Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

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Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
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A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

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I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

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