”Non ho amici, solo fratelli. Del resto del mondo non mi fido”

“Peace, love, unity and having fun”, era il motto del movimento hip hop ai suoi albori, prima che si frammentasse in sotto-generi: dal melodico gangsta rap della soleggiata California a quello più cupo della grigia costa est, dal conscious rap impegnato al disincanto della trap e delle ibridazioni crossover a metà strada fra hard rock e hip hop. “Ma oggi il rap è corrotto come la società che un tempo contestava”, osserva Lorenzo Argese, alias Elefante, mc (master of ceremonies, colui che scrive e scandisce le rime) di 22 anni, originario di Bomporto. Con Andrea Raimondi, a.k.a. Ragan Munda, un altro bomportese di 20 anni, hanno fondato .ASAP. (ndr: As Soon As Possible: “al più presto”) un collettivo di mc, dj, produttori e beat-maker del modenese. “L’ideale è sempre quello: unire la scena hip hop locale, fare rap autentico perché insieme si cresce meglio”, dice Ragan Munda.

Elefante e Ragan Munda sono le nuove leve del rap locale. Giovani, preparati, riflessivi, arrabbiati ma non violenti. “Se mi trovassi in mezzo a una rissa non saprei cosa fare, probabilmente le prenderei”, dice Elefante. Quest’ultimo ha preso la maturità al Corni, Ragan frequenta invece l’ultimo anno al Barozzi. Entrambi si trovano a disagio con le tematiche attuali che hanno portato l’hip hop a diventare un fenomeno commerciale anche in Italia, il rap “bling-bling”, quello dell’ostentazione piccolo-criminale come orizzonte di vita che tanto seduce.

hh01Ma non è sempre stato così. La degenerazione dei contenuti del rap, da impegnato a frivolo, è da ricercare nel processo di autoaffermazione individuale e collettiva della comunità afro-americana. Prima dell’ostentazione del lusso e del disprezzo della donna, prima dei rapper che portano anelli e collane d’oro, capsule dentali con diamanti, c’era un messaggio di liberazione dall’oppressione. Erano gli anni ’60, c’era Martin Luther King e le Pantere Nere.

L’anello di congiunzione fra questi due mondi, fra il movimento nero e quello rap è rappresentato bene dalla figura di Tupac Shakur che spesso torna nelle parole dei giovani rapper emergenti del modenese come modello da riverire, come mito ineguagliabile. Non tutti sanno che Tupac, morto assassinato nel 1996, era figlio di una pantera nera, una militante dura e pura di nome Afeni Shakur. Paradossalmente anche Tupac darà il suo contributo alla svolta individualista, edonista e autoreferenziale. “Facciamo come i ricchi bianchi, anzi peggio”, dicevano i rapper dell’epoca. Era la metà degli anni ’90, Elefante e Ragan Munda non erano ancora nati ma conoscono bene la storia.

Con loro loro, sulle gradinate del parco Novi Sad, c’è Wanksta Torres, alias Nameless (“Senza Nome”), 19 anni, peruviano di Trujillo, organico del collettivo .ASAP. “Per noi è fondamentale evitare forzature, i testi vanno costruiti, curati, meditati, devono parlare di noi ma anche del mondo che ci circonda, un mondo per niente solidale anzi ostile”, dice Nameless che spiega così il suo nick. “Non è importante il messaggero ma il messaggio”. Elefante vuole simboleggiare invece la forza calma ma inesorabile del quadrupede. Insieme ai tre mc c’è Salvatore detto Kob, un beat-maker 20enne che è un’enciclopedia vivente del rap. “Sono cresciuto con l’hip hop italiano underground, con la scena milanese e romana degli anni ’90. Nomi come Colle del Fomento, Cor Veleno, Salmo, Kaos One, Dj Gruff: era la cosiddetta Golden Age del rap italiano sotterraneo”. E lui non era ancora nato.

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Elefante spiega che esistono due fazioni contrapposte non dichiarate a Modena e provincia che riflettono le fratture nel mondo dell’hip hop in Italia. “Da una parte c’è una scena più commerciale e mainstream che insegue le paillettes delle star del momento, dall’altra una più underground, più “real”, nel senso di “autentico”. I primi si esibiscono nei club e nelle discoteche come il Vox e il Kyi; i secondi nei pub, nei parchi e nei centri sociali. I primi, nei loro testi, parlano di soldi, papponi, prostitute, spacciatori e “andiamo a comandare”; i secondi riflettono sulla vita quotidiana, sull’assenza di prospettive e sulla volontà di unire il mondo rap in un unico grande movimento, una sola grande “famiglia”. Come agli albori.

L’appellativo “fratello” o “sorella” che si rivolgono i rapper fra di loro sono da prendere quasi alla lettera: ”Io non ho amici, ho solo fratelli, del resto del mondo non mi fido”, aggiunge Nameless che del gruppo è quello che ha vissuto situazioni di vita più pericolose. ”In Perù, a Trujillo, nel mio quartiere, hanno sparato a un amico mio quando avevo 14 anni, ma non strumentalizzo mai questo episodio nelle mie rime, il tema della violenza esplicita non è per niente centrale nei miei testi”.

Il locale di riferimento dei giovani rappers “indipendenti” è il Red Lion Pub dove ogni martedì sera si tengono contest di free-style e rap battles. Il free-style è una disciplina dell’hip hop non necessariamente in rima e senza struttura predeterminata in cui l’mc può improvvisare con una base, lo stretto necessario ovvero basso e batteria. I ragazzi si ritrovano intorno alle figure di Frank Macro e di Grand Master Angel (GMA). Quest’ultimo è il gestore del pub nonché produttore e dj, è una figura storica della scena hip hop sotterranea locale. Le serate si chiamano “The block” e sono aperte a tutti gli aspiranti Mc.

“Una cosa è il free-style, un’altra la composizione di un testo”, dicono Nameless e Ragan Munda. Temi apolitici, rime un po’ acerbe ma testi originali e non allineati alle tematiche degli artisti di oggi e della loro auto-glorificazione. Il rap italiano contemporaneo è Fedez, J-Ax, Gué Pequeno e Jacke La Furia. Questi ultimi, già componenti dei Club Dogo, hanno preso i loro alias da famosi cult movies come “City of God” e “Once were warriors”. In verità, al di là dei nick aggressivi e da strada, sia Gué Pequeno che Jack La Furia sono figli della buona borghesia milanese. Il primo dello scrittore e giornalista Massimo Fini, il secondo di un manager pubblicitario. “Non vedo come abbiano potuto conoscere la strada, rappresentano qualcosa che non sono”, osserva Elefante.

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Lontani dai grandi palcoscenici .ASAP. cerca ancora una propria identità. E’ una ricerca prima di tutto comunitaria, una crew (“banda”) è come una famiglia alternativa in cui crescere musicalmente, dove i più esperti aiutano le nuove leve. Il collettivo, in nome di una purezza anti-consumo, rifiuta persino di farsi pubblicità su Youtube dove hanno invece trionfato alcuni fenomeni rap recenti. “Non vogliamo usare Youtube come contenitore dei nostri pezzi, vogliamo pubblicare un lavoro organico con un concetto dietro”, dice Elefante.

In questa strada tutta in salita i ragazzi curano con scrupolo i testi, perché fare rap, in fondo, significa metterci la faccia e non rifugiarsi dietro alle melodie. “Non possiamo dire che facciamo conscious rap però ci proviamo, e non possiamo neanche dichiararci militanti di una parte politica sebbene i centri sociali ci offrano sempre spazio. Di certo non siamo di destra ma ci sentiamo a disagio con categorie che riteniamo incomplete, come fascisti e comunisti, per spiegare il presente: i nostri testi parlano di antirazzismo, di comunità; siamo contro la violenza, l’arroganza, il bullismo, l’individualismo, il soldo facile e sovrano. Sogniamo una società universale giusta, pacifica, solidale, senza confini”, dice Ragan Munda.

Al parco Ducale incontriamo Maroun Giré e Egos Bandolero. Alberto V. ha un alias trasparente, chiaro: ”Maroun Giré perché quando canto l’aspetto della mia personalità che risalta è quello bizzoso e irritabile”, spiega. Maroun ha 30 anni, è di Modena ed è cresciuto a pane e Eminem nel quartiere delle Morane. “Per me è un modello, la sua vita è fatta di soprusi e bullismo, e lui, da bianco, è riuscito a emergere in una scena di neri”. Maroun racconta di una gioventù turbolenta che in parte giustificherebbe la sua musica, una sorta di cross-over rap-hard rock un po’ urlato. “Musicalmente cerco di avvicinarmi ai Rage Against the Machine ma ho tanti riferimenti musicali, da Marilyn Manson a Vasco Rossi”.

Il punto di vista di questi due ragazzi è rilevante poiché hanno anagraficamente vissuto la transizione dell’hip hop italiano da fenomeno di nicchia a baraccone commerciale mangia soldi. Ma hanno anche vissuto sulla loro pelle un certo stigma che colpiva chi ascoltava rap a Modena all’inizio del millennio, prima che la moda dei pantaloni a vita bassa e i cappellini da baseball con la visiera piatta conquistassero i teenager di mezzo mondo, rapper o meno. “Vestirsi così era oggetto di scherno, all’epoca le bande giovanili si rifacevano al metal duro, tipo gli Slayer, oppure alla musica gabber (ndr: un sottogenere iper-aggressivo di techno) o al punk”. Emarginato a scuola, le circostanze hanno spinto il giovane Maroun a frequentare altri emarginati: gli immigrati. “Ho passato la mia adolescenza con un gruppo di ragazzi africani e sudamericani è in quel periodo che ho deciso di reagire al bullismo veicolando la mia rabbia nel rap”.

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