Quel meraviglioso universo in 3D nascosto tra le pagine di un libro

Quel meraviglioso universo in 3D nascosto tra le pagine di un libro

Abbiamo incontrato Massimo Massiroli, collezionista di libri pop-up che alla recente edizione della Bologna Children’s Book Fair ha esposto parte della sua meravigliosa collezione di oltre 3.000 pezzi. Capolavori frutto di un artigianato antico capace di trasformare i libri in sculture di carta attraverso pieghe, leve e sostegni.

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Ha cominciato a collezionare libri pop-up nel 1978, quando rimase affascinato da una riproduzione ottocentesca in un mercatino di antiquariato e la acquistò. Sono passati quarant’anni e da allora non ha mai smesso di andare alla ricerca di questi oggetti speciali che non esita a definire magici.
Nell’ambito della mostra “Pop-up show: la magia dentro i libri”, in anteprima assoluta alla 54° edizione della Bologna Children’s Book Fair, abbiamo incontrato il collezionista di libri pop-up Massimo Massiroli, che ne è anche uno dei curatori insieme a Matteo Faglia.
La mostra, che ha avuto 8.000 visitatori nei quattro giorni della fiera del libro per ragazzi, dal 3 al 6 aprile, ripercorre la storia dei libri a tre dimensioni, dalle prime edizioni in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, che vedono la luce con la nascita della letteratura per l’infanzia, agli anni ’70 del secolo scorso. Vi sono esposti 78 libri, tutti originali, appartenenti alla meravigliosa e unica collezione di oltre 3.000 pezzi, la maggior parte antichi, che Massiroli custodisce a Forlì. Nel condurci alla scoperta di questo mondo incantato, ci racconta la sua passione per questi speciali libri illustrati: «Preferisco acquistarli via internet, perché quando mi trovo faccia a faccia con il venditore non riesco a celare il mio entusiasmo: per un libro che costa 50 euro sarei disposto a pagare anche il doppio!».

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Li tiene quasi tutti in libreria, perché quando sono chiusi i libri pop-up sono semplicemente libri. La magia avviene quando li si apre: è allora che le creazioni illustrate travalicano la pagina su cui giacciono, quasi a voler saltare fuori, per poi tornare al loro posto ripiegandosi su se stesse quando li si richiude, grazie a un delicato meccanismo, complesso e preciso, di pieghe, linguette e sostegni in carta. Immagini che evocano l’effetto della tridimensionalità senza bisogno degli occhiali o della stampante 3D.
In origine c’erano gli effetti ottici dati dalle sequenze di immagini da guardare attraverso un buco nel diorama teatrale del 1730, di cui in mostra è esposto un esemplare, o nelle scatole prospettiche: tutti i tentativi di “dare vita” alle immagini, che porteranno alla fotografia e poi al cinema, partono da qui. Il primo passo verso il pop-up vero e proprio è il libro a soffietto (peep-show), costruito come una fisarmonica, che da steso poteva raggiungere una lunghezza massima di 1,5 metri. Ci sono poi i libri a piani, costruiti con gli scenari come le quinte di un teatro, collegati tra loro da piccoli sostegni di carta. Lo spartiacque nella produzione lo segna il 1932, quando il termine pop-up compare per la prima volta in un’edizione statunitense del libro di Pinocchio. Registrato come marchio, quindi soggetto a copyright, è stato ad uso esclusivo della Blue Ribbon Books per 15 anni, divenendo solo dopo il fallimento della casa editrice il nome comune ancora oggi utilizzato per indicare questo genere di libri.

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Ma come si crea un libro pop-up? «Non esistono macchine né tecnologie per realizzarli. Si tratta di un lavoro manuale certosino, fatto con carta, colla e forbici; per questo la produzione è ancora oggi molto costosa e si concentra per lo più nei paesi orientali. Per superare la bidimensionalità dell’illustrazione su carta, occorre prima “pensare” l’immagine su più piani, oltre a quello orizzontale della pagina scritta, progettarne poi la resa e costruire quella che diverrà una scultura di carta attraverso pieghe, leve e sostegni». Massimo Massiroli non si è limitato a coltivare la sua passione come semplice collezionista: dal 1992 realizza lui stesso libri pop-up. È infatti divenuto autodidatta, un cartotecnico da illustrazione piana tra i più affermati in Italia. Tra le sue creazioni, ci mostra orgoglioso un libro sul presepe disegnato da Emanuele Luzzati.

Che effetto fa essere uno dei pochi paper-engineer per dirla all’anglosassone? «A volte qualcuno mi chiama ingegnere, ma mi viene quasi da ridere perché io non lo sono, non lo sono affatto!». Eppure, considerato il successo che i libri pop-up continuano a riscuotere nella nostra era digitale, non sembra davvero esagerato chiamare “ingegnere della carta” chi con maestria costruisce queste opere d’arte, precursori del 3D e dell’interattività. Anche se ingegnere non è.

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Dalla bassa bolognese, laureata in economia e in scienze della comunicazione, collaboro con varie realtà del terzo settore, tra cui l'ong AIFO, e da alcuni anni sono approdata alle Edizioni Dehoniane Bologna, dove lavoro per la redazione. Mi piace descrivere le sfumature, quelle che di corsa, a volte, non si riescono a notare.

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