Voucher: «Strumento migliorabile, ma nessuna battaglia ideologica»

È difficile negare che Modena, dal dopoguerra a oggi, sia stata una terra ricca di imprese e di lavoro, con un’occupazione stabile tra le più alte a livello nazionale e una coesione sociale che le ha consentito di superare, anche a prezzo di qualche sacrificio, le difficoltà incontrate in passato. Eppure, a scorrere la cronaca locale e nazionale di queste ultime settimane, sembra quasi che la nostra provincia sia diventata una delle capitali italiane del «voucher», o buono lavoro, lo strumento che consente di retribuire le prestazioni di lavoro occasionali e non contrattualizzate. A dirlo sono i numeri: 1 milione e mezzo di voucher venduti in provincia nei primi sei mesi del 2016, e una loro diffusione in praticamente tutti i settori produttivi che ha fatto parlare alcuni del rischio di un’economia «voucherizzata». Come se non bastassero questi dati, che si accompagnano con la polemica scoppiata a livello nazionale dopo le parole di Giuliano Poletti, Ministro del lavoro nel governo Gentiloni, si aggiunge pure la cronaca a inasprire un clima già abbastanza surriscaldato. È notizia di questi giorni la vicenda che ha coinvolto il personale del ristorante Flunch di GrandEmilia: il 22 dicembre le lavoratrici hanno scioperato per l’intera giornata, per protestare contro la chiusura del ristorante e il conseguente licenziamento dei 34 addetti, tra cuochi, bariste e inservienti. L’azienda però, che nel frattempo era venuta a conoscenza dello sciopero, ha comunque fornito il servizio, sostituendo le lavoratrici con personale precario assunto tramite voucher. Un comportamento, tuonano i sindacati, che profila la violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, quello che reprime la condotta antisindacale, e che lede la dignità delle lavoratrici.

Stefania Gasparini
Stefania Gasparini

«Un gesto intollerabile» afferma Stefania Gasparini, assessore all’istruzione e pari opportunità del comune di Carpi, responsabile lavoro nella segreteria provinciale del Partito Democratico e precedentemente segretario generale della Cisl Funzione Pubblica di Modena, che abbiamo contattato per un commento. «Lo sciopero, che è un diritto costituzionalmente garantito, e si configura come un gesto estremo da parte dei lavoratori nei confronti dell’azienda. Annullarlo, come è stato fatto dai responsabili del ristorante Flunch del GrandEmilia, ricorrendo alla chiamata di personale in sostituzione mediante voucher è aberrante, un’operazione indegna». Ma, tralasciando per un attimo questi episodi estremi, il giudizio sui voucher e il loro utilizzo sfuma in un ragionamento più articolato: «Credo che la strada intrapresa dal governo Gentiloni sia giusta» dice Gasparini. «I voucher sono uno strumento che va incontro a un mondo del lavoro cambiato, in cui è difficile regolare determinati ambiti con contratti collettivi nazionali. Purtroppo, dobbiamo essere realisti, e dirci che l’alternativa più probabile ai voucher rischia di essere il lavoro nero. Tuttavia, occorrono degli accorgimenti, è chiaro, perché la situazione sta sfuggendo di mano: tracciabilità, certo, ma anche una migliore definizione dei confini di utilizzo dei voucher».

Ma basteranno questi correttivi per ridimensionare un fenomeno che sta segnando sempre più (anche in maniera simbolica) il mondo del lavoro? «Il lavoro, in Italia, sconta due problemi storici. Da un lato, l’elevato costo per le aziende di un singolo lavoratore. In un momento di leggera ripresa per paese, che però evidentemente non mostra ancora quella solidità necessaria alle imprese per riacquistare fiducia e quindi assumere in modo stabile, molte aziende preferiscono rifugiarsi nel lavoro a chiamata, con i voucher. Questo però non deve diventare un alibi per gli imprenditori che vogliono scaricare il rischio derivante dalle fluttuazioni del mercato sul lavoro. Dall’altro lato, in Italia è sempre mancata una strategia nazionale di largo respiro sulle politiche attive del lavoro. Il Jobs Act interveniva sul tema, prevedendo una serie di misure tra cui la creazione dell’Agenzia nazionale per il lavoro. Dopo la bocciatura della riforma costituzionale, però, è messo fortemente a rischio la nascita di questo strumento». Che cosa fare, allora? «Per prima cosa occorre guardare come e dove sono stati utilizzati i voucher, in una parola tracciabilità, per verificare e contrastare gli abusi. Poi è necessario studiare un nuovo modello per le politiche attive del lavoro: per fare un esempio, è assurdo che nel 2016 le banche date dei centri per l’impiego di Modena non comunichino con quelle di Reggio Emilia. Il tema è certamente complesso, ma occorre evitare di affrontarlo in maniera ideologica, senza un’analisi seria e sgombra da pregiudizi».

Davide Fava
Davide Fava

Sembra pensarla allo stesso modo anche Davide Fava, che sempre nella segreteria provinciale del Partito Democratico ha la delega all’economia. «Faccio un ragionamento un po’ grossolano» ci dice a margine di una riunione della segreteria, in via Rainusso a Modena, «ma occorre domandarsi, nel volume totale dei voucher venduti a Modena negli ultimi 18 mesi, quale quota sia rappresentata da lavoro occasionale e quanta da emersione di lavoro nero. Io credo, ma ce lo dicono anche i dati, che sia una percentuale preponderante. Partendo da questo punto, che è quello centrale di tutta la questione, non mi pare che si possano giudicare i voucher come uno strumento così dannoso o eversivo per il sistema». Eppure, una larga parte dei lavoratori, specie i più giovani, sembrano non credere a queste rassicurazioni, come dimostra l’esito del recente referendum. «Le critiche che vengono rivolte ai voucher in particolare, e al Jobs Act in generale, è che oggi siano diminuite le tutele per i lavoratori. Ma non si tiene quasi mai conto, in questo dibattito, dell’altra metà del problema, ovvero che oggi interi settori produttivi hanno marginalità molto ridotte, se non critiche, e che un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, nella fase che stiamo attraversando, conduce inevitabilmente al fallimento e alla chiusura delle aziende, con conseguente perdita di occupazione». Come risolvere il rebus, allora? «Occorre domandarsi qual è il punto di equilibrio che consenta di tenere insieme le due esigenze, cioè tutela dei lavoratori e competitività delle aziende. Il ragionamento da sviluppare dovrebbe riguardare, secondo me, la ricerca di un nuovo modello, che non deleghi eccessivamente la protezione dalla perdita del lavoro alle aziende. Esistono molte ipotesi sul tavolo, ma nessuna forza politica, a sinistra, ha finora avuto il coraggio di affrontare di petto la questione». Ma il dato relativo all’elevatissimo numero di voucher venduti a Modena come si può interpretare? «Modena è una realtà con un tessuto produttivo ancora sano e dinamico, nonostante la crisi. C’è una forte esigenza di lavoro flessibile, soprattutto in questa fase iniziale di ripresa, e penso che dentro quel numero ci sia una quota di emerso, una quota di quelli che un tempo erano co.co.co e anche una parte di chi, dopo anni di depressione economica, ha deciso di alzarsi e cercare un lavoro». Un segnale, tutto sommato, positivo.

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