“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

Le progettiste modenesi Francesca e Roberta Vecchi hanno curato i costumi del film “Sole cuore amore” di Daniele Vicari, uscito da poco nelle sale. Il cappotto rosso scelto per la protagonista Eli ha fatto il giro del web puntando i riflettori sulla storia: una lotta al femminile per una vita dignitosa nel mondo precario e frammentato di oggi. Francesca Vecchi ci ha raccontato qualche chicca del backstage, dietro le quinte del costume perfetto, dove lo studio incontra la libertà di espressione.

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La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

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Nata a Modena, si è laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Pisa. Lavora come autrice e copywriter collaborando con agenzie di comunicazione, enti culturali e giornali.

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