Matrimoni combinati: in una società che cambia, un problema anche italiano

Non ci sono dati, quindi non ci sono statistiche, ma sono fatti reali. Esistono poche testimonianze, ma diverse prove, quindi non sono una leggenda metropolitana. I matrimoni combinati sono una realtà tra le comunità di stranieri che vivono in Italia, hanno persone, donne, spesso giovanissime, e uomini come protagonisti. Non tutte le etnie lo praticano e ognuna in modi diversi tra loro. Se ne sono “accorte” le persone che vivono a contatto con queste realtà, che vanno anche nelle nazioni di origine, che per lavoro incontrano giovani donne incinta, dalle quali emergono frammenti di storie che lasciano intendere. Le testimonianze dirette e complete, infatti, sono rare.
Così “Modena per gli altri” e “Deade” hanno promosso per venerdì 17 marzo (c/o Il Palazzo dei Musei) un incontro pubblico dal titolo “Matrimoni combinati o matrimoni forzati?”, per cercare di mettere insieme i vari frammenti di conoscenza e qualche cittadino interessato e iniziare a capire.

Stefania Vecchi
Stefania Vecchi

La dottoressa Stefania Vecchi, vicepresidente di “Modena per gli altri”, è tra le promotrici di questa iniziativa e cerca di spiegare da dove nasce: “Lavoriamo da anni per e con le comunità straniere, anche andando in diversi nazioni dell’Africa o dell’Asia e ci siamo accorti che questa pratica dei matrimoni combinati a volte nasconde realtà di sofferenza, violenza e costrizione. Soprattutto quando questi matrimoni sono precoci, cioè riguardano ragazze giovani, anche minorenni, non siamo più nella cultura di un popolo, ma siamo nella negazione dei diritti fondamentali. L’approccio non è facile, perché si toccano tradizioni etniche diverse e si entra nella sfera che pochi vogliono davvero rendere pubblica, soprattutto quando il pericolo sono giudizi e commenti”.

“Noi vogliamo – continua – riflettere e capire insieme alle altre realtà che in vario modo entrano a contatto con queste situazioni e compiere un passo in più nella comprensione. Del resto, non raramente questi matrimoni sono precoci, riguardano ragazze minorenni o comunque molto giovani. Non abbiamo alcuna intenzioni di giudicare né di restare nella visione eurocentrica che approccia con superiorità qualsiasi altra civiltà. Ma vogliamo comunque esprimere un’opinione”

La dottoressa Vecchi non ha numeri da esporre, ma storie incontrate da raccontare. “Spesso anche le seconde generazioni di stranieri, quelle nate qui, si adeguano a questa usanza. Ragazze nate in Italia ad un certo momento spariscono per qualche tempo e tornano promesse o già sposate a uomini sconosciuti, più grandi di loro. Ogni etnia coinvolta in queste tradizioni ha il suo modo di viverle. A noi sembra che le indiane o le bengalesi siano più disposte ad accettare, quasi riconoscendo ai genitori una migliore capacità di decidere per loro; mentre le magrebine iniziano ad essere più restie e vivono per questo storie di maggiore costrizione. In molti di questi paesi la maggior causa di morte per le ragazze di meno di 16 anni è la gravidanza, mentre da noi sono gli incidenti. Questo è un dato su cui riflettere.”

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Bisogna riconoscere che il matrimonio combinato è un’usanza che anche in Europa è stata praticata per secoli e non si è del tutto estinta. Quindi, non parliamo di cose dell’altro mondo, ma di differenti evoluzioni culturali e cambiamenti di prospettiva.

Kindi Taila (Fonte: Dante Farricella)
Kindi Taila (Fonte: Dante Farricella)

“Il matrimonio d’amore è una novità ancora per noi europei – afferma la dottoressa Kindi Taila, ginecologa dell’associazione Deade e tra le relatrici all’incontro del 17 – Non è detto che corrisponda sempre a violenza. Tante cose si ipotizzano, ma non si sanno davvero. Le donne che incontro nel mio lavoro spesso parlano poco, raccontano ancor meno. Cerchiamo di capire per poterle meglio aiutare. Perché non portano solo una richiesta di visita o un problema medico, ma anche sofferenza, inadeguatezza, disagio. Per chiunque sarebbe faticoso un matrimonio combinato, soprattutto da giovani. Bisogna vivere con persone sconosciute, scelte da altri. Non è facile per una ragazza nata qui in Italia. Iniziano momenti di vera fatica. A volte vanno in depressione, sono spaesate, confuse. Neanche conoscono bene il loro corpo e sono chiamate a prendersi cura di altri, marito e figli.”

L’associazione Deade riunisce diverse donne che vogliono promuovere valori positivi, conoscere altri universi, proporre modelli diversi e affermare che, comunque, il mondo è uno e unico. Deade è una parola di un dialetto congolese che vuol dire “fare le cose per bene”, prendendo il tempo e la cura necessari. La dottoressa Taila è una delle fondatrici e nel suo lavoro incontra molti casi. “Noi cerchiamo di proporre un approccio positivo e dei piccoli cambiamenti che aiutino ad aumentare il benessere. Non ci sono cose rivoluzionarie, ma approcci che tengano conto della difficoltà, ma anche della potenzialità. Del resto è proprio così che si dovrebbe crescere i figli, aiutandoli ad esprimere al meglio le proprie doti. Così proviamo a fare anche con queste ragazze e, quando si può, anche con i mariti. Perché anche per gli uomini non è una situazione facile e le loro reazioni spesso sono inadeguate, sfociando in questa violenza che è affermazione di una superiorità non reale, frutto di paura e di ignoranza”

Una prova che questo tema è presente in Europa, ma non è omogeneo il modo di trattarlo è la legislazione. In Germania, ad esempio, il matrimonio combinato è illegale, mentre in altri paesi l’approccio è più morbido. Questo è un elemento importante per comprendere che occorre conoscere, non giudicare, ma anche esprimere posizioni che aiutino soprattutto la donna, la maggior vittima di queste situazioni.
“L’obiettivo di questo incontro, ci spiega la dottoressa Taila, è avvicinare tutte le parti e gli attori che sono in contatto con pezzi di questa realtà. Solo un confronto aperto e il coinvolgimento delle istituzioni ci possono spiegare alcuni dati presenti nelle nostre città: gravidanze giovanissime, abbandoni scolastici o assenze prolungate di ragazze, matrimoni precoci e difficoltà di tenere insieme una famiglia”.
E’ un puzzle da comporre con pazienza, comprensione e competenze.
Su un tema c’è un accordo condiviso, espresso da entrambe le nostre interlocutrici: il matrimonio e la gravidanza prima dei 16 anni sono inaccettabili, un’aberrazione. Oggi non è proprio il caso di trovare giustificazioni a queste situazioni, quanto provare a dare aiuti a superarle e attendere momenti migliori.
L’interrogativo del titolo resta, quindi, aperto. Non è una domanda retorica, ma neanche ingenua.

Fonte immagine di copertina: Emilia chiama Etiopia

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