con uno spazio per gli uomini e uno per le donne. Gerusalemme, prima di tutto, è preghiera. Massiva, fervente, isterica, collettiva.

Quella mattina, sul Monte Sion, un israeliano ci ha fermato per chiederci da dove venissimo. Era anziano, con la barba grigia molto lunga, la kippah e i riccioli che scendevano dalle tempie. Portava un lungo cappotto e nonostante il sole, bollente lassù, restava fermo a guardare chi passava. Quando ha scoperto che eravamo italiani ci ha detto che aveva sempre amato scrivere poesie, che viveva a Gerusalemme da dodici anni. Gli ho chiesto come mai si fosse spostato, se per lavoro, per famiglia, sapendo benissimo che ci trovavamo davanti a un israeliano nel bel mezzo del Monte Sion, e che questa stessa parola spiegava il suo trovarsi lì, ma era la sua storia che ci interessava. “Sì, mi sono spostato per motivi familiari: – ha risposto – perché la mia famiglia è il popolo ebraico”. “Quando sono arrivato qui, ricordo con precisione come mi si è riempito il cuore di gioia guardando la terra promessa dal finestrino dell’aereo, come non vedevo l’ora di atterrare”. Gli ho chiesto se ci fosse già stato, vista la reazione. “No, mai: – ha risposto – vengo dalla Lituania, la mia famiglia ha subito le persecuzioni sovietiche, molti sono morti, per me questa era la terra in cui finalmente potevo vivere da ebreo e in pace”. Solo la prima delle due sembra essersi avverata. E aldilà delle conseguenze sulla diaspora di riflesso che questa, la prima, ha provocato e continua a provocare, quel suo singolo racconto aveva una sua logica. Quello dell’altro israeliano con cui abbiamo parlato, invece, ne era completamente estraneo.

Le precedenti puntate:
1. Nel turbine della storia: i miei giorni in Palestina.
2. A Betlemme, il Vangelo di pietra.
3. Vivere a Hebron, essere di Hebron.

L’ultima sera, noi e le nostre facce sfatte ce ne stavamo in una piazza vicino a Jaffa Gate. Seduti per terra, parlavamo del viaggio, di come migliorarlo l’anno successivo, di come mettere in piedi un blog, di chi avrebbe fatto cosa. Dopo qualche minuto, si è avvicinato un signore distinto, gioviale e paffuto. Anche lui, una piccola kippah sulla testa tonda e pelata. Niente cappotti e niente riccioli. Discretamente ebraico. Ci ha chiesto, anche lui, da dove venissimo, dove andassimo. E noi, a lui come all’aeroporto, abbiamo raccontato che eravamo italiani venuti a vedere Israele. Una terra meravigliosa e piena di storia. Lui ci ha raccontato che vive a Gerusalemme da quattro anni, è americano, ha un master in economia in una delle università più prestigiose, ha voluto sapere cosa studiamo, cosa facciamo. Ha ironizzato sulle differenze tra chi studia ingegneria e chi studia storia dell’arte, ha fatto il simpatico e ci è riuscito bene. Poi ha cominciato il suo sermone. In chiacchiera e con calma, dicendo che capiva perfettamente cosa potesse spingere un turista a vedere Israele. “E’ una terra meravigliosa, nessuno viene qui per caso, neanche voi”, ha detto. “Israele tocca le corde più profonde del cuore di chi la visita, è come se ognuno venisse qui per cercare la sua verità”, ha continuato.

Lo abbiamo ascoltato, e il discorso è andato avanti cangiante, con una semplicità inaudita. Cangiante perché, nelle sue parole che scorrevano come il racconto di un pazzo, la giovialità si trasformava nella socialità di un autoctono orgoglioso della propria terra santa. L’orgoglio per la propria terra santa in un’invadenza spirituale leggermente troppo ostentata per suonare, almeno del tutto, comprensibile: “ognuno viene qui per cercare la propria verità, – ha continuato – ognuno, quando vede Israele, o solo Gerusalemme, sente pungere qualcosa di intimo nel proprio cuore, come se la verità esistesse solo qui”. L’invadenza spirituale in qualcosa di tangenziale al fondamentalismo: “e voi sentite questo movimento, questo intimo qualcosa, quando visitate Israele, anche solo Gerusalemme, perché Israele è la terra della verità, e Dio ce lo ha rivelato: è la terra della verità e quindi è nostra, perché noi siamo il popolo eletto”. Qualcosa di tangenziale al fondamentalismo in fondamentalismo vero e proprio: “quindi noi faremo di tutto per prenderci questa terra, Dio ci ha rivelato che dobbiamo farlo, e ce lo ha rivelato dandoci le armi nucleari, con cui noi faremo fuori chiunque ci impedisca di prenderci la nostra terra, la terra promessa, santa, la terra della verità”. Questione di gesti, toni, parole nette e messe una in fila all’altra senz’altra logica che quella di una dottrina impartita e pericolosamente interiorizzata. Che i pazzi s’incontrano ovunque, è una classica e comoda obiezione, senz’altro vera. È un volto fra tanti, quello del gioviale israelo-americano che ci ha dato la sua versione della storia, e anche del futuro, di questa terra. Personalmente, aspetto l’altra campana perché non posso considerare questa, almeno, come la sua parte preponderante.

Nel frattempo, abbiamo lasciato Gerusalemme al suo viavai di fedeli. Davanti al Muro del Pianto, affollati e impegnati in una preghiera che lascia le tracce di tantissimi, minuscoli foglietti, moderni ex-voto, nelle crepe della parete. Nel Santo Sepolcro, nel bel mezzo di Gerusalemme, dove la pietra dove Gesù sarebbe stato preparato per la sepoltura è accarezzato febbrilmente da miliardi di mani, accompagnate da preghiere velocissime e piene di parole incomprensibili. Così come il punto del Calvario, e la tomba da cui Gesù sarebbe risorto. Si può entrare solo per qualche minuto. È una stanza minuscola e illuminata solo da candele. C’è da sentirsi quasi fuori luogo, quando di fianco a te una signora si china sulla pietra e prega forsennatamente, velocissimamente, sottovoce, lasciando con le mani i segni dei suoi come di miliardi di altri dolori e preghiere, privati e radicati nelle esistenze di una folla senza nome, sulla pietra chiara che Sant’Elena ha eletto a luogo di culto per tutti i fedeli a venire, dopo il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Ci si sente quasi stupidi, proiettati nel grido di una fede che sembra concentrare a Gerusalemme tutto l’ardore che il nostro presente affida solo alla Ragione, alla pura scienza, ai miti di un mondo civile. John Lennon e la sua “Imagine” sembrano, a Gerusalemme, la più grande idiozia che qualcuno abbia mai potuto scrivere. Come si fa, a “imagine no religions”?

Il conflitto israelo-palestinese è una delle guerre più complicate che siano mai esistite. Studiandolo, è un conflitto più politico che religioso, di due popoli alla ricerca di una, o nel tentativo di conservare la propria, terra. La grande domanda continua a riguardare l’ebraismo. Come fa una religione a identificarsi con una terra? Come è possibile che un ebreo non possa sentirsi francese, inglese, italiano o polacco? Sarà questa la ragione di tutte le persecuzioni? Per questo, un viaggio in Palestina è solo un inizio. Scatta qualcosa di più immenso da cominciare a capire, dopo un primo viaggio di questo tipo.
Quando abbiamo lasciato Gerusalemme, dal tetto del solito ostello, tutti gli imam invitavano i fedeli alla preghiera. Tutti i minareti emanavano voci quasi arrabbiate nel richiamo a una collettiva preghiera. Al tramonto, quelle voci sovrastavano tutti i mercati, tutte le terrazze. E finito il loro turno, è toccato alle campane.

Foto di Alessandra Pellegrini De Luca. 

 

Vivere a Hebron, essere di Hebron

Hebron è una città palestinese. Ancora prima della sua posizione geopolitica, Hebron è una città araba. Grande e caotica. Piena d’insegne, forni, venditori di scarpe, caramelle, taxi gialli, muri scrostati, frutta che scintilla in mezzo allo smog, donne velate, velate di tutti i colori, uomini grandi e grossi, ma anche piccoli. Grate, balconi, tappeti stesi e panni al vento. Clacson, suoni in disordine. Siamo arrivati a Hebron da Betlemme, su uno sherut, così si chiamano i taxi collettivi, che correva veloce. Eravamo stanchi, alcuni di noi dormivano. Altri, come me, assorbivano nelle pupille, come spugne, il viavai di deserti, tendopoli beduine e check-point che scivolavano nell’angolo del finestrino, prima di arrivare a destinazione. Lo sherut ci ha lasciati in una rotonda in mezzo alla città, una piazza forse, ma piena di macchine che correvano, suonavano, s’incrociavano. È capitato anche che nel traffico passasse un uomo su un cammello. Sarà stata la stanchezza, lo spaesamento, l’immaginario che a colpi di articoli di giornale (anzi, di blog: purtroppo Hebron non affolla le prima pagine di nessuna delle nostre maggiori testate) ha scolpito Hebron nella nostra testa, ma non ci si sentiva, fino in fondo, al sicuro. Mi domando ancora adesso se sia una questione d’immaginario. Hebron è fantascienza. Me lo domando perché quello che abbiamo visto è contrario a ogni logica con cui abbiamo sempre ragionato. Purtroppo, però, quello che abbiamo visto è vero. In carne, calce, grate e ossa. E purtroppo, siamo partiti proprio per distruggere ogni immaginario a colpi di esperienza.

Hebron, dicevo, è una città araba. Ci ospitava un amico. Si chiama Basel, ha una ventina d’anni come noi. Vive a Modena, dove studia chimica. Quest’estate è tornato a Hebron dopo tre anni. Ha trovato sua sorella cresciuta e i suoi genitori imbiancati. Basel è arrivato in Palestina passando per la Giordania, perché per lui, palestinese, è impossibile passare i controlli dell’aeroporto di Tel Aviv. Quando lo sherut ci ha sbattuti nel bel mezzo di quella rotonda piena di traffico, mentre col naso all’aria ridevamo per non farci prendere dall’ansia, è comparso scendendo da un taxi. Ci ha caricato su altre due macchine, ha spiegato l’indirizzo ai tassisti, e dieci minuti dopo eravamo in una stradina poco lontana dal centro. Una delle sue sorelle, Reham, ci aspettava dietro il vetro del portone di quel palazzo alto cinque piani, dove abita tutta la famiglia. Sono tantissimi, tra fratelli sorelle, consorti e genitori. Sua sorella ha due occhi neri e grandissimi che sembrano due bolle d’inchiostro nero, incorniciate di tristezza, su un foglio troppo bianco, troppo lungo, troppo uniforme. Quando si siede a gambe incrociate e tutto il suo corpo scompare sotto quel velo, Reham è un fantasmino che parla tanto. Parla di tutto e non sta ferma un secondo, e nel giro di dieci minuti ci aveva già accompagnato e fatto sedere in uno stanzone al piano terra del palazzo, che Basel e la sua famiglia ci avevano messo a disposizione per la notte e la giornata successiva. Come a Wadi Fukin, a Hebron abbiamo ricevuto quell’ospitalità calorosa e immediata che, per la sua assoluta gratuità, quasi ci ha messo in imbarazzo. Ma come al solito, come a Wadi Fukin, non c’è niente di più semplice che mangiare insieme. In quel caso, riuniti attorno a una tavola imbandita di verdure ripiene, foglie di vite, riso, pane arabo e makhlouba che la madre di Basel aveva preparato per noi. Poco dopo, il tempo di complimentarsi, goffi e a bocca piena, eravamo sul tetto del palazzo. I genitori e fratelli di Basel avevano disposto le sedie, più di una ventina, in un grande cerchio. Al centro, narghilè, cesti di frutta e ciotole di semi e salatini.

Dall’alto, si vedeva tutta Hebron di notte, dalla città vecchia al Monte di Abramo, ai minareti, alle case basse e grigie illuminate dalla luna. Basel, che parla perfettamente sia l’arabo che l’italiano, traduceva quel poco che serviva per continuare a non capirsi, a cantare canzoni in arabo e poi in italiano, giusto per sentirsi un po’ sullo stesso tetto, per approfittare di uno di quei tanti incroci di percorsi assurdi e lontanissimi che hanno disegnato le linee del nostro viaggio. Un po’ come a Wadi Fukin, quella sera ogni causa di forza maggiore, ogni idea di popolo, torto, diaspora o ragione, ogni meccanismo storico, ogni geopolica, ogni Storia abbassava la guardia per un attimo. Il nostro desiderio di capire, il nostro guardare, a nostra volta, questo o quello prima di tutto come arabo o come israeliano. Più nulla. È la magia che accade ogni tanto, quando entri nella casa di qualcuno, quando la sua cucina è solo una cucina, come la tua. Quando stai seduto sotto un albero a fare due chiacchiere, come fossi al parco. O quando dopocena canti due canzoni, come quando c’è l’amico che alla fine tira sempre fuori la chitarra e non hai voglia di andare a dormire. Loro cantavano in arabo, e noi battevamo le mani. Noi cantavamo in italiano, quelle tre canzoni in croce che tutti si ricordano quando tutti vogliono cantare, e loro battevano le mani.

La mattina dopo, alle otto, noi sbadigliavamo e Basel aveva già pregato e fatto la spesa. E ci accompagnava, insieme a suo fratello e sua sorella, davanti al check-point d’entrata della colonia israeliana, che come un ghetto in piena seconda guerra mondiale si difende dalla minaccia del mondo esterno. Ci raggiunge Muhanned: è palestinese e ha una ventina d’anni. Studia giornalismo alla Hebron University e fa parte di Youth Against Settlements, un’associazione palestinese che fa attivismo politico contro l’occupazione israeliana in modo non violento. Organizzazione di eventi, visite guidate, newsletter, media e social usati per rompere la barriera dell’isolamento politico e far sapere al mondo cosa significa vivere in uno dei punti più caldi dell’occupazione israeliana illegale (Hebron non fa parte dello Stato d’Israele), tentativo di connessione tra enti locali e internazionali. Muhanned collabora con diverse testate internazionali: vivere a Hebron, essere di Hebron, guardare ogni giorno in faccia i soldati, anche quando hanno diciotto anni e non sanno perché sono lì, ascoltare ogni giorno storie attorcigliate al filo spinato di un confine assurdo, riprendere gli omicidi che quasi quotidianamente insanguinano mura israeliane da un lato e palestinesi dall’altro. Per Muhanned, vivere a Hebron è una ragione di vita. Attorno a Youth Against Settlements gravitano ragazzi di ogni provenienza. Insieme a lui, ora che la questione palestinese sta varcando le soglie della Palestina e per arrivare agli occhi del mondo, c’era una ragazza svedese, bionda e sottilissima, che ha accompagnato alcuni di noi in una visita nel cuore assurdo di quella sovrapposizione. Hebron, prima di tutto, è sovrapposizione.

Tra la città araba, immensa e caotica, e la colonia israeliana nel mezzo, si estende un grande suq, un mercato. L’inizio del mercato coincide con un’asfissiante subordinazione di piani che finisce sbattendo la faccia contro il check-point d’entrata della colonia. Nel suq, israeliani e palestinesi vivono letteralmente gli uni sopra gli altri. Tutto il mercato è una serpentina di strane piene di mercanzia e ricoperte da una rete fitta e continua. Oltre la rete, basta alzare poco gli occhi, perchè la rete è tanto bassa che i venditori ci appendono i vestiti in vendita, si intravedono finestre di palazzi costruiti su quelle stesse fondamenta. Sui balconi, bandiere israeliane e finestre chiusissime. Sulla rete, oggetti di tutti i tipi. Gli israeliani, abitualmente, buttano oggetti e spazzatura sui palestinesi di sotto, che per proteggersi hanno ricoperto il mercato di quella fitta rete di ferro. Camminando, alziamo gli occhi: sopra a un venditore di olive, oltre la rete, vediamo una vecchia bicicletta arrugginita buttata da una finestra. Poco più in là, una sedia. Poco più in là ancora, qualcuno ha svuotato un grosso bidone della spazzatura, buttando di sotto anche quello. Ci sono un paio di punti in cui la serpentina di strade del mercato va a sbattere contro reti altissime e fitte, coperte da giri e giri di un filo spinato grosso e spesso, zeppo di stelle di ferro con punte aguzze dove qualcuno ha attaccato brandelli di bandiere palestinesi, sacchetti, oggetti. Oltre, intere strade vuote e case disabitate, dove un tempo vivevano palestinesi. Sono state sgomberate, ma non ci vive nessuno. Il sole, quando filtra in quelle strade vuote, è un colpo di tosse pieno di polvere. In altri punti, la serpentina di strade del mercato si apre come il respiro al limite di un’apnea. Sono piccole piazze in cui rovine di città vecchia portano lo sguardo verso il cielo, per poi andare a sbattere contro torrette di controllo israeliane, dove qualche soldato è armato fino ai denti e guarda in basso, in un dedalo che, ti chiedi, chissà che forma prenda nei suoi occhi. In uno di questi spiazzi, c’è anche un cartello turistico, a mo’ di legenda, sulla città vecchia di Hebron, e sembra uno scherzo.

Continua così, la zona d’intersezione tra la città araba e la colonia israeliana che, chissà perché, si ostina a vivere in quel modo, lì in mezzo. “Vivere qui è come vivere all’inferno”, senti dire da Muhanned mentre cerchi di contenere quello che vedi in uno scheletro di logica che trabocca di vuoto. Racconta delle tante liti che finiscono con spari a sangue freddo, da parte dei soldati israeliani, senza che dall’altra parte ci sia, la maggior parte delle volte, altra offesa che quella verbale. Muhanned si fa largo tra le stoffe, i pennuti e l’odore fortissimo di olive vendute a cesti per le strade, fino al check-point che arriva come un ceffone alla fine di quell’intestino assurdo, in cui guardarsi intorno è un continuo esercizio per accorgersi che quell’accozzaglia di sbarre, ferro e pezzi di case non è una partita di lavori in corso, ma una sovrapposizione di due diaspore.
Al check-point, bisogna passare attraverso una porta girevole di pali di ferro e un metal detector. Subito dopo, un soldato armato di giubbotto antiproiettile, elmetto e fucile chiede i documenti da dentro un gabbiotto, mentre un altro decide chi entra e chi no.

Nel cuore di Hebron, dopo il primo check-point e prima della colonia israeliana, c’è la moschea di Abramo. O la Tomba dei Patriarchi. Dipende dalla porta d’entrata che scegli, se come noi, occidentali né musulmani né ebrei, puoi fare quello che vuoi. Entriamo con Basel, che ci accompagna, musulmano, dentro la Moschea. Al centro, c’è la Tomba di Abramo, che è riconosciuto dall’Islam come profeta, dall’ebraismo come patriarca. La tomba divide in due il luogo di culto. All’altezza dell’ombelico di Abramo, la moschea diventa sinagoga. Sono divise da una parete interna di ferro dipinto. Mentre ci guardiamo intorno, sentiamo sbattere dei pugni contro il muro: un turista all’interno della Moschea ha appena infilato lo smartphone in un’intercapedine del muro per scattare una foto alla parte della sinagoga. Chi se ne è accorto, dall’altra parte, ha subito reagito. E per quanto la Tomba di Abramo sia uno di quei denominatori comuni di spiritualità diverse, come i muezzin di Gerusalemme che tacciono dopo il richiamo per far spazio alle campane, Hebron continua a sembrarci un impossibile esercizio di comprensione.

Passato il check-point, Hebron smette di essere sovrapposizione e diventa fantascienza. Dopo il secondo controllo, la vista si apre in una gradinata alta, chiara e spaziosa che scende dal Complesso della Grotta dei Patriarchi. Niente più reti né filo spinato. Niente più brandelli di bandiere o biciclette arrugginite. Niente più respiro che inciampa a metà della gola. Oltre il check-point, Hebron è uno spazio assolato e silenzioso. Civilissimo e di pietra chiara. All’interno, passeggiano uomini avvolti in lunghi cappotti neri, con grandi cappelli in testa e coppie di riccioli che scendono dalle tempie, come se niente fosse. Come se fuori non ci fosse nessun dedalo di odio, filo spinato e biciclette arrugginite buttate dalla finestra. Né torrette di controllo, soldati armati, diverbi che finiscono nel sangue, odio esponenzialmente accresciuto dalla miopia di chi crede che tutto questo possa continuare, che prima o poi qualcuno possa vincere. Vivono lì, in un ghetto come quelli dell’Europa nazista, come a Cracovia o a Varsavia, prima della terra promessa. Stavolta, però, il ghetto è in casa d’altri. E quindi, mentre uomini e donne ebraiche si muovono come fantasmi in quello spazio che non è una città, non è un borgo, non è un villaggio, non è neanche un quartiere, ma sembra un’interzona di un qualche film di fantascienza, a sorvegliare è pieno di soldati. Hebron, piazzata lì come il tassello sbagliato di un puzzle, si difende con bidoni arrugginiti, fucili e pezzi di mura più alti di un uomo. Le strade, oltre lo spiazzo delle scale, sono deserti militarizzati. Ci sono soldati ovunque. Si avvicinano armati chiedendo da dove veniamo, cosa facciamo, vogliono vedere i documenti. Uno di loro, quando gli diciamo che siamo italiani, avrà vent’anni, si sgonfia e sorride. Si volta, per mostrarci che il suo zainetto ha la targhetta dei Carabinieri. Lo guardiamo inebetiti: non abbiamo saputo sembrare altro che una decina di ebeti in silenzio, quel giorno. Continuiamo a camminare, e Hebron ha sempre meno senso. La strada continua, assolata e vuota, in mezzo a sbarre posticce, grate su finestre di pietra che un tempo erano belle, muri innalzati con bidoni di benzina, pareti dipinte con disegni e didascalie sulla storia ebraica. Sulla parete di uno stabile si legge che Hebron è una “pia comunità, dal decimo al diciannovesimo secolo una delle quattro città sacre d’Israele. Una comunità di Torah, carità e bontà”.

L’assurdo di Hebron finisce a Shuhada Street, dove tutto quello che hai nel cervello va a sbattere in uno stupore sordo. A Shuhada street sono rimaste un paio di famiglie palestinesi, che non se ne sono volute andare. I loro balconi sono gabbie, inscatolate in grate fittissime, che spuntano dai muri come cubi grigi pieni di polvere. Non si riesce a guardare dentro, c’è troppo sole e troppo poco spazio in quei buchi. Ogni tanto, qualcuno si ribella, ma finisce nel sangue. Mentre camminiamo, vediamo stelle di David bombolettate sui loro portoni, porte di ferro di acciaio smaltato e scrostato, e da lontano una donna che tiene per mano un bambino. Poco dopo, si alza davanti a noi il check point d’uscita. Ancora ferro, ancora sbarre, e silenzio. Nell’interzona ebraica Hebron c’è silenzio. Il check-point ci vomita fuori, e torniamo nel traffico di clacson, folla, smog, verdure scintillanti e tendoni per proteggere la merce dal sole.

Ci perdiamo ancora un po’ in quel delirio di suoni, cambiamo strada mille volte cercando quella giusta per raggiungere questo o quel fratello di Basel. Seguiamo, come in un gregge, lasciando che ci entri nelle narici l’odore di olive e quello di narghilè, quello di frutta matura misto allo smog. Mi chiedo, mentre torniamo, da dove partire per cercare di capire. Un altro libro di storia, forse. Magari un libro di storia ebraica. Poi torno sui miei passi e penso che non c’è ragione che contenga quel modulo costante di assurdo, perché è sbagliato e basta.

Qualche ora dopo, a casa di Basel, sua sorella Reham mi chiede dove siamo stati nei giorni precedenti. Le racconto del campo profughi di Betlemme. Ha diciotto anni e studia all’università, è palestinese di Hebron. Eppure, Reham spalanca i suoi occhi d’inchiostro incorniciati di tristezza e mi chiede cosa sia il campo profughi di Betlemme. Glielo spiego, e mentre glielo spiego mi chiedo se davvero sia possibile che una studentessa universitaria palestinese non conosca il campo profughi di Betlemme. Forse Reham, coi suoi occhi d’inchiostro incorniciati di tristezza, ha mille sogni più grandi di questo racconto soffocato. Studia lingue, vuole viaggiare e vuole tingersi i capelli di rosa “perché così li vedono tutti”. Ma comunque sia, normalizzazione significa anche questo.

Le precedenti puntate:
1. Nel turbine della storia: i miei giorni in Palestina.
2. A Betlemme, il Vangelo di pietra.

A Betlemme, il Vangelo di pietra

Betlemme è un cumulo aggraziato di pietra chiara: la città vecchia, dall’alto, è una sculturina di case, campanili e minareti. È la città santa, in Palestina tutte le città sono sante, senza più grotta né viandanti. È grande, Betlemme. Appena fuori dal centro storico è un’esplosione di strade, macchine e cartelli stradali. Ci vuole un po’ d’immaginazione per pensarla in silenzio in una notte di duemilasedici anni fa. A Betlemme, come gruppo in visita nella West Bank, siamo rimasti due giorni: tappe, la città vecchia e il Campo profughi di Aida. Quello del muro, dei disegni di Banksy. Quello visitato un paio d’anni fa da papa Francesco, e nel 2006 da papa Ratzinger: la popolarità del primo rispetto al secondo, forse, sta facendo breccia nella percezione che il mondo ha di questo conflitto e delle sue parti in causa.

Ad accompagnarci, il primo giorno, a spasso per la città vecchia di Betlemme, c’era Hazem. È un cristiano palestinese, fa la guida turistica e considera il suo lavoro come un atto politico. “È molto difficile riuscire a diventare una guida turistica, se sei palestinese: – ci spiega – di fatto, è un’arma potentissima – e non violenta, rivolta a chi viaggia per conoscere – per diffondere il nostro punto di vista e la storia di questo luogo”. Hazem è cristiano, e dice che i Vangeli del Cristianesimo sono sei. “Ci sono i quattro Vangeli che tutti conosciamo – dice – e poi c’è questa città: questa città è un Vangelo di pietra”. E poi, dice, c’è la cultura palestinese: “i nostri luoghi e la nostra cultura sono un altro Vangelo: Gesù Cristo era palestinese, e così i suoi dodici apostoli, e tutti i luoghi della nostra terra che ne raccontano la storia, ne recano il segno”. “Siamo noi – mi dice rispondendo a una domanda dentro la Basilica della Natività – che abbiamo scritto la Bibbia”. Ed è strano, pensandoci, capire che è vero, che Gesù era palestinese. Che la Palestina, oltre che la terra santa per gli ebrei e per i musulmani, la terra promessa degli ebrei e la casa degli arabi, è terra santa, e casa, anche e soprattutto per i cristiani. E non è strano perché è cosa nuova: lo sappiamo tutti. È strano perché uno dei minimi termini cui questo conflitto ha ridotto questa terra, in parte dell’immaginario collettivo, è l’equivalenza palestinese-arabo musulmano.

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E aldilà del fatto che a Betlemme, come a Gerusalemme, le campane e i richiami dell’imam in un tramonto rosso e silenzioso fanno considerare anche al più strenuo razionalista la possibilità che davvero in quel luogo sia accaduto, sia successo qualcosa, aldilà di questo, Hazem, cristiano palestinese con un master in archeologia negli Stati Uniti e una passione per il trekking sulle colline di Battir, parla di Hamas. Gli chiedo cosa ne pensi, mentre indicandoci da un tetto di Betlemme gli insediamenti israeliani sulle colline all’orizzonte vede solo un problema politico, più che religioso. “E’ chiaro – dice – che la violenza cozza con tutti i miei valori, e non c’è bisogno di essere cristiani, ma qui la situazione è disperata”. “Come palestinesi – continua – siamo assolutamente isolati dal punto di vista politico: non riceviamo alcun tipo di ascolto o collaborazione esterna effettiva, e nel frattempo la situazione non cambia, anzi peggiora”. “Tendo la mano a chiunque, e con qualsiasi mezzo, mi permetta di tenermi la mia terra e di essere libero”. È lapidario. Quando gli chiedo se riconosca lo stato d’Israele, come palestinese cristiano, risponde che ormai Israele esiste, nessuno si sognerebbe di cancellarlo, ma “non può essere considerato uno stato vero e proprio un luogo in cui i suoi abitanti sono tutti diversi come provenienza e cultura”. E allora? “Parlare di una soluzione è quasi impossibile, se le cose continuano così: – risponde – la mia opinione è che debbano crollare tutte queste frontiere che ci impediscono di avere una vita normale e svolgere tranquillamente le nostre attività quotidiane. Ci vorrebbe uno stato unico, senza frontiere, permessi, check-point e conseguenti prevaricazioni, in cui palestinesi e israeliani abbiano pari diritti, dovremmo entrambi cambiare completamente le nostre classi dirigenti per arrivare a questo, gli insediamenti illegali dovrebbero sparire e bisognerebbe ridare una casa ai palestinesi che vivono nei campi profughi dal ‘48”. Secondo Hazem, è una soluzione che potrà vedere la luce solo fra tre o quattro generazioni.

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Il giorno prima di visitarlo, uno di quei campi profughi, Hazem ci ha portato nella città vecchia di Betlemme. Nella piazza centrale, la Basilica della Natività e la Moschea di Omar si guardano, una di fronte all’altra. Nella stessa piazza, musulmane velate e cristiane coi capelli al vento passeggiano senza neanche guardarsi. C’è confusione, in centro a Betlemme, e una marea di negozi che vendono di tutto: tè, spezie, stoffe, sandali, palle di vetro, portachiavi di cuoio, banane, pennuti e calzini. Negli angoli, baracchini friggono falafel e vendono kefieh fatte a mano. Quel giorno c’era il sole, e a Betlemme si stava come in vacanza. Betlemme è bella, è piena di vita. È varia e piena di coesistenze. Guardandoci intorno, pensiamo a come gli stessi civili israeliani abbiano un’idea distorta della Palestina, a come quanto è accaduto in passato abbia trasformato questa terra, nell’immaginario di chi ha attaccato, e si è anche difeso, in una terra di terroristi. Qualche giorno prima passeggiavamo per Gerusalemme. Abbiamo chiesto a una signora israeliana di indicarci la strada per Damascus Gate, il luogo da cui partono gli sherut – taxi condivisi – per Betlemme. Quando le abbiamo detto dove eravamo diretti, nei suoi occhi è apparso lo sgomento. “Ma perché? Ma cosa fate? Siete così giovani, è pericoloso! Come vi viene in mente!”, gesticolava. Le abbiamo detto che eravamo pellegrini cristiani, che non potevamo non vedere Betlemme. “Ma è pericolosa! Non dovete correre questi rischi, restate in Israele!”, era seriamente preoccupata per noi, a modo suo. Ma a lei, come in aeroporto, non è il caso di dire che vuoi andare a visitare la West Bank. Il viaggio di conoscenza non esiste: si tratta di qualcosa che solleva subito sospetto. Se vai in West Bank, è molto probabile che tu vada a sostenere qualche manifestazione armata, qualche pericolosissimo arabo. A volte basta il nome, arabo. Una nostra compagna di viaggio è di famiglia tunisina. Nata e cresciuta a Modena, più modenese di me. All’arrivo, è stata interrogata per due ore, solo per il nome. E c’è chi dice che sono pazzi, gli israeliani. Io credo semplicemente che siano in guerra, e che una guerra come questa, così come il modo in cui loro stessi sono finiti qui, non può partorire altro che paura, su cui si può far leva senza troppa difficoltà. Non è in alcun modo possibile, per come stanno le cose adesso, che un israeliano sappia davvero cosa sia un palestinese, e viceversa.

La Basilica della Natività, nel cuore della Città Vecchia, è un gioiello di lampadari d’argento e pizzi d’oro. Questo, come tutti gli altri luoghi palestinesi in cui Sant’Elena ha scritto la storia di Cristo, è stato identificato come il luogo della sua nascita. Nella cripta, dove non si può sostare più di una decina di minuti per il grande afflusso di persone, c’è un piccolo altare addobbato e affrescato. Sotto il drappo, un buco cerchiato con una stella d’argento, su cui tutti si chinano pregando velocemente ma con grande fervore, strofinandovi i palmi delle mani. È il punto in cui sarebbe nato Gesù, a qualche centimetro da un angolo di legno scuro che odora di miliardi di sguardi, passaggi e devozioni: la famosa capanna col bue e l’asinello, l’archetipo di tutti i presepi. La Palestina è anche una terra di collettiva, massiva e fervente devozione di ogni monoteismo: il sacro come il feticcio, in città come Betlemme o Gerusalemme, sembrano concentrare lì tutta la portata che, in modo molto più blando, si sparge per il mondo. È un cuore pulsante di spiritualità, dalle sue forme più ardenti a quelle più commerciali, in giro per i suq.

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Il giorno dopo, era il turno dell’altro volto di Betlemme, quello del muro di divisione e del campo profughi. Rispetto al Vangelo di pietra e a un cristianesimo che, in Palestina, è una religione d’amore tra due fuochi in guerra, il campo profughi di Aida è tutt’altro. Il cancello è alla fine di una lunga strada che comincia con una torre di controllo israeliana e matasse di filo spinato: è una porta alta e scura che sembra di cartone, con un’enorme chiave in cima. È una chiave di ferro, con disegni e graffiti sopra: sembra un enorme giocattolo di cartongesso, una decorazione pacchiana di un qualche parco divertimenti dimenticato. Appena prima della porta e subito dopo, su ogni muro, parete, cancello, bidone e rifiuto, il campo profughi di Aida è un concentrato di nomi di vittime e graffiti. Simboli di chiavi e scritte che recitano “return” sono una nota costante e incessante, in ogni forma, colore, carattere. Pensiamo, mentre guardiamo, al fatto che una delle assurdità di questo conflitto sia proprio questa del ritorno: non c’è mai stata, dopo un’invasione e una guerra persa, questa martellante idea del ritorno. Ma d’altronde una tendopoli in piedi dal 1948 e ancora lì settant’anni dopo, in pietra ammassata e sporca, non può essere considerata una terra, una casa, foss’anche per chi ha perso la guerra. Oltre al fatto che l’arrivo massivo degli ebrei in Palestina è stata un’invasione vera e propria dal punto di vista degli arabi, ma anche una fuga dalle persecuzioni dal punto di vista degli ebrei. Quello del ritorno alla terra promessa, in fondo, è stato solo l’appiglio per trovare la terra che gli ebrei, già molto prima, cominciarono attivamente a tentare di formare. E si potrebbe continuare per ore, sul fatto che la risoluzione ONU del 1947 è stato solo l’ultimo anello di una lunga catena terminata con la Shoah, e su come questa, dopo essersi abbattuta sugli ebrei, continui a distribuire conseguenze anche in Palestina. Una catena di male.

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Al campo profughi di Aida ci accolgono Mohammed e Mustafah, volontari di Aida Youth Center, che si occupa di progetti ricreativi e didattici con i bambini cresciuti tra quelle mura. Sulla trentina, tutti e due. Due ragazzi giovani, vestiti alla moda, sorridenti. Uno di loro è stato in carcere per una manifestazione, l’altro ha terminato l’università pagandola il doppio in termini di soldi e fatica. La costruzione del muro, racconta, ha reso impossibile una vita normale. “Capitava che finissi di studiare e non riuscissi a tornare a casa perché i check point erano chiusi, che facessi tre volte il biglietto dell’autobus sulla stessa tratta: – racconta – tutto questo ha accresciuto un costante senso di rabbia e frustrazione, da parte nostra”. Anche lui, come Hazem, ritiene che i palestinesi non ricevano alcun tipo di ascolto o aiuto effettivo. Anche secondo lui, “la lotta armata delle intifada è stata sempre una risposta alle condizioni inaccettabili in cui Israele ha costretto la Palestina”. “Bisogna rivalutare cosa significa attaccare: – dice – secondo noi, l’azione di Israele nella nostra vita quotidiana è, oggi come prima delle altre intifada, un attacco da cui difendersi”. Fa paura pensare che, nell’ottica dei civili palestinesi, si stia vivendo la stessa condizione di oppressione che ha portato agli eventi dell’87 e del 2000. “La violenza dei soldati israeliani, anche dopo gli accordi del 2012, – dice – è cresciuta sempre di più: dopo una prima intifada al 90 per cento portata avanti con le pietre, i palestinesi hanno imbracciato i kalashnikov durante la seconda, ma erano nulla di fronte a tutto quello che c’era dall’altra parte”. Lo ascoltiamo parlare, contrariamente a quanto ci si possa aspettare da parte di chi parla di oppressioni e ribellioni, senza retorica. Senza neanche accenti apocalittici o volontà di trascinare l’interlocutore da una parte o dall’altra della barricata. Mustafah tiene un basso profilo. Semplicemente, mette in fila la storia recente dal punto di vista di un civile palestinese. Come la maggior parte delle persone che abbiamo incontrato, è rassegnato e chiede di essere ascoltato. Vuole che tutto questo esca dai confini palestinesi e arrivi alle orecchie di un’opinione pubblica cui il conflitto arabo-israeliano esce dalle orecchie. Ma è sempre a partire dall’isolamento politico che i palestinesi finiscono per parlare di lotta armata.

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All’inizio del campo profughi, proprio fuori dalla sede di Aida Youth Center, c’è un trenino con disegnate mappe e nomi di luoghi all’esterno. “Fa parte dei progetti che facciamo con i bambini: – ci dicono – che ormai nascono qui nel campo profughi. Questo è un non luogo, che viviamo in una condizione di eterna provvisorietà: oggi, i bambini non sano da dove vengono, non conoscono le loro terre d’origine, quindi ogni tanto facciamo un tour del campo con il trenino, in modo che sappiano cosa c’è fuori da qui, da dove vengono le loro famiglie”. Oltre a questo, Aida Youth Centre fa corsi di musica, teatro, danza e disegno. “Cerchiamo di fare in modo che i bambini qua dentro portino avanti i loro talenti e le loro passioni, che coltivino la loro cultura, che, per quanto possibile, vivano questo luogo con gli occhi della loro età”, dicono. Per questo, un paio di strade e porte sono state colorate e decorate insieme a loro. Per il resto, il campo profughi di Aida è un dedalo di mura alte e sporche, di case asfissianti impilate una sopra l’altra. Un borgo negato, alto e sottile come le strisce di cielo che s’intravedono tra i fili elettrici. Per terra ci sono fumogeni e proiettili di gomma, bambini che scorrazzano fuori dalla scuola cui hanno tolto le finestre per evitare proiettili letali. Accade spesso, era accaduto anche due giorni prima che arrivassimo, che nei campi profughi la lite con un soldato si trasformi in una sparatoria. Camminiamo nel mezzo di quelle strade strette come dita e lentamente guardiamo i muri. Ci sono i “martiri”, così i palestinesi chiamano chiunque muoia in uno scontro con i soldati israeliani. Ci sono donne combattenti, c’è Vik che tiene per mano Handala. E poi, come al solito, ci sono gli sciacalli delle battaglie. Gli italiani che si accollano la causa palestinese per bombolettare di antifascismo o di val Susa. Quelli che ti dicono che l’antifascismo è il paradigma di ogni resistenza, e che così facendo s’intrufolano tra i muri di Aida, e non c’entrano nulla. E colorano della stessa patina opaca qualsiasi battaglia, anche giusta, costringendola a vivere nel chiacchiericcio di un centro sociale, senza mai uscirne. Ma questa è un’altra storia, e col campo profughi di Aida, appunto, non c’entra niente.

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Nel respiro soffocato, sottile e verticale che s’incastra a metà della gola tra quei muri, Mohammed e Mustafah ricostruiscono la tendopoli che l’ONU metteva in piedi dopo la spartizione del ’47: “venne creata con l’idea di una sistemazione provvisoria, c’erano fino a dodici persone in una tenda, quelle cui di casa loro erano rimaste solo le chiavi: – quelle disegnate ovunque -ancora oggi, elettricità e acqua sono un problema”. Ci guardiamo intorno, vediamo donne passare coi sacchi della spesa, uomini camminare verso un caffè: sono la personificazione della seconda grande diaspora in quella terra.
Poco dopo, i ragazzi ci accompagnano fuori dal campo, di fronte al muro divisorio. È altissimo e grigio, pieno di murales, manifesti, pagine di giornale immaginarie in cui si annuncia il crollo delle barriere, o il rilascio consistente di visti per passare da una parte all’altra del confine per andare a lavorare. Ci sono riproduzioni dei murales di Banksy e il sole brucia tantissimo guardando in su, dove il muro finisce con un groviglio di filo spinato e una fila di telecamere. Quando usciamo, dalla cima del muretto di un caffè, sentiamo tintinnare qualcosa. È un pendaglio di fumogeni usati che luccicano al sole del tramonto, che qualcuno ha trasformato in uno strumento musicale.

Foto di Alessandra Pellegrini De Luca.

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Nel turbine della storia: i miei giorni in Palestina

Wadi Fukin è un villaggio rotolato in fondo al burrone della Storia. Arrivando da lontano, l’impatto visivo parla sé, e riassume i decenni di un conflitto su cui un viaggio di tre settimane si apre come una voragine. È questo, prima di tutto, che questo viaggio ha lasciato a me e ai ragazzi con cui sono partita. Come volontari di una piccola ong di Spilamberto, abbiamo trascorso quei giorni di agosto in Palestina. È stato un viaggio di conoscenza, siamo partiti senz’altro scopo, parafrasando Kapuściński, che quello di capire.
In effetti, dopo un viaggio del genere, le possibilità sono tre: non volerne sapere più nulla, perché troppo immenso è il groviglio di torti, ragioni, alibi e prevaricazioni che insanguina quella terra. Non voler sapere altro e farsi bastare il presente, sposando definitivamente la resistenza di chi combatte chi adesso ha, indiscutibilmente, il coltello dalla parte del manico. Oppure, e qui parlo per me, rendersi conto che rovesciare lo sguardo su Israele e Palestina implica la responsabilità di capire. E quindi studiare, leggere, tornare. Esercitare il proprio spazio critico sul passato, magari, più che su un presente che parla da sé, e non ammette opinioni di nessun tipo. Questa, credo, è la premessa necessaria per raccontare un po’ per volta quello che abbiamo visto. Per quanto mi riguarda, è un inizio.

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Wadi Fukin, dicevo, è stata la nostra tappa principale, il nostro campo base, ed è un villaggio rotolato in fondo al burrone della Storia. È questo quel che appare, quando la sua posizione si staglia nel panorama. Wadi Fukin è un villaggio schiacciato tra la Green Line, la linea che divide lo Stato di Israele da quello di Palestina, e una colonia grande più o meno come Bologna, che progressivamente cola giù dalla collina. Si chiama Beitar Illit, ed è stata costruita nel 1985. Ricostruita, stando a quel che dice la sezione “historical background” del suo sito (a proposito, visitatelo). Ricostruita perché, dicono, esisteva nell’Antica Roma ed è citata nel Talmud: poi è scomparsa per duemila anni, e adesso è toccato ricostruirla. Continuare a costruirla. Le ruspe, infatti, lavorano incessantemente ogni giorno. Due dei nostri compagni di viaggio erano stati a Wadi Fukin anche durante l’estate del 2015: la differenza nel panorama è stato il loro primo silenzio. Dall’altro lato, come dicevo, la Green Line. Anche in questo caso, un confine inesistente: la colonia di Tsur Hadassah, infatti, sbrodola sempre più giù dall’altra collina, oltre il confine israeliano. I muri di recinzione vengono costruiti, distrutti e ricostruiti due palazzi più giù. Nella gola di questa valle occupata, insomma, c’è Wadi Fukin. Un villaggio agricolo, un contesto rurale palestinese. Qualcosa di cui non si parla granché, un piccolo tassello di questa Storia più grande.

Proprio per questo, proprio perché Wadi Fukin non è né Hebron né Nablus, verosimilmente, è destinato a scomparire. Viverci per poco tempo ha significato capire perché, ascoltare le storie, immergersi in un contesto tanto emblematico quanto minuscolo. Come volontari, abbiamo lavorato ogni mattina la terra con i contadini. Non c’era, naturalmente, bisogno di un aiuto vero e proprio in questo senso. Ma poteva suonare abbastanza strano, abbastanza fuori luogo, bussare a un qualunque portone palestinese chiedendo: “scusi, lei come vive questo conflitto? Scusi, qual è la sua storia? Scusi, lei cosa ne pensa del futuro?”. Entrare in contatto con chi questo conflitto ce l’ha inscritto nel dna, vivere una dimensione quotidiana con loro: questo ci ha permesso di poter cominciare a costruire il puzzle. E sarebbe un racconto lungo come ogni istante trascorso tra quei campi, a dirla tutta. Ci sono immagini, però, da cui partono storie, considerazioni più ampie, necessarie a qualsiasi attivismo che non sia becera lotta in cui piantare una bandiera.

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A Wadi Fukin, la giornata comincia all’alba. Comincia con litri di caffè. Un po’ per svegliarsi prima di lavorare nei campi, un po’ perché il caffè è come dire benvenuto. A Wadi Fukin, si dice benvenuto mediamente cinque volte al giorno, con un qahwa (caffè) profumato al cardamomo. Nella piazzetta del villaggio, i ragazzi più giovani si organizzano per andare a lavorare tutti insieme. Alcuni in macchina, altri in fila indiana. La strada è sempre la stessa e risale le colline, da un lato e dall’altro. La maggior parte dei ragazzi palestinesi di Wadi Fukin lavora nelle colonie israeliane. Nel frattempo, le colonie israeliane colano giù dalle colline, proprio sulle loro case. Può sembrare una contraddizione in termini, ma a Wadi Fukin il futuro è una via senza uscita che torna indietro su se stessa. Il 60 per cento dell’economia del villaggio, infatti, è agricola. Ma gli insediamenti in espansione divorano pian piano la terra, e i più giovani, quelli che non possiedono un campo, finiscono per andare a lavorare come muratori nelle colonie. Non è facile avere alterative per trovare uno stipendio: Wadi Fukin, come molti altri contesti rurali palestinesi, è isolato da altri punti della Palestina. Le vie di comunicazione sono progressivamente interrotte da insediamenti, o check point. Molti palestinesi hanno il divieto assoluto di entrare in Israele. Non servono risse o manifestazioni armate, spesso. Basta una manifestazione pacifica, lo sventolamento di una bandiera. La lite con un soldato che ti fa stare due ore in coda al checkpoint, e tu magari lavori tutte le mattine dell’altra parte. Tutto ciò che presenta “pericolo di terrorismo” secondo le leggi di uno Stato che, bisogna farci i conti, è in guerra da quasi settant’anni (e anche di più). E quindi a Wadi Fukin nessun movimento di protesta, nessuna manifestazione prende piede: si tratterebbe di rivoltarsi contro se stessi, contro il proprio datore di lavoro. Contro i propri figli, per i più anziani.

Durante il giorno, mentre i contadini lavorano una terra destinata a scomparire, alcuni dei loro nipoti lavorano proprio con le ruspe che fanno da sottofondo durante tutta la giornata di lavoro nei campi. Sarebbe anche un bel posto, Wadi Fukin, con tutti quegli ulivi e quei campi assolati. Ma alzando lo sguardo oltre l’orlo della piantagione, l’orizzonte è un cantiere in costruzione. O una distesa di ulivi bruciati. Il conflitto a bassa intensità che si respira sul confine di Israele e Palestina è anche questo: scaramucce, dispetti, odio senza volto portato avanti con piccoli gesti. La sera prima che arrivassimo, un gruppo di coloni ha dato fuoco a un campo di ulivi. Una delle nostre prime sere nel villaggio, seduti nel patio di un contadino, abbiamo notato una luce verde muoversi insistentemente nella nostra direzione, e poi su tutto il villaggio. Ogni tanto, più o meno un giorno sì e uno no, dalla colonia partono laser agitati a casaccio sul villaggio. Durante la nostra prima mattinata di lavoro, invece, un gruppo di coloni è sceso sul confine del campo di Abu Wael, il contadino da cui stavamo lavorando. Il gruppo è sceso a bordo di una macchina scalcagnata e rumorosa, per poi scendere e dirigersi verso di noi. Nulla a che vedere con i civilissimi ebrei ortodossi che popolano le strade di Gerusalemme, coi loro riccioli e cappotti neri che si muovono in massa fuori città il venerdì sera, per prepararsi al Sabbath.

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Gli israeliani delle colonie di confine sono, spesso, poveracci dell’Est Europa (quando non sono fanatici ultraortodossi). Il governo di Netanyahu paga loro la casa e una quota mensile per la semplice occupazione di occupare: in tal caso, avere parentele ebraiche può essere più comodo che riparare tubi a domicilio in una qualunque città italiana per guadagnarsi da vivere. Sono scesi dalla macchina, armati, e si sono spogliati tuffandosi nella sorgente d’irrigazione del campo: una piscina di pietra un po’ sporca, ma pur sempre una piscina della terra promessa in cui è lecito rinfrescarsi, facendo schiamazzi e cercando di provocare la rissa. Abu Wael, chino sulle sue foglie di insalata, ha continuato a lavorare, silenzioso e passivo, raccomandandoci di fare lo stesso. E noi lo abbiamo fatto, fino alla rinuncia dei coloni, che si sono rivestiti, e sono saliti in macchina tornando a Tsur wadi03Hadassah. Poco dopo, all’ombra di un ulivo, Abu Wael ha arrangiato un fornello con del legno e ci ha servito un tè alla menta profumatissimo, e dei fagottini di formaggio e zatar preparati da sua moglie. È sempre così, ha detto, ma l’importante è far finta di non vedere, e continuare a lavorare la terra. Mi raccomando, ha detto, togliete tutte le erbacce intorno ai cavoli, altrimenti tolgono energia alla pianta, e poi cresce male. Lo abbiamo fatto, e mentre lo facevamo ci chiedevamo che senso avesse prendersi cura ogni giorno di una terra destinata a scomparire, ad inaridirsi.

Ma in fondo, a Wadi Fukin, il conflitto a bassa intensità assume vari volti. Quello della resistenza passiva, e anche quello della rassegnazione. Una sera, nel villaggio, Ibrahim ci ha fatto incontrare i ragazzi più giovani. Ibrahim è il responsabile del PARC (il Palestinian Agricoltural Relief Committes, ong palestinese operante nello sviluppo rurale), e quella sera ha voluto farci incontrare i ragazzi di Wadi Fukin per parlare di eventuali progetti futuri insieme a loro. Alla proposta di unire le loro forze e presentare un progetto comune (alcuni di loro insegnano la dabka, tipico ballo palestinese, ai bambini, altri musica o calcetto), loro hanno risposto che subiscono l’occupazione, che non ci sono prospettive, che qualsiasi progetto non uscirà dal villaggio, che è inutile e non serve a niente. E lo si respira, quando i bambini in vacanza da scuola ciondolano qua e là per le strade un po’ malandate del villaggio. O quando un bambino si avvicina per giocare a palla e ti porge una piccola bombetta a gas trovata per strada. Negli occhi di Ibrahim, che parlava ai ragazzi della generazione successiva con alle spalle il cielo stellato in costruzione dei lampioni della colonia, il conflitto a bassa intensità ha la misura di una sfida. “Dovete smetterla di vittimizzarvi per l’occupazione: – ha detto – l’occupazione è un problema solo nella vostra testa, finché non avete fiducia nel futuro che è prima di tutto in mano a voi”. wadi05“Siete giovani, non potete pensare che il vostro futuro sia quello, dovete costruirvelo, il vostro futuro. Con un progetto, con un obiettivo che sia prima di tutto vostro: l’occupazione non la dovete subire, ma la dovete combattere”. “E non si combatte lanciando le pietre ai coloni: ma rimanendo qui e cominciando a costruire la vostra vita partendo da qui”, ha concluso, mentre, come quando eravamo nel campo a togliere erbacce dai cavoli, eravamo obbligati a chiederci cosa significasse, lì, e anche per noi, il futuro.

Il conflitto a bassa intensità ha mille volti. Anche quello della gioia e della noncuranza, come durante il matrimonio cui siamo stati invitati. È durato due giorni, gli uomini in un punto del villaggio, a ballare dabka e a bere litri di caffè, e le donne in un altro, ballando musiche pacchiane in mezzo a un’esplosione di stoffe colorate e occhi allungati. Le donne e gli uomini di Wadi Fukin, durante i due giorni di matrimonio, ballano fino a notte fonda. Le donne, quando ballano tra loro e non ci sono uomini in mezzo ai piedi, sfoggiano tacchi alti e mini gonne vertiginose. E noi, che la cosa più chic che ci eravamo portate era una lunga gonna di lino, cercavamo di seguirle ballando in cerchio. Sullo sfondo, c’era sempre il cielo stellato in costruzione della colonia, ma in quel momento Wadi Fukin se ne fregava.

Quel conflitto, una sera, ha avuto anche il volto di una storia molto più grande di no, nelle parole di Joseph. Ha novantatrè anni ed è il più anziano del villaggio. Abita a due passi dalla sua casa distrutta nel 1948: è ancora un rudere e ce la indica mentre parla arabo lentamente, appoggiato a un bastone. È nato a Wadi Fukin e nel 1948 è scappato, quando Wadi Fukin è stata sgomberata, nel vicino campo profughi di Dheisheh. Fino al 1972, Wadi Fukin è stata un inferno. Lo era stata anche prima del 1948, racconta Joseph, quando le milizie ebraiche saccheggiavano e rapinavano. Dopo il 1948, la gente di Wadi Fukin poteva entrare solo in determinate fasce orarie, per lavorare i campi, e poi doveva obbligatoriamente andare via. Ma le vie di comunicazione erano interrotte, e qualcuno restava a dormire di nascosto. Qualcuno è stato ucciso, sia durante che oltre le fasce orarie permesse. Nel 1972, dopo la guerra dei sei giorni, Israele ha dato un ultimatum alla gente di Wadi Fukin: se fossero tornati tutti in una notte, sarebbero potuti restare. Sono tornati, e nel giro dei mesi successivi uomini e donne insieme hanno ricostruito tutto. Ora Joseph parla sedendo all’ombra di un ulivo, nel patio della casa in cui, verosimilmente, resterà per sempre. È avvolto in un abito tradizionale arabo e noi lo ascoltiamo per tre ore. Per parlare con noi salta anche la preghiera in moschea. Solo verso la fine, al richiamo dell’imam, si alza sorretto da una sua nipote per sedersi verso la Mecca e pregare in silenzio qualche minuto. Poi si risiede, appoggiato al bastone, e ricomincia a raccontarci di cosa è stata Wadi Fukin, dalla sua infanzia, negli anni Venti, fino ad oggi. Noi lo ascoltiamo e pensiamo a quanto possa essere immediato incrociare un percorso così lontano nello spazio come nel tempo, e ascoltare la sua voce antica.

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Wadi Fukin, oltre al conflitto a bassa intensità, è anche un luogo nel Sud del mondo. E come tale è ospitale. Andare a Wadi Fukin è un po’ come andare a trovare la nonna calabrese: si mangia, si mangia tantissimo. Continuamente, mediamente cinque volte al giorno. Pane arabo, hummus, zatar, formaggio palestinese, makhlouba (rovesciata di riso e pollo speziato con la frutta secca), fagottini di pane sofficissimi ripieni di erbe fresche, dolci di semola di grano duro e pasta di dattero (ma’amoul), tè zuccheratissimi e profumatissimi. Spesso in compagnia, con famiglie allargate di quindici persone tra zii nipoti coniugi e bambini. Durante una di quelle sere, non c’è stato neanche bisogno di mediazioni linguistiche.

In fondo, Wadi Fukin è un posto come un altro. Ha solo questa dimensione soffocata, schiacciata tra due file di palazzi arroccati che sembrano una Genova brutta e senza mare, che ti costringe a voler sapere come ci sia finito, in fondo al burrone della Storia, a come si possa permettere a due diaspore, perché sono due, di trovare una terra senza insanguinare quella altrui. È una dimensione utopica, forse per questo ci pensa la spiritualità. Una delle ultime sere, al tramonto, il villaggio e le ruspe tacevano. Era uno di quei momenti magici in cui il richiamo dell’imam aleggia su tutti i tetti. In arabo, proprio rimbalzando contro la schiera di palazzi dell’insediamento, l’imam parlava di convivenza e rifiuto di ogni violenza. Anche in quel caso, il tuo sguardo estraneo era obbligato a interrogarsi su quel confine.

Foto di Alessandra Pellegrini De Luca.

Trent’anni dopo, possiamo dimenticare Chernobyl?

Nell’orgasmo di anniversari che affollano, di fatto costituiscono, la nostra memoria storica, Chernobyl è passato in cavalleria. Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale di Chernobyl esplodeva dando prova della bomba a orologeria che l’uomo ha incastonato nel puzzle mondiale: la potenza nucleare. Come mai lo si ricorda sottovoce? Chi lo sa. La nube tossica non ha un nome e un cognome, forse. Le vittime sono morte per mano di un nemico invisibile e tutto questo esce dalla dialettica vittima-carnefice con cui leggiamo il libro della storia, magari. Una questione geografica, probabilmente: di fatto, ci sembra che l’Est Europeo ci riguardi meno. Ucraina, Bielorussia: nel nostro immaginario sono solo i luoghi di provenienza di badanti bionde e un po’ pacchiane. Per i più borghesi, è terra di piccolo malfattori. Oppure, semplicemente, le dinamiche di costruzione della memoria sono labili, imprevedibili e irrazionali come la memoria stessa. Qualcuno però ci ha pensato. A Carpi, esiste una realtà che ha fatto dell’esplosione di Chernobyl la propria attività principale. Si chiama Comitato Progetto Chernobyl di Carpi, Novi e Soliera ed è presieduta da Luciano Barbieri, che ce ne ha parlato in occasione della proiezione del documentario La battaglia di Chernobyl (qui la versione integrale, in italiano) di Thomas Johnson (Francia, 94’, 2006) alla rassegna del cinema estivo di Carpi qualche giorno fa.

Uno scatto di Ben Adlarda (Licenza CC)
Uno scatto di Ben Adlard (Licenza CC)

“La nostra associazione – ha detto Barbieri – è nata nel 1994 attraverso l’azione di famiglie carpigiane che avevano deciso di offrire ospitalità a bambini provenienti dalle zone contaminate: si è costituita formalmente nel 1995 iscrivendosi all’albo delle associazioni”. Il Comitato Progetto è anche circolo Legambiente, una realtà molto attiva nel carpigiano e segno di uno sguardo ecologico che, in generale, contraddistingue l’Emilia Romagna. “Fino al 2006 – ha spiegato Barbieri – quello dell’ospitalità è stato il nostro progetto principale: l’allontanamento dalla zona d’origine abbassava le quote di contaminazione del proprio organismo e permetteva un’alimentazione con prodotti lontani da quelle terre”. Un solo mese di soggiorno e una volta ciascuno, per offrire la possibilità a tutti: “è chiaro, non si trattava di un intervento risolutivo, ma temporaneo”. In ogni caso, uno degli obiettivi principali del Comitato Progetto è quello di sensibilizzare, e l’ospitalità era il modo più diretto per farlo. Ma i progetti erano e sono anche altri: aiuti agli ospedali, fornitura di materiali, medicinali e attrezzature. “All’ospedale di Gomel, una delle zone più colpite, abbiamo installato una camera di terapia intensiva con Rock No War – continua Barbieri – e abbiamo fatto in modo che il Policlinico ospitasse medici di quelle zone per apprendere nuove tecnologie e scambiare competenze”.

Uno scatto di Henrik Ismarker (in Licenza CC)
Uno scatto di Henrik Ismarker (in Licenza CC)

Un’altra iniziativa del Comitato Progetto è quella dell’ambulatorio mobile: “lo abbiamo portato lì qualche anno fa, è dotato di un ecografo per fare diagnosi precoci alla tiroide: i presidi sanitari sono solo nelle grandi città, i villaggi sono lasciati a margine e spesso la popolazione rurale non riesce a recarsi nei centri importanti per esami necessari a non riconoscere tardivamente le malattie”. Gli esiti sono facilmente immaginabili. Proprio la necessità di un aiuto in loco ha fatto sì che Legambiente interrompesse, nel 2007, il progetto ospitalità: “lo abbiamo trasformato in soggiorni terapeutici in una zona non contaminata della Bielorussia: si chiama Centro Speranza ed è composto da associazioni tedesche e giapponesi con cui Legambiente ha stilato un protocollo che prevede l’ospitalità”. I motivi sono chiari: responsabilizzare le autorità bielorusse nell’emergenza, a fronte del fatto che col passare del tempo man mano calavano gli aiuti, e offrire un servizio competente alla gente del luogo. “A questo progetto – ha continuato Barbieri – affianchiamo la fornitura di materiali per la costruzione di serre nelle scuole”. L’idea di base è quella di insegnare a coltivare in un terreno pulito per poter utilizzare i prodotti delle serre nelle mense delle scuole.
Il Comitato Progetto Chernobyl di Carpi, Novi e Soliera si dà da fare anche in casa: “l’avere a cuore l’ambiente ci ha portato anche a intervenire nelle scuole del Comune di Novi con la formazione ad insegnanti per il sostegno psicologico ai ragazzi dopo il terremoto, o a finanziare l’acquisto di materiali per la biblioteca distrutta dal sisma a Bastiglia”.

preghieraIl Comitato Progetto presieduto da Barbieri ha approfittato della rassegna del cinema estivo di Carpi per aggiungere un appuntamento al suo programma di ricordo dei trent’anni dall’esplosione di Chernobyl: “abbiamo cominciato lo scorso settembre con una mostra di Luigi Ottani, intitolata Dare luce al silenzio, abbiamo proseguito con una conferenza in cui Roberto Rebecchi ha presentato un report sulla situazione in Bielorussia e un’altra che riguardava il Giappone dopo Fukushima”, ha detto Barbieri. “Aldilà del trentennale, il senso del discorso è vivo oggi come lo era nell’86 e dovrà esserlo in futuro: Chernobyl è un emblema che riguarda l’atteggiamento che l’uomo deve avere nei confronti dell’energia”.
È questa la cornice della proiezione del film documentario di Johnson a Carpi. Uno dei tre film che la catastrofe nucleare ha ispirato in questi trent’anni, insieme a Il sacrificio di Wladimir Tchertkoff (2003) e La Zone di Guillaume Herbaut e Bruno Masi (2011). L’esplosione, d’altronde, ha dato vita anche a tre libri: Preghiera per Chernobyl del premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievic (2005), Chernobyl di Francesco M. Cataluccio (2011) e Chernobyl. La tragedia del XX secolo di Pavel Nica (2011). Come a dire: il disastro non è entrato nella memoria storica, ma le maglie dell’immaginazione le ha sfondate eccome. Forse il punto è proprio qui: alla proiezione era presente anche Carlo Saletti, storico e regista teatrale che si memoria storica si è occupato a lungo e che ha curato un pieghevole intitolato Ti ricordi di Chernobyl? insieme a Elena Turazzini per il progetto Crèaipieghevoli di CreaCustoza. “Il disastro di Chernobyl supera qualsiasi immaginazione: – ha commentato Saletti – per la prima volta nella storia una catastrofe ha reso un territorio completamente inabitabile, un territorio di uomini, la cui storia è sempre avvenuta all’insegna della colonizzazione, dell’insediamento, dell’abitabilità”.

Uno scatto di Tridecoder (in Licenza CC)
Uno scatto di Tridecoder (in Licenza CC)

“Aggiungiamoci anche – ha continuato – la natura del nemico da combattere, il gas tossico: un nemico senza sapore, senza odore, senza faccia, un gas liquido che si è impossessato dell’uomo in modo subdolo. È un nemico da cinema americano, infernale: è la quintessenza degli immaginari novecenteschi”. Saletti cita la Aleksievic, commentando l’esclusione di Chernobyl dal pantheon di quel “presentismo” con cui lo storico francese François Hartog commentava la relazione col passato unicamente sotto forma di anniversario: “non è che non abbiamo dimenticato Chernobyl, semplicemente non l’abbiamo mai capito. È un male del quale non abbiamo percezione perché non ne abbiamo conoscenza”. Il documentario di Johsons, allora, parte anche da qui: raccontare, tramite immagini e interviste, quello che è stato. Al tema dell’energia nucleare, d’altronde, il regista ha dedicato anche i due lavori seguenti: Atomic Alert (2009) e Getting out (or not) of nuclear energy (2012). La battaglia di Chernobyl è un montaggio di immagini, video, interviste. Ci sono i minatori sopravvissuti, c’è Michail Gorbacief, Nikolai Antochkin, il generale dell’aviazione militare che diresse il volo degli elicotteri sulla centrale, Lev Bocharov, professore di geologia che contribuì alla costruzione del sarcofago con cui si avvolse il reattore numero 4, Igor Kostin, il fotografo che immortalò la tragedia per primo e che, quel 26 aprile sorvolando la centrale con un elicottero (era l’inviato dell’agenzia di stampa Novosti in Vietnam e Afghanistan), salvò solo un fotogramma da tutti gli altri, distrutti e anneriti dalle radiazioni.

Uno scatto di Fi Dot (in Licenza CC)
Uno scatto di Fi Dot (in Licenza CC)

Un test di sicurezza finito male, quello della centrale nucleare “Vladimir I. Lenin” costruita nei primi anni Settanta a poco più di un centinaio di chilometri da Kiev. Un esperimento interrotto per problemi tecnici e riattivato senza che la centrale si fosse raffreddata: errori progettuali e difetti nei sistemi di controllo. Errare è umano ma la centrale nucleare, la misura d’uomo, la supera di gran lunga. Nel giro di un’ora e nel cuore della notte, la centrale esplode sollevando il tetto di cemento armato e catapultando in cielo una colonna gassosa di combustibile nucleare e materiale radioattivo. “Era bellissimo”, commenta un sopravvissuto nel documentario. In seguito, l’affannoso tentativo di riparare l’irreparabile: personale medico, forze dell’ordine, soprattutto pompieri, sono loro i primi morti. “Gli eroi della battaglia”, commenta Saletti che ha ideato un progetto teatrale intitolato I nomi degli eroi, riguardo a questo. I mesi successivi all’incidente furono dedicati all’isolamento del reattore che, con una seconda esplosione dovuta alla probabile fuoriuscita di scorie radioattive, avrebbe reso l’intera Europa inabitabile. Il documentario procede veloce: numeri, immagini, dati, sequenze. Il sapore metallico, quello della chemioterapia, in bocca ai “liquidatori”, le uniformi da 30 chili di piombo, la nube che si diffonde nei Paesi Scandinavi e poi nel resto dell’Europa. Le avvertenze, i telegiornali. Ma solo all’inizio di maggio: la storia di Chernobyl è anche la storia di una gestione del rischio clamorosamente irresponsabile. Solo un paio di giorni dopo, sul maggiore quotidiano del luogo compare un piccolo trafiletto in fondo a sinistra: c’è stato un incidente, ma va tutto bene ed è tutto sotto controllo. Le autorità incoraggiano la popolazione a partecipare ai festeggiamenti del primo maggio anche nelle zone contaminate: le foto sono scomparse degli archivi e, nel documentario, si dice che quel giorno rimarrà noto come “la parata della morte”. Qualche tempo dopo, un segretario del Partito Comunista si suicida. Solo dopo il 1991, quando la nube di Chernobyl viene soffiata via dal discorsi sulla caduta dell’URSS, una deputata ne approfitta per mettere le mani sui documenti e scoprire gli insabbiamenti: il numero delle vittime vertiginosamente abbassato, le soglie di tollerabilità della radioattività artificiosamente quintuplicate in modo da accogliere con le mani al cielo il miracolo di migliaia di persone improvvisamente fuori pericolo.

Chernobyl 2013. Uno scatto di Kamil Porembiński (Licenza CC)
Chernobyl 2013. Uno scatto di Kamil Porembiński (Licenza CC)

 

Ma sono solo alcuni aspetti della storia di Chernobyl. Nomen omen: secondo uno degli etimi, Chernobyl deriva dalla parola ucraina che indica l’artemisia, componente principale dell’assenzio (Artemisia Absinthum). Saletti, nel suo depliant, ci mette anche l’Apocalisse di Giovanni [8, 10-11]: “…e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia [e…] la stella si chiama assenzio: un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque divenute amare”. Comunque sia, ci si può chiedere quale sia il problema con la nostra memoria o cercare l’etimologia di una catastrofe. Il punto, però, è che questo è un problema del futuro. Otto milioni di persone vivono in territori contaminati, moltissimi bambini sono nati deformi o sono stati operati, quando non sono morti, di cancro. Le scuole del luogo vanno avanti a suon di laboratori didattici per convivere con la radioattività e misurarne il livello nel cibo di tutti i giorni. Il sarcofago attorno al reattore quattro andrebbe nuovamente ricoperto per evitare nuove possibili catastrofi ma il ritardo segna un pericolo nell’agenda del pianeta. Nel frattempo, il disarmo nucleare rimane un discorso di scorta. Esistono addirittura opinioni discordanti: com’è ovvio, fino a quando non sarà una scelta universale. Fino a quel momento, una centrale nucleare è come un esercito. Una freccia per il proprio arco.

Immagine di copertina: uno scatto di Stefan Krasowski (in licenza CC).

Pokemon Go: sarà mania anche a Modena?

Andate in bagno a vi trovate un Arkanine che vi scodinzola di fronte al water. Camminate per strada e vi spunta un Koffing dal tombino. Andate al parco dei giardini Ducali a rilassarvi sulla panchina di fronte al laghetto e un Dewgong sguazza sul pelo dell’acqua. Vi prendete un caffè in Sant’Eufemia e anziché un banalissimo piccione vedete un Pidgey che si fa il bagno nella fontanella. Potrei continuare all’infinito, e se vi state facendo una risata non avete capito che sto parlando sul serio. In fondo, quasi tutti ormai andiamo in bagno, camminiamo per strada, andiamo al parco e ci prendiamo un caffè con lo smartphone in mano. Pokemon Go, la nuova app che si sta diffondendo a macchia d’olio sul pianeta e che proprio domani dovrebbe approdare in Italia, fa sì che sullo schermo del nostro smartphone compaia il mondo reale e quello dei Pokemon: se prima la quotidianità era un’alternanza tra esperienza reale ed esperienza digitale, ora i due piani sono sovrapposti.

Se inquadriamo il panorama che abbiamo davanti, come per fare una foto, e stiamo usando Pokemon Go, sul nostro schermo apparirà il panorama che abbiamo davanti e, se la caccia è fortunata, un Pokemon. Per il resto, nulla di diverso rispetto al gioco che una decina d’anni fa impazzava sulle carte e sui Game Boy: la caccia, i combattimenti, le sfide, le vittorie, le palestre. Una caccia al tesoro. Ma tutto questo, con la nuova app, prende prepotentemente piede nel nostro campo visivo, resuscitando i pupazzetti inventati nel 1996 dal giapponese Satoshi Tajiri. A farla tragica, ma dico tragica solo per scongiurare l’accusa di essere retrograda, il mondo digitale sembra aver vinto quello reale. E verrebbe da chiedersi se non abbiano ragione tutti quelli che oggi parlano di “crisi dell’esperienza”: Benjamin prima, Agamben poi. Che viviamo in una realtà mediata e che la piattaforma digitale occupi gran parte del nostro tempo non è una novità. Ma in Pokemon Go, l’app che ha resuscitato i Pokemon a suon di miliardi, il passo è ulteriore.

Foto di gruppo di alcuni tra i più famosi Pokemon della Nintendo.
Foto di gruppo di alcuni tra i più famosi Pokemon della Nintendo.

Il lancio del gioco, ideato da Nintendo insieme a Niantic, è recente: 6 luglio. Neanche dieci giorni ed è già follia collettiva. Gli aneddoti sono tanti. Leggendoli, la reazione è una risata che lascia spazio allo stupore e poi alla desolazione. Lo scenario immediatamente successivo al lancio di Pokemon Go, infatti, è un Central Park invaso da gente che cerca mostri colorati con lo schermo. Che cammina col lo smartphone davanti al naso cercando i Pokemon. Un’alienazione collettiva, una fuga dalla realtà, un rimbecillimento congiunto: chiamatelo come volete. Il fatto è che Pokemon Go ha invaso ogni forma di spazio pubblico. Ospedali, musei. Ad Auschwitz, un portavoce del museo ha chiesto di rimuovere il campo di sterminio dalla geolocalizzazione dell’app nel rispetto del luogo. Auschwitz invaso dal Pokemon è l’esempio lampante dell’incapacità di esperire, a pensarci. In quel caso, le immagini del passato e quelle inesistenti nello schermo dello smartphone avrebbero reso assolutamente impossibile uno sguardo presente, un’esperienza del luogo da cui possa partire un pensiero, un pensiero qualsiasi, purché radicato in quello che guardiamo.

Un video del Corriere spiega come funziona Pokemon Go.

C’è gente che si è già slogata le caviglie perché andava in giro col mondo dei Pokemon negli occhi. In America, una ragazza cercava Pikachu e ha trovato un cadavere. Altri sostengono di trovare una via d’uscita dalla depressione grazie alla ricerca di animaletti immaginari. La cosa ha già sfondato le maglie del linguaggio: negli USA, il dipartimento dei trasporti di Washington ha chiesto agli automobilisti di non “pokemonare” al volante onde evitare di sacrificare la propria vita o quella degli altri all’altare della realtà aumentata. Pokemoning. Anni fa si diceva “vivere nel mondo dei puffi”: beh, ci siamo quasi. Dopo il boom di app scaricate e il raggiungimento di una media di 43 minuti giornalieri passati a guardare il mondo dallo smartphone cercando i Pokemon, Youporn ha tolto il cappello di fronte a Nintendo. Dall’account Twitter del sito pornografico sono arrivati infatti i complimenti ufficiali per aver “sovvertito le dinamiche di internet”. Tira più un baffo di Vulpix che un carro di buoi, verrebbe da dire. Pokemon Go ha infatti nettamente superato sia Tinder che il porno, in questi dieci giorni di orgasmo digitale. Secondo le statistiche più recenti, Pokemon Go (almeno per ora) è seconda solo a Facebook, e seguita a ruota, con un notevole stacco, da Whatsapp, Instagram, Snapchat e Messenger. La cornice di tutto ciò, il piatto d’argento su cui arrivano i mostriciattoli giapponesi, sono le 5,6 ore che il mondo spende, mediamente, sullo smartphone. Nel 2015, infatti, risulta che il 51% della navigazione internet avviene su dispositivi mobili.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

Eppure, Pokemon Go potrebbe essere considerato un passaggio intermedio per mostrare le potenzialità e i mezzi di nuove tecnologie applicate a settori che fuoriescano dai confini dei mostriciattoli immaginari. Ne abbiamo parlato con Maria Grazia Indennitate, parmigiana d’azione, della team zone di Xpanded Technology, una startup che vuole fare della realtà aumentata uno strumento di comunicazione di massa. Ma cosa si intende con realtà aumentata? Ha senso parlare di “crisi della nostra capacità esperienziale”, di realtà infinitamente mediata e rimbalzata tra un piano e l’altro della sua stratificazione? Perché, oggi, abbiamo bisogno di aumentare la realtà? “Perché è utile farlo: – la Indennitate parla chiaro e la mette sul pratico – il gioco è sempre stato il modo migliore per incuriosire e far apprendere nuove realtà, e così è per Pokemon Go”. “La realtà aumentata è applicabile in mille settori: – continua – può consentire al cartaceo di acquisire caratteristiche funzionali tipiche dell’online e del digitale, può far sì che i loghi degli sponsor sulle locandine pubblicitarie di animino comunicando un brand agli utenti, in modo personalizzato e geolocalizzato”.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

I giornali, ad esempio, potrebbero competere con gli online “senza perdere breaking news”. Come diceva Pagnoncelli qualche giorno fa, oggi leggere un giornale cartaceo fresco di stampa è come leggere il giornale del giorno prima: sappiamo già tutto, l’online arriva sempre prima, e il web è la cassa di risonanza immediata per tutto ciò che accade nell’esatto momento in cui accade. Leggere un quotidiano attraverso uno smartphone con un’app di realtà aumentata permetterebbe al giornale di carta di aggiornarsi continuamente. “Per non parlare dei santini elettorali: – continua la Indennitate – in America una candidata ha già provveduto a comunicare in tempo reale con i suoi elettori tramite i santini in realtà aumentata”. Come si fa a spiegare la realtà aumentata a un uomo dell’Ottocento? Nel momento stesso in cui mi dico “realtà aumentata” mi sento a metà tra Matrix e i Jetsons, e la domanda sorge spontanea. “Gli si chiederebbe di guardare una donna per strada e di immaginarla in altre vesti, in altri luoghi, in altri atteggiamenti: – l’esempio è molto calzante – la tecnologia della realtà aumentata è uno strumento per dare vita alle sue fantasie”. “Per spiegargli questo strumento – continua – gli si chiederebbe di pensare a un quadro: di immaginare che sotto il dipinto visibile agli occhi vi sia un altro dipinto, o un oggetto, o una scritta”. Nella realtà che non basta per com’é, insomma, e che sempre rimanda ad altro – più in là, più oltre, più aldilà di quel che sappiamo – la fotocamera del cellulare è la mano che scosta il velo di Maya. “La fotocamera è una specie di panno imbevuto di solvente: toglie l’olio in superficie e svela quello che c’è sotto”.

In un quadro del genere, in cui l’effettivo spalancarsi di nuove tecnologie e possibilità non toglie di mezzo il problema di un’esperienza costantemente incompleta, nevrotica e mediatizzata, ci si chiede come mai proprio i Pokemon, vista l’utilità che la realtà aumentata può dimostrare in altri ambiti. “I Pokemon, forse, sono il segreto della viralità dell’app: – e quindi della diffusione dello strumento della realtà mediata – alla caccia al tesoro avevano già pensato in tanti, Google compreso, ma è la prima volta che l’esperimento diventa mainstream”. “Dobbiamo ringraziare chi ha realizzato questo miracolo: – commenta la Indennitate a fronte delle mie perplessità – l’espressione ‘realtà aumentata’, augmented reality, è nata nel ’98 per aiutare gli operai nel cablaggio degli aerei, e ora sarà più facile parlarne per chiunque voglia mettere questo strumento a disposizione della collettività”. I Pokemon, insomma, sono solo un veicolo per portare qualcos’altro, un cavallo di Troia, a voler essere vigliacchi.

Fonte immagine: The Antimedia
Fonte immagine: The Antimedia

E la mania dei Pokemon, quanto durerà? “Potremmo pensare al ciclo di Gartner, per dirlo: – dice la Indennitate riferendosi al ciclo in cinque fasi che rappresenta graficamente l’adozione, lo sviluppo, la maturità e l’applicazione di specifiche nuove tecnologie – la realtà aumentata sta per entrare nel mercato e diventare di massa”. “Non posso che essere contenta del successo di Pokemon Go: – continua – collaboro con una startup che ha creato una piattaforma che consente a tutti in modo agevole e intuitivo di creare delle campagna di comunicazione in realtà aumentata, e oggi abbiamo superato il primo step, cioè spiegare cos’è e come può funzionare”.

A Xpanded Technology hanno avuto un riscontro immediato, dice, in termini di comprensione del loro progetto: prima di questo evento non era mai successo e vi erano svariate difficoltà nel diffondere l’idea. Le prime e più immediate applicazioni di realtà aumentata sono varie. Dalle locandine del cinema inquadrate con lo smartphone che funzionano come piccoli trailer, alle riviste di annunci che si animano mostrando dettagli e specifiche di ciò che sulla carta è solo fotografato, al mondo dell’arte, in quadrando le opere nei musei e guardando tutto ciò con cui il gallerista di turno ha voluto integrare l’opera: dettagli, biografie, descrizioni. Ma anche nel mondo della ristorazione: menù aumentati, tovagliette interattive. E così via.

Probabilmente, se questo articolo fosse strutturato in realtà aumentata, se voi aveste in mano uno smartphone con un’app in grado di vederlo, e se tra qualche anno i Pokemon non avranno già assorbito, oltre alle vostre fantasie di varia natura, anche il vostro sguardo, potreste vedere molto di più di quello che avete appena letto.

Società di Mutuo Soccorso, presentato il primo studio italiano

Le leggi, anche quando animate dalle migliori intenzioni, piovono sempre dall’alto, spesso col risultato di ottenere effetti indesiderati e costringere le piccole realtà ad arrabattarsi per stare a galla. È quando accaduto, con la riforma del 2012, alle Società di Mutuo Soccorso. Compresa, naturalmente, quella di Modena, con sede in via Canalchiaro 46 che solo tre anni fa ha compiuto 150 anni. Una realtà antica, quella delle Società di Mutuo Soccorso, ottocentesca nel nome e nell’immagine, nata per integrare le carenze dello stato sociale in tema di sanità, previdenza e istruzione, eppure ancora attiva sul territorio e perfettamente in vita. È anche per questo che recentemente è stato pubblicato il primo studio italiano sul tema. Promosso dall’Associazione ISNET, per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali in Italia, è stato presentato a Roma pochi giorni fa.

Enzo Crotti, presidente della SOMS di Modena. Fonte immagine: Artestampaweb
Enzo Crotti, presidente della SOMS di Modena. Fonte immagine: Artestampaweb

Partiamo da qualche dato dell’indagine, su cui ci siamo confrontati con Enzo Crotti, presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Modena. Le SMS attive sul territorio nazionale sono divise in tre categorie, a seconda del differente grado di conformità alla riforma del 2012. La legge, che ridisegna quella precedente, intonsa dal 1886, prevede una limitazione di attività per quanto riguarda le SMS (nel senso che il settore socio-sanitario è quello che deve prevalere su altro tipo di attività e cui devono essere rivolte iniziative di tipo culturale) e la loro iscrizione alla Camera di Commercio. Il 18% di quelle che, prima del 2012, erano considerate Società Operaie di Mutuo Soccorso, risultano ora come società non iscritte presso la Camera né al registro del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta, quindi, ad oggi, di associazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Il 9,8%, invece, risultano ibride: iscritte alla Camera di Commercio ma non all’albo delle cooperative gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico. Solo 17% delle SMS sono quindi pienamente conformi alla riforma.

Secondo i dati dell’indagine, inoltre, su un campione di 200 SMS, il 54,5% svolge già attività di tipo socio-sanitario: vale a dire, cioè, che svolgono già attività nel raggio d’azione che la riforma del 2012 ha previsto come principale per le Società di Mutuo Soccorso. Per quanto riguarda la parte restante, una su tre prevede di attivarsi in questa direzione. Nella realtà, però, solo il 9% delle SMS attive sul territorio italiano ha dichiarato di svolgere esclusivamente attività di tipo socio-sanitario. Di fatto, come è nella tradizione delle Società di Mutuo Soccorso sin dall’Ottocento, queste realtà continuano a integrare il loro lavoro con iniziative culturali, legate all’istruzione, alla formazione e al sostegno delle famiglie. Secondo lo studio, inoltre, l’età media degli utenti è compresa tra i 50 e i 60 con una netta prevalenza di uomini e nel 2017 è previsto un incremento di soci pari al 5,5%.

Ne abbiamo parlato con Enzo Crotti, che ha dipinto una piccola panoramica locale evidenziando i limiti di questa riforma e le modalità con cui la realtà da lui gestita ci fa i conti, non proprio facilmente. “La riforma del 2012 – ci ha spiegato – ha limitato il raggio di attività da svolgere per essere considerati una Società di Mutuo Soccorso al settore socio-sanitario, non nominando nulla di ciò che riguarda istruzione, cultura, integrazione; inoltre, ha imposto l’iscrizione alla Camera di Commercio”. “Per una società no-profit come la nostra e tante altre – ha continuato – questo ha significato rifare lo statuto, iscriversi alla Camera e all’albo delle Cooperative: sono oneri non indifferenti per una società che, di fatto, non ha altre entrate al di fuori delle tessere associative. Per fortuna l’immobile è di nostra proprietà, anche se le spese di manutenzione sono alte, così come quelle che sono servite per affrontare tutte le nuove norme e certificazioni per lo stabile: inoltre, come persona giuridica, non abbiamo la riduzione del 50% prevista per i privati per quanto riguarda la ristrutturazione”. “Chi non rispetta questi nuovi paletti – ha commentato Crotti – perde la qualifica, ormai centenaria, di Società di Mutuo Soccorso, denaturandosi”.

La vita delle SMS, insomma, è radicalmente cambiata dopo questa riforma: “Le realtà come la nostra si sono sempre dedicate a iniziative collaterali, oltre a quelle strettamente socio-sanitarie: noi facciamo parte di quel 9% che dichiara di svolgere solo attività di questo tipo e in provincia ce ne sono tante”. Crotti cita altre società di mutuo soccorso a Sassuolo, Carpi, San Felice sul Panaro, Cavezzo, San Cesario. Di fatto, le attività socio-sanitarie prevedono assistenza in caso di ricoveri ospedalieri, una diaria minima, un sussidio alla famiglia in caso di morte di un socio, un contributo pratico in caso di nascite, un sussidio annuale ai soci cronici: dichiarati inabili al 100% dall’Inps.

Membri della SOMS modenese, in gita sociale a Maranello nel 1928
Membri della SOMS modenese, in gita sociale a Maranello nel 1928

“Parallelamente, però – continua Crotti – ci rendiamo conto che se le nostre attività fossero davvero limitate solo a questo non ci riconosceremmo più come Società di Mutuo Soccorso oltre al fatto che assisteremmo a un calo vertiginoso del nostro bacino di soci”. “Prima del 2012, potevamo svolgere tutte le attività che volevamo in termini di cultura e istruzione, a patto che fossero a favore dei soci e senza scopo di lucro: adesso, invece, dobbiamo trovare il modo di farlo nei limiti della legge, ma è molto più difficile”. Soprattutto considerando che questa la Società Operaia di Mutuo Soccorso modenese dichiara di svolgere unicamente attività di tipo socio-sanitario: e lo fa, ma tentando di rimanere a galla, e di tenere con sé a galla lo spirito dell’antica SMS. Esempi pratici? “Abbiamo mantenuto la nostra iniziativa di premiare gli studenti migliori delle scuole medie inferiori e superiori – spiega Crotti – che concludano rispettivamente le scuole con la media dell’8 e del 7”. Nel caso delle medie inferiori, la Società di Crotti ha alzato il tiro, visto che prima bastava la media del 7 anche in quel caso: “le maniche dei voti si sono un po’ allargate: – sorride – se poi penso ai miei tempi!”.

Per far rientrare l’iniziativa dentro i margini della legge, Crotti ha architettato una sua strategia: “i ragazzi selezionati per il premio devono recarsi in sede e svolgere una ricerca su uno degli argomenti previsto dalla riforma come mutualità, solidarietà, prevenzione sanitaria, partecipare a qualche incontro e scrivere una tesina”. In questo modo, la Società può proseguire sul binario delle attività in tema di istruzione pagando la sua tassa al sistema socio-sanitario. E a pensarci, non è neanche tanto ai limiti della legge: in fondo, i ragazzi premiati devono studiare e fare ricerca su quel tipo di argomenti. Un altro esempio è quello di mostre da parte di soci che amano dipingere, presentazioni di libri di soci che scrivono, incontri culturali: “in questo caso, i soci organizzano autonomamente le cose e noi, come Società, formalmente offriamo solo la sede e al massimo, se serve, facciamo qualche comunicazione agli altri soci riguardo a ciò che si svolgerà”. Così come il gioco a carte: la Società gestita da Crotti è uno spazio accogliente e un bel luogo di ritrovo per creare, in quell’ottica di integrazione che ha dato vita alle SMS, uno stato sociale anche nel senso relazionale del termine.

Antica sede della Società Operaia di Mutuo soccorso di Modena
Antica sede della Società Operaia di Mutuo soccorso di Modena

“Continuiamo a offrire un luogo pulito, accogliente ed economico per giocare a carte il martedì, il giovedì e la domenica pomeriggio”, ha detto Crotti con una punta di soddisfazione. Infine, qualche tempo fa la Società Operaia di Mutuo Soccorso ha, per così dire, offerto la sua sede per sensibilizzare i ragazzi sugli effetti dell’alcol: “abbiamo organizzato una conferenza con tanto di filmato sui rischi della guida, e organizzato un pullman che accompagnasse alcuni ragazzi alla Notte Rosa di Riccione”. Chiaramente, in questo caso la finalità alla prevenzione sanitaria è evidente: assume contorni più ampi, però, di un semplice servizio.

“Questa legge, insomma, – ha concluso – ci è costata oltre 5000 euro e ha ristretto il nostro raggio d’azione col rischio di buttarci a terra, oltre che di denaturarci: noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto cercando di rientrare nel perimetro di questa riforma, ma la vita della nostra Società è sicuramente più difficile di prima”. Questo, peraltro, contribuisce a confermare, anche a Modena, quel che rivela l’indagine presentata da ISNET: “anche noi abbiamo registrato un lieve aumento di soci, ma moltissimo è giocato, appunto, da queste attività collaterali”.
Infine, l’ultimo dato: sesso ed età media degli utenti. “Sull’età media, Modena è in linea”, risponde Crotti. “Sul sesso, invece, siamo in controtendenza: ci sono più donne, a Modena, molte sono vedove”, dice. “Qua in Emilia – sorride – le donne durano più degli uomini, sono più forti”. Ma di questo avevamo già parlato.

Quando la retribuzione assomiglia più a una paghetta

Dopo quello bolognese, il territorio di Modena e provincia è quello più “voucherizzato” dell’Emilia-Romagna. Stando al rapporto dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps aggiornato ad aprile 2016, l’esplosione dei voucher ha interessato il territorio italiano nel passaggio tra il 2014 e il 2015, per stabilizzarsi (seppur in crescita) nel 2016. Mediamente, tra il 2014 e il 2015 l’aumento di voucher nelle regioni italiane è stato pari al 72,2%. Le prime della classe – si fa per dire – sono il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia con un aumento pari al 35,8% e 43%, mentre l’ultima è la Puglia con un aumento del 108,4%, seguita a ruota da Sardegna (97,4%), Liguria (94,1), Sicilia (91), Toscana (89), Lazio e Abruzzo (86,9) e Emilia Romagna con l’81,9%. Il quadro, insomma, è abbastanza sconfortante, anche se la variazione tra il 2015 e il 2016 (aggiornata ad aprile) per quanto riguarda la nostra regione è scesa al 40,3% in una media nazionale pari al 42,9%.

Tornando al 2015, solo a Modena e dintorni sono stati 2.560.685 i voucher utilizzati come strumento di retribuzione: nel 2014 erano stati 1.688.105, l’aumento è quindi pari al 51,7%. Per cosa sono stati utilizzati? Una buona percentuale è stata registrata come pagamento per “attività non classificate”, in cui, ci conferma Domenico Chiatto, componente della Segreteria Cisl Emilia Centrale, rientrano una grande varietà di settori, tra cui il manifatturiero e l’edilizia.

“È molto importante inquadrare lo strumento dei voucher all’interno della sua storia: – precisa Chiatto – per comprendere come questi dati siano preoccupanti”. “Lo strumento del lavoro accessorio è nato col decreto 276/03, la famosa riforma Biagi, e sono stati definitivamente introdotti nel 2008: la loro collocazione riguardava il settore della campagna e dell’agricoltura ed era rivolto a studenti e pensionati”. La ratio, insomma, che stava dietro all’introduzione dei voucher era quella di contrastare il lavoro in nero di studenti e pensionati, individui quindi non ancora o non più inseriti nel mercato del lavoro regolarmente normato. “L’idea era quella di regolamentare prestazioni di lavoro occasionali per chi non rientrava nel mondo dei contratti standard, con determinati tetti e specifiche norme. Lavori, insomma, che non potevano essere retribuiti per mezzo di contratti a tempo determinato o indeterminato. Il problema – è stato l’allargamento del raggio in cui la retribuzione avveniva per mezzo dei voucher: nel 2009 il settore si è allargato alle imprese familiari del commercio, del turismo e dei servizi”.

voucher

L’ultimo anello della catena è stato il decreto legislativo 81/15: ovvero il Jobs Act. Per mezzo della chicca renziana, infatti, la normativa sui voucher prevede che possano essere utilizzati come strumento retributivo “in tutti i settori produttivi”. Una virgola passata sottobanco e all’ombra dei riflettori che hanno illuminato la carrellata di assunzioni a tempo indeterminato. Anche in questo caso, com’è ovvio, vi è una ratio: allargare le modalità di accesso al lavoro, le possibilità e l’agibilità di assunzione in tempo di crisi, ma anche sbarrare la strada alle molte piste del lavoro in nero. Purtroppo, però, per costruire strade che non coprano solo le buche ma abbiano una direzione ci vuole un po’ di lungimiranza e visione d’insieme. I buchi contributivi, le sue conseguenze e la protezione dei lavoratori sono tutte cose che con “lungimiranza e visione d’insieme” fanno a cazzotti. Il boom di voucher che ha interessato l’Emilia-Romagna e l’Italia in generale, infatti, ha poco a che fare con i lavoretti occasionali di studenti e pensionati: piuttosto, è diventata una retribuzione regolarmente utilizzata. Infinitamente meno costosa da parte del datore di lavoro, con un risparmio sui contributi pari al 20% rispetto a un contratto regolare e continuativo.

“Il voucher – spiega l’esponente CISL – è un buono del valore lordo di 10 euro: il 13% è pari ai contributi Inps, il 7% alla quota di assicurazione Inail e il 5% all’Inps per la gestione dei buoni: morale della favola, il 25% viene trattenuto dalla remunerazione e il 75% spetta al lavoratore, ovvero 7,50 euro”. I problemi, a detta di Chiatto, sono principalmente due: “innanzitutto il fatto che, nella maggior parte dei casi, un voucher venga equiparato alla retribuzione oraria, quando non è scritto da nessuna parte che sette euro e mezzo sia il prezzo di un’ora di lavoro”. “In secondo luogo, il fatto che oggi i voucher vengano utilizzati in mondi del lavoro strutturati che potrebbero offrire al lavoratore un rapporto di lavoro pieno e completo: i voucher, come è normale nell’idea originale di prestazione occasionale, non comprendono ferie, permessi, tredicesima, quattordicesima o malattia”. Inoltre, la quota contributiva del 13% è significativamente più bassa rispetto al 33% di un contratto da dipendente. Infine, i voucher utilizzati come strumento remunerativo in settori strutturati e completi non contrasta, ma incentiva, i pagamenti in nero: “nell’ottica dei voucher, un lavoratore può guadagnare un massimo annuale di 7000 euro: naturalmente, se ci troviamo all’interno di un impresa o di un’azienda in cui il lavoro è tutt’altro che occasionale, il tetto viene presto raggiunto, e il resto della retribuzione viene consegnata in nero”. Come risultato, la contribuzione è bassa, con effetti negativi sulle future condizioni di pensionamento, parte del lavoro viene retribuito in nero, con effetti contrari a quelli che avevano dato vita all’idea di voucher, e il rischio di frammentarietà della carriera lavorativa è più alto. Una ricetta perfetta, stando a quanto, poco tempo fa, sentivamo dire da Boeri in un’affollata conferenza all’Auditorium San Carlo sui rischi dei buchi contributivi nel mondo del lavoro.

"Il lavoro" di Francesco Carrani.
“Il lavoro” di Francesco Carrani.

Quali sono, attualmente, i settori più sensibili per quanto riguarda il boom dei voucher? “Come dicono i dati – ha risposto Chiatto – lavori domestici e ‘altre attività’, un macrosettore che comprende ambiti lavorativi assolutamente strutturati e che permetterebbero un altro e più solido trattamento lavorativo: attualmente nella nostra regione, la percentuale equivale al 43% del totale, quasi la metà”. Stando alle stime CISL, per gli altri settori le percentuali sono così suddivise: 3% settore agricoltura, 17% settore commercio, 3% giardinaggio e lavori domestici, 3% manifestazioni sportive e culturali 3%, turismo 16%. Per ambiti di questo tipo, è chiaro, è plausibile che le prestazioni lavorative siano singole o sporadiche: “pensiamo, ad esempio, al ruolo di arbitro in una partita: sono occasioni in cui non si può parlare di contratto vero e proprio”. La nostra regione ha recentemente assistito a denunce, invece, per quanto riguarda il settore edile. “Anche il settore della ristorazione, per il lavoro ad esempio di baristi, o le imprese di metalmeccanici si sono rivelate particolarmente sensibili”. Uno strumento, il voucher, cresciuto in modo straordinario e decisamente conveniente nel settore delle imprese, se abusato con un uso distorto. “I dati, insomma – ha commentato Chiatto – sono preoccupanti e la nostra regione, come la nostra città, sono perfettamente inserite nel quadro tutt’altro che idillico del territorio nazionale”.

Imprese. Normali, piccole e medie: qualcosa che ci riporta alla retorica della crisi, a fare gli avvocati del diavolo. Pagare coi voucher può essere considerata una necessità? Chiatto, su questo, non transige. “È chiaro – dice – che la crisi su tutto questo ha influito, ma giustificare questa via non è ammissibile, soprattutto se si tratta di finalità di lucro o di guadagno”. Leggi: troppo spesso non si tratta di collaborazioni domestiche o di scorciatoie fiscali per risparmiare, ma di strumenti per stare a galla nella competizione del mercato a scapito dei lavoratori. Oppure di pura speculazione.

Statistiche alla mano, dopo il boom del biennio 2014-2015, il 2016 registra una stabilizzazione in lieve aumento. La remunerazione in voucher è dunque la normalità o è destinata a diventarlo? “Nel 2015 sono entrate in vigore, con il Jobs Act, le agevolazioni fiscali per chi assume: ed è stato proprio l’anno in cui in Emilia Romagna abbiamo assistito all’aumento esponenziale nell’uso dei voucher”. “È un dato che fa riflettere – continua – e non lascia ben sperare, soprattutto se pensiamo che questi sgravi contributivi sono in diminuzione: sono curioso di vedere quali saranno i dati a 2016 concluso”. A Jobs Act neonato, infatti, “le agevolazioni corrispondevano al 100% con un massimo di 8000 euro, mentre quest’anno la percentuale è scesa al 40% con un massimo di 3850 euro: le risorse sono diminuite e il rischio dell’abuso dei voucher è molto alto”. Chiatto sottolinea un altro dato interessante, per quanto riguarda l’età media di chi usufruisce di questo tipo di pagamento: “si è notevolmente ridotta, dato che nel 2008 corrispondeva a 60 anni per gli uomini e 56 per le donne (età che, prima della Fornero, era già più facilmente pensionabile): oggi siamo a 37 e 34, cioè in pieno mercato del lavoro, per così dire, regolare”.

Fonte immagine: Roberto Gimmi
Fonte immagine: Roberto Gimmi

Che fare, allora? Qui, Chiatto mette in campo i sindacati. “Come CISL, il 5 maggio scorso abbiamo presentato un audizione in Senato, elencando i punti a nostro parere fondamentali per far fronte al problema”. Tracciabilità, innanzitutto, dei voucher. Ma anche il riportare l’utilizzo di questo strumento alle attività davvero accessorie e occasionali: “la legge deve stabilire in modo chiaro un perimetro entro cui farne uso”. All’interno del quale entrerebbe la contrattazione collettiva col sindacato: “si tratta di dare dei parametri generali, che il sindacato deve poter perfezionare con l’obiettivo di aumentare i benefici dei lavoratori”. Accento anche su formazione alla sicurezza: “l’elusione di questa misura va pesantemente sanzionata, ed è molto frequente nell’universo dei pagamenti a voucher: di fatto, un lavoratore a parità di orario costa circa un terzo, con forti svantaggi a suo danno”.

Infine, il costo dei voucher: “il lavoro accessorio deve costare complessivamente di più: l’obiettivo è diminuire quello iato contributivo del 20%”. “Questo tipo di lavoro va meglio remunerato e deve avere garanzie in più”, continua. L’ultimo voto va ai controlli ispettivi: “abbiamo delle palesi carenze nei controlli: l’organico è fortemente contratto a discapito delle verifiche necessarie sul mondo del lavoro”.
Un modello di voucher come opportunità per accedere più facilmente al mondo del lavoro e combattere l’evasione fiscale, insomma, dovrebbe essere ristretto a determinati ambiti e a determinati destinatari come studenti o pensionati: “bisognerebbe evitare che questo pagamento sia utilizzato per remunerare la fascia centrale della popolazione e togliere la possibilità di pagare con i voucher ad ambiti come quello artigianale o industriale, o in attività di carattere economico strutturate di qualsiasi tipo”.

Solo in questo modo, secondo Chiatto, l’Emilia Romagna potrà muovere i primi passi verso una regolamentazione del lavoro che sia in linea con i principi che, come terra, la contraddistinguono: “A Modena, in particolare, – conclude – siamo abbastanza maturi per fare un salto di qualità e occuparci di questo problema”.

Immagine di copertina: Cartello esposto presso un cantiere edile a Sassuolo. Fonte: Roberto Ferrari.

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Matteo, il Pd e la gente

A Lucia Annunziata, Matteo Richetti piace. E non è poco, per una “vecchia lenza del giornalismo politico” come lei. È stata lei stessa a definirsi così ieri sera, in piazza Falcone e Borsellino a Spezzano, dove Richetti ha presentato il suo libro. “Harambee“, questo il titolo. In kenyano vale come il nostro “oh issa!” e si usa per rimettere in piedi un matatu, un autobus locale, quando si rovescia impantanato nelle strade dei villaggi. Non è diversa, d’altronde, la situazione del Partito Democratico ora che il Movimento Cinque Stelle, dato per morto come tutti quelli che tacciono per un momento nel gran vociare della politica, è resuscitato con la conquista della Capitale.

richetti_harambeeMatteo Richetti, fedele al titolo del suo libro, parte dalla strada e mette al primo posto i cittadini. Li ha elencati tutti, ieri sera: dall’artigiano al carpentiere al macellaio al contadino al dirigente all’idraulico al giornalista. Ci ha messo anche la vecchietta al freddo, di cui la politica deve occuparsi. A più riprese, poco per volta nel corso della serata, ha toccato la spalla a tutti quelli che ascoltavano. Voleva chiamarlo, il suo libro, “Dodici parole per innamorarsi della politica”. Che sia stata una sua scelta o una decisione dell’editore, Guerini e Associati, poco importa. Il discorso, ieri sera, è partito alla larga. Richetti si è seduto in piazza e ha rievocato gli inizi del mestiere che non pensava facesse per lui, ma che era giusto fare.

Ha ringraziato tutti i presenti, il Comune “per la piazza e il palco” e la parrocchia “per le sedie”, prima di cominciare la sua chiacchierata con Lucia Annunziata. È stato quasi un gioco di ruolo, per certi aspetti. La Annunziata lo ha marcato stretto per tutta la serata. Gli ha lasciato elencare i motivi per cui ama il suo mestiere, lo ha definito “una persona perbene, di cui fidarsi”, ha sottolineato la rarità di queste qualità nel mondo della politica, e gli ha permesso di dare la sua visione della politica, della buona politica. E poi, a poco a poco, lo ha messo all’angolo chiedendogli, un passo dopo l’altro, un parere sui nuclei bollenti della politica attuale. E un ruolo ben preciso, quello che intende mettere in campo nel futuro del Partito Democratico e impantanato. Richetti le ha tenuto testa, la chiacchierata è durata un’ora e mezza e alla fine la Annunziata ha mollato l’osso. “Ci tengo a precisare che non mando mai le scalette delle mie domande ai miei intervistati: – ha detto – tutte le risposte di Matteo sono state date sul momento”. Come a dire: è stato bravo. Ma è stata buona con lui: lo ha messo all’angolo solo alla fine. Prima, Richetti ha avuto modo di dare la sua visione delle cose, di accarezzare la sua città con un po’ di retorica, e poi subito dopo di scusarsi per la retorica.

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Di intervallare con qualche uscita in dialetto, che fa sempre simpatia, quello che a tratti è stato anche un auto elogio. Ma d’altronde, in un mondo di squali, chi sta a galla senza esserlo ne ha bisogno. La sua foto a bordo palco, mentre chiamava per nome i presenti, a partire dalla sua famiglia – dai figli che vanno a scuola alla mamma che va in chiesa la domenica, allo zio bracciante comunista, ai fratelli con cui, ha precisato, si sono sempre passati i vestiti, al papà che senza grandi parole gli ha insegnato la strada della coerenza, e l’ex sottosegretario Giovanni Manzini “che è stato il mio secondo papà” – sembrava un ricordo col seppia. Ma va bene, in casa va bene. Andava bene anche all’Annunziata, che di solito, alla retorica, lascia poco spazio. “Nel quadro generale del renzismo – ha detto la Annunziata prima di cominciare l’accerchiamento – mi ha sempre colpito l’essere onorevole di Matteo, nel senso vero del termine: in movimenti di questo tipo, spesso si sfocia in un senso dell’arrembaggio che diventa arroganza, cinismo e distanza dai cittadini”. “La decisione di ritirare la sua candidatura alla presidenza della Regione nel 2012 – ha continuato la direttrice dell’Huffington Post – e il fatto che Matteo abbia spesso detto che un politico deve avere più onestà di tutti i cittadini, è ciò su cui si costruirà la sua carriera politica: in caso contrario, oggi Matteo sarebbe stato presidente di Regione, e un politico dai piedi fragilissimi”. Richetti ha confermato le solide radici del suo impegno e della sua onestà: “mio padre mi ha insegnato un senso dell’onestà a prova di coglione: è il mio punto di partenza fisso, la mia base e la radice del mio impegno”. “Essere colpiti nell’onorabilità – ha continuato – è una pugnalata, per i valori in cui credo: in tutto questo, la politica è un servizio, e non esiste neanche da lontano che la propria carriera venga prima del servizio che hai deciso di dare ai cittadini”. È da loro che parte Richetti. E dall’Emilia.

richettiCon Renzi, come ha sottolineato l’intervistatrice, Richetti ha in comune una famiglia bianca in una regione rossa. “Ho avuto modo di capire quali sono i punti forti della mia regione proprio grazie a questo: – ha detto – avevo, come detto, uno zio bracciante comunista, e sono entrato in politica perché un prete mi ha convinto a farlo, sono tutti i pezzi che costruiscono il senso del mio agire”. Che parte da qui, dall’Emilia: “è una regione che non deve perdere la sua capacità di non sprecare risorse, energie, ideali: non si tratta solo di stanziare fondi e stabilire leggi per le startup, ma di avere un tessuto ideale che non butti via nulla”. “La politica deve avere un ruolo pedagogico: dalla legge di stabilità alla spending review la filosofia deve essere quella del padre di famiglia, e degli spaghetti e dei funghi di mia madre, che non buttava mai, e riciclava tutto”, ha ricordato. Se si perde di vista questa filosofia, ha detto, la politica è da buttare. La Annunziata ha annuito, e poi ha cominciato il suo gioco per portare Richetti dove voleva lei: una possibile candidatura a segretario di un Partito Democratico in difficoltà.

 

Lui ha risposto a tutto. E la risposta, in forme diverse, è stata sempre la stessa: prima i cittadini. E la fedeltà a Matteo Renzi. Su questo, Richetti ha romanticamente rievocato il primo incontro. “È scoccata la scintilla: – ha detto – ho capito che lui capiva, e intercettava con evidente sintonia non solo il discorso economico, ma anche il bisogno di cambiamento”. “Mia moglie ricorda ancora le domeniche che passavo con lui a Palazzo Vecchio, a pensare, ragionare e progettare: Matteo ha una capacità impressionante di vedere le cose, di cercare il cambiamento”.

Ma la croce del 2013, la “non vittoria” di Bersani e tutto quel che ne è conseguito fino all’approdo di Renzi a Palazzo Chigi, il PD se la porterà sempre dietro, così come la domanda che, stavolta, è toccata a Richetti: come la mettiamo con il mancato passaggio elettorale di Renzi? “Un punto non risolto del renzismo”, ha infierito l’Annunziata, che sul tema ha recentemente battibeccato con Richetti durante una puntata di Ballarò. E come la domanda, anche la risposta è sempre la stessa: “il termometro europeo del 2014 è stata una misurazione attendibile del consenso di Renzi e un rafforzamento oggettivo del suo mandato”.

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“I Cinque Stelle sono il nemico?”, ha chiesto a questo punto la giornalista . “Non sono il nemico – ha ribattuto prontamente Richetti – ma l’avversario politico. Dobbiamo prendere spunto da questa situazione non per accarezzare il pelo agli elettori, ma per combattere ciò che è sbagliato, senza se e senza ma, con buoni gesti, come me che sono entrato in Parlamento senza un vitalizio”. “I buoni gesti – ha continuato – vanno fatti in modo continuativo e strutturato, dando un esempio pratico, trattando se stessi come uno tra i tanti: per questo credo che Renzi debba dare un criterio e una struttura a gesti che, altrimenti, rimangono isolati, come quello degli 80 euro”. E precisa: “lo dico perché gli voglio bene, non sono contro di lui, dico quel che secondo me bisogna fare”.

Una precisazione servita su un piatto d’argento all’Annunziata, che è partita e ha incalzato: “non aver paura di metterti contro Renzi, non ti giustificare: siamo in politica, è sano proporre idee migliori e più competitive”. Ed ecco il tentativo di sfondamento finale: “siamo arrivati al punto per cui sono venuta qui stasera, alla domanda che volevo farti, quindi rispondi: sei pronto a impegnarti ancora di più in politica?”, un chiaro accenna ai rumors che vogliono Richetti candidato alla segreteria in un momento in cui molto spingono per separare il ruolo di segretario da quello di capo del Governo. Richetti, a quel punto, ha glissato, mettendola sull’importanza della leadership: “Non ci credo, io, nel ricambio della leadership ogni due anni: voglio lavorare con Renzi e dirgli quello che secondo me è giusto fare, ma collaborando”. Il match, perché di questo si è trattato, è durato ancora per un po’. Ma Richetti ha il senso della squadra e non crede che la politica sia un gioco in cui si rubano poltrone: questo è ciò che crede. Ha rimesso tutto all’importanza dei cittadini: “si parte da loro”. L’Annunziata ha mollato l’osso, e tra gli applausi la serata si è conclusa.