Se la ricostruzione passa dall’integrazione

Se la ricostruzione passa dall’integrazione

Arriva l’invasione: così è stata dipinto sui giornali l’arrivo di richiedenti asilo nelle aree del cratere fino a ieri escluse da quello che può essere definito “l’obbligo dell’accoglienza”. Oggi non è più così e i sindaci del cratere devono trovare piste per portare avanti, insieme, ricostruzione e integrazione.

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Sono arrivati nei giorni scorsi a Novi i primi quattro richiedenti asilo, in un’area che ancora porta, molto evidenti, i segni del terremoto del 2012. Prima tutta la zona del cratere era esclusa da quello che si può definire “l’obbligo dell’accoglienza”, proprio per la difficoltà di reperire alloggi e di farsi carico di situazioni che sarebbero diventate una vera e propria emergenza nell’emergenza. Oggi non è più così anche se popolazioni e amministrazioni comunali non hanno accolto ovunque e di buon grado la notizia. A Finale Emilia, ad esempio, il sindaco ha chiuso all’arrivo dei profughi, mentre a Novi di Modena la questione ha rischiato di far impantanare il nuovo primo cittadino, eletto solo pochi giorni fa.
Dove vengano accolti, da chi e soprattutto in che modo è al centro delle cronache di questi giorni. A occuparsene sul comune della Bassa Modenese il cui centro storico è ancora fermo a cinque anni fa, è la cooperativa Sociale Il Mantello. Cercando al telefono il presidente Andrea Maccari, ha risposto, in un italiano incerto, l’immigrato Alfred: il confronto è immediato con quella che è ormai una realtà, vale a dire la presenza di persone straniere nei nostri contesti di vita e di lavoro (a dirla proprio tutta, Alfred altri non è che lo stesso Maccari che, ormai stufo delle strumentalizzazioni sulla questione, boicotta così i rompiscatole).

Problema sovrastimato
“Noi abbiamo individuato un appartamento e, in quanto accreditati, ci siamo resi disponibili ad accogliere le quattro persone”, precisa Maccari. Già perché non è che i profughi vengono sbattuti lì a casaccio e in questo caso il prefetto ha garantito al nuovo sindaco massima collaborazione. E se da una parte sono evidenti le fatiche, dall’altra possono esserci opportunità nuove per risollevare un territorio che a quanto pare, contando solo sulle sue forze, non ce l’ha ancora fatta.

L’arrivo di quattro persone nel piccolissimo centro di Sant’Antonio in Mercadello – vivono qui solo 900 persone delle 10mila sull’intero comune – epicentro di una delle scosse del 20-29 maggio ha allarmato tutti: la comunità è piccola e si sta spopolando. La provincia di Modena ha ormai raggiunto la quota limite di 2100 ospiti, pari al 3 per mille dei residenti, ma lì quel minuscolo numero 4 ha un peso percepito enorme. La realtà dei fatti è che, dall’anno del sisma, si è passati sul comune da una media del 18 (con picchi del 21% a Novi) a una del 15% di stranieri, quindi come al solito e soprattutto grazie ai social, la dimensione fenomeno è sovrastimata.

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La fatica dell’accompagnamento
L’arrivo dei profughi, chiarisce comunque il presidente della cooperativa, può essere “gestito”. La sfida, qui più che altrove, è tenere insieme ricostruzione e integrazione. “Faremo il possibile, e l’impossibile, per inserire queste persone e condividere il progetto con la gente della frazione – afferma Maccari – siamo già in contatto con la Caritas e ci impegniamo a incontrare la comunità, gli amministratori, la parrocchia, per trasformare quello che viene immediatamente percepito come un problema, e lo dico senza retorica, in opportunità di rilancio e sostegno al territorio”. I ragazzi, se arriveranno, potranno svolgere quei lavori non sostitutivi di manodopera retribuita che sono di pubblica utilità, dando un contributo alla comunità: pulire il circolo, la chiesa, sistemare gli spazi comuni per limitare lo stato di abbandono e incuria in cui, quando mancano volontari che se ne occupano, rischiano di cadere alcuni ambienti.

Ma anche aiutare nell’organizzazione di feste e sagre: “si tratta – chiarisce il responsabile de Il Mantello – di trovare il giusto equilibrio con politiche intelligenti, né troppo buoniste, né oppositive (e oggi la legge che abbiamo in Italia è oppositiva) per costruire qualcosa insieme. La fatica è sempre quella dell’accompagnamento, ma avremo qualcuno che li affiancherà nel primo periodo mentre si inseriscono e svolgono le loro occupazioni. Non mancheremo di comunicare tutto quando si inizierà, allo stesso modo chiediamo a chi fa informazione coerenza e correttezza: qui giochiamo sulla pelle delle persone”. E quando si parla di pelle, si parla anche di soldi. 33 euro o poco più quelli che percepisce la cooperativa al giorno per ciascun ragazzo: qui ci sta dentro tutto, dai generi di prima necessità ai vestiti – che vengono dalla raccolta abiti usati – all’alloggio: stipulato l’affitto di un appartamento a Sant’Antonio (in centro e non un casolare di campagna come dicono i giornali) grazie al progetto di affitto casa garantito che permette di tutelare il proprietario rispetto al bene messo a disposizione.

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La forza della rete
Se l’accoglienza è organizzata a partire dalle direttive statali, la rete che si crea intorno a loro può fare la differenza nella qualità del percorso e nelle relazioni. Si tratta di tenere insieme i legittimi timori degli “autoctoni” senza sottrarsi alla responsabilità verso chi è nel bisogno, la sfida è non cadere nell’allarmismo fatto da chi cerca di spostare i consensi – i profughi non sono clandestini – e lavorare invece per creare ponti tra persone, dialogo.
Una delle esperienze riuscite è a pochi km da Sant’Antonio e nella stessa Diocesi e si chiama “Protetti. Un rifugiato a casa mia”. Il percorso è quello proposto da Caritas nazionale anche in risposta alle inqualificabili azioni che hanno preso di mira diverse Caritas diocesane nel Nord Italia per il loro impegno accanto ai migranti. Oltre 170 famiglie, 150 parrocchie e 30 istituti religiosi in tutta Italia hanno messo a disposizione circa 1.000 posti rispondendo all’esortazione di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi. Uomini e donne hanno così trascorso almeno 6 mesi in un contesto familiare protetto che scommettesse su di loro, dando fiducia e possibilità concrete di integrazione. Il tutto nella totale gratuità visto che i costi sono stati sostenuti dai soggetti coinvolti con una spesa finale che è stimata essere circa 6 volte inferiore a quelli ordinariamente sostenuti dalle istituzioni per la sola accoglienza.

La casa che accoglie, a misura di persona
Anche a Carpi si è fatto così, coinvolgendo ben cinque parrocchie e diverse famiglie nell’accoglienze di due persone. “Abbiamo trovato chi li ospitava per pranzo e cena – spiega Roberta Della Sala di Caritas diocesana – perché non fossero soli, chi li accompagnava in giro, a una partita di calcio, a una sagra, chi ha fatto con loro il curriculum e chi li ha aiutati a migliorare nella lingua. In questo modo si sono create piccole occasioni in cui, anche solo attraverso due chiacchiere, si sono ridotte le barriere culturali e le paure sono pian piano sfumate”. “La casa che accoglie diventa segno tangibile di integrazioni possibili e a misura di ogni persona: non si tratta di offrire solo un tetto e pasti – precisano i promotori – ma di accompagnare le persone accolte in casa a diventare autonome e a inserirsi gradualmente nel contesto sociale”.

Indice del buon risultato di questo metodo è che i soggetti coinvolti hanno voluto proseguire, hanno trovato una nuova casa sostenendo in parte l’affitto finché i ragazzi non sono riusciti a contribuire autonomamente. E allora anche nelle zone del cratere, dove la casa ha un valore diverso, questo può rappresentare un percorso possibile. Si tratta di aprire la propria fragilità – quella delle mura – e un’altra fragilità – quella del corpo – per costruire relazioni nuove. “Oggi i ‘nostri ragazzi’ si sono trasferiti a Modena ma le amicizie continuano, ci si incontra, ci si scambiano notizie – conclude Roberta Della Sala –; vivere insieme è davvero possibile”.

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Vivo a Fossoli di Carpi con tre figli e un marito che mi sopportano da un bel po'. Sono giornalista pubblicista, collaboro a siti internet e progetti editoriali, e tra un pancione e l'altro ho fondato insieme a cinque amiche il Centro di aiuto alla vita di Carpi per sostenere le mamme in difficoltà. Anche se sono io la prima mamma in difficoltà...

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