Schiave del sesso: il difficile è uscirne

Schiave del sesso: il difficile è uscirne

L’Onu stima che le vittime di tratta siano circa 21 milioni, per il 49% donne e il 33% minori. Il 53% è trafficato a scopo sessuale, per lo più donne e bambine. L’80% delle donne costrette a prostituirsi denuncia violenze, il 60% stupro. È la terza industria illegale (a livello mondiale) per fatturato: si stima che i trafficanti guadagnino oltre 150 miliardi di dollari ogni anno. Terzo e ultimo articolo sul tema della tratta nella nostra città.

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“Le incontriamo maggiorenni e solo dopo tornano minorenni. Arrivano con una storia già fatta da raccontare a chi le approccia per tirarle via dalla strada. Solo con il tempo acquisiscono fiducia negli operatori e, forse, riescono a dire la verità sulla loro età e sul loro vissuto. Ma è un percorso lungo e complesso”. Carmen Andoni è responsabile dell’Associazione Marta e Maria, legata al Ceis di Modena, e presso la quale sono accolte diverse ragazze vittime della prostituzione. Conferma il boom di ragazze nigeriane e le situazioni che anche altre associazioni hanno osservato a Modena, come pure a Reggio Emilia e Bologna. Le nigeriane sono tante – solo nel 2015 ne sono sbarcate quasi seimila – costano meno, 10 euro a prestazione contro i 30 di quelle dell’Est. E con la crisi risparmiare fa comodo. Inserirle è semplicissimo, ci sono reti di criminalità organizzata diffuse e importanti numericamente, oggetto di studio su tutto il territorio nazionale.

Si tratta di ragazzine e donne che hanno subito traumi già nella loro terra d’origine: “i padri che le vendono agli sfruttatori, mentre loro pensano di andare a fare le parrucchiere, la frustrazione di non potersi ribellare a questa situazione per il pensiero di figli o intere famiglie da mantenere. Poi il viaggio ‘della speranza’ con le violenze fisiche, sessuali, nelle ‘connection house’ in Libia soprattutto, raccontate dalle stesse ragazze ben consapevoli di ciò che avevano vissuto: le violenze di gruppo, le minacce di rivalersi sui loro cari, il debito da saldare che arriva fino a 20mila euro”. E, oltre le parole, un pensiero tremendo: “che ai loro occhi l’epilogo che stanno affrontando – la prostituzione forzata in strada – sia in un certo senso la parte meno dolorosa di tutto il percorso”. La condizione di tratta, grave sfruttamento, è spesso consapevole, come rilevano gli operatori di strada che le incontrano.

Leggi anche: “I due volti della tratta del sesso”. 

È anche per questo che scattano meccanismi psicologici di accettazione della propria situazione e una sorta di difesa dei propri sfruttatori: “ci vuole un anno perché si rendano conto che la strada invece è parte integrante di questa violenza”. E uscire è davvero, davvero, difficile: se rispetto alle costrizioni religiose, ai riti wudu, il dialogo con altre ragazze le aiuta a liberarsi dallo stato di sudditanza, in filigrana rimane sempre la paura di essere rimandate a casa. Il difficile, poi, è prospettare loro un’alternativa credibile, praticabile, per una vita oltre la strada. Le parole accoglienza e sostegno, recupero e reinserimento sociale vogliono dire, concretamente, relazioni finalmente libere dalla violenza, un po’ di denaro per le spese, un tirocinio che permetta di trovare un vero lavoro per mantenersi, nella speranza di un futuro diverso per sé e i propri figli e familiari lontani.

Photo credit: Joanna Coccarelli
Photo credit: Joana Coccarelli

I percorsi ci sono ma non risolvono tutto, e ovviamente è impossibile garantire un lieto fine, una integrazione piena. “Una buona percentuale riesce ad avere una vita normale: la rete di aiuto presente sul territorio è un’isola felice, i progetti sono lunghi, uno, due, anche quattro anni, perché situazioni così complesse e dure richiedono una presa in carico totale. Ma prima o poi queste ragazze lasciano l’ambiente di protezione e cosa possono trovare a livello di opportunità per loro? Occorrerebbe una maggiore apertura del territorio, della gente, dei datori di lavoro”, osserva Andoni.

Perché c’è sempre un’ambiguità di fronte a questi fenomeni: chi è più aperto e chi non vuole essere toccato, chi s’ingegna con tavoli e reti per trovare soluzioni e chi non vuole vedere quanto accade sotto i suoi occhi, nella sua zona. A volte, addirittura, c’è una rassegnata accettazione di una realtà: quella del “mestiere più vecchio del mondo”. Che questa sia la forma della schiavitù per il XXI secolo, per alcuni, è solo un dettaglio.

Immagine di copertina, photo credit: ono-send@i P1100240 via photopin (license).

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Vivo a Fossoli di Carpi con tre figli e un marito che mi sopportano da un bel po'. Sono giornalista pubblicista, collaboro a siti internet e progetti editoriali, e tra un pancione e l'altro ho fondato insieme a cinque amiche il Centro di aiuto alla vita di Carpi per sostenere le mamme in difficoltà. Anche se sono io la prima mamma in difficoltà...

1 COMMENTO

  1. A prescindere dai riti woodoo, in ambito di prostituzione tra soggetti maggiorenni, mi domando il motivo per il quale a cadere vittime della tratta di persone a sfondo sessuale debbano essere sempre le donne straniere, mentre quelle italiane ne debbano essere quasi esenti, sia in Italia, sia all’estero ed il motivo per il quale i marciapiedi del sesso a pagamento si svuotano durante le vacanze natalizie e pasquali, per non dire di osservare le stesse professioniste con uno smartphone in mano ed anche un’autovettura a disposizione. La risposta a tutto questo è quella che la schiavitù del sesso a pagamento non è molto diffusa.

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