Storie da allacciarsi addosso

Storie da allacciarsi addosso

Paola Gemelli, di Sassuolo, da diversi anni è impegnata in progetti di Public History, raccontando i frutti delle proprie ricerche storiche al grande pubblico. Ha stretto un sodalizio con Daniel Degli Esposti, con il quale condivide esperienze professionali e il blog Allacciati le storie, perché le storie “ci insegnano a distinguere, ad avere uno sguardo critico sul presente e anche su noi stessi. A vivere con più consapevolezza e senso di responsabilità”.

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“Raccogliamo soprattutto storie che ci aiutino a capire chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e che cosa vorremmo fare del nostro presente – racconta Paola – Ci interessano soprattutto le storie che le comunità e i territori in cui siamo cresciuti hanno vissuto nel Novecento. Non lo facciamo né per la nostalgia di un piccolo mondo antico, né per l’ossessione legata alle radici. Partiamo dalla storia locale perché crediamo che aiuti a catturare l’attenzione delle persone. Raccontare vicende che riguardano la realtà vissuta nel quotidiano aiuta ad avvicinare la storia ai non addetti ai lavori. Quando ci si muove in uno spazio noto, il passato sembra meno lontano, pur non perdendo tutta la sua profondità. Proprio da questo punto possiamo partire per costruire un discorso storico capace di tracciare un legame fra il mondo di ieri e quello di oggi. Ci affascinano le storie di vita, le esperienze raccontate e raccolte dal basso, le vicende accadute lontano dai riflettori della “grande storia”: insomma, non solo e non tanto battaglie, sovrani, famiglie nobili e intrighi politici”.

Paola mi racconta di trovare molto stimolante nel suo lavoro il fatto di coinvolgere pubblici diversi, non necessariamente appassionati o interessati alla storia. “Mi è capitato infatti di incontrare persone che hanno partecipato alle iniziative e agli eventi perché toccavano temi e luoghi a loro vicini: diversi di loro non avevano affatto idea di amare la storia, ma sono andati a casa con qualche curiosità in più. Ancora più bella, poi, è la possibilità di “tornare a scuola” per portare la Public History agli studenti. Quando i ragazzi abbandonano la noia del manuale scolastico e iniziano a leggere la storia in un altro modo, hai la possibilità di risvegliare la loro curiosità. Per farlo, occorre utilizzare strumenti diversi, ma anche, a monte, orientare la ricerca in modo da scovare cose che siano interessanti per loro. Cambiare punto di vista è sempre stimolante!
Se, poi, i destinatari sono i bambini, la sfida si fa ancora più complessa, interessante e divertente. Trasmettere l’importanza di uno sguardo storico alle classi elementari è una delle missioni educative più belle che mi siano capitate. Recentemente ho lavorato insieme a Daniel ad un progetto che si chiama “Dai margini alla storia. Cittadini responsabili”, ideato da Arci Modena: abbiamo costruito una mappa che propone due itinerari nella storia della Resistenza a Fiorano Modenese e a Sassuolo, accompagnati da un piccolo gioco enigmistico. Da questo strumento partirà un percorso di didattica della storia: preparare le attività per il lavoro in classe è uno stimolo a rendere sempre più efficace, vivace e coinvolgente il nostro modo di proporre il metodo e il racconto della storia ai più piccoli.

spettacolo #cittadine al teatro comunale di Modena

Vado brutalmente al sodo: si guadagna qualcosa dal punto di vista economico da questa attività?
Direi che si guadagna più di qualcosa! Se poi vogliamo provare a quantificarlo, la mia esperienza mi dice che è una professione della quale si può vivere. Il mercato c’è, poi vivere o meno di Public History dipende molto dalle scelte e dalle attitudini personali. Per quello che mi riguarda, amo fare anche altro: mi sono sempre occupata anche di turismo e di comunicazione, digitale in particolare. Continuano a chiedermi di farlo, per cui i miei guadagni di libera professionista si dividono appunto tra comunicazione, turismo e Public History, a volte con incarichi che integrano tra loro questi miei tre ambiti di competenza. Ci sono state fasi della mia vita professionale in cui ho guadagnato di più dal turismo ed altre, come questa, in cui la gran parte degli introiti mi viene dalla Public History. La mia sensazione è che se scegliessi quest’ultimo ambito come unico ramo di attività, investendoci tutte le mie energie, potrei camparci. Come d’altra parte ci vivono altri professionisti che conosco. È ad esempio il caso del mio “socio” in affari Daniel Degli Esposti.
Detto questo, devo aggiungere che credo di capire il senso della tua domanda, perché penso che si debba agli stessi dubbi che all’inizio avevo anche io. Ovvero: verrà percepito il valore di quello che faccio e la sua utilità? Verrà riconosciuto come lavoro e ricompensato? Come spesso succede, credo che la risposta stia in noi, più che negli altri: se sono convinta del suo valore e riesco a comunicarlo, allora sarà ricompensato. Sta a me. Ci sono committenti, come l’università e altri, che non hanno bisogno di essere convinti e ci sono committenti con i quali invece è necessario “farsi valere”. D’altra parte questa capacità di darsi valore dovrebbe appartenere ad ogni professionista, che in fondo è un imprenditore di sé stesso.

Qual è una storia legata al territorio modenese che avete raccolto e che pochi o nessuno conosceva?
Bella domanda! Per rispondere, però, bisogna fare una premessa. Abbiamo avuto la fortuna di partire dalle ricerche che gli storici hanno fatto negli ultimi settant’anni. Quando abbiamo letto per la prima volta i loro libri, credevamo che fosse difficile scoprire qualcosa di nuovo o di più. Il bello della ricerca, invece, è che gli archivi e le persone hanno tantissime storie inedite da raccontare, molte più di quelle che uno studioso possa arrivare ad abbracciare. La difficoltà non sta tanto nello scovarle, quanto nel capirle e nell’inserirle in un contesto che permetta di trasmetterne il senso. In questi mesi ne abbiamo trovate diverse, ma una ci ha colpito in modo particolare: è successa a Vignola nel giugno del 1937, quando quasi tutto il paese girava intorno al business delle ciliegie. All’epoca la Cirio aveva uno stabilimento nel viale Trento e Trieste, dove lavoravano 300 operaie stagionali. La fabbrica assumeva soprattutto le ragazze per pagarle meno degli uomini. Le famiglie erano d’accordo, perché uno stipendio in più faceva comunque comodo, ma non mancavano le voci critiche. Un giorno infatti un cittadino si presentò dal podestà per chiedere che le operaie smettessero di uscire per le strade durante la pausa pranzo: credeva che la loro presenza fosse “un inconveniente” per il decoro pubblico. Ci aspettavamo che la protesta si esaurisse nella sua denuncia, invece il podestà scrisse una lettera al direttore dello stabilimento per evitare che “l’inconveniente” si ripetesse!
Non è un semplice aneddoto di colore: è una storia che, raccontata in modo corretto, fa emergere molto bene la complessità del contesto sociale e la mentalità di una comunità in un preciso periodo storico. Da fatti come questo un Public Historian può costruire un racconto “glocal”, che inserisce lo scenario del territorio in una cornice più ampia, attraverso il confronto fra le continuità e le specificità.

Paola-in-archivio-istituto-storico

Come si fa oggi, in mezzo a tutto questo frastuono, a prestare orecchio, bene, alle storie e ad allacciarsele addosso?
Mi chiedi i segreti del mestiere! È un discorso lungo, ma semplificando direi che di solito ci teniamo strette le cose che sentiamo nostre, che ci riguardano, che ci toccano in qualche modo. Se abbiamo questa percezione, è automatico tenersi strette le storie. Compito del Public Historian è accorciare quella distanza che è normale che le persone sentano rispetto al passato. Va fatto comprendere – direi anzi sentire – quel legame tra noi e le storie che solo apparentemente sono passate, ma che in realtà ci parlano del nostro presente e a volte sono più vive che mai. Il passato lascia traccia nel presente, lo condiziona, lo spiega… si tratta solo di vederlo. Lo storico tradizionale sa vederlo, il Public Historian sa anche comunicarlo, farlo vedere ai non addetti ai lavori. Può non essere facile far sentire la propria voce nel frastuono del presente, ma le chiavi per richiamare l’attenzione, superare l’indifferenza, coinvolgere il pubblico e tenerlo con noi fanno parte delle competenze di chi fa questo mestiere.

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Come comunicatrice, lavori anche in ambito turistico e culturale. Come si intreccia tutto ciò con la Public History?
Dal punto di vista di un manager del turismo, valorizzare un territorio significa prima di tutto conoscerlo, studiarlo, anche nel suo divenire storico. Fatto questo, occorre farlo conoscere agli altri, incoraggiarne e sostenerne la scoperta e la fruizione da parte di residenti e visitatori. Il punto d’incontro fra turismo e Public History si trova nella dimensione locale: quando gli “storici per il pubblico” studiano una comunità e il suo territorio, ricavano elementi importanti per raccontarli alle varie tipologie di fruitori. Ecco perché la Public History e il Management della valorizzazione del patrimonio territoriale hanno punti comuni, pur non sovrapponendosi completamente.

Daniel e PaolaProvo a fare qualche esempio per cercare di chiarire meglio questo punto. I fruitori di turismo culturale si muovono tra beni culturali – come monumenti, musei, edifici e luoghi con valenza storica e artistica – o anche andando a conoscere la cultura enogastronomica locale, le tradizioni, le produzioni artigianali o industriali… cultura in senso ampio, insomma. Se affidiamo lo studio di questo patrimonio ad un Public Historian, tutto ciò diventa prima oggetto di ricerca storica e poi elaborato e reso fruibile attraverso una narrazione, un discorso storico, che offre una profondità di sguardo solitamente molto apprezzata. Non si tratta di snocciolare nomi, date ed eventi in ordine cronologico. Si tratta invece di spiegare i nessi che li legano, soprattutto di rispondere alla domanda del perché certe cose sono accadute.
Per comunicare questi contenuti, ci si può avvalere di pannelli museali, installazioni multimediali, video, guide in carne ed ossa, applicazioni digitali… A volte vengono proposti percorsi attraverso luoghi significativi del territorio o eventi che combinano narrazione e arte. Gli strumenti sono infiniti, lo scopo è sempre quello di far conoscere storicamente e in modo interessante e coinvolgente un territorio. Tutti questi che ho elencato sono strumenti tipici della Public History, ma appartengono anche alla classica offerta turistico culturale che tutti conosciamo.
Guardando alla mia esperienza personale, in effetti progetti di questo tipo mi sono stati commissionati sia da soggetti pubblici e privati interessati allo sviluppo turistico culturale del loro territorio – come nel caso del comune di Fiorano con il Museo della Ceramica – sia da associazioni con obiettivi più legati alla disciplina storica. Penso ad esempio ai percorsi dell’applicazione digitale Resistenza mappe o alle camminate e pedalate di questa primavera organizzate dall’Istituto storico e dal Centro documentazione donna di Modena per il progetto #cittadine. In ogni caso progetti di questo tipo hanno un risvolto turistico, possono offrire vantaggi economici per un territorio… ed è un aspetto che aiuta.

Cosa ci insegnano le storie nel 2017?
Ci insegnano a distinguere, ad avere uno sguardo critico sul presente e anche su noi stessi. A vivere con più consapevolezza e senso di responsabilità. Ci insegnano che niente di quello che viviamo oggi è frutto solo o semplicemente del caso o addirittura del destino. Che si può sempre scegliere, magari non di fare tutto quello che vorremmo, ma tra qualche opzione sì. Ricordandoci sempre che anche non scegliere, anche restare indifferenti, è una scelta, con delle conseguenze. Ci insegnano che come le scelte che gli uomini hanno fatto in passato hanno determinato il nostro presente, così quelle del presente determineranno il nostro futuro. Mentre lo dico mi rendo conto che è un insegnamento che vale sempre, non solo per il 2017. Perché non si tratta di capire e conoscere una storia precisa e fine a se stessa, ma, attraverso questa, imparare a leggere il senso e i meccanismi del divenire storico fino al nostro presente. Questo per me è fondamentale.

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Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

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