Quel pezzo di città chiamato carcere

Quel pezzo di città chiamato carcere

Compie trent'anni l'associazione Carcere-città. A distanza di tanto tempo (e tanto lavoro) gli obiettivi - ci spiega Paola Cigarini, referente dell'associazione - restano sempre gli stessi: fare del detenuto una persona responsabile; far recuperare questa dimensione come base delle azioni che si compiranno dentro e fuori dal carcere.

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Paola inizia a parlare come se stesse riprendendo un discorso interrotto, un argomento momentaneamente lasciato lì e che, ora, continua da dove aveva smesso. Il carcere non è una parte di qualcosa, è il qualcosa, cioè la preoccupazione principale di una giornata che sta già finendo, ma che ancora ha spazio per qualcosa. “Alle 8 stasera devo andare a un phone center e chiamare un parente di un detenuto, per una transazione di soldi, 40 euro e non più 45, perché nel conto ne ha soli 43. Chiamo e dico loro di aspettare quella cifra”. Poi forse questa giornata finirà o forse avrà semplicemente una pausa sonno.
La giornata, in effetti, è iniziata nel 1987. Paola Cigarini e un gruppo di altre persone erano cittadini senza problemi diretti con la tossicodipendenza, ma curiosi di capire le ragioni di un problema che stava devastando tante vite. Inoltre, proprio in quegli anni, dilagò l’AIDS e diventava ancor più pressante fare qualcosa. “Un giorno leggiamo sul giornale “morto per overdose in carcere” e siamo rimasti stupiti. Ma come fa uno a morire di droga in carcere? ci chiedevamo nella nostra più completa ingenuità. Il carcere è un luogo chiuso, impermeabile, quindi protetto. Decidiamo allora di entrare in carcere. E nasce Carcere-città

Paola Cigarini
Paola Cigarini

La parola è una sola e il trattino serve per sottolinearlo. Il carcere è l’altra faccia della mela che è la città. Non è un luogo a parte, isolato e che non c’entra niente con case, strade, parchi e coloro che li vivono. Il gruppo inizia un intenso lavoro di domande, alle quali cercano risposte. Raccolgono questa curiosità gli allora parlamentari Luciano Guerzoni e Maria Teresa Granati. Paola si fa passare come portaborse del primo e lo accompagna nel carcere; mentre insieme alla Granati c’era una giornalista dell’Unità. La prigione a Modena era ancora Sant’Eufemia, in pieno centro. Però restava un luogo impenetrabile. Si potevano vedere le guardie entrare ed uscire, oppure qualche parente che parlava con un detenuto urlando dalla strada alle finestre. Ma restava un fortino ben chiuso. E di ragioni ce n’erano. Poi il carcere è spostato a Sant’Anna e questo diventa un problema. Perché se gli edifici diventano migliori per le loro funzioni, la posizione è davvero infelice. I detenuti hanno parenti che spesso si spostano con i mezzi pubblici. Il capolinea dell’autobus è davvero lontano e i passaggi sono rari. Carcere-città cerca, allora, di mantenere un ponte tra le due realtà.

“Il lavoro che facciamo – spiega Paola – è innanzitutto un’attività di ascolto. La relazione di aiuto è lo strumento per sostenere il detenuto e per aiutarlo a mantenere relazioni con le poche realtà che gli stanno intorno: i parenti, gli avvocati, gli educatori del carcere… Poi cerchiamo di organizzare delle attività che possano lasciare qualcosa. Facciamo attività culturali, curiamo con i detenuti il giornalino del carcere, abbiamo corsi di sostegno scolastico per la sezione dei “protetti”, guidiamo gruppi al femminile, portiamo in carcere studenti o autori che aiutino i detenuti ad avere momenti costruttivi e interattivi.”
L’associazione Carcere-città ha allestito uno spazio che si chiama Ulisse, nel quale possono andare i detenuti e passare delle ore fuori dalla cella, non da soli né in ozio. Le attività, oltre quelle già dette, sono le più varie. Lo scopo è quello di intrecciare una relazione che poi possa affrontare i problemi della persona, del suo periodo in carcere e, soprattutto, dell’uscita.

Paola continua il suo racconto, come un torrente in piena, che cerca di trasmetterti tutta la freschezza di cui è portatore. “Oggi è più difficile. Sono aumentati i tossicodipendenti, i clandestini e gli stranieri in genere. Questi ultimi sono il 60% a Sant’Anna. Cosa possiamo fare per loro che, quando escono, spesso non hanno dove andare? Come costruire qualcosa che resti nel tempo? Molte volte non restano neanche a Modena o sono costretti a spostarsi.” Il lavoro di questi volontari diventa allora frustrante, perché privo di prospettive. Invece, trovano sempre qualcosa che abbia almeno la promessa di un risultato di lunga durata. Innanzitutto, il tema filo conduttore dell’approccio al carcere e ai detenuti fin dalla nascita dell’associazione: la responsabilità. “E’ il tema costante che noi proponiamo, attraverso qualsiasi forma. Basta piangerti addosso, basta lamentarti del destino! C’è una responsabilità nelle cose che hai fatto che va affrontata e imparata. Per viverla dopo. Una responsabilità verso le leggi, verso te stesso e la tua famiglia. Questa è una presa di coscienza necessaria, perché non può essere tutto frutto del caso. Ma c’è anche – continua Paola – una responsabilità della città, che ti deve riconoscere e accogliere di nuovo. Ci sono tanti modi per portare a questa consapevolezza. Tra poche settimane partirà un corso di scrittura creativa, tenuto da un professionista. Vi parteciperanno 7 detenuti e 7 persone da fuori. Sono tutti padri e saranno tutti studenti del corso. La paternità è il tema uguale per tutti e la loro creatività e il confronto di averla fatta emergere insieme porterà loro ad una riflessione comune sulla responsabilità di essere papà.”

Il carcere di Sant'Anna. Fonte: Sinappe.
Il carcere di Sant’Anna. Fonte: Sinappe.

Paola continua il racconto della attività dell’associazione, zigzagando apparentemente da un discorso all’altro, ma tornando poi sempre a questo grande pensiero che la sua associazione ha: fare del detenuto una persona responsabile; far recuperare questa dimensione come base delle azioni che si compiranno dentro e fuori dal carcere. Il tutto con questa azione costante di relazione, “segui queste persone e porti loro anche buone notizie. Questa è una piccola luce nel buio nero come la peste che è ancora il carcere”.
Ma allora, Paola, perché siete andati proprio in carcere? “Il carcere è un luogo ipnotico, ci ha conquistati, quando vi siamo entrati per sana curiosità. Oggi ci vogliamo portare dentro la città e vogliamo portare il carcere in città. Sai? Io penso che la pena dovrebbe essere scontata nel territorio, perché solo l’incontro con la vita reale apre una nuova strada. Come fa uno che non ha mai vissuto nella realtà, per droga o reati, ad entrare nella società e saltarci fuori? Almeno diamo loro il senso di responsabilità, E’ un obiettivo davvero importante per Carcere-città, che traccia ogni altra iniziativa.” Il gruppo di carcere-città, che a Sant’Anna collabora anche con le altre due associazioni presenti Porta Aperta e Rinnovamento dello Spirito, è composto da una dozzina di persone. Le attività sono sostenute da € 4500 di finanziamento annuo del Comune, una cena di autofinanziamento e richieste a vari amici.

Cercate volontari? “Noi cerchiamo persone che abbiano una dote che vogliano portare in carcere e metterla a disposizione; cerchiamo persone che ci aiutino nell’accoglienza e nei momenti dei colloqui tra il detenuto e la sua famiglia, perché ci sono spesso dei bimbi e questi un po’ partecipano al colloquio, un po’ vanno tenuti mentre continua la mamma a farlo. La relazione con i detenuti è, invece, più difficile, Occorrono persone mature e con molto tempo disponibile. Soprattutto persone curiose, con una sana curiosità!”
Paola Cigarini non mi congeda, ma si capisce bene che ci sono ancora alcune cose da fare prima di rientrare. Il carcere è davvero una parte importante di questa persona, che lavorava alla SIP, che oggi chiamiamo Telecom, che oggi è in pensione dall’azienda telefonica, ma è per molto tempo nel carcere di Sant’Anna. “Non ci sono solo io, scrivilo. Siamo 12 e tutti facciamo a proprio modo le cose che ti ho raccontato”
Dodici persone che fanno da ponte tra due luoghi, entrambi chiusi, entrambi da aprire di più.

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Nasco il giorno della festa della donna del 1968. Oggi sono marito e padre, figlio e fratello, amico e frequentatore di edicole. Gioco a calcio e lo guardo per TV; faccio qualche fotografia, leggo e scrivo. Frequento il commercio equo e solidale, un ottimo e concreto modo per non essere complice di disuguaglianza e sfruttamento, di sostenere l’economia reale e essere un consumatore consapevole. Sono un credente incredulo, nell'ordine, di Gesù, del Modena e dell'Inter, dell'amore e della gioia di giocare insieme, a qualsiasi età Osservo e ripenso alle cose che succedono, ci vivo dentro e, a volte, ci scrivo.

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