Sassuolo, cosa raccontano le scritte anti immigrati

Sassuolo, cosa raccontano le scritte anti immigrati

Le scritte anti islamiche e anti immigrati di Sassuolo sono probabilmente opera di un singolo autore. Dunque un fenomeno isolato. Ma sono anche l'indizio di una convivenza difficile. “In vent'anni di vita qui nessun sassolese mi ha mai invitato a casa sua nemmeno per un caffè”, dice Hakim, un 50enne marocchino padre di due figlie nate a Modena. Una sassolese doc che desidera mantenere l'anonimato spiega fuori dai denti: "Abbiamo una percezione classista dell'immigrazione: non riusciamo a capacitarsi che Sassuolo non sia più quella di una volta”.

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Martedì Sassuolo si è svegliata con i muri imbrattati. Nella notte di lunedì scorso sono spuntate delle scritte anti-Islam. Dipinte con della vernice nera recitavano ”Non siete i benvenuti”; “Islam merda”; “Negri a casa”. Accanto a queste parole, il simbolo della croce cristiana. I graffiti anti-Islam sono stati ritrovati davanti al centro islamico Al Medina di via Cavour e sui muri della stazione ferroviaria Sassuolo Terminal.

“Pensiamo a un gesto isolato di qualche ignorante o di un ubriaco, oppure una provocazione da parte di qualche giovane confuso”, ha detto subito Hicham Ouchim, presidente di Al Medina tentando di gettare acqua sul fuoco ma non rinunciando certo alla denuncia sia alla magistratura che sui media e i social.

La comunità islamica di Sassuolo ha subito ricevuto la solidarietà sia delle istituzioni che della società civile locale eppure sui social continuavano a comparire commenti quali “E’ qualcosa che pensano tutti i sassuolesi”. Per Hicham Ouchim le scritte non sarebbero opera di un gruppo organizzato, non sarebbero un’azione premeditata ma poco più che una bravata “anche se la situazione va monitorata perché si tratta di un’azione riconducibile all’intolleranza etnica e religiosa”.

antiIS06Non è la prima volta che il centro islamico Al Medina è bersaglio di scritte intimidatorie e offensive. “E’ già successo 4 anni fa e ancora prima nel 2008”, ricorda Zahi Qassim, vicepresidente di origine palestinese del centro. A Sassuolo ci sono due associazioni di musulmani ma solo una ha una sede fisica. Nella cittadina del distretto ceramico abitano oltre 40mila persone di cui 2700 sono di fede islamica. I musulmani rappresentano la metà dell’intera popolazione immigrata: il 7% dei residenti sul territorio sassuolese è di confessione islamica. Un’immigrazione impiegata come forza lavoro in una delle zone più produttive d’Italia.

Dalla moschea cercano di mantenere un atteggiamento il più possibile distensivo, quasi minimizzando la portata di quanto accaduto: ”Abbiamo ottime relazioni con tutti, sia con le istituzioni che con la società civile. Nonostante qualche frizione con le passate amministrazioni pubbliche le nostre iniziative sono trasparenti e aperte a tutta la cittadinanza”, dichiara Ouchim la cui associazione partecipa alla giornata “Moschee aperte”, agli eventi sportivi locali e alle iniziative di stampo multiculturale. ”Da qualche anno aderiamo a un gran numero di manifestazioni pubbliche e il nostro centro islamico è diventato anche oggetto di studio da parte delle scuole e degli istituti locali che vengono a visitare la sala di preghiera. Che cosa possiamo fare di più per “integrarci”?”, dice il presidente di Al Madina.

antiIS09Ad alcuni fedeli è sorto il dubbio che sia proprio per il suo attivismo nel senso del dialogo interreligioso e per i suoi ambiziosi progetti, come quello di edificare un centro polifunzionale nella vicina Fiorano, che la moschea è stata presa di mira. Qualcuno che ha voluto minare il processo di apertura alla città del centro islamico, avvelenare i pozzi di un percorso costruttivo. Al di là delle congetture, si teme il contagio, lo spirito di emulazione. Le scritte sui muri della stazione sono comparse poco dopo quelle sulla moschea. La grafia e i contenuti lasciano pensare a un unico autore le cui azioni non sembrano destare però l’indignazione della città. E la leggera esasperazione del presidente della moschea quando chiede ”Che cosa possiamo fare di più di quanto non stiamo già facendo per integrarci?”, sono forse un indizio di una convivenza difficile.

Mentre la maggioranza dei sassolesi sembra voler derubricare le scritte anti-Islam a graffito di cattivo gusto, altri, nello spazio virtuale, sottoscrivono un messaggio poco sofisticato ma netto: ”Non vogliamo più immigrati e islamici”. La confusione fra il piano etnico e religioso è alle stelle. I musulmani magrebini diventano la categoria egemone del mondo migrante, vengono chiamati i “Tunca” (ndr: per tunisini) o i “Marocchi” anche se indiani o pakistani e la loro stessa presenza è sinonimo di povertà, emarginazione e degrado.

“Ho inevitabili e cordiali contatti con gli italiani e i sassolesi sul lavoro ma in vent’anni di vita qui nessun sassolese mi ha mai invitato a casa sua nemmeno per un caffè”, dice Hakim, un 50enne marocchino padre di due figlie nate a Modena. Una sassolese doc che desidera mantenere l’anonimato spiega fuori dai denti:”I sassolesi hanno raggiunto livelli alti di benessere, è una città ricca e i residenti hanno una percezione classista dell’immigrazione: non riescono a capacitarsi che Sassuolo sia diventata una “brutta zona”, invidiano i formiginesi perché da loro ci sono meno immigrati. I magrebini, dal canto loro, si sono organizzati con i loro negozi e la loro moschea. In realtà a Sassuolo ci sono due società parallele”.

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A confermare che dietro alle scritte apparse in città esiste una storia di inclusione sofferta e incompiuta, c’è la situazione della seconda associazione islamica di Sassuolo, Al Huda.

Fondata più di 20 anni fa dai primi immigrati arrivati a lavorare la ceramica dal Nord Africa, l’associazione Al Huda non ha una sede fisica. Negli anni e dopo vicende alterne i 150 musulmani affiliati all’organizzazione si sono trovati costretti a riunirsi in uno spazio pubblico all’aperto, in via Regina Pacis, regolarmente autorizzati dalla municipalità. Una concessione che suona beffarda:“Sono sette anni che preghiamo in un parcheggio per tir e autotreni nell’assoluta indifferenza di tutti”, afferma il presidente della moschea che non c’è, Mustafa Ganimi. Nei venerdì santi e durante il Ramadan il quadrilatero di cemento senza muri e tetto si copre di centinaia di tappetini rivolti verso la Mecca, un punto nel cielo nero sassuolese. Ai lati del parcheggio, due bagni chimici per le abluzioni.

“E’ una vergogna, la politica non ha fretta di regolarizzare la nostra posizione, noi intanto abbiamo sempre più difficoltà a spiegare ai nostri figli, nati a Sassuolo e cittadini italiani, che non ci è concesso pregare in un regolare edificio, che quello che vale per gli altri non vale per noi musulmani”, dice un altro fedele di al Huda Anware Zourrigua secondo il quale la vita di un musulmano a Sassuolo è dura, “molti di noi sono qui da decenni, sopportiamo il sospetto e le insinuazioni di terrorismo ogni giorno, non mi stupisce che siano comparse delle scritte anti-islamiche in città”.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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