Religioni: con Francesco un nuovo stile per il dialogo

Religioni: con Francesco un nuovo stile per il dialogo

Non c’è più una religione degli italiani, ma un’Italia delle religioni, e il dialogo diventa sempre più urgente e necessario. Lo dimostra anche la recente visita del Papa alla chiesa anglicana di Roma, una prima volta storica per Francesco, con il quale – sottolinea il teologo esperto di dialogo interreligioso Brunetto Salvarani – è cambiato completamente il linguaggio e lo stile della Chiesa Cattolica nei confronti delle altre religioni.

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L’incontro nella chiesa romana di All Saints, domenica 26 febbraio, è stata un’ennesima “prima volta” per un Francesco. Mai un Pontefice aveva incontrato la comunità anglicana di Roma. È lui il primo, a conferma della sua “linea strategica sull’ecumenismo”: c’è un passato da lasciare alle spalle e un futuro da costruire insieme, «liberi dai rispettivi pregiudizi», come «amici e pellegrini» – «desideriamo camminare insieme», operando con «umiltà» per le sfide del nostro tempo.

Brunetto Salvarani
Brunetto Salvarani

A sottolineare il cambiamento in atto è Brunetto Salvarani, teologo e scrittore modenese, docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna. Da coautore dei due più significativi – perché unici – rapporti sulle religioni in Italia, Salvarani osserva che con Francesco c’è un nuovo approccio al dialogo ecumenico e interreligioso. “La Chiesa cattolica, dal Concilio (con Nostra Aetate) in poi, sul piano ufficiale ha sempre scelto la via del dialogo. Ma nell’ultima stagione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si è puntato soprattutto al piano culturale, in particolare con l’Islam – grande punto interrogativo ancora oggi, in quanto non lo capiamo e non riusciamo a investire ecclesialmente. Con Francesco invece la logica diventa il ‘camminare insieme’. Un’espressione che ritorna spesso in Evangelii Gaudium così come nei molti e ravvicinanti incontri con leader o esponenti delle diverse religioni”.

Con Francesco c’è qualcosa di sostanzialmente nuovo in tema di dialogo?
Sì. È diversa la sensibilità di questo Papa, la sua storia personale, non europea ma latinoamericana, è radicata in una tradizione che punta molto alla prassi. Scherzando, ha detto che i teologi delle diverse chiese andrebbero portati su un’isola deserta a discutere tra loro. Lui parla a tutti, come vediamo nella Laudato si’: senza eliminare le differenze, ci esorta a sforzarci di vivere insieme, cogliendo così ciò che ci unisce, la dimensione umana della vita, lo sforzo di umanizzare il mondo, la terra come casa comune da salvaguardare.

dialogo

A margine dell’incontro con la chiesa anglicana il Papa ha parlato di un prossimo viaggio in Sud Sudan. Che significato ha?
È un viaggio ecumenico simile a quello che nell’aprile 2016 lo ha portato insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo nell’isola greca di Lesbo per visitare un campo profughi. Francesco stava parlando delle «giovani Chiese», che hanno da insegnare molto. E ha raccontato: «Le Chiese giovani hanno più vitalità e anche hanno il bisogno di collaborare, un bisogno forte; sono venuti i vescovi, l’anglicano, il presbiteriano e il cattolico, tre insieme a dirmi: Per favore, venga in Sud Sudan, soltanto una giornata, ma non venga solo, venga con Justin Welby, cioè con l’arcivescovo di Canterbury. Da loro, Chiesa giovane, è venuta questa creatività. E stiamo pensando se si può fare, se la situazione è troppo brutta laggiù… Ma dobbiamo fare perché loro, i tre, insieme vogliono la pace, e loro lavorano insieme per la pace…». Il Papa si affida sempre a gesti e parole molto concreti quando parla di dialogo interreligioso, e sottolinea spesso il prezioso contributo delle religioni a edificare la cultura dell’incontro e della pace.

Veniamo al nostro paese. All’inizio degli anni duemila nel suo rapporto parlava di “muro di vetro” – ci si guardava ma senza toccarsi mai –, dieci anni dopo tale barriera non era ancora infranta, ma si era “in mezzo a un cantiere delle fedi nello spazio pubblico”. Nel 2017 com’è la situazione?
È aumentata la consapevolezza che non c’è più una religione degli italiani, ma un’Italia delle religioni. Qualcuno pensa ancora che sia una stagione passeggera, in realtà siamo di fronte a un cambiamento di lungo periodo. La risposta a questa situazione è però ancora bipolare: c’è chi l’accetta e investe in buone prassi, rivolgendosi al popolo delle parrocchie, delle associazioni, impostando cammini di normalizzazione delle relazioni tra le diverse religioni presenti sul territorio; altri invece si lasciano muovere da paure e pregiudizi, complici la tv e i social network che amplificano queste dinamiche. A creare questo clima c’entrano altri fenomeni come le migrazioni o il terrorismo internazionale, la sicurezza, gli zingari: ci sono parti politiche che giocano su questo e nemmeno le comunità religiose riescono a mostrarsi all’altezza della situazione nel riportare il dialogo sui giusti binari.

Papa Francesco abbraccia i suoi due amici argentini, il rabbino Skorka e l’imam Abboud, presso il Muro Occidentale di Gerusalemme (26 maggio 2014)
Papa Francesco abbraccia i suoi due amici argentini, il rabbino Skorka e l’imam Abboud, presso il Muro Occidentale di Gerusalemme (26 maggio 2014)

Quali sono i passi più significativi in tema di relazioni?
Tra tutti, segnalo il Patto nazionale per l’Islam italiano, firmato il 1 febbraio al Viminale dal ministro dell’Interno Marco Minniti e dai rappresentanti delle comunità islamiche italiane: per la prima volta la maggioranza dei musulmani del nostro paese si è resa conto che è difficile restare uniti ma si deve. Parliamo di 11 soggetti, vale a dire il 70% delle associazioni islamiche del territorio, complessivamente 1,6 milioni di fedeli. Si tratta dunque di una relazione istituzionale di alto livello, su impegni specifici e rilevanti come i sermoni in italiano, la formazione degli imam, i giovani, le sedi e ovviamente la presa di posizione rispetto a situazioni in cui i confratelli stessi sono perseguitati. Un quadro insomma, che prefigura una intesa con lo Stato.

Il pluralismo è una sfida per tutte le religioni, diceva anche il Cardinale Martini. Secondo lei quali sono le sfide di oggi?
La prima è sicuramente conoscere il fenomeno, interrogarsi sulla situazione. C’è un immaginario collettivo che ingigantisce i numeri della presenza musulmana, molti in questi anni si sono finti islamologi insistendo su luoghi comuni che non hanno fatto bene, a partire dall’idea che ci sia una realtà monolitica sempre uguale a se stessa anche sul piano storico (siamo fermi a Lepanto ed è un problema molto serio). Per uscirne bisogna decostruire l’immaginario collettivo, e costruire invece una dinamica relazionale. Anche qui abbiamo sbagliato. Serve più disponibilità e attenzione, a partire dalla narrazione di sé e dall’ascolto delle narrazioni altrui più che da grandi discorsi: riconoscersi vicendevolmente fratelli e sorelle sulla terra, come ci chiede il Papa, sarebbe un bel punto di partenza.

Immagine di copertina: selfie interreligioso in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate” sulle relazioni della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane (28 ottobre 2015).

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Vivo a Fossoli di Carpi con tre figli e un marito che mi sopportano da un bel po'. Sono giornalista pubblicista, collaboro a siti internet e progetti editoriali, e tra un pancione e l'altro ho fondato insieme a cinque amiche il Centro di aiuto alla vita di Carpi per sostenere le mamme in difficoltà. Anche se sono io la prima mamma in difficoltà...

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