Il mio lavoro nel paese più complicato del mondo

Claudia Lodesani, nata e cresciuta e Modena, dove si è laureata in Medicina con specializzazione sulle malattie infettive, lavora dal 2002 per un’importante ONG di medici per la quale compie missioni in diversi paesi e per periodi variabili dai 6 ai 12 mesi. Passa i mesi di intervallo a Modica, dove ha preso la sua residenza italiana. “La scelta di Modica è stata decisa da me e il mio compagno, che è francese. Abbiamo preso casa in Sicilia perché ci è piaciuto il posto e questa regione è anche diventata la sede italiana del mio lavoro, perché ora con i migranti ci sono situazioni estreme anche nel nostro paese. Vivono nel limbo della scarsa assistenza, per tante ragioni sia soggettive che oggettive; vagano nei vicoli dell’organizzazione medica italiana e a volte perdono i diritti di starci. A Trapani abbiamo aperto una sede post ospedaliera, per le terapie e le riabilitazioni e stiamo avviando un progetto di etnopsichiatria. A Roma abbiamo un ambulatorio per vittime delle torture, coordinato da un’altra modenese, Laura Cremonini.”

La chiacchierata che Claudia intrattiene con i presenti all’incontro organizzato dall’associazione Deade è basata sulla situazione del Sud Sudan, ma si intreccia, con una trama lineare e senza falle, con il racconto di una vita di 15 anni nelle frontiere mediche del nostro pianeta. In Sud Sudan la base è la capitale, ma poi ci si sposta in questo paese, dimenticato dalle cronache. “E’ forse la Nazione più giovane della Terra, avendo ottenuto l’indipendenza dal resto del Sudan nel 2011. Poi nel 2013 è scoppiata la guerra civile, guidata dalle etnie principali del presidente e dell’ex presidente, alle quali si sono aggiunte le altre. Ma soprattutto, è un Paese ricco di petrolio, che è sfruttato maggiormente dal Sudan del nord, per un accordo politico dei tempi dell’indipendenza. E’ il paese più complicato del Pianeta, pieno di qualsiasi povertà e privazione si possa immaginare”

Claudia Lodesani
Claudia Lodesani

Il Sud Sudan, infatti, è quasi privo di scuole; ha circa 12 milioni di abitanti e 2 milioni di essi sono profughi, sia interni che esterni. Un milione scarso di sud-sudanesi vivono in campi in Uganda. Gli spostamenti sono frequenti, perché le zone petrolifere sono costante bersaglio di attacchi e guerriglie. Lavorare in Sud Sudan non è affatto semplice. “E’ davvero il paese più difficile che io abbia frequentato. Sono stata in Marocco, Burundi, Haiti e Congo, ad esempio, ma nessuno è così malmesso. Adesso lavoriamo a tre progetti nel paese: uno di maternità e pediatria; uno di assistenza medica completa ai profughi interni; il terzo un piccolo ospedale da campo in una palude, vicino ad un centro di conflitto” Il Sud Sudan è attraversato trasversalmente dal Nilo, il quale, nella stagione delle piogge tracima e crea una palude per chilometri e per quasi metà anno. I medici lavorano con il fango ai polpacci a volte. “Non ci sono certamente gli standard igienici dei nostri ospedali, ma neanche della maggior parte di quelli africani. Nella stagione delle piogge quasi tutto si ferma e si aspetta il defluire delle acque, però l’assistenza medica non può fermarsi.”

Il Sud Sudan spende il 90% delle proprie entrate in armi, l’1% in istruzione e l’1% in salute. La situazione è davvero complessa e le etnie non accennano a diminuire il conflitto. E’ per questo che, parlando con Claudia, mi esce la domanda più scontata possibile, che, in genere, si fa per sentirsi dare qualche rassicurante risposta. Del resto sto parlando con un medico!

Claudia Lodesani con Kindi Taila
Claudia Lodesani con Kindi Taila

“Il 3 ottobre del 2015 a Kunduz, in Afghanistan, un ospedale è stato bombardato e sono morti molti medici e personale sanitario, oltre che pazienti. Gli USA, autori del bombardamento, non hanno ancora subito alcuna inchiesta e non hanno dato spiegazioni attendibili. Ma sappiamo che non è stato un errore, una bomba caduta per caso, ma un bombardamento di mezz’ora con un comando che indicava le coordinate. Certamente dentro alle sale c’erano dei taliban, ma noi non abbiamo mai fatto distinzioni tra i feriti. Ora, quella data è il crollo di una frontiera: l’immunità degli ospedali. Oggi nessun è più sicuro in una sala operatoria e questo deve preoccupare tutti, perché il diritto alla salute è universale ed è sancito anche nelle zone di guerra. Il Sud Sudan forse è lontano, ma il diritto alla salute è di tutti, per tutti. Restare indifferenti a questo episodio e lasciare impunità e silenzio è l’inizio della perdita dei diritti fondamentali. Del resto – continua Claudia, che, per la prima, vela il suo sorriso accogliente –questo paese che vive da 4 anni una guerra civile uguale a quella siriana è nella lista dei “paesi sicuri”, cioè i migranti sud sudanesi sono migranti economici, non politici o perseguitati. Se questi sono i metri di valutazione, se non ci sono parametri riconosciuti, allora non saprei rispondere alla domanda sul pericolo”

Il pubblico presente all'incontro
Il pubblico presente all’incontro

E’ stato di questo tenore anche l’intervento di Kindi Taila, dell’associazione Deade, che ha coordinato l’incontro. La dottoressa Taila ha raccontato che un militare gli ha spiegato come in Africa “ottimizzano” i bombardamenti: prima bombardano una zona; poi calcolano i tempi di arrivo all’ospedale ed, infine, bombardano l’ospedale. Così si alza il numero delle vittime. Siamo di fronte ad una strategia che usa gli ospedali come obiettivi importanti per il risultato militare. “Viviamo in due mondi separati – riflette Claudia – uno occidentale, come lo pensiamo noi e l’altro non occidentale. Questa contrapposizione si è inasprita e ha chiuso le rispettive posizioni” La contrapposizione riguarda sicuramente qualsiasi parte in conflitto; ricomporla, si vedano i vari scenari di guerra, è cosa molto complessa. Il coinvolgimento di ospedali e operatori segna un inasprimento molto preoccupante. E mentre penso a tutto ciò, Claudia parla di cosa farà da domani, tornata a Juba.

In copertina: villaggio del Sud Sudan (fonte: Wikimedia)

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