«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

Di cosa si occupa nel quotidiano chi deve mettere un prodotto 'in vetrina' sul web? Il racconto - un po' per ridere e un po' per scoprire su quali fronti stanno orientandosi alcune delle cosiddette «nuove professionalità» - di un modenese in trasferta a Milano per lavorare in un'azienda di e-commerce. «Avete sentito? È morto Bowie! Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!».

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Questa è una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Alcuni divertenti, altri impensabili, altri forse – agli occhi di qualcuno – surreali. Questa è una storia che vuole raccontare un’esperienza come tante nel nebuloso mondo del lavoro in un frenetico biennio del XXI secolo: 2014-2016. La mia storia all’interno di un’azienda leader nel settore del commercio elettronico è iniziata un po’ per caso, mentre frequentavo un master in editoria. Scrittura di articoli giornalistici, comunicazione d’azienda, editing dei testi più disparati, redazione scolastica, correzione bozze erano i fondamentali. Credevo che non sarei uscito più di tanto dal seminato. E invece…
A poche settimane dal termine delle lezioni, sono fioccate alcune proposte da varie realtà in cui fare lo stage. Interessato com’ero a tutto quello che riguardava il modo della storia dell’arte e dell’architettura, in prima battuta avevo optato per una casa editrice specializzata nella realizzazione di eleganti e fashionissimi cataloghi di mostre. Poi inaspettatamente la coordinatrice – che nel frattempo aveva indossato i suoi occhialini fucsia per scrutare meglio il documento delle assegnazioni – mi ha comunicato con una gioia velata di bonaria sfida: «ti mandiamo in un’azienda che si occupa di ecommerce! È la tua».

Sgomento. Dubbio. E anche un po’ di paura. “Ma cosa si fa in un’azienda di e-commerce? Si scriverà? E cosa si scriverà?”. Quasi leggendomi nel pensiero, mi ha subito fatto capire che mi sarei dovuto appigliare a un diverso modo di scrivere, perché in certe nuove aziende, dopotutto, «bisogna essere capaci di utilizzare le tecniche di scrittura anche in modo persuasivo, più cool». Ma tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare magnum del web: un territorio senza confini né troppe regole, in cui bisogna navigare a vista, fra gli scogli impalpabili dell’etere.

L’atterraggio
Sono arrivato trafelato dall’altra parte di Milano, e mi sono fiondato alla reception dove, dietro al bureau, faceva capolino il mezzo busto di una ragazzina così impostata da sembrare la protagonista di un film di Visconti: mi ha chiesto a chi dovessi essere annunciato (l’utilizzo di certe espressioni ti fa sempre sentire quasi un alto prelato in attesa dell’udienza papale). In pochi minuti sono stato letteralmente catapultato alla scrivania, dopo un breve colloquio nell’ufficio della responsabile commerciale. «TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia! Dobbiamo agganciarci a qualunque evento per vendere». «Sai scrivere?» mi ha chiesto poi la tutor. «Sì», le ho risposto. «Ok, impostiamo una landing sui One Direction. Tieni come esempio quella sulle Tartarughe Ninja». Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio”: la schermata su cui l’utente approda cliccando su uno dei milioni di risultati di ricerca che offre qualsiasi browser. Deve essere bella e invogliare, leggermente marchettara. «Ok, fatto!» ho risposto dopo alcuni minuti in cui mi ero immedesimato in una teenager innamorata pazza di Niall, Horan e compagnia. «Sì, ok: e i metadati?».

metadati
Metadati

Le parole che non leggerà nessuno
Spesso si sente dire che sul web si devono utilizzare meno parole, bisogna andare dritti al sodo insomma, anche perché la lettura da smartphone risulta più difficoltosa, in quanto gli occhi si stancano molto prima. Vero. Ma è anche vero che cliccando su qualunque sito – non solo di e-commerce – e andando a scavare (provare per credere: basta pigiare contemporaneamente i tasti Ctrl e U dalla tastiera), ci si renderà conto della quantità di parole presenti nel dietro le quinte di una pagina web. Eccoli lì i famosi metadati! Tantissime parole, o intere frasi, che vengono date in pasto Google o simili, sperando che quest’ultimo ci ricompensi con la massima visibilità. Anche quelle parole avrei dovuto scrivere. Poche battute sulla tastiera e via. «Ok, mandale pure all’ufficio grafico, assieme alle immagini dei prodotti. È compito loro comporre la pagina». Dopo aver scritto una mail a persone di cui ignoravo i nomi e l’aspetto, credevo fosse finita così. Qualche ora dopo, ci è stata inviata. «Bisogna che adesso lo comunichiamo ai clienti. Hai mai scritto una newsletter?».

La newsletter, ossia il piccolo esercizio di schizofrenia
Ormai ogni azienda comunica con i suoi clienti tramite newsletter: una specie di graziosa brochure componibile da inviare spesso a migliaia di persone, in cui vengono ‘messe in vetrina’, solitamente, le novità o le promozioni più forti, e talvolta qualche chicca: se Sophia Loren compie ottant’anni perché non far sapere ai clienti iscritti che esistono tantissime perle del cinema in saldo con cui festeggiare – virtualmente – assieme alla Diva della Giornata particolare il suo genetliaco? Comunque: per scrivere una newsletter ben confezionata bisogna mettersi nei panni di persone potenzialmente interessate che, grazie a quella frase a effetto, potrebbero decidere di fare click e finalizzare l’acquisto. Ci si traveste, in un certo senso. Alla fine, quei testi così brevi sono come dialoghi scritti a perfetti sconosciuti. La trama fatta e finita di uno spettacolo sperimentale. Non sono mancati gli strafalcioni: stanco per i troppi pixel che si riflettevano sulle cornee e desideroso di lanciare la fatidica frase a effetto, per il Natale 2014, avevo proposto: «Tingi di rosso il tuo bianco Natale!». Troppo enfatica. Suonava più come una minaccia.

e-commerce

C’è chi va, e c’è chi fattura
Un sito di vendite online per essere sempre sul pezzo deve cavalcare i trend del momento. Deve in sostanza sfruttare la notizia per proporre ai clienti una rosa di prodotti che tutti – o quasi – vorrebbero avere. I must have (altra sublime espressione di chi mastica un inglese che farebbe impallidire anche la Duchessa di York). In ogni caso, i prodotti che vendono di più sono il più delle volte le interpretazioni degli artisti da poco passati a miglior vita. Mrs Doubtfire è rimasto nella classifica dei più venduti svariati mesi a seguito della dipartita dell’iconico Robin Williams; prima del suo addio era molto venderne due copie l’anno… Ricordo molto bene anche la mattina che sono arrivato in ufficio dopo la morte di David Bowie; uno dei top manager è entrato nella stanza (correndo, ovviamente) e ha esclamato: «Avete sentito? È morto il Duca!». Pausa di riflessione. «Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!». Più che CD o vinili, in quel momento ho avuto l’impressione che stessimo vendendo reliquie.

Nonostante questo breve racconto tragicomico, è indubbio che l’ecommerce ai tempi di una delle crisi economiche più rigide di sempre sia una vera e propria risorsa. Anche perché sta facendo nascere professionalità che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe neppure immaginato: il web content editor (colui che cura i contenuti dei siti di qualsiasi realtà: dalla toelettatura per cagnolini fino al ristorante chic), lo usability manager (una sorta di piccola vedetta, il cui compito è quello di mettersi nei panni del cliente e valutare se il sito è facilmente navigabile oppure no), il social media manager (quello che su Facebook, Twitter, Instagram ecc. modera richieste, lamentele e commenti di clienti il più delle volte delusi e arrabbiati) e via dicendo. L’unico timore è che forse tra qualche tempo avremo sul cellulare un’app che ci consentirà di ordinare anche il caffè stando comodamente sdraiati davanti alla TV. Ma dovremo ricordarci di tenere aperta la finestra, magari in pieno inverno, per consentire a un drone in veste di cameriere di atterrare agevolmente sul bracciolo del divano.

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Nato a Carpi nel 1985, ha studiato a Parma e al Politecnico di Milano, dove si è laureato in Architettura degli Interni con una tesi sui nuovi spazi per l'arte. Ora, è nei nuovi spazi del web che lavora, occupandosi di comunicazione e social media marketing. Da sempre ama raccontare tramite la scrittura quello che osserva e vive. E si è accorto che, spesso, la realtà è davvero il film più riuscito.

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