L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

Marianna Sautto, trentottenne modenese, sta progettando di cambiare vita e andare lontano per raggiungere l'uomo di cui è innamorata, che ormai da due anni vive e lavora a Londra. E che lei, valigia in mano, raggiunge ogni weekend. «Trovarsi in una relazione a distanza non è facile, neppure nell'era del digitale», dice. «Ma un paese come il Regno Unito mi sta regalando nuove prospettive».

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Poco prima di intervistare Marianna Sautto sul tema dell’amore a distanza, avevo ascoltato alla radio una canzone che entrerà probabilmente nella top ten dei tormentoni estivi. Una canzone che, sia nel ritmo sia nelle riprese “effetto Studio Uno” del videoclip, strizza simpaticamente l’occhiolino agli anni Sessanta. Il titolo è L’esercito del selfie, e con un’elevata probabilità tutti – volenti o nolenti – a breve la canticchieremo. Il ritornello – «Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa […]» – ironizza sul fatto che oggi moltissime persone preferiscano comunicare e condividere le proprie esperienze sui canali social, dimenticandosi di quanto sia importante – specialmente in coppia – vedersi, sfiorarsi viversi. Ecco, conoscendo più da vicino la storia d’amore di Marianna, quel ritmo giocoso ha lasciato spazio a riflessioni più profonde, legate ai temi della distanza e del lavoro. Quasi da due anni, infatti, ogni venerdì da Modena prende l’aereo e va a Londra per raggiungere l’uomo che ama. Ed è proprio in situazioni come la sua che ci si accorge che – nonostante Facebook, Skype, Whatsapp e Facetime – la lontananza resta ancora una barriera.

MariannaIn un articolo pubblicato di recente su Internazionale, lo scrittore Alain de Botton parla degli aspetti positivi del vivere a distanza. Vorrei quindi un tuo parere, visto che è una situazione che vivi molto da vicino.
«Per me, di positivo, c’è poco. Credo questo dipenda anche dall’età in cui uno vive una relazione a distanza. Magari i ventenni o i trentenni la vivrebbero certamente meglio. Alla mia età [quasi 39 a settembre], ci sono aspetti che ti mancano davvero tanto. Mi manca, in primis, la quotidianità nel rapporto. Ho già avuto convivenze, quindi so cosa vuol dire vivere assieme il quotidiano».

Alain de Botton sostiene che uno degli aspetti positivi della distanza sia la comunicazione, cosa che a molte coppie oggi pare mancare. Chi ama da lontano deve raccontare, descrivere, analizzare diversi aspetti…
«È vero, ma dipende anche dalle persone. Io per esempio ho bisogno del contatto fisico con la persona che amo. Con i ritmi di oggi però è anche difficile trovare il tempo per concentrare tutto in una telefonata. E comunque tra me e lui c’è sempre in mezzo un barriera, un filtro. Se volevi intervistarmi per avere conferma degli aspetti positivi, non sono proprio la persona giusta [ride]».

E invece credo di sì, perché un po’ la penso come te. Mettiamola così: farò la banderuola tra gli aspetti positivi del vivere a distanza e quelli negativi.
«La mia relazione è da sempre fondata sulla distanza e sui posti che non mi appartengono: lui è romano, io vivo a Formigine. Ci siamo conosciuti in Sicilia, al mare, e in tre giorni ci siamo innamorati. Inizialmente abbiamo fatto un periodo fra Modena e Roma, poi lui si è trasferito a Londra. Ci vediamo praticamente tutti i weekend. Questi spostamenti hanno un costo, e notevole. Quindi la relazione è anche economicamente difficile da sostenere. Siamo d’accordo che la distanza non potrà durare ancora per molto».

Il vostro progetto è quello di ricongiungervi?
«È tutto molto complicato. Lui è nella “fase calda” della sua carriera e vuole conquistare una certa posizione dal punto di vista lavorativo. Ha in progetto di spostarsi ancora, ma certamente non di tornare in Italia. Quello che all’estero puoi ottenere a livello lavorativo – e non parlo solo dell’aspetto economico – in Italia non puoi averlo. Purtroppo».

Immagino lui abbia fatto questa scelta perché era una proposta che non si poteva rifiutare…
«Era una buona proposta, sì. Probabilmente, sarò io che mi dovrò spostare: anche se non so ancora dove andrò. Ci siamo posti come limite un anno: in quel momento decideremo. Stare insieme un giorno e mezzo rende tutto falsato: è come vivere in una realtà virtuale, compressa, costruita. Smetto di lavorare il venerdì pomeriggio, prendo l’aereo e vado a Londra per ritornare la domenica sera o a volte il lunedì mattina. La situazione che stiamo vivendo, insomma, è stancante anche da un punto di vista fisico. O sono in ufficio o sono in aereo».

marianna2È più facile gestirla, secondo te, con gli strumenti che si hanno a disposizione adesso? La vostra stessa situazione, quindici anni fa, come sarebbe evoluta?
«Probabilmente non l’avrei presa in considerazione. Per come la vivo ora, credo sarebbe stata insopportabile. Già adesso per me non è abbastanza, nonostante le possibilità di contatto che ci offre la tecnologia».

È triste pensare al fatto che abbiate dovuto accettare questo compromesso in parte a causa di una situazione lavorativa terribile in cui tuttora versa l’Italia.
«Assolutamente sì. Lui ama Roma, la sua città, ma ha dovuto scegliere Londra per un lavoro che qui non avrebbe mai potuto avere. Fra l’altro, c’è un altro problema connesso a questo argomento: io sono figlia unica, e il fatto di dover cambiare vita a quasi quarant’anni sarà molto difficile. Sono un sostegno per la mia famiglia, dato che mio padre è rimasto senza lavoro. La mia famiglia è sempre stata benestante, ma purtroppo mio padre lavorava nell’edilizia…».

Credo che un paese come l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile di una situazione come la vostra.
«Hai presente le frasi che senti dire spesso in TV e che non immagini potrebbero mai entrare a far parte della tua esistenza? Ora la dico a me stessa: “non pensavo saremmo arrivati a questi livelli”. La nostra situazione sta diventando davvero complicata. Non voglio lanciare alcun j’accuse, né perdermi in ragionamenti di politica sociale, ma così è».

Torno un attimo all’argomento dell’amore a distanza. Avete vissuto inizialmente la vostra relazione tra Modena e Roma, ora vi barcamenate tra Modena e Londra. Immagino sia stata da subito una sfida. Ma – si sa – le sfide si accettano solo se il sentimento è potente.
«Sì, ci siamo conosciuti nell’estate del 2014. Poi, dopo circa sei mesi, il mio compagno è andato nel Regno Unito. A Londra ho conosciuto una realtà che avevo solo intravisto, e mi sono resa conto di quanto sia limitata la vita qui. L’aspetto positivo è questo: quando deciderò di spostarmi, sceglierò una città che mi possa dare tanto. Mi dovrò reinventare a 39 anni, ma ci sono paesi che possono rendere questo salto molto più “indolore”. Se uno a quarant’anni da Londra venisse qui, che lavoro potrebbe fare? La relazione a distanza mi ha sconvolto l’esistenza, perché mi ha fornito una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Un lato positivo della distanza – vedi?! – alla fine l’abbiamo trovato».

Vivi all’ombra della Big Ben Tower da due anni solo nel weekend, ma immagino ti senta a casa ormai, anche solo per poche ore. Qual è il tuo luogo di Londra?
«Mi vengono subito in mente alcuni posti, legati al rito della colazione: la colazione per me è uno dei momenti più intimi del vivere una relazione. Il rito del nostro breakfast ha luogo nella Nappy Valley (il “quartiere dei pannolini”): o andiamo in un caffè italiano che fa torte buonissime o da Gail’s. Ogni tanto, ci concediamo una colazione ipercalorica british style».

Nappy Valley?
«È un quartiere curato, grazioso, in cui vivono molte coppie giovani (e abbastanza ricche) con figli».

Come ti senti oggi?
«È come vivere due vite parallele: quando il mio compagno mi raggiunge a Magreta, passa dalla megalopoli alla sinuosa campagna emiliana. Siamo sempre o su un treno o su un aereo o su una metropolitana. A Londra mi sono creata alcuni punti di riferimento, perché ho l’esigenza inconscia di vivere la quotidianità per non sentirmi sempre in viaggio, o in prestito. All’inizio tutto era nuovo, andare là era solo un bel viaggio. A pochi passi da London Eye, lungo il Tamigi, c’è una bancarella di libri usati a cui sono molto legata: il primo libro che ho acquistato è stata la prima edizione di un Harry Potter. Torno sempre lì, per cercare altri libri del maghetto: è l’ennesimo rito, l’ennesimo momento nostro che ci lega nei weekend britannici. La verità, però, è che ci metterei la firma ad averlo qui».

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Nato a Carpi nel 1985, ha studiato a Parma e al Politecnico di Milano, dove si è laureato in Architettura degli Interni con una tesi sui nuovi spazi per l'arte. Ora, è nei nuovi spazi del web che lavora, occupandosi di comunicazione e social media marketing. Da sempre ama raccontare tramite la scrittura quello che osserva e vive. E si è accorto che, spesso, la realtà è davvero il film più riuscito.

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