Quando “semplificare” significa ridurre le garanzie (dei più deboli)

“Scandaloso e vergognoso”.
“Strumento a discapito dei diritti”.
Si potrebbe riassumere così il commento sul decreto Minniti-Orlando degli operatori modenesi che a vario titolo lavorano con i profughi e che nella stragrande maggioranza hanno contestato l’ultima misura presa dal Governo italiano in materia di procedure di riconoscimento dello status di profugo.

Il decreto, convertito nella Legge 46 del 13/04/2017, porta il nome del ministro dell’interno Marco Minniti e del ministro della giustizia Andrea Orlando e contiene “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Si capisce, quindi, già dal titolo l’obiettivo principale della legge, che ha 4 contenuti prioritari: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.

Elisabetta Vandelli
Elisabetta Vandelli

Secondo le dichiarazioni degli stessi ministri, il decreto nasce dall’esigenza del governo di accelerare le procedure per l’esame dei ricorsi sulle domande d’asilo, che nell’ultimo anno sono aumentati e hanno intasato i tribunali. A questo proposito sono state create 26 sezioni speciali, cioè tribunali di primo grado specializzati, con giudici dedicati. “Già questa misura è un’anomalia nel sistema giudiziario italiano, che porterà ad un isolamento culturale – ci spiega Elisabetta Vandelli, di Avvocati di strada di Modena e membro del comitato scientifico del Festival della Migrazione – Questi tribunali speciali non sono dedicati ad una materia, come ad esempio i tribunali del lavoro, ma ad una categoria di persone, i migranti, in particolare i migranti più poveri, perché sono questi coloro che arrivano nelle nostre coste e cercano un riconoscimento legale, senza avere i mezzi di sussistenza.” Isolare questa tipologia di persone ha già un’indicazione molto precisa. Inoltre, si nega al profugo il ricorso in appello, rimandando alla Cassazione l’ultimo verdetto per coloro che vogliono ricorrere contro il diniego, che è espresso, fra l’altro, nella maggior parte dei casi. “La Cassazione non entra nel merito della domanda e della risposta, ma esamina solamente i difetti di procedura. In questo modo le spese saranno maggiori per i richiedenti, che avranno bisogno di avvocati specializzati nella materia e rischiano, comunque, di attendere più a lungo l’ultima sentenza.”

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Prima di arrivare all’eventuale secondo grado c’è, ovviamente, la domanda iniziale, che richiede l’esame del giudice. Con gli sbarchi degli ultimi tempi le domande sono aumentate e i tempi si sono allungati. La durata dei procedimenti di primo grado è in media di sei mesi. Per velocizzare ulteriormente questa procedura l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito con un rito camerale senza udienza, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Il profugo, quindi, non andrà davanti al giudice e aspetterà la risposta; potrà essere chiamato per chiarimenti, ma non ha la garanzia e perderà ogni possibilità di essere direttamente coinvolto nella spiegazione della propria storia e nell’avanzamento delle proprie richieste. Inoltre “il decreto è un provvedimento d’urgenza, – continua l’avvocato Vandelli -che viene emanato, appunto, per materie che necessitano di risposte veloci a nuovi problemi, evitando il passaggio parlamentare o riducendolo moltissimo, con il risultato di non affrontare in modo strutturale e programmato la materia da normare”.

Giorgio Dell'Amico
Giorgio Dell’Amico

“Ma qual è poi l’emergenza di cui stiamo parlando? – si chiede Giorgio Dell’Amico, operatore della cooperativa Caleidos e coordinatore provinciale del progetto di accoglienza straordinaria presso la Prefettura di Modena – L’emergenza è un terremoto, l’arrivo dei profughi è iniziato in modo quantitativamente più rilevante dal 2011 e non accenna a fermarsi. Le previsioni sul medio periodo dicono solo di numeri in aumento, che poi non sono ancora così elevati, perché stiamo parlando di un milione di profughi in un continente di 500 milioni di abitanti, mediamente agiati, come l’Europa. La vera emergenza profughi è in Uganda, ad esempio, dove ci sono più di due milioni di rifugiati e dei campi di accoglienza che sono sotto ogni limite di garanzia dei diritti fondamentali. A Modena e provincia ci sono 1200 profughi e altri arriveranno. Caleidos, che non è l’unico soggetto che lavora nell’accoglienza dei migranti, sta faticando a trovare gli alloggi dove metterli e gli operatori che li devono seguire. Abbiamo 80 educatori, 35 mediatori, 20 insegnanti e una trentina fra tirocinanti e altre persone variamente impegnate. Ma non saranno sufficienti per affrontare i nuovi arrivi, già annunciati dalle prefetture. Dov’è quindi l’urgenza se sono almeno 6 anni che siamo in questa situazione e ne avremo chissà quanti davanti?”.

Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info
Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info

L’accorata analisi di Dell’Amico è tragicamente realistica. Anche perché i profughi che sbarcano in Europa non abbandonano il proprio Paese solo a causa della guerra, ma anche per la negazione dei loro diritti fondamentali, per governi che opprimono delle etnie o delle minoranze o a causa di situazioni economiche e di sfruttamento del lavoro, causate anche dalle politiche estere dei paesi europei. “Queste persone non avranno facilmente il riconoscimento di rifugiato, i criteri di valutazione già ora non c’entrano con la loro realtà. In Italia gli ingressi per lavoro sono fermi dal 2007, la conversione del permesso non è possibile. Il decreto, ora legge dello Stato, ha formalizzato una procedura di diniego, che creerà un numero altissimo di cosiddetti clandestini, che non potremo rimpatriare, perché non ci sono risorse né strumenti per farlo. Questa è una gestione miope”. “Fra l’altro – precisa Elisabetta Vandelli – già lo status di clandestino è una forma giuridica discutibile, introdotta dalla Bossi-Fini, che criminalizza l’intera persona e non solo la sua situazione. Questo decreto riguarderà anche quegli stranieri che oggi hanno un permesso di soggiorno e che potrebbero perderlo, perché perdono il lavoro, diventando “clandestini”, secondo la Bossi-Fini, se non lo ritroveranno entro un anno. Insomma sta generando una situazione che non affrontiamo nemmeno”.

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Lavorare, quindi, nell’accoglienza dei profughi sarà ancora più difficile. Lo spiega bene Dell’Amico, che ci racconta della tensione crescente fra gli stranieri, che già si aspettano nuove difficoltà, che faciliteranno l’insuccesso della loro ricerca ad una vita dignitosa. Il diniego, infatti, rilasciato con questa procedura che già alcuni contestano anche nella sua costituzionalità, genera persone senza meta, quindi facile preda della manodopera del lavoro nero, della criminalità organizzata; persone esasperate che saranno ancor più tentate a compiere azioni illegali per sopravvivere, facendo aumentare il senso di insicurezza e l’ostilità. “Io dico che questa situazione radicalizzerà le posizioni e vediamo bene cosa genera l’integralismo”, chiosa Dell’Amico.

La Legge 46 ha anche la classica “ciliegina sulla torta”. La costituzione di nuovi centri di permanenza. C’è la questione di dove mettere i richiedenti che attendono risposta al riconoscimento del loro status. Il decreto istituisce i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e avranno un totale di 1.600 posti, suddivisi in 20 sedi, una per Regione. “La legge prevede che siano di massino 100 unità, lontani dai centri abitati, con i giorni di permanenza obbligatoria aumentati. Ancora una volta l’impostazione è “noi” e “loro”; e nelle carceri oggi ci sono più garanzie” La fotografia è ancora dell’avvocato Elisabetta Vandelli, che ben conosce questa realtà: “Già in passato si è visto il fallimento di questi centri. Oggi li si vuole mettere lontani dalle città, così da allontanare visivamente il problema, impedire l’integrazione, aumentare le tensioni e l’esasperazione dei trattenuti, che intensificheranno azioni di protesta, anche violenta o di autolesionismo. Facile immaginare che aumenterà la tensione sociale e ancora l’insicurezza generale”.

Il tema dei profughi richiederebbe ancora molte altre riflessioni: diritti civili, integrazione, accoglienza, disparità, sfruttamento, politica estera, economia colonialista, sicurezza, rispetto delle leggi e dei costumi sono i principali capitoli di un tragico copione che sta avvolgendo l’Europa e il mondo occidentale, solo perché in Asia e in Africa i campi profughi stanno già esplodendo di miseria e disperazione. Quello che è chiaro è che ad oggi mancano interpreti autorevoli e lungimiranti, che possano fornire agli altri protagonisti della scena una parte dignitosa e garantita. E questo è negato sia agli attori europei che agli extra europei. Il decreto Minniti-Orlando ha evidenziato in poche righe moltissime di queste mancanze.

Immagine di copertina, photo credit: mitchell haindfield another brick in the wall via photopin (license)

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