Tu non sai quel che in rete si sa di te

Quella digitale è una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo: nuovi pensieri, nuove relazioni, nuovi stili di vita. E soprattutto un io sempre più protagonista e sempre connesso, che ogni giorno genera da 2,5 a 5 milioni di gigabyte di dati su di sé. I nostri mi piace, gli itinerari che percorriamo, le transazioni con la carta di credito, le ricerche su Google lasciano in giro briciole di noi. Briciole che non sappiamo nemmeno di aver disperso per la rete, e che restano lì, in attesa di essere raccolte e utilizzate. Accessibili a chiunque sappia cosa e dove cercare.

Negli States, alcune società hanno imparato a utilizzare i dati di credito personali, ad analizzare tutti i messaggi inviati sui social alla ricerca di parole come “al verde” oppure “povero”, per stabilire il rischio di insolvenza dei loro clienti o addirittura se siano o meno dei potenziali delinquenti. Per alcune l’etica è importante, ma non per tutte. Avete presente il film Minority report? Quante decisioni potrebbero essere prese su di noi sulla base di dati che nemmeno sappiamo di condividere? Arriveranno a decidere a partire dai nostri like se stiamo per commettere un crimine?

Creando la piattaforma “predictiveworld”, il Centro psicometrico dell’Università di Cambridge ha realizzato un esempio facilmente sperimentabile, “per gioco”, di come sia possibile profilare gli utenti proprio a partire dalle loro identità social. Ovvero: Facebook non è solo uno strumento dove pubblichiamo le nostre interazioni con i nostri amici, ma uno spazio di infinita raccolta dati sulla nostra vita. A muoversi in questo spazio pieno di questioni aperte hanno provato i giornalisti Paolo Tomassone, presidente del Centro culturale Ferrari, e Davide Lombardi, videomaker e a suo tempo ideatore di Zooppa, piattaforma social per la creazione contenuti pubblicitari realizzati dagli utenti, in un incontro organizzato presso lo stesso Centro Ferrari e rivolto in particolar modo a educatori e docenti. I modelli previsionali, spiegano, non sono sempre negativi e vengono usati da tempo in pubblicità così come nelle campagne politiche: attraverso degli algoritmi sempre più precisi è possibile prevedere e interpretare i nostri gusti e ovviamente anche il nostro voto. Sempre con degli algoritmi, Facebook ci ricorda da quanto tempo siamo amici dei nostri amici e che cosa abbiamo fatto lo scorso anno, ci chiede “che cosa stai pensando” e ci suggerisce di comunicare al mondo “di che umore sei”. Condizionando la vita di oltre un miliardo e mezzo di persone.

I dipendenti di Facebook dalla fondazione della società ad oggi.
I dipendenti di Facebook dalla fondazione della società ad oggi.

Prima di lui esistevano già dei social network, allora perché questo successo? Tutto nasce con Facemash. Mark lo inventa in una sola notte, nel 2003: prende delle foto di ragazzi e ragazze di Harward e li mette a confronto per scegliere i migliori, con un classico “hot or not” game. Il server va in crash per il gran numero di contatti. Da lì a Facebook il passo è breve, il progetto si allarga alle altre università Usa, affinché gli studenti possano socializzare tra loro. Nel 2004 “The Facebook” è online, ci lavorano sette persone compreso Mark. Tredici anni dopo i dipendenti sono 17mila in tutto il mondo.

dentro-facebookEd eccoli, i numeri: quasi 2 miliardi di utenti, 1,09 miliardi le persone che lo utilizzano ogni giorno; 28 milioni gli italiani iscritti (21 milioni lo usano ogni giorno); 40 minuti il tempo che l’utente medio vi trascorre, 10 miliardi i like giornalieri.
“Per la prima volta si era creata una comunità virtuale che riprendeva le dinamiche normali delle comunità offline”, spiega così Davide Lombardi l’attrattività di Facebook. Zuckerberg, scrive nel suo libro “Dentro Facebook” la sua ex dipendente e ghostwriter Katherine Losse, usa spesso le parole dominazione e rivoluzione: ci ha infilati nel suo ecosistema e ci porta dove vuole, la nostra identità è ormai un I-tech e i confini del sé sono in costante ridefinizione tra l’online e l’offline.

E intanto Zuckerberg possiede un patrimonio personale di 60 miliardi di dollari e una vera e propria galassia social che ruota intorno a Facebook, grazie anche all’acquisizione di Instagram e Whatsapp. Non male per un’infrastruttura che, di fatto, non ha contenuti. Quelli li produciamo noi, creando giorno dopo giorno una nostra identità virtuale che è sempre più importante ed osservata. Con conseguenze spesso drammatiche. Le storie le raccontano film come “Il Sospetto” oppure “Audrie e Daisy”, uscito qualche mese fa sulla piattaforma Netflix a firma di Bonni Cohen e Jon Shenk, che ricostruisce la storia di due adolescenti violentate da ragazzi che ritenevano amici, perseguitate dalla comunità attraverso il passaparola e umiliate su Internet. “Cominci a credere che le cose brutte che dicono di te siano vere”, dice una delle due. La cosiddetta web reputation per i giovani non è un gioco, e nemmeno per gli adulti, come mostrano i casi di Tiziana Cantone, Laura Boldrini e Bebe Vio, riempite di offese “digitali” in una piazza virtuale in cui ogni persona si sente autorizzata di dire qualsiasi cosa.

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Tutta colpa dei social, allora? “Di certo hanno moltiplicato gli istinti moralizzatori della gente – chiarisce Paolo Tomassone – e la rabbia. Che è già lì fuori, ma si manifesta, amplificata, online”. Agli educatori il compito di non farsi spaventare, e tirar fuori qualcosa di buono da uno strumento tra i più rivoluzionari della storia e in continuo e veloce mutamento. Ci sono anche esempi positivi. Fare media education, disciplina che si sta pian piano consolidando anche in alcune delle scuole del territorio modenese, è proprio questo. Evitare di osservare questi strumenti come generatori di male, conoscerli più che criticarli, limitarli più che spegnerli, ricordando che la rete è rete di relazioni tra persone. E allora non ci si può chiudere del tutto. Perché niente mi arriverà dagli altri, se non condivido niente con gli altri.

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