Oriele e le altre. Quelle gran donne della fabbrica del tabacco che...

Oriele e le altre. Quelle gran donne della fabbrica del tabacco che abbiamo dimenticato

Lasciati per un attimo da parte i ben noti problemi successivi alla ristrutturazione, la manifattura tabacchi è un bell’esempio di architettura industriale. Ma niente, nemmeno una piccola targa, ricorda le tantissime donne che hanno lavorato in quella che fu la prima fabbrica a Modena, e quasi esclusivamente femminile. A loro è dedicato "Oriele e la fabbrica del tabacco", uno dei romanzi in catalogo della nuova casa editrice, "Il dondolo". La nostra intervista all'autrice Elena Bellei.

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Operaia durante il Ventennio alla Regia Manifattura Tabacchi di Modena – dove si entra con “un certificato di miseria, un attestato di moralità e una raccomandazione” di un qualche notabile della città – Oriele è la protagonista di “Oriele e la fabbrica del tabacco”, uno dei primi romanzi in catalogo della nuova casa editrice “digitale, civica e autarchica” nata all’ombra della Ghirlandina, “Il dondolo”, diretta da Beppe Cottafavi. Come lei sottoposte alla dura disciplina di fabbrica, Teresa, la Bruna, Argìa, Elide, Angiolina e altre, condividono con Oriele fatiche e umiliazioni quotidiane, ma anche l’ironia e il buonumore, e infine il coraggio della rivolta in una storia di riscatto umano e sociale magistralmente orchestrata dalla giornalista e scrittrice modenese Elena Bellei. Il romanzo si può scaricare gratuitamente in formato epub e mobi qui.

Il tuo libro, “La Fabbrica del Tabacco”, parla delle operaie della Manifattura tabacchi di Modena, nel periodo che va dal fascismo alla Liberazione. Come lo definiresti? Un libro di storia? Una saga familiare? Una storia di donne?
La manifattura dei tabacchi di Modena è un bell’esempio di architettura industriale. Sembra un quadro di De Chirico. Di un bel colore rossomodena, una ciminiera imponente, un cavallo di Mimmo Paladino. Un’esperienza metafisica. Peccato che non ci sia nessun segno dedicato alle donne che lavoravano lì dentro. Una scultura, una targa… niente. E’ stata la prima fabbrica a Modena e quasi esclusivamente femminile. Allora le vogliamo ricordare o no queste paltadore?

Fonte immagine: Comune di Modena.
Fonte immagine: Comune di Modena.

Un libro storico sulle donne, dunque. O meglio, di donne protagoniste della storia, quella quotidiana fatta di lavoro e fatica, e quella con la S maiuscola che fa da sfondo alle loro vicende.
Mettiamola così, anche se definirlo mi interessa poco. La Storia che fa da sfondo è il ventennio fascista. All’epoca la gestione della Regia Manifattura veniva data in appalto. Da appalto viene il nome appaltadora o paltadora. Qualcuno le chiamava anche tabacchine con quell’odioso diminutivo che si usa anche per le rezdore che fanno la sfoglia. Le sfogline. Non lo sopporto. Come veline, letterine. Come fossero eterne bambine. Erano donne forti che tenevano testa a fatiche e soprusi dentro e fuori la fabbrica. Pronte alla battuta, ironiche, insomma le donne di qui… Meglio, le donne di qui di una volta. Non si scoraggiavano nemmeno di fronte alle malattie. In manifattura ci si ammalava di tubercolosi, il tasso di abortività era altissimo a causa dell’ambiente tossico.

Elena Bellei
Elena Bellei

Nel libro c’è la voce di Oriele, la protagonista, che parla in dialetto come le sue compagne di lavoro. E poi c’è la voce narrante, neutra, che racconta in un italiano corretto.
Si vede quel che succede attraverso gli occhi di Oriele, e quando Oriele perde la ragione e la memoria è Fortunata, la figlia, che racconta di lei e delle altre. Le vuole tenere in vita, nel ricordo. Poi c’è la voce neutra che ci fa conoscere il dottore, il pediatra.
Le paltadore erano donne particolari, erano delle diverse. Intanto avevano soldi in tasca in un’ epoca di grandissima miseria, anche se a loro rimaneva ben poco perché lo stipendio era per la famiglia. “Davano tutto in casa” si diceva allora. Litigavano volentieri, mettevano paura al Prefetto quando si presentavano con le mani sui fianchi a protestare per la paga e per gli orari di lavoro. Di loro si diceva che erano donne libere, anche sessualmente, che alzavano la sottana senza fare tante storie, ma credo fosse l’immaginario maschile che le voleva così. Il quartiere pullulava di uomini quando uscivano dalla fabbrica. Immagina che spettacolo poteva essere. In Manifattura si entrava con il certificato di miseria, un attestato di moralità e una raccomandazione.

La figura di Oriele è molto moderna. E’ una donna, autonoma, ma anche sensibile, con un suo modo incantato di guardare il mondo, una specie di senso estetico per le cose. Non credi?
Veramente l’unico sogno estetico che si permette è un cappotto, blu, un’ossessione che ha davanti agli occhi giorno e sera e che l’aiuta a sopportare la puzza della porcilaia. Oriele è orfana di padre morto di febbre spagnola dopo la guerra del 15-18. L’epidemia, si ricorderà, aveva fatto più vittime della guerra stessa. Si dice che da noi in campagna si curava con aglio e Lambrusco. Per il padre di Oriele la terapia non funziona. A lei rimane nel naso questo odore di aglio per tutta la vita e piange tutte le volte che lo sente. Cresce con la madre vedova e due fratelli più piccoli, le prime scarpe gliele compera lei. Oriele è anche una ragazza svagata. Sua madre la chiama Incantesimo perché si incanta a guardare una foglia, o un riflesso di luce in una pozzanghera.

OrieleOriele è la protagonista ma assieme a lei, nel romanzo, ci sono le altre, con le loro storie di sfruttamento e di coraggio.
Teresa la comunista; l’Elide combattiva e sindacalizzata; la Baldovini Bruna che ha una simpatia per Maria Josè perché ha i capelli crespi come lei; l’Argìa, che mi ha dato modo di parlare di una pratica sempre esistita, quella di appropriarsi dei figli delle donne in miseria. Le donne vittime di soprusi scrivono alla regina ma le più fanno battaglie, scioperano, rischiano in prima persona.

E poi c’è anche un uomo protagonista. Un medico. Uno di idee molto aperte, che conosce bene i pericoli di quella fabbrica, in un’epoca in cui i problemi ambientali sono pressoché sconosciuti.
Il medico, pediatra, al dutor di putein. Conosce bene le paltadore per essere stato per qualche tempo medico della fabbrica. C’era un tasso altissimo di mortalità infantile, e una sorta di fatalismo per i piccoli che si ammalavano e morivano. Il medico, fa ricerche sui topi per studiare l’abortività in ambiente saturo di nicoziamina e acido prussico. E denuncia in ogni occasione possibile le condizioni delle donne costrette a lavorare con il tabacco fermentato, sul grembiule, appoggiato sulla pancia.

E’ un personaggio di fantasia o ti sei ispirata a una persona vera, con tanto di nome e cognome?
La figura del medico, Rolando Silvestri, è liberamente ispirata al professor Riccardo Simonini, un grande modenese, uomo di scienza, ricercatore, docente universitario, un pioniere della pediatria in Italia. Il nipote, Giovanni Battista Cavazzuti, anch’egli pediatra e universitario, mi ha permesso di consultare l’archivio del nonno. Non smetto di ringraziarlo. Devo ringraziare anche Paola Nava una storica che ha scritto una trentina di anni fa una bella ricerca sulla Manifattura. Mi sono documentata, ho fatto interviste ai figli, ho cercato i giornali di quel tempo, ma poi ho inventato, non mi importava essere fedele alla Storia, ma conservare la memoria di donne normali e, al tempo stesso, straordinarie.

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