Uccidere il cancro si può. Con la prevenzione

Uccidere il cancro si può. Con la prevenzione

Esce oggi in Italia il libro di una grande scienziata, l'oncologa reggiana Patrizia Paterlini-Bréchot che dopo la laurea in Unimore si è trasferita a Parigi dove ha messo a punto un test in grado di rilevare la presenza di cellule neoplastiche prima ancora che la malattia si sviluppi. "Uccidere il cancro" (Mondadori) è un'autobiografia personale e scientifica - ricca di amore per la ricerca e di empatia con il dolore - che indaga le ragioni profonde di una vita dedicata a cercare di combattere"the big killer".

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Secondo l’ultimo rapporto pubblicato annualmente dall’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM) – “I numeri del cancro” – in Italia siamo di fronte a due tendenze opposte ma chiare: aumentano i nuovi casi della malattia fra le donne e diminuiscono fra gli uomini. Nel 2016 le italiane colpite da cancro sono state 176.200 (erano 168.900 nel 2015): in particolare nel 2016 – segnala il report di Airtum – sono stimati 50.000 nuovi casi di tumore del seno (48.000 nel 2015) che ha prodotto un aumento significativo dell’incidenza tra i 45 e i 49 anni. Per gli uomini invece si assiste a un fenomeno opposto, con 189.600 nuove diagnosi e un calo del 2,5% ogni 12 mesi (erano 194.400 nel 2015): perché i big killer iniziano a far meno paura, in particolare le neoplasie del polmone, prostata, colon-retto e stomaco.  “Ogni giorno circa 1.000 persone ricevono la diagnosi – ha spiegato il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) -. È un numero importante che evidenzia il peso della patologia oncologica e lo sforzo continuo per migliorare la sopravvivenza dei pazienti non solo in termini quantitativi ma anche di qualità di vita. Oggi le due neoplasie più frequenti, quella della prostata negli uomini e del seno nelle donne, presentano sopravvivenze a 5 anni che si avvicinano al 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce. Risultati sicuramente incoraggianti”.

paterlini

La lotta al cancro è considerata dalla medicina moderna, con tutta evidenza, una delle frontiere più importanti da abbattere. Una guerra in cui la prevenzione gioca un ruolo sempre più fondamentale perché ancora oggi il cancro viene diagnosticato in uno stadio avanzato, quando ormai la sorte del paziente è segnata. Questa lotta senza quartiere vede tra i suoi protagonisti l’oncologa reggiana Patrizia Paterlini-Bréchot. Laureata in Unimore nel 1978 con una tesi sul linfoma di Hodgkin, Paterlini-Bréchot vive a Parigi dal 1988 ed è da anni docente di Biologia cellulare presso l’Università Paris-Descartes. Come scienziata ha dedicato tutta la vita allo studio di metodi sperimentali per la diagnosi precoce e la prevenzione del tumore. Il Corriere della Sera oggi in edicola le dedica una lunga intervista in occasione dell’uscita in Italia del suo libro, “Uccidere il cancro” (Mondadori): un’autobiografia personale e scientifica – ricca di amore per la ricerca e di empatia con il dolore – che indaga le ragioni profonde della sua scelta professionale, a partire dal «paziente zero», la cui morte è stata la molla che le ha fatto dichiarare guerra al cancro. Ma Paterlini-Bréchot non è una oncologa “normale”, una tra i tanti eccezionali medici che in Italia e nel mondo ogni giorno sono in prima linea contro la malattia. Lei ha inventato e brevettato un esame del sangue che consente di rilevare la presenza di cellule neoplastiche nel sangue prima ancora che il tumore invasivo si sviluppi al punto da risultare «visibile» con una radiografia o una risonanza magnetica. Il test si chiama ISET (Isolation by Size of Tumor cElls), una tecnica in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia. “Sensibilità e specificità del test – assicura Paterlini-Bréchot – sono ormai convalidate da circa 60 pubblicazioni indipendenti”.

uccidere il cancro“La visione immaginativa che ho del cancro è quella di un ubriaco – scrive nell’introduzione del volume – Un ubriaco traballante che pur non reggendosi bene in piedi non smette di seguirci, che sparisce e poi riappare, che cade, si rialza, ricade. Un ubriaco che ci insegue a lungo solo, fino a quando alti ubriachi lo raggiungono. E allora, anche se il primo ubriaco muore, anche se alti ubriachi muoiono, con il passare del tempo, quelli che restano fanno ressa dietro di noi e finiscono per formare un gruppo sempre più numeroso ed eterogeneo, composto da sbronzi più o meno in grado di sopravvivere, di camminare senza cadere, più o meno robusti e più o meno capaci di aggredirci. E ancora, con il passare del tempo, per forza di cose, ce ne sarà almeno uno abbastanza mostro, forte e cattivo da colpirci alle spalle. Oggi siamo in piena guerra contro il cancro e, per vincerla, un unico fattore è determinante: il tempo. Il tempo trascorso tra la comparsa nella nostra vita del primo ubriaco e il momento in cui ne scopriamo la presenza, solo, o con alti ubriachi, forti o deboli, che hanno raggiunto il primo. Se riusciamo a intercettarlo con anni di anticipo, quando è isolato o in compagnia di pochi complici ancora vacillanti, le armi che abbiamo oggi a disposizione per sconfiggerlo, la chirurgia, la radioterapia, le chemioterapie e altre terapie mirate, applicate da sole o combinate a seconda dei casi, bastano a eliminarlo definitivamente. Al suo insorgere, infatti, il cancro è mostruoso sì, ma malato, informe e fragile, a volte in stato comatoso. Il cancro ci uccide perché gli lasciamo il tempo di farlo. Forse un giorno riusciremo a mettere a punto dei trattamenti in grado di eliminare tutti i diversi tipi di tumore, anche quelli che scopriamo in stadio avanzato. Niente è mai impossibile. Ma, come scienziata, devo dire che non vedo ancora all’orizzonte nessuna pista concreta verso tale soluzione. Perciò, oggi, gli sforzi devono essere mirati, uniti e compatti, per perfezionare e sviluppare pienamente i metodi di diagnosi precoce”.

Il test, che andrebbe ripetuto ogni sei mesi, è a disposizione da circa un anno e mezzo e con questo sistema – racconta Paterlini-Bréchot al Corsera – “il professor Paul Hofman a Nizza ha scoperto cellule tumorali nel sangue di cinque pazienti a rischio, fumatori affetti da broncopatia, ben prima che il cancro al polmone fosse visibile. Il test è per ora disponibile per aiutare a prevenire le metastasi in pazienti con diagnosi di tumore, anche se non lo si può rifiutare ai soggetti senza tumore che firmano il consenso informato. Costa 486 euro, non ancora rimborsati dall’assistenza sanitaria. Oggi il test indica se ci sono cellule tumorali nel sangue – conclude – e a quel punto bisogna poi cercare l’organo coinvolto con i soliti esami (radiografie, tac). Lavoriamo perché il test in futuro ci dica subito quale organo curare o sorvegliare, e risparmieremo altro tempo prezioso. Le prime cellule tumorali sono sentinelle: danno l’allarme quando la minaccia è lontana, e si fa in tempo a sventarla”.

tabella tumori
Fonte tabella: “I numeri del cancro

Ma quanti sono, oggi, gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore?; Quanti pazienti oncologici guariranno dalla malattia?; Quanti sono i pazienti già guariti dalla malattia? Si definisce “prevalenza dei tumori” il numero di persone viventi dopo una diagnosi di neoplasia. Nel 2015 – segnala il rapporto AIRTUM – le persone vive in Italia dopo una diagnosi di tumore erano 3.037.127 (il 4,9% della popolazione italiana), il 46% maschi (1.382.386) e il 54% femmine (1.654.741). Oltre un terzo (35%) erano persone di 75 anni e oltre; ancor di più (39%) quelli tra 60 e 74 anni di età. Nella tabella qui sopra sono riportate le stime regionali delle persone con pregressa diagnosi di tumore (dati 2015). Tali stime – precisa il rapporto – vanno prese con cautela perché si riferiscono a dati che partono dalle casistiche dei Registri Tumori italiani che, in alcune aree come il Centro Italia, coprono appena il 12% del territorio. L’Emilia-Romagna è la quarta regione per presenza – dopo Lombardia, Piemonte e Veneto – di persone rimaste in vita dopo una diagnosi di tumore. Anche se la strada è ancora lunghissima, grazie a grandi scienziati come Paterlini-Bréchot il futuro appare un po’ meno cupo: “Testerei tutta la popolazione gratis ma non posso – giura lei – sento che sto facendo qualcosa per salvare ognuno dei miei pazienti. Dormo tre o quattro ore a notte, non di più. A fine giornata ci sono sempre cose che non sono riuscita a fare, non stacco mai”.

In copertina: graffito su un muro di Modena. 

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